Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 335 del 30/07/2025

Interrogazioni

MISIANI, ROJC, CAMUSSO, TAJANI, LOSACCO, MANCA, GIACOBBE, ZAMBITO, RANDO, VERDUCCI, VALENTE, FRANCESCHELLI, LA MARCA, BASSO, MARTELLA - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della salute. - Premesso che:

GPI S.p.A. è un'azienda italiana, partecipata da CDP Equity, che opera nel settore del software e si concentra sulla progettazione di soluzioni per i settori della sanità e dell'assistenza sociale. Quotata al segmento Euronext tech leaders di Borsa italiana, GPI tra l'altro si occupa di business intelligence e data warehousing, strumenti per siti web, sistemi di e-commerce e e-payment, soluzioni per la gestione integrata degli edifici, infrastrutture e servizi tecnici, soluzioni per call center e contact center sanitari, fornitura farmaceutica, domotica, assistenza domiciliare e sistemi informativi integrati. La società serve, tra gli altri, organizzazioni sanitarie locali, ospedali pubblici e privati, case di cura residenziali, cooperative sociali, enti locali, piccole e medie imprese, banche e grandi magazzini;

nel 2016 la Spac capital for progress 1 aveva comunicato la business combination con GPI portandola in borsa. Da allora, il valore del titolo, partito attorno ai 10 euro, è salito fino al massimo di 16,5 euro a inizio 2022 e il 16 luglio ha chiuso a 13,04 euro per 390 milioni di capitalizzazione, dopo aver guadagnato il 24,4 per cento da inizio anno;

secondo il sito della stessa GPI, gli azionisti che detengono partecipazioni superiori al 5 per cento dei diritti di voto sono FM S.p.A. (fa capo a Fausto Manzana) con il 47,94 per cento delle azioni e il 57,30 per cento dei diritti di voto, a seguire CDP Equity, che ha il 18,42 per cento delle azioni e il 22,32 per cento dei diritti di voto;

nel 2024, GPI ha registrato ricavi per 510 milioni di euro (più 17,7 per cento), con un EBITDA in crescita del 31 per cento a 105 milioni e un utile netto da attività operative pari a 15 milioni di euro;

considerato che:

diverse società statunitensi e inglesi avrebbero mostrato un forte interesse nei confronti di GPI. Tra queste la KKR & Co. L.P. starebbe valutando l'OPA e il delisting del gruppo italiano e ha incaricato l'advisor Rothschild di occuparsi della cessione. Secondo Bloomberg, se l'operazione andasse in porto, porterebbe un aumento delle operazioni di buyout in Europa, dove molte società di private equity stanno approfittando di valutazioni più contenute e di un ambiente finanziario più favorevole;

già a maggio 2025, la società statunitense aveva manifestato l'intenzione di espandersi fuori dagli Stati Uniti, puntando sull'Europa. Tra le operazioni più recenti del gruppo ci sono le acquisizioni di Karo Healthcare, in Svezia, e Osttra, ex joint venture fra S&P Global e CME group, specializzata in servizi post-trade;

tenuto conto che:

in una recente intervista Fausto Manzana, fondatore di GPI e attuale amministratore delegato del gruppo, ha riferito che "attualmente gestiamo una mole di dati sanitari importanti in tutta Italia e all'estero. Facciamo sistemi amministrativi della sanità, più di un terzo dei bilanci della salute italiana li gestiamo sui nostri sistemi, così come ci occupiamo di amministrazione delle produzioni, pronto soccorso e forme di accesso agli ospedali. Migliaia di operatori, medici, infermieri, assistenti, utilizzano le nostre cartelle cliniche digitalizzate. E ancora ci occupiamo di sistemi informativi territoriali, di vaccinazioni, psichiatria e tanto altro. Infine i dipartimentali, come radiologie, laboratori di analisi. E ancora forniamo i robot per le grandi farmacie degli ospedali, macchine in grado di prendere dagli scaffali in tempi velocissimi i farmaci necessari per un paziente";

la funzione istituzionale di CDP Equity è quella di sostenere lo sviluppo e la crescita delle aziende presenti nel proprio portafoglio azionario;

in caso di acquisizione della GPI S.p.A. da parte di una società estera, l'Italia sarà l'unico Paese occidentale a non avere aziende nazionali nel settore strategico del software e della progettazione di soluzioni per i settori della sanità e dell'assistenza sociale,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e se sia stato tempestivamente informato dell'operazione da parte di CDP Equity, anche in considerazione della valenza strategica della GPI;

se intenda attivarsi al fine di evitare che l'Italia sia l'unico Paese occidentale a non avere aziende nazionali operanti nel settore strategico del software e della progettazione di soluzioni per i settori della sanità e dell'assistenza sociale;

se non ritenga necessario riferire tempestivamente sui possibili effetti negativi derivanti dal passaggio di GPI sotto il controllo di società estere, in particolar modo per quanto riguarda la sicurezza della notevole mole di dati sanitari degli italiani;

se preveda strumenti o clausole specifiche per la tutela della sensibilità delle informazioni detenute dal gruppo GPI.

(3-02090)

ZAMPA, ZAMBITO, CAMUSSO - Al Ministro della salute. - Premesso che:

con la sentenza n. 114, depositata in data 21 luglio 2025, la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di parti dell'articolo 5, commi 1 e 2 del decreto-legge n. 73 del 2024 ("Misure urgenti per la riduzione dei tempi delle liste di attesa delle prestazioni sanitarie"), convertito, con modificazioni, nella legge n. 107 del 2024;

in particolare, la Corte costituzionale ha ritenuto che la disposizione di cui all'articolo 5, comma 2, secondo periodo, a mente della quale i «piani dei fabbisogni triennali per il servizio sanitario regionale predisposti dalle regioni (...) sono approvati con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, ai fini del riscontro di congruità finanziaria», violi i commi terzo e quarto dell'articolo 117 della Costituzione, illegittimamente comprimendo l'autonomia programmatoria e gestionale delle Regioni in materia sanitaria, come garantita dalle predette disposizioni costituzionali;

analogamente, è stata ritenuta costituzionalmente illegittima la disposizione di cui all'articolo 5, comma 1, secondo periodo; in particolare l'articolo 5, comma 1, prevede, al primo periodo, un incremento del 10 per cento annuo (nell'ambito del livello di finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard cui concorre lo Stato) dei valori della spesa per il personale delle aziende e degli enti del Servizio sanitario nazionale delle Regioni autorizzati per l'anno 2023; è altresì prevista la possibilità di un ulteriore incremento del 5 per cento, su richiesta della Regione; tuttavia, la disposizione di cui al secondo periodo del comma 1 prevedeva che tale ulteriore incremento fosse autorizzato con decreto del Ministro della salute, previa verifica della congruità delle misure compensative della maggiore spesa di personale; orbene, la Corte ha ritenuto che sia la fissazione di una condizione puntuale per l'incremento ulteriore (le misure compensative) sia l'accentramento del controllo sul loro rispetto mediante autorizzazione del Ministro della salute violi il riparto di competenze di cui all'articolo 117, comma terzo, della Costituzione e, più in generale, rappresenti «un accentramento di funzioni contrario ai principi di autonomia sanciti dagli artt. 5 e 119 Cost.»; più correttamente lo Stato avrebbe dovuto limitarsi ad «affermare il principio fondamentale dell'equilibrio economico e finanziario del SSR e della compatibilità con la programmazione regionale in materia di assunzioni»; infatti, affinché la fissazione di vincoli all'autonomia di bilancio delle Regioni «possa considerarsi rispettosa dell'autonomia delle regioni, può solo stabilire un limite complessivo della spesa, lasciando a queste ampia libertà di allocazione delle risorse fra i diversi ambiti e obiettivi (in tal senso, sentenze n. 45 del 2025, n. 70 del 2023, n. 43 del 2016, n. 417 del 2005 e n. 36 del 2004)»;

è stata invece rigettata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 5, comma 2, primo periodo del medesimo decreto-legge; tale disposizione affida al Ministro della salute la definizione, con proprio decreto, di una «metodologia per la definizione del fabbisogno di personale degli enti del SSN»; tale metodologia è adottata «ai fini della determinazione della spesa per il personale delle aziende e degli enti del SSN delle regioni, nell'ambito del livello del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard cui concorre lo Stato e fermo restando il rispetto dell'equilibrio economico e finanziario del Servizio sanitario regionale»;

nel ritenere che la definizione della predetta metodologia non violi l'autonomia regionale e gli ulteriori parametri costituzionali evocati (articoli, 3, 32 e 97 della Costituzione), la Corte ribadisce che la stessa afferisce, rimanendo ad esso strettamente vincolata, ad un quadro complessivo di programmazione (articolato mediante il piano sanitario nazionale e i piani sanitari regionali) assoggettato a principi ben precisi, i quali rinviano, in ultima analisi, all'esigenza di garantire che la considerazione delle esigenze finanziarie e di bilancio, pure necessaria, non vada a detrimento del «"fondamentale" diritto alla salute, di cui all'art. 32 Cost., che chiama in causa imprescindibili esigenze di tutela anche delle fasce più deboli della popolazione, non in grado di accedere alla spesa sostenuta direttamente dal cittadino»;

pertanto, la Corte ribadisce la necessità e l'urgenza dell'adozione di una nuova metodologia, che vada a sostituirsi a quella attualmente in essere, adottata con il decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'economia, 24 gennaio 2023, in modo tale da assicurare il rispetto delle condizioni di cui all'articolo 5 del decreto-legge n. 73 del 2024; al tempo stesso, si precisa che «la nuova metodologia dovrà determinare il fabbisogno di personale sanitario in relazione agli obiettivi fissati da atti programmatori adottati a monte, quali il piano sanitario nazionale (PSN) e quelli regionali (PSR), strutturati, questi ultimi, in funzione di profili variabili quali, ad esempio, fattori di contesto, che riguardano le caratteristiche socio-demografiche e i bisogni della popolazione, fattori organizzativi, tipi, volumi e costi delle attività erogate e di quelle che si intende erogare, strumenti tecnologici, caratteristiche professionali del personale sanitario già in forza e di quello che si reputa necessario acquisire»;

al tempo stesso, sia la definizione della nuova metodologia sia, a monte, la fase di programmazione devono farsi carico di assicurare l'effettività del diritto fondamentale alla salute in condizioni di eguaglianza, anche attraverso l'adozione di misure perequative, giacché «una distribuzione iniqua delle risorse determina una disparità di trattamento nell'accesso ai servizi sanitari, in quanto risorse insufficienti compromettono la capacità di fornire servizi sanitari adeguati, mettendo a rischio il diritto alla salute dei cittadini, garantito - quale diritto fondamentale dell'individuo e interesse dell'intera collettività - dall'art. 32 Cost.»;

tale esigenza, peraltro sollevata dal Partito democratico in sede di conversione del decreto-legge n. 73 del 2024, anche mediante la predisposizione di emendamenti esplicitamente diretti in tal senso (si veda ad esempio l'emendamento 5.10 al disegno di legge AS 1161, depositato nel corso dell'esame in Commissione), si pone ora, alla luce della sentenza della Corte costituzionale, quale compito imprescindibile per assicurare che la programmazione e, quindi, l'organizzazione e l'efficienza del servizio sanitario nazionale si articolino nel pieno rispetto degli articoli 3 e 32 della Costituzione,

si chiede di sapere con quale tempistica il Ministro in indirizzo intenda procedere all'adozione della metodologia di cui all'articolo 5, comma 2, del decreto-legge n. 73 del 2024 e in che modo intenda dare seguito alle indicazioni contenute nella sentenza n. 114 del 2025 della Corte costituzionale, con particolare riferimento all'esigenza di assicurare che la determinazione del fabbisogno di personale (cui la definizione della metodologia è preordinata) assicuri il pieno rispetto e la piena effettività degli articoli 3 e 32 della Costituzione.

(3-02091)

ZAMPA, ROSSOMANDO, MALPEZZI, ZAMBITO, TAJANI, GIACOBBE, CAMUSSO, PARRINI, GIORGIS, D'ELIA, BASSO, SENSI, ROJC, RANDO, LA MARCA, VERINI, IRTO - Al Ministro della salute. - Premesso che:

la malattia di West Nile o West Nile disease (WND) è causata da un virus a RNA appartenente alla famiglia Flaviviridae, genere Flavivirus, denominato West Nile virus (WNV). Tale malattia, generalmente, è trasmessa alle persone e agli animali attraverso la puntura di zanzare infette del genere Culex, e può decorrere in forma asintomatica o lieve, ma in alcuni casi evolve in forme neuroinvasive potenzialmente letali, in particolare nei soggetti immunocompromessi o anziani;

secondo l'Istituto superiore di sanità, nell'attuale stagione estiva è stato registrato un incremento anticipato della circolazione virale;

considerato che:

secondo quanto riportato nella circolare del Ministero della salute del 21 luglio 2025, "la sorveglianza dei casi umani ha registrato, al 20 luglio 2025, un totale di 10 casi d'infezione (di cui 7 casi nella regione Lazio, tutti nella provincia di Latina, 1 in regione Piemonte nella provincia di Novara, 1 nella regione Veneto in provincia di Padova e 1 nella regione Emilia-Romagna in provincia di Modena) con 2 decessi. La sorveglianza entomologica e veterinaria ha confermato la presenza del West Nile virus in 11 pool di zanzare, 7 uccelli appartenenti a specie bersaglio e in un cavallo campionato nell'ambito della sorveglianza passiva. Il virus USUTU è stato rilevato in due pool di zanzare. Attualmente le regioni in cui è stata confermata la circolazione di WNV sono: Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Lombardia, Sardegna e Puglia. La circolazione dell'USUV invece ha interessato finora la regione Emilia Romagna";

dopo un decesso in Piemonte nei mesi scorsi e la morte di una donna di 82 anni a Latina il 20 luglio, il 28 luglio si sono registrati altri 4 decessi nel Lazio e in Campania. Nello specifico, nel Lazio è morto un uomo di 77 anni ricoverato all'istituto "Spallanzani" di Roma, affetto da patologie croniche e che aveva soggiornato nell'ultimo periodo a Baia Domizia, in provincia di Caserta, dove sono stati confermati nei giorni scorsi altri casi dell'infezione. L'altro paziente morto è un uomo 80enne originario di Maddaloni e che era ricoverato all'ospedale di Caserta, affetto da gravi patologie pregresse. Nello stesso ospedale è ricoverato per West Nile anche un altro anziano, sempre di Maddaloni. Un uomo di 74 anni è deceduto venerdì scorso all'ospedale "del Mare" di Napoli ma la notizia si è appresa solo nelle ultime ore ed un altro uomo di 86 anni è morto in data odierna all'ospedale "Santa Maria Goretti" di Latina;

nel bollettino della Regione Lazio pubblicato in data 28 luglio, è riportato che "nel Lazio sono 16 i nuovi casi di positività al virus West Nile, confermati dalle analisi effettuate presso il laboratorio di virologia dell'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, di cui 4 casi con sindrome neurologica e 12 casi con febbre da West Nile Virus", per cui "salgono a 44 le conferme diagnostiche di positività di infezione da West Nile Virus nel 2025, registrati in provincia di Latina (41 casi totali) e in provincia di Roma (2 casi) e 1 fuori Regione con probabile esposizione in provincia di Caserta";

al momento, 2 pazienti si trovano ricoverati in terapia intensiva;

considerato che:

la lotta contro la proliferazione delle zanzare, principali vettori del virus, è demandata agli enti locali, spesso con risorse limitate e in assenza di linee guida uniformi a livello nazionale;

il rischio sanitario è accresciuto dal fatto che il virus può essere trasmesso anche attraverso trasfusioni e trapianti, motivo per cui sono previste misure di sorveglianza su sangue, organi e donatori,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare per rafforzare la sorveglianza entomologica, veterinaria e umana;

se non ritenga fondamentale predisporre un piano di coordinamento nazionale, in collaborazione con le Regioni, per armonizzare gli interventi di prevenzione, controllo e gestione del rischio sanitario connesso alla diffusione del virus;

se non ritenga necessario stanziare risorse aggiuntive a favore degli enti locali per potenziare le attività di disinfestazione e controllo dei vettori, al fine di contrastare efficacemente la diffusione;

quali iniziative di competenza intenda adottare per garantire un'adeguata formazione del personale sanitario, in particolare nelle strutture ospedaliere prive di infettivologi in pianta organica, affinché sia garantita una corretta interpretazione dei dati diagnostici e clinici;

se siano state previste apposite campagne informative rivolte alla cittadinanza per aumentare la consapevolezza e l'adozione di misure di prevenzione individuale.

(3-02092)

ZAMBITO, ZAMPA, VERDUCCI, VALENTE, CAMUSSO, FRANCESCHELLI, LA MARCA, ROJC, BASSO, MARTELLA, D'ELIA, NICITA - Al Ministro della difesa. - Premesso che:

in data 24 luglio 2025, il quotidiano "Il Post" ha pubblicato un'inchiesta dettagliata che documenta l'addestramento, presso strutture militari italiane, di unità armate legate al generale libico Khalifa Haftar, leader delle milizie che controllano la parte orientale della Libia, non riconosciute come legittime dal diritto internazionale;

in particolare, l'inchiesta fornisce prove fotografiche, video e testimonianze dirette che dimostrano la presenza, almeno dal 2024, di membri della brigata "al Saiqa" e di altre unità dell'esercito nazionale libico (LNA) in corsi di addestramento militare a Pisa, presso l'aeroporto militare e altri impianti dell'Esercito italiano;

secondo quanto riportato, gli addestramenti comprenderebbero attività di paracadutismo, tecniche di pattugliamento e addestramento al combattimento in aree urbane, condotti con il coinvolgimento di militari italiani;

il Governo italiano ha finora mantenuto una linea ufficiale di sostegno all'unico Governo riconosciuto dalla comunità internazionale, quello con sede a Tripoli, e non ha mai annunciato pubblicamente alcun programma di collaborazione militare con le milizie del generale Haftar;

nonostante ciò, fonti del Ministero della difesa, come riportato da "il Post", avrebbero confermato informalmente l'esistenza di tale programma di addestramento, che sarebbe stato condotto senza adeguata trasparenza pubblica né comunicazioni parlamentari;

la base militare di Pisa riveste un'importanza strategica, anche per l'attività di proiezione all'estero delle forze italiane, ed è da tempo oggetto di attenzione da parte della cittadinanza e degli enti locali per l'utilizzo duale, civile e militare, delle sue infrastrutture;

l'eventuale coinvolgimento della base di Pisa in un'operazione opaca, in contrasto con le posizioni ufficiali dell'Italia sulla crisi libica, rischia di compromettere la credibilità internazionale del nostro Paese,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti e quale sia esattamente l'ambito e la durata del programma di addestramento che ha coinvolto soldati legati al generale Khalifa Haftar presso strutture militari italiane, e in particolare presso il centro di addestramento di paracadutismo a Pisa;

quali siano le ragioni che hanno portato all'adozione di programmi di addestramento di milizie che non appartengono al Governo legittimo della Libia e che, anzi, in passato hanno contribuito a destabilizzare il Paese anche attraverso operazioni militari contro Tripoli;

quali misure intenda assumere per chiarire la natura delle operazioni in corso nella base di Pisa, garantire il pieno rispetto del diritto internazionale e assicurare una gestione trasparente delle collaborazioni militari con Paesi terzi.

(3-02093)

DELRIO, MANCA, PARRINI, FRANCESCHELLI, RANDO, ZAMBITO, ROSSOMANDO, CAMUSSO, VERINI, ROJC, GIACOBBE, BASSO, TAJANI, MALPEZZI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e per gli affari europei, il PNRR e le politiche di coesione. - Premesso che:

il mercato unico europeo, nato per rafforzare l'integrazione europea, eliminare le barriere commerciali, garantire una concorrenza leale e promuovere la cooperazione e la solidarietà tra gli Stati membri, ha consentito nel corso degli anni ai Paesi aderenti prima alla Comunità europea e poi all'Unione europea di accelerare il processo di espansione delle proprie economie oltre i ristretti confini nazionali e di posizionarsi al centro dell'economia mondiale per livelli di produzione, volume di scambi commerciali internazionali e capacità di innovazione. Nel corso degli ultimi due decenni, tuttavia, la spinta alla crescita ha subito un deciso rallentamento, in gran parte determinato dalla caduta della produttività europea;

nel corso degli ultimi mesi si è aggiunto un ulteriore fattore, che rischia di produrre un ulteriore rallentamento della crescita economica europea: le politiche commerciali della nuova amministrazione Trump e la paventata introduzione di dazi su un ampio ventaglio di merci europee destinate all'esportazione negli USA, di cui non si conosce ancora l'entità. La settimana scorsa il presidente gli Stati Uniti Donald Trump ha spedito una lettera alla Commissione europea indicando e minacciando di alzare i dazi all'Unione europea fino al 30 per cento. Le decisioni del presidente gli Stati Uniti non possono essere declassate a semplice tattica negoziale ma devono essere prese per quello che sono in realtà: un cambiamento sostanziale dell'ordine globale e delle regole multilaterali del commercio. Questa strategia sta creando molta incertezza nelle imprese direttamente e indirettamente interessate, costrette a riprogrammare produzioni, scorte, investimenti e quindi assunzioni. Ciò rischia di divenire un costo non aggirabile ed un rischio serio per l'economia europea, anche ammesso che si arrivi a una soluzione negoziale accettabile, tenuto conto della circostanza, rilevata anche da ultimo dall'ISPI, che già oggi la somma di dazi medi (10 per cento) e deprezzamento del dollaro comporta un dazio sostanziale del 18 per cento;

a fronte di questo scenario, l'Unione europea, per mantenere intatti i punti di forza del proprio modello socio-economico che ha finora permesso di coniugare alti livelli di integrazione economica e sviluppo umano con bassi livelli di disuguaglianza, è chiamata a trovare nuovi percorsi di crescita economica e di spinta verso una maggiore produttività. La crescita è una sfida esistenziale per la UE, senza la quale rischia di diventare inesorabilmente meno prospera, meno uguale, meno sicura e, di conseguenza, meno libera di scegliere il proprio destino. L'Europa sta tentando di coordinarsi per rispondere con una voce sola alle nuove sfide che emergono dallo scenario internazionale e per reagire in maniera adeguata ed unitaria. Il rapporto Draghi, presentato al Parlamento europeo il 17 settembre 2024 a valle di un incarico conferitogli dalla Commissione europea l'anno precedente, delinea gli orientamenti in risposta alle cause che hanno determinato la perdita di competitività nel corso degli ultimi 20 anni. "Il futuro della competitività europea" identifica tre aree principali di intervento per la UE al fine di rilanciare la crescita e gestire le grandi trasformazioni in atto: digitalizzazione, decarbonizzazione e cambiamenti geopolitici. Il fabbisogno finanziario necessario per raggiungere gli obiettivi è stimato nel rapporto in almeno 750-800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi annui, pari al 4,4-4,7 per cento del PIL della UE nel 2023. La quota di investimenti UE dovrebbe passare dall'attuale 22 per cento circa del PIL a circa il 27 per cento, invertendo un declino pluridecennale nella maggior parte delle grandi economie dell'Unione;

sul fronte delle nuove politiche commerciali dell'amministrazione Trump, a prescindere dalle eventuali contromisure che saranno adottate, occorre prodigarsi per implementare con maggiore fermezza e rapidità una strategia di lungo periodo che rafforzando l'Unione europea ne garantisca la crescita ed il futuro. Si tratta di un'esigenza imprescindibile avvertita dalla Commissione stessa, che ha avvertito che con le tariffe imposte dagli USA "siamo a un punto di rottura" nelle relazioni internazionali e che di fronte a queste sfide "stare fermi non è più un'opzione" per l'Europa che deve smettere di contare su Washington, o finirà trascinata nel declino altrui;

oltre alle sfide per il rilancio della competitività e all'opportuna e urgente risposta sul fronte esterno dei dazi, l'Europa dovrà concentrarsi anche sulle riforme interne necessarie a facilitare il percorso di rafforzamento della sua economia, del mercato unico e della sua coesione sociale. L'Europa deve imparare a camminare con le proprie gambe, anche sul tema dell'innovazione digitale e dell'energia e a conciliare il percorso di decarbonizzazione con l'esigenza di preservare la competitività della propria industria;

considerato che:

il Presidente della Repubblica, citando i Rapporti Draghi e Letta, ha ricordato che le conseguenze del "non fare" comportano arretramento economico, stallo tecnologico e vulnerabilità strategica. Il rapporto sul futuro della competitività europea del professor Draghi è stato sostenuto con mozioni dalle Camere ma pare essere andato "nel dimenticatoio" ed essere rimasto assente dall'agenda dei Governi nazionali;

finora l'Europa si è concentrata su obiettivi singoli o nazionali senza calcolarne il costo collettivo. Le barriere interne, non imputabili certo alla UE, sono un retaggio di tempi in cui lo Stato nazionale era la cornice naturale per l'azione ma è ormai chiaro che agire in questo modo non ha portato né benessere agli europei, né finanze pubbliche sane, né tantomeno autonomia nazionale;

l'eurozona è cresciuta a malapena alla fine dell'anno scorso, sottolineando la fragilità della ripresa interna e la dipendenza dell'economia dalla domanda estera. Le politiche macroeconomiche che hanno governato l'Europa dal 2008 in poi, sottolinea Draghi, sono state caratterizzate da "uno sforzo deliberato per reprimere la crescita dei salari, in modo da aumentare la competitività esterna ma hanno frenato i consumi e indebolito la domanda interna. Prima del 2008, la domanda interna nell'area dell'euro cresceva circa allo stesso ritmo degli Stati Uniti. Da allora, la domanda interna negli Stati Uniti è cresciuta a un ritmo più che doppio";

esiste l'incapacità di lunga data della UE di affrontare in particolare le sue elevate barriere interne e gli ostacoli normativi. Secondo il FMI "le barriere interne dell'Europa equivalgano a una tariffa del 45 per cento per la produzione e del 110 per cento per i servizi";

si osserva il freno alla crescita delle aziende tecnologiche europee per effetto della concorrenza proveniente dall'estero. L'Europa ha di fatto aumentato le tariffe doganali all'interno dei suoi confini e rafforzato la regolamentazione in un settore che rappresenta circa il 70 per cento del PIL,

si chiede di sapere:

se si intenda promuovere un'azione politica coordinata con altri Stati per la piena attuazione del rapporto sulla competitività perché in questa fase storica risulta urgente, anzi prioritario, che l'Europa agisca: stare fermi non è più un'opzione;

se si intenda armonizzare e semplificare le normative nazionali abbattendo le barriere interne;

se si intenda stimolare un coordinamento senza precedenti tra tutti i Governi e i Parlamenti agendo con una risposta rapida e sempre più come se si fosse un unico Stato come riporta il rapporto Draghi;

se si intenda lavorare per l'emissione di debito comune europeo per investimenti produttivi straordinari necessari alla competitività delle imprese italiane ed europee.

(3-02095)

PARRINI, ZAMPA, NICITA, TAJANI, FRANCESCHELLI, IRTO, VALENTE, D'ELIA, DELRIO, RANDO, CAMUSSO, MANCA, LOSACCO, VERINI, MALPEZZI, MARTELLA, ROJC, VERDUCCI, ROSSOMANDO, GIORGIS - Al Ministro della cultura. - Premesso che:

il presidente dell'Associazione familiari delle vittime del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi, ha segnalato la circolare del direttore generale degli archivi di Stato, Antonio Tarlasco, che vieta la visione delle sentenze sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980;

la circolare è del mese di giugno 2024 e riguarda la "consultabilità delle sentenze" conservate negli archivi di Stato;

in particolare, si legge nella circolare, "il diritto alla conoscibilità degli atti giudiziari non può qualificarsi in termini assoluti", dal momento che "si contrappone al diritto alla riservatezza delle parti del processo";

la circolare richiama quindi le "norme speciali" già previste dal codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo n. 42 del 2004), che fissano dei limiti alla consultabilità degli atti archiviati;

il direttore ha poi invocato "limiti derivanti dalla disciplina della riservatezza" a seguito di "alcuni quesiti" su questo tema presentati alla stessa direzione degli archivi di Stato;

la piena disponibilità delle sentenze sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e delle loro motivazioni rappresenta un patrimonio fondamentale per la nostra democrazia che deve essere pubblico e disponibile,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della suddetta circolare e quali iniziative intenda adottare al fine di garantire la piena consultabilità delle sentenze.

(3-02096)