Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 118 del 26/10/2023

VALENTE (PD-IDP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VALENTE (PD-IDP). Signor Presidente, prendo spunto proprio da quest'ultimo intervento per tentare di ribadire quanto ha già detto la collega Malpezzi, cui aggiungo le mie parole, provando anche a trovare un filo rosso con gli altri interventi delle forze di opposizione.

Vorrei quindi attirare innanzitutto l'attenzione di quest'Assemblea, troppo spesso distratta e poco rispettosa del dibattito parlamentare, su una questione che stiamo provando a sottolineare a più riprese e con i diversi strumenti che ci offre la tattica parlamentare, ossia quanto e come questa maggioranza, questo Governo e le forze di centrodestra che lo sostengono utilizzano - in maniera assolutamente non solo inappropriata, ma secondo noi critica e pericolosa - lo strumento del decreto-legge. Lo facciamo ovviamente con una questione pregiudiziale, perché questo crediamo sia il modo giusto, ma vorrei provare a sottolineare tanto una questione più generale, quanto una più specifica, provando così a rispondere anche all'osservazione del collega della Lega che è intervenuto poc'anzi.

Citerò intanto qualche numero, che a nostro avviso aiuta a ricordare, ma anche a dire quanta verità e quanta necessità ci sia di ribadire le cose a cui sto facendo riferimento. Questo Governo ci ha proposto 46 decreti-legge da quando si è insediato: parliamo sostanzialmente di quattro decreti-legge al mese e quasi uno a settimana. Ricordiamo - lo vorrei dire a tutti noi - le proteste in quest'Aula delle forze che sono attualmente in maggioranza, ma che un tempo sono state forze di opposizione in questo Paese e che prima o poi - ci auguriamo quanto prima - torneranno ad esserlo. Ricordiamo soprattutto le loro proteste anche in un tempo nel quale sicuramente anche noi avevamo fatto uso di questo strumento, ma mi sento di dire che quello strumento lo utilizzavamo in tempi di emergenza, un'emergenza che era sotto gli occhi di tutti. Mi chiedo dove siano finite quelle proteste, ma soprattutto dove sia finita, insieme a quelle proteste, un po' di coerenza.

I numeri sono preoccupanti e aggravano il quadro, a nostro parere, di una situazione compromessa e mettono effettivamente a rischio la capacità di lavoro del Parlamento, una capacità ovviamente già stressata dalla riduzione del numero dei parlamentari. Si tratta però per noi di una vera e propria emergenza democratica. Lo abbiamo sottolineato con una lettera dei Presidenti dei Capigruppo PD di Camera e Senato che abbiamo inviato proprio l'altro ieri ai Presidenti delle Camere. Un numero così elevato di decreti-legge, con una frequenza tanto intensa, rende a nostro avviso ormai impossibile che entrambe le Camere esaminino con la serietà e il rigore necessari i provvedimenti che vengono loro sottoposti. Si tratta, nei fatti - diciamocelo con franchezza - di un monocameralismo alternato, lontano non solo dal bicameralismo disegnato dai nostri Padri e dalle nostre Madri costituenti, ma anche da un modello più efficiente, ma comunque democratico, che pure potrebbe essere possibile, ma solo dentro una riforma più complessiva, che non mi pare sinceramente sia oggi all'ordine del giorno. Vedere oggi una sola delle due Camere analizzare i provvedimenti significa per noi non solo comprimere i tempi, ma anche e soprattutto assistere a forzature continue, anche indipendentemente dal fatto che si ricorra o meno alla fiducia.

Voglio ricordare qualche passaggio di questo provvedimento. Il disegno di legge in esame è stato incardinato in Commissione il 19 settembre. Il 27 settembre è stato proposto un ciclo di audizioni: ebbene, ne abbiamo fatte ben 15 in una sola seduta. Chiedo a voi tutti se questo sia francamente sostenibile e quanto effettivamente sia serio e rigoroso, anche per la materia che questo stesso provvedimento intende affrontare. Sono poi stati proposti degli emendamenti e fissato il termine per la loro presentazione prima che si completasse la discussione generale. Sono o non sono queste forzature che imprimono una curvatura profondamente antidemocratica al nostro sistema?

Ieri mattina eravamo in Commissione e avevamo ancora duecento emendamenti da approvare, eppure oggi abbiamo l'obiettivo di arrivare in Aula con questo provvedimento. Credo queste forzature sinceramente gridino vendetta e raccontino molto dello spirito di questo tempo. Ciò anche al netto - lo voglio riconoscere - della buona volontà del presidente Balboni che, nonostante tutto, ha provato a fare del suo meglio, ma evidentemente non c'è l'ha fatta nemmeno lui.

Non si tratta - mi preme sottolinearlo - di questioni di procedure. Il tempo dedicato all'esame dei provvedimenti e la doverosa garanzia delle prerogative delle opposizioni non sono per noi questioni formali. Ripeto forse l'ovvio per alcuni, ma evidentemente non per tutti: in quelle regole c'è la sostanza stessa di una democrazia parlamentare, che si basa sull'equilibrato rapporto tra Governo e Parlamento; in particolare, su un ancor più delicato equilibrio tra esercizio del potere legislativo da parte delle Camere e i casi, che la Costituzione definisce «straordinari», in cui il Governo può esercitare, in via del tutto eccezionale e in maniera provvisoria, il potere legislativo. Tale equilibrio non attiene solo alle fonti del diritto, ma, come ha sottolineato la stessa Corte più volte, chiama in causa la tenuta della forma di Governo parlamentare.

Chiedo a tutti voi: che cosa resta oggi nella prassi parlamentare di questo equilibrio? Il quadro è ancora più preoccupante, se si considerano poi - e qui provo a rispondere alle osservazioni che faceva il collega della Lega - le materie di questo provvedimento. È vero, forse non c'è una questione di principio scritta, ma c'è sicuramente una questione di sostanza, che è quella a cui faceva riferimento il senatore Scalfarotto. Penso però che questa, purtroppo, sia una prassi alla quale il Governo in carica ha provato ad abituarci in altri passaggi: penso al decreto-legge sull'immigrazione o ad altri decreti-legge che hanno toccato la questione dei diritti umani. Credo profondamente che di questo strumento non solo sostanzialmente si abusi, ma che ci ponga oggi, per le ragioni esposte, di fronte a un'emergenza democratica.

Non sto negando che fosse necessario intervenire presto e in maniera rapida e veloce sulle vicende che sono accadute a Caivano (lo dico ovviamente anche da napoletana). Il punto che chiedo a me stessa e a noi è se siamo certi che questo sia veramente l'unico modo per farlo o quantomeno il migliore; oppure - e dobbiamo essere onesti intellettualmente - si tratta, anche per lo strumento usato, di un'occasione sprecata, ma soprattutto e ancora una volta della ricerca di un po' di consenso immediato e a buon mercato?

Del merito del provvedimento abbiamo detto che discuteremo, però i temi su cui esso interviene, così come abbiamo provato a dire, dimostrano la totale inopportunità dello strumento scelto. Il decreto-legge, nella sua prima parte, si occupa di Caivano e del suo risanamento. Mi domando: stiamo affrontando solo la questione Caivano - l'hanno detto altri colleghi - o in quella stessa condizione oggi si trovano tante altre periferie urbane, non solo di Napoli, ma dell'intero Paese? Ribadisco che lo dico da napoletana. Credo che la risposta, se fossimo onesti intellettualmente, sarebbe una sola. È evidente allora che un intervento strutturale di risanamento non poteva avvenire con uno strumento come il decreto-legge e che solo una legge, discussa nei tempi e nei modi giusti dal Parlamento, avrebbe potuto dare a queste misure il respiro lungo di una politica buona, capace ancora di una visione e di un orizzonte lungo.

Nella seconda parte, questo provvedimento si occupa addirittura di giustizia minorile. Anche in questo caso, non c'è dubbio che si tratti di un intervento necessario per far fronte all'aumento della criminalità minorile, soprattutto in alcune aree del Paese. Anche qui, però, era questo lo strumento più giusto e più efficace che serviva a perseguire meglio l'obiettivo? Ve lo chiedo, insieme a un po' di onestà intellettuale. La giustizia minorile assicura con molta delicatezza l'equilibrio difficile e cruciale tra sicurezza e recupero del minore, di un minore che delinque. È un obiettivo sicuramente ambizioso, direttamente collegato all'ispirazione più profonda della nostra Costituzione, che ha il suo baricentro nel combinato disposto degli articoli 2 e 27 della nostra Costituzione, dunque nel principio personalista e nella rieducazione, nella funzione rieducativa della pena, sempre nella convinzione che legalità e sicurezza non possano essere perseguite soltanto attraverso lo strumento repressivo, ma che vera legalità e, insieme, vera sicurezza si realizzino solo quando vengono promosse attivamente, allo stesso tempo, inclusione e coesione sociale.

Il sistema italiano di giustizia minorile, nostro fiore all'occhiello - vale la pena ricordarlo - e preso ad esempio da tanti fuori dai nostri confini, realizza questo delicato equilibrio tra sicurezza e dignità; lo fa in maniera saggia, dosando forza e persuasione e riducendo al minimo l'eventualità della carcerazione.

Non c'è bisogno che dica quanto fragile sia questo equilibrio e quanto abbia bisogno di cura da parte nostra e anche da parte del legislatore quando vi rimette mano, cosa che ovviamente viene difficile immaginare si possa fare con un decreto-legge.

Nel testo della questione pregiudiziale abbiamo infine concentrato l'attenzione su disposizioni che impattano anche sul sistema del nostro impianto normativo: lo facciamo in relazione all'aumento delle pene e alla forte estensione della possibilità di applicare ai minori la misura cautelare. Si tratta di norme di impatto sistemico, che sicuramente ledono, secondo noi in modo critico e preoccupante, il sistema delle norme per come l'abbiamo pensato. Sono solo alcuni esempi, ma noi continuiamo a credere che tutto questo dimostri quanto inappropriato sia lo strumento usato.

Infine, si poteva scegliere di affidare Caivano e tutte le periferie d'Italia alla cura attenta di una legge parlamentare, meditata e costruita in tempi giusti, magari anche insieme, con il necessario livello di approfondimento e riflessione. Si è scelto proprio di non farlo, perché evidentemente la ricerca spasmodica del consenso, la propaganda e la demagogia alle quali queste destre, questa maggioranza e questo Governo, senza riuscirci, provano ad abituarci, non tollerano i tempi distesi e giusti della politica parlamentare.

Per tutte queste ragioni, voteremo convintamente a favore della questione pregiudiziale in esame. (Applausi).