Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 118 del 26/10/2023

MUSOLINO (Az-IV-RE). Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, Governo, il provvedimento sul quale oggi siamo chiamati a esprimerci ("Conversione in legge del decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123, recante misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale", meglio noto come decreto-legge Caivano) è un provvedimento - lo dico con chiarezza e in premessa - che non ci convince per molteplici ragioni.

La prima è la sensazione, che trova conferma nella lettura del testo, che si tratti di un provvedimento frutto del sensazionalismo del momento, generato non da un'attenta analisi dei problemi sociali e delle relative cause che li hanno generati, ma dalla volontà di offrire subito una soluzione di rapida applicazione ad un problema che invece ha un'origine remota.

La visita della premier Meloni a Caivano, su esplicita richiesta di don Patriciello, ha rappresentato certamente un momento di ascolto e confronto importante e che condividiamo, ma certamente non può costituire la sintesi di quella necessaria analisi di contesto all'esito della quale vanno trovate soluzioni per tutte le Caivano d'Italia e non certo per una sola.

La seconda ragione per la quale questo provvedimento non ci convince è la palese violazione del principio giuridico secondo il quale la norma dev'essere sempre generale ed astratta e disciplinare un caso concreto disponendo in modo appunto generale ed applicabile a tutte le ipotesi in cui si verifichi la stessa situazione presa in considerazione dalla nuova disposizione normativa. Intervenire sul caso Caivano introducendo le norme oggetto del decreto-legge n. 123 del 2023 costituisce quindi un pessimo esempio di legislazione, non solo perché il Governo si è di fatto impossessato per l'ennesima volta del potere legislativo mediante la decretazione d'urgenza, ma anche e soprattutto perché con questo provvedimento viene violato un principio generale del nostro ordinamento giuridico e si introduce una categoria di norme ad hoc per un caso specifico, che ingenerano nel cittadino la convinzione che il legislatore agisca in modo discriminatorio, come se si autorizzasse l'idea che vi siano emergenze sociali più gravi di altre e che solo per quelle ritenute più gravi si adottino provvedimenti specifici.

Quante periferie sono abbandonate? Quanti immobili, che un tempo costituivano luoghi di aggregazione sociale, sono divenuti punti di ritrovo per persone emarginate, di spaccio e di attività illecite, quando non teatri addirittura di reati violenti sulle persone, esattamente com'è successo a Caivano? E non mancano certo i casi di cronaca nera, che potremmo anche elencare, ma non lo faremo, perché questa non è una sterile elencazione di luoghi degradati, ma un invito al Governo alla riflessione sulla metodologia con la quale continua ad operare. Chi stabilisce quale periferia è più degradata e quale contesto sociale è meritevole di un intervento d'urgenza prima o al posto di altri?

Signora Presidente, per il suo tramite vorrei rivolgermi anche al senatore Lisei, che prima, in sede di deliberazione sulla questione pregiudiziale, ha chiaramente affermato che loro (inteso come maggioranza) hanno ritenuto che su Caivano fosse necessario questo tipo di intervento, ammettendo di fatto così che si è rinunciato ad applicare il principio di uguaglianza, sancito dall'articolo 3 della Costituzione, a favore di una valutazione discrezionale e di parte. Situazioni uguali meritano soluzioni uguali, mentre in questo caso la maggioranza ammette che per situazioni uguali si adottano soluzioni diverse, introducendo discriminazioni tra contesti disagiati, in una specie di personalissima classifica per la quale, tra questi contesti disagiati, si stabilisce in modo arbitrario quale sia meritevole di intervento e quale no.

Signora Presidente, dopo le dichiarazioni della maggioranza, è chiaro che a questo punto, per confutare tale criterio metodologico, che oggi tutte le opposizioni hanno contestato già in sede di deliberazione sulla questione pregiudiziale, al Governo non resterà altro da fare se non adottare altrettanti decreti-legge per ogni periferia degradata che sia stata teatro di fatti violenti e di delitti ignobili. Allora perché intervenire su Caivano e non, per esempio, su Palermo, dove una giovane donna è stata vittima di una brutale violenza sessuale da parte di ben sette uomini, alcuni dei quali minorenni? Questo è ciò che ogni italiano si chiederà dopo le parole della maggioranza ed è solo la conseguenza del modo di agire di questo Governo, che pensa di curare il malessere attaccando il sintomo e non la causa. La causa, evidentemente, è un contesto sociale, familiare e economico ormai disgregato, impoverito, in cui le istituzioni dello Stato arretrano ogni giorno di più per carenza di risorse e di strutture, mentre i fenomeni illeciti prendono piede, attirando a sé quella gioventù che si sente abbandonata e tradita nelle sue speranze future e che vede nel ricorso alla violenza e alla sopraffazione un modo per opporsi anche al caos generale, all'aporia del sistema, all'assenza delle regole e alle carenze di valori culturali ed educativi.

Di fronte a questa emergenza nazionale che si riscontra in molte aree del Paese, la cura proposta appare non solo inutile, perché rivolta al sintomo e non alla causa del male, ma addirittura dannosa. Veramente pensiamo che aumentando le fattispecie di applicazione di provvedimenti interdittivi, come il divieto d'accesso alle aree urbane (Dacur), il foglio di via, il Daspo Willy, si risolvano i problemi di aree degradate?

Peraltro, chi dovrebbe applicare queste misure, che sono tutte sottoposte al vaglio giurisdizionale del pubblico ministero, che le deve richiedere, e del gip, che le deve convalidare entro quarantott'ore? Chi le deve applicare, se non si fanno i concorsi e non si assumono i magistrati, già oberati da processi in forte arretrato, e se le risorse del PNRR, proprio destinate a ridurre l'arretrato, non vengono messe a terra e non vengono spese, con la minaccia della prescrizione e i magistrati che spesso operano in edifici inadeguati e con risorse strutturali deficitarie? Chi dovrebbe poi vigilare sull'applicazione e sul rispetto di queste misure, verificando se il soggetto nei cui confronti è stato disposto il divieto di dimora e di rientro nel luogo dove ha commesso il reato rispetti la misura, se non vengono fatti i concorsi per aumentare le dotazioni di organico delle Forze dell'ordine? Davvero pensiamo che 15 agenti di polizia locale assunti a Caivano saranno la soluzione per invertire la rotta e guarire le ferite laceranti che questa emarginazione sociale ha creato?

Certamente mi si potrà rispondere che da qualche parte bisogna pur cominciare e che l'ottimo, come si suol dire, è sempre nemico del bene; diciamocelo chiaramente, però: in questo caso non c'era molto da inventare, bastava riprendere percorsi già avviati e studi già compiuti per introdurre soluzioni sistemiche e non episodiche; bastava riprendere gli studi fatti dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, che già nel 2017 aveva individuato otto linee d'azione; bastava ripartire da quel famoso bando delle periferie che fece il Governo Renzi, che destinò ben 2 miliardi alle periferie per realizzare programmi specifici di sviluppo e di recupero urbano. Questo programma finanziò ben 24 interventi per 500 milioni, mentre i restanti 96 ammessi a finanziamento restarono in stand-by e fra questi c'era anche il Comune di Messina, destinatario di un intervento per 40 milioni di euro. Tuttavia, il successivo Governo Conte tolse queste risorse, le destinò al patto di stabilità per gli enti locali e così l'intero programma arrivò alla sua fine senza che le periferie ricevessero davvero le risorse che erano state loro destinate.

Allora, se davvero si vuole affrontare il problema del disagio giovanile, della povertà educativa e della criminalità minorile, non bastano interventi spot rivolti a un limitato contesto territoriale e adottati senza una previa analisi delle cause del disagio, che in questo caso, purtroppo, è mancata (non è emersa neanche nell'attività istruttoria di questo provvedimento). Così come non può bastare a risolvere questa emergenza nazionale prevedere la possibilità di stipulare delle convenzioni tra il Ministero dell'università e le scuole secondarie, perché la povertà educativa in questi contesti è contraddistinta dalla dispersione scolastica già nella scuola primaria e ben pochi ragazzi riescono a raggiungere le scuole secondarie. Questo certamente non per loro demerito, ma proprio perché il contesto in cui crescono impedisce loro di poter effettuare gli studi, perché magari impegnati a contribuire al reddito familiare, perché vengono avviati al lavoro - al lavoro minorile - oppure perché vengono attratti dalle organizzazioni criminali che, prospettando loro una facile ricchezza che li farebbe uscire dal degrado in cui purtroppo vivono, li allontana presto dalle istituzioni scolastiche.

Anche in questo caso reprimere, gravare, aumentare le pene, pensare che sanzionare i genitori risolva il problema rappresenta una visione miope del problema. Che senso ha in questo contesto introdurre delle disposizioni penali, peraltro con la forma della decretazione d'urgenza, in violazione dell'articolo 77 della Costituzione, per abbassare la soglia dell'imputabilità per determinate fattispecie fino al quattordicesimo anno di età? Non ci serve, davvero non ci serve una nuova generazione di minorenni pluripregiudicati con aggravanti specifiche, ma una nuova generazione che venga affrancata dall'isolamento culturale alla quale fornire gli strumenti per studiare, per formarsi e per avviarsi al lavoro.

Per tutto quanto sopraesposto il giudizio di Italia Viva-il Centro-Renew Europe su questo provvedimento è severamente negativo, sia per la violazione dei principi che autorizzano il ricorso alla decretazione d'urgenza, che nel caso di specie continuiamo a ritenere che non esistano, sia per la violazione del principio di uguaglianza e non discriminazione, nonché per l'approccio assertivo e asfittico con il quale, invece di affrontare il problema del disagio giovanile, si finirà con esasperare il divario sociale, culturale ed economico tra coloro che vivono in contesti periferici caratterizzati da emarginazione sociale e coloro - fortunati - che vivono in tutti gli altri contesti urbani. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Lopreiato. Ne ha facoltà.