Legislatura 19ª - Dossier n. 166 DE
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Servizio studi
Consiglio europeo - Bruxelles, 19-20 marzo 2026
Introduzione
In base all’ordine del giorno e al progetto di conclusioni del 9 marzo 2026, il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo dovrebbe discutere di:
I. UCRAINA, soffermandosi sulla guerra di aggressione della Russia nei confronti dell'Ucraina in tutte le sue dimensioni, compresi gli sforzi di pace in corso;
II. MEDIO ORIENTE, con riferimento alla situazione in Iran, Gaza (anche per quanto concerne l'attuazione della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite) e Libano;
III. COMPETITIVITA’ E MERCATO UNICO, concentrandosi sugli impegni in settori ritenuti prioritari per l'autonomia strategica dell'UE nel nuovo contesto geoeconomico, attraverso un'agenda all'insegna di "un'Europa, un mercato" (in particolare si discuterà di semplificazione amministrativa, prezzi dell’energia, innovazione e indipendenza strategica dell’industria europea, nonché delle priorità per il semestre europeo 2026);
IV. PROSSIMO QUADRO FINANZIARIO PLURIENNALE, con riferimento al suo contributo alla competitività dell'UE e ai fabbisogni di finanziamento per le ambizioni dell'Unione, nonché ai lavori in corso in materia di governance;
V. DIFESA E SICUREZZA EUROPEE, chiedendo un'accelerazione degli sforzi per raggiungere rapidamente la prontezza alla difesa, anche alla luce delle minacce poste dalla Russia e dalla Bielorussia, e dei rischi connessi alla situazione in Iran e in Medio Oriente;
VI. MIGRAZIONE, facendo il punto sui progressi compiuti nell’attuazione delle sue precedenti conclusioni;
VII. MULTILATERALISMO, ribadendo l’impegno dell'Unione a favore di un ordine internazionale basato su regole, con le Nazioni Unite al suo centro.
A margine del Consiglio europeo, il 19 marzo, dovrebbe riunirsi il Vertice euro per un confronto su situazione economica e possibili squilibri, ruolo internazionale dell’euro e Unione dei risparmi e degli investimenti.
Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026 dovrebbe tornare a discutere della situazione in Ucraina nel contesto del quarto anniversario dell’aggressione russa e dell’avvio del quinto anno di guerra. I Capi di Stato e di Governo sono chiamati a riaffermare il sostegno politico, finanziario e militare dell’Unione europea a Kyiv, a fare il punto sugli sforzi diplomatici per una pace giusta e duratura e a valutare ulteriori misure di sostegno, anche in relazione alla ricostruzione del sistema energetico ucraino e al percorso di adesione all’UE.
La riunione dovrebbe inoltre essere preceduta da un collegamento con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
La posizione dell’Unione europea sulla guerra in Ucraina
All’inizio del quinto anno della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, il Consiglio europeo dovrebbe ribadire il sostegno fermo e incondizionato dell’Unione europea all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale. Il Consiglio europeo dovrebbe inoltre affermare che l’Unione europea continuerà a fornire, in coordinamento con i partner e gli alleati che condividono la stessa visione, un sostegno globale – politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico – all’Ucraina e al suo popolo. Il Consiglio europeo dovrebbe elogiare la resilienza del popolo ucraino e della sua leadership nel resistere all’aggressione russa e nel difendere il proprio territorio. Nonostante l’enorme pressione militare esercitata dalla Federazione russa, l’Ucraina è riuscita finora a mantenere le proprie posizioni e a impedire alla Russia di conseguire gli obiettivi strategici inizialmente perseguiti. In tale contesto, il Consiglio europeo dovrebbe sottolineare l’importanza di garantire all’Ucraina i mezzi finanziari e militari necessari per esercitare il proprio diritto intrinseco all’autodifesa, nonché per contrastare e scoraggiare ulteriori aggressioni. Il Consiglio europeo dovrebbe inoltre ribadire che il futuro dell’Ucraina e dei suoi cittadini risiede nell’Unione europea. Accogliendo con favore i progressi compiuti da Kyiv nell’attuazione delle riforme, nonostante il contesto bellico, dovrebbe incoraggiare l’adozione delle ulteriori misure necessarie per l’allineamento all’acquis dell’Unione. Prendendo atto della valutazione della Commissione secondo cui sono state soddisfatte le condizioni per l’apertura dei cluster negoziali, il Consiglio europeo dovrebbe invitare il Consiglio ad avviare senza indugio i negoziati di adesione, a partire dal cluster relativo agli aspetti fondamentali, nel rispetto dell’approccio basato sul merito. Il Consiglio europeo dovrebbe infine ribadire il sostegno dell’Unione europea a una pace globale, giusta e duratura, fondata sui principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale e sostenuta da garanzie di sicurezza solide e credibili per l’Ucraina. |
L’adesione dell’Ucraina all’UE
Il percorso europeo dell’Ucraina si inserisce nel più ampio processo di rilancio della politica di allargamento dell’Unione europea, che riguarda anche la Moldova ed i Paesi dei Balcani occidentali e che viene sempre più considerato dalle istituzioni europee come uno strumento strategico per rafforzare la sicurezza, la stabilità e la resilienza geopolitica del Continente.
Il Consiglio europeo dovrebbe ribadire che il futuro dell’Ucraina e dei suoi cittadini risiede nell’Unione europea, riconoscendo i progressi compiuti da Kyiv nell’attuazione delle riforme richieste nel quadro del processo di adesione, nonostante il contesto di guerra.
In tale prospettiva, il Consiglio europeo dovrebbe accogliere con favore la valutazione della Commissione europea secondo cui sono state soddisfatte le condizioni per l’apertura dei cluster negoziali, e invitare il Consiglio a compiere ulteriori progressi nel processo di adesione dell’Ucraina, in linea con l’approccio basato sul merito.
L’Ucraina ha presentato domanda di adesione all’Unione europea il 28 febbraio 2022, pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione su larga scala da parte della Federazione russa. Nel giugno 2022 il Consiglio europeo ha riconosciuto all’Ucraina lo status di Paese candidato.
Nel dicembre 2023 il Consiglio europeo ha deciso l’apertura dei negoziati di adesione, sulla base della raccomandazione della Commissione europea.
Nel quadro del processo negoziale, organizzato secondo la metodologia dei cluster tematici, l’avvio dei negoziati sui singoli cluster richiede l’unanimità del Consiglio. L’apertura dei primi cluster negoziali è stata finora ostacolata dalla posizione dell’Ungheria, che ha sollevato preoccupazioni in merito alla tutela della minoranza ungherese in Ucraina.
Nel pacchetto annuale sull’allargamento presentato nel novembre 2025, la Commissione europea ha riconosciuto i progressi compiuti dall’Ucraina nell’attuazione delle riforme richieste e ha ritenuto soddisfatte le condizioni per procedere all’apertura dei cluster negoziali.
Anche il Parlamento europeo, con una risoluzione approvata il 9 settembre 2025, ha espresso un forte sostegno al percorso europeo dell’Ucraina e ha invitato il Consiglio ad avviare quanto prima i negoziati sui cluster.
Nel documento si accoglie con grande favore la ferma determinazione dell’Ucraina a soddisfare i requisiti per l’adesione all’UE, compreso il rispetto dell’acquis dell’Unione malgrado la brutale e incessante guerra di aggressione condotta dalla Russia e la recente escalation e si esorta l’Ucraina a mantenere tale determinazione e il ritmo delle riforme.
Nel dibattito europeo sono state inoltre avanzate alcune ipotesi per superare le attuali difficoltà del processo negoziale, tra cui la possibilità di forme di integrazione graduale o differenziata nel mercato interno e nelle politiche dell’Unione, in attesa del completamento del processo di adesione.
Sin qui, il percorso di adesione dell’Ucraina ha seguito le tappe previste dal diritto dell’Unione ma l’apertura dei capitoli negoziali – che deve essere decisa dal Consiglio all’unanimità - è stata ripetutamente ostacolata dalla posizione contraria dell’Ungheria che l’ha motivata con asserite violazioni dei diritti della minoranza magiara in Ucraina.
Per superare l’impasse, nella riunione informale del Consiglio europeo tenutasi a Copenaghen lo scorso 1° ottobre il presidente Costa ha avanzato la proposta – anche questa non sostenuta dall’Ungheria - di procedere al voto a maggioranza qualificata per i passaggi intermedi del processo di adesione, come l’apertura dei capitoli negoziali.
L’Ucraina ha presentato domanda di adesione all’UE il 28 febbraio 2022, pochi giorni dopo l’inizio dell’aggressione russa. Il presidente Zelensky accompagnò tale domanda con la richiesta di una “procedura speciale” (non contemplata dal diritto dell’UE) che consentisse al suo paese di entrare rapidamente a far parte dell’Unione europea.
Il 9 settembre scorso la plenaria del Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sul rapporto della Commissione (relativo al 2023 e al 2024) in merito ai progressi dell’Ucraina per l’adesione, confermando il proprio sostegno al percorso europeo del Paese e chiedendo l’apertura dei cluster negoziali per far avanzare il percorso di adesione dell’Ucraina all’UE nel più breve tempo possibile.
Nel documento si accoglie con grande favore la ferma determinazione dell’Ucraina a soddisfare i requisiti per l’adesione all’UE, compreso il rispetto dell’acquis dell’Unione malgrado la brutale e incessante guerra di aggressione condotta dalla Russia e la recente escalation e si esorta l’Ucraina a mantenere tale determinazione e il ritmo delle riforme.
La posizione dell’UE negli sforzi negoziali per la pace
Lo scorso 24 febbraio il Parlamento europeo ha approvato – in una seduta straordinaria cui ha preso parte da remoto il Presidente Zelensky - la risoluzione “Quattro anni di guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina e contributi europei a una pace giusta e a una sicurezza duratura per l’Ucraina”. Nell’atto, approvato con 437 voti a favore, 82 contrari e 70 astensioni si chiede tra l’altro:
- di accelerare l’integrazione dell’Ucraina nel mercato unico e di intensificare i preparativi dell’UE per i futuri allargamenti attraverso riforme interne;
- di assumere una maggiore responsabilità per la sicurezza europea e ad aumentare il sostegno militare, politico e diplomatico all’Ucraina;
- di sostenere un futuro accordo di pace tra Ucraina e Russia con garanzie di sicurezza solide e credibili per l’Ucraina, comparabili all’articolo 5 della NATO e all’articolo 42, paragrafo 7, del TUE, nel rispetto del diritto internazionale;
- di garantire l’accertamento delle responsabilità, includere riparazioni e non limitare il diritto dell’Ucraina all’autodifesa o alla scelta delle proprie alleanze;
- di non consentire nessuna decisione sull’Ucraina o sull’Europa dovrebbe essere presa senza l’Ucraina e senza l’Europa.
Nella riunione del 6 marzo 2025, il Consiglio europeo ha affermato i princìpi che secondo l’UE e gli Stati membri dovrebbero guidare i negoziati di pace ed essere alla base di un accordo.
Per approfondimenti in merito si vedano le conclusioni del Consiglio europeo del 26 giugno scorso e il dossier del Servizio Rapporti con l’UE della Camera dei Deputati e del Servizio Studi e del Servizio degli Affari internazionali del Senato della Repubblica. Per il Consiglio europeo del 20 marzo si veda il relativo dossier.
Sostegno finanziario e militare
Il Consiglio europeo dovrebbe condannare la Russia per avere sistematicamente e deliberatamente preso di mira le infrastrutture civili ed energetiche dell’Ucraina, in particolare gli impianti di riscaldamento e di energia elettrica. Dovrebbe pertanto accogliere con favore il sostegno energetico e l’assistenza umanitaria e di protezione civile forniti all’Ucraina dall’UE e dai suoi Stati membri, nonché da partner internazionali. Il Consiglio europeo dovrebbe chiedere di intensificare ulteriormente gli sforzi dell’UE, in coordinamento con partner internazionali, per aiutare l’Ucraina a riparare, ricostruire e rafforzare con urgenza la resilienza del suo sistema energetico. Più in generale, dovrebbe riaffermare l’impegno dell’Unione europea a sostenere la riparazione, la ripresa e la ricostruzione dell’Ucraina, in coordinamento con i partner internazionali. A seguito della decisione del dicembre 2025 di concedere all’Ucraina un prestito di sostegno di 90 miliardi di EUR per il 2026 e il 2027, il Consiglio europeo dovrebbe accogliere con favore l’adozione del prestito da parte dei colegislatori ed attendere con interesse il primo versamento all’Ucraina entro l’inizio di aprile. In tale contesto, dovrebbe inoltre invitare a intensificare le attività di sensibilizzazione nei confronti dei paesi terzi per contribuire a colmare il divario residuo di 30 miliardi di EUR nelle finanze dell’Ucraina. Il Consiglio europeo dovrebbe sottolineare l’importanza di un ulteriore sforzo sostenuto per fornire sostegno militare all’Ucraina e accelerare urgentemente la produzione e la fornitura di attrezzature prioritarie, in particolare sistemi di difesa aerea, munizioni, droni e missili, anche per aiutare l’Ucraina a proteggere le sue infrastrutture energetiche e critiche. In questo contesto, lo sviluppo dell’industria della difesa ucraina, anche attraverso la cooperazione industriale nel settore della difesa tra l’UE e l’Ucraina, rimane fondamentale. Tutto il sostegno militare e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina dovrebbero essere forniti nel pieno rispetto della politica di sicurezza e di difesa di alcuni Stati membri e tenendo conto degli interessi di sicurezza e difesa di tutti gli Stati membri. |
Il sostegno finanziario
Il contributo complessivo dell’UE e degli Stati membri all’Ucraina ha raggiunto circa 194,9 miliardi di euro, inclusi 3,7 miliardi provenienti dai proventi dei beni russi congelati. Di questa somma, 104,5 miliardi sono stati mobilitati nell’ambito dell’approccio Team Europe (di cui 15 miliardi direttamente dagli Stati membri e 89,5 miliardi forniti o garantiti dal bilancio dell’UE) come forma di sostegno finanziario e di bilancio nonché di assistenza umanitaria, 69,7 miliardi destinati all’assistenza militare sia attraverso lo Strumento europeo per la pace (6,4 miliardi) sia direttamente dagli Stati membri e circa 17 miliardi per sostenere gli Stati membri nell’accoglienza dei rifugiati ucraini (dati aggiornati al febbraio 2026).

In particolare, i 104,5 miliardi erogati come forme di sostegno finanziario e di bilancio comprendono tra l’altro:
- 36,8 miliardi di assistenza diretta e indiretta attraverso lo Strumento per l’Ucraina;
- 43.3 miliardi di assistenza macro finanziaria;
- 2,8 miliardi in prestiti e garanzie da parte della BEI, della BERS e di altre istituzioni finanziarie internazionali garantite dall’UE, per aiutare l’Ucraina a soddisfare le proprie esigenze finanziarie, sostenere le aziende statali strategiche, riparare le infrastrutture danneggiate e garantire i servizi municipali;
- 1,2 miliardi nella cooperazione bilaterale per aumentare la resilienza dell’Ucraina, sostenere le riforme e soddisfare le esigenze urgenti sul campo;
- 1,3 miliardi di assistenza umanitaria;
- 330 milioni a sostegno delle esigenze della popolazione sfollata all’interno del Paese, dei comuni, dell’assistenza sanitaria, del ripristino delle infrastrutture critiche, dei media e della sicurezza informatica;
- 114 milioni per la ristrutturazione delle scuole e 14 milioni di euro per gli scuolabus;
- 31 milioni per la società civile;
- 1,6 miliardi attraverso il programma Connecting Europe Facility per implementare i corridoi di solidarietà a sostegno del commercio.
Le maggiori risorse derivano dallo Strumento per l’Ucraina, istituito il 29 febbraio 2024 con una dotazione complessiva di 50 miliardi di euro (33 miliardi di prestiti e 17 miliardi di sovvenzioni) per il quadriennio 2024-2027. L’accesso a tali risorse è subordinato all’attuazione, da parte del governo ucraino, delle riforme indicate nel Piano per l’Ucraina, già valutato positivamente dal Consiglio dell’UE.
A ciò si aggiunge la speciale assistenza macrofinanziaria (ERA), deliberata con regolamento del 28 ottobre 2024, che dà attuazione all’impegno assunto dal G7 nel giugno 2024 per offrire prestiti all’Ucraina. Tale meccanismo, alimentato dalle rendite dei beni russi congelati e da contributi di Stati membri e Paesi terzi, impegna l’UE per 18 miliardi, di cui 14 erogati nel 2025. Al momento dell’adozione del regolamento il valore complessivo dei profitti generati dagli attivi della Banca centrale russa congelati nell’UE, era stimato in circa 258 miliardi di euro.
Il prossimo Quadro finanziario pluriennale
Nell’ambito delle proposte presentate il 16 luglio 2025 per il nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, è prevista una riserva (Ukraine Reserve) di 100 miliardi di euro per l’erogazione di prestiti all’Ucraina nell’ambito dello strumento Global Europe.
Il prestito per gli anni 2026 e 2027
Nelle conclusioni del 18-19 dicembre 2025, il Consiglio europeo ha approvato la concessione di un prestito di 90 miliardi di euro a favore dell’Ucraina per le esigenze legate alla difesa per il biennio 2026-2027, coperto dal bilancio UE (con esplicita esenzione dagli obblighi finanziari per Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, che non hanno aderito al prestito e il ricorso alla cooperazione rafforzata prevista dall’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea).
Il 14 gennaio 2026 tale iniziativa è stata formalizzata dalla Commissione europea con la presentazione di tre proposte legislative:
- una proposta di regolamento che istituisce un prestito a sostegno dell’Ucraina (sulla base dell’articolo 212 TFUE) per un importo di 90 miliardi di euro;
- una proposta di regolamento modifica dello strumento per l’Ucraina (sulla base dell’articolo 212 TFUE), per attuare l’assistenza di bilancio a favore dell’Ucraina.
La proposta è in corso di esame presso la Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato;
- una proposta di modifica del regolamento sul quadro finanziario pluriennale (sulla base dell’articolo 312 TFUE) per consentire la copertura del prestito all’Ucraina con il "margine di manovra" del bilancio dell’UE.
Il pacchetto di proposte, su cui il Consiglio aveva concordato la propria posizione il 4 febbraio, e l’11 febbraio 2026 è stato approvato dal Parlamento europeo che lo ha esaminato con procedura d’urgenza.
Il 21 gennaio 2026 il Parlamento ha dato il proprio consenso all’utilizzo della procedura di cooperazione rafforzata ai sensi dell’articolo 329, paragrafo 1, TFUE per il prestito a sostegno dell’Ucraina. Il 23 dicembre 2025 la Commissione aveva presentato una proposta di decisione del Consiglio che autorizza una cooperazione rafforzata per la concessione di un prestito all’Ucraina.
In precedenza, il 12 dicembre 2025, il Consiglio ha adottato un regolamento del Consiglio relativo a misure di emergenza per far fronte alle gravi difficoltà economiche causate dalle azioni della Russia nel contesto della sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, che ha immobilizzato in modo permanente le attività della Banca centrale russa detenute nell’UE.
Conformemente all’articolo 20, paragrafo 2, lettera j), della proposta di prestito a sostegno dell’Ucraina, l’Ucraina sarà responsabile del rimborso del capitale del prestito dopo aver ricevuto i risarcimenti di guerra. Inoltre, la Commissione europea ha sottolineato che l’UE si riserva il diritto di utilizzare le attività russe immobilizzate nell’Unione per rimborsare il prestito, nel pieno rispetto del diritto dell’UE e del diritto internazionale. La Commissione europea non ha ritirato la proposta di prestito di risarcimento all’Ucraina, alimentato con gli asset russi immobilizzati, presentata il 3 dicembre 2025 e non sostenuta dagli Stati membri.
La Federazione russa, dal canto suo, ha intentato una causa contro l’Unione europea per il congelamento a tempo indeterminato dei suoi beni (circa 210 miliardi di euro, di cui 185 trattenuti presso la società belga Euroclear, già citata in giudizio da Mosca). L’azione legale, depositata il 27 febbraio scorso presso il Tribunale dell’Unione europea con la motivazione che il blocco disposto dalle istituzioni UE “viola i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, l’inviolabilità della proprietà e il principio dell’immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali, garantiti dai trattati internazionali e dal diritto dell’Unione europea, contraddicendo i principi dello Stato di diritto e risultando incompatibile con il principio di supremazia della legge”.
Il prestito di 90 miliardi sarà destinato in parte all’assistenza macrofinanziaria o al sostegno di bilancio ed erogati attraverso lo Strumento per l’Ucraina (30 miliardi) e in parte (60 miliardi) al rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina e all’acquisizione di equipaggiamenti militari e prodotti critici per la difesa che dovrebbero provenire dalle industrie della difesa ucraine, dell’UE e dei paesi dello Spazio economico europeo (SEE) o dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA). Qualora tali prodotti non fossero immediatamente disponibili in questi paesi per essere consegnati con urgenza all’Ucraina, sono previste deroghe mirate per consentire l’approvvigionamento da paesi terzi.
L’assistenza finanziaria sarà fornita in linea con le esigenze di finanziamento dell’Ucraina, così come definite in una strategia elaborata dal paese e valutata dalla Commissione e dal Consiglio. Tutti i finanziamenti saranno soggetti a condizioni, tra cui il continuo impegno dell’Ucraina per la governance democratica, lo Stato di diritto e la tutela dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze, nonché il proseguimento degli sforzi per contrastare la corruzione e rafforzare le istituzioni democratiche.
Il prestito di sostegno sarà finanziato tramite l’emissione di debito comune dell’UE sui mercati dei capitali e garantito dal cosiddetto headroom o margine di manovra del bilancio a lungo termine dell’UE. I costi del servizio del debito – stimati dalla Commissione europea in circa 1 miliardo di euro per il 2027 e circa 3 miliardi di euro annui a partire dal 2028 - saranno coperti dai bilanci annuali dell’UE. L’Ucraina dovrà rimborsare il prestito una volta ricevute le riparazioni di guerra dalla Russia.
Il prestito costituisce un’alternativa alle proposte presentate dalla Commissione nel dicembre del 2025 per impiegare le risorse immobilizzate della Banca centrale russa per far fronte alle necessità finanziarie dell’Ucraina, che hanno registrato forti riserve tra gli Stati membri (in particolare da parte di Belgio e Francia, dove si trovano le società che detengono la maggior parte degli asset russi). Tale proposta, su cui non è stata raggiunta la necessaria unanimità, era stata sostenuta dal Parlamento europeo nella richiamata risoluzione del 27 novembre scorso.
Nonostante la sua approvazione, l’erogazione effettiva del prestito rischia di essere bloccata dal veto della Repubblica slovacca e dell’Ungheria. La decisione relativa alla sua istituzione è stata infatti presa senza il sostegno dei governi slovacco, ungherese e ceco – che hanno deciso di non contribuire – ricorrendo alla procedura di cooperazione rafforzata del Parlamento europeo, che non richiede l’unanimità. L’erogazione dei fondi richiede tuttavia l’approvazione formale del Consiglio europeo all’unanimità.
Il piano per la ricostruzione delle infrastrutture energetiche
Il 24 febbraio scorso, in occasione del quarto anniversario della guerra di aggressione russa, il commissario europeo per l’energia e le politiche abitative, Dan Jørgensen, ha annunciato la prossima presentazione di un piano per la ricostruzione delle infrastrutture energetiche dell’Ucraina che dovrebbe prendere il nome di “Repair, Rebuild, Restart” (Riparare, ricostruire, ripartire), per un totale di 1 miliardo di euro. Le prime risorse, circa 100 milioni di euro tra aiuti umanitari e nuovi generatori, sarebbero dedicate all’emergenza e seguite da 920 milioni per la ricostruzione di centrali e reti. Nella stessa occasione la Presidente von Der Leyen ha ricordato che ad oggi l’UE è per l’Ucraina il principale donatore di aiuti energetici, con circa 3 miliardi di euro stanziati oltre 11mila generatori forniti.
Fin dall’inizio della sua campagna di aggressione, la Russia ha insistentemente colpito le infrastrutture critiche e il sistema energetico ucraino. Secondo le stime delle istituzioni dell’UE oltre la metà delle infrastrutture energetiche di Kyiv è stata distrutta, con una perdita di 24,5 GW di produzione di energia dall’inizio dell’invasione, corrispondente al 68% della capacità pre-bellica del paese.
Il sostegno militare
Dal 2022 al 2024 l’UE e gli Stati membri hanno mobilitato complessivamente a sostegno dell’esercito ucraino 66 miliardi di euro, di cui 6,1 miliardi tramite lo Strumento europeo per la pace e 59,9 miliardi tramite contributi bilaterali degli Stati membri.
L’UE ha risposto alla richiesta di munizioni e missili da parte dell’Ucraina, con tre tipi di intervento:
- il rifornimento delle Forze armate ucraine con 2 milioni di munizioni entro il 2025;
- acquisti congiunti dall’industria europea della difesa (e dalla Norvegia), anche attraverso l’Agenzia europea per la Difesa, di munizioni da 155 mm e di missili, per ricostituire le scorte nazionali e aumentare le consegne all’Ucraina;
- l’incremento delle capacità di produzione dell’industria europea della difesa nel settore delle munizioni e dei missili.
L’UE ha inoltre promosso una missione di assistenza militare a sostegno delle forze armate ucraine (EUMAM Ucraina), che ha formato circa 86.800 soldati ucraini. La missione, a cui partecipano con offerta di formazione e personale 24 Stati membri, è iniziata nel novembre 2022 per una durata di due anni, e prorogata fino al 15 novembre 2026, con una dotazione di circa 409 milioni di euro.
La missione coopera con la NATO, in particolare con il comando Assistenza e formazione in materia di sicurezza per l’Ucraina (NSATU), anche con lo scambio reciproco di informazioni. La missione, volta a rafforzare la capacità delle Forze Armate ucraine, offre loro formazione a livello base, avanzato e specializzato in settori quali assistenza medica, difesa chimica, biologica, radiologica e nucleare (CBRN), attività di sminamento, logistica e comunicazione. Vi hanno finora preso parte, anche con proprio personale, 24 Stati membri, tra cui l’Italia, nonché la Norvegia. Le attività hanno luogo su territorio dell’UE, principalmente in Polonia e Germania.
Alla missione di assistenza militare, si affianca l’EUAM Ucraina, missione civile istituita il 22 luglio 2014, il cui mandato è stato rivisto nel 2022 per tener conto della guerra di aggressione della Russia e successivamente prorogato fino al 2027. L’EUAM fornisce sostegno alle autorità ucraine nel perseguimento dei crimini internazionali commessi nel contesto dell’aggressione militare della Russia, nonché nella gestione integrata delle frontiere.
Il confronto tra UE ed Usa nel sostegno all’Ucraina
Assegnazione degli aiuti all’Ucraina, Europa e Stati Uniti

Fonte: Kiel Institute, febbraio 2026
I due grafici sottostanti, riferiti rispettivamente agli aiuti finanziari/umanitari e militari, illustrano le differenze tra il contributo offerto dalle istituzioni dell’UE, e da Stati membri e altri paesi europei (l’Islanda, la Norvegia e il Regno Unito) raggruppati in aree regionali: Europa occidentale (Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera e Regno Unito); Europa orientale (Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia); Europa meridionale (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna); Europa settentrionale (Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Norvegia e Svezia). Entrambi i grafici comprendono anche.
Aiuti finanziari e umanitari europei all’Ucraina, contributi di istituzioni UE e paesi europei (UE ed extra-UE)

Con riguardo al sostegno militare, il rapporto sottolinea l’importanza della iniziativa PURL (Prioritised Ukraine Requirements List) adottata nel luglio 2025 dalla Nato per consentire agli alleati non statunitensi di acquistare armi rapidamente dispiegabili dalle scorte militari statunitensi.
Alla fine del 2025, 24 donatori avevano partecipato all’iniziativa, stanziando oltre 3,7 miliardi di euro, anche per Patriot (sistemi di difesa aerea a lungo raggio), HIMARS (sistemi di lancio multiplo di razzi) e altre armi e munizioni di cui l’Ucraina aveva urgente bisogno.
Aiuti militari europei all’Ucraina, contributi di istituzioni UE e paesi europei (UE ed extra-UE)
Fonte: Kiel Institute, febbraio 2026
Il grafico seguente illustra i contributi dei singoli paesi membri della NATO - anche extra-UE - al meccanismo (non riporta i contributi della Macedonia del Nord e del Montenegro, che hanno aderito all’iniziativa).
Il meccanismo PURL della NATO: contributi per Stato
(in miliardi di euro)

Fonte: Kiel Institute, febbraio 2026
Nel 2025 sono aumentati anche gli acquisti diretti dall’industria della difesa ucraina. Dopo la Danimarca, che ha iniziato nel luglio 2024, altri 10 paesi donatori hanno seguito tale esempio portando gli acquisti da industrie della difesa ucraine dal 4% degli aiuti per l’approvvigionamento militare, al 22% nella seconda metà dello scorso anno.
Infine, il grafico che segue stila una classifica a livello globale dei 20 paesi che hanno dato il maggior sostegno militare (in blu il livello di donazioni relative al 2025 e in giallo il livello relativo al periodo 2022-2024).
Sono evidenti da un lato il significativo incremento da parte della, Germania, seguita da Regno Unito, Svezia, Norvegia e Polonia e dall’altro l’azzeramento del contributo statunitense.
I 20 principali donatori di aiuti militari all’Ucraina (in miliardi di euro)

Fonte: Kiel Institute, febbraio 2026
Le sanzioni nei confronti della Russia
Il Consiglio europeo dovrebbe affermare che l’Unione europea rimane determinata ad aumentare ulteriormente la pressione sulla Russia affinché cessi la sua brutale guerra di aggressione e avvii negoziati significativi per la pace. Dovrebbe inoltre invitare ad accelerare i lavori per l’approvazione del 20° pacchetto di sanzioni e ad aggiornare gli elenchi delle persone ed entità oggetto di misure restrittive nell’ambito del regime dei diritti umani della Russia. Il Consiglio europeo dovrebbe ribadire l’importanza di ridurre ulteriormente le entrate energetiche della Russia e fare il punto sugli sforzi compiuti per frenare le operazioni della flotta ombra russa sottolineando la necessità di un approccio “a tutto campo” per contrastarla. A questo proposito, il Consiglio europeo dovrebbe invitare gli Stati membri a compiere ulteriori sforzi e ad adottare azioni coordinate. Il Consiglio europeo dovrebbe sottolineare inoltre l’importanza di continuare a coordinarsi con il G7 e altri partner che condividono la stessa posizione in materia di sanzioni, e di rafforzare l’applicazione delle misure esistenti e colmare le lacune, nonché di rafforzare ulteriormente le misure anti-elusione. Il Consiglio europeo dovrebbe esortare tutti i paesi terzi a cessare immediatamente qualsiasi forma di assistenza alla Russia nella sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, sia diretta che indiretta, in particolare attraverso la fornitura di beni e componenti a duplice uso. In particolare, dovrebbe reiterare la ferma condanna del dispiegamento delle forze militari della Repubblica popolare democratica di Corea sul campo di battaglia in Ucraina, nonché il continuo sostegno militare fornito, tra gli altri, dall’Iran, dalla Bielorussia e dalla Repubblica popolare democratica di Corea. Il Consiglio europeo dovrebbe ribadire il suo appello urgente alla Russia e alla Bielorussia affinché garantiscano immediatamente il ritorno sicuro e incondizionato in Ucraina di tutti i bambini ucraini e degli altri civili illegalmente deportati e trasferiti. Altri sforzi di aiuto umanitario e misure volte a rafforzare la fiducia, in particolare lo scambio di prigionieri di guerra, devono far parte del percorso verso la pace. |
L’UE ha adottato sanzioni contro la Russia fin dall’inizio della sua invasione dell’Ucraina nel 2022. Il 30 giugno scorso il Consiglio ha prorogato di altri sei mesi, fino al 31 gennaio 2026, le misure sanzionatorie già adottate nel 2014 per l’annessione della Crimea.
Con l’obiettivo di intensificare la pressione sulla Russia e indurla ad un mutato atteggiamento nei negoziati per la pace, il 6 febbraio la Commissione europea ha presentato il 20° pacchetto di sanzioni contro la Russia, tuttora non adottato, non essendo stata raggiunta in Consiglio la necessaria unanimità. Le misure restrittive previste intervengono nei settori dell’energia, finanziario e del commercio.
In particolare il nuovo pacchetto prevede:
- il divieto totale sui servizi marittimi per il petrolio greggio russo per ridurre le entrate energetiche della Russia;
- misure restrittive nei confronti di 43 nuove navi della cosiddetta flotta ombra russa, portando a 640 il numero delle navi interessate dalle sanzioni, misure per ostacolare l’acquisizione da parte della Russia di nuove petroliere da utilizzare per la flotta ombra, divieti generalizzati sulla fornitura di manutenzione e altri servizi per le petroliere GNL e le navi rompighiaccio. Tali misure mirano a limitare e compromettere le attività russe di esportazione del gas ed integrano il divieto di importazione di GNL russo già concordato con il precedente pacchetto di sanzioni e stabilito dal regolamento sull’abbandono graduale delle importazioni di gas e petrolio russi;
- misure per limitare ulteriormente il sistema bancario russo e la sua capacità di finanziare con canali di pagamento alternativi le attività economiche, tra cui misure restrittive rivolte a 20 banche regionali russe e contro le criptovalute e le società e le piattaforme di scambio e di trading, per impedire forme di elusione, nonché alcune banche di Paesi terzi coinvolte nel commercio illegale di beni sanzionati;
- inasprimento delle restrizioni vigenti alle esportazioni verso la Russia con nuovi divieti su beni e servizi - dalla gomma per trattori ai servizi di sicurezza informatica - per un valore di oltre 360 milioni di euro. Sono previsti anche divieti di importazione di metalli, sostanze chimiche e minerali essenziali, non ancora soggetti a sanzioni, per un valore di oltre 570 milioni di euro oltre a ulteriori restrizioni all’esportazione di prodotti e tecnologie utilizzati per l’impegno bellico russo, (ad esempio materiali impiegati per produrre di esplosivi) e l’introduzione di un tetto alle importazioni di ammoniaca (derivato del gas naturale impiegata per i fertilizzanti, il 26% delle importazioni attuali proviene dalla Russia, un’altra quota importante proviene dal Qatar, esposto all’impatto del conflitto in Iran).
Infine, il pacchetto prevede l’attivazione delle misure anti-elusione – tra cui la direttiva del 24 aprile 2024 relativa alla definizione dei reati e delle sanzioni per la violazione delle misure restrittive dell’Unione - che consente di vietare le esportazioni di beni e tecnologie verso i Paesi sospettati di riesportarli verso la Russia. Tra i paesi terzi interessati figurano Cina, Georgia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Paesi dell’Asia centrale.
La Commissione europea calcola che le sanzioni già adottate nei confronti abbiano comportato per la Russia un calo del 24% delle entrate derivanti dalla vendita di petrolio e gas (dati relativi al 2025 rispetto all’anno precedente), portandole ai livelli più bassi dal 2020. La Presidente von der Leyen, che auspicava che tale pacchetto potesse essere adottato in occasione del 4° anniversario del ha ricordato che i tassi di interesse russi si attestano al 16% e l’inflazione rimane elevata, dimostrando l’efficacia delle sanzioni, e ribadito l’intenzione dell’UE di proseguire con tali strumenti finchè la Russia non dimostrerà di voler avviare negoziati seri con l’Ucraina per una pace giusta e duratura.
Si ricorda che il 23 ottobre è stato adottato il 19mo pacchetto di misure economiche restrittive e sanzioni volte a colpire settori chiave che alimentano l’invasione illegale dell’Ucraina da parte della Russia, tra cui l’energia, la finanza e il complesso militare-industriale. Nella stessa data il Consiglio ha rafforzato il controllo sugli spostamenti dei diplomatici russi in tutta l’UE e adottato ulteriori misure nei confronti dei responsabili del trasferimento forzato di minori ucraini.
Ulteriori misure sono rivolte alla Bielorussia per il sostegno da questa fornito allo sforzo bellico russo. In particolare il pacchetto prevede tra l’altro:
- l’introduzione del divieto di importazione di gas russo nell’UE, e l’inasprimento delle limitazioni già vigenti nei confronti dei produttori statali di petrolio russi Rosneft e Gazprom Neft. Sanzioni sono state adottate anche nei confronti di operatori di cinesi (due raffinerie e un commerciante di petrolio) che acquistano prodotti petroliferi dalla Russia;
- ulteriori misure restrittive per colpire e limitare le attività della flotta ombra. Tra queste l’inserimento nell’elenco dei soggetti oggetto di sanzioni di una società con sede negli Emirati arabi uniti (Litasco Middle East DMCC), dei soggetti che assegnano bandiere false alle navi della flotta ombra, del più grande operatore russo di container portuali e di un’importante società di costruzioni navali. Il divieto di accesso ai porti e di fornitura di un’ampia gamma di servizi di trasporto marittimo è stato esteso ad altre 117 navi (anche di paesi terzi) portando a 557 il numero complessivo di navi interessate da sanzioni;
- restrizioni in materia di criptovalute finalizzate a limitare l’utilizzo dello stablecoin A7A5 – creato con il sostegno statale russo – nella elusione delle sanzioni e nel sostegno alla guerra di aggressione. Le sanzioni sono rivolte allo sviluppatore della valuta, all’emittente stabilito in Kirghizistan, e al gestore della piattaforma di scambio, oltre al divieto di di utilizzare tale criptovaluta in tutta l’UE. Le nuove misure si aggiungono al divieto di effettuare operazioni con otto banche e commercianti del Tagikistan, del Kirghizistan, degli Emirati arabi uniti e di Hong Kong che eludono le sanzioni dell’UE e con cinque banche russe (Istina, Zemsky Bank, Commercial Bank Absolut Bank, MTS Bank e Alfa-Bank) e quattro banche della Bielorussia e del Kazakhstan. E’inoltre proibito agli operatori dell’UE di interagire con i sistemi di pagamento rapido o tramite carte russi;
- misure restrittive nei confronti di 11 persone responsabili di trasferimenti illegali di minori ucraini in Russia;
- misure restrittive nei confronti di persone ed entità che sostengono il complesso militare e industriale russo tramite (imprenditori degli Emirati arabi uniti e della Cina) attraverso forniture militari o di prodotti a duplice uso;
- misure restrittive nei confronti di 2 persone responsabili di trattamenti disumani nei confronti dei prigionieri di guerra ucraini, di cui un comandante militare della Repubblica Democratica di Corea inviato in Russia;
- restrizioni più rigorose all’esportazione di beni a duplice uso o tecnologicamente avanzati nei confronti di 45 entità (tra cui alcune in Cina, ad Hong Kong, in India e in Thailandia) che sostengono le attività industriali e militari russe. Tra i beni oggetto del divieto di esportazione componenti elettronici, telemetri, sostanze chimiche utilizzate per la preparazione di propellenti, ulteriori metalli, ossidi e leghe utilizzati nella fabbricazione di sistemi militari;
- l’introduzione del divieto per gli operatori europei di prestare servizi direttamente connessi ad attività turistiche in Russia;
- l’introduzione dell’obbligo di autorizzazione per tutti i servizi forniti al Governo russo. E’ limitata la fornitura di servizi di IA, servizi di calcolo ad alte prestazioni e servizi spaziali commerciali a entità russe, compreso il governo russo;
- limiti agli spostamenti dei diplomatici russi all’interno dello spazio Schengen (al di fuori dello Stato membro in cui sono accreditati.
Il divieto di importazione di gas naturale liquefatto (GNL) e di gas da gasdotto, rispettivamente dalla fine del 2026 e dall’autunno 2027, è stato introdotto con apposito regolamento pubblicato lo scorso gennaio (la Commissione europea aveva presentato la relativa proposta il 17 giugno 2025). Si ricorda che la decisione di eliminare gradualmente la dipendenza dai combustibili fossili russi era stata adottata dal Consiglio europeo con la Dichiarazione di Versailles del marzo 2022, all’inizio dell’aggressione russa in Ucraina, quindi nel maggio 2025 era stata stabilita una tabella di marcia REPowerEU per il raggiugimento di tale obiettivo.
Da allora le importazioni di gas e petrolio dalla Russia verso l’UE sono diminuite in modo significativo senza essere eliminate del tutto rappresentando nel 2025 ancora il 13% delle importazioni totali per un valore di 15 miliardi l’anno.
Individuazione di responsabilità per i crimini di guerra
Il Consiglio europeo dovrebbe ribadire inoltre l’impegno dell’UE a garantire la piena responsabilità per i crimini di guerra e gli altri crimini più gravi commessi in relazione alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina. In tale contesto, il Consiglio europeo dovrebbe invitare a proseguire gli sforzi nel quadro del Consiglio d’Europa per rendere operativo il Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina e istituire la Commissione internazionale per i risarcimenti all’Ucraina. |
Il Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina
Il 24 giugno scorso è stato firmato l’accordo tra il Consiglio d’Europa e il governo ucraino per l’istituzione del Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Il nuovo organismo, non ancora operativo, è stato richiesto dall’Ucraina nel maggio 2025 e fortemente sostenuto dall’UE che dovrebbe offrire un contributo finanziario di 10 milioni di euro.
Lo scorso 24 gennaio il Consiglio d’Europa e l’Unione europea hanno firmato un accordo sul finanziamento di un gruppo preparatorio per la creazione del Tribunale speciale che dovrebbe prepararne le basi istituzionali, logistiche.
L’impegno per la sua istituzione è stato preso congiuntamente il 9 maggio 2025 dall’UE, dal Consiglio d’Europa, dal governo ucraino, oltre che da una coalizione di paesi extra-UE.
La Corte penale internazionale (CPI) ha la competenza di indagare sui crimini di guerra, sui crimini contro l’umanità e sul genocidio in Ucraina, ma non sul crimine di aggressione, riguardante la decisione di utilizzare la forza armata contro un altro Stato, in violazione della Carta delle Nazioni Unite.
Le autorità nazionali ucraine potranno deferire le indagini e le azioni penali nazionali relative al reato di aggressione al procuratore del tribunale speciale.
Il Consiglio europeo dovrebbe fare il punto sugli sviluppi della crisi mediorientale, con particolare riferimento all’evoluzione del conflitto con l’Iran, alla situazione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania e alle ripercussioni regionali della crisi, in particolare sul Libano. I leader dell’UE dovrebbero ribadire il sostegno al diritto internazionale, alla stabilità regionale e agli sforzi diplomatici per prevenire un’ulteriore escalation militare.
Iran
Sebbene non sia stata ancora diffusa una bozza di conclusioni su questo punto, il Consiglio europeo dovrebbe discutere l’evoluzione del conflitto che coinvolge l’Iran e le sue implicazioni regionali, con particolare riferimento alla sicurezza energetica, alla libertà di navigazione e alla stabilità del Medio Oriente. |
Nel quadro degli sforzi diplomatici dell’Unione europea, il 9 marzo 2026 il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno tenuto una videoconferenza con i leader di numerosi Paesi della regione, tra cui Giordania, Egitto, Bahrein, Libano, Siria, Turchia, Armenia, Iraq, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman.
L’incontro ha consentito di fare il punto sugli sviluppi della guerra e sulle sue implicazioni regionali, compresi gli attacchi attribuiti all’Iran contro diversi Paesi dell’area e le possibili ripercussioni sulle rotte energetiche e commerciali.
Nel corso dello scambio di opinioni i leader europei hanno espresso la più ferma condanna degli attacchi indiscriminati attribuiti all’Iran e hanno ribadito la solidarietà dell’Unione europea alle popolazioni della regione colpite dal conflitto. È stato inoltre espresso apprezzamento per l’assistenza fornita dai Paesi partner nelle operazioni di evacuazione e rimpatrio di cittadini europei rimasti bloccati nell’area nelle fasi iniziali della crisi.
Al termine della riunione, il Presidente del Consiglio europeo e la Presidente della Commissione hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale hanno ribadito la disponibilità dell’Unione europea a contribuire agli sforzi volti a ridurre le tensioni e a favorire il ritorno al dialogo diplomatico.
In tale contesto è stata riaffermata la posizione consolidata dell’Unione europea nei confronti dell’Iran, che invita le autorità di Teheran a porre fine alle attività legate al programma nucleare militare e a interrompere lo sviluppo del programma missilistico balistico. La dichiarazione ha inoltre condannato la repressione e la violenza esercitate dal regime iraniano nei confronti della propria popolazione. I leader europei hanno infine ribadito il loro impegno a favore della stabilità regionale e hanno sottolineato la necessità di garantire la protezione dei civili e il pieno rispetto del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario, nonché dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite,
Sicurezza marittima e missioni dell’UE nella regione
Nel contesto dell’attuale crisi regionale, nel corso della videoconferenza il Presidente del Consiglio europeo e la Presidente della Commissione hanno inoltre espresso la disponibilità dell’Unione europea a rafforzare le operazioni di sicurezza marittima condotte nell’area, in particolare le missioni navali ASPIDES e ATALANTA, finalizzate alla protezione delle rotte marittime strategiche e alla salvaguardia delle catene di approvvigionamento internazionali.
L’operazione di sicurezza marittima di natura difensiva EUNAVFOR ASPIDES è stata istituita nel febbraio 2024, con l’obiettivo di ripristinare e salvaguardare la libertà di navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo.
L’operazione interviene lungo le principali linee di comunicazione marittime in un’area che comprende lo stretto di Baab al-Mandab e lo stretto di Hormuz, nonché le acque internazionali del Mar Rosso, del Golfo di Aden, del Mar Arabico, del Golfo di Oman e del Golfo Persico, e garantisce una presenza navale dell’UE nella zona in cui, dall’ottobre 2023, numerosi attacchi Houthi hanno preso di mira navi commerciali internazionali.
Il 14 febbraio 2025 Consiglio ha deciso di prorogarne il mandato fino al 28 febbraio 2026. Il Consiglio ha inoltre deciso che, al fine di garantire la conoscenza della situazione marittima nell’area di operazioni, l’operazione ASPIDES dovrebbe poter raccogliere, oltre ai dati necessari per proteggere le navi, informazioni sul traffico di armi e sulle flotte ombra allo scopo di condividere tali informazioni con gli Stati membri, la Commissione europea, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), l’Organizzazione internazionale della polizia criminale (INTERPOL), l’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione nell’attività di contrasto (EUROPOL) e l’Organizzazione marittima internazionale (IMO).
L’operazione di difesa marittima EUNAVFOR Atalanta è stata lanciata alla fine del 2008 in risposta all’aumento dei livelli di pirateria nell’Oceano Indiano occidentale come parte dell’approccio integrato dell’Unione alla Somalia. Il 16 dicembre 2024 il suo mandato è stato prorogato fino al 28 febbraio 2027 e aggiornato per migliorare la sicurezza marittima al largo delle coste della Somalia, nel Golfo di Aden, nell’Oceano Indiano Occidentale e in alcune parti del Mar Rosso
Hanno infine affermato la disponibilità dell’UE a collaborare con gli Stati della regione per riportare la pace e la stabilità in Medio Oriente e nella regione del Golfo, ribadendo il proprio impegno costante a favore del partenariato, della sicurezza e della prosperità nella regione.
Gli sviluppi della situazione in Iran e gli attacchi ingiustificati dell’Iran contro i Paesi del Golfo erano già stati oggetto di una riunione straordinaria tra i ministri degli Esteri del Consiglio di cooperazione del Golfo e dell’Unione europea tenutasi il 5 marzo 2026 e terminata con l’adozione di una dichiarazione congiunta.
Il 1° marzo i ministri degli Affari esteri degli Stati membri hanno tenuto una discussione informale in videoconferenza sulla situazione in Iran e in Medio Oriente a seguito dello scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran nel corso della quale hanno espresso somma preoccupazione per la situazione e hanno chiesto la massima moderazione, la protezione dei civili e il pieno rispetto del diritto internazionale, compresi i princìpi della Carta delle Nazioni Unite, e del diritto internazionale umanitario.
Durante la discussione si è parlato anche dei contatti con i partner della regione, delle possibili conseguenze economiche della crisi e della relativa dimensione consolare. Al termine della sessione l’Alta Rappresentante ha rilasciato una dichiarazione dell’UE sugli sviluppi in Medio Oriente in cui da un lato ha espresso solidarietà al popolo iraniano e sostiene le sue aspirazioni fondamentali a un futuro in cui i diritti umani universali e le libertà fondamentali siano pienamente rispettati e dall’altro ribadisce che il conflitto in atto non deve “portare a un’escalation che rischierebbe di costituire una minaccia per il Medio Oriente, l’Europa e altre parti del mondo, con conseguenze imprevedibili, anche nella sfera economica. Occorre far sì che le vie navigabili critiche, come lo stretto di Hormuz, non subiscano interruzioni”.
La posizione dell’UE nei riguardi del regime iraniano prima dell’attacco statunitense e israeliano
Prima dell’escalation militare che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran, l’azione dell’Unione europea nei confronti di Teheran si collocava all’interno di una strategia articolata, fondata sulla combinazione di pressione diplomatica, strumenti sanzionatori e coordinamento multilaterale con i partner internazionali. Tale approccio riflette la volontà dell’Unione di contrastare le pratiche autoritarie del regime iraniano e di promuovere il rispetto dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto, senza interrompere i canali diplomatici necessari per affrontare le principali questioni di sicurezza regionale e internazionale.
In questo quadro l’Unione europea ha più volte espresso una posizione critica nei confronti delle autorità iraniane per la repressione delle proteste interne e per il deterioramento della situazione dei diritti umani nel Paese. Allo stesso tempo, l’UE ha mantenuto una linea di dialogo diplomatico volta a favorire il rispetto degli obblighi internazionali dell’Iran, in particolare nel campo della non proliferazione nucleare e della stabilità regionale.
Questa impostazione s’inserisce nel più ampio contesto della Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, che mira a promuovere un ordine internazionale basato sulle regole e a sostenere le aspirazioni della popolazione iraniana a maggiori libertà civili e politiche.
La dichiarazione dell’Alta Rappresentante
In questo contesto, il 9 gennaio scorso l’Alta Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza ha rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale è stata espressa la solidarietà dell’Unione europea al popolo iraniano e alle sue legittime aspirazioni a una vita migliore, alla libertà e alla dignità.
Nella dichiarazione l’UE ha condannato con fermezza il ricorso alla violenza da parte delle autorità iraniane nei confronti dei manifestanti e ha denunciato il ricorso sistematico a detenzioni arbitrarie e a pratiche intimidatorie nei confronti dei cittadini che partecipano alle proteste.
L’Alta Rappresentante ha inoltre espresso profonda preoccupazione per le notizie relative a uccisioni ed esecuzioni sommarie e ha chiesto alle autorità iraniane di procedere all’immediato rilascio di tutte le persone detenute ingiustamente. Nella dichiarazione è stato inoltre richiamato il rispetto degli obblighi internazionali derivanti dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, di cui l’Iran è parte, esortando le autorità a garantire il pieno esercizio delle libertà fondamentali, tra cui la libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla questione dell’accesso all’informazione. L’Unione europea ha infatti invitato le autorità iraniane a ripristinare pienamente l’accesso a internet e ai servizi di comunicazione per tutti i cittadini, ritenendo tali strumenti essenziali per l’esercizio dei diritti fondamentali. Alla dichiarazione dell’Alto rappresentante hanno aderito diversi Paesi partner europei, tra cui Albania, Bosnia-Erzegovina, Islanda, Liechtenstein, Macedonia del Nord, Moldova, Montenegro, Norvegia, Serbia e Ucraina.
La posizione del Parlamento europeo
Il 12 gennaio scorso il Parlamento europeo, su decisione della presidente Metsola, ha disposto il divieto di accesso alle sedi di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo per il personale diplomatico e dei rappresentanti della Repubblica islamica dell’Iran.
Il 22 gennaio la plenaria del Parlamento europeo ha approvato - con 562 voti favorevoli, 9 contrari e 57 astensioni - una risoluzione sulla brutale repressione contro i manifestanti in Iran.
In tale documento, tra l’altro, il Parlamento europeo:
- condanna il ricorso alla pena di morte quale strumento d’intimidazione e repressione del dissenso, nonché gli arresti arbitrari effettuati in assenza di un giusto processo e sulla base di accuse infondate attinenti alla sicurezza nazionale;
- richiama le sanzioni già adottate dall’Unione europea nei confronti dell’Iran;
- invita il Consiglio a designare il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) come organizzazione terroristica e ad adottare ulteriori misure restrittive, tra cui il divieto di rilascio dei visti nei confronti di tutti i funzionari iraniani responsabili della repressione.
Il regime sanzionatorio dell’UE nei confronti di Teheran
L’Unione europea ha adottato un articolato insieme di misure restrittive nei confronti dell’Iran in risposta a gravi violazioni dei diritti umani, alle attività di proliferazione nucleare ed al sostegno militare offerto alla Federazione russa nel contesto della guerra di aggressione contro l’Ucraina.
Le misure contro le violazioni dei diritti umani
L’Unione europea ha più volte condannato le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in Iran, tra cui la morte, nel settembre 2022, della ventiduenne Mahsa Amini, mentre si trovava in stato di fermo di polizia; le esecuzioni, nel 2023 e nel 2024, di cittadini con doppia cittadinanza iraniana e dell’UE, la detenzione di difensori dei diritti umani, tra cui la vincitrice del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, nonché le vittime delle proteste del gennaio 2026.
Da ultimo, il 19 febbraio 2026, il Consiglio ha deciso di aggiungere l’IRGC all’elenco UE dei soggetti terroristici.
L’IRGC sarà quindi oggetto di misure restrittive nel quadro del regime di sanzioni antiterrorismo dell’UE. Tale regime prevede tra l’altro il congelamento dei fondi e di altre attività finanziarie o risorse economiche da esso detenuti negli Stati membri dell’UE e il divieto per gli operatori dell’UE di mettere a disposizione del gruppo fondi e risorse economiche.
A seguito della decisione odierna, al momento sono 13 le persone e 23 i gruppi e le entità oggetto delle misure restrittive previste dal cosiddetto elenco UE dei soggetti terroristici.
Nel 2011 il Consiglio dell’UE ha istituito (con una decisione e un regolamento) un regime di misure restrittive nei confronti dell’Iran a seguito di gravi violazioni dei diritti umani nel paese.
Dall’ottobre 2022, sono stati adottati dieci pacchetti di sanzioni, da ultimo il 15 luglio 2025, nei confronti di otto persone ed un’entità responsabili di gravi violazioni e abusi dei diritti umani per conto di organismi statali iraniani al di fuori del territorio iraniano.
Attualmente risultano sottoposte a misure restrittive per violazioni dei diritti umani 230 persone - tra cui membri del Governo e del Parlamento, governatori e politici locali, membri della magistratura e delle forze di polizia e di sicurezza - e 40 entità, tra cui il Ministero della Cultura e dell’orientamento islamico, il Ministero dell’Istruzione dell’Iran e la cosiddetta polizia morale.
Le misure restrittive comprendono, in particolare:
- il divieto di viaggio nei confronti di persone;
- il congelamento dei beni nei confronti di persone ed entità;
- il divieto di porre fondi e risorse economiche a disposizione dei soggetti inseriti in elenco;
- il divieto di esportazione verso l’Iran di attrezzature suscettibili di essere utilizzate a fini di repressione interna;
- il divieto di fornire assistenza tecnica, servizi di intermediazione o finanziamenti che possano essere utilizzati a fini di repressione interna;
- il divieto di fornire all’Iran servizi di controllo o intercettazione di telecomunicazioni o di comunicazioni internet.
L’Unione ribadisce il proprio sostegno all’aspirazione del popolo iraniano ad un cambiamento che garantisca il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e condanna:
- l’uso diffuso e sproporzionato della forza contro manifestanti pacifici;
- le detenzioni arbitrarie, il ricorso alla tortura ed trattamenti crudeli, inumani o degradanti;
- le sentenze capitali pronunciate in violazione delle garanzie giudiziarie;
- le restrizioni all’accesso alle comunicazioni ed all’utilizzo di internet.
L’UE invita l’Iran ad eliminare ogni forma di discriminazione sistemica nei confronti di donne e ragazze, nella vita pubblica e privata, e ad adottare misure efficaci per prevenire la violenza sessuale e di genere.
Misure restrittive per il coinvolgimento dell’Iran nella guerra russa contro l’Ucraina
L’UE ha ripetutamente condannato il sostegno militare fornito da Teheran alla Federazione russa, in particolare attraverso la fornitura di droni, nonché il sostegno a gruppi armati operanti nella regione del Medio Oriente e del Mar Rosso.
Nel 2022 e 2023 il Consiglio ha imposto, nell’ambito del regime di sanzioni relative ad azioni che compromettono o minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, tre cicli di sanzioni nei confronti di persone o entità per la fornitura di droni.
Il 20 luglio 2023 il Consiglio ha inoltre istituito un quadro sanzionatorio specifico relativo al sostegno militare dell’Iran alla guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina ed a gruppi armati nella regione del Medio Oriente e del Mar Rosso prorogato fino al 27 luglio 2026.
In tale ambito possono essere adottate misure restrittive nei confronti di persone ed entità coinvolte nella fornitura, vendita o trasferimento di missili e droni iraniani nonché di componenti impiegati nello sviluppo e nella produzione di missili e droni.
Attualmente risultano sanzionate 20 persone (tra cui il Ministro ed il Viceministro della Difesa iraniani) e 20 entità (tra cui la Marina del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche, la Società di navigazione della Repubblica islamica e compagnie aeree iraniane).
Attività di proliferazione nucleare
Con le conclusioni del 26 giugno 2025, Il Consiglio europeo ha ribadito la necessità di non permettere in nessun caso all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, ricordando gli impegni assunti in merito dallo stesso Iran e gli obblighi internazionali derivanti dal Trattato contro la proliferazione delle armi nucleari.
L’UE ha espresso preoccupazione per gli esiti delle relazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) che documentano un’accelerazione allarmante del programma nucleare iraniano, in contrasto con gli impegni assunti a livello internazionale ed in assenza di finalità civili credibili, in particolare per quanto riguarda l’espansione della capacità di arricchimento nucleare e la produzione di uranio arricchito.
L’UE ha pertanto esortato l’Iran ad invertire la sua traiettoria nucleare, a riprendere i suoi impegni politici nel settore della non proliferazione nucleare ed a ripristinare tutte le misure di monitoraggio e di verifica.
Le sanzioni delle Nazioni Unite e dell’UE nei confronti dell’Iran hanno l’obiettivo di convincere Teheran a rispettare i suoi obblighi.
Oltre al divieto di viaggio, di messa a disposizione di risorse da parte di soggetti dell’UE e al congelamento dei beni, le misure restrittive adottate in tale ambito includono sanzioni commerciali e nel settore dei trasporti.
Le sanzioni nel settore commerciale comprendono:
- il divieto di esportazione di armi verso l’Iran;
- il divieto di esportazione di beni a duplice uso e di beni che potrebbero essere utilizzati in attività legate all’arricchimento nucleare;
- il divieto di importazione di petrolio greggio, di gas naturale e di prodotti petrolchimici e petroliferi;
- il divieto di vendita o fornitura di attrezzature essenziali utilizzate nel settore energetico;
- il divieto di vendita o fornitura di oro, di altri metalli preziosi e diamanti;
- il divieto di vendita o fornitura di talune attrezzature navali;
- il divieto di vendita o fornitura di determinati software.
Le sanzioni nel settore dei trasporti comprendono:
- il divieto di accesso dei voli cargo iraniani agli aeroporti dell’UE;
- il divieto di prestazione di servizi di manutenzione ad aeromobili e navi cargo iraniani che trasportano materiali o beni vietati.
Nel complesso, l’azione dell’Unione europea nei confronti dell’Iran si caratterizza per un approccio che combina pressione politica, strumenti sanzionatori e impegno diplomatico volto a evitare una ulteriore destabilizzazione regionale. L’UE continua a chiedere a Teheran il pieno rispetto degli obblighi internazionali in materia di non proliferazione nucleare e la cessazione delle attività che contribuiscono ad alimentare le tensioni nel Medio Oriente. Parallelamente, l’Unione mantiene aperti i canali di dialogo diplomatico, nella convinzione che una soluzione sostenibile alle crisi regionali debba passare attraverso un quadro negoziale multilaterale e il rispetto dell’ordine internazionale basato sulle regole.
Medio Oriente
Il Consiglio europeo dovrebbe fare il punto sul deteriorarsi della situazione a Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Ribadisce l’impegno dell’Unione europea nei confronti del diritto internazionale e di una pace globale, giusta e duratura basata sulla soluzione dei due Stati, in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui due Stati democratici, Israele e Palestina, vivono fianco a fianco in pace all’interno di confini sicuri e riconosciuti. Il Consiglio europeo dovrebbe ribadire il suo invito a tutte le parti affinché attuino pienamente il cessate il fuoco e tutte le altre disposizioni della risoluzione (UNSCR) 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in linea con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con i principi politici e giuridici internazionali. In tale contesto, dovrebbe chiedere il disarmo permanente di Hamas e di altri gruppi armati non statali, il ritiro completo delle forze israeliane e il dispiegamento della forza internazionale di stabilizzazione temporanea (ISF), come delineato nel piano globale per porre fine al conflitto di Gaza. Dovrebbe affermare che l’Unione europea è pronta a lavorare all’attuazione del piano globale per porre fine al conflitto a Gaza, in conformità con la risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda la missione di assistenza alle frontiere dell’Unione europea per il valico di Rafah (EU BAM Rafah), il Consiglio europeo dovrebbe invitare tutte le parti a facilitare i controlli e ad aumentare il numero di attraversamenti. Dovrebbe accogliere inoltre con favore i preparativi per potenziare la missione di polizia dell’Unione europea per i territori palestinesi (EUPOL COPPS). Il Consiglio europeo dovrebbe deplorare il perdurare della catastrofica situazione umanitaria a Gaza e invitare Israele a consentire l’accesso immediato e senza ostacoli e la distribuzione sostenuta di aiuti umanitari su larga scala a Gaza e in tutta la Striscia, anche attraverso il corridoio marittimo di Cipro a integrazione delle vie terrestri, e a consentire alle Nazioni Unite e alle sue agenzie, nonché alle organizzazioni umanitarie, di operare in modo indipendente e imparziale per salvare vite umane e alleviare le sofferenze. Dovrebbe invitare Israele a revocare la sua decisione relativa alla legge sulla registrazione delle ONG, a riaprire i valichi di frontiera di Gaza e a rispettare pienamente i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario. Il Consiglio europeo dovrebbe ricordare la necessità di garantire la protezione dei civili in ogni momento. Dovrebbe affermare che l’Unione europea continuerà a collaborare con le parti interessate a livello internazionale e regionale per contribuire alla ricostruzione e alla riabilitazione di Gaza, in conformità con il diritto internazionale e che continuerà a sostenere l’Autorità palestinese, anche nel suo programma di riforme, affinché possa riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace. Il Consiglio europeo dovrebbe invitare Israele a sbloccare con urgenza le entrate doganali trattenute e ad estendere i servizi di corrispondenza bancaria tra le banche israeliane e palestinesi, entrambi necessari per garantire il corretto funzionamento dell’Autorità palestinese e la fornitura di servizi essenziali alla popolazione. Il Consiglio europeo dovrebbe condannare fermamente le azioni unilaterali di Israele volte ad espandere la sua presenza illegale in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, ed esortare il governo israeliano a revocare tali decisioni, a rispettare gli obblighi che gli incombono in virtù del diritto internazionale e a proteggere la popolazione palestinese dei territori occupati. Il Consiglio europeo dovrebbe ribadire il suo appello a preservare e rispettare lo status quo dei luoghi sacri di Gerusalemme Il Consiglio europeo dovrebbe condannare fermamente la violenza continua e crescente dei coloni nei confronti dei civili palestinesi e ribadire il suo invito al Consiglio a portare avanti i lavori su ulteriori misure restrittive nei confronti dei coloni estremisti e delle entità e organizzazioni che li sostengono. |
Fin dal 7 ottobre 2023, l’UE ha condannato con fermezza gli attacchi terroristici perpetrati da Hamas ed espresso solidarietà nei confronti di Israele sottolineando il suo diritto di difendersi in linea con il diritto umanitario e internazionale. Nel corso del conflitto l’UE ha costantemente chiesto il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi e sostenuto ogni sforzo teso a tal fine, sostenendo una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati, in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Nelle conclusioni del 18 dicembre scorso, il Consiglio europeo aveva accolto con favore l’adozione della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite relativa all’istituzione del consiglio di pace e di una forza internazionale di stabilizzazione temporanea, come indicato nel piano globale per porre fine al conflitto a Gaza.
Conseguentemente aveva invitato tutte le parti ad attuare la risoluzione nella sua integralità e in linea con i pertinenti principi politici e giuridici internazionali e ricordato la necessità di stabilizzare le condizioni di sicurezza a Gaza, in linea con tale risoluzione, anche garantendo la dismissione permanente delle armi di Hamas e di altri gruppi armati non statali.
In tale contesto, il Consiglio europeo ha ribadito il fermo impegno dell’UE a favore del diritto internazionale e di una pace globale, giusta e duratura basata sulla soluzione dei due Stati in conformità delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con due Stati democratici, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace entro confini sicuri e riconosciuti.
Nelle conclusioni adottate il 23 ottobre scorso, il Consiglio europeo aveva accolto con favore l’accordo raggiunto sulla prima fase del Piano globale per porre fine al conflitto a Gaza, presentato dal presidente Trump, ed i risultati del vertice di Sharm el-Sheikh per la pace tenutosi il 13 ottobre 2025. Ha espresso apprezzamento per gli sforzi diplomatici guidati dagli Stati Uniti e per il ruolo svolto dai mediatori regionali, che l’UE ha sempre sostenuto. Invita tutte le parti a impegnarsi pienamente ad attuare tutte le fasi e ad astenersi da qualsiasi azione che metta a repentaglio l’accordo. Ha infine richiamato il sostegno alla Conferenza di alto livello per la soluzione pacifica della questione palestinese e l’attuazione della soluzione dei due Stati tenutasi a New York nel corso dell’estate, sotto l’egida congiunta di Francia e Arabia Saudita.
In precedenza, il 21 agosto scorso, l’UE aveva definito inaccettabile e in violazione del diritto internazionale il piano israeliano di insediamento E1, a est di Gerusalemme, in una dichiarazione congiunta dell’Alta Rappresentante Kallas e dei governi di 21 Stati europei, tra cui l’Italia.
La posizione del Parlamento europeo
Il 21 gennaio scorso il Parlamento europeo ha preso posizione in relazione al conflitto israelo-palestinese e alla situazione di Gaza approvando la risoluzione annuale sull’attuazione della politica estera e di sicurezza comune.
L’11 settembre 2025 il Parlamento europeo ha approvato (con 305 voti favorevoli, 151 contrari e 122 astenuti, si veda qui per il dettaglio delle votazioni) una risoluzione “Gaza al punto di rottura: azione dell’UE per contrastare la carestia, necessità urgente di liberare gli ostaggi e di procedere verso una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati”. Nella risoluzione si definisce determinante per il raggiungimento della pace nell’area la creazione di uno Stato di Palestina, si riconosce il ruolo di Israele nell’aver causato la carestia a Gaza impedendo l’accesso degli aiuti umanitari e si ribadisce che il diritto alla difesa di Israele stesso non giustifica azioni militari indiscriminate a Gaza e nella regione, chiedendo la limitazione alle esportazioni di armi e l’adozione di sanzioni nei confronti dei ministri israeliani Ben-Gvir e Smotrich.
L’11 febbraio 2025 del Parlamento europeo aveva svolto un dibattito sulla presentazione di una Strategia globale UE – Medio Oriente, annunciata dalla Presidente von der Leyen negli orientamenti politici di inizio legislatura.
L’aiuto umanitario dell’UE alla Palestina ed il dialogo ad alto livello
Il 24 settembre la Commissione europea ha stanziato ulteriori 50 milioni di euro in assistenza umanitaria per alleviare la catastrofica situazione umanitaria a Gaza e far fronte alle crescenti esigenze umanitarie in Cisgiordania. Ciò porta il complesso degli aiuti umanitari di emergenza dell’UE in favore di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme est a 220 milioni di euro nel 2025 e a oltre 550 milioni di euro dal 2023. Tali finanziamenti sono destinati agli operatori umanitari sul campo affinché possano fornire assistenza sia a Gaza che in Cisgiordania.
La Commissione ha ribadito la necessità di garantire un accesso sicuro e senza ostacoli, oltre alla tutela e protezione, agli operatori umanitari in tutta Gaza.
Secondo i dati diffusi dalla Commissione europea, dall’ottobre 2023 l’UE ha organizzato 77 voli umanitari e spedito 5.037 tonnellate di forniture di soccorso, tra cui medicinali, forniture mediche, ripari, acqua e servizi igienico-sanitari e materiale didattico per conto proprio, dei partner umanitari e degli Stati membri dell’UE. Dal 2024 il meccanismo di protezione civile dell’UE ha coordinato le evacuazioni mediche di 306 pazienti in tutta Europa.
L’UE è il principale fornitore di assistenza alla popolazione palestinese, attraverso la strategia comune europea 2021-2024 a sostegno della Palestina, dotata di circa 1,36 miliardi di euro. A partire dal 2023 l’UE ha inoltre fornito assistenza umanitaria per circa 450 milioni di euro.
Il 9 ottobre 2023, a seguito degli attacchi di Hamas in Israele, la Commissione europea aveva avviato una revisione urgente dell’assistenza dell’UE alla Palestina, i cui risultati sono stati presentati in una comunicazione del 21 novembre 2023. Essa ha evidenziato che i controlli e le garanzie esistenti in vigore funzionano correttamente e che non sono emerse prove di un impiego dei fondi per fini diversi da quelli previsti.
Il dialogo ad alto livello UE-Palestina
Il 14 aprile 2025 si è tenuta a Lussemburgo la prima riunione del Dialogo politico ad alto livello UE-Palestina, in cui si è discusso tra l’altro del programma di riforme dell’Autorità nazionale palestinese e del sostegno dell’UE, nella prospettiva di una soluzione fondata sulla coesistenza dei due Stati.
La Commissione ha proposto un programma di sostegno globale di 1,6 miliardi di euro per gli anni 2025-2027 destinati alla ripresa e alla resilienza palestinese articolato in tre pilastri:
- servizi per la popolazione palestinese, tramite circa 620 milioni di euro in sovvenzioni all’ANP tramite il meccanismo UE PEGASE;
- ripresa e stabilizzazione della Cisgiordania, di Gaza e Gerusalemme Est, con circa 576 milioni di euro in sovvenzioni per la ripresa economica e la resilienza non appena la situazione sul campo lo consentirà. Il sostegno è principalmente orientato all’accesso all’acqua, energia e infrastrutture. Ulteriori 82 milioni di euro all’anno per il periodo 2025-2027 dovrebbero essere destinati ai rifugiati palestinesi tramite l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA);
- sostegno al settore privato con prestiti fino a 400 milioni di euro da parte della Banca europea per gli investimenti (BEI).
La Commissione si è inoltre impegnata a realizzare una piattaforma di coordinamento per donazioni alla Palestina (Palestine Donor Platform).
La prima riunione del Gruppo dei donatori per la Palestina, presieduta dalla Commissaria europea per il Mediterraneo Dubravka Šuica e dal premier palestinese Mohammad Mustafa, si è tenuta il 20 novembre a Bruxelles.
Le missioni civili EUBAM RAFAH e EUPOL COPPS
Si ricorda che l’UE ha avviato nei territori palestinesi due missioni civili nell’ambito della politica di sicurezza e difesa.
La missione EUBAM RAFAH, istituita nel 2005 per il controllo al valico di frontiera di Rafah fra la striscia di Gaza e l’Egitto e sospesa nel 2007 è stata riattivata il 27 gennaio 2025 ed è nuovamente operativa dal febbraio 2025. L’Italia vi partecipa con un contingente di Carabinieri.
La missione EUPOL COPPS, istituita nel 2006 e volta a contribuire alla creazione di un dispositivo di polizia sostenibile ed efficace nei territori palestinesi, presta consulenza alle autorità palestinesi in materia di giustizia penale e aspetti dello Stato di diritto.
Il dibattito sulla revisione delle relazioni UE – Israele
Prima della tregua, nella scorsa primavera, è stata avanzata da parte dei Paesi Bassi la proposta di rivedere l’accordo di associazione dell’UE con Israele sulla base dell’articolo 2 dello stesso accordo che pone alla base del partenariato il rispetto dei principi democratici e umanitari. La proposta tuttavia non ha incontrato il necessario sostegno tra gli Stati membri.
L’Alta Rappresentante Kallas ha avviato la procedura di revisione e redatto un rapporto, sottoposto agli Stati membri, in cui si attesta la violazione da parte di Israele della clausola sui diritti umani e si propone la sospensione dell’accordo.
Il 17 giugno la revisione dell’accordo è stata oggetto di un dibattito presso il Parlamento europeo senza voto e senza la presentazione di risoluzioni.
Il 28 luglio la Commissione europea ha proposto di sospendere in parte la partecipazione israeliana al programma Orizzonte Europa, in particolare la partecipazione di entità stabilite in Israele ad attività finanziate dall’Acceleratore del Consiglio europeo per l’innovazione (CEI). Su tale proposta non si è raggiunta in Consiglio la necessaria maggioranza qualificata.
Le sanzioni adottate nei confronti di Hamas, Jihad islamica palestinese e dei coloni israeliani in Cisgiordania
Il 19 gennaio 2024, il Consiglio dell’UE ha adottato un quadro specifico di misure restrittive nei confronti di qualsiasi persona o entità che sostenga, faciliti o permetta la commissione di atti di violenza da parte di Hamas e della Jihad islamica palestinese (PIJ).
Il nuovo regime integra le misure restrittive precedentemente adottate nei confronti di Hamas e della PIJ (a norma della posizione comune 2001/931/PESC “elenco dei soggetti terroristici stabilito dall’UE”).
Sulla base di tale quadro, il Consiglio può decidere misure restrittive (congelamento di beni e divieto di viaggio nell’UE) per attività come: fornire, vendere o trasferire armi e materiale connesso alle due organizzazioni terroristiche; sostenere atti che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di Israele in collegamento con Hamas e la PIJ; prendere parte a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario o del diritto dei diritti umani; istigare o aizzare pubblicamente alla commissione di atti di violenza da parte delle due organizzazioni.
Il 19 aprile 2024 il Consiglio dell’UE ha inserito nell’elenco delle persone, dei gruppi e delle entità soggetti a sanzioni quattro individui e due entità responsabili di violazioni gravi dei diritti umani nei confronti dei palestinesi. Successivamente, il 15 luglio 2024, ha adottato misure restrittive nei confronti di 5 persone e 3 entità israeliane per gravi violazioni e abusi dei diritti umani a danno di palestinesi in Cisgiordania.
Nel quadrante mediorientale più ampio, l’Unione europea continua a sostenere un approccio fondato sul diritto internazionale, sulla protezione dei civili e sul rilancio di un processo politico capace di garantire stabilità e sicurezza durature nella regione. In particolare, l’UE ribadisce il proprio impegno a favore della soluzione dei due Stati quale base per una pace giusta e duratura tra Israele e Palestina e sostiene gli sforzi diplomatici e umanitari volti a porre fine alle ostilità e ad alleviare la grave situazione umanitaria nella Striscia di Gaza.
Libano
Sebbene su questo punto non sia stata ancora fatta circolare una bozza di conclusioni, il Consiglio europeo dovrebbe pronunciarsi anche sull’impatto della crisi regionale sul Libano. |
Il 9 marzo scorso l’Alta Rappresentante Kallas ha dichiarato che Israele dovrebbe cessare le sue operazioni in Libano a rappresaglia contro l’intervento di Hezbollah a supporto dell’Iran per evitare di trascinare il paese in una guerra “che non è la loro”, con gravi conseguenze umanitarie.
Nella richiamata riunione in videoconferenza del 9 marzo scorso con i leader di Giordania, Egitto, Bahrein, Libano, Siria, Turchia, Armenia, Iraq, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman, il Presidente del Consiglio europeo Costa e la Presidente von der Leyen hanno espresso profonda preoccupazione per l’impatto della crisi regionale sul Libano e le sue gravi ripercussioni sui civili, che hanno provocato sfollamenti su larga scala. Hanno sottolineato la necessità di proteggere i civili e di rispettare la sovranità e l’integrità territoriale del Libano. In questo contesto, la presidente von der Leyen ha annunciato la mobilitazione delle scorte di ReliefEu per sostenere circa 130.000 persone in Libano con un primo volo previsto per il giorno successivo.
ReliefEU, gestito dal Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (ERCC), è uno strumento di risposta alle emergenze che può essere attivato da partner e organizzazioni umanitarie a sostegno di operazioni di risposta in caso di catastrofi improvvise o di peggioramento di una crisi in corso. Contribuisce agli approcci del Team Europa, offrendo ulteriori opportunità ai paesi dell’UE di collaborare per rispondere alle emergenze.
Conclusivamente, per quanto riguarda il Libano, l’Unione europea continua a considerare la stabilità del Paese un elemento essenziale per l’equilibrio dell’intera regione mediterranea. In questo quadro l’UE sostiene gli sforzi internazionali volti a evitare un ulteriore allargamento del conflitto e a rafforzare le istituzioni libanesi, anche attraverso programmi di assistenza economica e umanitaria e iniziative di sostegno alla sicurezza e alla gestione delle frontiere. L’obiettivo dell’azione europea rimane quello di contribuire alla stabilizzazione del Paese e alla protezione della popolazione civile in un contesto regionale caratterizzato da forti tensioni.
Sessione III – Competitività e mercato unico
Secondo il progetto di conclusioni il Consiglio europeo dovrebbe affermare l’importanza - nel perseguimento di un’economia sociale di mercato altamente competitiva nell’attuale contesto globale - di rafforzare competitività, resilienza e autonomia strategica dell’Europa.
A tal fine dovrebbe lanciare la strategia “Un'Europa, un mercato”, da attuarsi entro la fine del 2027, impegnandosi altresì a esaminare regolarmente i progressi compiuti in tutti i settori del programma e a fornire ulteriori orientamenti strategici quando necessario.
Un’Europa, un mercato
Intervenendo al ritiro informale dei 27 sulla competitività tenutosi lo scorso 12 febbraio a Alden Biesen in Belgio, la presidente von der Leyen ha preannunciato la presentazione al Consiglio europeo del 19 – 20 marzo della strategia “Un’Europa, un mercato”, inclusiva di una tabella di marcia e di un piano d’azione, volta a realizzare un mercato unico pienamente integrato entro la fine del 2027. In tal modo la Commissione intende colmare il divario di competitività con Stati Uniti e Cina. L'iniziativa mira inoltre a ridurre la dipendenza da fornitori esterni per materie prime, tecnologie ed energia. La strategia incorpora le raccomandazioni contenute nelle relazioni di Enrico Letta e Mario Draghi, i quali hanno avvertito che la sopravvivenza dell'Europa come potenza economica globale dipende dal passaggio da "27 mercati a uno”.
Al ritiro informale di Alden Biesen è emersa una condivisa urgenza di risolvere la difficile situazione economica dell'UE, che soffre di bassa produttività, energia costosa, burocrazia, un mercato unico frammentato, una forte concorrenza da parte di Stati Uniti e Cina e un ordine globale basato su regole in disfacimento. Come di consueto, non sono state adottate conclusioni formali, ma alla luce della nuova situazione geoeconomica è emerso un consenso tra i leader per procedere rapidamente e con decisione su: 1) l'agenda di semplificazione, 2) il completamento del mercato unico verso "un mercato unico per un'Europa unica", 3) la revisione degli orientamenti sulle concentrazioni per consentire l'emergere di leader nei settori strategici, 4) la necessità di misure a breve termine per affrontare il costo dell'energia, in particolare i prezzi dell'elettricità, 5) l'introduzione di una preferenza europea mirata per i settori strategici, 6) una politica commerciale proattiva, con una rapida attuazione dei recenti accordi commerciali e la negoziazione di ulteriori accordi, e 7) un'attuazione accelerata dell'Unione del risparmio e degli investimenti. Per ulteriori dettagli si veda la Nota a cura del Parlamento europeo.
La strategia dovrebbe articolarsi su cinque elementi fondamentali: semplificazione degli oneri amministrativi; completamento del mercato unico attraverso un 28° regime e l'Unione del risparmio e degli investimenti; creazione di una vera Unione dell'energia attraverso il pacchetto sulle reti e le autostrade energetiche europee; il rafforzamento dell’agenda digitale con la legge sulle reti digitali; un pacchetto sulla sovranità tecnologica a sostegno dell'intelligenza artificiale e del cloud.
Mercato unico
Secondo il progetto di conclusioni, il Consiglio europeo dovrebbe sottolineare che approfondire e integrare ulteriormente il Mercato Unico, in tutte le sue quattro libertà, e semplificarlo per cittadini e imprese è una responsabilità condivisa di tutti gli Stati membri e delle istituzioni dell'UE. Le aziende di tutte le dimensioni dovrebbero essere libere di operare senza soluzione di continuità nel Mercato Unico e di espandersi per raggiungere il loro pieno potenziale. Un approccio basato sul mercato unico, con norme armonizzate a livello UE che sostituiscano 27 serie di norme nazionali, porta di per sé a una semplificazione, così come la corretta applicazione del principio del reciproco riconoscimento.
A tal fine, il Consiglio europeo dovrebbe invitare gli Stati membri e le istituzioni dell’UE a prevenire e rimuovere barriere nazionali alle quattro libertà, in particolare quelle individuate nella Strategia per il mercato unico della Commissione del maggio 2025, al fine di conseguire progressi concreti e tangibili al più tardi entro marzo 2027.
In particolare, il Consiglio europeo dovrebbe chiedere che le seguenti misure siano affrontate con la massima priorità:
un 28° regime per il diritto societario per aiutare le imprese europee, in particolare le innovative e le start-up, a operare e crescere nel mercato unico, in modo semplice e digitale per impostazione predefinita. Questo regime opzionale dovrebbe essere concordato dai colegislatori, sulla base di una proposta della Commissione, entro la fine del 2026;
un sistema di dichiarazione elettronica semplice, unificato e volontario per la prestazione transfrontaliera di servizi alle imprese, per ridurre gli oneri amministrativi in caso di distacco temporaneo di lavoratori in altri Stati membri e garantire i diritti di tali lavoratori, che dovrebbe essere concordato dai colegislatori entro giugno 2026;
potenziare la libera circolazione dei lavoratori migliorando il riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali e rafforzando la portabilità delle qualifiche e delle competenze oltre i confini nazionali, anche attraverso la digitalizzazione, sulla base di una proposta della Commissione che sarà presentata entro l'autunno 2026;
attuare il principio una tantum, anche attraverso un portafoglio europeo per le imprese volto a digitalizzare le interazioni commerciali e semplificare le procedure amministrative in tutta l’UE, che dovrà essere concordato dai colegislatori entro la fine del 2026;
affrontare i requisiti frammentati in materia di etichettatura e imballaggio dei prodotti nonché modernizzare le norme per l'immissione dei prodotti sul mercato sfruttando la digitalizzazione, sulla base di una proposta della Commissione che sarà presentata al più tardi entro la fine del 2026.
Il Consiglio europeo dovrebbe invitare gli Stati membri e la Commissione a migliorare in tutta l'Unione le condizioni affinché le imprese raggiungano la dimensione necessaria per investire, innovare e competere a livello mondiale, in particolare nei settori delle telecomunicazioni, dei servizi finanziari, della difesa, dello spazio e dell'energia. Ciò include la revisione in corso degli orientamenti in materia di concentrazioni.
Il Consiglio europeo dovrebbe invitare la Commissione a garantire un'applicazione tempestiva e rigorosa delle norme del mercato unico, preservandone così l'integrità e la parità di condizioni.
Per dettagli relativi alle citate proposte da presentare entro la fine del 2026 si rinvia al Dossier, predisposto dai servizi di documentazione di Camera e Senato, “Il programma dell’Unione europea per il 2026”, n. 165/DE, marzo 2026.
Il mercato unico
Nella relazione annuale 2025 sul mercato unico e sulla competitività del gennaio 2025, la Commissione europea ha stimato che, con le sue 23 milioni di aziende che ospitano 450 milioni di persone, il mercato unico genera un PIL complessivo di 17 trilioni di euro.
Tuttavia ha evidenziato come tra il 1993 e il 2023 l’indice relativo al commercio tra Stati membri, misurato calcolando la media tra import ed export ed espresso come percentuale del PIL europeo, abbia subito un arresto dopo anni di costante crescita (come si può vedere dal grafico che segue).

Integrazione nel mercato unico: commercio intra-UE (% del PIL). Fonte: Commissione europea.
In sintesi la relazione annuale, nell’analizzare gli indicatori sullo stato del mercato unico, osserva un peggioramento relativo all’integrazione, vale a dire agli scambi tra gli Stati membri. Il mercato unico, infatti, non esprime al massimo il suo potenziale a causa di alcune barriere che devono essere rimosse, evitando nel contempo che se ne creino altre. Per quanto riguarda le PMI, che rimangono il motore della crescita e dell'innovazione dell'Europa, sono quattro le principali sfide da affrontare: ostacoli normativi o oneri amministrativi, ritardi nei pagamenti, accesso ai finanziamenti e competenze.
Uno studio del Fondo monetario internazionale (FMI) stima che gli ostacoli interni al mercato unico equivalgono a tariffe del 45% sulle merci e del 110% sui servizi. Anche un articolo della Banca centrale europea del gennaio 2026 stima che le frizioni commerciali all'interno del mercato unico siano più onerose delle tariffe più elevate minacciate dagli USA lo scorso anno.
La strategia per il mercato unico
Nel maggio scorso la Commissione europea ha presentato una strategia per il mercato unico, volta a rendere il mercato interno semplice, solido e senza barriere. La strategia definisce azioni mirate, tra le altre cose, a: ridurre gli ostacoli che frenano gli scambi e gli investimenti all’interno dell’UE; promuovere i mercati europei dei servizi; ridurre la burocrazia. Invita gli Stati membri a fare la loro parte dato che il buon funzionamento del mercato europeo è una responsabilità congiunta.
La strategia si concentra sui “terribili dieci”, ossia una serie di ostacoli da rimuovere, individuati attraverso la consultazione dei portatori di interessi.
Più nel dettaglio, i “terribili dieci” sono: norme UE eccessivamente complesse; mancanza di titolarità del mercato unico da parte degli Stati membri; difficoltà nella costituzione e nella gestione delle imprese; difficoltà nel riconoscimento delle qualifiche professionali; lunghi ritardi nella definizione delle norme con ripercussioni sull'innovazione e sulla competitività; norme frammentate in materia di imballaggi, etichettatura e rifiuti; norme armonizzate sui prodotti obsolete e non conformità dei prodotti; regolamentazione nazionale dei servizi restrittiva e divergente; procedure onerose per il distacco temporaneo dei lavoratori; restrizioni territoriali dell'offerta.
Per ciascuno di tali ostacoli la Commissione ha delineato azioni specifiche, il cui percorso sarà definito nella tabella di marcia che dovrebbe essere presentata al Consiglio europeo del 19-20 marzo.
Il 28° regime
Nel programma per il 2026 la Commissione ha annunciato la presentazione di una proposta legislativa relativa ad un 28° regime giuridico per le imprese innovative e di un atto legislativo europeo a favore dell’innovazione. Questi atti dovrebbero avere un ruolo determinante nell'eliminare la frammentazione dei mercati finanziari, offrendo un unico insieme di norme che comprenda aspetti pertinenti. La proposta dovrebbe essere presentata al Consiglio europeo del 19-20 marzo assieme a proposte volte a completare l'Unione del Risparmio e degli Investimenti.
Il 28° regime dovrebbe dare seguito a una delle proposte maggiormente caldeggiate dai Rapporti Letta e Draghi, ovvero mettere velocemente a disposizione delle imprese, soprattutto di quelle innovative, un insieme di regole commerciali comuni per realizzare il potenziale inespresso del mercato interno e rilanciare produttività e competitività. Dovrebbe definire un unico insieme di norme per le imprese, includere un quadro di diritto societario dell’UE, basato su soluzioni digitali per impostazione predefinita, semplificare le norme applicabili e ridurre i costi del fallimento.
Il 20 gennaio scorso il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che contiene una serie di raccomandazioni relative a tale proposta legislativa.
Il PE propone l’istituzione di una “Società europea unificata” (S.EU – United European Company) attraverso una direttiva che contenga una disciplina armonizzata da incorporare nelle forme societarie nazionali, esistenti o nuove. Si tratterebbe di un regime opzionale ma vincolante qualora scelto. Esprime dubbi nei confronti del ricorso a una cooperazione rafforzata, che renderebbe il regime applicabile solo in un sottoinsieme di Stati membri, frammentando ulteriormente il mercato interno e compromettendo l'attrattiva delle S.EU, che non sarebbero riconosciute nell'intera Unione. A differenza di quanto proposto dal rapporto Draghi, il 28° regime non dovrebbe essere limitato solo alle società innovative. Si chiede: complessità procedurale ridotta; una procedura di registrazione digitale, completa entro 48 ore, garantendo al contempo la certezza del diritto; l'integrazione obbligatoria di strumenti digitali per la presentazione di documenti aziendali e la divulgazione di informazioni online; la creazione, o integrazione nelle strutture esistenti, di un portale digitale uniforme che funga da punto di accesso diretto per le imprese dell'UE. Gli Stati membri dovrebbero introdurre uno strumento di debito armonizzato di tipo azionario che consenta agli investitori di investire in società senza acquisire diritti di controllo su di esse, come diritti di partecipazione agli utili, partnership tacite o prestiti legati agli utili.
La Strategia per un’Unione del risparmio e degli investimenti (SIU)
Il programma di lavoro per il 2026 la Commissione europea preannuncia la presentazione di proposte volte a completare l'Unione del risparmio e degli investimenti (SIU).
La strategia per la SIU, adottata il 19 marzo 2025, mira a rafforzare il sistema finanziario dell’UE attraverso l’eliminazione delle barriere al mercato interno e a migliorare il modo in cui il sistema convoglia i risparmi verso investimenti produttivi, creando opportunità finanziarie più ampie per i cittadini e le imprese europee. Prevede l’adozione di misure che incidono su varie dimensioni del sistema finanziario, che la Commissione ha ricondotto a quattro pilastri: cittadini e risparmio; investimenti e finanziamento; integrazione e scala; vigilanza efficiente.
In tale ambito, la Commissione ha adottato, il 17 giugno 2025, due proposte di regolamento per rilanciare il quadro dell’UE sulle cartolarizzazioni, sulle quali il Consiglio ha adottato il mandato negoziale lo scorso 19 dicembre.
Per approfondimenti sull’Unione del risparmio e degli investimenti si veda il Dossier “Il programma dell’Unione europea per il 2026”, a cura dei servizi di documentazione di Camera e Senato. Sul pacchetto cartolarizzazioni si veda il Dossier109 predisposto dal Servizio RUE della Camera.
Presso la Camera, le proposte sono state esaminate ai fini della verifica di conformità al principio di sussidiarietà dalla Commissione Politiche dell’UE, che il 24 settembre 2025, ha adottato un documento recante una valutazione conforme. Successivamente, il Governo ha informato la XIV Commissione sui seguiti dati agli indirizzi contenuti nel documento.
Il 4 dicembre scorso, la Commissione europea ha adottato un pacchetto di proposte che mira alla piena integrazione dei mercati finanziari dell’UE, supportando le imprese nell'accesso ai finanziamenti. Questo pacchetto è una componente centrale della Strategia.
Tra le altre cose, le proposte intendono: i) razionalizzare la distribuzione transfrontaliera dei fondi di investimento intervenendo sulle norme in materia di passaporti e commercializzazione; ii) semplificare i processi di vigilanza ampliando il ruolo dell'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) e migliorando il coordinamento tra le autorità nazionali; iii) ridurre la frammentazione delle infrastrutture di mercato, in particolare nei servizi di compensazione e regolamento, al fine di promuovere economie di scala e agevolare le transazioni transfrontaliere.
Nella dichiarazione successiva al citato vertice informale dei leader dell'UE in Belgio del 12 febbraio 2026, la Presidente von der Leyen si è detta disponibile, qualora non si registrassero progressi entro giugno, a considerare la possibilità di procedere mediante la cooperazione rafforzata, prevista dai Trattati, per la realizzazione dell’Unione del risparmio e degli investimenti.
Disciplinata dall’articolo 20 TUE e dagli articoli da 326 a 334 TFUE, la cooperazione rafforzata è una procedura che permette a un minimo di 9 Stati membri di instaurare un’integrazione avanzata o una cooperazione in un ambito specifico all’interno dell’UE, qualora risulti evidente che l’Unione nel suo insieme non è in grado di conseguire gli obiettivi di tale cooperazione entro un termine ragionevole.
Libertà di movimento dei lavoratori
La proposta di regolamento relativo a un'interfaccia pubblica connessa al sistema di informazione del mercato interno per le dichiarazioni di distacco dei lavoratori è stata presentata dalla Commissione il 13 novembre 2024.
Prevede l’istituzione di un portale unico per le dichiarazioni digitali a favore delle imprese che forniscono servizi e inviano temporaneamente lavoratori in un altro Stato membro ("lavoratori distaccati"). L’uso dell'interfaccia avrebbe luogo su base volontaria anche al fine di ridurre i costi amministrativi per le imprese che distaccano i propri lavoratori all'estero.
In Senato la proposta è stata oggetto di esame ad opera della Commissione politiche dell’Unione europea, che ha espresso orientamento favorevole circa il rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità. Presso la Camera dei deputati, la proposta è stata esaminata, ai fini della verifica di conformità al principio di sussidiarietà, dalla XIV Commissione “Politiche dell’UE”, che il 15 gennaio 2025 ha approvato un documento recante una valutazione conforme.
Per dettagli sull’operato della Commissione europea per il mutuo riconoscimento delle competenze professionali si rinvia al Dossier, curato dai servizi di documentazione di Camera e Senato, “Settimana parlamentare europea 2026”, n. 162/DE, pag. 19-21.
Semplificazione e riduzione degli oneri amministrativi
Il Consiglio europeo dovrebbe invitare la Commissione, i colegislatori e gli Stati membri a proseguire con determinazione nella semplificazione delle norme e nella riduzione degli oneri amministrativi a livello dell'UE, nazionale e regionale, al fine di garantire un contesto normativo favorevole all'innovazione e alle PMI senza compromettere la prevedibilità, gli obiettivi politici, gli standard elevati o l'integrità del mercato unico.
In tale contesto, il Consiglio europeo dovrebbe invitare:
con urgenza ai colegislatori di mantenere lo slancio verso la semplificazione e la riduzione degli oneri derivanti dalla legislazione esistente, in particolare approvando prima della fine del 2026 tutti i pacchetti Omnibus pendenti;
alla Commissione di presentare ulteriori iniziative omnibus e di semplificazione, anche per semplificare ulteriormente le norme in materia di autorizzazioni;
alla Commissione di intraprendere una revisione approfondita dell'acquis dell'UE per eliminare sistematicamente disposizioni obsolete, sovrapposizioni, incongruenze e ridondanze, anche mediante il ritiro di proposte legislative;
alla Commissione di: garantire che le nuove iniziative dell'UE siano semplici nella loro concezione e riducano gli oneri amministrativi, favoriscano la forma del regolamento anziché della direttiva e limitino il ricorso agli atti delegati e di esecuzione;
a Parlamento europeo e Consiglio di evitare l'introduzione di nuovi oneri amministrativi negli strumenti giuridici UE durante l'iter legislativo;
agli Stati membri di evitare di ricorrere al gold-plating e a requisiti nazionali eccessivi nell'attuazione delle norme dell'UE.
Si dovrebbe anche accogliere con favore l'impegno della Presidente della Commissione a riferire annualmente al Consiglio europeo sui progressi compiuti in materia di semplificazione.
Con la presentazione della bussola per la competitività e del programma di lavoro per il 2025 la Commissione europea ha comunicato le indicazioni generali per la realizzazione degli obiettivi di semplificazione e riduzione degli oneri amministrativi, manifestando le sue intenzioni riguardo le modifiche del quadro normativo finalizzate al rilancio della competitività. Il programma di lavoro per il 2026, presentato il 21 ottobre, prevede ulteriori proposte di semplificazione in settori chiave, tra cui industria automobilistica, ambiente, fiscalità, sicurezza di alimenti e mangimi, dispositivi medici e prodotti energetici.
Da febbraio 2025 la Commissione europea ha presentato già 10 pacchetti Omnibus.
Sui pacchetti Omnibus I-VI si veda il Dossier predisposto dal Senato e dalla Camera in vista del Consiglio europeo del 23-24ottobre 2025, pgg 68-72; per i successivi si veda il Dossier del Senato e della Camera in vista della riunione dei Presidenti della Cosac dell’11-12 gennaio 2026, pgg 6-8. Sul pacchetto Omnibus VII, relativo al quadro legislativo digitale si veda il Dossier a cura del Rue Camera; sul pacchetto Omnibus VIII, relativo alle norme ambientali, si veda anche il Dossier a cura del Rue Camera; per il pacchetto Omnibus X relativo al settore digitale, si veda il Dossier a cura del Rue Camera. Per ulteriori dettagli si veda la pagina web a cura del Consiglio mentre sullo stato di avanzamento dei singoli pacchetti si veda
Oltre a questa semplificazione, con la strategia “Un’Europa, un mercato” la Commissione intente attuare una "pulizia profonda" della legislazione vigente per individuare norme obsolete, sovrapposte o eccessivamente complesse. Direttive verrebbero sostituite con regolamenti direttamente applicabili, per eliminare 27 diverse interpretazioni nazionali, contrastando così il fenomeno del "gold-plating", ovvero l'aggiunta di ulteriori requisiti nazionali alle leggi dell'UE da parte degli Stati membri. Saranno introdotte anche “clausole di decadenza” automatiche in caso di mancato rinnovo.
Prezzi dell’energia accessibili e Unione dell’energia 2030
Il Consiglio europeo, secondo il progetto di conclusioni, dovrebbe sottolineare che:
- i recenti aumenti dei prezzi dei combustibili fossili importati dimostrano che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per raggiungere l'autonomia strategica dell'Europa, rafforzare la resilienza, abbassare in modo permanente i prezzi dell'energia e fornire l'energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l'economia del futuro;
- accelerare la diffusione e l'integrazione delle fonti energetiche rinnovabili e a basse emissioni di carbonio è essenziale per ridurre la dipendenza dai mercati volatili dei combustibili fossili e migliorare la sicurezza dell'approvvigionamento;
- allo stesso tempo, sono necessarie soluzioni mirate a breve termine per garantire un'energia a prezzi accessibili, tenendo conto delle situazioni specifiche degli Stati membri, della particolare esposizione di alcuni settori industriali al rischio di delocalizzazione e della necessità di migliorare le condizioni per i settori innovativi ad alta intensità energetica, senza compromettere la prevedibilità.
A tal fine, il Consiglio europeo dovrebbe:
- invitare la Commissione europea ad esaminare tutte le componenti dei prezzi all'ingrosso e al dettaglio dell'energia elettrica, a presentare con urgenza proposte di azioni concrete per ridurre i prezzi dell'energia elettrica nel breve termine; a presentare una revisione del sistema di scambio delle quote di emissione (ETS) entro luglio 2026, al fine di ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e mitigarne l'impatto sui prezzi dell'energia elettrica, preservando al contempo il ruolo essenziale dell'ETS nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l'innovazione;
- invitare i colegislatori a concordare, nel 2026, un pacchetto ambizioso sulle reti per costruire rapidamente le infrastrutture necessarie e migliorare le interconnessioni, anche accelerando le procedure di autorizzazione, contribuendo così a un mercato dell'energia integrato e più solido;
- invitare gli Stati membri e la Commissione europea ad accelerare l'attuazione dell'agenda dell'Unione dell'energia 2030 al fine di consentire rapidamente una maggiore elettrificazione a prezzi accessibili.
I temi all’attenzione del Consiglio europeo sono stati oggetto dell’incontro informale dei Leader dell’UE in Belgio presso il Castello di Alden Biesen dello scorso febbraio. In questa occasione, si apprende da fonti informali che Mario Draghi, che ha preso parte all’incontro, avrebbe stigmatizzato il “fallimento collettivo” nel ridurre i prezzi dell’energia, richiamando i differenziali con gli USA che con la Cina e sottolineando come questo abbia concorso, nell’ultimo decennio, alla crisi di settori industriali un tempo forti in Europa, come l’acciaio, l’alluminio e la chimica. Draghi avrebbe quindi sostenuto la necessità di continuare ad investire nelle rinnovabili e nello sviluppo delle reti, accelerare le procedure autorizzative, stimolare i contratti di approvvigionamento energetico a lungo termine, valutare, e se del caso rivedere, l’assetto del mercato elettrico dell’UE, nonché riflettere sull’impatto del sistema di scambio di quote di emissioni (ETS) sui prezzi dell’energia.
Nel rapporto Draghi sul futuro della competitività europea si sottolineava come i costi elevati dell'energia in Europa siano un ostacolo alla crescita e influenzino negativamente gli investimenti delle imprese rispetto a quanto avviene in altre grandi economie. Il rapporto raccomandava pertanto una serie di azioni finalizzate alla loro riduzione e ad accelerare la decarbonizzazione nel settore energetico in modo efficiente mediante il ricorso a tutte le soluzioni disponibili.
Per approfondimenti sul rapporto si veda il dossier predisposto dal Servizio RUE della Camera.
Precedentemente, e a margine dell’incontro di Alden Biesen, il Presidente del Consiglio dei Ministri Meloni, il Cancelliere federale tedesco Merz e il Primo Ministro belga De Wever, hanno ospitato l’incontro inaugurale di un nuovo gruppo di lavoro informale dedicato ai temi della competitività europea; la discussione si è concentrata intorno alle tre priorità delineate nel documento orientativo predisposto dai tre Paesi, tra cui la riduzione dei prezzi dell’energia.
Nel corso del Consiglio Affari generali del 24 febbraio 2026 l’Italia avrebbe quindi invitato a passare all’azione dando priorità alla riduzione dei prezzi dell’energia.
Alcuni dati
Il prezzo dell’energia elettrica nell’UE
Secondo dati Eurostat, per i consumatori domestici il prezzo medio UE dell’elettricità nella prima metà del 2025 è stato di 0,2872 euro per kWh (in Italia 0,3291 euro), l’1,5% in meno rispetto al prezzo di picco della prima metà del 2024.

Parametrati in base al potere di acquisto, i prezzi dell’elettricità risultano particolarmente alti in Repubblica ceca, Polonia e Italia.

In relazione, invece ai consumatori non domestici, nel primo semestre del 2025 i Paesi UE che hanno registrato i prezzi dell’elettricità più alti sono stati Irlanda (0,2726 euro per kWh) e Italia (0,2336 euro) a fronte di un prezzo medio dell’UE di 0,1902 euro.

Il prezzo medio UE appare comunque in calo rispetto al 2024.

Per ulteriori informazioni sui prezzi dell’elettricità nell’UE consultare la pagina tematica curata da Eurostat.
Il prezzo del gas nell’UE
Secondo dati Eurostat, per i consumatori domestici dell’UE, il prezzo medio del gas nella prima metà del 2025 è stato di 0,1143 euro per kWh, in calo rispetto al secondo semestre del 2024 (0,1244 euro).

I prezzi per i consumatori italiani sono superiori alla media EU (0,1240 euro per kWh) e appaiono in rialzo di oltre il 5% rispetto al I semestre del 2024.

Per quanto riguarda i consumatori non domestici, invece, il prezzo del gas naturale in Italia (0,0703 euro per kWh) è leggermente sotto la media dell’UE (0,0787 euro) nella prima parte del 2025. Il livello dei prezzi è comunque in leggero rialzo rispetto al 2024.

Per ulteriori informazioni sui prezzi del gas nell’UE consultare la pagina tematica curata da Eurostat.
Sicurezza dell'approvvigionamento di gas e petrolio dell'UE a seguito delle perturbazioni in Medio Oriente
In relazione alle recenti perturbazioni dell’approvvigionamento di petrolio e gas provenienti dal Medio Oriente, gli Stati membri hanno comunicato che non sussistono preoccupazioni immediate e la Commissione europea ha affermato che continua a monitorare la situazione per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. In caso di chiusura prolungata dello stretto di Hormuz o di ulteriori perturbazioni, la sicurezza dell'approvvigionamento di petrolio e gas dell'UE sarà rivalutata.
Aggiornamento del sistema di scambio di quote di emissione
Nel programma per il 2026 la Commissione europea preannuncia, per il III trimestre 2026, un aggiornamento del sistema di scambio di quote di emissione dell'UE (ETS) per gli impianti marittimi, aerei e fissi e della pertinente riserva stabilizzatrice del mercato.
Nel corso della riunione dei Paesi ‘Friends of Industry’ del 25 febbraio 2026, formato informale che riunisce i ministri dell’industria di alcuni Stati membri per coordinare le posizioni in vista dei Consigli europei e del Consiglio Competitività, il ministro delle imprese e del Made in Italy Urso ha riferito l’intenzione di chiedere alla Commissione europea la sospensione dell’ETS, fino a una sua profonda revisione che intervenga sia sui parametri di riferimento delle emissioni, sia sui meccanismi di assegnazione delle quote, incluso il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite, e che introduca un meccanismo stabile di sostegno per le imprese esportatrici, non ancora compiutamente definito nella riforma del CBAM.
Tale posizione, secondo quanto riferito dal ministero, sarebbe stata ribadita anche alla riunione dell’Alleanza ministeriale per le industrie ad alta intensità energetica (Ministerial Alliance for Energy-Intensive Industries), formato di coordinamento tra Stati membri sui principali dossier che incidono sulla competitività dei settori energivori e al Consiglio competitività.
Per approfondimenti sulla posizione del Governo italiano rispetto alla revisione dell’ETS si veda il dossier sulla relazione programmatica 2026 predisposto dai Servizi di documentazione di Camera e Senato.
Con riferimento invece all’ETS2 nei settori del trasporto su strada, degli edifici e di altri comparti interessati, la Commissione europea il 27 novembre 2025 ha già presentato una proposta di modifica della decisione relativa alla corrispondente riserva stabilizzatrice.
Per approfondimenti si veda il dossier predisposto dal Servizio RUE della Camera.
Presso la Camera, in esito all’esame ai fini della verifica della loro conformità al principio di sussidiarietà, la Commissione Politiche dell’UE ha adottato, il 24 febbraio 2026, un documento recante una valutazione conforme.
Presso il Senato, la proposta è stata esaminata dalla 4ª Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea) ai fini della verifica della conformità al principio di sussidiarietà, la quale a conclusione dell’esame, il 4 marzo 2026, ha espresso un orientamento favorevole.
Il 10 febbraio 2026 inoltre il Parlamento europeo ha adottato, nell’ambito della procedura legislativa ordinaria, la sua posizione in prima lettura sulla proposta di regolamento che modifica la legge sul clima e definisce il traguardo climatico dell'Unione per il 2040 recependo l’accordo provvisorio raggiunto con il Consiglio che rinvia di un anno, dal 2027 al 2028, l'entrata in vigore dell’ETS 2.
Per approfondimenti si veda il dossier predisposto dal Servizio RUE della Camera.
Sulla proposta, il 30 settembre 2025, l’Assemblea della Camera ha confermato il parere motivato adottato il 18 settembre dalla Commissione Politiche dell’UE con il quale è stato contestato il mancato rispetto del principio di sussidiarietà, nonché del principio di proporzionalità.
Presso il Senato, la proposta è all’esame della 4ª Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea) ai fini della verifica della conformità al principio di sussidiarietà.
Pacchetto sulle reti europee
Il pacchetto di proposte sulle reti energetiche europee è stato adottato dalla Commissione europea il 10 dicembre 2025, con l’obiettivo di ammodernare le infrastrutture del settore e garantire un approvvigionamento sicuro e affidabile, riducendo il costo dell’energia e contribuendo al raggiungimento dell’indipendenza energetica.
Per approfondimento si veda il dossier predisposto dal Servizio RUE della Camera.
Il pacchetto comprende:
- una proposta di regolamento sugli orientamenti per le infrastrutture energetiche transeuropee che abroga e sostituisce il regolamento TEN-E e modifica il regolamento sull’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia, il regolamento sul mercato interno dell'energia elettrica e il regolamento sui mercati interni del gas rinnovabile, del gas naturale e dell'idrogeno;
- una proposta di direttiva che modifica la direttiva sulle energie rinnovabili, la direttiva sul mercato dell’energia elettrica e la direttiva sul mercato del gas per accelerare le procedure di rilascio delle autorizzazioni.
Contestualmente la Commissione europea ha presentato una comunicazione che delinea un piano per modernizzare l'infrastruttura energetica dell’UE e, il 19 dicembre 2025, orientamenti per una connessione efficiente e tempestiva alla rete e orientamenti relativi alla concezione dei contratti bidirezionali per differenza.
Secondo fonti informali, il Governo italiano, pur riconoscendo l’importanza di sviluppare le infrastrutture energetiche, ha espresso riserve sulla pianificazione centralizzata a livello UE poiché essa determinerebbe il rischio di non tenere adeguatamente conto delle specificità nazionali. In tal senso, l’Italia auspica che i progressi compiuti a livello nazionale nella definizione degli scenari e nella cooperazione tra operatori di rete siano preservati. Il Governo ha inoltre richiamato la necessità di evitare la condivisione dei costi per infrastrutture prive di benefici diretti, di valutare attentamente gli impatti su tariffe e prezzi dell'energia e di garantire certezza amministrativa nelle procedure autorizzative, senza rimettere in discussione il quadro recentemente definito per le rinnovabili.
L’11 marzo la Commissione Politiche dell’UE della Camera avvierà l’esame delle due proposte che compongono il pacchetto sulle reti europee ai fini della verifica di conformità al principio di sussidiarietà.
Attuazione dell’Unione dell’energia
Il 6 novembre 2025 la Commissione europea ha presentato la relazione sullo stato dell’Unione dell’energia 2025, che esamina i progressi compiuti nella realizzazione del piano d'azione per l'energia a prezzi accessibili, traccia il punto dell'attuazione dell'Unione dell'energia e prepara il terreno per azioni attraverso le quali completarla.
Nella relazione si riferisce che per il 2030 la distanza dall'obiettivo del 42,5% per le energie rinnovabili è stimata ad appena 1,5%. Si sottolinea tuttavia che gli Stati membri devono adoperarsi di più per contribuire all'obiettivo di efficienza energetica dell'11,7%, così come per garantire gli investimenti e i finanziamenti necessari. Si riferisce inoltre che le importazioni di gas dalla Russia (gas da gasdotto e GNL) dell’UE sono scese dal 45% nel 2021 al 12% nel 2025 (dato di agosto) e che la traiettoria di riempimento degli impianti di stoccaggio del gas è in linea con la media registrata nel periodo 2016-2021 (83% all'inizio di ottobre).
Secondo quanto riferito, la nuova capacità installata di energia rinnovabile era stimata a circa 77 GW nel 2024 (12,9 GW di energia eolica e 65,5 GW di energia solare), il che rappresenta un aumento annuo del 17% rispetto al 2023. Fornendo il 47,3% dell'energia elettrica totale, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nel 2024 ha consolidato la sua posizione di punta nell'UE e per la prima volta in assoluto, l'energia solare è diventata, nel giugno 2025, la principale fonte di energia. Per quanto riguarda la transizione dai combustibili fossili, si sottolinea che la produzione e il consumo di carbone continuano a diminuire: tra il 2018 e il 2024 l'UE ha quasi dimezzato il suo consumo sia di carbon fossile sia di lignite.
Il consumo di energia primaria nell'UE è diminuito del 4,1% nel 2023 e il consumo di energia finale del 3% rispetto al 2022. Il settore residenziale è quello in cui il consumo di energia finale è diminuito di più, seguito dall'industria e dai servizi.
Un piano d’azione per un’energia a prezzi accessibili
Sulla base delle raccomandazioni contenute nel rapporto Draghi, la Commissione Europea ha presentato la bussola per la competitività dell’UE, il patto per l’industria pulita e, a supporto del patto, il piano d'azione per l'energia a prezzi accessibili.
Per approfondimento si veda il dossier sulla bussola e il dossier sul patto predisposti dal Servizio RUE della Camera.
Tra le iniziative preannunciate che hanno avuto seguito figurano:
- l'estensione del regolamento sullo stoccaggio del gas, approvata definitivamente il 18 luglio 2025, per prorogare le disposizioni sul riempimento degli impianti di stoccaggio sotterraneo del gas al 90% della loro capacità entro il 1° novembre di ciascun anno da parte di ogni Stato membro;
La proposta originaria è stata modificata nel corso dei negoziati per introdurre ulteriori margini di flessibilità. Alla Camera, essa è stata esaminata ai fini della verifica della sua conformità al principio di sussidiarietà dalla XIV Commissione che ha adottato un documento recante una valutazione conforme al riguardo, rilevando tuttavia criticità per quanto concerne il principio di proporzionalità. Presso il Senato, la proposta è stata oggetto di esame, ai fini della verifica della sua conformità al principio di sussidiarietà, da parte della 4ª Commissione che ha espresso una valutazione positiva al riguardo.
- il programma pilota (importo indicativo: 500 milioni di euro) della Banca europea per gli investimenti (BEI) che offre garanzie finanziarie agli acquirenti negli accordi di compravendita di energia elettrica, in particolare alle PMI e alle industrie ad alta intensità energetica;
- la nuova disciplina degli aiuti di Stato, adottata il 25 giugno scorso, al fine di consentire agli Stati membri di promuovere lo sviluppo dell'energia pulita, della decarbonizzazione industriale e delle tecnologie pulite;
- l’avvio della task force per l'Unione dell'energia che riunisce rappresentanti di alto livello della Commissione e degli Stati membri allo scopo di migliorare il coordinamento dell'Unione dell'energia, rafforzarne la governance e proseguire verso il completamento;
- l’annuncio dei primi contratti tripartiti per l'energia a prezzi accessibili;
- un programma indicativo per il settore nucleare;
- un pacchetto sulle reti europee (v. supra).
La Commissione ha inoltre:
- adottato un pacchetto di documenti di orientamento su: promozione di investimenti ex ante nelle reti; tecnologie innovative per le energie rinnovabili e forme di diffusione delle energie rinnovabili; designazione delle zone dove impiantare le infrastrutture di rete e di stoccaggio; e revisione delle metodologie tariffarie di rete;
- definito sette azioni specifiche da attuare in collaborazione con gli Stati membri per ridurre, basandosi sul piano d’azione, i prezzi dell’energia;
- adottato misure volte ad aumentare l’indipendenza energetica e l’accessibilità economica dell’UE, in particolare: i) una strategia di investimento per l’energia pulita; ii) una comunicazione sul pacchetto “Energia per i cittadini”; e iii) una strategia per lo sviluppo e l'implementazione per i piccoli reattori modulari (SMR) in Europa.
Sulla base del programma di lavoro adottato, nel corso del 2026 la Commissione europea presenterà invece:
- un piano d'azione per l'elettrificazione, compresi riscaldamento e raffrescamento (I trimestre);
- una proposta volta al rafforzamento della sicurezza energetica (I trimestre);
- una proposta omnibus per semplificare la normativa sui prodotti energetici (II trimestre);
Nella relazione programmatica per il 2026 il Governo italiano afferma di voler sostenere il rafforzamento della governance energetica europea e il suo impegno per il conseguimento degli obiettivi climatici per il prossimo decennio, promuovendo un percorso graduale e socialmente sostenibile di eliminazione delle sovvenzioni ai combustibili fossili, accompagnato da misure di tutela della competitività e della coesione sociale. L’Italia supporta inoltre le iniziative europee volte allo sviluppo delle tecnologie di fusione nucleare come possibile fattore abilitante per l’indipendenza energetica dell’UE. In questo senso, assicura il proprio contributo e sostegno all’attuazione del Piano d’azione europeo per l’elettrificazione, alla definizione di un quadro europeo di sostegno al conseguimento degli obiettivi climatici per il 2030-2040 e alle iniziative dell’UE in materia di fusione nucleare.
- il pacchetto Unione dell'energia per il prossimo decennio: sviluppo delle infrastrutture e dei mercati per il trasporto della CO2; l’istituzione del quadro per l'efficienza energetica; e l’istituzione del quadro per l'energia rinnovabile (III trimestre);
- un aggiornamento del sistema di scambio di quote di emissione dell'UE per gli impianti marittimi, aerei e fissi e della pertinente riserva stabilizzatrice del mercato (III trimestre 2026 – vedi supra);
- aggiornamento della governance dell'Unione dell'energia e dell'azione per il clima, compresa l'eliminazione graduale delle sovvenzioni ai combustibili fossili, tramite una revisione del rispettivo regolamento (IV trimestre).
Nella relazione programmatica 2026 il Governo auspica a riguardo una semplificazione sia con riferimento alla redazione dei Piani nazionali integrati per l’energia e il clima, sia, in modo ancora più rilevante, con riferimento alle relazioni intermedie da presentare con cadenza biennale, i cui requisiti di dettaglio, comportano attualmente la trasmissione di un’ingente mole di dati. Con riguardo all’eventuale estensione del quadro temporale, volta a ricomprendere gli obiettivi al 2040, il Governo auspica altresì una piena coerenza con l’insieme della legislazione pertinente.
Promuovere il rinnovamento industriale, l'innovazione e la riduzione delle dipendenze in Europa
Il Consiglio europeo dovrebbe sottolineare che, per stimolare la crescita in Europa, è fondamentale convogliare gli investimenti verso le tecnologie del futuro, accelerare l'innovazione e migliorare le condizioni per una base industriale sostenibile e produttiva, in modo tecnologicamente neutrale e tenendo in considerazione le necessità delle PMI. Ridurre le dipendenze strategiche e rafforzare il peso geopolitico e commerciale dell'Europa è diventato un presupposto indispensabile per resilienza, crescita e creazione di posti di lavoro.
A tal fine, il Consiglio europeo dovrebbe invitare:
la Commissione a individuare e mappare le dipendenze in settori strategici al più tardi entro la fine del 2026;
i colegislatori, sulla base della proposta della Commissione del 4 marzo 2026 per una legge sull'acceleratore industriale, ad approvare entro la fine del 2026 un quadro per rafforzare la capacità industriale e la decarbonizzazione, anche attraverso una "preferenza europea" mirata e proporzionata in settori e tecnologie strategiche e negli appalti pubblici;
la Commissione ad adottare misure volte a proteggere i settori chiave dalla concorrenza sleale e a affrontare in modo proattivo la coercizione economica;
la Commissione e il Consiglio a continuare a diversificare i legami commerciali e di investimento, anche al fine di garantire l'accesso a risorse, catene di approvvigionamento, mercati e tecnologie essenziali.
La proposta di regolamento sull’acceleratore industriale
Lo scorso 4 marzo la Commissione europea ha presentato la proposta di regolamento sull’acceleratore industriale (Industrial Accelerator Act, IIA)(1) , volta a:
- rafforzare la leadership industriale dell'UE nei settori strategici;
- preservare e creare circa 150 000 posti di lavoro nei settori industriali chiave;
- accelerare gli investimenti nella decarbonizzazione industriale attraverso disposizioni relative alle basse emissioni di carbonio e al “Made in EU” nei programmi pubblici e negli appalti.
Obiettivo della Commissione è aumentare la quota del settore manifatturiero nel PIL dell'UE dal 14,3% nel 2024 al 20% entro il 2035 e svincolarsi dalla concorrenza cinese.
L'IAA introduce preferenze "Made in EU" e a basse emissioni di carbonio negli appalti pubblici e nei regimi di sostegno pubblico per stimolare la domanda di prodotti industriali europei: cemento, alluminio per tecnologie a zero emissioni nette come batterie, solare, eolico, pompe di calore e nucleare.
In altre parole le imprese di settori considerati strategici saranno obbligate a realizzare una parte della loro produzione nell’Ue o ad approvvigionarsi di componenti locali quando beneficiano di fondi pubblici.
La proposta introduce inoltre condizioni per investimenti esteri superiori a 100 milioni di euro in settori emergenti quali batterie, veicoli elettrici, fotovoltaico e materie prime critiche.
Nell'ambito del programma di semplificazione della Commissione, l'IAA razionalizza e digitalizza le procedure di autorizzazione per i progetti industriali. Ciò comprende l'introduzione di uno "sportello unico" digitale con termini chiari e il principio della tacita approvazione nelle fasi intermedie della procedura autorizzativa per i progetti di decarbonizzazione ad alta intensità energetica.
Si introducono aree di accelerazione industriale progettate per consentire la simbiosi industriale e incoraggiare la creazione di cluster di progetti di produzione pulita. La creazione di tali cluster faciliterà gli investimenti essenziali nelle infrastrutture energetiche e promuoverà le autorizzazioni a livello di area.
Regolamento sui Chip
Nel suo programma di lavoro per il 2026, la Commissione europea annuncia la revisione del regolamento sui chip (Chips Act) per migliorare le capacità nei semiconduttori e ridurre il rischio di dipendenze strategiche (sul Chips Act si veda qui).
Regolamento sulle materie prime critiche
La proposta di regolamento che modifica il regolamento sulle materie prime critiche è volta razionalizzare, chiarire e semplificare alcune delle norme per migliorare la circolarità, aumentare la capacità di riciclaggio e rafforzare il mercato secondario delle materie prime critiche.
Per approfondimenti si veda il dossier predisposto dal Servizio RUE della Camera e il Dossier a cura del Senato e della Camera, pg 36.
Presso la Camera, la proposta è stata esaminata, ai fini della verifica di conformità al principio di sussidiarietà, dalla Commissione Politiche dell’UE, che il 24 febbraio 2026, ha approvato un documento recante una valutazione conforme. Presso il Senato la Commissione Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare ha approvato il 24 febbraio 2026 una risoluzione sul merito dell’atto.
La Commissione europea, nel suo programma di lavoro, preannuncia l’istituzione, nel secondo semestre 2026, di un Centro per le materie prime critiche per monitorare, acquistare congiuntamente e stoccare tali minerali.
Rafforzamento della sicurezza economica
Il 3 dicembre scorso la Commissione europea e l’Alta rappresentante hanno presentato una comunicazione congiunta sul rafforzamento della sicurezza economica dell’Unione, alla luce di rischi crescenti nello scenario globale. Vi si delinea un uso più strategico e assertivo degli strumenti dell'Unione al fine di sostenere la sicurezza economica dell'Europa. Questo approccio si basa sulla capacità di anticipare le minacce emergenti e di dissuadere i paesi terzi dalla strumentalizzazione delle dipendenze dell’UE. Affinché sia efficace, necessita di unità e collaborazione tra tutti i paesi dell’UE.
1) Al momento della redazione della presente scheda la proposta era disponibile in lingua inglese.
Mobilitare gli investimenti
Il Consiglio europeo dovrebbe ricordare che un prerequisito fondamentale per una crescita sostenibile è una vera Unione del risparmio e degli investimenti con un mercato dei capitali pienamente integrato ed efficiente che convogli efficacemente il risparmio verso investimenti produttivi nell'UE. Ciò è fondamentale per fornire alle imprese europee, anche nei settori strategici, il capitale necessario per innovare e far crescere la loro attività e per creare posti di lavoro di qualità nell'UE.
A tal fine, il Consiglio europeo dovrebbe invitare:
i colegislatori a concludere, entro la fine del 2026, i negoziati da un lato sulle proposte legislative in materia di cartolarizzazione, pensioni complementari e pacchetto su integrazione e vigilanza dei mercati; dall’altro sulla proposta legislativa sull'euro digitale;
la Commissione a proporre modifiche mirate al quadro prudenziale per migliorare la capacità del settore bancario di finanziare l'economia europea. A tale riguardo, accoglie con favore l'intenzione della Commissione di presentare entro autunno 2026 una relazione sulla competitività del settore bancario;
la Commissione e i colegislatori a approfondire l'integrazione del mercato bancario dell'UE, in particolare procedendo rapidamente verso il completamento dell'Unione bancaria.
Lo scorso 20 novembre, nell’ambito della strategia sull’Unione dei risparmi e degli investimenti la Commissione europea ha adottato un pacchetto di misure volto a promuovere le pensioni integrative, tra cui una proposta di modifica della direttiva sugli enti pensionistici aziendali o professionali (c.d. direttiva EPAP II) e una proposta di modifica del regolamento sul prodotto pensionistico individuale paneuropeo (c.d. direttiva PEPP).
Sul pacchetto si veda il Dossier 137 predisposto dal Servizio RUE della Camera.
Presso la Camera, la Commissione Politiche dell’UE ha avviato l’esame delle proposte, ai fini della verifica di conformità al principio di sussidiarietà, il 17 febbraio 2026.
Sono state adottate anche la raccomandazione relativa ai sistemi di tracciamento delle pensioni e all’iscrizione automatica a regimi pensionistici integrativi; la strategia per l’alfabetizzazione finanziaria, che mira a migliorare le conoscenze finanziarie dei cittadini; e la raccomandazione sull'aumento della disponibilità di conti di risparmio, che fornisce suggerimenti per sostenere la partecipazione dei piccoli investitori ai mercati dei capitali.
Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno inoltre raggiunto, il 18 dicembre 2025, un accordo provvisorio sul pacchetto per gli investimenti al dettaglio finalizzato a responsabilizzare e proteggere gli investitori.
Il 29 ottobre 2025 sono stati inoltre adottati: una proposta di modifica del regolamento delegato (UE) 2015/35, che integra la direttiva Solvency II, al fine di rafforzare la capacità di investimento degli assicuratori, eliminare i costi prudenziali superflui per nell’investimento in cartolarizzazioni e ridurre gli oneri amministrativi; e una comunicazione che fornisce orientamenti sul modo in cui le banche possono beneficiare di un trattamento prudenziale più favorevole ai sensi del regolamento sui requisiti patrimoniali (c.d. regolamento CRR).
Nel programma di lavoro per il 2026, la Commissione ha annunciato l’aggiornamento del regolamento sui fondi europei per il venture capital (c.d. regolamento EuVECA) nel III trimestre dell’anno, nell’ambito del quale ha avviato due consultazioni pubbliche in relazione ai fondi di capitale di rischio e di crescita. Tra le altre cose, la Commissione ha anche manifestato che sosterrà l’iniziativa European Tech-Champions 2.0, che sarà avviata dal Fondo europeo per gli investimenti entro il 2026, e la presentazione di misure per sostenere l’uscita dagli investimenti nelle società privata, la cui mancanza è spesso citata come una delle principali ragioni del sottosviluppo dei fondi di capitale di rischio e di capitale di crescita nell'UE.
Il 4 dicembre 2025 è stato presentato un pacchetto di misure volte a rimuovere gli ostacoli alla piena integrazione dei mercati finanziari dell’UE mediante una semplificazione del relativo quadro normativo e di vigilanza. Le proposte mirano, tra le altre cose, a:
- armonizzare le disposizioni sul carattere definitivo del regolamento, riducendone l’incertezza giuridica legata al recepimento, mediante l’abrogazione della direttiva SFD e l’adozione di un regolamento;
- introdurre lo status di "gestore del mercato paneuropeo" (PEMO) per i gestori delle sedi di negoziazione;
- razionalizzare la distribuzione transfrontaliera dei fondi degli organismi collettivi di investimento (OICVM e FIA);
- favorire l’innovazione semplificando e riducendo gli oneri.
Sul pacchetto si veda il Dossier 134 predisposto dal Servizio RUE della Camera.
Presso la Camera, la Commissione Politiche dell’UE ha avviato l’esame del pacchetto ai fini della verifica di conformità al principio di sussidiarietà lo scorso 11 febbraio.
Nell’ambito dell’adozione del pacchetto sui mercati finanziari la Commissione europea ha presentato misure volte a razionalizzare e rafforzare il quadro relativo alla vigilanza, tra cui il trasferimento all'ESMA (Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) delle competenze di vigilanza su importanti infrastrutture di mercato, quali determinate sedi di negoziazione e controparti centrali, alcuni depositari centrali di titoli e tutti i prestatori di servizi per le cripto-attività, e il rafforzamento del suo ruolo di coordinamento per il settore della gestione delle attività.
Nella strategia la Commissione europea annuncia che entro il II semestre del 2027 pubblicherà una revisione intermedia della SIU per presentarne lo stato di avanzamento. Parallelamente si sostiene che la competitività e l’integrazione del settore bancario siano fondamentali per il successo dell’Unione del risparmio e degli investimenti. Per il 2026 è attesa una relazione in cui valuterà la situazione generale del sistema delle banche nel mercato unico.
La proposta di regolamento sull’euro digitale
Il 28 giugno 2023 la Commissione europea ha presentato una proposta di regolamento relativa all’istituzione di un euro digitale, una forma di pagamento paneuropea volta a garantire che la moneta di banca centrale a corso legale rimanga a disposizione del pubblico, offrendo nel contempo mezzi di pagamento all'avanguardia ed efficienti in termini di costi, garantendo un elevato livello di tutela della vita privata nei pagamenti digitali, mantenendo la stabilità finanziaria e promuovendo l'accessibilità e l'inclusione finanziaria. L’euro digitale può essere emesso dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali degli Stati membri la cui moneta è l'euro, in quanto appartenenti all'Eurosistema. La proposta fornisce il quadro normativo necessario che dovrebbe garantire l'uso efficace dell'euro digitale come moneta unica in tutta la zona euro, rispondendo alle esigenze degli utenti nell'era digitale e promuovendo la concorrenza, l'efficienza, l'innovazione e la resilienza nell'economia digitale dell'UE.
Sarebbe possibile accedere all'euro digitale attraverso un apposito conto in euro digitale o un portafoglio digitale, fornito dalla loro banca o da un altro intermediario. La creazione e l'utilizzo di un portafoglio di base in euro digitale sarebbero gratuiti. Con un conto in euro digitale e il relativo portafoglio digitale, a seconda dei casi, si potrebbe: pagare nei negozi, sia online che di persona; effettuare pagamenti da persona a persona, ad esempio inviando denaro ad amici o familiari; utilizzare l'euro digitale online e offline, anche senza una connessione a internet.
Per maggiori dettagli sull’euro digitale si rinvia al paragrafo dedicato nel capitolo dedicato al vertice euro.
Unione bancaria
L'Unione bancaria consiste in un quadro di norme, procedure e strumenti concepiti per garantire che le banche della zona euro siano più resilienti, oggetto di una migliore vigilanza e in grado di resistere alle crisi finanziarie(2) .
Sinora ne sono stati realizzati diversi elementi: il codice unico europeo (single rulebook), ovvero un insieme unico di norme armonizzate che tutti gli istituti finanziari nell'UE devono rispettare, il Meccanismo di vigilanza unico e il Meccanismo di risoluzione unico, che costituiscono due dei cosiddetti “tre pilastri” dell'Unione bancaria.
Per maggiori dettagli si rinvia alla documentazione del Parlamento europeo: “Unione bancaria”, ottobre 2025.
Le seguenti proposte sono invece ancora in attesa di approvazione:
- la proposta di regolamento su un sistema europeo unico di assicurazione dei depositi (EDIS), che negli auspici della Commissione dovrebbe costituire il terzo pilastro. L’approvazione in Consiglio è da anni condizionata, da parte di alcuni Paesi, all'approvazione di ulteriori misure di riduzione dei rischi nel settore bancario. Il Parlamento europeo non ha ancora approvato una posizione in prima lettura(3) .
Sull’EDIS la Commissione finanze e tesoro del Senato ha adottato una risoluzione l’11 maggio 2016; alla Camera dei deputati la proposta è stata oggetto di esame presso la Commissione finanze, che ha adottato un documento finale l’11 gennaio 2017 acquisendo anche il parere della Commissione Politiche dell’Unione europea.
- la riforma del quadro per la gestione delle crisi bancarie e l'assicurazione dei depositi (crisis management and deposit insurance framework, CMDI), la cui approvazione potrebbe invece essere imminente. Sulle singole proposte che compongono il pacchetto è infatti stato raggiunto un accordo interistituzionale provvisorio e dovrebbero essere sottoposte all’approvazione della plenaria del PE il prossimo 25 marzo. Più in dettaglio:
- sulla proposta di direttiva sulle misure di intervento precoce, le condizioni per la risoluzione e il finanziamento dell'azione di risoluzione la Commissione ECON del PE ha approvato un accordo interistituzionale provvisorio e il Consiglio ha approvato la propria posizione in prima lettura il 5 marzo 2026;
- sulla proposta di regolamento sull'ambito di applicazione della protezione dei depositi, l'uso dei fondi dei sistemi di garanzia dei depositi, la cooperazione transfrontaliera e la trasparenza, la Commissione ECON ha approvato il testo di accordo provvisorio e la posizione in prima lettura del Consiglio risale al 5 marzo 2026;
- anche per la proposta di direttiva sull'ambito di applicazione della protezione dei depositi, l'uso dei fondi dei sistemi di garanzia dei depositi, la cooperazione transfrontaliera e la trasparenza il testo di accordo provvisorio è stato approvato dalla Commissione ECON e il Consiglio ha stabilito la propria posizione in prima lettura (5 marzo 2026).
Si segnala infine che nel programma di lavoro della Commissione europea per il 2026 si preannuncia un'analisi completa della competitività del settore bancario unionale.
2) Si veda il sito Internet del Consiglio dell’Unione.
3) Un documento del Consiglio del giugno 2025 riassume le principali tappe dell’esame.
Semestre europeo
Il Consiglio europeo dovrebbe affrontare le priorità per il semestre europeo 2026, approvare la raccomandazione sulla politica economica della zona euro e esaminare la situazione occupazionale e sociale nell'Unione europea.
Semestre europeo
Il Semestre europeo consiste nell’insieme di documenti, adempimenti e procedure volti ad assicurare il coordinamento e la sorveglianza delle politiche economiche e di bilancio dei paesi membri della zona euro e dell'Unione europea. Si sviluppa nella prima metà di ciascun anno, quando la politica economica e di bilancio degli Stati membri si trova ancora in una fase di programmazione ed è quindi possibile indirizzarne i contenuti e gli strumenti per garantire la coerenza delle decisioni assunte a livello nazionale con gli obiettivi fissati dall'Unione.
Il ciclo relativo all’anno 2026 ha avuto inizio con la pubblicazione, a novembre 2025, del Pacchetto d’autunno, focalizzato sulla competitività e la necessità di portare avanti riforme e investimenti (si veda la Comunicazione di accompagnamento al pacchetto)(4) .
4) Una relazione di sintesi del Semestre europeo 2026 è contenuta nel documento del Consiglio 6939/26 del 6 marzo 2026.
La relazione comune sull’occupazione
Nel monitorare l'attuazione degli orientamenti in materia di occupazione e del pilastro europeo dei diritti sociali, la relazione comune sull’occupazione presenta un aggiornamento sui progressi compiuti verso gli obiettivi principali e nazionali dell'UE per il 2030 in materia di occupazione, competenze e riduzione della povertà.
Per maggiori dettagli sul Pilastro europeo sui diritti sociali e gli obiettivi perseguiti nel contesto di esso, si rinvia al Dossier, curato dai Servizi di documentazione di Camera e senato, “Settimana parlamentare europea 2026”, n. 162/DE, pag. 71-73.
Ne emerge, in estrema sintesi, che:
- l'UE è sulla buona strada per raggiungere un'occupazione pari al 78 per cento sebbene i progressi potrebbero essere rallentati da una stabilizzazione della disoccupazione;
- persistono sia disparità regionali, tra i Paesi e al loro interno, sia un divario di produttività dell'UE rispetto a molte economie avanzate;
- nel 2024 quasi un lavoratore su dodici è stato esposto a rischi di povertà;
- persistono carenze di manodopera, in parte dovute a condizioni di lavoro precarie, che potrebbero aggravarsi a causa dei cambiamenti demografici e delle nuove esigenze in termini di competenze;
- sono necessari ulteriori sforzi sostanziali per raggiungere l'obiettivo di un tasso di partecipazione annuale ad attività di formazione per gli adulti del 60 per cento e di ridurre di almeno 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale;
- gli Stati membri hanno per lo più registrato una convergenza verso l'alto nella partecipazione al mercato del lavoro, con l’eccezione di alcuni gruppi (giovani, disabili, persone di etnia rom). Permangono invece criticità in termini di convergenza verso l’alto nei settori delle competenze e dell'istruzione, così come in ambito sociale.
Il 9 marzo 2026 il Consiglio Occupazione, politica sociale, salute e consumatori ha approvato la relazione comune e adottato Conclusioni in cui ha, tra l’altro, invitato gli Stati membri a: intensificare, in cooperazione con le parti sociali, gli sforzi per rafforzare le politiche in materia di competenze e mercato del lavoro; accelerare la modernizzazione dei sistemi di protezione e inclusione sociale; effettuare periodicamente valutazioni d'impatto ex ante ed ex post di riforme e investimenti nei settori dell'occupazione, delle competenze e della politica sociale per determinarne l'impatto distributivo.
Raccomandazione sulla politica economica della zona euro
Il progetto di raccomandazione del 2026 sulla politica economica della zona euro esorta gli Stati membri che ne fanno parte ad agire, individualmente e collettivamente in seno all'Eurogruppo, per promuovere la produttività e rafforzare la sicurezza economica, mantenendo nel contempo la sostenibilità delle finanze pubbliche. In particolare si sollecitano:
- sostenibilità di bilancio, creando al contempo spazio per investimenti chiave, tra cui difesa e competitività;
- miglioramento dell'efficienza delle finanze pubbliche e completamento dei piani di ripresa e resilienza;
- priorità agli investimenti pubblici e privati in ricerca e innovazione, decarbonizzazione industriale, energia pulita e transizione digitale, sicurezza economica e riduzione delle dipendenze strategiche lungo le catene del valore, sottolineando l'importanza di rimuovere le barriere nel mercato unico, anche attraverso la semplificazione normativa;
- rafforzamento dei mercati del lavoro promuovendo le competenze, migliorando i risultati scolastici, aumentando la partecipazione, sostenendo la qualità del lavoro e affrontando la povertà e l'accessibilità economica degli alloggi, garantendo al contempo che la crescita salariale rimanga allineata alla produttività;
- creazione di un'Unione europea del risparmio e degli investimenti, sottolineando la necessità di portare avanti il progetto dell'euro digitale, rafforzare il ruolo internazionale dell'euro e monitorare i rischi macrofinanziari.
La proposta è stata approvata dal Consiglio Ecofin il 17 febbraio 2026.
Sessione IV – Prossimo Quadro finanziario pluriennale
Il prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’UE 2028-2034
Il Consiglio europeo dovrebbe procedere a uno scambio di opinioni sul prossimo Quadro finanziario pluriennale, compreso il suo contributo alla competitività dell'UE e il fabbisogno di finanziamento per le ambizioni dell'UE. Dovrebbe inoltre prendere atto dei lavori in corso sulla governance.
Sulla base del progetto di conclusioni sopra riportato e di quanto si apprende da fonti informali, il dibattito in seno al Consiglio europeo dovrebbe articolarsi intorno a tre tematiche principali:
1) il contributo del QFP - e in particolare del futuro Fondo per la competitività - al rafforzamento della competitività europea;
2) la coesione sociale e le relative risorse finanziarie;
3) la governance.
Il Consiglio europeo si è già occupato del Quadro finanziario pluriennale a dicembre 2025, invitando nelle conclusioni Istituzioni e Stati membri “a proseguire i lavori in vista di un accordo tempestivo” e sottolineando che “un accordo prima della fine del 2026 consentirebbe l'adozione di atti legislativi nel 2027, il che è necessario per garantire che i finanziamenti dell'UE raggiungano i beneficiari senza interruzioni nel gennaio 2028”.
Le proposte della Commissione europea
La Commissione europea ha presentato, tra luglio e settembre 2025, il pacchetto di proposte relative al QFP dell’UE 2028-2034.
Per una disamina approfondita delle proposte, si veda il dossier del Servizio RUE della Camera (pubblicato il 2 marzo).
Presso la Camera le proposte sono attualmente all’esame congiunto delle Commissioni bilancio e politiche dell’UE. Presso il Senato, le proposte sono all’esame della 5ª Commissione permanente (Bilancio).
La Commissione propone di ripensare profondamente il QFP con l'obiettivo di disporre di un bilancio più flessibile, che consenta di allineare la capacità di spesa dell’UE all'evoluzione delle priorità politiche, garantendo, al contempo, un’adeguata prevedibilità per gli investimenti a lungo termine, e più snello, con un numero minore di rubriche e programmi.
La Commissione prospetta, infatti, rispetto al QFP corrente 2021-2027, importanti innovazioni nella distribuzione delle risorse, nella struttura e nel numero dei programmi (ridotti da 52 a 16) e delle rubriche principali di spesa (da 7 a 4), nei meccanismi di flessibilità e negli strumenti speciali (da 8 a 3) nonché per quanto concerne le fonti attraverso le quali alimentare il bilancio (5 nuove risorse proprie).
L’obiettivo di spesa per il clima è inoltre fissato al 35% (contro il 30% del QFP corrente). Non è prevista una revisione intermedia.
Dimensione complessiva
Per i complessivi sette anni, la Commissione prevede stanziamenti pari a circa 1.984,8 miliardi di euro a prezzi correnti - che tengono conto dell’inflazione - in termini di impegni (circa 1.763 miliardi a prezzi 2025), pari all'1,26% del Reddito nazionale lordo dell'UE-27 (RNL). Questo livello di impegni si traduce in circa 1.980 miliardi di euro a prezzi correnti in termini di pagamenti (circa 1.760,9 miliardi a prezzi 2025).
Tuttavia, 168 miliardi a prezzi correnti (circa 149,3 miliardi a prezzi 2025), pari allo 0,11% dell'RNL, sarebbero destinati al rimborso del debito contratto per finanziare le sovvenzioni di NextGenerationEU. Depurato da tale importo, il QFP proposto equivale all’1,15% dell’RNL dell’UE.
Il grafico seguente, pubblicato dalla Commissione europea, riporta l’evoluzione degli ultimi QFP in riferimento all’RNL dell’UE.

Al riguardo, una nota tematica pubblicata dai servizi del Parlamento europeo (novembre 2025) sostiene che “rispetto all'importo iniziale dell'attuale QFP […] e in considerazione dei rimborsi previsti per l'NGEU, […] nel complesso la Commissione non propone pressoché nessun aumento”.
La tabella seguente della Commissione riporta il totale degli stanziamenti.
La ripartizione delle risorse tra le principali rubriche di spesa
Come già accennato, la Commissione propone una riorganizzazione della struttura del QFP, con il passaggio da 7 a 4 rubriche principali di spesa.
La rubrica I (Coesione economica, sociale e territoriale, agricoltura, prosperità e sicurezza rurale e marittima) sarebbe la più importante in volume, con un ammontare complessivo di 1.062,2 miliardi a prezzi correnti (946,4 miliardi a prezzi 2025), corrispondenti al 53,7% dell'intero QFP.
La rubrica include i fondi preassegnati agli Stati membri, consolidando 21 attuali programmi o componenti del QFP e, in particolare, accorpando in un’unica strategia 14 fondi, inclusi quelli relativi a PAC, pesca, coesione, migrazione, sicurezza e politiche sociali.
Questi ultimi sono nel QFP vigente attuati dagli Stati membri e dalle regioni con appositi e distinti programmi operativi. La nuova strategia sarebbe attuata invece tramite piani di partenariato nazionali e regionali ("piani NRP"), presentati da ciascuno degli Stati membri, tenendo anche conto delle specificità nazionali e regionali.
In sostanza, si passerebbe da 540 programmi a 27 piani di partenariato nazionale e regionale, valutati dalla Commissione e approvati dal Consiglio (sul modello del PNRR) e attuati in regime di gestione concorrente.
Questo nuovo modello, secondo la Commissione, consentirebbe di realizzare sinergie per sostenere, in linea con le priorità comuni dell’Unione, investimenti e riforme. Alla efficace attuazione di questi ultimi sarebbe subordinata l’erogazione dei finanziamenti. Si passerebbe quindi a un approccio basato sulla performance (anche qui sul modello PNRR) in cui i pagamenti non dipenderanno dall’avanzamento finanziario dei programmi ma da un sistema di tracciamento della spesa e monitoraggio dei risultati basato sul raggiungimento di milestones e targets.
La Commissione inserisce alcune salvaguardie, in particolare attraverso dotazioni minime dedicate nell’ambito dei piani per sostenere il reddito degli agricoltori e dei pescatori, le regioni meno sviluppate nel contesto della politica di coesione, la politica sociale e la gestione della migrazione e delle frontiere. Su pressione di Consiglio e Parlamento europeo, la Commissione ha aggiunto ulteriori salvaguardie per le regioni in transizione e per quelle più sviluppate nonché per utilizzare le risorse dei piani destinate alla PAC. Infine, almeno il 43% della spesa pianificata dovrebbe essere destinata a obiettivi climatici e ambientali.
Secondo il meccanismo per l’allocazione dei fondi tra gli Stati membri per i piani proposto dalla Commissione, all’Italia sarebbero complessivamente assegnati 86,6 miliardi a prezzi correnti, il quarto importo più alto dopo Polonia (123,3 miliardi), Francia (90,1 miliardi) e Spagna (88,1 miliardi). La Germania riceverebbe 68,4 miliardi.
I piani NRP costituiscono la principale e più controversa novità della proposta della Commissione e conseguentemente sono anche l’elemento sul quale si stanno registrando le maggiori criticità a livello negoziale.
La citata nota del Parlamento europeo rileva che, rispetto al QFP 2021-2027, sarebbero ridotte le dotazioni per i programmi integrati nei piani. Le risorse per il sostegno al reddito della PAC e per la pesca sarebbero ridotte del 10%, mentre i restanti programmi in gestione concorrente subirebbero una riduzione totale dell'11%. Alla migrazione e gestione delle frontiere sarebbero destinati 30,6 miliardi (2,5 volte superiori all'attuale QFP).
La rubrica II (Competitività, prosperità e sicurezza) avrebbe un ammontare di circa 589,6 miliardi a prezzi correnti (522,2 a prezzi 2025), pari al 29,6% del totale.
Al centro della rubrica la Commissione colloca il nuovo Fondo europeo per la competitività che accorpa 14 programmi esistenti e si concentra sugli investimenti in 4 priorità politiche: transizione pulita e decarbonizzazione industriale; salute, biotecnologie e bioeconomia; leadership digitale e resilienza, industria della difesa e spazio. Anche Orizzonte Europa rientra nel Fondo.
La rubrica II comprende altri programmi chiave, tra cui il Meccanismo per collegare l'Europa, il Meccanismo di protezione civile dell'Unione+, Erasmus+, il nuovo programma "AgoraEU", il Programma per il mercato unico, il programma Euratom e il programma Giustizia.
La rubrica III (Europa globale) avrebbe una dotazione complessiva di 215,2 miliardi a prezzi correnti (19 a prezzi 2025), corrispondenti al 10,8% del totale.
La rubrica III sostiene l'azione esterna dell'UE, principalmente attraverso Europa Globale che riunisce 7 strumenti di finanziamento attuali in un unico fondo. Il fondo è organizzato in 5 aree geografiche (Allargamento, vicinato orientale e resto dell’Europa; Africa subsahariana; Asia e Pacifico; Americhe e Caraibi; Medio Oriente, Nord Africa e Golfo) e un'area tematica incentrata sugli affari globali. È compresa una riserva per sfide e priorità emergenti. Per l'Ucraina vi è una riserva dedicata per la sua ricostruzione (100 miliardi a prezzi correnti; 88,8 miliardi a prezzi 2025). Il Fondo europeo per la pace rimane fuori bilancio.
La rubrica IV (Amministrazione) avrebbe una dotazione di circa 117,8 miliardi a prezzi correnti (104,4 miliardi a prezzi 2025), pari al 5,9% del QFP.
Flessibilità
La flessibilità - afferma la Commissione - sarà una caratteristica distintiva del prossimo bilancio a lungo termine.
Sarà garantita in primis tramite la maggiore semplicità di riassegnazione delle risorse, all'interno dei programmi e tra gli stessi. Ulteriore elemento nella strategia per aumentare la flessibilità è costituito dalla semplificazione e dal rafforzamento degli “strumenti speciali”. La proposta della Commissione mantiene due soli strumenti speciali non tematici, i cui importi non sono legati ad uno specifico settore di intervento: lo strumento di flessibilità e lo strumento unico di margine. L’unico strumento speciale tematico residuo è la Riserva per l'Ucraina. Inoltre, per agevolare l’eventuale riprogrammazione, una parte delle risorse allocate ai fondi il cui utilizzo è destinato a non superare i massimali non viene pre-assegnato.
L'uso della flessibilità per affrontare nuove priorità ed esigenze impreviste sarà guidato da un meccanismo nel contesto del quale Parlamento europeo e Consiglio dovrebbero concordare le priorità chiave da finanziare nel bilancio annuale orientando le priorità di investimento.
Per fronteggiare le conseguenze di crisi gravi la proposta di decisione sulle risorse proprie propone l’istituzione di un meccanismo straordinario e temporaneo per fornire agli Stati membri prestiti sulla base di debito assunto dall'UE.
Per tutelare la capacità di bilancio in caso di inflazione, si introduce infine un meccanismo di adeguamento annuale basato su un deflatore fisso ma regolabile.
La tutela dello Stato di diritto
Il regime generale di condizionalità per la protezione del bilancio dell'UE (noto anche come regolamento sulla condizionalità), in vigore dal gennaio 2021, che protegge il bilancio dell’Unione in caso di violazioni dei principi dello Stato di diritto negli Stati membri, si applicherà a tutti i programmi dell'UE anche nel prossimo QFP 2028-2034.
Le risorse proprie dell’UE 2028-2034
La proposta della Commissione muove da un’analisi secondo la quale l’Unione si trova ad affrontare esigenze crescenti di finanziamento in settori chiave quali la competitività, la difesa, la sicurezza e la transizione verde e digitale; inoltre il prossimo QFP dovrà anche far fronte al rimborso di NextGenerationEU senza procedere a tagli indebiti ai programmi dell'UE o aumentare eccessivamente i contributi basati sull'RNL.
Di fronte a questo scenario, l'attuale sistema delle risorse proprie, che dipende in larga misura, e sempre di più, dai contributi basati sull'RNL, rischia, secondo la Commissione, di non essere sostenibile nel lungo periodo e deve pertanto essere riformato. Ciò premesso, la Commissione:
- propone di introdurre 5 nuove risorse proprie;
- apporta alcuni aggiustamenti alla risorsa basata sui rifiuti di imballaggi di plastica e alle risorse proprie tradizionali;
- conferma la risorsa propria basata sull’IVA secondo un’aliquota uniforme di prelievo dello 0,3%.
La proposta non prevede correzioni di bilancio (rebates), in virtù delle quali agli Stati con saldi netti più negativi sono concessi sconti sui contributi al bilancio dell'UE. Ora ne beneficiano Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia.
Nuove risorse proprie
Circa le 5 nuove risorse proprie la Commissione propone:
1) un contributo forfettario annuo applicabile a tutte le aziende residenti ai fini fiscali, o con una stabile organizzazione, nell’UE, con ricavi netti annuali delle vendite e delle prestazioni superiori a 100 milioni di euro (CORE, acronimo di Corporate resource for Europe);
2) un’aliquota uniforme di prelievo del 15% per tutti gli Stati membri sui quantitativi immessi in consumo di tabacchi lavorati e di prodotti correlati al tabacco, moltiplicati per l’aliquota minima applicabile a ciascuno Stato membro nell’anno di riferimento;
3) un’aliquota uniforme di prelievo pari a 2 euro al chilo sul peso delle apparecchiature elettriche ed elettroniche non raccolte annualmente in ciascuno Stato membro;
4) un’aliquota uniforme del 30% basata sull'attuale sistema di scambio di quote di emissione (ETS 1);
5) un’aliquota uniforme di prelievo pari al 75% delle entrate derivanti dalla vendita dei certificati nel contesto del meccanismo di adeguamento del carbonio (CBAM).
Il seguente grafico della Commissione illustra l’impatto finanziario previsto:

Lo stato dei negoziati
I negoziati tra e in seno alle Istituzioni dell’UE sono in corso di svolgimento e registrano diverse criticità.
Le principali riguardano la dimensione complessiva del bilancio e le fonti di entrata, i piani di partenariato, specie la fusione in un unico fondo di coesione e PAC, nonché il rischio che il nuovo sistema implichi una gestione centralizzata delle risorse da parte dei governi nazionali e un impianto di governance eccessivamente accentrato, per le funzioni di orientamento e controllo della spesa, nelle mani della Commissione.
Nel tentativo di venire incontro alle preoccupazioni espresse da Consiglio e Parlamento europeo, la Presidente von der Leyen ha prospettato modifiche sulla PAC (un “obiettivo rurale” per vincolare gli Stati membri a destinare almeno il 10% delle risorse dei piani per interventi in aree rurali e la possibilità di rendere disponibili, già dal 2028 e non nella fase di revisione intermedia dei piani, 45 miliardi di euro) e sul ruolo delle regioni (tra cui un controllo regionale che assicuri il pieno coinvolgimento delle autorità regionali nella preparazione, attuazione e valutazione dei piani e una salvaguardia anche per le regioni in transizione e per quelle più sviluppate), e in materia di governance, proponendo un processo, da codificare nell’accordo interistituzionale, che assicuri a Parlamento europeo e Consiglio un ruolo attivo, in qualità di autorità di bilancio, nel decidere le priorità e le dotazioni di bilancio per l’anno successivo.
Il regolamento che adotta il QFP segue una procedura legislativa speciale stabilita dall’art. 312 del TFUE: il Consiglio delibera all'unanimità previa approvazione del Parlamento europeo che, deliberando a maggioranza assoluta, può adottare o respingere la posizione del Consiglio, ma non emendarla.
Anche la decisione sulle risorse proprie richiede una procedura legislativa speciale. Secondo l’art. 311 del TFUE, il Consiglio delibera all'unanimità previa consultazione del Parlamento europeo. La decisione entra in vigore previa approvazione degli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali.
Gli atti che disciplinano i singoli programmi di spesa, fondi e settori vengono solitamente adottate mediante procedura legislativa ordinaria.
La posizione del Parlamento europeo
Al Parlamento europeo, non appena pubblicate le proposte, i relatori sul QFP Siegfried Mureșan (PPE, RO) e Carla Tavares (S&D, PT), insieme ai relatori sulle risorse proprie Sandra Gómez López (S&D, ES) e Danuše Nerudová (PPE, CZ) hanno dichiarato di ritenerle “insufficienti” per affrontare le sfide individuate. In seguito, il Parlamento europeo (v. progetto di relazione interlocutoria ) ha espresso preoccupazioni sulla fusione di diverse politiche in un unico piano per Stato membro, che genera una notevole incertezza in merito alla prevedibilità dei finanziamenti per i beneficiari finali. Ha avvertito che la significativa riduzione dei finanziamenti nella rubrica I rischia di compromettere le politiche dell'UE sancite dai trattati e gli obiettivi dell'Unione di rafforzare la sua coesione economica, sociale e territoriale, salvaguardare i diritti sociali e garantire la sicurezza alimentare e un tenore di vita equo per agricoltori e pescatori.
Il dibattito in Consiglio
Il Consiglio "Affari generali" è responsabile dei lavori sul pacchetto QFP e prepara il cosiddetto schema di negoziato. Da fonti informali risulta che sono ancora rilevanti le divergenze tra gli Stati membri su diversi elementi. Alcune riflettono le tradizionali distanze tra gruppi di paesi (“frugali” e “coesionisti”). Le principali riguardano la dimensione complessiva, i nuovi piani di partenariato e le fonti di entrata.
Dimensione complessiva
Circa la dimensione complessiva del bilancio, la Germania e i paesi c.d. frugali (Austria, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi) la ritengono eccessiva. Questi paesi sostengono inoltre il mantenimento delle correzioni (rebates) ai contributi su base RNL e rigettano l’eventuale ricorso a strumenti di debito/prestito comune. La Spagna difende il volume di risorse proposto e chiede di ripetere l’esperienza di Next Generation EU.
Rubrica I
La rubrica I è la più problematica, contenendo i piani di partenariato. L’Italia ha espresso una riserva politica sull’approccio a fondo unico, ritenendo che PAC e coesione si debbano identificare in maniera chiara e con risorse dedicate e prevedibili; lo stesso dovrebbe avvenire per le politiche connesse alla gestione del fenomeno migratorio e all’allargamento. Pur ritenendo i cambiamenti proposti dalla Commissione un primo passo nella giusta direzione, l’Italia non li ritiene tuttavia ancora sufficienti.
Dubbi su questo approccio, sebbene con sfumature diverse, sono stati espressi anche da altri paesi, tra cui Spagna e Francia, con quest’ultima preoccupata in modo particolare del livello di ambizione della PAC. A favore del mantenimento dei piani, ritenuti un elemento indispensabile di modernizzazione e semplificazione del bilancio, si sono invece espressi i “paesi frugali” (Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Austria e Svezia).
L’Italia ha espresso riserve anche sul nuovo meccanismo allocativo per l’assegnazione delle dotazioni e soprattutto sulla eventuale riduzione della quota italiana, a fronte di contributi, a titolo di risorse RNL, al bilancio UE in possibile aumento.
Un consenso trasversale sarebbe invece emerso su una governance capace di assicurare un chiaro ruolo alle regioni e agli attori locali ma che allo stesso tempo possa adattarsi in modo flessibile agli assetti ammnistrativi e costituzionali interni degli Stati membri. Di questo aspetto in particolare dovrebbe occuparsi il Consiglio europeo, così come dell'equilibrio dei ruoli tra Commissione, Stati membri e Consiglio per quanto riguarda l'adozione e la modifica dei piani di partenariato.
Nella relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’UE per il 2026, trasmessa al Parlamento il 10 febbraio, il Governo sottolinea che in tema di nuovo approccio basato sulla performance, evidenti potrebbero essere le implicazioni operative ed organizzative per gli Stati membri beneficiari sui relativi sistemi di gestione, rendicontazione, monitoraggio e audit. Sostiene altresì che dovranno essere approfondite con attenzione le implicazioni derivanti dalla generalizzazione dell’approccio DNSH (Do not significant harm). Se, infatti, nell’ottica della Commissione si tratterebbe di misure di semplificazione e velocizzazione della spesa, andranno tuttavia adeguatamente verificati i potenziali riflessi sull’esecuzione dei programmi.
Si segnala che in un recente parere, il n. 09/2026, dedicato al nuovo fondo unico, la Corte dei conti europea rileva tra le altre cose che:
- l’integrazione di fondi distinti riunisce politiche che hanno obiettivi, calendari e logiche di erogazione diversi: ciò potrebbe aumentare la complessità e necessitare scelte di compromesso tra priorità. La Corte osserva che gli Stati membri potrebbero far fatica, mediante i rispettivi piani nazionali, a perseguire in modo soddisfacente tutti gli obiettivi dell’UE ed adattare al contempo gli interventi alle necessità di sviluppo regionali e nazionali;
- sebbene la proposta prometta una maggiore semplificazione, ciò potrebbe avvenire principalmente a livello della Commissione, mentre l’onere amministrativo gravante su Stati membri, regioni e beneficiari potrebbe restare immutato o aumentare;
- per dare il via ai pagamenti, il modello di erogazione proposto fa affidamento sul conseguimento di traguardi qualitativi e quantitativi basati su realizzazioni. È pertanto cruciale che detti traguardi siano definiti in modo preciso, in modo che risulti chiaro se siano stati effettivamente raggiunti;
- il quadro di garanzia proposto comporta rischi per la rendicontabilità e la Commissione potrebbe non essere in grado di fornire al Parlamento europeo e al Consiglio garanzie sufficienti circa la sana gestione dei fondi.
Rubriche II e III
In merito alla rubrica II, l’Italia si è espressa favorevolmente sulla creazione di un Fondo europeo per la competitività. Chiede, tuttavia, che esso sostenga anche le industrie che affrontano transizioni complesse, come quelle tradizionali (ad es. chimica, metallurgia, automotive) e le PMI, e che i finanziamenti si basino sul principio di neutralità tecnologica.
Il Governo condivide gli obiettivi in materia di clima e ambiente, a condizione che siano coniugati con realismo e attenzione alla sostenibilità economica e sociale. In questo contesto, anche in materia di difesa, ritiene necessario lavorare a una definizione più chiara della governance di una vera politica industriale europea.
Il Consiglio europeo dovrebbe dedicare particolare attenzione anche al problema della governance del Fondo europeo per la competitività e di Europa globale. In sede di Consiglio si è chiesto infatti un coinvolgimento a monte e un processo decisionale più chiaro che permettano a Consiglio e Stati membri di esprimersi in maggior misura sulle priorità, sulla programmazione e sull’attuazione di entrambi i programmi. Chiarimenti sono stati chiesti anche in merito all'interazione tra il Fondo europeo per la competitività e Orizzonte Europa e con riferimento alle regole di attivazione dei meccanismi di flessibilità, incluso il cuscinetto per le sfide e le priorità di emergenza, nell’ambito di Europa globale.
Risorse proprie
L’Italia ha sottolineato l’importanza che nuove risorse proprie non ostacolino la competitività dell'UE né impongano oneri eccessivi a cittadini e a imprese. Perplessità sarebbero state espresse in merito a:
CORE per il potenziale impatto su PMI (pur escluse formalmente) e mercati nazionali e per la necessità di includere il settore finanziario. Perplessità sarebbero state espresse, tra gli altri, anche da Francia e Germania;
TEDOR per il potenziale rischio di slittamento dell'onere sui consumatori mediante l’aumento dei prezzi, con dubbi sugli effetti di gettito derivanti dal collegamento con la proposta di revisione della direttiva tabacchi;
rifiuti elettronici in relazione alla qualità, affidabilità, comparabilità dei dati e al rischio di un eccessivo onere amministrativo per gli Stati membri;
imballaggi di plastica a causa dell’aumento del contributo nazionale.
Maggiore sostegno sarebbe stato riservato al CBAM, il cui impatto in termini di gettito risulterebbe però limitato.
Le risoluzioni di Camera e Senato
In occasione delle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista della riunione del Consiglio europeo, il 17 dicembre 2025 la Camera e il Senato hanno approvato le risoluzioni, di identico contenuto, Mantovani, Candiani, Rossello e Pisano n. 6-00214 e Terzi Di Sant'Agata, Scurria, Murelli, Rosso, De Poli 6-00185 che impegnano tra l’altro il Governo a:
affrontare il negoziato sul prossimo bilancio pluriennale europeo dando priorità alla dimensione politica di questa fase negoziale rispetto alle esigenze di rapidità, secondo linee chiare e definite che per il nostro Paese sono incentrate sulla struttura del bilancio europeo e sul mantenimento di un giusto equilibrio tra contributi e ritorni, favorendo una discussione per una programmazione europea sussidiaria, secondo un principio che renda più efficace la spesa e favorisca la crescita;
finalizzare un QFP che tenga conto delle esigenze dei nostri agricoltori, delle nostre regioni e delle nostre amministrazioni, chiedendo di preservare la specificità, l'ambizione e l'autonomia delle politiche tradizionali che sono la coesione, la PAC e le politiche in materia di migrazioni e sicurezza delle frontiere, e studiando attentamente le chiavi allocative per definire i criteri di ripartizione.
Sessione V – Difesa e sicurezza europee
Secondo il progetto di conclusioni, dato l'ulteriore deterioramento del contesto geopolitico e la guerra di aggressione della Russia contro l'Ucraina, che rimane una sfida esistenziale per l'Unione europea, il Consiglio europeo ribadirà la sua determinazione a rafforzare in modo decisivo la prontezza di difesa dell'Europa entro il 2030, a ridurre le dipendenze strategiche e ad affrontare le carenze critiche in termini di capacità, con un approccio a 360°. In tale contesto, il Consiglio europeo chiederà un'accelerazione degli sforzi per raggiungere rapidamente la prontezza di difesa. Il Consiglio europeo inoltre:
Il Consiglio europeo sottolineerà anche che la difesa di tutte le frontiere terrestri, aeree e marittime dell'UE contribuisce alla sicurezza dell'Europa nel suo complesso. A tale riguardo, evidenzierà la situazione al confine orientale dell'UE, considerando le minacce poste da Russia e Bielorussia, nonché i rischi a cui sono esposti gli Stati membri più direttamente colpiti dalla situazione in Iran e in Medio Oriente. Alla luce delle persistenti campagne ibride contro l'UE e i suoi Stati membri, in particolare da parte di Russia e Bielorussia, il Consiglio europeo ribadirà la necessità di sforzi continui per rafforzare la resilienza, proteggere le infrastrutture critiche e prevenire, scoraggiare e rispondere agli attacchi ibridi, con particolare attenzione alla sicurezza dei droni e delle misure anti-droni. Inviterà inoltre il Consiglio ad aggiornare la valutazione delle minacce del 2022 sulla base di un'analisi completa a 360° delle minacce e delle sfide a livello dell'UE che sarà preparata dall'Alto Rappresentante in stretta collaborazione con gli Stati membri e basandosi sui loro contributi. Il Consiglio europeo ricorderà infine l'importanza di collaborare con partner che condividono gli obiettivi di politica estera e di sicurezza dell'UE, senza pregiudizio al carattere specifico della politica di alcuni Stati membri e tenendo conto degli interessi di sicurezza e di difesa di tutti gli Stati membri, conformemente ai trattati. |
La Roadmap per l’attuazione del piano “Prontezza 2030”
Lo scorso 16 ottobre Commissione europea e Alta rappresentante hanno pubblicato la comunicazione congiunta sulla Roadmap 2030 per la prontezza della difesa e il mantenimento della pace. Il documento ha lo scopo – come si legge nell’introduzione - di tradurre il Libro Bianco e le indicazioni dei vari Consigli europei in obiettivi chiari, fissando milestones da realizzare entro termini specifici, con indicatori per verificare il progresso nell’attuazione. Tra gli aspetti più significativi del documento si segnalano:
- la definizione delle modalità per colmare il gap di capacità militare dell’UE in una serie di settori definiti come prioritari;
- l’avvio di quattro progetti “bandiera”: l’iniziativa sui droni; la sorveglianza del fronte orientale; lo scudo aereo e lo scudo spaziale europeo.
Il documento contiene anche paragrafi dedicati al rafforzamento dell’industria europea della difesa, alla cooperazione con l’Ucraina e agli “abilitanti” orizzontali (mercato della difesa, mobilità militare, ecc.).
Per quanto riquadra gli aspetti finanziari, il documento non prevede nuove risorse. L’unica novità è l’annuncio di un nuovo fondo equity dedicato alla difesa (per un miliardo di euro), che sarà attivato dalla BEI e dal Fondo europeo di investimento (EIF) entro il primo trimestre del 2026. Il documento ricorda anche che la bozza del nuovo bilancio pluriennale prevede stanziamenti di 131 miliardi di euro per difesa e spazio, oltre ai fondi per ricerca e innovazione e a quelli per la mobilità militare.
Colmare i gap capacitivi
Dopo un’elaborazione condivisa tra gli Stati, con il supporto dell’Agenzia europea per la difesa (EDA), il Consiglio europeo straordinario del 6 marzo ha formalizzato la lista di nove “settori prioritari” in cui concentrare maggiormente gli sforzi di rafforzamento della difesa UE. Essi sono: la difesa aerea e missilistica; i sistemi di artiglieria; missili e munizioni; i droni e i sistemi antidrone; la mobilità militare; cyber, calcolo quantico, intelligenza artificiale e guerra elettronica; abilitanti strategici e infrastrutture di protezione (come trasporto aereo, rifornimento in volo, consapevolezza di situazione nel dominio marittimo, protezione degli assetti spaziali); il combattimento di terra; le capacità marittime.
Per colmare queste lacune, la Roadmap propone di formare, per ciascuno dei settori indicati, una Coalizione tra Stati membri (Member States Capability Coalition), che, su base volontaria, si propongano di migliorare le proprie capacità di difesa. All’interno di ciascuna coalizione gli Stati individuano uno o più Paesi leader, definiscono gli obiettivi da raggiungere e concordano i progetti da avviare per raggiungere tali obiettivi.
Il documento precisa che, all’interno delle coalizioni, gli Stati potranno utilizzare gli strumenti e le risorse previsti dal programma EDIP e SAFE (su cui vedi infra) e potranno avviare nuovi progetti PESCO. L’Agenzia europea per la difesa (EDA), di cui molti Stati chiedono il potenziamento, avrà il compito di facilitare il lavoro delle coalizioni, fornendo linee guida e mettendo a disposizione il proprio expertise tecnico.
La Roadmap precisa che gli Stati restano i principali attori di queste iniziative: ad essi spetta di decidere gli obiettivi, distribuire i ruoli e allocare le risorse. La Commissione si pone come il soggetto “facilitatore”, con il comito di assicurare l’assistenza tecnica, la disponibilità di fondi comuni e la coerenza complessiva dei diversi filoni di lavoro. L’Alta Rappresentante ha invece il compito di assicurare che i progetti sostengano il rafforzamento delle capacità comuni nelle aree prioritarie e siano coerenti con i piani militari Nato.
Al momento sono state formate coalizioni per tutte le aree prioritarie. Il prossimo passaggio è avviare i progetti entro giugno 2026 e renderli operativi entro la fine del 2028. Commissione e Alta rappresentante presenteranno ogni anno, per il Consiglio europeo di ottobre, un Report sulla preparazione della difesa, per dare conto dei progressi nel rafforzamento delle capacità europee nei settori prioritari.
I progetti flagship
La Roadmap indica alcuni “progetti di punta” per il rafforzamento della difesa europea. Essi hanno un carattere trasversale e – si legge nel documento - un rilievo che non si limita alla difesa in senso stretto, perché possono essere impiegati anche per altri scopi, come la protezione delle infrastrutture critiche e il controllo delle frontiere. I progetti sono aperti a tutti gli Stati che intendano parteciparvi.
L’iniziativa sui droni e la sorveglianza sul fronte orientale
I primi due progetti sono strettamente collegati tra loro.
L'iniziativa europea per la difesa dai droni sarà progettata -si legge nella Roadmap - come un sistema multistrato con capacità interoperabili per il rilevamento, il tracciamento e la neutralizzazione di dronti, ma anche con capacità di colpire obiettivi terrestri sfruttando la tecnologia dei droni per attacchi di precisione. La capacità anti-drone dovrà essere pienamente interoperabile e interconnessa tra gli Stati membri, garantendo la consapevolezza situazionale europea e la capacità di agire congiuntamente e proteggere le infrastrutture critiche insieme alla NATO.
La sorveglianza del fronte orientale (Eastern Flank Watch) è un progetto che assorbe e amplia l’iniziativa sui droni, integrando i sistemi di difesa anti-droni con una serie di sistemi di difesa terrestre e con gli apparati di sicurezza del Mar Baltico e del Mar Nero.
Le due iniziative dovrebbero essere avviate nel primo trimestre del 2026, usufruendo dei programmi EDIP e SAFE. La piena funzionalità dell’iniziativa dei droni è fissata per la fine del 2027, mentre il più ampio progetto della sorveglianza orientale dovrebbe essere funzionale entro la fine del 2028.
La Roadmap sottolinea anche che il progetto dovrebbe essere complementare alle diverse operazioni della Nato nell’area (Eastern Sentry, Baltic Air Policing) e alle forze della Forward Presence. Dall’inizio dell’invasione russa l’Alleanza ha infatti fortemente potenziato la propria presenza nell’area. La Roadmap aggiunge che il sistema europeo dovrà essere “pienamente allineato con la struttura integrata di comando e controllo della NATO”.
Lo scudo aereo e lo scudo spaziale
Il terzo progetto è uno scudo di difesa aerea e missilistica integrato e multistrato - come si legge nella Roadmap - per proteggere dall'intero spettro delle minacce aeree. L’avvio dell’iniziativa è previsto nel secondo semestre del 2026, ma il documento non indica una data di operatività del sistema.
Collegato ad esso è il progetto di scudo spaziale, che ha lo scopo di garantire la protezione e la resilienza delle risorse e dei servizi spaziali. L’iniziativa integrerà le capacità spaziali a duplice uso dell'UE, per fornire servizi governativi per di tutti gli Stati membri (posizionamento, navigazione e sincronizzazione, intelligence geospaziale, comunicazioni sicure ecc.). Il progetto – prosegue la Roadmap - si concentrerà in particolare sulle apparecchiature abilitate da Galileo, sulla consapevolezza del dominio spaziale, sulla lotta alle interferenze, nonché sulle operazioni e sui servizi spaziali, settori in cui l'Europa presenta evidenti carenze e dipendenze. Anche in questo caso l’avvio del progetto è previsto nel secondo semestre del 2026, mentre non è ancora indicata una data di operatività.
L’industria della difesa
Per ciò che riguarda l’industria, l’elemento più innovativo della Roadmap è la prospettazione di un ruolo più incisivo per la Commissione, che dovrebbe fornire orientamenti sulla concorrenza (competition guidance) per i progetti cooperativi e potrà valutare, d’accordo con gli Stati membri, modalità per “modernizzare” l’approccio agli aiuti di Stato in questo settore. La Commissione dovrebbe anche “approfondire la sua conoscenza” delle capacità produttive europee, attuali e prospettiche, “focalizzando” ogni anno l’attenzione su determinate priorità. Resta ovviamente da capire come in concreto la Commissione riuscirà a ritagliarsi uno spazio maggiore di azione, in un ambito di stretta competenza nazionale.
Per il resto la Roadmap sottolinea le esigenze già note: programmazione pluriennale degli acquisti, innovazione e ricerca (rafforzata grazie all’estensione ai settori della difesa del programma Horizon), sicurezza delle catene di approvvigionamento, accesso alle materie prime e partenariati, a cominciare da quelli con Regno Unito e Canada.
La Commissione intende anche sostenere gli sforzi degli Stati membri per l’aggiornamento professionale del personale del settore, con l’obiettivo di formare 200 mila lavoratori alle nuove esigenze produttive entro il 2026.
Per quanto riguarda il mercato della difesa, la Roadmap annuncia la presentazione di una proposta modifica delle norme europee sul procurement (che però incontreranno sempre l’ostacolo dell’art. 346 del TFUE, che consente agli Stati di derogare alle regole comuni per esigenze di sicurezza nazionale) e ricorda i due provvedimenti di semplificazione attualmente in discussione tra Parlamento e Consiglio (su cui vedi infra).
Il documento si occupa anche della cooperazione con l’Ucraina, dando conto delle varie iniziative già in corso, sul versante sia delle garanzie di sicurezza per Kyiv che delle alleanze industriali. La Roadmap cita anche l’“Alleanza per i droni” con l’Ucraina, che potrà usufruire di diverse fonti di finanziamento, tra cui 2 miliardi di euro dal fondo ERA, lanciato in sede G7 nell’ottobre dello scorso anno, sotto Presidenza italiana (e che ha un volume complessivo stabilito in 50 miliardi di dollari), con le risorse degli interessi dei fondi sovrani russi congelati.
L’attuazione del piano ReArm-Readiness 2030
Il piano (inizialmente denominato ReArm Europe) è stato come noto presentato dalla presidente von der Leyen a marzo 2025 e si articola nei seguenti punti:
- attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità e crescita;
- lo strumento finanziario SAFE (Security Action for Europe), per fornire agli Stati membri prestiti per accelerare l’approvvigionamento congiunto.
- la possibilità volontaria di reindirizzare verso la difesa le quote non utilizzate dei fondi di coesione
- uno stimolo agli investimenti privati attraverso un rafforzamento dell’azione della Banca europea degli investimenti e maggiori opportunità di investimento nella difesa attraverso l’Unione del risparmio e degli investimenti (che però è ancora tuta da costruire).
L’attivazione della clausola di salvaguardia
Ai sensi dell’art.26 del regolamento 2024/1263 (di riforma del Patto di stabilità e crescita), la clausola può essere attivata in presenza di tre condizioni:
- presenza di “circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro”;
- tali circostanze devono avere “rilevanti ripercussioni” sulle finanze pubbliche nazionali;
- l’attivazione della clausola non deve compromettere “la sostenibilità di bilancio nel medio termine”.
Tali condizioni sono ritenute esistenti nella situazione attuale. Su richiesta degli Stati, la Commissione propone dunque l’attivazione della clausola al Consiglio, che decide a maggioranza qualificata.
La flessibilità potrà essere usata sia per investimenti che per spesa corrente. Sono ammissibili le spese che rientrano nella classificazione delle funzioni delle pubbliche amministrazioni utilizzata da Eurostat (categoria COFOG 02- difesa). Il maggiore indebitamento potrà arrivare all’1.5 del PIL, per ogni anno di attivazione della clausola, usando come annualità di riferimento il 2021 (l’anno precedente all’aggressione russa). La flessibilità può essere richiesta per un periodo di quattro anni, periodo che la Commissione ritiene adeguato per la “transizione ad un livello strutturalmente più alto di spesa nella difesa” (cosi la citata comunicazione del 19 marzo). Il Consiglio può prorogare la flessibilità per un anno, anche più di una volta. Non è previsto un numero massimo di proroghe.
L’attivazione della clausola non implica vincoli di acquistare prodotti europei. Trattandosi in ultima istanza di fondi nazionali, infatti, la Commissione non può porre obblighi in questo senso, ma solo “invitare” gli Stati a “privilegiare” industrie e forniture di servizi europee, in modo da sostenere l’autonomia e la competitività UE.
Ad oggi la sua attivazione è stata richiesta da 17 Stati membri (Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia). Tutte le richieste sono state approvate dal Consiglio (l’ultima in ordine di tempo quella austriaca, lo scorso 17 febbraio).
La posizione dell’Italia
Rispondendo a un’interrogazione nell’Aula del Senato, lo scorso 8 gennaio, il Ministro dell’economia ha fornito indicazioni significative su prospettive e tempistica dell’azione del nostro Paese. “Per quanto riguarda il rafforzamento della capacità di difesa e sicurezza, anche al fine di ottemperare agli impegni resi durante il summit della NATO tenutosi all'Aja lo scorso giugno, appare cruciale attendere gli esiti della stima del deficit del 2025, che l'Istat notificherà alla Commissione europea a marzo. Nel caso in cui questo dovesse risultare inferiore al 3 per cento, verrebbe attivato il procedimento di uscita dalla procedura di disavanzo eccessivo. Ciò consentirebbe di confermare gli intenti contenuti del Documento programmatico di finanza pubblica, ossia l'incremento della spesa per sicurezza e difesa graduale, con un'incidenza sul PIL che può crescere fino a 0,5 punti percentuali entro la fine del triennio, coperto dalla legge di bilancio”. Quanto alle modalità di finanziamento, il ministro ha anche ricordato che a novembre l’Italia ha presentato un piano per la partecipazione allo strumento europeo SAFE nella misura massima di 14,9 miliardi di euro, piano che è ancora in corso di valutazione, insieme a quelli presentati dagli altri Stati UE. “L'adesione al programma SAFE – ha ricordato Giorgietti - comporta una dilazione molto in avanti nel tempo della restituzione del relativo prestito rispetto alla emissione di titoli del debito pubblico, nonché risparmi conseguenti al differenziale nel tasso d'interesse pagato. Al contempo, implica la necessità di sottostare a una serie di regole sostanziali e procedurali, che limitano la discrezionalità dei singoli Stati aderenti”. Il ministro ha precisato anche che “l'attivazione della clausola di salvaguardia è funzionalmente collegata allo strumento SAFE, ma è indipendente da questo”.
L’attivazione della clausola di salvaguardia consente infatti un aumento del debito pubblico per una determinata finalità. SAFE (come si vedrà meglio infra) fornisce invece una particolare modalità di finanziamento di tale debito, attraverso emissioni garantite dall’Unione e quindi a tassi d’interesse che per determinati Stati (come l’Italia) sono vantaggiosi rispetto all’emissione di debito nazionale. La lista dei Paesi che hanno attivato i due diversi strumenti è quasi del tutto coincidente, ma vi sono Paesi che hanno richiesto l’attivazione della clausola senza chiedere i prestiti di SAFE (come la Germania) o hanno fatto la scelta opposta (come la Spagna).
“La clausola di salvaguardia – ha continuato il ministro nel suo intervento - prevede che, al ricorrere di circostanze eccezionali, in cui la Commissione europea ha esplicitamente incluso l'attuale contesto geopolitico, uno Stato membro possa richiedere al Consiglio l'autorizzazione a deviare temporaneamente dal percorso di spesa netta definito nel proprio piano strutturale di bilancio di medio termine. Trattandosi di una flessibilità in deroga, l'attivazione della clausola di esclusione non richiederebbe la pubblicazione di un nuovo piano strutturale di bilancio di medio termine, ma implicherebbe comunque una richiesta di scostamento dagli obiettivi programmatici al Parlamento, da approvare, previo coinvolgimento dello stesso, ai sensi (e con le maggioranze) dell'articolo 6 della legge n. 243 del 2012. Ogni valutazione in merito agli strumenti che saranno impiegati e al quantum delle spese oggetto dell'interrogazione avverrà in conformità a quanto previsto dall'ultimo Documento di finanza pubblica e nella risoluzione di approvazione dello stesso, all'interno della quale sono stati definiti i limiti superiori, in percentuale al PIL, del maggiore indebitamento”.
Lo scorso 2 marzo l’ISTAT ha reso noto che nel 2025 “l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche, misurato in rapporto al Pil, è stato pari a -3,1%, a fronte del -3,4 % nel 2024”. Il ministro Giorgetti ha comunque precisato che i dati “sono provvisori, prima delle comunicazioni che l'Italia farà all'Ue”.
Le spese per la difesa nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP) 2025
Dopo aver dato conto dei nuovi impegni di spese assunti in sede NATO, il documento precisa la posizione italiana in relazione alle misure adottate in sede Ue per aumentare le risorse per il settore. Per quanto riguarda il programma SAFE il DPFP sottolinea che il governo “sta lavorando intensamente, in contatto con il settore industriale nazionale, per presentare dei programmi che, rispettando i requisiti richiesti, consentano un aumento della capacità produttiva (anche attraverso partnership strategiche con altri Paesi europei) e dell’occupazione nazionale, che si collochino alla frontiera della tecnologia (con possibili ricadute positive sull’industria civile) e che – laddove possibile – possano avere applicazioni dual use, favorendone al contempo le esportazioni”. In considerazione dei tempi previsti, “non si ritiene possibile riuscire a definire puntuali programmi di spesa già nella prossima legge di bilancio, né una precisa allocazione di risorse sia in termini di stanziamenti sia in termini di flussi di cassa sottostanti i pagamenti”.
Il documento prospetta comunque che l’incremento della spesa in difesa “sarà graduale”, con un’incidenza sull’aumento del PIL fino a circa 0,5 punti percentuali entro la fine del triennio coperto dalla legge di bilancio. “È bene sottolineare – sottolinea ancora il documento - che le decisioni in materia dovranno essere ben ponderate, evitando brusche accelerazioni della spesa, considerando i necessari tempi di adeguamento della capacità produttiva: un’eventuale ‘corsa agli acquisti’ da parte dell’Italia e degli altri Paesi europei rischierebbe di generare soltanto un aumento dei prezzi, delle importazioni e della dipendenza verso altri Paesi”.
Il Governo si impegna comunque in tempi rapidi, presumibilmente all’inizio del prossimo esercizio finanziario, a sottoporre al Parlamento la descrizione della pianificazione della spesa militare aggiuntiva, effettuando anche una stima delle sue ricadute sull’economia. “È, infatti, possibile che tale spesa abbia un effetto positivo sulla crescita del PIL, mitigandone l’aggravio sulla finanza pubblica”.
Secondo una proiezione realistica- si legge ancora nel testo – “la spesa in rapporto al PIL salirebbe di 0,15 punti percentuali all’anno nel 2026 e nel 2027 e di 0,2 pp nel 2028. Tale incremento, ceteris paribus, potrebbe condurre la crescita dell’indicatore di spesa netta al di sopra della traiettoria obiettivo, fissata nel Piano e raccomandata dal Consiglio, comportando la necessità da parte del Governo italiano di richiedere l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale”. Di conseguenza, la decisione sull’eventuale attivazione della clausola di salvaguardia “è rimandata a una fase successiva al perfezionamento del programma SAFE, in cui se ne valuterà l’effettiva necessità, tenuto anche conto dell’obiettivo di uscire dalla procedura per disavanzi eccessivi”.
Ad ogni buon conto – conclude il DPFP - “il Governo riafferma l’impegno a mantenere il deficit al disotto del 3 per cento del PIL nel medio termine. Inoltre, lo sviluppo delle capacità di difesa e sicurezza non comporterà riduzioni delle voci di spesa più orientate alla crescita e al benessere economico e sociale degli italiani, come il sostegno alle famiglie e la sanità”.
Il regolamento SAFE
Lo scorso 27 maggio il Consiglio ha approvato il regolamento SAFE (dall’acronimo inglese Security Action for Europe) che prevede l’erogazione di prestiti agli Stati membri (con fondi reperiti dall’UE sul mercato dei capitali), per l’acquisizione in comune di capacità di difesa nei settori prioritari individuati dal Consiglio europeo. L’ammontare massimo dei prestiti che possono essere concessi è fissato in 150 miliardi di euro.
Lo strumento appare quindi particolarmente appetibile per i Paesi che si finanziano sul mercato a tassi maggiori di quelli di cui gode l’Unione. Nelle intenzioni della Commissione, il regolamento, oltre a stimolare il procurement cooperativo, dovrebbe consentire un aumento della capacità produttiva dell’industria europea della difesa, una disponibilità più tempestiva dei prodotti e lo sviluppo di nuovi prodotti per la difesa.
I settori prioritari eligibili per i prestiti, corrispondono a quelli individuati dal Consiglio europeo straordinario dello scorso 6 marzo (ricordati sopra).
Alle attività di procurement deve partecipare almeno un altro Stato membro, o uno Stato associato EFTA (cioè Islanda, Liechtenstein, Svizzera e, soprattutto, Norvegia) o l’Ucraina (art.7). Come deroga temporanea, per il primo anno, cioè fino al 30 maggio 2026, SAFE può finanziare anche acquisti realizzati da un solo Stato, a patto che questo prenda “attivamente tutte le misure necessarie per estendere i vantaggi degli appalti in questione ad almeno un altro Stato”.
La richiesta deve essere accompagnata da un Piano di investimenti per l’industria della difesa, che deve indicare, tra l’altro, le condizioni di eligibilità della richiesta, le misure per rafforzare la resilienza dell’industria europea (in particolare facilitare l’ingresso nel mercato delle PMI e di nuovi attori industriali) e l’eventuale coinvolgimento dell’Ucraina. Per ottenere il prestito, i piani nazionali devono sostenere gli appalti comuni, che di per sé contribuiscono a favorire il rafforzamento della base industriale europea. La valutazione tecnica delle richieste di finanziamento è operata dalla Commissione (con l’ausilio tecnico dell’Agenzia europea della difesa e del Comitato militare UE), mentre la decisione finale spetta al Consiglio.
I prestiti dovranno essere distribuiti tra i diversi Paesi “secondo principi di uguale trattamento, solidarietà, proporzionalità e trasparenza”. Per ragioni di “prudenza” nella gestione del portfolio, la quota di prestiti concessa ai tre principali Stati beneficiari non potrà superare il 60% del totale. I prestiti saranno concessi con una durata “sufficientemente lunga”, fino a 45 anni. Per favorire l’avvio delle attività, il regolamento ammette un pre-finanziamento fino al 15% del totale (art.10).
Gli acquisti comuni finanziati da SAFE – in ragione dell’urgenza che è alla base del provvedimento - possono derogare ad alcune previsioni delle norme sugli appalti nel settore della difesa (in particolare la direttiva n.81 del 2009), consentendo ad esempio procedure negoziali in luogo di avvisi pubblici di gara o l’estensione ad altri Stati di contratti già in essere.
Il regolamento prevede anche l’esenzione dell’IVA sui prodotti acquistati con appalti comuni finanziati da SAFE (art. 20). I considerata del provvedimento sottolineano che tale previsione è ispirata allo “spirito di solidarietà” tra gli Stati, considerando che il regolamento ha anche lo scopo di rafforzare l’interoperabilità dei prodotti della difesa, obiettivo di cui in teoria beneficiano tutti.
In linea generale SAFE finanzia acquisti di prodotti di entità stabilite nell’UE, in Norvegia o in Ucraina e non soggette a controllo di Stati o entità esterne. Ci sono poi alcune eccezioni. Società di Paesi extra UE stabilite nel territorio europeo possono partecipare come fornitori dei prodotti, al pari delle imprese UE, a patto di fornire rassicurazioni (garantite dallo Stato di stabilimento) sull’autonomia rispetto alla società controllante (tra cui il rispetto delle condizioni previste dal regolamento UE n. 452 del 2019 sul controllo degli investimenti esteri diretti). Il regolamento ammette poi ai prestiti gli acquisti di prodotti che contengano una percentuale di componenti prodotti al fuori dell’UE (degli Stati associati e dell’Ucraina) che corrispondano a un costo non superiore al 35% del prodotto finale. Sul tema, la Francia, seguita da Grecia e Cipro, aveva dall’inizio proposto una quota molto minore, che avrebbe però svantaggiato le industrie nazionali che vantano collaborazioni internazionali forti e strutturate (in primis quella italiana). Per tenere conto “delle catene di approvvigionamento e della cooperazione industriale” esistente con imprese extra-UE, la stessa soglia massima, del 35%, vale (con alcune condizioni) per i sub-fornitori che non sono stabiliti nel territorio UE.
La Commissione ha scelto come base giuridica del regolamento SAFE la procedura di emergenza ai sensi dell’articolo 122 TFUE, prevista per le situazioni in cui è necessario far fonte a gravi difficoltà nella fornitura di determinati prodotti. La procedura esclude dal processo decisionale il Parlamento europeo, che deve essere solo “informato” della decisione presa dal Consiglio. Il Parlamento europeo ha fin dall’inizio contestato tale procedura e lo scorso 20 agosto ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia, per lesione delle competenze dell’organo parlamentare. Il ricorso riguarda essenzialmente la questione procedurale, e non vi sono invece critiche diffuse, in seno al Parlamento europeo, sul merito del regolamento. E’ quindi probabile che, laddove la Corte di Giustizia riconosca la regioni del Parlamento europeo, questo, ottenuto il riconoscimento della propria posizione, approverebbe il provvedimento nel medesimo testo approvato dal Consiglio e già in corso di implementazione.
Al momento 19 Stati hanno chiesto di usufruire dei prestiti previsti dallo strumento: oltre all’Italia, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia e Finlandia.
A fronte delle richieste, la Commissione ha adottato una ripartizione dei 150 miliardi disponibili complessivamente. Il Paese che beneficerebbe della quota maggiore dei prestiti sarebbe la Polonia, con circa 43 miliardi e 730 milioni euro. A seguire la Romania, con 16 miliardi e 680 milioni e poi Francia e Ungheria, con circa 16.200.000.000 euro ciascuno. All’Italia andrebbero poco meno di 15 miliardi.
16 piani nazionali di investimento (tra cui quello dell’Italia) sono stati approvati da Commissione e Consiglio (gli ultimi lo scorso 17 febbraio). Restano invece da approvare i piani di Francia, Ungheria (ciascuno per 16,2 miliardi di euro) e Repubblica Ceca (2 miliardi di euro), che devono ancora essere validati dalla Commissione. La Commissione ha precisato che i piani nazionali non saranno pubblici, per ragioni di sicurezza degli Stati membri.
Secondo il regolamento istitutivo, il programma SAFE è aperto anche ai Paesi candidati e a quelli con cui l’UE ha stipulato un Accordo bilaterale su sicurezza e difesa. L’effettiva partecipazione è subordinata alla stipula di un’intesa con l’EU per definite le condizioni e le modalità di tale partecipazione. A tal fine lo scorso settembre il Consiglio aveva autorizzato la Commissione ad avviare trattative con Regno Unito e Canada.
L’accordo con il Canada è stato raggiunto solo il 1° dicembre, quando tutti i Paesi avevano già presentato i propri progetti, impedendo di fatto ogni possibile cooperazione. L’accordo è poi stato formalmente approvata dal Consiglio lo scorso 11 febbraio.
L’accordo con Londra, che avrebbe avuto un’importanza ben maggiore, non è stato invece raggiuto.
La trattativa è fallita su due punti principali: il contenuto minimo prodotto nell’UE degli acquisti finanziati con SAFE da parte del Regno Unito e il contributo finanziario di Londra. La posizione più rigida è stata assunta, in modo non sorprendente, da Parigi, che ha mantenuto fino alla fine le sue richieste: 50% di contenuto minimo UE (da temperare eventualmente con deroghe ad hoc per determinati prodotti) e contributo finanziario britannico di almeno un miliardo di euro. La controfferta di Londa è rimasta però lontanissima (70 milioni), rifiutando il principio secondo cui il contributo finanziario avrebbe dovuto riflettere il peso dell’industria britannica e i potenziali ritorni economici per la partecipazione a SAFE. Londra ha anche rifiutato di accettare il nesso – proposto dalla Commissione – tra la percentuale di contenuto minimo di prodotto made in UE e il contributo finanziario (più bassa la prima, più alto il secondo). A nulla è valsa la posizione più flessibile e orientata al compromesso di altri Stati UE, in primo luogo la Germania (che aveva sempre dichiarato come “inaccettabile” l’eventualità del “no deal”), ma anche l’Italia, che hanno ampiamente criticato la rigidità della Commissione.
Il regolamento EDIP
A differenza del regolamento SAFE, approvato in tempi molto rapidi, anche in virtù della base giuridica scelta, il percorso di approvazione del Programma europeo di investimenti nel settore della difesa (EDIP) è stato molto più complesso, e si è concluso lo scorso 8 dicembre.
Il progetto iniziale prevede un budget di 1,5 miliardi, tratti dal bilancio dell’UE, di cui 300 milioni dedicati allo Strumento per il sostegno dell’Ucraina.
Il budget di EDIP è considerato da tutti gli osservatori molto ridotto, rispetto alle ambizioni del progetto. Il Parlamento europeo aveva proposto di aumentare le risorse fino a 20 miliardi, basandosi però in gran parte su (improbabili) contributi nazionali volontari. In realtà il bilancio pluriennale UE è ormai alle sue batture finali e i margini per aumentate le risorse dello strumento sono sempre state molto ridotte. Gli Stati potranno però dirottare su EDIP i prestiti ottenuti con il regolamento SAFE o le risorse del proprio PNRR. L’aspettativa, però, è che i fondi di EDIP potranno essere sensibilmente aumentati nel prossimo bilancio pluriennale, la cui discussione è appena avviata.
Secondo la proposta possono ricevere finanziamenti consorzi composti da almeno tre entità industriali, di almeno tre Paesi, per le seguenti attività:
- cooperazione nel procurement e nella gestione del ciclo di vita dei prodotti della difesa;
- rafforzamento delle capacità produttive di prodotti finali, componenti o materie prime come modernizzazione o espansione delle linee produttive, partnership transfrontaliere, test ecc. (in questo caso anche per entità industriali singole);
- attività di supporto, come riconoscimento reciproco delle certificazioni, formazione del personale, accesso ai finanziamenti, protezione degli impianti da attacchi cyber, ecc.
L’EDIP intende anche sostenere l’industrializzazione dei prodotti derivanti da azioni cooperative di ricerca e sviluppo, supportate dal Fondo europeo per la difesa. Rientra in questo regolamento anche lo Strumento di supporto all’Ucraina (finanziato – come detto – per 300 milioni) per rafforzare la base industriale ucraina e facilitare gli acquisti di questi prodotti da parte dei Paesi UE (che vengono poi donati a Kyiv, secondo il c.d. “modello danese”).
Il bilancio dell’EDIP può essere utilizzato anche per istituire un “Fondo per accelerare la trasformazione delle catene di approvvigionamento della difesa” (FAST). Tale nuovo fondo mirerà ad agevolare l’accesso ai finanziamenti mediante strumenti di debito e/o di capitale di rischio per le PMI e le imprese a media capitalizzazione.
Come per il regolamento SAFE (visto prima) anche per EDIP sono finanziabili azioni che implichino l’acquisto di beni che per almeno il 65% del loro valore siano prodotti nell’EU o in Norvegia.
Il budget di EDIP è riservato per almeno il 15% a progetti per la cooperazione nel procurement e per almeno il 30% a progetti di sostegno all’industria. La quota di contribuzione è diversificata in base alle tipologie di progetti. Per le azioni di sostegno all’industria UE, EDIP può finanziare di norma fino al 35 %, a meno che non vi siano condizioni particolari (maggioranza dei beneficiari è PMI, costruzione di infrastrutture, contributi nazionali ecc.). Per le difficoltà di contesto e per l’esigenza di adattarsi ai requisiti NATO, i progetti a sostegno all’industria ucraina possono invece essere finanziati al 100%. Per le azioni a favore del procurement cooperativo la quota di finanziamento non può eccedere il 15%, tranne che nei casi in cui vi siano particolari difficoltà nella cooperazione transfrontaliere, per gli acquisti in Ucraina e per quelli realizzati nell’ambito di un SEAP (su cui si veda appena avanti). In questi casi la quota EDIP può salire al 25% del costo complessivo. La azioni di sostegno (in particolare quelle volte ad attivare nuovi strumenti di finanziamento per l’industria della difesa) possono essere coperte al 100%. In caso di particolare urgenza, i progetti possono essere avviati anche prima della firma del contratto con la Commissione.
EDIP istituisce anche una nuova struttura, il Consiglio per la sicurezza degli approvvigionamenti (Security of Supplies Board) composto da rappresentanti degli Stati membri, con l’Alto rappresentante, per assistere la Commissione nel monitoraggio delle catene di approvvigionamento, con il compito, in situazioni di crisi, di proporre al Consiglio Ue l’adizione di misure eccezionali (tra cui gli ordini prioritari alle imprese, i trasferimenti di materiali infra-UE e il mutuo riconoscimento delle certificazioni).
Il regolamento propone altresì un nuovo quadro giuridico, la Struttura per il programma europeo di armamento (SEAP), da istituire con un accordo internazionale (e personalità giuridica) tra almeno tre Stati (di cui almeno 2 membri, più un Paese associato o l’Ucraina) per agevolare la cooperazione nell’acquisizione dei materiali per la difesa. La proposta della Commissione prevede che i Paesi partecipanti ad un SEAP possano emettere debito comune, per finanziare l’acquisizione. In quanto organizzazioni internazionali, i SEAP non sono tenuti a rispettare la direttiva 81 del 2009 sul procurement militare, ma si dotano di proprie regole, rispettando i principi dell’Unione e del regolamento in esame.
Sempre per favorire il procurement cooperativo, la proposta di EDIP proroga anche le deroghe alla normativa sugli appalti, per consentire la partecipazione a bandi già aperti, da parte di nuovi Stati, anche associati, o dell’Ucraina.
Per rafforzare la capacità di export delle imprese europee, la proposta prevede anche l’istituzione di un Meccanismo per le vendite militari europee (MSM). Sulla base del modello USA, il meccanismo stabilisce un elenco, unico e centralizzato, dei prodotti per la difesa prodotti dalle aziende UE, norvegesi e ucraine : una specie di “catalogo” di prodotti che i possibili acquirenti internazionali possono consultare. In aggiunta, dovrebbero crearsi degli stock di riserva di materiali militari cui gli Stati membri e l’Ucraina possano attingere in caso di emergenze.
Il regolamento prevede anche che il Consiglio (e non più la Commissione, come era nel progetto iniziale) possa identificare dei Progetti di difesa europea di comune interesse, proposti da almeno quattro Stati in settori strategici, e a cui può partecipare anche l’Ucraina (nei casi in ciò possa facilitare la realizzazione del progetto). Per questi progetti (visto che la loro scala – come si legge nelle premesse del regolamento – richiede un livello di cooperazione e di coordinamento senza precedenti tra governi e industria, e visti i connessi rischi finanziari per gli Stati) il livello di finanziamento di EDIP può arrivare al 100%. Per ciascun progetto gli Stati partecipanti devono presentare un rapporto annuale alla Commissione.
Secondo il compromesso finale, saranno consentiti acquisti per prodotti la cui autorità di progettazione non sia Ue, limitatamente alle munizioni e ai missili (che hanno aspetti tecnologici molto ridotti e che l’industria europea non è in grado di produrre alle quantità richieste) a patto di avere un impegno giuridicamente vincolante – da parte dei soggetti extra Ue titolari dell’autorità di progettazione – a concedere tale autorità entro un termine commisurato alla complessità dell’azione per cui si chiede il finanziamento, e comunque non oltre il 31 dicembre del 2033.
Il pacchetto di semplificazione c.d. “Omnibus V Difesa”
Nell’ambito di una più ampia politica di semplificazione normativa in diversi settori dell’ordinamento (a cominciare da quello della competitività europea), il 17 giugno la Commissione ha presentato un pacchetto di misure velocizzare gli investimenti e la produzione industriale, oltre che per sostenere il percorso verso il mercato comune dei prodotti della difesa.
Il pacchetto si compone di due proposte di regolamento e di una proposta di direttiva, che dovranno quindi essere approvate da Consiglio e Parlamento europeo, secondo la procedura legislativa ordinaria (attualmente incorso). Le tre proposte normative sono accompagnate da una comunicazione, che chiarisce gli obiettivi complessivi dell’intervento.
La proposta di direttiva interviene sulle regole in materia di trasferimenti infra-comunitari di materiali d’armamento e di appalti nel settore della difesa (disciplinati rispettivamente dalle direttive 2009/43 e 2009/81).
Per quanto riguarda i trasferimenti, la proposta:
- estende i casi in cui i trasferimenti di materiali per la difesa possono essere esentati dall’autorizzazione preventiva;
- estende l’applicazione della licenza generale di trasferimento (pur facendo salve le limitazioni derivante dalle politiche nazionali di export);
- autorizza la Commissione a definire condizioni uniformi per determinare quale tipo di autorizzazione sia necessaria per ciascun tipo di trasferimento.
Per quanto riguarda gli appalti, la proposta di direttiva:
- aumenta (a 900 mila euro) la soglia minima per l’applicazione della direttiva, con lo scopo di snellire le procedure per il procurement di minore entità;
- ammette anche nel settore della difesa le procedure più snelle, introdotte in via generale dalla direttiva 2014/24 (in particolare per il procurement di tecnologie particolarmente innovative);
- autorizza gli Stati membri a utilizzare procedure negoziate, senza pubblicità, per acquisizioni comuni, per ricostituire le riserve di armamenti;
- estende a dieci anni (in luogo degli attuali sette) la durata degli accordi quadro, per stabilire partnership più durature e garantire maggiore prevedibilità agli ordini;
- prevede norme per estendere le previsioni sui programmi cooperativi di ricerca e sviluppo anche alle fasi successive;
- riduce alcuni obblighi di report statistico del procurement militare.
Si segnala che la relazione inviata dal Ministro della difesa al Parlamento (ai sensi della legge 234/2012) esprime una valutazione positiva sulla proposta in quanto essa “promuove la cooperazione transfrontaliera all'interno dell'UE, consentendo una maggiore flessibilità e accelerazione negli scambi di prodotti per la difesa e tende a favorire un'attuazione più efficace ed efficiente del procurement nel settore della sicurezza e della difesa”. La relazione sottolinea in particolare l'introduzione del sistema dinamico di acquisizione e, in particolar modo, della procedura del “partenariato per l'innovazione” che consente di ampliare il novero delle procedure di scelta del contraente. Tale strumento risponde all'esigenza di sviluppare prodotti, servizi o lavori innovativi e di acquistare successivamente le forniture, i servizi o i lavori che ne risultano. Esigenza che talvolta non può essere soddisfatta ricorrendo a soluzioni già disponibili sul mercato, concorrendo altresì a sostenere il rapido adattamento dell'industria europea della difesa. Allo stesso modo, la relazione ritiene che “la procedura semplificata per gli appalti diretti ad acquisire prodotti o servizi innovativi derivanti da progetti di ricerca e sviluppo comuni in ambito europeo, possa essere d'impulso per lo sviluppo di tecnologie comunitarie, semplificando il percorso verso il raggiungimento di un'autonomia strategica e favorendo equipaggiamenti e sistemi d'arma sempre più standardizzati ed interoperabili e, quindi, la base tecnologica ed industriale di difesa europea”. Le proposte in esame, considerate di particolare urgenza e finalizzate a potenziare la prontezza dell'Europa, sono valutate come “complessivamente conformi all'interesse nazionale… nell'ottica di promuovere la partecipazione delle imprese italiane al mercato europeo della difesa e mantenere al contempo spazi di tutela per la sicurezza nazionale”.
La proposta di regolamento per le semplificazioni amministrative invece:
- stabilisce il termine generale di 60 giorni (estendibile a 90) per la conclusione dei processi di autorizzazione per le richieste di avvio di attività industriali nel settore della difesa (inclusi la costruzione di nuovi insediamenti, l’espansione di insediamenti esistenti, i siti di certificazione e training, ecc.);
- stabilisce una serie di regole per velocizzare e uniformare i procedimenti vigenti nei diversi Paesi, tra cui l’istituzione in ciascun Paese di uno “sportello unico” per la gestione delle richieste di autorizzazione e l’applicazione delle procedure giudiziarie di maggiore urgenza già vigenti in ciascun ordinamento;
- ribadisce che i procedimenti autorizzativi restano di competenza degli Stati membri e restano invariate le normative ambientali e di tutela paesaggistica e culturale (molte delle quali di provenienza UE).
Si segnala che la relazione inviata dal Ministro della difesa al Parlamento (ai sensi della legge 234/2012) esprime una valutazione positiva sulla proposta. La proposta – si legge in questo documento -“risponde alle esigenze rappresentante dall'industria del settore”, che hanno lamentato i ritardi causati dagli oneri amministrativi nazionali e alla difficoltà della gestione dei programmi UE dovuta a regole stringenti imposte dall'UE o difformità delle normative nazionali. La proposta “appare conforme all'interesse nazionale ove esso consenta la finalizzazione dell'interesse perseguito, nell'alveo della tutela di altri interessi primari quali salute, sicurezza, ambiente”.
La proposta di regolamento per facilitare gli investimenti nella difesa e le condizioni dell’industria di settore, interviene in due ambiti, per:
- snellire le procedure di selezione e ridurre le incombenze burocratiche a carico delle imprese per la partecipazione ai bandi del Fondo europeo per la difesa;
- introdurre elementi di flessibilità, da parte degli Stati, per il settore della difesa, nelle normative UE in materia di sostanze chimiche (regolamento 1907/2006 e 1272/2008), sostanze biocide (quelle cioè che eliminano organismi nocivi, regolamento 528/2012) e inquinanti organici persistenti (cioè i composti chimici inquinanti di scarsa degradabilità, regolamento 2019/1021).
Nella relazione inviata al Parlamento, il Governo italiano sottolinea che “seppure non sia possibile quantificare i benefici in termini economici, appare chiaro che l'armonizzazione, il sostegno alle imprese del settore difesa, soprattutto delle PMI, l'ampliamento dei casi di affidamento diretto come pure la possibilità di aggiudicare contratti multipli, determinerà un miglioramento dell'efficienza sul ramp-up produttivo delle imprese con evidenti benefici sull'occupazione e sull'economia nazionale”. Di conseguenza le disposizioni contenute nel progetto – continua la relazione – “sono conformi all'interesse nazionale”.
La proposta del c.d. "Schengen militare"
Lo scorso 19 novembre, la Commissione ha presentato una comunicazione e una proposta di regolamento sul tema della mobilità militare.
La mobilità militare si riferisce all’obiettivo di consentire gli spostamenti di personale, materiali e mezzi militari in modo rapido e scorrevole con breve preavviso e su larga scala all’interno e oltre l’UE. Comprende due aspetti principali:
-il pilastro burocratico, cioè l’armonizzazione e la semplificazione delle procedure per l’attraversamento delle frontiere tra i diversi Stati;
- il pilastro infrastrutturale, cioè il potenziamento e l’adeguamento, in una prospettiva dual use, delle infrastrutture fisiche (strade, ponti, ferrovie, ecc.) e digitali.
La strategia presentata dalla Commissione si basa su cinque misure principali:
- rafforzare la resilienza delle infrastrutture di trasporto, modernizzando i principali corridoi di mobilità militare dell'UE;
- semplificare le norme per i trasporti militari (anche se effettuati da vettori commerciali) e i requisiti amministrativi per l’attraversamento delle frontiere;
- istituire un "Sistema europeo di risposta rafforzata alla mobilità militare" (EMERS) per le situazioni di emergenza;
- condividere le capacità di mobilità militare tra Stati membri, attraverso la creazione di un pool di risorse da usare reciprocamente, anche attraverso un sistema informativo digitale;
- costituire un Gruppo per la mobilità e il trasporto militare, che riunisca istituzioni Ue e Stati membri (ciascuno con un Coordinatore nazionale per il settore) per rafforzare il coordinamento delle iniziative.
Tra le misure più significative prospettate nel documento c’è la creazione di un'unica procedura di autorizzazione per tutti gli Stati membri, di durata permanente, con formalità doganali semplificate e prioritarie. Attualmente, infatti, ogni Stato membro ha le proprie norme e requisiti, il che – come si rileva criticamente nella comunicazione - implica un periodo variabile da Stato a Stato per ottenere le autorizzazioni, che può arrivare fino a 45 giorni (quando fin dal 2024 gli Stati si era impegnati a garantire i permessi entro 3 giorni).
Si ricorda che la mobilità militare gode di un budget autonomo nel bilancio UE 2021-2027, con un capitolo specifico per i progetti di infrastrutture di trasporto a duplice uso, del valore di 1,5 miliardi di euro. Questi fondi sono erogati nell’ambito del Meccanismo per collegare l’Europa (MCE), più ampio strumento di finanziamento che mette a disposizione 25,81 miliardi di euro nel periodo per investimenti strategici nelle infrastrutture di trasporto dell’UE. Dal 2021 la Commissione ha finanziato complessivamente 95 progetti, che coinvolgono 21 Stati Membri, esaurendo però i fondi disponibili fino al 2027.
La Corte dei Conti nella sua relazione speciale del febbraio 2025 ha invitato la Commissione a valutare la possibilità di utilizzare i fondi residui del MCE anche per i progetti infrastrutturali a duplice uso, almeno fino alla scadenza dell’attuale bilancio pluriennale UE. Gli Stati – come detto prima - possono anche finanziare nuovi progetti di mobilità militare con i Fondi di coesione o tramite i prestiti SAFE.
Nella bozza del nuovo bilancio 2028-2034 i finanziamenti per mobilità militare sono più che decuplicati rispetto al bilancio in corso, con una proposta di risorse per 17,65 miliardi, sempre nell'ambito del Meccanismo per collegare l'Europa. La Commissione sottolinea che ulteriori fondi per la mobilità dual-use potrebbero arrivare – nel nuovo bilancio- dal Fondo per la competitività europea, da InvestEU e anche dal programma Horizon Europe La Commissione ha individuato circa 500 progetti prioritari per eliminare i punti di strozzatura lungo i corridoi prioritari, cioè ampliare le gallerie, rafforzare i ponti, consolidare le ferrovie e aumentare la capacità di porti e aeroporti. Il totale degli investimenti necessari per realizzare tutti questi progetti è stimato in circa 100 miliardi.
A giugno 2024 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato un regolamento TEN-T riveduto, che per la prima volta comprende anche la mobilità militare nella rete TEN-T. Nel frattempo, proprio allo scopo di allineare ulteriormente le norme tra la rete TEN-T e la rete di trasporto militare, il Consiglio aveva rivisto i requisiti militari della mobilità UE (comprendendovi tra l’altro i poli logistici e la catena di approvvigionamento dei combustibili, anche alla luce della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina). La Commissione ha evidenziato che la rete di mobilità militare si sovrappone per il 94 % con la rete TEN-T.
Si ricorda che quello sulla mobilità militare è anche uno dei progetti più significativi tra quelli sviluppati nell’ambito della Cooperazione strutturata permanente (PESCO), oltre che di grande interesse anche in ambito NATO. Il progetto, avviato nel 2018 è coordinato dai Paesi Bassi, e vanta la partecipazione di tutti gli Stati membri (con la sola eccezione dell’Irlanda), oltre che di Stati Uniti, Canada, Norvegia e Regno Unito Il progetto opera essenzialmente come forum per lo scambio di informazione e migliori pratiche tra i Paesi partecipanti. Il progetto prevede che ogni governo elabori un proprio piano nazionale per la mobilità militare e istituisca un proprio “punto di contatto”. A sostegno del progetto ci sono anche due programmi ad hoc dell’Agenzia europea della difesa (su dogane e digitalizzazione delle autorizzazioni ai movimenti transfrontalieri). Un altro progetto PESCO in materia è il Network of Logistic Hubs in Europe and Support to Operations (NetLogHubs), coordinato da Cipro, Germania e Francia per sostenere il coordinamento tra i Paesi nelle attività di rafforzamento delle infrastrutture di trasporto.
Per quanto riguarda l’Italia, tra i progetti finanziati nell’ambito del Meccanismo per collegare l’Europa (Connecting Europe Facility, CEF), e già completati, c’è l’ampliamento dei binari ferroviari e l’adattamento dei sistemi di sicurezza, segnalamento e trazione elettrica nelle stazioni di Palmanova e Pontedera. L’intervento consente la circolazione in queste stazioni di treni lunghi 740 metri e aumenta la capacità delle linee ferroviarie Firenze-Pisa (che rientra nel Corridoio TEN-T scandinavo-mediterraneo) e Udine-Cervignano ( che rientra nel Corridoio baltico-adriatico). L'infrastruttura ferroviaria viene così adattata ai requisiti per il duplice uso civile-militare. Il contributo UE è stato di 3 milioni e 875 mila euro. L’intervento è stato gestito da Rete Ferroviaria italiana).
Altri progetti in Italia sono in corso di svolgimento e riguardano:
- la ristrutturazione di ponti e viadotti nell’autostrada A2 (che rientra nel Corridoio Scandinavo-mediterraneo). gestito da ANAS, con un contributo massimo Ue di circa 23 milioni e 600 mila euro.
-l’adeguamento a mobilità militare e duplice uso dell'autostrada A7 tra Milano e Genova (Corridoio Reno-Alpi), per quasi 5 milioni di euro, gestito da Milano Serravalle Milano tangenziali spa;
- l’adeguamento a duplice uso del porto di Genova Sampierdarena (che fa sempre parte del Corridoio Reno-Alpi), gestito da Rete Ferroviaria Italiana, per un contributo UE di circa 29 milioni di euro;
- interventi nel porto di La Spezia per facilitare i movimenti di mezzi militari, con circa 9 milioni, gestito dall’Autorità di sistema portuale del Mar ligure orientale.
Secondo il progetto di conclusioni, il Consiglio europeo dovrebbe fare il punto sui progressi compiuti nell'attuazione delle sue precedenti conclusioni. Dovrebbe quindi invitare a proseguire, in via prioritaria, l'intensificazione dei lavori su tutti i fronti, compresi la dimensione esterna e i partenariati globali, in linea con il diritto dell'UE e il diritto internazionale.
Anche nelle conclusioni del 18 dicembre 2025, il Consiglio europeo ha ricordato le sue precedenti conclusioni e ha fatto il punto sui progressi compiuti nella loro attuazione. Su tale base, il Consiglio europeo ha invitato a proseguire in via prioritaria i lavori intensificati su tutti i filoni, in linea con il diritto dell'UE e internazionale.
Analogamente, nelle conclusioni del 23 ottobre 2025, il Consiglio europeo, ha chiesto di intensificare i lavori su tutti i filoni individuati nel giugno 2025. Questi comprendono:
- la dimensione esterna, segnatamente attraverso partenariati globali;
- l'attuazione della legislazione dell'UE adottata e l'applicazione della legislazione vigente;
- la prevenzione e il contrasto della migrazione irregolare, anche attraverso nuovi modi in linea con il diritto dell'UE e internazionale;
- gli sforzi per facilitare, aumentare e accelerare i rimpatri, mediante il ricorso all'insieme delle politiche, degli strumenti e dei mezzi pertinenti di cui l'UE dispone;
- i concetti di Paesi terzi sicuri e Paesi di origine sicuri;
- la lotta contro la strumentalizzazione e il traffico e la tratta di esseri umani;
- l'allineamento della politica in materia di visti da parte dei Paesi vicini;
- percorsi sicuri e legali in linea con le competenze nazionali.
Il Consiglio europeo aveva inoltre ricordato la determinazione dell'Unione a rafforzare la sicurezza alle sue frontiere esterne e ad assicurarne il controllo efficace, in linea con il diritto dell'UE e internazionale.
Attuazione del nuovo patto sulla migrazione e l’asilo
Il patto sulla migrazione e l'asilo è un insieme di nuove norme per la gestione della migrazione volte a istituire un sistema comune di asilo a livello dell'Unione europea. La riforma è attuata attraverso un approccio globale che si pone l’obiettivo di rafforzare e integrare le principali politiche dell'UE in materia di migrazione, asilo e gestione delle frontiere, attraverso procedure più rapide e norme più chiare per quanto riguarda sia la ripartizione delle responsabilità che la solidarietà fra gli Stati membri.
Il 10 aprile 2024 il Parlamento europeo ha votato a favore delle nuove norme, che sono poi state adottate formalmente dal Consiglio dell'UE il 14 maggio 2024. Queste troveranno piena applicazione negli Stati membri il 12 giugno 2026.
Il 22 maggio 2024 sono stati pubblicati i testi legislativi relativi al ‘nuovo patto sulla migrazione e l’asilo’: 1. un regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che sostituisce il c.d. regolamento di Dublino; 2. un regolamento concernente le situazioni di crisi e di forza maggiore nel settore della migrazione e dell’asilo; 3. il regolamento che istituisce l’“Eurodac” per il confronto dei dati biometrici; 4. il regolamento che introduce accertamenti nei confronti dei cittadini di Paesi terzi alle frontiere esterne (cd. screening); 5. il regolamento che stabilisce una unica procedura comune e semplificata di protezione internazionale.
Sono stati inoltre approvati altri atti legislativi inclusi nel patto sulla migrazione e l’asilo e che, presentati dalla Commissione europea nel 2016, erano stati già concordati da Consiglio e Parlamento europeo nel 2022: 1. la revisione della direttiva recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale; 2. il regolamento recante norme sull’attribuzione a cittadini di Paesi terzi o apolidi della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria e sul contenuto della protezione riconosciuta; 3. il regolamento che istituisce un quadro dell’Unione per il reinsediamento e l’ammissione umanitaria; 4. il regolamento che stabilisce una procedura di rimpatrio alla frontiera; 5. il regolamento (UE) 2021/2303 relativo all’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo, il quale ha abrogato il regolamento (UE) n. 439/2010 e ha trasformato l’Ufficio europeo per l’asilo (European Asylum Support Office - EASO) nell’Agenzia dell’UE per l’asilo (European Union Agency for Asylum – EUAA).
L’applicazione dei regolamenti è prevista nel 2026, dopo due anni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale dell’UE (ad eccezione di singole disposizioni che recano un termine di applicazione diversa e fatta eccezione per il regolamento 2024/1350 che istituisce un quadro dell’Unione per il reinsediamento e l’ammissione umanitaria, il quale è immediatamente esecutivo)(5) . Per quanto riguarda la direttiva sulle condizioni di accoglienza, gli Stati membri hanno avuto due anni di tempo per introdurre le modifiche previste nelle loro leggi nazionali.
Il 12 giugno 2024 la Commissione europea ha adottato una comunicazione recante il piano di attuazione comune del patto sulla migrazione e l’asilo, propedeutico alla predisposizione dei piani di attuazione nazionali.
L’11 giugno 2025 ha inoltre pubblicato una comunicazione sul suo stato di attuazione, nel quale si evidenziava che a metà del periodo di transizione si registravano importanti progressi a livello sia dell'UE che degli Stati membri, ma che occorre un maggiore impegno per affrontare le sfide rimanenti e per fare in modo che nel giugno 2026 sia pienamente operativo un nuovo sistema solido di gestione della migrazione.
Per approfondimenti sul nuovo patto per la migrazione e l’asilo e su quanto discusso in occasione delle precedenti riunioni del Consiglio europeo si rimanda alla sessione “Migrazione” contenuta nei dossier europei n. 158/DE Consiglio europeo - Bruxelles, 18-19 dicembre 2025, n. 144/DE Consiglio europeo - Bruxelles, 23-24 ottobre 2025, n. 131/DE Consiglio europeo - Bruxelles, 26 e 27 giugno 2025 e n. 114/DE Consiglio europeo - Bruxelles 20 e 21 marzo 2025, a cura dei Servizi del Senato e della Camera dei deputati.
Vd. anche i documenti UE n. 17/DOCUE Conclusioni del Consiglio europeo del 18 dicembre 2025, n. 16/DOCUE Conclusioni del Consiglio europeo del 23 ottobre 2025, n. 15/DOCUE Conclusioni del Consiglio europeo del 26 giugno 2025 e n. 14/DOCUE Conclusioni del Consiglio europeo del 20 marzo 2025.
Nel suo programma di lavoro per il 2026, la Commissione europea ha dichiarato che si concentrerà “sulla messa in pratica del patto sulla migrazione e l'asilo, grazie al quale l'UE disporrà di un sistema per prevenire gli abusi, riducendo la pressione sui sistemi nazionali”, sottolineando inoltre che “grazie a un approccio equo e fermo il patto raggiunge un equilibrio tra le forti responsabilità e una significativa solidarietà”.
Nella Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea per l’anno 2026, trasmessa al Parlamento il 10 febbraio 2026, il Governo ha espresso fra l’altro la sua posizione in merito al nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, affermando che “il lavoro di implementazione delle sue disposizioni, in vista dell’applicazione a partire da giugno 2026, nonché la riforma del Codice frontiere Schengen, stanno disegnando un nuovo quadro legislativo e operativo attraverso cui garantire la protezione delle frontiere esterne UE senza mettere in discussione il sistema di asilo e la libera circolazione delle persone tra gli Stati membri”.
In particolare, ritiene che le proposte legislative per riformare il sistema dei rimpatri e rivedere il concetto di Paese terzo sicuro potranno contribuire a rendere più sostenibili i sistemi di accoglienza, permettendo l’ingresso e la permanenza nel territorio UE solamente a chi ne ha diritto.
Riferisce inoltre che, per quanto concerne l’attuazione delle procedure di frontiera, sia in materia di asilo sia di rimpatrio, si dovranno adottare le misure necessarie per garantire una capacità adeguata, che per l’Italia è fissata in 8.016 procedure, e che è in corso la valutazione di una revisione delle attuali zone di frontiera, come individuate dal decreto ministeriale 5 agosto 2019. Il Governo ritiene necessario rendere operativo un flusso di lavoro unico, assicurando l’interoperabilità dei sistemi utilizzati dalle amministrazioni coinvolte e il corretto inserimento dei dati rilevanti nel sistema Eurodac.
Nella riunione dell’11 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato, “con la previsione della richiesta alle Camere di sollecita calendarizzazione nel rispetto dei regolamenti dei due rami del Parlamento”, un disegno di legge - non ancora trasmesso alle Camere - che introduce, fra le altre, disposizioni per l’attuazione del nuovo patto sulla migrazione e l’asilo.
Un aggiornamento sull'attuazione del patto sulla migrazione e l'asilo, in vista della sua entrata in applicazione, è stato da ultimo fornito in occasione del Consiglio Giustizia e affari interni (GAI) del 5 e 6 marzo 2026 dalla Commissione europea, rappresentata dal commissario Magnus Brunner. Ancora una volta, è stato sottolineato che il patto renderà più efficace il sistema europeo comune di asilo grazie a procedure più rapide e norme più chiare per quanto riguarda sia la ripartizione delle responsabilità che la solidarietà fra gli Stati membri, contribuendo a ridurre la pressione migratoria su tutti gli Stati membri. La Commissione ha anche richiamato l'attenzione sui settori in cui sono necessari ulteriori sforzi per garantire un'applicazione armoniosa degli strumenti giuridici. Nella stessa occasione, la presidenza cipriota ha annunciato che una riunione ministeriale dovrebbe svolgersi il 12 giugno 2026 a Nicosia, per celebrare l'avvio del patto.
5) Solo l’articolo 9, paragrafo 24, di tale regolamento si applicherà a decorrere dal 12 giugno 2026.
Strategia europea di gestione dell’asilo e della migrazione,
Il 29 gennaio 2026 la Commissione ha presentato la prima strategia europea sulla gestione dell’asilo e della migrazione, in cui definisce il suo punto di vista strategico sulla politica in materia di migrazione e asilo per i prossimi cinque anni. Viene in particolare ribadita la determinazione dell'Unione a istituire un quadro che consenta di gestire efficacemente la migrazione, insieme ai Paesi partner, fornendo soluzioni e rimanendo al tempo stesso aderente ai valori europei. Essa riafferma inoltre il principio secondo cui dovrebbe essere l'Europa a decidere chi entra nell'UE, e in quali circostanze. I tre obiettivi principali delineati nella strategia sono i seguenti:
- prevenire la migrazione illegale e smantellare le attività delle reti criminali di trafficanti;
- proteggere le persone in fuga da guerre e persecuzioni, evitando nel contempo gli abusi del sistema;
- attirare talenti nell'UE per rafforzare la competitività delle economie europee.
A tal fine la strategia si concentra sulle cinque priorità descritte di seguito.
- Potenziamento della ‘diplomazia della migrazione’.
La Commissione intende intensificare gli sforzi, insieme agli Stati membri, per aumentare la cooperazione con i partner internazionali attraverso:
- partenariati globali e reciprocamente vantaggiosi che garantiscano una cooperazione efficace e basata sui diritti in materia di migrazione;
- incentivi e leve in tutti i settori e ambiti strategici, quali la politica in materia di visti, il commercio e il sostegno finanziario;
- un approccio che prenda in considerazione l'intero tragitto migratorio, anche fornendo protezione in luoghi più vicini ai Paesi di origine (i centri multifunzionali lungo le rotte potrebbero offrire modalità innovative per gestire la migrazione con i Paesi partner);
- la lotta globale contro il traffico di migranti per prevenire viaggi pericolosi, anche utilizzando l’Alleanza mondiale, nuovi strumenti per monitorare le attività finanziarie digitali e illecite, e un nuovo regime di sanzioni;
- percorsi di protezione e rimpatri dai Paesi terzi, per aiutare a ridurre la pressione sui partner e proteggerli dagli abusi dei trafficanti.
- Frontiere UE solide per rafforzare il controllo e la sicurezza.
La Commissione sottolinea che occorre garantire un efficace controllo su chi entra nell'Unione, ai fini della politica migratoria dell'UE e a salvaguardia dello spazio Schengen. Per preservare e consolidare ulteriormente i progressi finora compiuti, intende in particolare:
- realizzare un sistema digitale di gestione delle frontiere avanzato, con l'introduzione del sistema di ingressi/uscite (Entry/Exit System - EES) e l'avvio del nuovo sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi (European Travel Information and Authorisation System - ETIAS);
- sottoporre ad accertamenti tutte le persone arrivate illegalmente nell'Unione e applicare le procedure di frontiera a tutte le frontiere esterne, nel quadro del patto, a decorrere da giugno 2026;
- rafforzare ulteriormente il ruolo dell’agenzia Frontex con una revisione del suo regolamento istitutivo.
- Un sistema di asilo e migrazione saldo, equo e adattabile.
Nella strategia si sottolinea che il patto sulla migrazione e l'asilo è il fondamento della politica dell'UE in materia di asilo e migrazione, in quanto garantisce una protezione rafforzata delle frontiere esterne, norme rigorose contro gli abusi e un equilibrio fra responsabilità e solidarietà. La sua attuazione, la sua operatività e il suo ulteriore sviluppo richiedono pertanto un'attenzione costante nei prossimi anni, che implicherà:
- l’assistenza alle autorità nazionali nell'attuazione delle nuove norme con apposite équipe della Commissione specializzate per Paese e un finanziamento supplementare di 3 miliardi di euro per predisporre procedure efficienti e prevenire meglio i movimenti secondari non autorizzati;
- a seguito dell'adozione della prima riserva di solidarietà, la garanzia di una continua solidarietà per gli Stati membri sotto pressione;
- il rafforzamento e una finalizzazione delle misure contenute nel patto al fine di poter affrontare le nuove sfide, ad esempio attraverso la modifica del concetto di Paese terzo sicuro e l'elenco dell'UE di Paesi di origine sicuri, e con ulteriori misure volte a introdurre ‘aspetti innovativi’.
La riserva annuale di solidarietà per il 2026
L'11 novembre 2025 la Commissione europea ha presentato la prima relazione annuale sull'asilo e la migrazione (con in allegato il “Secondo stato di avanzamento nell'attuazione del patto sulla migrazione e l'asilo”) in cui traccia un quadro dei sistemi previsti al riguardo nell'UE e costituisce la base per determinare la situazione migratoria negli Stati membri. Nella stessa data la Commissione ha presentato la decisione di esecuzione (UE) 2025/2323, a norma dell’articolo 11 del regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione dell’asilo e della migrazione.
Per determinare se i singoli Stati membri siano soggetti a pressioni migratorie, a rischio di pressioni migratorie o affrontino una situazione migratoria significativa, la Commissione ha elaborato una metodologia, discussa anche con gli Stati membri, secondo la quale la pressione migratoria dipende dalla creazione di obblighi sproporzionati in uno Stato membro tenuto conto della situazione generale nell’Unione. La valutazione ha preso in considerazione un periodo di 12 mesi, dal 1° luglio 2024 al 30 giugno 2025. In tale periodo di riferimento, ha rilevato che gli attraversamenti illegali delle frontiere esterne dell’Unione sono diminuiti del 35%, e che dunque la situazione migratoria complessiva nell’Unione continua a migliorare. Anche le domande di protezione internazionale e i movimenti non autorizzati sono in diminuzione, rispettivamente del 21% e del 25%, secondo una tendenza stabile già osservata nel 2024.
La valutazione ha concluso che la Grecia, la Spagna, l'Italia e Cipro sono Stati membri soggetti a pressioni migratorie. La pressione migratoria in Spagna e in Italia è determinata dall'elevato numero di sbarchi a seguito di operazioni di ricerca e soccorso (search and rescue - SAR). La Commissione ha osservato in particolare che, nel periodo di riferimento dal 1o luglio 2024 al 30 giugno 2025, in Italia la percentuale e il numero assoluto di arrivi a causa di sbarchi ricorrenti a seguito di operazioni SAR sono stati di entità tale da creare obblighi sproporzionati rispetto alla situazione generale nell’Unione, con circa il 40% del numero totale delle persone sbarcate nell’Unione.
In base alla valutazione dei criteri quantitativi e qualitativi stabiliti nel patto, la Commissione europea ha concluso dunque che Cipro, Grecia, Italia e Spagna sono soggetti a pressioni migratorie e possono beneficiare delle misure di cui alla riserva di solidarietà. Le misure di solidarietà sono di tre tipi: ricollocazioni, contributi finanziari e misure di solidarietà alternative. Spetta a ciascuno Stato membro decidere il tipo di misura per il quale intende impegnarsi, compresa la possibilità di una combinazione di diversi tipi di misure.
La relazione e la decisione erano accompagnate da una proposta di decisione di esecuzione del Consiglio, poi adottata il 22 dicembre 2025 come decisione di esecuzione (UE) 2025/2642 del Consiglio che istituisce la riserva annuale di solidarietà per il 2026. In questa viene stabilito che:
- il numero di riferimento per la riserva annuale di solidarietà per il 2026 è 21.000 per quanto riguarda le ricollocazioni;
- il numero di riferimento per la riserva annuale di solidarietà per il 2026 è 420 milioni di euro per quanto riguarda i contributi finanziari.
Una percentuale indicativa pari al 42% dei numeri di riferimento di cui sopra è messa a disposizione degli Stati membri individuati come soggetti a pressioni migratorie a causa degli elevati numeri di arrivi derivanti da sbarchi ricorrenti a seguito di operazioni di ricerca e soccorso.
I contributi di solidarietà che ciascuno Stato membro si è impegnato a versare, conformemente all'articolo 13 del regolamento (UE) 2024/1351, sono riportati nell'allegato. Per l'Italia sono quantificate misure di solidarietà alternative per un valore di 54 milioni di euro.
- Rimpatri e riammissioni più efficaci. Ai fini del buon funzionamento e della credibilità del sistema di migrazione e di asilo la Commissione ritiene indispensabile che i rimpatri avvengano in modo rapido e dignitoso. Rilevato che attualmente solo un quarto circa delle persone cui è stato ingiunto di lasciare il territorio torna effettivamente nel proprio Paese, si ritiene fondamentale continuare a lavorare per:
- approntare un sistema europeo comune di rimpatrio, con regole più efficaci, procedimenti digitalizzati e aspetti innovativi (come la creazione di centri per il rimpatrio), in base a quanto contenuto nella proposta di regolamento su un sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno nell'Unione è irregolare, attualmente in fase di negoziato (vedi infra);
- migliorare le procedure di riammissione da parte dei Paesi terzi, utilizzando e rafforzando il pacchetto di strumenti dell'UE per la promozione della cooperazione.
- Mobilità del lavoro e dei talenti per promuovere la competitività. Nella strategia la Commissione rileva che, nei prossimi cinque anni, le carenze di competenze e la mancanza di manodopera si accentueranno in molti settori chiave, anche a causa delle dinamiche demografiche. L'UE dovrebbe quindi “puntare a diventare il primo luogo di richiamo nella corsa mondiale ai talenti”. A tal fine sarà necessario:
- potenziare gli esistenti partenariati di richiamo per i talenti, avviarne di nuovi e integrare pienamente l'acquisizione di talenti nella cooperazione globale dell'UE con i Paesi partner;
- semplificare le norme e le procedure per attrarre le competenze di cui l'Europa ha bisogno, anche per quanto riguarda il riconoscimento e la convalida delle qualifiche e delle competenze;
- combattere il lavoro illegale e lo sfruttamento dei lavoratori migranti e migliorarne l'integrazione negli Stati membri ospitanti, con il sostegno dei finanziamenti dell'UE.
Il 16 novembre 2023, nell'ambito del pacchetto sulla mobilità delle competenze e dei talenti, la Commissione ha presentato al Consiglio una proposta di regolamento che istituisce un bacino di talenti dell'UE.
Sulla proposta il 13 giugno 2024 il Consiglio ha concordato la sua posizione. Il 3 dicembre 2025 il Parlamento europeo ha approvato in Commissione il testo concordato in prima lettura.
La 10ª Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica si è espressa con la risoluzione doc. XVIII n. 13 del 14 maggio 2024, esprimendo una valutazione favorevole sulla proposta. Nel documento viene osservato fra l’altro che risulta opportuno contrastare, per quanto possibile, i fenomeni migratori irregolari e garantire che tali fenomeni avvengano attraverso procedure controllate e legali, che consentano di selezionare i profili effettivamente utili al mercato del lavoro dei Paesi dell’Unione europea.
L’XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) della Camera dei deputati, nell’ambito dell’esame della proposta ai sensi dell’art. 127 del Regolamento, ha adottato documento recante una valutazione favorevole con osservazioni.
La strategia intende inoltre promuovere il pieno utilizzo delle potenzialità della digitalizzazione e dell'intelligenza artificiale nella gestione dell'asilo e della migrazione, con l'istituzione di un forum per l'IA nel settore della migrazione, per dotare gli Stati membri di strumenti moderni, sicuri ed efficienti che possano migliorare la qualità, la coerenza e la tempestività del processo decisionale e che rafforzino la sicurezza, migliorando al tempo stesso i servizi offerti alle persone.
Viene infine ricordato che la proposta della Commissione relativa al quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034 prevede un aumento delle risorse destinate alla migrazione e all'asilo e alla cooperazione internazionale. La proposta relativa al QFP mira infatti a fornire le risorse finanziarie necessarie anche per sostenere le priorità definite nella strategia, con un importo complessivo di almeno 81 miliardi di euro per le politiche in materia di Affari interni, gestione della migrazione e dell'asilo, sicurezza interna e rafforzamento delle frontiere e della politica dei visti.
La proposta relativa al QFP intende inoltre accrescere la coerenza, la corrispondenza e la complementarità fra la dimensione politica interna ed esterna. La strategia cita al riguardo lo strumento Europa globale, per il quale è stata proposta una dotazione di 200 miliardi di euro, così da rispondere a un approccio all'allargamento e ai partenariati internazionali “basato sui valori e d'impatto, in linea con gli interessi strategici dell'UE, compresi i suoi obiettivi in materia di migrazione”.
La dimensione esterna delle politiche migratorie
Il 16 ottobre 2025 la Commissione europea ha presentato, congiuntamente all’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, la comunicazione dal titolo “Patto per il Mediterraneo - Un unico mare, un patto, un futuro unito”, con l’intento di delineare una strategia che rafforzi le relazioni dell'UE con i partner del Mediterraneo meridionale. Il patto è strutturato su tre pilastri, uno dei quali dedicato alla sicurezza, preparazione e gestione della migrazione.
Per approfondimenti, si rimanda al dossier n° 125 Patto per il Mediterraneo, a cura della Camera dei deputati.
Come affermato nella comunicazione, l’iniziativa si pone in linea con la dimensione esterna prospettata nel nuovo patto sulla migrazione e l'asilo, il cui approccio implica un rafforzamento della governance della migrazione, il miglioramento della gestione delle frontiere, la prevenzione delle partenze irregolari, il sostegno alle attività di contrasto del traffico di migranti e della tratta di esseri umani, nonché la promozione della migrazione legale e della mobilità.
Parte integrante di tale approccio sono inoltre le attività di rimpatrio, di riammissione e di reintegrazione, il sostegno alle iniziative di reinsediamento e la definizione di soluzioni atte a garantire la protezione dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo lungo le rotte, anche attraverso il sostegno di organizzazioni internazionali quali l'agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM).
Nella sopra citata relazione programmatica per il 2026, il Governo dichiara di voler promuovere la piena attuazione del Patto per il Mediterraneo, contribuendo attivamente alla definizione del relativo Piano d’azione. Inoltre, il Governo ha evidenziato che si impegnerà per un rafforzamento dei rapporti bilaterali fra l’UE e i partner del vicinato Sud, sia tramite l’attuazione dei partenariati strategici e globali già conclusi con Tunisia, Egitto e Giordania, sia favorendo l’istituzione di analoghi partenariati con altri Paesi cruciali per la stabilità del Mediterraneo.
Con riferimento all’istituzione e al rafforzamento dei partenariati con i Paesi di origine dei flussi migratori, prosegue l’impegno dell’Italia per la promozione di percorsi di mobilità regolare, attraverso l’implementazione di strumenti bilaterali di cooperazione in ambito migratorio (accordi e memoranda) e con iniziative progettuali che prevedano la realizzazione di mobilità internazionale per motivi di lavoro.
Le conclusioni del Consiglio del 20 novembre 2025, adottate in occasione del trentesimo anniversario della dichiarazione di Barcellona, hanno qualificato il Patto per il Mediterraneo quale priorità strategica dell’Unione. Il Consiglio europeo del 18 dicembre 2025 ha a sua volta accolto con favore le conclusioni del Consiglio e ha chiesto un'attuazione rapida del patto, al fine di affrontare al più presto le sfide e le opportunità regionali comuni ivi prospettate (vd. il documento dell'Unione europea n. 17/DOCUE Conclusioni del Consiglio europeo del 18 dicembre 2025 e la sezione dedicata al patto del dossier europeo n. 158/DE Consiglio europeo - Bruxelles, 18-19 dicembre 2025).
La Commissione Affari esteri della Camera dei deputati ha esaminato il Patto per il Mediterraneo, adottando l’11 febbraio 2026 un documento finale.
In sede di Consiglio dell’UE, in occasione dell’ultima riunione del Consiglio Giustizia e affari interni (GAI), tenutasi il 5 e 6 marzo 2026, i ministri per gli Affari interni hanno proceduto a uno scambio di opinioni sulla dimensione esterna della migrazione, sottolineando come il rafforzamento della cooperazione con i principali Paesi terzi continui a rappresentare un pilastro centrale della politica migratoria dell'UE.
In tale contesto, le discussioni si sono incentrate sul Libano e sulla Libia, considerati due Paesi di transito fondamentali lungo le rotte migratorie del Mediterraneo orientale e centrale. Molti ministri hanno ribadito il loro sostegno al Libano e si sono dichiarati favorevoli a una cooperazione più strutturata con il Paese, una volta attuate le riforme necessarie in vari altri settori. Per quanto riguarda la Libia, diversi ministri hanno evidenziato l'importanza di sostenere la cooperazione a livello tecnico, sottolineando che le azioni preventive, la lotta alle reti di trafficanti e l'aumento dei rimpatri volontari rimangono prioritari.
L'UE stabilisce partenariati internazionali volti a sostenere e promuovere i valori e gli interessi europei e per promuovere prosperità a livello globale.
In particolare, il Global Gateway è la strategia europea il cui obiettivo è promuovere collegamenti intelligenti, puliti e sicuri nei settori del digitale, dell'energia e dei trasporti e rafforzare i sistemi della sanità, dell'istruzione e della ricerca in tutto il mondo. Il patto si colloca inoltre fra le priorità definite dall'NDICI-Europa Globale, lo strumento finanziario per il supporto dell'azione esterna dell'Unione, mentre contributi aggiuntivi saranno richiesti agli Stati membri dell'UE e ai partner del Mediterraneo meridionale, alle istituzioni finanziarie internazionali e al settore privato, con l'intenzione di utilizzare le risorse secondo l'approccio "Team Europa", ossia mettendo in comune risorse e competenze per creare un'azione esterna altamente coordinata.
Nell'ambito delle proposte sul nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 (vedi supra), gli strumenti finanziari a sostegno dell'azione esterna sopra richiamati dovrebbero essere sostituiti dal nuovo Global Europe, con una dotazione di 200 miliardi di euro per l'intero ciclo finanziario.
L’UE ha finora siglato diversi accordi e dichiarazioni con i Paesi terzi:
- il 18 marzo 2016 è stata firmata una dichiarazione UE-Turchia e riconfermato il piano d’azione comune, attivato il 29 novembre 2015 per far fronte alla crisi dei rifugiati provocata dalla situazione in Siria. A favore dello strumento per i rifugiati in Turchia, l’UE ha finora mobilitato finanziamenti per 6 miliardi di euro;(6)
- l’11 giugno 2023 è stata adottata una dichiarazione congiunta con la Tunisia(7) , cui hanno fatto seguito un memorandum d’intesa (su un partenariato strategico e globale fra l’UE e la Tunisia, che comprende la questione migratoria) e un piano d’azione in 10 punti;
- il 7 marzo 2024 è stata firmata una dichiarazione congiunta con la Mauritania, che istituisce un partenariato sulla migrazione;
- il 17 marzo 2024 è stata firmata al Cairo una dichiarazione congiunta su un partenariato strategico e globale fra l’Egitto e l’UE. Le priorità per il periodo 2021-2027 sono definite nel programma indicativo pluriennale (MIP) UE-Egitto che, fra le aree di cooperazione, include la migrazione (in particolare l’UE ha fornito la disponibilità a erogare finanziamenti per garantire la stabilità macroeconomica a lungo termine e una crescita economica sostenibile, sulla base di priorità e obiettivi di riforma definiti congiuntamente);
- il 29 gennaio 2025 l'UE e la Giordania hanno firmato un partenariato strategico e globale, integrato da risorse finanziarie da parte dell’UE pari a 3 miliardi di euro, comprendenti sovvenzioni, investimenti pubblici e privati e assistenza macrofinanziaria.
Si ricorda inoltre che, al fine di ridurre gli arrivi irregolari, la Commissione europea ha presentato appositi piani di azione:
- il piano d’azione per il Mediterraneo centrale, del 21 novembre 2022;
- il piano d’azione sulla rotta dei Balcani occidentali, del 5 dicembre 2022;
- il piano d’azione per le rotte migratorie del Mediterraneo occidentale e dell’Atlantico, del 6 giugno 2023;
- il piano d’azione per il Mediterraneo orientale, del 18 ottobre 2023.
6) Cfr. la Nona relazione annuale sullo strumento per i rifugiati in Turchia (COM(2025)517), pubblicata dalla Commissione europea il 25 settembre 2025.
7) La dichiarazione è stata siglata in occasione della visita a Tunisi del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni insieme alla Presidente della Commissione europea e al Primo ministro pro tempore dei Paesi Bassi Mark Rutte.
Immigrazione irregolare
A partire dal 2010, il ciclo politico dell'UE per la criminalità organizzata e le forme gravi di criminalità internazionale (European Multidisciplinary Platform Against Criminal Threats - EMPACT) ha individuato fra i settori criminali prioritari il reato di facilitazione dell'immigrazione clandestina. In tale contesto, la Commissione europea ha affrontato il fenomeno mettendo in campo un ampio spettro di misure che vanno dal rafforzamento del mandato dell’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), per aumentare l'efficacia della sua azione alle frontiere esterne, anche tramite un corpo permanente di guardie di frontiera e costiera, all’istituzione di un meccanismo di valutazione per verificare la corretta applicazione delle norme di Schengen, oltre a una serie di strumenti nell’ambito del nuovo patto sulla migrazione e l’asilo.
Facendo seguito al Piano d’azione rinnovato dell'UE contro il traffico di migranti 2021-2025, il 28 novembre 2023 la Commissione ha presentato due proposte legislative in materia:
- una proposta di direttiva che stabilisce regole minime per la prevenzione e il contrasto del favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali nell’Unione, che intende sostituire la direttiva 2002/90/CE del Consiglio e la decisione quadro 2002/946/GAI del Consiglio;
- una proposta di regolamento poi adottata il 16 dicembre 2025 come regolamento (UE) 2025/2611 che modifica il regolamento (UE) 2016/794 per quanto riguarda il potenziamento del sostegno di Europol e il rafforzamento della cooperazione di polizia per prevenire e combattere il traffico di migranti e la tratta di esseri umani. In particolare, tale regolamento prevede l’istituzione formale e il rafforzamento del già operante Centro europeo contro il traffico di migranti nell’ambito di Europol e l’introduzione di un quadro di governance per regolamentarne e sostenerne le attività nonché il potenziamento della cooperazione e del coordinamento fra gli Stati membri, Europol, altre agenzie dell’Unione e con i Paesi terzi.
Il 10 dicembre 2025 la Commissione europea ha ospitato a Bruxelles la seconda conferenza internazionale dell'Alleanza mondiale contro il traffico di migranti. La conferenza riunisce oltre 80 delegazioni, molte delle quali a livello ministeriale, degli Stati membri dell'UE e dei partner internazionali, insieme ad alti rappresentanti di organizzazioni internazionali e di Europol, impegnate a rafforzare la cooperazione globale contro il traffico di migranti. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha inaugurato l'evento con un discorso di apertura. In tale occasione, oltre 50 delegazioni hanno approvato una dichiarazione congiunta, impegnandosi a rafforzare la cooperazione lungo le rotte del traffico di migranti e a contrastare la crescente dimensione digitale di queste attività criminali. La dichiarazione sottolinea la necessità di nuove misure preventive, fra cui la repressione degli annunci online che promuovono il traffico di migranti e lo smantellamento dei sistemi finanziari clandestini che lo alimentano.
Sulla proposta di direttiva il 13 dicembre 2024 il Consiglio ha adottato il proprio orientamento generale in vista dell’avvio dei negoziati interistituzionali con il Parlamento europeo al fine di adottare il testo giuridico definitivo (la proposta è assegnata alla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni).
Sia la proposta di regolamento che la proposta di direttiva sono state oggetto di esame da parte della 4a Commissione permanente (Politiche dell’Unione europea) del Senato della Repubblica, la quale si è espressa in senso favorevole nel contesto della verifica del rispetto dei princìpi di sussidiarietà e proporzionalità. Si vedano le sedute n. 141 del 6 marzo 2024 e n. 159 dell’8 maggio 2024.
Alla Camera dei Deputati, la proposta di direttiva è stata esaminata dalla Commissione Politiche dell’UE che l’ha ritenuta conforme al principio di sussidiarietà. La proposta di regolamento è all’esame della I Commissione “Affari costituzionali”, ai sensi dell’art. 127 del Regolamento (avviato il 27 marzo 2024) e della Commissione Politiche dell’Ue ai fini dell’espressione del parere di conformità al principio di sussidiarietà (esame avviato il 14 febbraio 2024).
Nella relazione programmatica, il Governo ha dichiarato che intende pervenire quanto prima alla conclusione del negoziato inter-istituzionale sulla proposta di direttiva con “un accordo soddisfacente su un testo il più possibile ambizioso”.
Politiche dell’UE sui rimpatri
Le norme e le procedure comuni dell'UE applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare sono stabilite dalla vigente direttiva 2008/115/CE. La proposta di regolamento che stabilisce un sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano illegalmente nell'Unione, di abrogazione di tale direttiva, è stata presentata l’11 marzo 2025 dalla Commissione europea.
L'obiettivo principale del regolamento è semplificare il processo di rimpatrio e renderlo più chiaro per le autorità nazionali e per i cittadini dei Paesi terzi interessati, attraverso una combinazione di obblighi, incentivi e conseguenze in caso di mancata cooperazione. A tal fine, la proposta introduce un ordine europeo di rimpatrio, ovvero un modello comune che integrerà le decisioni di rimpatrio degli Stati membri e che sarà disponibile attraverso il sistema di informazione Schengen, e istituisce un meccanismo di riconoscimento reciproco per l'esecuzione diretta di una decisione di rimpatrio emessa da un altro Stato membro.
È inoltre previsto un obbligo esplicito per i cittadini di Paesi terzi di cooperare con le autorità nazionali in tutte le fasi della procedura di rimpatrio, soprattutto per verificare la loro identità allo scopo di ottenere un documento di viaggio valido, fornendo informazioni personali, biometriche e di viaggio. Le norme proposte delineano le conseguenze in caso di mancata cooperazione unitamente ad alcuni incentivi, fra cui la consulenza in materia di rimpatrio e il sostegno al rimpatrio volontario.
Il regolamento contiene norme specifiche per il rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che rappresentino un rischio per la sicurezza, i quali saranno soggetti al rimpatrio forzato e a divieti di ingresso più lunghi. Viene inoltre introdotta la possibilità di inviare i cittadini nei confronti dei quali è stata emessa una decisione di rimpatrio in un Paese terzo con cui esista un accordo o un'intesa per il rimpatrio (cd. return hubs), purché siano rispettate le leggi internazionali in materia di diritti umani. Tali centri di rimpatrio potranno fungere sia da centri per il successivo rimpatrio verso il Paese di rimpatrio finale sia da destinazione finale.
La proposta considera infine la riammissione come parte integrante della procedura di rimpatrio e stabilisce un approccio procedurale comune per la presentazione delle domande di riammissione, anche attraverso un modello uniforme per tali richieste e un follow-up sistematico delle decisioni di rimpatrio con richieste di riammissione.
Per approfondimenti sulla proposta di regolamento, si rimanda al dossier n. 116, a cura della Camera dei deputati.
La relazione del Governo - trasmessa ai sensi dell'articolo 6 della legge n. 234 del 2012 – ha evidenziato che gli obiettivi della proposta non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri da soli ma, a motivo della portata e degli effetti prefissati, possono essere conseguiti meglio a livello dell'Unione, conformemente al principio di sussidiarietà. La relazione sottolinea tuttavia che non può ritenersi soddisfatto il principio di proporzionalità, se valutato alla luce della ricerca del giusto equilibrio fra un trattamento equo dei cittadini di Paesi terzi e la garanzia che il sistema comune per il rimpatrio non possa essere eluso da chi cerca di evitare il proprio allontanamento dall’Unione europea. “Qualora, infatti, la proposta di regolamento dovesse essere approvata nell’attuale formulazione, potrebbe, per alcuni aspetti esecutivi, determinare un aggravio procedurale tale da incidere negativamente sul perseguimento dell’obiettivo di armonizzare e semplificare le procedure di rimpatrio”.
Nella relazione programmatica 2026, il Governo ha inoltre sottolineato che le proposte legislative volte a riformare il sistema dei rimpatri e rivedere il concetto di Paese terzo sicuro potranno contribuire a rendere più sostenibili i sistemi di accoglienza, permettendo l’ingresso e la permanenza nel territorio UE solamente a chi ne ha diritto. Tali iniziative dovranno accompagnarsi a partenariati strategici con i principali Paesi di origine e transito, soprattutto in Africa, anche valorizzando le sinergie con l’Unione europea nel quadro del Piano Mattei e del Processo di Roma. Il Governo intende:
- applicare quanto previsto nel nuovo patto sulla migrazione e l’asilo a partire da giugno 2026, con particolare attenzione alla corretta implementazione della ‘componente solidaristica’ ivi prevista;
- far sì che venga adottate la proposta legislativa sui rimpatri e la revisione del concetto di Paese terzo sicuro;
- avanzare nell’individuazione e nell’approfondimento di soluzioni innovative al fenomeno migratorio;
- attuare gli accordi conclusi fra l’UE e i Paesi di origine e transito e negoziare ulteriori accordi con Paesi di particolare interesse per l’Italia.
In occasione del Consiglio "Giustizia e affari interni" dell’8 dicembre 2025, il Consiglio ha definito la sua posizione in merito alla normativa sulle procedure di rimpatrio per le persone il cui soggiorno negli Stati membri è irregolare. L'accordo raggiunto serve da base per avviare negoziati con il Parlamento europeo al fine di concordare il testo giuridico definitivo. Secondo la posizione del Consiglio, il riconoscimento reciproco della decisione di rimpatrio emessa da un altro Paese non sarà da subito obbligatorio, e la Commissione europea dovrà valutarne l’applicabilità due anni dopo l'entrata in applicazione del regolamento e, se del caso, presentare una proposta legislativa per renderlo obbligatorio per tutti gli Stati membri. È stato inoltre concordato che l'ordine europeo di rimpatrio sarà introdotto al più tardi entro due anni dall'entrata in vigore del regolamento.
La proposta è stata all’esame del Parlamento europeo: il 9 marzo 2026 la bozza di relazione di Malik Azmani (Renew Europe, Paesi Bassi) non è passata, a favore della “contro-relazione” del relatore ombra François-Xavier Bellamy (PPE, Francia). Il testo è stato adottato con 41 voti favorevoli, 32 contrari e un'astensione.
Sulla proposta di regolamento relativa ai rimpatri, la Commissione Politiche dell’UE del Senato si è pronunciata il 25 giugno 2025 con la risoluzione doc. XVIII-bis, n. 25 in cui si ritiene che la proposta sia conforme al principio di sussidiarietà, ma non al principio di proporzionalità, “considerando l’esigenza di trovare il giusto equilibrio tra la necessità di assicurare un equo trattamento ai cittadini di Paesi terzi e al contempo un buon funzionamento del sistema comune di rimpatrio”. Vi si afferma in particolare che “taluni aspetti della proposta rischiano di comportare un aggravio procedurale tale da compromettere il suo obiettivo di migliorare le procedure di rimpatrio di cittadini di Paesi terzi che non hanno il diritto di soggiornare nell’Unione, a fronte invece di un sistema nazionale di rimpatri comunque in grado di operare con buona efficienza”.
alla Camera dei deputati, la proposta è stata esaminata, ai fini della verifica di conformità al principio di sussidiarietà dalla Commissione politiche dell'UE che l’11 giugno 2025 ha approvato un documento recante una valutazione conforme. Inoltre, la I Commissione "Affari costituzionali" ha avviato l’esame della proposta, ai sensi dell’art. 127 del Regolamento, il 30 settembre 2025.
Paesi di origine sicuri e Paesi terzi sicuri
Il 24 febbraio 2026 sono stati adottati il regolamento (UE) 2026/464 che modifica il regolamento (UE) 2024/1348 per quanto riguarda l'istituzione di un elenco di Paesi di origine sicuri a livello dell'Unione e il regolamento (UE) 2026/463 che modifica il regolamento (UE) 2024/1348 per quanto riguarda l'applicazione del concetto di Paese terzo sicuro.
Il primo regolamento anticipa l’applicazione di alcune disposizioni chiave del nuovo patto sulla migrazione e l’asilo:
- la possibilità di trattare nell'ambito di una procedura di frontiera o di una procedura accelerata le domande presentate da richiedenti che sono cittadini di un Paese terzo per il quale la percentuale di decisioni che concedono la protezione internazionale a livello dell'UE emesse dalle autorità accertanti è pari o inferiore al 20%;
- eccezioni alla designazione dei Paesi terzi sicuri e dei Paesi di origine sicuri (gli Stati membri potranno escludere regioni specifiche o categorie chiaramente identificabili di individui).
Viene inoltre istituito un elenco a livello dell'UE di Paesi di origine sicuri, come previsto all'articolo 62 del regolamento (UE) 2024/1348, che comprende: Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia.
Il regolamento sui Paesi terzi sicuri opera la revisione del concetto di ‘Paese terzo sicuro’ al fine di facilitarne l'applicazione nel quadro delle politiche in materia di asilo. Esso assolve a quanto richiesto dall’articolo 77 del regolamento (UE) 2024/1348, il quale ha disposto che, entro il 12 giugno 2025, la Commissione doveva riesaminare il concetto di Paese terzo sicuro e proporre, se ritenuto necessario, modifiche mirate.
Il concetto di Paese terzo sicuro consente agli Stati membri di rifiutare una domanda di asilo in quanto inammissibile, senza esaminarne il merito, nel caso in cui i richiedenti asilo avrebbero potuto cercare e, se ammissibili, ricevere protezione internazionale in un Paese terzo considerato sicuro per loro. La revisione è intesa a non rendere più obbligatorio - ai sensi del diritto dell'Unione - il collegamento fra il richiedente protezione internazionale e il Paese terzo sicuro.
Nell'applicare il concetto di Paese terzo sicuro, gli Stati membri disporranno infatti di tre opzioni:
- applicare il concetto in presenza di un collegamento, come definito dal diritto nazionale, in linea con i parametri stabiliti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE e dalle norme internazionali;
- applicare il concetto considerando il transito come criterio sufficiente;
- applicare il concetto sulla base di un accordo o di un'intesa con un Paese terzo sicuro che garantisce che la domanda di asilo di una persona sarà esaminata nel Paese terzo in questione. Non sarà tuttavia possibile applicare il concetto di Paese terzo sicuro sulla base di un accordo o un'intesa nel caso di minori non accompagnati(8) .
Per approfondimenti, si rimanda alla Nota su atti dell'UE n. 41 “Proposta di regolamento sull’applicazione del concetto di ‘paese terzo sicuro’”, a cura del Senato della Repubblica, e al Dossier n. 115, a cura della Camera dei deputati.
Nella relazione programmatica 2026, si sottolinea il decisivo intervento dell’Italia in seno al Consiglio “Giustizia e affari interni” dell’8 dicembre 2025, che “ha contribuito ad imprimere una svolta strutturale alle politiche migratorie europee”. In tale occasione sono stati approvati la ‘riserva di solidarietà’ per il 2026 (in base alla valutazione dei criteri quantitativi e qualitativi stabiliti nel patto, come sopra ricordato l'Italia è stata riconosciuta fra i Paesi soggetti a pressioni migratorie e potrà dunque beneficiare delle misure di solidarietà) e i regolamenti sui rimpatri, sul concetto di Paese terzo sicuro e sull’elenco dei Paesi di origine sicuri. La relazione ricorda inoltre che si è ottenuta l'anticipazione dell'applicazione di alcune norme del patto, “permettendo l'uso immediato di procedure accelerate per le domande provenienti da Paesi con percentuali di riconoscimento della protezione non superiori al 20%”.
In termini operativi, il Governo intende monitorare le fasi successive dell’iter legislativo e seguire la relativa implementazione dei regolamenti. Le azioni si concentreranno in particolare su:
- il potenziamento della collaborazione con i Paesi terzi chiave lungo le rotte migratorie;
- l’adeguamento dell’ordinamento nazionale e l’individuazione delle strutture necessarie per gestire le procedure accelerate di frontiera;
- l’incremento dei tassi di rimpatrio (saranno revisionate e rafforzate le procedure interne per l’esecuzione rapida dei provvedimenti di allontanamento, sfruttando la nuova flessibilità operativa offerta dal regolamento rimpatri).
8) Per approfondimenti, si rimanda alla Nota su atti dell'Unione europea n. 41 “Proposta di regolamento sull’applicazione del concetto di ‘paese terzo sicuro’”, a cura del Senato della Repubblica, e al Dossier n. 115, a cura della Camera dei deputati.
Dati sugli arrivi irregolari
Secondo quanto riportato da Frontex alla data del 13 febbraio 2026, le condizioni climatiche e il mare agitato lungo le principali rotte migratorie hanno contribuito a una diminuzione del 60% rispetto all'anno precedente degli attraversamenti irregolari alle frontiere esterne dell'Unione europea nel gennaio 2026, con circa 5.500 casi rilevati.

Delle principali rotte migratorie:
- il Mediterraneo orientale è stata la rotta più trafficata, con quasi 1.900 arrivi registrati (un terzo di tutti gli ingressi irregolari nell'UE);
- seguono le rotte del Mediterraneo occidentale e del Mediterraneo centrale, con circa 1.200 arrivi ciascuna;
- sulla rotta della Manica, gli avvistamenti di persone che tentavano di attraversare il confine con il Regno Unito sono diminuiti di circa il 10%, attestandosi a quasi 2.300.
La rotta dell'Africa occidentale ha registrato il calo maggiore, con una diminuzione del 79% rispetto a gennaio 2025.
Su tutte le rotte, le nazionalità più presenti sono quelle relative a Afghanistan, Algeria e Bangladesh.

Riguardo agli ingressi in Italia, i migranti sbarcati dal 1° gennaio al 10 marzo 2026 sono stati 4.974; nello stesso periodo del 2025 si erano registrati 7.929 sbarchi (fonte: ministero dell’Interno).
Sessione VII -Multilateralismo
Il Consiglio dovrebbe riaffermare, in un contesto di multilateralismo messo a dura prova, il fermo impegno dell'Unione Europea a rispettare la Carta delle Nazioni Unite e le regole e i principi in essa sanciti, in particolare quelli di sovranità e integrità territoriale, indipendenza politica e autodeterminazione.
Dovrebbe altresì ribadire il fermo impegno dell'Unione a favore di un multilateralismo efficace e di un ordine internazionale basato su regole, con le Nazioni Unite in posizione centrale, nonché il sostegno alle istituzioni che tutelano il diritto internazionale.
Dovrebbe infine affermare la volontà dell'Unione Europea a continuare a essere un partner credibile e affidabile e ribadire l’impegno a collaborare con tutti i suoi partner per promuovere soluzioni multilaterali alle sfide comuni.
Il 19 marzo si dovrebbe riunire anche il vertice euro. L’ordine del giorno disponibile al momento della redazione della presente scheda prevede un generico dibattito sulla “Unione economica e monetaria”.
Maggiori dettagli emergono dal comunicato stampa divulgato ad esito dell’Eurogruppo del 9 marzo 2026. Il Presidente Kyriakos Pierrakakis ha infatti preannunciato l’invio di una relazione al Presidente del vertice euro in cui, dando conto dei lavori svolti, si soffermerà su situazione economica e possibili squilibri, ruolo internazionale dell’euro e Unione dei risparmi e degli investimenti.
Situazione economica e sua evoluzione
Nelle previsioni economiche d’autunno 2025(9) , pubblicate il 17 novembre 2025, la Commissione europea riferisce di un aumento del PIL reale nei primi tre trimestri del 2025 superiore alle aspettative e ne prospetta una crescita:
- per l'UE pari a: l'1,4 per cento nel 2025 e nel 2026; l'1,5 per cento nel 2027;
- per la zona euro: dell'1,3 per cento nel 2025, dell'1,2 per cento nel 2026 e dell'1,4 per cento nel 2027.
Nella ricostruzione della Commissione la crescita, per quanto moderata, è sostenuta da un mercato del lavoro resiliente, da un'inflazione in calo e da condizioni di finanziamento favorevoli. Inoltre, si ritiene che il dispositivo per la ripresa e la resilienza e altri fondi UE starebbero attenuando l'effetto del risanamento di bilancio in corso in alcuni Stati membri.
La crescita potenziale sarebbe invece destinata a diminuire leggermente in virtù della diminuzione del tasso di crescita della popolazione in età lavorativa, passando: nell'UE dall'1,5 per cento nel 2024 all'1,3 per cento nel 2027; nell’area euro dall'1,4 per cento (2024) all'1,2 per cento (2027).
La Commissione riferisce che l'economia fortemente aperta dell'UE rimane suscettibile alle sopraggiunte restrizioni al commercio, ma auspica che gli accordi commerciali conclusi attenuino alcuni elementi di incertezza.

Previsioni di crescita del PIL reale. Fonte: Commissione europea
Si prevede una diminuzione dell'inflazione:
- nell’UE dal 2,5 per cento nel 2025 al 2,2 per cento nel 2027;
- nella zona euro dal 2,1 per cento nel 2025 al 2 per cento nel 2027.

Previsioni in termini di inflazione. Fonte: Commissione europea
In termini di occupazione la Commissione calcola che nella prima metà del 2025 l'economia dell'UE ha creato 380 000 posti di lavoro (nonostante il graduale rallentamento della crescita dell'occupazione iniziato nel 2022) e prevede un’ulteriore crescita moderata (dello 0,5 per cento nel 2025 e nel 2026), con un rallentamento nel 2027 (0,4 per cento).
Il tasso di disoccupazione dovrebbe decrescere, passando:
- nell’UE dal 5,9 per cento nel 2025 e 2026 al 5,8 per cento nel 2027;
- nell’area euro dal 6,3 per cento nel 2025 al 6,1 per cento nel 2027.

Previsione dell’andamento della disoccupazione. Fonte: Commissione europea
Per il disavanzo delle amministrazioni pubbliche è previsto un aumento:
- nell’UE dal 3,3 per cento del PIL nel 2025 al 3,4 entro il 2027;
- nell’area euro dal 3,2 per cento del PIL nel 2025 al 3,4 nel 2027.
La Commissione medesima argomenta che tale incremento sia dovuto, almeno in parte, all'aumento della spesa per la difesa.

Previsioni in termini di pareggio di bilancio. Fonte: Commissione europea
In termini di prospettive future di crescita, la Commissione paventa una possibile revisione al ribasso a causa in primis della persistente incertezza della politica commerciale ma anche di possibili, ulteriori inasprimenti delle tensioni geopolitiche. Si esprime per contro l’auspicio che i progressi nelle riforme e nell'agenda per la competitività, l'aumento della spesa per la difesa incentrata sulla produzione dell'UE e nuovi accordi commerciali possano stimolare l'attività economica più del previsto.

Situazione economica dell’UE a novembre 2025. Fonte: Commissione europea
Lo scenario sopra rappresentato è peraltro passibile di sostanziali modifiche in conseguenza della recente evoluzione della situazione in Medio Oriente. Come sottolineato dal Presidente dell’Eurogruppo, ad esito della già citata, recente riunione del 9 marzo 2026, “l'economia europea ha la capacità e la resilienza per assorbire shock temporanei”. Allo stesso tempo occorre prepararsi per “un periodo di instabilità più prolungato, con potenziali interruzioni del trasporto marittimo, aumenti dei prezzi dell'energia e implicazioni per l'inflazione”.
Torna di attualità in proposito uno studio della Banca centrale europea che, nel 2023, aveva cercato di immaginare le conseguenze di un’intensificazione importante e prolungata del conflitto in Medio Oriente che determinasse la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz. Gli analisti della BCE paventavano che la crescita economica dell’area dell’euro si sarebbe indebolita a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia, degli effetti dell’incertezza e delle ricadute internazionali, mentre l’inflazione dei prezzi al consumo sarebbe aumentata principalmente a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia.
Le proiezioni statistiche effettuate ipotizzavano: l’aumento dei prezzi del petrolio di oltre il 50 per cento; una diminuzione della crescita nell'Eurozona di 0,6 punti percentuali nell'anno immediatamente successivo; un aumento dell'inflazione di oltre 0,8 punti.

Fonte: Banca centrale europea, Eurosystem staff macroeconomic projections for the euro area, 2023 (box 3).
9) Per maggiori informazioni, si rinvia alle previsioni della Commissione europea.
Unione dei risparmi e degli investimenti
Per dettagli sull’Unione dei risparmi e degli investimenti e sulla relativa strategia si rinvia al paragrafo dedicato in questo medesimo Dossier.
Si veda inoltre il Dossier, curato dai servizi di documentazione di Camera e Senato, “La settimana parlamentare europea”, n. 162/DE, pag. 23-33.
Ruolo internazionale dell’euro
L'euro è la moneta ufficiale di 21 dei 27 Stati membri dell'UE ed è utilizzato giornalmente da circa 350 milioni di persone. La sua influenza tuttavia si estende ben oltre i confini dell'Unione. Nel mondo 60 paesi e territori, che rappresentano circa 175 milioni di persone, hanno ancorato direttamente o indirettamente la propria valuta all'euro.
La Commissione europea argomenta che un ruolo internazionale accresciuto costituisce uno strumento per rafforzare l’influenza dell’Europa nel mondo, di cui l’economia europea trarrebbe beneficio in termini di: minori costi e rischi di negoziazione internazionale per le imprese; maggiore scelta per gli operatori di mercato; tassi di interesse più bassi pagati da famiglie, imprese e Stati membri; accesso più affidabile ai finanziamenti per imprese e governi; maggiore autonomia di consumatori e imprese; maggiore resilienza del sistema finanziario e dell'economia internazionale, meno vulnerabili all’andamento dei tassi di cambio.
La Banca centrale europea pubblica annualmente una relazione sul ruolo internazionale dell’euro, che - riferisce l’edizione del 2025 – è rimasto sostanzialmente stabile quale seconda valuta più importante a livello globale dopo il dollaro USA. La quota dell'euro nei vari indicatori dell'uso delle valute internazionali (circa 19 per cento) è rimasta sostanzialmente invariata dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Ugualmente stabile (20 per cento) è rimasta la quota di euro nelle riserve ufficiali globali di valuta estera.

Indice composito del ruolo internazionale dell’euro. Fonte: Banca centrale europea
A giudizio della presidente Christine Lagarde l'attrattiva globale dell'euro è sostenuta da politiche solide nell'area euro e da istituzioni solide e basate su regole.
La relazione cita, tra le possibili sfide future: la circostanza che alcune banche centrali stiano accumulando grande quantità di oro; l’esplorazione di vie alternative ai tradizionali sistemi di pagamento transfrontalieri ad opera di alcuni paesi; iniziative che propongono l'uso globale delle criptovalute.
In tale scenario la BCE sottolinea l'importanza di creare le condizioni necessarie per rafforzare il ruolo globale dell'euro, ad esempio promuovendo l'Unione del risparmio e degli investimenti, eliminando le barriere interne e accelerando i progressi verso un euro digitale per sostenere un sistema di pagamento europeo competitivo e resiliente.
Nel 2023 la Commissione europea ha presentato il “pacchetto moneta unica”, composto da tre proposte legislative, al fine di affermare la centralità della moneta unica e garantire un metodo di pagamento digitale semplice e sicuro. Il Consiglio ha adottato, il 19 dicembre 2025, il proprio mandato negoziale sulle proposte. Il 10 febbraio 2026 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui afferma che “in un contesto di accresciuta incertezza geopolitica e di eccessiva dipendenza dalle infrastrutture di pagamento di paesi terzi l’introduzione di un euro digitale è essenziale per rafforzare la sovranità monetaria dell’UE, ridurre la frammentazione dei pagamenti al dettaglio e sostenere l’integrità e la resilienza del mercato unico” (par. 26).
Dal 2020 la BCE e le banche centrali nazionali dell'area euro stanno conducendo una serie di attività preliminari alla possibile introduzione di un euro digitale. I lavori si sviluppano attualmente su tre elementi principali: sviluppo tecnico, coinvolgimento del mercato e supporto al processo legislativo. Il progetto pilota, che testerà su scala ridotta le prime transazioni, potrebbe iniziare già a partire dalla metà del 2027, con l'obiettivo di una possibile emissione nel corso del 2029, dopo il completamento del necessario quadro legislativo europeo(10) .
La Banca d’Italia specifica che l’euro digitale: andrebbe ad affiancarsi alle banconote e alle monete, non le sostituirebbe; non sarebbe una criptovaluta in quanto resterebbe garantito da una banca centrale, con valore nominale costante e corso legale; non sarebbe uno strumento di investimento ma un mezzo di pagamento, a beneficio dell'economia e dell'intera società.
Per dettagli sul ruolo internazionale dell’euro, si rinvia al Dossier, curato dai servizi di documentazione di Camera e Senato, Consiglio europeo, Bruxelles, 26 e 27 giugno 2025, n. 131/DE, pag. 94-95.
10) Si veda, per maggiori dettagli, il sito Internet della Banca d’Italia.