Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 327 del 08/10/2014

MARINO Luigi (PI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARINO Luigi (PI). Signora Presidente, il Gruppo parlamentare Per l'Italia voterà la fiducia al Governo, perché ritiene che questo non debba «andare a casa».

Siamo consapevoli che la strada della ripresa sarà ancora lunga e complessa. Siamo consapevoli che le riforme sono la strada obbligata, anche se non l'unica, per ridare speranza e fiducia al Paese. E siamo convinti che le ricette che provengono dalle opposizioni sono ricette demagogiche, fantasiose, controproducenti o conservatrici.

Questo non vuol dire che il Governo abbia trovato sempre la nostra entusiastica approvazione. Ma lo scarto rientra in quello spread accettabile tra l'azione e le scelte del Governo e il sostegno di una maggioranza che è variegata e eccezionale. E nella maggioranza non siamo certo noi che tiriamo il freno sull'ammodernamento del Paese. Anzi, la pattuglia dei nostri senatori esorta il Governo a mantenere elevata l'azione riformatrice e il coraggio di cambiamento. (Applausi del senatore Di Biagio).

Sotto questo profilo, in una riforma come quella del mercato del lavoro, avremmo visto piuttosto positivamente anche le norme sulla contrattazione aziendale e sulla rappresentanza, che in questa delega non sono presenti.

È questo spirito che ultimamente ci ha fatto superare perplessità e ci ha fatto anche ingoiare qualche rospo, perché fosse dato al Paese il segnale del coraggio e del cambiamento, iniziando proprio dalla politica e dalle istituzioni politiche.

Voteremo poi la fiducia per ciò che è contenuto nella legge delega. Diciamo subito che ci è sembrato inusuale votare una fiducia su norme di delega aperte a diverse soluzioni possibili. Se c'erano esigenze e scadenze europee occorreva programmare meglio i lavori parlamentari e anche, forse, le riunioni di partito.

Se il problema della fiducia è accelerare le misure per la crescita e l'occupazione, questa forse era la volta buona per un decreto-legge, perché avrebbe avuto tutti crismi dell'articolo 77 della Costituzione. Se poi la fiducia è stata l'arma per risolvere problemi interni, occorre vigilare sull'effetto boomerang e risolvere in altro modo la coesione dei partiti della maggioranza e, ovviamente, all'interno dei partiti della maggioranza.

Nel merito riteniamo che la legge delega vada nella direzione giusta. La legge delega rivede, migliora e innova una materia che di per sé richiede costanti aggiustamenti e ammodernamenti. Rispetto a ciò che è avvenuto in Europa prima e nel mondo dopo, circa la divisione internazionale del lavoro, il conservatorismo e la timidezza legislativa hanno caratterizzato le scelte legislative sul mercato del lavoro in Italia.

Il nostro, come è stato già detto, è un mercato duale: un mercato duale in cui convivono tutelati e non tutelati, in cui fluttuano centinaia, anzi migliaia, di norme legislative, contrattuali, giurisprudenziali fiscali, ispettive, sulla sicurezza e sulla igiene, un mercato duale in cui resistenze, potere, assenza di meritocrazia e lavoro nero impediscono di raggiungere un equilibrio dinamico attraverso l'incontro della domanda e dell'offerta.

Allora a noi pare molto semplicemente che la legge delega rompa questo esiziale dualismo, e che lo faccia allargando o portando opportunità e tutele. Leggiamo così gli obiettivi del Governo, come lo sfoltimento delle tipologie contrattuali ad iniziare, ovviamente, da quelle che generano precariato; il contratto a tempo indeterminato come forma privilegiata; l'estensione e il rafforzamento degli ammortizzatori sociali con il recupero di risorse aggiuntive; le politiche attive di lavoro; le misure per l'occupazione femminile e la conciliazione vita lavoro; la semplificazione di norme e adempimenti, l'introduzione, in via sperimentale, del compenso minimo per chi non è tutelato da contratti collettivi.

Ieri ho ascoltato in Aula l'intervento di una senatrice dissidente del Partito Democratico: un intervento appassionato e genuino, che però - mi permetto di dire - dal mio punto di vista appartenente ad un'altra epoca. Sottintendeva quell'intervento la divisione classista padroni-operai. E proprio perché penso che la fabbrica di oggi sia ben diversa da quella di ieri; proprio perché penso che ancora più nell'economia dei servizi queste divisioni si stemperano; proprio perché penso che tanti imprenditori desiderano - lo dico anche egoisticamente - valorizzare il lavoro dei propri dipendenti, c'è la necessità di vedere ed ammodernare molte delle norme che regolano il mercato del lavoro.

Prendo ad esempio il controllo a distanza, tutelando la riservatezza e la dignità dei lavoratori. Prendo ad esempio la possibilità del demansionamento regolato - dice la delega - dalla contrattazione, che non sono strumenti utili solo all'impresa, solo al datore di lavoro. Non sono un arretramento, ma sono elementi a sostegno del merito dei prestatori d'opera.

I diritti inalienabili teniamoli stretti, ma abbandoniamo i diritti che non sono diritti, dietro i quali si sono celati parassitismi e negligenze. Diamo valore al merito, all'impegno e alla dedizione dei prestatori di lavoro. Il merito va premiato, mentre il lavativo va allontanato. E così arriviamo all'articolo 18 che, secondo le migliori tradizioni politiche italiane, è stato fortemente presente nel dibattito, ma risulta innominato nella delega. La soluzione che è passata ci dice che il termine dichiarato dal Presidente del Consiglio dei 1.000 giorni, per vedere realizzato tutto il campo delle principali riforme, è davvero realistico. In Italia, durante le crisi aziendali, si è licenziato, si licenzia e purtroppo si licenzierà ancora. Al contrario, in Italia, allontanare un dipendente svogliato, incapace di lavorare con i colleghi, assenteista quanto basta è una impresa difficile che neppure s'inizia. In Italia altrettanto difficile è premiare chi merita e nella nuova fabbrica, nella fabbrica dell'economia dei servizi, l'etica del lavoro diventa la chiave della produttività e dell'efficienza. Etica e merito devono essere premiati se vogliamo riprendere il Paese, se vogliamo aumentare la produttività del nostro Paese.

In conclusione noi riteniamo che debba essere sostenuto l'impegno del Governo a realizzare un circuito virtuoso: da un lato, favorire le imprese ad assumere con contratti buoni, seri, e possibilmente a tempo indeterminato, investendo sulla formazione dove - lo ricordo - siamo al 25 per cento, contro indici dei nostri Paesi concorrenti europei tra il 50 e il 70 per cento; dall'altro versante, assicurare servizi e sostegno economico ai periodi di disoccupazione, che devono diventare di transizione. Dunque, regole più semplici e flessibili in uscita con contratti più stabili di quelli di oggi.

Per questa scommessa, che è una grande scommessa, e per le considerazioni politiche iniziali, votiamo la fiducia al Governo. (Applausi dal Gruppo PI).

CANDIANI (LN-Aut). Bravo!

PRESIDENTE. Senatore Candiani, stia tranquillo.