Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 327 del 08/10/2014
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CATALFO (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CATALFO (M5S). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori Ministri assenti, illustri giuristi ed economisti della maggioranza, rispondo immediatamente a quanto detto dal presidente Sacconi, dicendo che il Movimento 5 Stelle è stato assolutamente disponibile al confronto e si è comportato in modo assolutamente costruttivo in Commissione. (Applausi dal Gruppo M5S). Certo è che se poi in Aula il confronto non c'è più e l'avversario citato da lei si comporta in modo sleale, certamente l'opposizione ha una reazione. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Campanella).
Oggi la ministra Boschi è venuta in Aula imponendo la fiducia al Senato sul provvedimento e ha presentato un testo conosciuto nei minimi particolari dalla stampa. Infatti, io l'ho ricevuto proprio dalla stampa, e non dal Parlamento. Il Governo obbliga questo organo costituzionale a votare, ricordiamolo bene, una legge delega confezionata ad hoc dal Governo, che conferisce poteri legislativi al Governo stesso (ma vedo che ciò non interessa l'unico rappresentante del Governo presente in Aula).
Parlare in questo caso di autoritarismo, per non richiamare altri termini molto in uso in un periodo triste della storia repubblicana, non mi sembra per nulla eccessivo. Agli sbagli sui contenuti si aggiungono quelli sulla forma e sul metodo, presidente Sacconi.
Il Governo, quindi, continua a portare avanti la sua televendita, anticipata da altisonanti proclami che viaggiano a mezzo stampa da settimane: articolo 18, o non articolo 18; demansionamento, che forse non c'è o che forse discutiamo nella sede del PD. Ma quello che in quest'Aula oggi il Governo propone di svendere è forse il bene più prezioso, sacrificato sull'altare delle coerenze economiche dettate dall'Europa. È il futuro di milioni di lavoratori delle imprese e dell'economia italiana tutta attraverso una riforma che, negli obiettivi, si propone di superare il dualismo all'interno del mercato del lavoro tra tutelati e non tutelati; tra coloro che godono di tutele piene e chi, invece, ne è escluso.
La ricetta del Governo per risolvere la questione è semplice: anziché alzare le tutele ai cosiddetti outsider, ovvero a tutti i lavoratori privi di potere contrattuale, cioè i disoccupati e i precari, si abbassano le tutele per tutti. Come nel più antico dei detti, mal comune mezzo gaudio.
Il presidente Renzi vorrebbe far credere agli italiani che il problema principale del nostro mercato del lavoro sia la sua eccessiva rigidità e dispone, come soluzione a tutti i mali, la flessibilizzazione in uscita, dimenticando (diciamo per ingenuità, per non voler parlare di malafede) dei mancanti investimenti sulla forza lavoro in ingresso. Pensare di agire strutturalmente, signori, su un tema così delicato come il mercato del lavoro, collegato in maniera così stretta all'andamento dell'economia italiana, per di più con una riforma a costo zero o quasi, è una scelta miope, per non dire inefficace e controproducente.
Per non andare troppo lontano - lo dico ai colleghi che citavano altri esempi - Austria e Germania che hanno investito ingenti risorse economiche in tecnologia, ricerca e sistemi pubblici di collocamento, avranno nel 2015 un tasso di disoccupazione inferiore al 5 per cento. Le riforme - lo dico al Ministro assente -hanno bisogno di scelte coraggiose. Siamo certi che tutti sapete - li studiate tutti i giorni - che l'Italia è indietro sugli indicatori in ricerca e sviluppo rispetto agli obiettivi di Europa 2020. Il nostro è uno degli ultimi Paesi in Europa nel rapporto PIL-ricerca e siamo uno dei pochi ad avere una tendenza negativa.
Fatto il preambolo, entriamo nel merito del jobs act, così come lo chiama il Presidente. Il disegno di legge delega, combinato con il cosiddetto decreto Poletti, allungherà a tempo indefinito l'orizzonte temporale della «prova» per il lavoratore, provocando precarietà strutturale, quella che ci rimprovera l'OCSE. Non investe in servizi pubblici per l'impiego. Vi ricordo i 90.000 addetti della Germania contro i 9.000 dell'Italia. Questo dovrebbe essere lo strumento principale per le politiche attive ed è quello che ci chiedeva l'Europa nella raccomandazione del 2 giugno 2014 e lo auspicava - lo dico al presidente Sacconi - lo stesso professore Marco Biagi nel Libro bianco, spiegando l'importanza degli investimenti per la concreta attuazione di politiche attive, di inserimento lavorativo, di formazione e riqualificazione, di disoccupati ed inoccupati. Ma per questo ci vogliono le risorse finanziarie, il cosiddetto potenziamento delle tutele nel mercato.
Cosa fa questa legge delega? Crea un ennesimo carrozzone, denominato Agenzia nazionale, che altro non sarà che la riproposizione di ciò che è stata la creazione d'Italia Lavoro, per di più inserendo all'interno gli stessi enti che nel passato hanno sperperato le risorse destinate alle politiche attive del lavoro. Dubito che lo stesso Biagi, se fosse vivo, sarebbe dell'avviso di far nascere un altro ente.
Il Governo, inoltre, che cosa fa? Introduce il demansionamento e i controlli a distanza; allarga la possibilità di ricorso al lavoro accessorio; abbassa le tutele contrattuali, senza garantire efficaci tutele del mercato, e non prevede investimenti in politiche fiscali e sociali di sostegno al reddito per i meno abbienti. Ripeto: anche questo lo diceva Biagi nel Libro bianco.
Ciò che ha affermato il presidente Sacconi, nel corso della sua relazione, riguardo ad un reddito garantito va in contrasto sia con quanto scritto nel Libro bianco che con la proposta del Movimento 5 Stelle sull'istituzione del reddito di cittadinanza quale misura assolutamente attiva (bisogna leggerla per sapere e non andare così): misura che non è solo reddito, ma che parte dai bisogni primari del cittadino, del disoccupato, per ricostruire i servizi di cui ha bisogno.
La nostra proposta mira a creare lavoro, contiene aiuti per le imprese, aiuti per i disoccupati che vogliono tra loro creare imprese; riavvicina il cittadino alla vita economica e sociale della propria città, ma soprattutto dà respiro all'economia del Paese e pone le basi per una vera riforma del lavoro.
Parte di quanto contenuto nella proposta è stato presentato proprio nella legge delega, anzi è stata presentata tutta la proposta, ma qualcosa è stato accettato, per fortuna. Sono piccoli passi per aiutare il disoccupato nella ricerca del lavoro e per semplificare la burocrazia delle imprese. Poverine! Parlo del fascicolo elettronico del cittadino, delle banche dati interoperabili e del conferimento dei posti vacanti in un'unica banca dati nazionale.
Il Movimento 5 Stelle vi chiede - ve lo chiede perché, senza risorse, non sappiamo come farete - come l'impresa, oltre che naturalmente il lavoratore, possa investire sulla formazione dell'acquisizione di competenze e sulla valorizzazione del cosiddetto human capital, il capitale umano, che OCSE ed Europa 2020 indicano come fattore critico di sviluppo e di successo per le economie continentali con la pseudo riforma che state proponendo a quest'Aula.
Sapete bene che, con questa legge, renderete l'annosa questione del precariato da problema contingente a problema strutturale, che è proprio quello che ci rimprovera l'OCSE. E a farne le spese di tutto questo chi sono? Sono i disoccupati di lunga durata, che sono coloro i quali dovremmo invece attenzionare e tutelare (e anche questo ce lo ricorda l'OCSE). Sono quei giovani che hanno un tasso di precarietà pari al 52,5 per cento.
E non diteci che la soluzione a tutti i mali è il Programma europeo e nazionale cosiddetto Youth guarantee perché gli italiani ne potrebbero sentire delle belle, compresa la totale non attuazione in talune Regioni, come ad esempio la Sicilia di Crocetta, del PD, di Faraone e di Genovese. (Applausi dal Gruppo M5S).
Siamo tutti bravi a tagliare i diritti. A questo Governo e alle promesse di modernità e di rottamazione gli italiani forse chiedevano ben altro che la riproposizione del vecchio teatrino trito e ritrito sull'articolo 18.
Il problema, ribadito dalle imprese più volte, per ridare competitività e incentivare le nuove assunzioni, non é l'articolo 18. Il problema reale è il costo del lavoro che in Italia è uno dei più alti al mondo. Togliendo diritti ai lavoratori non si produrrà nessun posto di lavoro aggiuntivo, si produrrà solo precarietà e una contrazione dei consumi.
Come può un soggetto investire senza un futuro certo di fronte a lui? (Applausi della senatrice Lezzi). Con i consumi che caleranno si andrà solo ad aggravare la situazione attuale; meno consumi vuol dire meno spesa e, di conseguenza, meno gettito fiscale e meno ricavi alle imprese italiane, con il conseguente impoverimento del ceto medio e la definitiva morte della piccola e media impresa. A loro l'articolo 18 non gioverà per niente; date le ridotte dimensioni delle unità produttive, alle imprese italiane servono sgravi sugli oneri tributari e contributivi, un fisco più efficiente ed una semplificazione della burocrazia.
E il progetto di demolizione dello statuto dei lavoratori continua; vengono infatti immolati sull'altare della volontà dei poteri forti pure gli articoli 4 e 13.
PRESIDENTE. La invito a concludere, senatrice Catalfo. Ha già sforato i due minuti.
CATALFO (M5S). Sto per concludere. Non si interviene sul vero problema del mercato del lavoro e, cioè, le politiche attive. Concludo, Presidente, consegnando il resto del mio intervento.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
CATALFO (M5S). Se mi consente di finire, dico qual è la nostra visione del mercato del lavoro e di riforma di tale mercato. Noi del Movimento 5 Stelle abbiamo proposto e proponiamo misure concrete per la gestione del mercato del lavoro italiano.
Noi proponiamo la sicurezza coniugata alla flessibilità legata all'innovazione di processo e di prodotto, basata sugli investimenti tecnologici e di ricerca e sugli investimenti in termini di formazione del lavoratore che si tende a lasciare in azienda e che grazie al lifelong learning o formazione continua potrà, nel corso della sua carriera, ricoprire diversi ruoli all'interno della stessa azienda, potenziando la capacità lavorativa, le competenze e aumentando la produttività.
In questo tipo di flexsecurity vengono garantiti al lavoratore non solo la riqualificazione costante, ma anche il sostegno al reddito in caso di perdita di lavoro e un serio accompagnamento al reinserimento lavorativo e il sostegno al reddito per i meno abbienti, ovvero il reddito di cittadinanza.
Ciò porta, come avviene in tanti Paesi, tra cui la Danimarca e l'Olanda, maggiore produttività dell'impresa in termini sia qualitativi che quantitativi, sicurezza del lavoratore in termini di reddito costante e proficuo impatto sull'economia interna ed esterna.
Questa è la nostra riforma e solo ad una riforma del genere noi possiamo dire di sì; quella che propone questo Governo non è una riforma e il nostro è un no. (Prolungati applausi dal Gruppo M5S).