Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 327 del 08/10/2014

Passiamo ora alla votazione dell'emendamento 1.800, presentato dal Governo, interamente sostitutivo degli articoli del disegno di legge n. 1428, nel testo proposto dalla Commissione, sull'approvazione del quale il Governo ha posto la questione di fiducia.

SUSTA (SCpI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SUSTA (SCpI). Signora Presidente, colleghi, il voto di pieno sostegno che il Gruppo di Scelta Civica esprimerà al Governo su questo disegno di legge non riguarda soltanto il suo contenuto, che nel maxiemendamento ricalca sostanzialmente quello elaborato dalla Commissione lavoro, con qualche integrazione e correzione che non ne altera la coerenza e l'incisività, ma anche la scelta del Governo di porre su questo testo la fiducia.

Qualcuno in quest'Aula ha affermato che la richiesta di fiducia è una manifestazione di debolezza, un omaggio alla Banca centrale europea e al Fondo monetario internazionale; a frau Merkel, null'altro che una forma di vassallaggio verso Bruxelles; per alcuni, già troppi, per dare la sensazione di un Paese che vuole davvero misurarsi con le sfide della competizione globale, la fretta del Premier è pura arroganza, baldanzosa sciatteria istituzionale, quando non mera guasconeria.

Sia che si tratti di nostalgia per un sistema di organizzazione sociale e di relazioni industriali e sindacali proprie di un modello fordista già sconfitto nelle sue forme più massimaliste dalla marcia dei 40.000 di Torino del 1980 e dal referendum sulla scala mobile del 1984 o che si tratti di nostalgia per un assemblearismo chiassoso e inconcludente sempre pronto a declinare diritti ma mai ad affermare doveri; o che si tratti della difesa dei piccoli e diffusi poteri di tanti travet frustrati, annidati nel corpo magmatico della burocrazia pubblica o del qualunquismo di marca poujadista e quindi intrinsecamente conservatore quando non reazionario, mai sopito in una parte non indifferente della piccola borghesia italiana, il quadro da molti dipinto in quest'Aula di un Governo che conculca i diritti, abbandona al loro destino i ceti più deboli, incita allo sfruttamento, riduce gli spazi della dialettica democratica è una rappresentazione ridicola e caricaturale che non possiamo accettare e che respingiamo con determinazione consapevoli, come siamo, che stiamo facendo ciò che i Governi riformisti in Europa hanno fatto quindici o vent'anni fa.

Noi vogliamo assecondare l'ansia del Presidente del Consiglio di aggredire i problemi da vent'anni rinviati o non risolti; lo vogliamo fare utilizzando i pochi strumenti che ci consentono Regolamenti barocchi, confusi con il diritto all'esercizio senza vincoli di mandato della funzione parlamentare, e la cui riforma - lo diciamo dall'inizio della legislatura - sarebbe quasi più urgente di quella costituzionale ed elettorale.

Condividiamo pienamente, quindi, la scelta di apporre la fiducia, perché essa sottolinea, per un verso, la posizione centrale che questa riforma assume nel programma del Governo e, per altro verso, la necessità di assicurare la sua coerenza e incisività. Ogni partito della maggioranza ha potuto discutere al suo interno. La Commissione parlamentare per mesi ha visto un serrato confronto, che si è concluso con un voto che ha rimesso il testo che è stato oggetto di ampia discussione in Senato. Il Consiglio dei Ministri ha fatto sintesi rispetto al dibattito nella maggioranza e alla discussione in Aula, proponendo integrazioni che, semmai, rafforzano e non riducono la volontà di mantenere un sistema di tutele tra i più garantisti dell'Occidente democratico.

Adesso è tempo di decidere e di dare al Paese e ai mercati il segnale che si aspettano da un grande Paese, che con le sue energie potrebbe diventare locomotiva di un'Europa, che non vuole perdere la sua posizione di prima economia del mondo, ma che col suo debito, con le sue inefficienze, le sue diffuse illegalità, le sue arretratezze istituzionali potrebbe anche trascinarla nuovamente nel baratro, a cui siamo andati vicini nel 2011.

Ecco perché, come ha già detto il senatore Pietro Ichino in discussione generale, questa riforma è centrale anche nel processo di integrazione europea. Essa non riguarda soltanto il settore privato del tessuto produttivo, ma anche il settore pubblico. E in entrambi i settori essa sancisce due principi fondamentali. Il primo è quello della piena contendibilità di ogni funzione: ogni funzione deve essere strutturata in modo da garantire il massimo di soddisfazione dell'utente e il migliore servizio o prodotto possibile. Sia le amministrazioni pubbliche sia le strutture private devono essere aperte alla candidatura di chiunque sia in grado di portare innovazione, innalzamento degli standard qualitativi e quantitativi. Senza questo, parlare di valorizzazione del merito è vuota declamazione.

L'altro principio fondamentale che sottende questa riforma è quello del passaggio da un regime che ha preteso di costruire la sicurezza dei lavoratori su di una sostanziale job property a un regime ispirato ai migliori modelli europei di flexsecurity: ciò significa coniugare il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza economica e professionale delle persone che lavorano.

Sicurezza per tutti, non soltanto per metà dei lavoratori dipendenti, come quella assicurata oggi dalla vecchia «disciplina forte» dei licenziamenti: quella disciplina - come ha sottolineato il senatore Ichino in sede di discussione generale - proprio per la sua struttura è applicabile soltanto a metà della forza-lavoro; è dunque intrinsecamente generatrice di precariato. Quella parte della vecchia sinistra e della vecchia destra che difende con le unghie e coi denti il vecchio regime, considerando l'articolo 18 come baluardo della libertà e dignità dei lavoratori, deve spiegarci come sia costituzionalmente accettabile un regime che quella libertà e dignità garantisce soltanto a metà dei lavoratori dipendenti; dovrebbe però spiegarci anche come possa sostenersi che operino in regime di privazione della libertà e della dignità i lavoratori di tutto il resto d'Europa, dove quel regime non si applica.

Sicurezza efficace: una sicurezza basata dunque non sulla mera ingessatura di un posto di lavoro, destinata a sciogliersi al primo acquazzone, ma su un sistema di sostegno universale del reddito di chi perde il posto e su un'assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione, offerta dalle agenzie specializzate che sono davvero in grado di fornirla, anche qui in regime di contendibilità della funzione: il meccanismo del contratto di ricollocazione prevede infatti che la persona interessata possa scegliere liberamente l'agenzia da cui farsi assistere tra quelle accettate; è un sistema basato sulla cooperazione tra struttura pubblica e operatori privati in concorrenza tra loro.

Ho parlato dei due principi fondamentali, cui questo disegno di legge si propone di dare attuazione: della flexsecurity e della contendibilità delle funzioni. Ce ne è un terzo, non meno importante: quello della semplificazione e della chiarezza del testo legislativo. Parlo di quel codice semplificato, contemplato nella legge delega, che con questo atto deleghiamo il Governo a emanare, attenendosi a linee-guida molto precise: oltre a quella dell'abbandono, in materia di protezione della stabilità dei rapporti di lavoro, della property rule con una liability rule; il disegno di legge indica quella della massima possibile armonizzazione tra la nostra legislazione del lavoro rispetto agli standard dell'ordinamento europeo e di quello internazionale, e quello della leggibilità del dettato legislativo da parte delle decine di milioni di persone interessate alla sua applicazione, fortemente attrattivi per gli investimenti. Ciò significa traducibilità del codice nelle lingue straniere e in particolare in inglese.

Qui non possiamo non esprimere una grande soddisfazione per il recepimento e piena attuazione da parte del Governo Renzi di un progetto che Scelta Civica ha presentato a prima firma del senatore Ichino, già nell'agosto 2013.

Non è questa la sede per entrare ulteriormente nei dettagli dei contenuti specifici del provvedimento, sui quali richiamo quanto ha analiticamente detto il collega Ichino nel corso della discussione generale.

Questa è la sede, però, per confermare l'apprezzamento per la determinazione con cui il Governo ha affrontato e sta portando a compimento questo importantissimo passaggio e anche per il modo in cui il Governo stesso ha chiarito poco fa come intende ragionevolmente conciliare in sede di adempimento della delega le istanze solo marginalmente divergenti emerse in questa fase di discussione parlamentare in seno alla maggioranza, nel rigoroso rispetto dell'esigenza di coerenza, nettezza e incisività della svolta che intendiamo imprimere all'ordinamento del lavoro nel nostro Paese.

L'Italia uscirà da questo passaggio rafforzata non solo nella sua capacità di superare la congiuntura economica negativa, ma anche nella sua autorevolezza e nel suo potere contrattuale sul piano europeo. Siamo orgogliosi di aver dato un contributo decisivo a questo passaggio e continueremo ovviamente a darlo senza riserve, sul piano dell'elaborazione dei testi dei decreti delegati, anche e soprattutto dopo il voto di fiducia che ci accingiamo ad esprimere. (Applausi dal Gruppo SCpI).

MARINO Luigi (PI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARINO Luigi (PI). Signora Presidente, il Gruppo parlamentare Per l'Italia voterà la fiducia al Governo, perché ritiene che questo non debba «andare a casa».

Siamo consapevoli che la strada della ripresa sarà ancora lunga e complessa. Siamo consapevoli che le riforme sono la strada obbligata, anche se non l'unica, per ridare speranza e fiducia al Paese. E siamo convinti che le ricette che provengono dalle opposizioni sono ricette demagogiche, fantasiose, controproducenti o conservatrici.

Questo non vuol dire che il Governo abbia trovato sempre la nostra entusiastica approvazione. Ma lo scarto rientra in quello spread accettabile tra l'azione e le scelte del Governo e il sostegno di una maggioranza che è variegata e eccezionale. E nella maggioranza non siamo certo noi che tiriamo il freno sull'ammodernamento del Paese. Anzi, la pattuglia dei nostri senatori esorta il Governo a mantenere elevata l'azione riformatrice e il coraggio di cambiamento. (Applausi del senatore Di Biagio).

Sotto questo profilo, in una riforma come quella del mercato del lavoro, avremmo visto piuttosto positivamente anche le norme sulla contrattazione aziendale e sulla rappresentanza, che in questa delega non sono presenti.

È questo spirito che ultimamente ci ha fatto superare perplessità e ci ha fatto anche ingoiare qualche rospo, perché fosse dato al Paese il segnale del coraggio e del cambiamento, iniziando proprio dalla politica e dalle istituzioni politiche.

Voteremo poi la fiducia per ciò che è contenuto nella legge delega. Diciamo subito che ci è sembrato inusuale votare una fiducia su norme di delega aperte a diverse soluzioni possibili. Se c'erano esigenze e scadenze europee occorreva programmare meglio i lavori parlamentari e anche, forse, le riunioni di partito.

Se il problema della fiducia è accelerare le misure per la crescita e l'occupazione, questa forse era la volta buona per un decreto-legge, perché avrebbe avuto tutti crismi dell'articolo 77 della Costituzione. Se poi la fiducia è stata l'arma per risolvere problemi interni, occorre vigilare sull'effetto boomerang e risolvere in altro modo la coesione dei partiti della maggioranza e, ovviamente, all'interno dei partiti della maggioranza.

Nel merito riteniamo che la legge delega vada nella direzione giusta. La legge delega rivede, migliora e innova una materia che di per sé richiede costanti aggiustamenti e ammodernamenti. Rispetto a ciò che è avvenuto in Europa prima e nel mondo dopo, circa la divisione internazionale del lavoro, il conservatorismo e la timidezza legislativa hanno caratterizzato le scelte legislative sul mercato del lavoro in Italia.

Il nostro, come è stato già detto, è un mercato duale: un mercato duale in cui convivono tutelati e non tutelati, in cui fluttuano centinaia, anzi migliaia, di norme legislative, contrattuali, giurisprudenziali fiscali, ispettive, sulla sicurezza e sulla igiene, un mercato duale in cui resistenze, potere, assenza di meritocrazia e lavoro nero impediscono di raggiungere un equilibrio dinamico attraverso l'incontro della domanda e dell'offerta.

Allora a noi pare molto semplicemente che la legge delega rompa questo esiziale dualismo, e che lo faccia allargando o portando opportunità e tutele. Leggiamo così gli obiettivi del Governo, come lo sfoltimento delle tipologie contrattuali ad iniziare, ovviamente, da quelle che generano precariato; il contratto a tempo indeterminato come forma privilegiata; l'estensione e il rafforzamento degli ammortizzatori sociali con il recupero di risorse aggiuntive; le politiche attive di lavoro; le misure per l'occupazione femminile e la conciliazione vita lavoro; la semplificazione di norme e adempimenti, l'introduzione, in via sperimentale, del compenso minimo per chi non è tutelato da contratti collettivi.

Ieri ho ascoltato in Aula l'intervento di una senatrice dissidente del Partito Democratico: un intervento appassionato e genuino, che però - mi permetto di dire - dal mio punto di vista appartenente ad un'altra epoca. Sottintendeva quell'intervento la divisione classista padroni-operai. E proprio perché penso che la fabbrica di oggi sia ben diversa da quella di ieri; proprio perché penso che ancora più nell'economia dei servizi queste divisioni si stemperano; proprio perché penso che tanti imprenditori desiderano - lo dico anche egoisticamente - valorizzare il lavoro dei propri dipendenti, c'è la necessità di vedere ed ammodernare molte delle norme che regolano il mercato del lavoro.

Prendo ad esempio il controllo a distanza, tutelando la riservatezza e la dignità dei lavoratori. Prendo ad esempio la possibilità del demansionamento regolato - dice la delega - dalla contrattazione, che non sono strumenti utili solo all'impresa, solo al datore di lavoro. Non sono un arretramento, ma sono elementi a sostegno del merito dei prestatori d'opera.

I diritti inalienabili teniamoli stretti, ma abbandoniamo i diritti che non sono diritti, dietro i quali si sono celati parassitismi e negligenze. Diamo valore al merito, all'impegno e alla dedizione dei prestatori di lavoro. Il merito va premiato, mentre il lavativo va allontanato. E così arriviamo all'articolo 18 che, secondo le migliori tradizioni politiche italiane, è stato fortemente presente nel dibattito, ma risulta innominato nella delega. La soluzione che è passata ci dice che il termine dichiarato dal Presidente del Consiglio dei 1.000 giorni, per vedere realizzato tutto il campo delle principali riforme, è davvero realistico. In Italia, durante le crisi aziendali, si è licenziato, si licenzia e purtroppo si licenzierà ancora. Al contrario, in Italia, allontanare un dipendente svogliato, incapace di lavorare con i colleghi, assenteista quanto basta è una impresa difficile che neppure s'inizia. In Italia altrettanto difficile è premiare chi merita e nella nuova fabbrica, nella fabbrica dell'economia dei servizi, l'etica del lavoro diventa la chiave della produttività e dell'efficienza. Etica e merito devono essere premiati se vogliamo riprendere il Paese, se vogliamo aumentare la produttività del nostro Paese.

In conclusione noi riteniamo che debba essere sostenuto l'impegno del Governo a realizzare un circuito virtuoso: da un lato, favorire le imprese ad assumere con contratti buoni, seri, e possibilmente a tempo indeterminato, investendo sulla formazione dove - lo ricordo - siamo al 25 per cento, contro indici dei nostri Paesi concorrenti europei tra il 50 e il 70 per cento; dall'altro versante, assicurare servizi e sostegno economico ai periodi di disoccupazione, che devono diventare di transizione. Dunque, regole più semplici e flessibili in uscita con contratti più stabili di quelli di oggi.

Per questa scommessa, che è una grande scommessa, e per le considerazioni politiche iniziali, votiamo la fiducia al Governo. (Applausi dal Gruppo PI).

CANDIANI (LN-Aut). Bravo!

PRESIDENTE. Senatore Candiani, stia tranquillo.

D'ANNA (GAL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ANNA (GAL). Signora Presidente, ho ascoltato l'intervento del collega che mi ha preceduto, che trovo ineccepibile. Nell'ascoltarlo però - chissà perché, se per vezzo o per abitudine - mi è venuto in mente un racconto della trilogia di Calvino, quella de «Il visconte dimezzato» che, se non sbaglio, si chiamava Medardo di Terralba, il quale, essendo stato reciso da un fendente nella crociata contro i turchi, ritornò in patria solo per la metà cattiva e la metà buona rimase lontano.

Voi state parlando di merito, di capacità, di produttività, di etica del lavoro, ma siete sul versante sbagliato. Nel privato questa etica sostiene e mantiene l'impresa, perché senza queste regole le imprese falliscono. C'è un altro versante, quello della burocrazia parassitaria di 2 milioni e mezzo di dipendenti, che sono i veri privilegiati. Pertanto questa discussione andrebbe collocata in un'opera di risanamento vera e non «chiacchierologica», perché anche Renzi fa come Medardo di Terralba, va a prendere uno spicchio dei problemi perché questo lo deve portare alla ribalta della notorietà.

E, allora, voi volete codificare ancora meglio, liberando gli imprenditori da quelle forme di ostracismo e di indisciplina. Ricordo gli operai che avevano fatto sabotaggio alla catena di Pomigliano d'Arco e che si dovettero riassumere. Questo va bene, ma quand'è che il Presidente del Consiglio viene in quest'Aula a dirci cosa ne vuol fare del criterio di produttività, di concorrenza, di competizione, di efficienza, di competenza e di qualità dei servizi gestiti dallo Stato, onnipresente, onnipotente, pauperistico e inefficiente?

Noi continuiamo a pagare quelle persone per la sola giornata di presenza e, nel mentre, c'è questo mare magno di sperpero del pubblico denaro e gli stipendi sono la seconda voce di spesa dopo le pensioni, noi andiamo lì a rompere le reni alla Grecia, andando a disciplinare a favore della grande industria. Tutta questa storia infatti sarebbe potuta finire innalzando il numero dei dipendenti da 15 a 50 e favorendo le piccole e medie imprese laddove questo problema può incidere sulla vita stessa delle imprese.

Voi state facendo sul versante sbagliato un regalo a Marchionne, un regalo a quei potentati economici, a quel capitalismo di Stato che già vive di cassa integrazione; in questo momento gli state dando l'opportunità di dare un calcio nel sedere a chi dà fastidio. (Applausi dei senatori Divina e Puglia). Se qua dentro non regna sovrana l'ipocrisia, noi le cose ce le dobbiamo dire.

Io annuncio il voto contrario, almeno il mio, poi quello dei senatori Ferrara, Barani e di tanti altri del Gruppo Grandi Autonomie e Libertà che è bene ricordare è un Gruppo misto... Vorrei dirvi che non mi interessa stare qui a guardare una delega che, come ricordava il collega che mi ha preceduto, è ancora evanescente. Si parla di tutele crescenti; ma in che modo? Per chi? Quando? Molti altri aspetti della delega sulla riforma del lavoro restano evanescenti, indistinti e indeterminati affinché il potere legislativo conferisce al potere esecutivo attraverso deleghe che trattano non di quisquilie, ma di complessa materia, qual è quella degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e le politiche attive, la semplificazione delle procedure degli adempimenti, il riordino delle forme contrattuali, la materia della maternità, fino ad arrivare alle attività ispettive. Come facciamo noi questo? Credo che questo Governo abbia un'idea sbrigativa della democrazia. Questo non è un areopago di perditempo; questo è il consesso a cui la Costituzione assegna il diritto-dovere di legiferare.

Ci troviamo di fronte ad una legge delega indeterminata ed indistinta. Vorrei rileggere l'articolo 76 di questa Costituzione che alcune volte diventa sacra e intoccabile e altre diventa come la barba del francescano che da bambino, quando veniva a chiedere l'elemosina che cortesemente mi faceva tirare: l'articolo 76 della Costituzione recita che: «L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per un tempo limitato per oggetti definiti». Esiste questa condizione? Allora facciamo una cosa molto semplice: Vi faccio grazia di quanto fatto in precedenza e che ho detto nell'intervento sul calendario. Se un Governo di centro‑destra o un Governo presieduto da Silvio Berlusconi avesse solamente accennato a fare questo, avremmo dovuto mettere le camionette della celere agli angoli delle strada. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Questa è la storia. Non voglio difendere e non sono il più indicato a difenderlo. Non appartengo né ai cortigiani né ai reggicoda, ma la verità è che vi state mettendo sotto ai piedi appresso a un Tartarino di Tarascona (Applausi dal Gruppo M5S)che viene qua a fare il bullo e ad annunciare riforme che non fa.

Noi possiamo dire tutto, possiamo dire di volere le riforme, ma se le riforme sono come la legge elettorale, l'Italicum, i potentati restano tali e sapete che se non leccate i piedi nessuno vi metterà in lista se non siete deficienti e obbedienti al tempo stesso. (Applausi dal Gruppo M5S).

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 22,35)

(Segue D'ANNA). Se la riforma è quella della Costituzione, abbiamo fatto la grande scoperta che nel Paese abbiamo circa 45.000 componenti dei Consigli di amministrazione nelle 12.000 partecipate degli Enti locali, ed abbiamo spezzato le reni alla Grecia. Ma ce ne andremo noi. Ce ne possiamo andare pure stasera per un moto di dignità visto che siamo ormai un orpello con la delega al Governo. Però ci preoccupiamo di ridurre di 300 il numero dei senatori e di privare il popolo italiano di quell'ammennicolo che si chiama diritto di voto. (Applausi dai Gruppi M5S e LN-Aut).

Siamo alla riforma del lavoro. E cosa facciamo? Mica ci mettiamo a discutere. Il giovanotto è baldanzoso e va di fretta. Al consesso europeo deve portare risultati; altrimenti la Merkel lo mette dietro alla lavagna. (Applausi dal Gruppo M5S). Si può piegare il Parlamento ad una procedura così baldanzosa e inutilmente tracontante? Vannino Chiti, persona perbene e seria che stimo, chiedeva perché stiamo facendo tutto questo ostruzionismo: Renzi va di fretta perché sta chiedendo cose per l'Italia come la posticipazione del pareggio di bilancio al 2017. Se c'è fretta non è perché deve portare un cadeau; lo fa perché ha premura per le sorti nazionali: Vannino, hai ragione, però prima c'è la democrazia o non c'è niente. (Applausi dai Gruppi M5S e LN-Aut).

Voglio concludere per fare un omaggio al mio amico Sposetti; da liberale vi ricordo che il liberalismo è l'uguaglianza delle opportunità, mentre il socialismo è l'uguaglianza degli esiti. Fino a quando non darete nel pubblico impiego le stesse norme e pseudotutele che volete diminuire nel comparto privato non vi comporterete da liberali. Carlo Marx, signor Presidente diceva: la politica è il Governo degli uomini camuffato attraverso il governo delle cose. Voi state piegando a minori tutele nei confronti del capitalismo italiano assistito e beneficiato dallo Stato migliaia di lavoratori la cui vita cambierà, ed in peggio, attraverso questo atto, che è il governo delle cose, ma che determinerà il Governo degli uomini. (Applausi dai Gruppi GAL, LN-Aut e M5S. Congratulazioni).

BERGER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERGER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). La ringrazio, signor Presidente, onorevoli senatori, rappresentanti del Governo: vorrei sottolineare che si parla di una legge delega e penso che si dovrà valutare il prodotto finale che sono i decreti, perché negli ultimi giorni ne abbiamo sentite di tutti i colori: chi è contrario a tutto, chi favorevole a tutto, chi urla, chi vuole agire. Nella situazione nella quale si trova l'Italia in questo momento è bene agire. Ed è la politica che deve agire e noi, come Gruppo delle Autonomie-PSI-MAIE siamo dalla parte di chi vuole agire.

C'è chi dice che non cambia niente, perché tanto questa legge delega non ha contenuti, e c'è chi dice che verrà rotto lo Statuto dei lavoratori. Io penso che bisogna stare bene attenti a che cosa si fa e a come si tratta l'articolo 18, ma c'è necessità di cambiamento.

Come avevamo già detto in discussione generale, il provvedimento fa compiere qualche passo in avanti ma non tutti quelli necessari verso una profonda riforma del mercato del lavoro.

Restano sul tappeto tutta una serie di questioni: quella di spostare sempre più le risorse dalle politiche passive alle politiche attive; quella di valorizzare l'apprendistato e la formazione professionale e quella di estendere gli ammortizzatori sociali, evitando abusi o forme distorte circa il loro utilizzo.

Presidenza del presidente GRASSO (ore 22,40)

(Segue BERGER). Inoltre, dobbiamo fare di più per promuovere il cosiddetto "patto generazionale" anche e soprattutto nelle assunzioni della pubblica amministrazione; un sistema che intende favorire l'assunzione di giovani disoccupati attraverso la loro assunzione in servizio su posti, resisi vacanti in seguito alla riduzione dell'orario di lavoro del personale in procinto di essere collocato a riposo; un sistema anche accennato dal Governo e dal ministro Poletti; un'iniziativa promossa e già decisa nelle Province autonome di Trento e di Bolzano, tuttavia resa impossibile per interpretazioni troppo rigide da parte dell'INPS. Dove c'è coraggio ci vuole anche flessibilità, le parole d'ordine. In questi giorni si sono sentite spesso ma, onorevoli colleghi, queste non devono rimanere vuote, bensì si devono trasformare in azioni. Resta anche sul campo la necessità di aiutare le aziende ad assumere soprattutto in quei settori dove la flessibilità è un dato congenito, come il turismo e l'agricoltura. Dobbiamo combattere il lavoro clandestino, favorire la flessibilità parlando anche di voucher in agricoltura e turismo, un rimedio valido. Così dobbiamo anche flessibilizzare questo sistema invece di chiuderlo come stiamo facendo e come è stato fatto.

Se vogliamo rilanciare l'economia, l'occupazione, bisogna anche rendere celere il sistema giudiziario dare alle aziende norme chiare e semplici sul terreno delle assunzioni. Non dimentichiamoci che l'Italia ogni anno disperde l'l per cento del proprio PIL a causa dei ritardi e del cattivo funzionamento della giustizia civile.

Molte aziende con 13 o 14 dipendenti hanno paura ad assumere e preferiscono rinunciare agli ordini, piuttosto che sorpassare il limite dei 15 impiegati per essere così sottoposte ai vincoli derivanti dall'articolo 18.

Abbiamo letto stamattina - almeno io - la Nota del Governo sul fatto che la fiducia è anche un voto a favore della riforma dell'articolo 18.

Bene, noi questa fiducia la vogliamo dare. Quello che noi chiediamo è che il sistema passi dalla precarietà alla flessibilità, dalla rigidità al mettere al centro le persone che lavorano, che hanno voglia e bisogno di lavorare e che sentono la loro dignità nel lavoro e che non si sentono appagati nello sfruttare un sistema di assistenza sociale, bensì appagati, fieri e soddisfatti nell'apportare il loro contributo alla società attraverso il loro lavoro.

È necessaria una netta inversione di tendenza, che chiami tutti - Governo, Regioni, Enti locali e parti sociali - a promuovere una strategia di intervento, che non si limiti ad azioni legate all'emergenza occupazionale, ma che promuova una forte e continua azione di sistema in grado di far arrivare alle nuove generazioni le opportunità di impiego, ma soprattutto che dia avvio ad una comune crescita valoriale attraverso il lavoro.

La flessibilizzazione dei sistemi di occupazione, la certezza e la trasparenza dei contratti, la sicurezza per chi lavora e la sicurezza per chi dà lavoro rappresentano la nostra posizione di autonomisti, proprio come fanno i Paesi moderni e come fa quel sistema tedesco di cui tanto si è parlato in queste settimane.

Il reciproco rispetto tra aziende e lavoratori, come anche la contrattazione aziendale e territoriale: questi sono strumenti alla base di quel sistema vincente tedesco. Perché non anche in Italia? Perché non abbiamo questo coraggio? Credo che la parola «coraggio» deve avere nuovi contenuti. Chiediamo un Paese che si avvii con forza verso la modernità e nel quale la politica e le istituzioni mostrino tutto il coraggio del cambiamento. Il cambiamento non si ottiene solo con le dichiarazioni e con azioni di carattere simbolico, chiedendolo in strada e bloccandolo in Aula, come spesso succede. Il cambiamento passa attraverso una serie di messaggi che magari non fanno i titoli di giornali, non accendono la fantasia dell'opinione pubblica, ma migliorano la qualità della vita delle persone e che danno respiro ed ossigeno alle aziende per avere crescita, per poter assumere, per creare posti di lavoro. È l'azienda che crea lavoro. È l'impresa che crea posti di lavoro ma noi, come politica, dobbiamo creare i presupposti.

Precisiamo che si tratta di una legge delega e che quindi vigileremo attentamente sul contenuto dei decreti attuativi; vigileremo anche sul fatto che le piccole e piccolissime imprese abbiano una adeguata attenzione, ma vigileremo soprattutto sul rispetto della nostra autonomia.

Voglio ringraziare i componenti della Commissione lavoro, il presidente Sacconi, la vice presidente Spilabotte, il ministro Poletti e la sottosegretaria Bellanova, per il lavoro svolto in armonia e con un esito a mio avviso davvero molto favorevole. Il terreno fertile sul quale far nascere un futuro più solido e stabile per le aziende, e di conseguenza a tutto il mondo del lavoro, è proprio quel coraggio di assumersi la responsabilità di cambiare le cose che non funzionano oggi.

Sono queste le riforme e le iniziative che ci aspettiamo da questo Governo. È per fare questo che oggi noi ribadiamo la nostra fiducia. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE, PD e PI).

CENTINAIO (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CENTINAIO (LN-Aut). Signor Presidente, innanzitutto una prima nota. La stampa in queste ore si racconta di un presidente Renzi arrabbiatissimo sulla vicenda Senato. A questo punto invitiamo il presidente Renzi a venire in Aula e a dirci le motivazioni per cui è arrabbiato (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S), in particolar modo visto e considerato che in questo momento, ad eccezione dei quattro rappresentanti del Governo, di Ministri non ne vedo e ciò mi sembra veramente penoso (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S) visto che stiamo trattando di quella che il Presidente del Consiglio ritiene la riforma delle riforme, quella del lavoro.

Comunque, Presidente, parliamo di cose serie, ovvero dell'articolo 76 della Costituzione che recita: «L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi». È la Costituzione, colleghi, a ordinare che il Parlamento deleghi al Governo una materia su cui legiferare. La delega non deve mai essere data in bianco. Ancora una volta, in quest'Aula la Costituzione, per questa maggioranza, è carta straccia. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Il nostro Presidente del Consiglio - ahimè, bisogna anche parlare di lui - come molti italiani non sa cosa è contenuto in questo documento. Oggi era a Milano e, intervistato mentre era in gita (perché noi eravamo qui a lavorare mentre lui era in gita a incontrare le pallavoliste e a parlare di Mila e Shiro, a dare consigli su come si vincono i mondiali di pallavolo... e noi qui a lavorare), il presidente Fonzi e ha dichiarato che questo provvedimento porterà 83.000 posti di lavoro in più; 83.000 è meglio di zero, ma parliamo di 83.000 posti di lavoro. Noi, colleghi, siamo qui da giorni a fare tutto questo casino per 83.000 posti di lavoro! Ma il Presidente del Consiglio non lo sa che in Italia ci sono milioni di disoccupati, e noi siamo qui a parlare di 83.000 persone? Il Presidente del Consiglio non sa che ci sono esodati, precari, persone che aspettano un rilancio dell'economia? Il problema è che il buon Renzi non conosce parole come lavoro e disoccupazione. Non le conosce.

Una delega spot da vendere agli italiani riducendo gli argomenti ad articolo 18 e TFR, come se bisognasse distinguere tra Mazzola e Rivera. E tutto il resto? Gli ammortizzatori sociali? Il riordino delle forme contrattuali? La detrazione per i coniugi a carico? Colleghi, vogliamo parlare di cose concrete, di quello che ci dovrebbe essere realmente in una riforma del lavoro? Vogliamo rilanciare il lavoro? Ma se lo vogliamo rilanciare davvero, lo facciamo a costo zero creando solo una valanga di nuovi precari per far contenta l'Europa e le multinazionali? Come si può rilanciare il lavoro senza spendere nemmeno un euro? A nostro parere non si può. Quindi, se non ci sono soldi, se non ci sono progetti, il risultato è uno spot da vendere in Europa e a chi è disperato e magari riesce ad attaccarsi ancora a queste promesse.

Tagliare il cuneo fiscale, abolire la legge Fornero, usare i miliardi sprecati con l'operazione Mare nostrum per sostenere imprese e lavoratori (Applausi dal Gruppo LN-Aut), sburocratizzazione, abolire gli studi di settore e una tassa unica al 20 per cento; queste sono le priorità della Lega che Renzi non ha voluto ascoltare, tutto preso a fare il turista alla sede di Twitter (dove si poteva fare la foto con dietro l'uccellino), e a prendere ordini dal signor Marchionne (Applausi dal Gruppo LN-Aut), italiano, residente in Svizzera per non pagare le tasse, e con una sede aziendale in Inghilterra dove paga il 20 per cento di tasse. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL).

Poi il signor Marchionne viene a fare il fenomeno e a raccontarci come bisogna gestire l'Italia e come bisogna gestire le aziende, mentre noi siamo qui a morire per le solite «renzate». (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Le nostre proposte arrivano, invece, da un confronto quotidiano con gli artigiani, gli operai, i piccoli imprenditori, la spina dorsale sempre più debole di un Paese fallito, che sa imporre ma non sa concedere nulla.

Un Governo che gioca con i sindacati, vergognosa anche questa cosa. Come ha detto anche chi è intervenuto prima di me, in altri tempi avremmo assistito a scontri di piazza e scioperi, avremmo visto i centri sociali in piazza con le facce mascherate; ne avremmo viste di ogni sorta, in altri momenti. Ora vediamo le scaramucce da salotto, di quelli che lui chiama i professionisti della tartina. I sindacati, signor Renzi, sono diventati quelli da scaramucce della tartina, servi del padrone, che non rappresentano più i lavoratori. Servi del padrone! (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).

Il metodo a cui siamo arrivati: 8 agosto, finta riforma del Senato; 8 ottobre, finta riforma del lavoro (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Ebbene, 8 e 8 fa 88 e, visto che il signor Renzi ha a che fare spesso con i colleghi tedeschi, si faccia spiegare cosa rappresentava nel 1933 il numero 88. Stessa metodologia, stesso obiettivo.

La delega era di competenza delle Camere, che invece ora ricevono dal Governo un documento diverso da quello trattato in Commissione e in Aula, sul quale votano la fiducia: è veramente un'azione diabolica. La debolezza della politica di fronte ad un uomo solo al comando, che dice tutto e il contrario di tutto, imbarazzante, senza un progetto e senza risultati. Mi ricorda personalmente alcuni personaggi che giravano in Europa all'inizio del Novecento.

Pensavate di prenderci in giro con la storia dell'articolo 18. Pensavate di illudere gli italiani con il TFR, ma, dopo la bufala degli 80 euro, colleghi, al posto degli applausi il Governo si è preso le uova. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, Misto-MovX e della senatrice Gambaro).

Siete qui a chiederci la fiducia. Volete la fiducia? La nostra fiducia? Come possiamo darvi fiducia? A voi?

CIRINNÀ (PD). Ma chi te l'ha chiesta?

CENTINAIO (LN-Aut). La settimana scorsa in Conferenza dei Capigruppo ci avete garantito che non avreste chiesto la fiducia. Ma che valore ha la vostra parola? Dopo una settimana siete qui a chiederla.

Perché dobbiamo fidarci di un Premier che fa di tutto per farsi odiare dagli italiani: ormai litiga con tutti pur di andare a casa e andare ad elezioni. Perché fidarci sapendo che questa è una riforma fuffa, che non serve a nessuno?

Signor Presidente, ho quasi finito. Sarò onesto fino in fondo. Noi siamo persone serie, siamo 15 senatori che sanno cosa vuol dire lavorare, che hanno visto la fabbrica, i campi, il precariato, lo sfruttamento e, in alcuni casi, anche il licenziamento; siamo 15 persone che, con i sacrifici, hanno vissuto sconfitte e vittorie sul lavoro e non ci facciamo prendere in giro da nessuno, in particolar modo da un Governo e da un Presidente del Consiglio che non sanno decifrare le parole «lavoro», «precariato», «sacrifici» e «disoccupazione». (Applausi dai Gruppi LN-Aut e Misto- MovX).

Un Presidente del Consiglio che non ha mai lavorato, che non ha mai sostenuto un colloquio, che non sa neanche scrivere un curriculum vitae, perché ha mai dovuto partecipare ad un colloquio, che non sa neanche l'inglese; è come un ciarlatano che si inventa chirurgo e io, signor Presidente, nel momento in cui mi devo far curare da qualcuno, ho paura se questo qualcuno non sa cosa deve fare.

Signor Presidente, la nostra vita, la vita degli italiani, non può essere nelle mani di un incompetente. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S e Misto-MovX e della senatrice Gambaro. Congratulazioni).

DE PETRIS (Misto-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SEL). Signor Presidente, ancora una volta ci troviamo qui a tentare di discutere l'ennesima fiducia posta dal Governo. È molto grave, signor Presidente, colleghi, che tutto questo avvenga su una legge delega. Negli ultimi mesi abbiamo registrato strappi continui e costanti alle regole. In qualsiasi associazione, dal condominio all'associazione più piccola, vi debbono essere regole condivise e di solito si prova a rispettarle. Le nostre regole principali, signor Presidente, sono contenute nella Costituzione e noi ci troviamo di fronte ad una violazione costante della Costituzione. Questa legge delega è esattamente questo, ancora una volta; e la fiducia sulla delega è incredibile: è una violazione piena dell'articolo 76.

È una delega in bianco su cui, in tutti questi giorni, non si è costruita alcuna possibilità per quest'Assemblea di dare il proprio contributo e di discutere. Non abbiamo potuto esaminare un emendamento e solo oggi, molto tardi, abbiamo potuto vedere il maxiemendamento del Governo, senza neanche poter valutare in modo opportuno le modifiche apportate (non saprei se dal Governo stesso o dalla maggioranza).

Signor Presidente, ci muoviamo costantemente in un ambito che non è più quello che dovrebbe caratterizzare un Parlamento libero. Lo dico con molta franchezza: forse è il frutto avvelenato della terza legislatura consecutiva di applicazione del Porcellum, ma ho sempre l'impressione che in quest'Aula non si sia liberi fino in fondo e che si continui ad accettare e a sopportare tutto, anche di essere espropriati e di essere considerati ormai completamente inutili. (Applausi della senatrice Mussini).

Questa delega completamente in bianco è stata costruita su un insieme di mistificazioni e bugie. Il presidente del Consiglio Renzi ha deciso deliberatamente di aprire lo scontro sull'articolo 18, costruendo una serie di bugie al riguardo. Addirittura, abbiamo sentito esponenti della segreteria del Partito Democratico con incarichi altisonanti venirci a dire che l'articolo 18 è un privilegio e che quei lavoratori che ancora hanno quel piccolo residuo dell'articolo 18 dopo la modifica apportata dalla Fornero sono i responsabili - loro sono responsabili! - dell'immane numero di giovani precari. Sono loro i responsabili della disoccupazione, sono loro i lavativi e l'articolo 18 è servito in questi anni a difendere i lavativi. Questo abbiamo sentito dire e lo abbiamo sentito ripetere anche poco fa in alcuni interventi!

Sono loro, i lavoratori che stanno nelle fabbriche, quelli che si spaccano la schiena, i responsabili della situazione occupazionale disastrosa in cui versa il Paese.

È colpa dell'articolo 18 se le piccole imprese falliscono? Ci siamo dimenticati i suicidi degli imprenditori? Si sono suicidati i piccoli imprenditori per via dell'articolo 18? (Applausi della senatrice Bignami).

Le piccole e medie imprese non crescono perché si devono tenere sotto i 15 dipendenti. Sapete che non è vero e basta vedere le medie: la media dei dipendenti nelle piccole e medie imprese in Italia è di tre, quattro, cinque; se il problema fosse l'articolo 18 sarebbero 12-13, si fermerebbero appena sotto il numero il limite di 15 dipendenti.

È colpa dell'articolo 18, evidentemente, che non arrivano gli investitori in Italia. Non è colpa della corruzione? (Applausi dai Gruppi M5S, Misto-MovX e Misto-ILC). È di oggi la notizia che Galan, che era innocente, adesso ha patteggiato; e chi tenta di concorrere in un appalto come il MOSE, con tutto quello che è accaduto in questo Paese sulle grandi opere? (Applausi dai Gruppi M5S, Misto-MovX e Misto-ILC).

È colpa dell'articolo 18, dei lavoratori, di questi privilegiati, se non ci sono investimenti in questo Paese? O non è colpa forse del fatto che la criminalità organizzata gestisce gli appalti ed è ormai penetrata nel settore? Basta farsi un giro qui intorno! (Applausi della senatrice Simeoni). È colpa dell'articolo 18, o piuttosto del fatto che non si viene qui a discutere, perché qui si cambiano le regole continuamente, come sul mercato del lavoro, dove le regole si cambiano ogni due anni o ogni anno? Tutto questo ha mai prodotto un posto di lavoro in più? Stiamo sprofondando! Abbiamo rubato il futuro ai giovani ed oggi il ministro Poletti è venuto a dirci come siamo arrivati a questo punto; siamo noi a dover chiedere come siamo arrivati a questo punto!

Ci saremmo aspettati che si affrontasse la questione degli ammortizzatori sociali, alla quale si è fatto solo cenno. Un Governo che avesse voluto davvero cambiare e produrre un miglioramento per le condizioni di vita delle persone, sarebbe dovuto venire qui e fare delle proposte: avremmo trovato il modo per dare anche il nostro apporto, con la nostra proposta sul reddito, sulla quale fare magari una discussione seria.

Così si guarda all'Europa, non si omaggia la Merkel facendogli portare oggi il cadeau del jobs act, che all'inizio era stato presentato addirittura come il piano per il lavoro; oggi ci troviamo, invece, un piano per la distruzione della tutela dei diritti del lavoro.

Volete cancellare in realtà anche quel poco che è rimasto dell'articolo 18, forse è l'omaggio - questo sì tutto ideologico - a chi vuole fare del mercato evidentemente l'unica forza, l'unico potere regolatore e pensa che la stessa democrazia debba sottostare non alla legge, ma al mercato, mentre la Costituzione, come sapete perfettamente, ci dice l'opposto. L'articolo 18 è figlio di quell'articolo 41 della nostra Costituzione che dice che l'iniziativa economica è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale, né recare danno alla libertà o alla dignità umana. L'articolo 18, appunto, è figlio anche dell'articolo 41, perché vuole limitare l'arbitrio, non la libertà di impresa; vuole difendere i lavoratori dai soprusi. Evidentemente solo chi non ha mai avuto a che fare con il lavoro, dovendo sottostare ad un datore e sopportare spesso - non sempre - anche l'umiliazione, può affermare che l'articolo 18 è un privilegio.

Non si sopporta evidentemente dell'articolo 18 proprio il concetto di «giusta causa», perché sancisce che il rapporto di lavoro non è solo un fatto privato e che i lavoratori non sono una merce di proprietà di qualcuno, perché quell'articolo garantisce la libertà e la dignità. È da quelle lotte - lo dico ai colleghi del Partito Democratico - che la sinistra è nata, per difendere i lavoratori e i diritti del lavoro, nella piena consapevolezza che nel rapporto tra diritti dei lavoratori e libertà stava l'elemento che poteva innescare la trasformazione sociale: è da lì che sono venuti anche l'ansia e le lotte per tutti gli altri diritti.

In più, Presidente - me lo lasci dire - si parla di modernità, ma questa non è modernità: questo è tornare indietro, cancellando i diritti conquistati in cambio di nulla, di vaghe promesse. Questa strada porta però ad un vicolo cieco: voi vi state assumendo la responsabilità di decidere su che cosa questo Paese punta la competitività e la sfida economica. Forse sul basso costo del lavoro? Che cos'è il demansionamento? In questo modo la competitività con chi la facciamo? Con il Bangladesh?

La competitività, l'innovazione e la modernità significano la possibilità di fare uscire questo Paese dalla crisi; significano investire nell'innovazione, nella ricerca, nell'economia, nella conoscenza. Non facciamo la competizione con la Cina. La Cina, secondo una notizia di qualche giorno fa, ha stanziato 84 milioni di dollari sulla tecnologia, sull'innovazione, sulla ricerca, perché tutti sanno che la competitività si fa su questo. La competitività la otteniamo con salari che in questo mondo globalizzato sono di 2 dollari al giorno? Pensate che questa sia competitività? La competitività si fa sulla qualità, sul progetto, sulla possibilità di investimenti.

Alla Merkel non si porta il jobs act. Alla Merkel bisognava dire non che la Francia ha ragione, ma che noi d'ora in poi - questo sì che era l'atto coraggioso e non l'omaggio - sfidiamo tutti, che supereremo il pareggio di bilancio e cominceremo ad investire, a fare gli investimenti per far risorgere questo Paese. Questa è la modernità.

Signor Presidente, mi lasci dire che la sinistra era nata per questo. Chi dice oggi di essere rappresentante di una sinistra moderna in questa accezione, caro Presidente, semplicemente non ha più nulla da spartire con la sinistra. Ma noi continueremo la nostra battaglia, che non sarà finita con il voto di questa sera. Continueremo non solo ad opporci, ma a costruire la possibilità che possa rinascere una sinistra dei diritti per il futuro di questo Paese, perché noi vogliamo bene a questo Paese e a tutti coloro che in questo Paese oggi stanno soffrendo. (Applausi dai Gruppi Misto-SEL e Misto-MovX e dei senatori Campanella, Gambaro e Molinari).

SACCONI (NCD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SACCONI (NCD). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghe e colleghi, le senatrici e i senatori del Nuovo Centrodestra voteranno con piena convinzione la fiducia richiesta, non solo per una valutazione generale sulle esigenze di stabilità istituzionale e sulla qualità dell'azione di Governo, ma in questo caso ancor più per lo specifico consenso che esprimiamo al testo di riforma. Esso è stato significativamente arricchito, come ha riconosciuto il ministro Poletti, dalla Commissione lavoro, che in particolare ha introdotto la delega alla redazione di un testo unico, innovativo, semplice, sostitutivo dello Statuto dei lavoratori.

Per quanto riguarda i criteri di esercizio della delega, sono rilevanti gli espliciti riferimenti agli articoli 4, 13 e 18 dello Statuto, che da tempo sono diffusamente considerati obsoleti in quanto irrigidiscono la produzione e scoraggiano la nuova occupazione.

Alcuni si sono interrogati se le regole possono produrre occupazione. Eppure sappiamo con certezza, sulla base dell'esperienza prodotta dalle leggi Biagi e Fornero, che le buone norme incoraggiano ad assumere tanto quanto quelle cattive determinano rattrappimento e rinuncia in chi intraprende. Le regole sono buone soprattutto se sono semplici e certe, perché nell'epoca dell'incertezza, così lontana allusione dello sviluppo infinito del 1970, chi intraprende chiede almeno allo Stato un contesto favorevole perché sicuro.

Vi sono state norme che, pur rappresentando un'evoluzione rispetto alla disciplina previgente, non hanno generato effetti positivi sull'occupazione perché hanno lasciato uno spazio ampio alla discrezionalità del giudice del lavoro. Un caso di scuola è certamente stata la riforma dell'articolo 18 dello Statuto contenuta nella legge Fornero. Il nostro compito sarà quindi quello di non ripetere quell'errore, e di consentire sempre al datore di lavoro, anche quando condannato alla reintegrazione, di poter preferire un indennizzo adeguato al lavoratore, giustificato, come in Germania, dalla incompatibilità che si è prodotta tra i contraenti del rapporto di lavoro e che non può condurre in nessun caso alla coabitazione forzata.

Questo provvedimento, oltre al contenuto intrinseco, ha peraltro un significato emblematico nei confronti della società e dello stesso assetto del sistema politico italiano. Come è già accaduto in passato, le vere riforme del lavoro hanno la forza di produrre non solo effetti diretti nel mercato del lavoro ma anche effetti indotti nei diffusi comportamenti sociali. Sono riforme che segnano la conclusione di una stagione e l'apertura di una fase nuova. In questo caso la nuova regolazione del lavoro e degli istituti di protezione sociale può rappresentare, seppure con ritardo, la piena presa di coscienza nella dimensione istituzionale dei cambiamenti intervenuti nell'organizzazione della produzione e del lavoro. Ciò non significa affatto mercificare il lavoro, ma ripartire al contrario da un'autentica centralità della persona, dalla sua domanda di continuo accesso a quelle conoscenze e a quelle competenze che la rendono effettivamente utile a sé e agli altri.

Si tratta di un vero salto di paradigma rappresentato dal passaggio dalle vecchie tutele rigide e passive ad un sistema di opportunità continuamente offerte alla responsabilità di ciascuno. Questo cambiamento radicale, anche in relazione ai conflitti che lo accompagnano, ridisegna le leadership e le relazioni politiche.

L'incontro tra il riformismo socialdemocratico e quello liberal-popolare che qui si realizza non è dissimile da quello che sta segnando la vitalità della Germania e che ci auguriamo dia luogo ad un nuovo corso in Europa.

Ancora una volta avversari dei riformismi sono i radicalismi, a destra come a sinistra. Il vecchio estremismo ideologico, sempre più stanco e ripetitivo perché vagheggia un mondo che non c'è più, e il nuovo nichilismo che immagina l'ossimoro di una decrescita felice. Come abbiamo già detto nella recente esperienza della riforma costituzionale, si tratta di decisioni che possono segnare a lungo il confine tra chi da un lato condivide il coraggio delle relative decisioni e chi ad esse si sottrae per opportunismo o per antagonismo.

Noi oggi siamo ancor più convinti della scelta che abbiamo compiuto decidendo, in una stagione straordinaria della nostra vita nazionale, di assumere responsabilità e di rifiutare il declino del centrodestra italiano. Oggi siamo davvero ancor più convinti non solo di aver fatto ieri la scelta giusta, ma di essere ora più di ieri componente necessaria di una coalizione di Governo utile all'Italia. (Applausi dal Gruppo NCD).

Voglio svolgere un'ultima annotazione politica con uno specifico accento personale. Care colleghe, cari colleghi, il confronto, anche aspro, è legittimo e giustificato dalla dimensione delle scelte. In certa misura, potremmo ritenere che il teatrino che qui si è prodotto rappresenti il surrogato rispetto a quelle mobilitazioni popolari che un tempo accompagnavano le riforme del lavoro e che oggi non si generano più in una società spaventata dalla grande crisi. Anche qui dentro avverto il dovere di invitarvi a riflettere sul peso delle parole perché in un passato non molto lontano esse hanno concorso, senza volerlo, ad indicare a menti malate l'obiettivo delle loro azioni scellerate. (Applausi dal Gruppo NCD). Non si tratta di immaginare la rinuncia al conflitto politico, la compressione del dissenso che rimane il sale della nostra democrazia, ma di avvertire, tutti insieme, il dovere dell'autodisciplina del linguaggio e del rispetto della buona fede dell'avversario in modo da isolare e disincentivare ogni forma di violenza politica. (Commenti del senatore Marton).

In questo modo dimostreremo di avere imparato la lezione di una lunga traccia di sangue che non ha avuto uguali nei Paesi industrializzati e che si è alimentata dei conflitti nella materia del lavoro. Lo dobbiamo a coloro che hanno pagato con la vita il loro impegno civile. Lo dobbiamo ai nostri figli, affinché nessuno abbia più a temere, come io stesso ho temuto, per l'espressione delle proprie legittime convinzioni in una Nazione che io voglio sognare davvero riconciliata. (Applausi dal Gruppo NCD. Molte congratulazioni).

CATALFO (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CATALFO (M5S). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori Ministri assenti, illustri giuristi ed economisti della maggioranza, rispondo immediatamente a quanto detto dal presidente Sacconi, dicendo che il Movimento 5 Stelle è stato assolutamente disponibile al confronto e si è comportato in modo assolutamente costruttivo in Commissione. (Applausi dal Gruppo M5S). Certo è che se poi in Aula il confronto non c'è più e l'avversario citato da lei si comporta in modo sleale, certamente l'opposizione ha una reazione. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Campanella).

Oggi la ministra Boschi è venuta in Aula imponendo la fiducia al Senato sul provvedimento e ha presentato un testo conosciuto nei minimi particolari dalla stampa. Infatti, io l'ho ricevuto proprio dalla stampa, e non dal Parlamento. Il Governo obbliga questo organo costituzionale a votare, ricordiamolo bene, una legge delega confezionata ad hoc dal Governo, che conferisce poteri legislativi al Governo stesso (ma vedo che ciò non interessa l'unico rappresentante del Governo presente in Aula).

Parlare in questo caso di autoritarismo, per non richiamare altri termini molto in uso in un periodo triste della storia repubblicana, non mi sembra per nulla eccessivo. Agli sbagli sui contenuti si aggiungono quelli sulla forma e sul metodo, presidente Sacconi.

Il Governo, quindi, continua a portare avanti la sua televendita, anticipata da altisonanti proclami che viaggiano a mezzo stampa da settimane: articolo 18, o non articolo 18; demansionamento, che forse non c'è o che forse discutiamo nella sede del PD. Ma quello che in quest'Aula oggi il Governo propone di svendere è forse il bene più prezioso, sacrificato sull'altare delle coerenze economiche dettate dall'Europa. È il futuro di milioni di lavoratori delle imprese e dell'economia italiana tutta attraverso una riforma che, negli obiettivi, si propone di superare il dualismo all'interno del mercato del lavoro tra tutelati e non tutelati; tra coloro che godono di tutele piene e chi, invece, ne è escluso.

La ricetta del Governo per risolvere la questione è semplice: anziché alzare le tutele ai cosiddetti outsider, ovvero a tutti i lavoratori privi di potere contrattuale, cioè i disoccupati e i precari, si abbassano le tutele per tutti. Come nel più antico dei detti, mal comune mezzo gaudio.

Il presidente Renzi vorrebbe far credere agli italiani che il problema principale del nostro mercato del lavoro sia la sua eccessiva rigidità e dispone, come soluzione a tutti i mali, la flessibilizzazione in uscita, dimenticando (diciamo per ingenuità, per non voler parlare di malafede) dei mancanti investimenti sulla forza lavoro in ingresso. Pensare di agire strutturalmente, signori, su un tema così delicato come il mercato del lavoro, collegato in maniera così stretta all'andamento dell'economia italiana, per di più con una riforma a costo zero o quasi, è una scelta miope, per non dire inefficace e controproducente.

Per non andare troppo lontano - lo dico ai colleghi che citavano altri esempi - Austria e Germania che hanno investito ingenti risorse economiche in tecnologia, ricerca e sistemi pubblici di collocamento, avranno nel 2015 un tasso di disoccupazione inferiore al 5 per cento. Le riforme - lo dico al Ministro assente -hanno bisogno di scelte coraggiose. Siamo certi che tutti sapete - li studiate tutti i giorni - che l'Italia è indietro sugli indicatori in ricerca e sviluppo rispetto agli obiettivi di Europa 2020. Il nostro è uno degli ultimi Paesi in Europa nel rapporto PIL-ricerca e siamo uno dei pochi ad avere una tendenza negativa.

Fatto il preambolo, entriamo nel merito del jobs act, così come lo chiama il Presidente. Il disegno di legge delega, combinato con il cosiddetto decreto Poletti, allungherà a tempo indefinito l'orizzonte temporale della «prova» per il lavoratore, provocando precarietà strutturale, quella che ci rimprovera l'OCSE. Non investe in servizi pubblici per l'impiego. Vi ricordo i 90.000 addetti della Germania contro i 9.000 dell'Italia. Questo dovrebbe essere lo strumento principale per le politiche attive ed è quello che ci chiedeva l'Europa nella raccomandazione del 2 giugno 2014 e lo auspicava - lo dico al presidente Sacconi - lo stesso professore Marco Biagi nel Libro bianco, spiegando l'importanza degli investimenti per la concreta attuazione di politiche attive, di inserimento lavorativo, di formazione e riqualificazione, di disoccupati ed inoccupati. Ma per questo ci vogliono le risorse finanziarie, il cosiddetto potenziamento delle tutele nel mercato.

Cosa fa questa legge delega? Crea un ennesimo carrozzone, denominato Agenzia nazionale, che altro non sarà che la riproposizione di ciò che è stata la creazione d'Italia Lavoro, per di più inserendo all'interno gli stessi enti che nel passato hanno sperperato le risorse destinate alle politiche attive del lavoro. Dubito che lo stesso Biagi, se fosse vivo, sarebbe dell'avviso di far nascere un altro ente.

Il Governo, inoltre, che cosa fa? Introduce il demansionamento e i controlli a distanza; allarga la possibilità di ricorso al lavoro accessorio; abbassa le tutele contrattuali, senza garantire efficaci tutele del mercato, e non prevede investimenti in politiche fiscali e sociali di sostegno al reddito per i meno abbienti. Ripeto: anche questo lo diceva Biagi nel Libro bianco.

Ciò che ha affermato il presidente Sacconi, nel corso della sua relazione, riguardo ad un reddito garantito va in contrasto sia con quanto scritto nel Libro bianco che con la proposta del Movimento 5 Stelle sull'istituzione del reddito di cittadinanza quale misura assolutamente attiva (bisogna leggerla per sapere e non andare così): misura che non è solo reddito, ma che parte dai bisogni primari del cittadino, del disoccupato, per ricostruire i servizi di cui ha bisogno.

La nostra proposta mira a creare lavoro, contiene aiuti per le imprese, aiuti per i disoccupati che vogliono tra loro creare imprese; riavvicina il cittadino alla vita economica e sociale della propria città, ma soprattutto dà respiro all'economia del Paese e pone le basi per una vera riforma del lavoro.

Parte di quanto contenuto nella proposta è stato presentato proprio nella legge delega, anzi è stata presentata tutta la proposta, ma qualcosa è stato accettato, per fortuna. Sono piccoli passi per aiutare il disoccupato nella ricerca del lavoro e per semplificare la burocrazia delle imprese. Poverine! Parlo del fascicolo elettronico del cittadino, delle banche dati interoperabili e del conferimento dei posti vacanti in un'unica banca dati nazionale.

Il Movimento 5 Stelle vi chiede - ve lo chiede perché, senza risorse, non sappiamo come farete - come l'impresa, oltre che naturalmente il lavoratore, possa investire sulla formazione dell'acquisizione di competenze e sulla valorizzazione del cosiddetto human capital, il capitale umano, che OCSE ed Europa 2020 indicano come fattore critico di sviluppo e di successo per le economie continentali con la pseudo riforma che state proponendo a quest'Aula.

Sapete bene che, con questa legge, renderete l'annosa questione del precariato da problema contingente a problema strutturale, che è proprio quello che ci rimprovera l'OCSE. E a farne le spese di tutto questo chi sono? Sono i disoccupati di lunga durata, che sono coloro i quali dovremmo invece attenzionare e tutelare (e anche questo ce lo ricorda l'OCSE). Sono quei giovani che hanno un tasso di precarietà pari al 52,5 per cento.

E non diteci che la soluzione a tutti i mali è il Programma europeo e nazionale cosiddetto Youth guarantee perché gli italiani ne potrebbero sentire delle belle, compresa la totale non attuazione in talune Regioni, come ad esempio la Sicilia di Crocetta, del PD, di Faraone e di Genovese. (Applausi dal Gruppo M5S).

Siamo tutti bravi a tagliare i diritti. A questo Governo e alle promesse di modernità e di rottamazione gli italiani forse chiedevano ben altro che la riproposizione del vecchio teatrino trito e ritrito sull'articolo 18.

Il problema, ribadito dalle imprese più volte, per ridare competitività e incentivare le nuove assunzioni, non é l'articolo 18. Il problema reale è il costo del lavoro che in Italia è uno dei più alti al mondo. Togliendo diritti ai lavoratori non si produrrà nessun posto di lavoro aggiuntivo, si produrrà solo precarietà e una contrazione dei consumi.

Come può un soggetto investire senza un futuro certo di fronte a lui? (Applausi della senatrice Lezzi). Con i consumi che caleranno si andrà solo ad aggravare la situazione attuale; meno consumi vuol dire meno spesa e, di conseguenza, meno gettito fiscale e meno ricavi alle imprese italiane, con il conseguente impoverimento del ceto medio e la definitiva morte della piccola e media impresa. A loro l'articolo 18 non gioverà per niente; date le ridotte dimensioni delle unità produttive, alle imprese italiane servono sgravi sugli oneri tributari e contributivi, un fisco più efficiente ed una semplificazione della burocrazia.

E il progetto di demolizione dello statuto dei lavoratori continua; vengono infatti immolati sull'altare della volontà dei poteri forti pure gli articoli 4 e 13.

PRESIDENTE. La invito a concludere, senatrice Catalfo. Ha già sforato i due minuti.

CATALFO (M5S). Sto per concludere. Non si interviene sul vero problema del mercato del lavoro e, cioè, le politiche attive. Concludo, Presidente, consegnando il resto del mio intervento.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

CATALFO (M5S). Se mi consente di finire, dico qual è la nostra visione del mercato del lavoro e di riforma di tale mercato. Noi del Movimento 5 Stelle abbiamo proposto e proponiamo misure concrete per la gestione del mercato del lavoro italiano.

Noi proponiamo la sicurezza coniugata alla flessibilità legata all'innovazione di processo e di prodotto, basata sugli investimenti tecnologici e di ricerca e sugli investimenti in termini di formazione del lavoratore che si tende a lasciare in azienda e che grazie al lifelong learning o formazione continua potrà, nel corso della sua carriera, ricoprire diversi ruoli all'interno della stessa azienda, potenziando la capacità lavorativa, le competenze e aumentando la produttività.

In questo tipo di flexsecurity vengono garantiti al lavoratore non solo la riqualificazione costante, ma anche il sostegno al reddito in caso di perdita di lavoro e un serio accompagnamento al reinserimento lavorativo e il sostegno al reddito per i meno abbienti, ovvero il reddito di cittadinanza.

Ciò porta, come avviene in tanti Paesi, tra cui la Danimarca e l'Olanda, maggiore produttività dell'impresa in termini sia qualitativi che quantitativi, sicurezza del lavoratore in termini di reddito costante e proficuo impatto sull'economia interna ed esterna.

Questa è la nostra riforma e solo ad una riforma del genere noi possiamo dire di sì; quella che propone questo Governo non è una riforma e il nostro è un no. (Prolungati applausi dal Gruppo M5S).

BERNINI (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERNINI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, a nome del Gruppo parlamentare che rappresento, devo ancora una volta constatare che oggi si è scritta una pagina inquietante della nostra vita parlamentare.

Ancora una volta questo Governo ha alterato uno schema, un rapporto di poteri tra Parlamento e Governo che in un contesto democratico non può e non deve essere alterato. La prassi di mettere la fiducia su di un disegno di legge delega è non solo non usuale, ma assolutamente inappropriata e inopportuna. Noi abbiamo più volte stigmatizzato - lo abbiamo fatto convintamente - e sottolineato quanto questa modalità di esproprio e di sottrazione dell'attività legislativa dal Parlamento al Governo non rappresenti solamente un errore o un dato di inopportunità politica, ma una vera e propria violazione costituzionale.

La Costituzione è stata più volte definita da una parte politica e da un'intellighenzia che a quella parte politica si è accostata e che ha supportato la Costituzione più bella del mondo. La Costituzione deve essere modificata per via formale nelle Aule parlamentari e non per via materiale attraverso un uso della fiducia, la ventunesima ormai dall'inizio dell'attività di questo Governo, e attraverso un uso dei decreti-legge, arrivati credo a 20, e dei maxiemendamenti assolutamente improponibili in un contesto di fisiologica e corretta separazione dei poteri. Questo è un dato, Presidente e colleghi, che nessuno di noi può dimenticare. Nessuno può dimenticare che queste sono le Aule dove le leggi vanno fatte, attraverso un vigoroso confronto tra noi, tra maggioranza e opposizioni, attraverso quel confronto che noi abbiamo sollecitato quando, votando contro le pregiudiziali di costituzionalità, di merito e di legittimità, proprio su questo provvedimento, abbiamo detto di voler il provvedimento in Aula per poterci confrontare sui nostri emendamenti e per poter avviare un sano, fisiologico e doveroso dibattito tra maggioranza e opposizioni. Questo disegno di legge delega darà luogo a decreti delegati sulla base di deleghe oceaniche, vaghe, non misteriose, ma misteriche. Quello che ci viene chiesto oggi più che un atto di fiducia è un atto di fede.

I colleghi che mi hanno preceduto di porzioni della maggioranza hanno citato alcuni aspetti di questo disegno di legge delega. Hanno fatto riferimento agli ammortizzatori sociali, alle tutele universali, alle modalità contrattuali unificate a tutele crescenti; hanno fatto riferimento all'articolo 18 e a come questo potrebbe cambiare nel senso di una riduzione dello strumento della reintegra. Con assoluta sincerità, pur avendo letto più volte molto attentamente questo disegno di legge delega, posso dire che ci vuole una fantasia sfrenata per trovare all'interno di questo provvedimento tutto quello che in questa Aula è stato indicato come essere presente. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). Quello che è ancora più inquietante, se è possibile, proprio in un'ottica di violazione di quel dibattito parlamentare che abbiamo definito non solo necessario e opportuno, ma assolutamente doveroso, è, come ha sottolineato il nostro Capogruppo, la presentazione di quel maxiemendamento, che ormai è diventata una prassi invalsa. Mi stupisce il silenzio assordante di quelle autorità superiori che, in occasione di Governi precedenti, con la matita rossa e blu hanno evidenziato l'uso improprio dei maxiemendamenti addittivi e sostitutivi del lavoro della Commissione. (Applausi dai Gruppi FI-PdL XVII e LN-Aut e del senatore Puglia). Hanno stigmatizzato con la matita rossa e blu l'uso improprio ed esondante dei decreti legge. Quelle autorità ora tacciano, ma noi vorremmo sentire queste voci. Ricordiamoci, colleghi, che anche noi abbiamo una responsabilità, anche noi nel momento in cui questi provvedimenti vengono «fiduciati» attraverso di noi ci assumiamo una responsabilità costituzionale.

Proprio sui contenuti di questo provvedimento, così come sono stati elaborati in Commissione e su cui noi con molta lealtà abbiamo accettato di ritirare i nostri emendamenti per l'Aula, come hanno fatto gli altri colleghi delle opposizioni, pensando di poterli dibattere in Aula, abbiamo visto invece l'apposizione o, anzi, l'imposizione di un maxiemendamento che, molto democraticamente, con molto fair play parlamentare e rispetto delle opposizioni da parte del Governo, ha recepito alcune suggestioni, ma solo gli emendamenti della minoranza del Partito Democratico. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore D'Anna).

Colleghi, questo è un comportamento assolutamente inaccettabile sotto il profilo politico e sotto il profilo tecnico, mi sia consentito.

Ancora, vorrei non abbandonare il metodo, perché dal metodo si desume il merito. Il metodo è quello dell'impiego di un'attività di passaggio casuale, veloce, rapidissimo, tangenziale dei provvedimenti del Governo in Parlamento, che ormai è diventato, come direbbe il nostro Presidente del Consiglio, un format, un modus operandi, una modalità operativa cui si è aggiunto un altro strumento normativo, quasi normativo o metanormativo, che sono le dichiarazioni o la prolusione del Ministro in Aula.

Tutto ciò che nella vaghezza, nell'imprecisione, nella bianchezza di questa delega legislativa, che è stata giustamente definita una delega in bianco, e del suo vicino e consequenziale maxiemendamento non abbiamo trovato, lo abbiamo trovato nelle parole del ministro Poletti che purtroppo, proprio perché questa forzatura temporale ha creato una tensione comprensibile, anche se esagerata, in quest'Aula, non ha avuto il tempo di concludere la sua prolusione. Non ha avuto il tempo di dire quello che la delega non dice, ossia che l'articolo 18, nella parte che riguarda non già e non solo i licenziamenti discriminatori, ma anche disciplinari, prevede una reintegra in casi gravi, specificamente indicati, settorialmente contingentati.

Ora, la cosa che stupisce di questa modalità è che evidentemente la fiducia non deve essere posta solamente sul disegno di legge delega e sul vicino e conseguente maxiemendamento, ma anche sulle dichiarazioni del ministro Poletti, che allo stato sono l'unica notizia che noi abbiamo su quello che il Governo ha intenzione di fare relativamente a questo specifico aspetto del provvedimento.

Credetemi colleghi, lo dico sinceramente, a nome del mio Gruppo: tutto questo non è solamente irrituale, è impossibile. Chi dal di fuori ritiene che noi stiamo dando spettacolo o stiamo facendo teatrino deve venire qui e confrontarsi democraticamente con il dibattito parlamentare. Non è possibile continuare a vedere provvedimenti legislativi su temi capitali quali quelli sul lavoro, sulla pubblica amministrazione, sulla giustizia, sul fisco, che facevano parte di quel famoso programma dei cento giorni, prudenzialmente e per ovvi motivi trasformato in programma dei mille giorni, celebrati sempre in maniera tangenziale rispetto a quest'Aula, in modo tale che noi possiamo intervenire il meno possibile sui testi dei provvedimenti. Si procede attraverso annunci, consultazioni pubbliche carsiche e poco chiare, linee guida e decreti-legge esangui, come è esangue il decreto-legge che ha preceduto questo disegno di legge, i cui contenuti peraltro sul contratto di lavoro a tempo determinato e sull'apprendistato rischiano anche di confliggere con il contenuto della legge delega. Decreti-legge esangui e incostituzionali, in quanto disomogenei e comunque mai necessari e urgenti, perché questa è una caratteristica dell'attività legislativa di questo Governo, vengono seguiti da disegni di legge delega cui seguiranno decreti delegati che fanno del Governo legislatore primo ed ultimo di sé stesso. I provvedimenti partono dal Governo e ritornano, con un movimento circolare perfetto, esattamente da dove erano venuti: al Governo.

Sarà il Governo a riformare la pubblica amministrazione, sarà il Governo a riformare il mercato del lavoro, sarà il Governo a riformare la giustizia e lo farà attraverso deleghe assolutamente opache, oscure, oceaniche, mai abbastanza chiare. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore Campanella).

PRESIDENTE. Si avvii alla conclusione, prego.

BERNINI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, concludo velocemente.

Forza Italia non è solamente il nome di un partito politico: è un atteggiamento mentale, è una convinzione politica. (Commenti dal Gruppo PD). Abbiamo cercato, così come abbiamo fatto in occasione delle riforme costituzionali, di svolgere la funzione di un'opposizione collaborante e responsabile, più nell'interesse del Paese che non nell'interesse specifico della nostra forza politica. Lo abbiamo fatto a condizione di poterci confrontare su un provvedimento giusto e utile per questo Paese. Non c'è stato reso possibile, non abbiamo potuto farlo sufficientemente in Commissione, non abbiamo potuto farlo in Assemblea.

Questo è un provvedimento regressivo, che non porta alcun vantaggio al mercato del lavoro, che non impara nulla da quelle riforme fatte in Germania e in Spagna che sono state evocate in quest'Aula. E i provvedimenti inutili, colleghi, in questo momento drammatico in cui occorrono solamente riforme profonde e radicali per affrontare un momento eccezionale, ove sono inutili, sono anche dannose. Per questo motivo Forza Italia ancora una volta dichiara che non ci sta: parteciperà naturalmente al voto, ma non parteciperà alla celebrazione di questo rito stanco, che ripropone una formula antica, non innovativa del mercato del lavoro, non sufficientemente flessibile e non sufficientemente in grado di far ripartire la crescita. Per questo motivo, convintamente, come è stato fatto dai colleghi che mi hanno preceduto, dichiariamo il nostro voto contrario. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Molte congratulazioni).

ZANDA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signor Presidente, esiste in Parlamento una maggioranza molto larga, che concorda sulla necessità di riformare la legislazione del lavoro e nessuno tra di noi credo sostenga che tutto va bene così e che deve restare come sta. Ciononostante, la nuova disciplina e in special modo le modifiche all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori hanno suscitato un ampio e aspro dibattito nel Paese.

Ma credo che non possa essere considerato dibattito politico il lancio di volumi della Costituzione verso il banco del Presidente del Senato. (Applausi dal Gruppo PD). Oggi lo abbiamo visto qui in Aula. Mi chiedo come sia possibile che dei parlamentari possano pensare che una gazzarra in Aula aiuti il mondo del lavoro, aiuti i disoccupati a trovare occupazione (Commenti dal Gruppo M5S) e possa trasformare la crisi in crescita e sviluppo. La violenza in un'Aula parlamentare, signor Presidente, è una brutta cosa. (Commenti dal Gruppo M5S). Fa molto male a chi la pratica e fa male al Parlamento. (Commenti dei senatori Lezzi e Susta. Applausi dal Gruppo PD). La violenza in Aula è violenza nei confronti della democrazia. (Commenti del senatore Cioffi. Applausi dal Gruppo PD). Debbo ringraziare lei, Presidente Grasso, per la pazienza con la quale ha condotto oggi la seduta del Senato. (Applausi ironici della senatrice Bulgarelli. Commenti della senatrice Simeoni).

LEZZI (M5S). Zanda non sa che dire!

ZANDA (PD). Signor Presidente, se vogliamo lo sviluppo dobbiamo insistere con il processo di riforme e metterne in campo un ventaglio molto ampio e molto profondo. Tra le riforme, la delega sul lavoro, che tra breve avrà la fiducia dei senatori del Partito Democratico, è un atto molto importante. Sul voto di fiducia ho sentito molte osservazioni e inviterei tutti noi a ricordare le decine e decine di volte nelle quali, negli ultimi dieci anni, Governi di vario colore, da Berlusconi a Prodi, da Monti a Letta, hanno ritenuto o sono stati costretti a far ricorso alla fiducia.

MALAN (FI-PdL XVII). Ma non sempre!

ZANDA (PD). Dobbiamo prendere atto che siamo davanti a uno degli effetti gravi della debolezza del nostro sistema politico e del bicameralismo perfetto e tocchiamo con mano la necessità della riforma costituzionale ora all'esame della Camera.

C'è poi un altro punto da evidenziare su questo provvedimento: è stato detto da molti in quest'Aula che la fiducia non si mette mai sulla delega, signor Presidente. Le cose non stanno così: una ricerca sommaria ci dice che dal 1988 ad oggi le questioni di fiducia poste su leggi delega sono state almeno 23 e io lo ricordo solo per amore della verità. (Commenti dal Gruppo M5S e del senatore Malan).

Sapevamo da tempo che questo autunno saremmo stati chiamati a scelte difficili e politicamente molto divisive. Sappiamo anche oggi che la crisi ci mette fretta e non lascia né al Parlamento né al Governo molto tempo per approvare riforme sempre più necessarie e urgenti. (Commenti dal Gruppo M5S).

Il tempo, di cui in passato abbiamo abusato, oggi non è più una variabile indipendente dall'azione del Parlamento. Anzi, è un vincolo almeno altrettanto stringente del contenuto dei provvedimenti.

Il presidente Renzi sottolinea spesso che per farci ascoltare in Europa dobbiamo dimostrare di aver fatto tutto il possibile per sanare i nostri punti deboli, per rimediare ai ritardi, per svecchiare lo Stato. Non si tratta di compiti a casa, formula molto dispregiativa, ma di chiudere la stagione del rinvio e del dibattito infinito che da troppe legislature impedisce ogni cambiamento.

Fateci caso. Tutte le riforme che stiamo esaminando in questa fase difficile, scuola, giustizia, anticorruzione, pubblica amministrazione, fisco, diritti civili, ordinamento costituzionale, legge elettorale, e anche lavoro, sono materie che da decenni vanno e vengono nel dibattito parlamentare, sempre bloccate da veti politici più che dalla dialettica delle idee. Negli anni, questa impotenza parlamentare e il conseguente blocco delle decisioni hanno alimentato la sfiducia dei cittadini nella politica e nelle istituzioni. (Vivaci commenti dal Gruppo M5S).

Le democrazie sono in crisi, in sofferenza di fronte alla globalizzazione senza regole, alle tecnologie in continua evoluzione. E nel passaggio verso un futuro totalmente nuovo emergono con evidenza le difficoltà delle democrazie parlamentari ad affrontare la concorrenza del capitalismo autoritario e dei regimi illiberali.

Per inviare le truppe russe in Crimea - lo dico davanti al Ministro della difesa - e nell'Ucraina dell'Est è bastato un ordine secco di Putin. Per decidere sugli aiuti umanitari all'Ucraina e su un blando boicottaggio, i 28 Paesi dell'Unione europea hanno dovuto prima mettersi d'accordo sul giorno in cui i loro Ministri si sarebbero incontrati e poi aprire un dibattito tra i più favorevoli e i più tiepidi alle sanzioni.

Dobbiamo riflettere su questo, anche pensando al futuro del nostro Paese e dell'Europa. (Commenti della senatrice Fattori) Per tutelare la forza della democrazia dobbiamo restituirle la capacità di decidere, sapendo che il pluralismo non è uno strumento di interdizione, ma è il metodo che, dopo libere elezioni, attribuisce alla maggioranza il potere di governare. (Commenti delle senatrici Paglini e Taverna).

Sino agli anni '70 e anche negli anni '80, il sistema industriale italiano attraeva importanti investimenti, ma da vent'anni la situazione si è capovolta. La globalizzazione fa sì che i capitali vadano dove più conviene, dove c'è più sicurezza per egli investimenti e dove è più facile creare valore. I Paesi più attraenti sono quelli dove c'è una giustizia civile e penale più rapida ed efficiente, dove c'è meno corruzione, dove le tasse sono più leggere, dove la pubblica amministrazione è più collaborativa, dove il credito è più raggiungibile ed anche dove il lavoro è regolato da una legislazione più flessibile.

Queste condizioni non sono facoltative. L'economia globale non lascia margini di scelta: i Paesi che non sono capaci di attrarre gli investimenti perdono ricchezza. E senza capitali e senza investimenti adeguati nessun Paese è in grado di sviluppare la propria economia e senza sviluppo vince la disoccupazione.

Questa, oggi, è la situazione in cui si trova l'Italia. E se vogliamo sviluppo e lavoro dobbiamo darci un obiettivo prioritario: creare le condizioni più favorevoli possibili per chi vuole investire, per chi vuole fare impresa, per chi vuole creare posti di lavoro.

Il provvedimento che stiamo per votare è molto ambizioso ed è diretto ad aiutare in primo luogo chi il lavoro non ce l'ha. A questo obiettivo serve il riordino degli ammortizzatori. Vuole assicurare tutele sociali uniformi per tutti, aumentandone l'inclusività, l'accesso e la durata; il rafforzamento delle politiche di impiego, con la creazione di un'Agenzia nazionale all'altezza dell'esperienza di gran parte dei Paesi europei; le misure a favore dell'occupazione femminile, di tutela della maternità e della conciliazione vita-lavoro; la semplificazione di numerosi adempimenti amministrativi anche per facilitare gli investimenti esteri; l'introduzione del contratto a tutele crescenti, anche questo che superi l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, salvaguardando il reintegro nei casi di licenziamento discriminatorio o ingiustificato di natura disciplinare.

C'è una considerazione di fondo che Governo, Parlamento, forze politiche e forze sociali devono tener presente nell'affrontare seriamente il tema dell'articolo 18: il 45 per cento dei nostri giovani non ha lavoro e il 70 per cento dei nuovi contratti viene assunto in una forma precaria, che non prevede l'articolo 18. Pochissime imprese ormai sono disposte ad assumere a tempo indeterminato giovani al primo impiego. A questo gigantesco numero di giovani che non godono dell'articolo 18 dobbiamo aggiungere i quasi 4 milioni alle dipendenze di imprese con meno di 15 dipendenti. Sono dati impressionanti, davanti ai quali non possiamo restare inerti.

L'intervento sull'articolo 18, assieme all'ampliamento degli ammortizzatori sociali, non ha solo l'obiettivo di restituire sicurezza alle imprese: prima ancora è una straordinaria misura di equità sociale e di allargamento delle tutele ai non tutelati, che oggi, come ci dicono i numeri, sono diventati la massa dei lavoratori. Il contratto a tempo indeterminato è talmente rigido che le aziende italiane non si avventurano più ad usarlo.

Pensare ad un contratto meno oneroso fiscalmente, meno rigido è nell'interesse generale, soprattutto a tutela dei lavoratori più giovani, perché solo investendo sulla minore rigidità del contratto a tempo indeterminato e ampliando gli ammortizzatori si potranno anche limitare a poche, pochissime, le numerosissime tipologie contrattuali esistenti, prive di adeguate reti di sicurezza.

Sono oltre un milione i dipendenti che non possono godere di indennità di disoccupazione. Ne sono privi tutti i co.co.pro, le partite IVA, che inoltre hanno quasi nessuna tutela propria dei lavoratori dipendenti. Anche la cassa integrazione lascia fuori oltre 5 milioni di lavoratori. Sono queste le vere ingiustizie che la delega vuole correggere.

Termino con una considerazione di carattere internazionale, signor Presidente, perché nei giorni passati abbiamo appreso che negli Stati Uniti la disoccupazione è scesa al 5,9 per cento. Sono livelli fisiologici, vicinissimi al pieno impiego. Il nostro primo obiettivo, tutto quello che facciamo, deve essere indirizzato a questa priorità: la piena occupazione. Il 5,9 per cento americano è meno della metà della disoccupazione media europea, è sei volte meno della disoccupazione giovanile in Italia, è quasi dieci volte meno della disoccupazione giovanile nel nostro Mezzogiorno. Guardiamoci in faccia e chiediamoci perché gli Stati Uniti stanno superando brillantemente la crisi...

VOCE DAL GRUPPO M5S. Perché non hanno Renzi!

ZANDA (PD). ...mentre l'Europa c'è dentro sino al collo e non possiamo immaginare né come, né quando ne uscirà. Otto anni fa la crisi ha avuto inizio negli Stati Uniti, ma l'inevitabile contagio tra economie tra loro interdipendenti ha rapidamente esteso la malattia nel resto del mondo. Ci sono ragioni di politica economica e di assetto istituzionale che spiegano questo vistoso squilibrio.

La scelta di politica economica dell'Europa è stata l'austerità, come sappiamo. Gli Stati Uniti hanno voluto una politica fiscale espansiva e una politica monetaria aggressiva. Hanno promosso interventi forti della loro Banca centrale e hanno usato massicciamente la spesa pubblica. Così, a fine 2013, a sei anni dall'inizio della crisi, l'economia americana è ripartita con vigore; quella Europea è tuttora in piena stagnazione. Il PIL americano è oggi di sei punti più elevato di quello pre-crisi, la disoccupazione si è ridotta vistosamente e, come abbiamo visto, oggi è al 5,9 per cento.

In Europa le cose stanno in modo ben diverso. Il PIL è addirittura inferiore a quello pre-crisi e la disoccupazione è prossima al 12 per cento, le banche non sono ancora risanate e la ripresa è lenta ed incerta persino nella forte e ricca Germania.

C'è anche una ragione storica, che riguarda il diverso assetto istituzionale americano, che può spiegare il vistoso differenziale con l'Europa. Gli Stati Uniti sono una grande Confederazione, sono una sola Nazione e hanno un solo Presidente.

L'Europa sono 28 Stati indipendenti, senza unità politica, senza una comune vera politica estera, militare, fiscale, di giustizia, senza una Banca centrale di ultima istanza. Ed è proprio questa assenza di unità ad impedirci di uscire dalla crisi secondo le potenzialità del nostro continente ed è la disunione a collocarci ai margini del grande gioco della politica e dell'economia mondiali.

VOCE DAL GRUPPO M5S. Tempo! (Proteste dal Gruppo M5S. Richiami del Presidente).

ZANDA (PD). Pensando al futuro dell'Europa ci sono due punti di cui tener conto: l'Europa unita non si farà mai se gli Stati membri non avranno i bilanci in ordine. Ma non si farà nemmeno a rimorchio di una miope politica neobismarckiana. (Applausi dal Gruppo PD. Applausi ironici del senatore Marton).

DI MAGGIO (PI). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

DI MAGGIO (PI). Signor Presidente, spero di non turbare l'ansia di verità del senatore Zanda. (Ilarità. Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).

Ho ascoltato con interesse gli interventi svolti in Aula e soprattutto quello del senatore Marino, che rappresenta il mio Gruppo e mi sono convinto di intervenire non in qualità di appartenente a questo Gruppo ma perché credo che io lo debba fare soprattutto come persona che ha passato metà della sua vita a fare impresa.

Se così è, ho avuto un'altra fortuna: quella di poter ascoltare l'intervento del ministro Poletti e anzi mi permetto di dire al Presidente del Senato che bon ton istituzionale vorrebbe che almeno il Ministro fosse presente in Aula in questo momento. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).

E ho ascoltato il suo intervento prima di ricevere il mini-maxi-emendamento del Governo sulla delega al Governo in materia di riforma del lavoro. Ho scoperto allora che il Ministro ha ragione, soprattutto quando dice che l'articolo 18 è un falso problema con buona pace delle considerazioni svolte dal presidente Sacconi e di quelle che ha esternato la presidente De Petris. Rilevo infatti che dal 2008 al 2014 in questo Paese si sono persi, vigente l'articolo 18, un milione e mezzo di posti di lavoro. (Applausi dal Gruppo LN-Aut, M5S e Misto-MovX e del senatore Campanella).

Allora, se questa è la richiesta che viene dal mondo delle imprese, questo è un falso: per noi l'articolo 18 non è il problema dei problemi.

Dice il Ministro che noi «abbiamo perso lavoro perché abbiamo perso imprese. Abbiamo perso imprese perché abbiamo perso produttività e capacità competitiva. Abbiamo perso capacità competitiva perché non abbiamo investito sulle leve fondamentali: la scuola e la conoscenza, la ricerca e l'innovazione. Abbiamo favorito e tollerato le rendite grandi e piccole; non abbiamo premiato il merito. Abbiamo prodotto uno sviluppo abnorme della presenza dello Stato e delle istituzioni, anziché promuovere e premiare l'impegno e la responsabilità dei cittadini. Abbiamo lasciato deperire il sistema della giustizia del nostro Paese. Ad un certo punto, anche sotto la spinta della paura indotta dai grandi cambiamenti epocali che hanno investito il nostro Paese, abbiamo scelto di difenderci. E la difesa, quando va bene, lascia le cose come sono; e stare fermi, in un mondo che corre, non può che produrre esiti disastrosi».

Ecco, se la risposta alle considerazioni del Ministro è questo provvedimento che è esattamente, per le imprese, il nulla condito con il niente, allora non abbiamo fatto alcun passo avanti. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).

È dal 2008 che gli imprenditori cercano di segnalare una realtà che sembra sia una cosa aliena in quest'Aula: non abbiamo la necessità di salvaguardare i nuovi posti di lavoro; noi oggi abbiamo la necessità di mantenere inalterati gli attuali livelli occupazionali! (Applausi dai Gruppi M5S e FI-PdL XVII e del senatore Candiani).

Che ci vengano offerti dei benefici fiscali o contributivi affinché si possa assumere nuovamente, vuol dire non avere di fronte quella che è la realtà drammatica del Paese e la realtà drammatica è che noi non possiamo mantenere inalterati i nostri livelli occupazionali.

E allora le risposte devono essere altre: l'abbassamento del costo del lavoro e dei carichi fiscali che hanno le imprese, ma di tutto questo dentro questa delega non c'è nulla. (Applausi dal Gruppo M5S e della senatrice Bignami).

PRESIDENTE. La invito a concludere.

DI MAGGIO (PI). Concludo subito, Presidente.

Siccome ho grande rispetto per tutti quegli imprenditori che con grande coraggio ogni mattina alzano la saracinesca della propria azienda e per tutti quei lavoratori che ogni sera vanno a letto con la paura che il giorno dopo quella saracinesca non si potrà più alzare, per questo rispetto non posso partecipare a questa finta votazione. (Applausi dai Gruppi FI-PdL XVII, LN-Aut e M5S).

LEZZI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

LEZZI (M5S). Signor Presidente, devo informare il mio Gruppo che voterò in dissenso, esprimendo il mio voto a favore di questo disegno di legge delega.

Ho vissuto per 42 anni seguendo una certa traiettoria, ma adesso voglio cambiare, voglio affrontare e conoscere la slealtà, la disonestà e la menzogna propinate al mio Paese. (Applausi dal Gruppo M5S).Voglio vergognarmi di quello che faccio e diventare saccente ed arrogante, secondo l'atteggiamento tipico di chi sta perdendo. (Vivaci commenti dal Gruppo PD). Signor Presidente, vorrei invitarla a calmare gli onorevoli colleghi, visto che con noi è molto solerte nel farlo, facendo giustamente, come si dice, il suo mestiere.

Come dicevo, volevo intraprendere questa nuova esperienza umana della saccenza e dell'arroganza di chi è prossimo a perdere per sempre e deve temere il rombo che verrà da fuori a bussare alla sua porta. Voglio sentirmi in colpa per quei giovani che non troveranno lavoro, per quegli imprenditori che continueranno a suicidarsi per quelle tasse che verranno continuamente imposte dal Partito Democratico in perfetta armonia con Forza Italia, come del resto è stato fatto negli ultimi vent'anni.

Voglio vivere questa esperienza umana perché il presidente Zanda mi ha fatto assaporare come molto affascinante questa sete di potere e questo accanimento che lo hanno ingrigito probabilmente. È un percorso che voglio ormai intraprendere anch'io alla mia età.

Abbraccio quindi volentieri la slealtà e la disonestà tipiche di questo luogo istituzionale, in cui ci si scandalizza, non già perché si agevola la mafia e la corruzione, ma perché ci sono due o quattro parlamentari che occupano delle poltrone tra i banchi del Governo per farsi semplicemente ascoltare. Tutto questo, però, agli occhi del Premier e di questo Parlamento è patetico. Per questo voglio passare finalmente dall'altra parte e vedere anch'io il «roseo» Paese di cui si parla.

Vorrei anche accedere a quegli allegati, che probabilmente avrà letto il senatore Santini e che lo portano a vedere in questa delega tutta la completezza che compete ad una grande riforma epocale del lavoro, che noi invece non abbiamo visto, pur studiando il provvedimento in 40 persone, in più e più giorni dal momento che, lo ricordiamo, è fermo qui da molte settimane ormai. Per questo vorrei dunque accedere, non al Patto del Nazareno, ma all'allegato in possesso del senatore Santini, così da avere finalmente chiara la strada. E voglio invitare il resto delle opposizioni a fare altrettanto, perché è inutile contrastarli, lo faranno lo stesso. Anche voi, Gruppo del Movimento 5 Stelle, non vi ostinate, perché la disonestà andrà di moda, e noi siamo alla moda. (Applausi dal Gruppo M5S).