Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 327 del 08/10/2014

PICCINELLI (FI-PdL XVII). Signora Presidente, poche ore fa il ministro Poletti ha sostenuto che abbiamo perso lavoro perché abbiamo perso imprese, che a loro volta hanno chiuso perché non c'è più produttività e capacità competitiva.

Ebbene, il Ministro non ci dice niente di nuovo perché i numeri sono sotto gli occhi di tutti: dal 2008 al 2010 hanno cessato la loro attività ben 63.000 imprese, pari all'1,5 per cento del totale, con la perdita di 610.000 posti di lavoro. E quest'anno l'Italia è già salita dal sesto al quinto posto della classifica dei Paesi OCSE per tasso di disoccupazione, con una percentuale del 12,3 per cento e un numero complessivo di persone senza lavoro che supera i 6 milioni, tra disoccupati in senso stretto e i cosiddetti scoraggiati che non cercano più occupazione.

Ma il Ministro dimentica (o forse fa finta di dimenticare) le cause di fondo della crisi che investe da anni il nostro sistema produttivo: le nostre imprese soffrono una pressione fiscale che ha pochi eguali al mondo, un apparato burocratico opprimente e una cronica lentezza della giustizia civile. Non a caso nessuno vuole investire nel nostro Paese: tra il 1994 e il 2013, l'Italia ha attratto investimenti diretti esteri per un totale di 290 miliardi di dollari. Nello stesso ventennio, la Spagna ne ha assorbiti 567, la Germania 799, la Francia 823 e la Gran Bretagna addirittura 1.418.

Secondo noi, invece, il Governo avrebbe dovuto procedere subito (sottolineo: subito) a una vera detassazione dei rapporti di lavoro, abbattendo il costo del lavoro e facilitando l'incontro tra domanda e offerta.

Contemporaneamente e più in generale, ogni sforzo dell'Esecutivo avrebbe dovuto mirare a un vigoroso rilancio dell'economia interna, fiaccata dalle miopi politiche di austerità del Governo Monti, imposto dalla Germania, non votato dai cittadini e non legittimato a prendere il posto dell'Esecutivo Berlusconi, come la storia recente ha confermato. Ma questa è un'altra storia.

Oggi ci troviamo di fronte ad un maxiemendamento del Governo che si appiattisce sulle rivendicazioni della minoranza PD. Infatti, il demansionamento prevede ora il coinvolgimento dei sindacati, e l'estensione dei voucher viene limitata mantenendo il limite massimo di reddito consentito per la loro utilizzazione.

Riguardo alla disciplina dei licenziamenti, il Governo mantiene una posizione indefinita: dovremo attendere i decreti attuativi per capire quale sarà la sorte dei licenziamenti disciplinari. Al momento, da ciò che si apprende, non possiamo escludere neppure una regolamentazione più restrittiva a danno delle imprese.

Ricordiamo, colleghi, che stiamo votando una fiducia al Governo irrituale e avventata, perché posta su una legge di delega che il Parlamento dovrebbe conferire al Governo.

Siamo di fronte all'ennesimo superamento del disegno costituzionale, assegnando un mandato ampio e indefinito al Governo. Se il controllo parlamentare di un decreto-legge avviene ex post, con la legge di conversione, quello in un procedimento normativo delegato deve avvenire ex ante, attraverso i principi e i criteri direttivi della legge delega. In questo caso, però, ci sembra che i limiti entro i quali l'Esecutivo viene autorizzato dal Parlamento a legiferare non siano affatto né chiari né precisi.

Le formulazioni degli articoli della delega enunciano finalità che somigliano a semplici dichiarazioni d'intenti, da cui non si può ricavare né la direzione, né la traiettoria dei futuri interventi dell'Esecutivo.

Quali sono i paletti che il Governo deve rispettare nella scrittura del fondamentale nuovo «testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro»? Su quali modalità contrattuali si concentrerà l'azione di revisione? Non ci sembrava una pretesa eccessiva la richiesta di maggiore precisione e puntualità nelle istruzioni che diamo al Governo per riscrivere un atto riassuntivo di tutte le forme contrattuali esistenti nel nostro Paese.

La questione di fiducia che ci accingiamo a votare rappresenta l'ennesimo schiaffo che un Governo troppo frettoloso assesta a questo Parlamento. Non solo il Governo confeziona a proprio piacimento una delega blanda e inconsistente, ma impone su questa stessa delega il ricatto della fiducia, che affossa un dibattito quanto mai necessario.

La semplice verità è che la nostra sarebbe stata soltanto un'opposizione costruttiva e responsabile; ferma nei principi, ma anche dura nel sostenere le nostre tesi e nel pretendere che il Governo faccia ciò che deve fare: creare nuove aziende, rafforzare le microimprese, far emergere l'economia sommersa, ampliare il comparto della media impresa e aumentare il volume di imprenditorialità ad elevato impatto. Serve un'idea di futuro, una missione condivisa, che si basi sul presupposto indubitabile che non c'è ripresa senza impresa.

Per questo volevamo fermamente che il Presidente del Consiglio attuasse una vera riforma del lavoro e facesse le cose che ha promesso. E invece, ancora una volta, non ha mantenuto la parola data e si è accontentato di una navigazione di piccolo cabotaggio, del ricorso alla propaganda che sembra voglia preludere soltanto a un ritorno alle elezioni che non farebbe, quello sì, il bene dell'Italia e degli italiani. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore Barani).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Santini. Ne ha facoltà.