Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 327 del 08/10/2014

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulla questione di fiducia.

È iscritta a parlare la senatrice Munerato. Ne ha facoltà.

MUNERATO (LN-Aut). Signor Presidente, il presidente del Consiglio Renzi, che oggi non è in Aula, prima di essere un politico, è una persona. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami).

Una persona che ha il dono di saper mentire come poche altre persone al mondo! Aveva detto che non avrebbe mai fatto il Presidente del Consiglio senza il voto del popolo. Ha fatto fuori il suo amico Letta con un Twitter e un golpe di partito.

Diventato Presidente, a capo chino ha messo in atto tutte le alchimie comunicative, come il migliore dei televenditori, per imbonire i cittadini e fargli credere che la sua smisurata ambizione fosse orientata al bene comune. Ha preso il 40 per cento alle elezioni europee grazie all'elemosina degli 80 euro in busta paga. E ora, viste le difficoltà del suo Esecutivo, si sta preparando per la prossima campagna elettorale ingannando nuovamente i cittadini, promettendogli di gonfiare ulteriormente gli stipendi, anticipando una parte del TFR, senza del resto considerare quali ripercussioni ci saranno per i piccoli imprenditori che si vedranno sottrarre parte delle risorse destinate agli investimenti.

Come uno strozzino, prima fa gioire il malcapitato per il denaro ottenuto e poi lo prende per la gola. I cittadini, infatti, vessati dalla crisi, accoglieranno positivamente l'aumento in busta paga, per poi trovarsi nel momento del bisogno - licenziamento o vecchiaia - privi di quel sostentamento necessario.

Grazie proprio a quell'episodico risultato elettorale, egli ricatta tutti i molluschi del suo partito, obbligandoli ad approvare le riforme che piacciono più agli ultraliberisti come Sacconi e Cicchitto che a chi in teoria dovrebbe votarle. (Applausi dal Gruppo LN-Aute del senatore Castaldi).

È una persona che ci spaventa, una persona senza scrupoli, un feticista del potere. Mettere 80 euro in busta a chi lo stipendio ce l'ha, mentre il 44 per cento dei giovani è senza lavoro e senza un reddito è l'operazione politico-elettorale più spregiudicata e umiliante della storia di questo Paese. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Castaldi).

E adesso, ci presenta questa vergognosa riforma, il jobs act, che sono sicura ha chiamato così per sentirsi un po' Tony Blair. Del resto, lo sappiamo che la sua ambizione è smisurata.

Una riforma la cui stesura è stata affidata ad uno dei suoi parlamentari: il meno in vista tra i suoi sodali, ma il cui operato gode della sua piena fiducia. Non citerò il nome di questo onorevole del PD, anche perché difficilissimo da pronunciare, ma dirò soltanto che nella sua vita professionale è stato uno dei consulenti della più famosa società multinazionale in strategia aziendale: la McKinsey. Il futuro dei nostri giovani, per essere chiari, è stato affidato ad un ex consulente McKinsey, abituato a consigliare ai mega imprenditori, quale primo intervento per aumentare i profitti, quello di tagliare il personale, senza alcuno scrupolo.

Lei, presidente Renzi, è il Paperinik del Berlusconi Paperino, al quale tutto è permesso, anche stuprare la Costituzione, senza che nessuno, tra i prezzolati giornalisti o i benpensanti professori dica nulla. Quando i dati dell'economia saranno ancora più disastrosi darà la colpa agli alleati e ci porterà al voto. Tanto è solo il potere che le interessa.

Ma torniamo a parlare di questa «riformicchia» del lavoro.

Le politiche del lavoro non passano solamente dalla riforma dell'articolo 18, ultima bandierina ideologica della CGIL che utilizza strumentalmente ad arte per far credere ai suoi tesserati che il sindacato esiste ancora e che si sta facendo un cambiamento epocale, quando il jobs act contiene solo spot.

Diciamocelo chiaramente: l'articolo 18, così come è stato modificato dalla Fornero, è soltanto uno strumento nelle mani dei soliti sindacalisti politicizzati, che da sempre indossano la tuta quando parlano con i lavoratori e la cravatta quando trattano con i datori di lavoro. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Puglia).

Non bisognava essere dei geni strapagati dalle multinazionali, esperti di strategia aziendale, per capire che sarebbe stato sufficiente cancellare la legge Fornero, cancellare gli studi di settore ed operare la scelta coraggiosa di fare quanto fanno altri 40 Paesi al mondo, cioè dimezzare le tasse, con un'aliquota fiscale del 20 per cento uguale per tutti.

Il vero cancro del mondo del lavoro, soprattutto in questi momenti di crisi, è quella legge che voi avete partorito, che voi avete appoggiato e che voi avete votato, la legge della signora «lacrime di coccodrillo», meglio conosciuta come legge Fornero.

Anche oggi, come al solito, le vostre riforme, le vostre ricette per curare questo male della società saranno inutili. Non ascoltate, non vi confrontate ma, come al solito, agite senza alcun rispetto della volontà popolare. Non siete stati capaci di recepire il segnale che, come Lega, vi abbiamo fatto arrivare, raccogliendo in pochi mesi più di 500.000 firme per indire un referendum abrogativo della legge Fornero. Solo abrogandola si ripristina l'equità sociale. È una legge frutto di chi non ha mai lavorato un giorno in una fabbrica; una legge che, nei fatti, danneggia le donne, aumentando l'età pensionabile, senza tenere conto del carico di lavoro familiare e sociale che da sempre si assumono. È una legge che non affronta il tema dei lavori usuranti e fa ricadere sui pensionati i costi della crisi; una riforma, nata sotto il Governo Monti, che ha creato la piaga sociale del nuovo millennio: gli esodati. Ha tolto la serenità di vecchiaia a molti pensionati ed ha ammazzato qualunque futuro lavorativo e pensionistico alle nuove generazioni. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Ci fa paura questo vostro modo di procedere alla cieca, senza una visione lungimirante a 180 gradi. Con la riforma Fornero voi della sinistra vi siete preoccupati di riequilibrare i conti nell'immediato e non avete valutato le conseguenze negative che, senza un intervento drastico, si trascineranno nel tempo.

Altrettanto state facendo ora con questo disegno di legge che, a noi della Lega, risuona più come un regolamento di conti all'interno del PD. Vi state accingendo a revisionare gli ammortizzatori sociali, scaricandone il costo sulle imprese, e ad introdurre i mini jobs alla tedesca, creando una «contrattazione al ribasso». Vi state accingendo a rivedere le detrazione familiari, abolendo quelle per coniuge a carico, senza calcolare lo scenario che si aprirà: ulteriori aziende ammazzate dall'aggravio dei costi; ulteriore precariato caratterizzato da un forte dumping salariale ed ulteriori famiglie, quelle monoreddito, a rischio di povertà.

Questa vostra ostinata cecità ci inquieta, ci spaventa. E neanche a dire che fate

tesoro degli errori del passato. Non si è ancora spenta la polemica sull'articolo 18 che ne avete già innescata un'altra: quella del TFR in busta paga. Anche in questo caso sembra abbiate deciso di procedere senza calcolarne le conseguenze. Avete pensato a quante aziende di piccole e medie dimensioni chiuderanno per mancanza di liquidità? Avete pensato alle maggiori tasse che i lavoratori andranno a pagare con il TFR in busta paga? Avete pensato ai maggiori costi sociali che le famiglie andranno a sostenere per quello che, di fatto, sarà considerato dal fisco un'elevazione del reddito?

No, non li avete calcolati! Siete degli elefanti che si muovono in una cristalleria. Ma attenzione: la cristalleria è il Paese Italia, fatto dai suoi lavoratori, dai suoi imprenditori, dalle sue famiglie, i cui cocci rischiano di non essere più ricomponibili.

State trasformando l'Italia in un Paese di non italiani, di immigrati clandestini pronti a delinquere (Applausi dal Gruppo LN-Aut) e i vostri cittadini, gli italiani, a loro volta in emigranti dell'Europa. Se questo è il futuro che volete per i vostri figli e i vostri nipoti, complimenti! Noi no! Non è quello che vogliamo offrire alla nostra gente.

Noi, consapevoli dell'importanza storica che riveste in questa fase di congiuntura una nuova politica del lavoro, abbiamo avanzato proposte sensate e concrete che, però, con il voto di fiducia che avete chiesto, ci avete impedito di illustrare e di porre democraticamente in votazione.

Il Premier parla di creare 85.000 posti di lavoro, ma il dato di fatto è che con questa riforma vi preoccupate solo di come facilitare i licenziamenti e, come sempre, massacrate le imprese e spalleggiate le banche.

Non avete il coraggio di condizionare le ricapitalizzazioni bancarie, obbligandole ad aprire il credito agli imprenditori. Non avete il coraggio di condizionare gli aiuti alle banche, obbligandole a garantire l'accesso al mutuo anche alle giovani coppie con contratti atipici. Se la vostra idea di mercato del lavoro è quella di un precariato stabile fate in modo che siano potenziati i servizi sociali di aiuto alle famiglie.

PRESIDENTE. Si avvii alla conclusione.

MUNERATO (LN-Aut). Avviandomi alla conclusione, voglio ribadire che questa legge delega è solo una presa in giro; una vera riforma del lavoro e degli ammortizzatori sociali non può attuarsi a costo zero. E non veniteci a raccontare la storia della coperta corta perché quando si hanno pochi soldi bisogna amministrarli oculatamente. È una questione di priorità. Questo Esecutivo ha voluto pavoneggiare sullo scenario internazionale, mettendo in atto una scellerata politica di accoglienza per tutti i migranti del mondo, sostenendo una spesa di oltre 10 miliardi di euro. Solo nell'ultimo decreto stadi è stato previsto un ulteriore stanziamento per l'operazione Mare nostrum di ben 130 milioni di euro. Noi della Lega Nord organizzeremo non soltanto un'opposizione vera nelle Aule del Parlamento, ma una vera e propria resistenza contro questa deriva antidemocratica, a cominciare dalla manifestazione che faremo il 18 ottobre prossimo a Milano. (Applausi dal Gruppo LN-Aut. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bencini. Ne ha facoltà.

BENCINI (Misto-ILC). Signor Presidente, colleghi, siamo rimasti in pochi probabilmente perché stanchi di una giornata lunga, difficile ed estenuante, in un'Aula parlamentare dove non si è parlato, si è berciato, si sono fatti eventi circensi e mediatici, si è fatto di tutto e di più, tranne che parlare nel merito di quanto scritto in questa legge delega. Mi dispiace tantissimo che, trattandosi appunto di una legge delega, il Parlamento avrebbe dovuto delegare al Governo la funzione legislativa, mentre la legge delega che ci è arrivata dal Governo contiene già delle linee, una cornice ben definita e in essa è già «ben scritto», nei vari articoli, quello che si deve e si ha intenzione di fare. Quello che il Parlamento doveva rendere al Governo, in primis in Commissione, era apportare correzioni attraverso gli emendamenti; correzioni che all'interno della Commissione sono state accolte in maniera minimale. Erano state proposte infatti molte modifiche, ma ne sono state accolte solo una minima parte.

Si è poi sperato che una volta che il disegno di legge delega fosse giunto all'esame dell'Aula, si potesse disquisire sulla bontà o meno degli emendamenti presentati dalle varie parti politiche, all'opposizione ma anche da quella parte governativa interna che, comunque, ha qualcosa da dire di diverso; sono quelle che io chiamo voci fuori dal coro. Anche questo però non è stato consentito perché si deve rispettare una tabella di marcia. Non capisco bene perché si debba farlo, ma questo è quanto è accaduto.

Oggi ci viene presentato dunque questo emendamento che ripropone bene o male quello che era uscito dalla Commissione, forse con delle piccole correzioni che prevedono delle linee guida più stringenti.

Non è dato però sapere quello che poi avremo in risposta con i decreti delegati, ai quali il Parlamento non potrà apportare grandi variazioni o, meglio, nessuna variazione, se non dare un parere. Questo rende un po' impotente il potere legislativo che quest'Aula avrebbe dovuto esercitare. Quindi ci si fida dell'esecuzione che il Governo metterà in atto.

Sono sempre molto fiduciosa nei confronti di chi ci governa. Voglio essere fiduciosa perché vivo in questo Paese e vorrei che le cose fossero sempre fatte bene. Spero che in questi decreti delegati effettivamente contengono politiche in favore dei lavoratori, in favore di una migliore società, a partire dalla delega che riguarda la maternità, che dovrebbe essere estesa. Ben venga e mi fa piacere, ma la titubanza sta nel fatto che potrebbero non esserci le risorse sufficienti per rispondere a questa esigenza sociale. Ben venga la sburocratizzazione per rendere più ergonomico tutto quello che attiene all'impresa, all'imprenditore e al lavoratore. Ben venga la possibile sicurezza in uscita dal lavoro che permetterà - si spera perché non è ancora precisamente definito - una volta avulsi dal sistema lavorativo di essere presi in carico da un'agenzia, che può fare formazione al soggetto e «rispenderlo» nel tessuto sociale. Se il soggetto infatti viene accompagnato a trovare nuovamente un lavoro, è sicuramente un valore aggiunto per la società, in primis per se stesso, ma per tutti.

Quello che avrei voluto e che vorrei che il Governo si impegnasse a fare prima di attuare e di partorire questi decreti delegati è che ascoltasse le parti sociali che hanno cercato di dire la loro. Vorrei prendesse veramente in considerazione i suggerimenti che vengono dalle parti sociali. Un suggerimento che io darei in questo momento è provare a pensare alle famose 35 ore lavorative, come previste in ambito pubblico, per ritrovare posti di lavoro. Probabilmente diminuendo le ore lavorate creeremmo alcuni posti di lavoro perché nel mondo - almeno io - non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere, per avere un sostentamento economico per godere dei propri affetti e per vivere nella società in maniera dignitosa. Proverei dunque a ripensare alle 35 ore lavorative.

Inoltre proverei a ripensare a una legalità maggior in questo Paese, quindi, a contrastare l'evasione e la corruzione; proverei a fare in modo che la giustizia sia davvero giusta e che i tempi della giustizia siano abbreviati affinché, quando una persona viene licenziata e si rivolge al giudice del lavoro, non debba aspettare due anni per avere una sentenza e sapere se è reintegrato o meno e possa ricevere una risposta in pochi mesi per uscire da quella impasse. Prima agirei su queste leve: evasione, corruzione, giustizia e 35 ore di lavoro. Dopo, forse, mi affiderei più volentieri a quello che il Governo deciderà.

In tutti i casi, io anticipo che non voterò né contro né a favore; me ne andrò dall'Aula. (Applausi della senatrice Mussini).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Nugnes. Ne ha facoltà.

NUGNES (M5S). Quindi Renzi non è andato a Milano al vertice europeo sul lavoro con lo scalpo del jobs act del Senato in mano e non lo ha potuto mettere ai piedi della Merkel, come avrebbe voluto. Ha dovuto dire gatto prima di averlo nel sacco e sembra che alla Merkel sia andata comunque bene perché sembra abbia detto che sta facendo bene perché sta eliminando le barriere. Infatti sta eliminando tutti gli intralci del lavoro a Confindustria e soprattutto alle grandi industrie. Come abbiamo detto in sede di discussione generale, sta creando l'esercito di riserva dei lavoratori, quelli a cui potrà attingere Confindustria senza grandi intralci.

La cancelliere addirittura voleva andare via. Avrebbe fatto una grandissima scortesia al nostro Renzi andando via da un vertice voluto con tanta fermezza. Lui avrebbe voluto presentarsi già con questa fiducia in tasca. L'8 ottobre si ripete quanto accaduto l'8 agosto: sempre un atto di fiducia, un atto di forza. Questa volta però, a differenza delle 20 questioni di fiducia che Renzi ha posto in questa Aula per portare avanti il suo programma governativo, come diceva la mia collega, si crea un'ulteriore anomalia.

Questa non solo è una legge delega che avrebbe dovuto essere «partorita» dal Parlamento e con cui il Parlamento avrebbe dovuto delegare il Governo a legiferare (perché normalmente le leggi le dovrebbe fare il Parlamento, che è l'organo legislativo, mentre il Governo è l'organo esecutivo). Quello che è accaduto questa volta è che il Governo ha presentato una legge delega al Parlamento, ma poi non gli è stata neanche bene e così ha posto la questione di fiducia su un proprio emendamento. L'anomalia è enorme ed è simbolo di una forzatura, di un depauperamento della funzione parlamentare all'estremo. Questo però sembra non venga letto con grande chiarezza, perché quello che l'opposizione fa in Aula viene definito un teatrino; è stato detto che si è trattato di una sceneggiata, perché noi esageriamo. Qualcuno ha parlato di opere circensi, perché noi dell'opposizione, che vogliamo mettere in evidenza la macroscopica forza muscolare che mostra questo Governo nella gestione della cosa pubblica, noi che vogliamo puntare i riflettori su questo, esageriamo. È proprio il mondo all'incontrario.

Come dicevo, ci troviamo alla fine di fronte ad una delega in bianco, e lo era già quando si trattava del disegno di legge delega all'esame della Commissione.

In questi due giorni abbiamo finto di discutere in quest'Aula, abbiamo fatto anche la farsa della discussione come vuole il Regolamento, perché la questione di fiducia si pone solo dopo che la discussione è stata svolta, eppure lo sapevamo già, perché il Consiglio dei Ministri già aveva autorizzato il Ministro a venire qui a porre la questione di fiducia.

Eppure abbiamo parlato tutti su questa delega che non c'era, perché noi l'emendamento lo abbiamo ricevuto nel pomeriggio, un emendamento che è ancora più riassuntivo di quella che era già la legge ed ancora più difficile da controllare. Infatti siamo stati in 5a Commissione ad ascoltare e abbiamo capito che ci sono moltissime incongruenze, ad esempio anche su quello che all'articolo 7, al comma b), viene introdotto come un fatto che sembra all'apparenza positivo: un contratto a tempo indeterminato che avrà probabilmente una facilitazione in termini di esoneri sulle tasse. Ci è stato detto, però, che questo avverrà, poiché non comporterà nuovi oneri a carico del bilancio, grazie ad un bilanciamento interno. Ciò significa che altri tipi di contratto subiranno un aumento, ossia altri oneri sul lavoro. Stiamo parlando di questo. In sostanza, per introdurre quest'altro comma, che sembra tanto un contentino, perché si parla di contratto a tempo indeterminato, ho compreso che altri tipi di contratto avranno numerosi oneri maggiorativi.

Voglio ricordare a Renzi che, come si sa, il bullismo denota fragilità e debolezza. Il fatto che lui sia riuscito a piegare la propria maggioranza, il fatto che non serva più che la forza azzurra venga in soccorso non vuol dire che sta portando avanti un Governo forte, ma al contrario un Governo fragilissimo, debole, inconsistente, perché è tutto basato sul ricatto, perché questa legislatura non deve cadere, perché il patto del Nazareno è sovrano e gestisce tutta quest'Aula e quella dell'altra Camera.

Vorrei soltanto chiedere ai colleghi cosa avrebbero detto anni fa, sentendo le parole pronunciate dal Premier soltanto ieri negli studi di «Quinta colonna» su Rete4: «Dovevo incontrarli perché bisognava incontrarli (...), ma a me dà noia questa immagine della Sala verde (...). Che si fa? Si chiacchiera (...). Sono anni che si chiacchiera, a me piace concludere». Avrebbe dovuto incontrare il giorno dopo i sindacati nella Sala verde istituzionale. Gli ha dato un'ora sola di discussione, perché per lui il made in Italy significa aziende che stanno in Italia e creano lavoro, non interessa se il proprietario è indiano o cinese.

Ecco, signori, noi stiamo andando in questa direzione. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Barozzino).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, noi abbiamo contestato le modalità con cui è stata gestita questa vicenda: la delega con fiducia, l'emendamento che dopo molta discussione è arrivato all'ultimo momento. È vero, sono stati citati alcuni precedenti, ma francamente riteniamo che, al di là dei precedenti che si possono sempre trovare, questo modo di agire sia stato discutibile e sbagliato. Lo stesso vale anche per questa sorta di maratona fallita: sappiamo tutti che oggi l'esigenza scenografica del Presidente del Consiglio, specializzato in annunci, era quella di poter dire, nel contesto del vertice di un'Europa, ahimè un po' crepuscolare e piena di problemi e di Paesi inadempienti rispetto alle regole che l'Europa stessa si è data, che si era approvato questo provvedimento al Senato. Si approverà forse a tarda notte, ma la Merkel è partita, altri se ne sono andati, gli amici sono andati via e le luci sono spente - così diceva una canzone, o qualcosa del genere - e l'annuncio non c'è stato. Qualcun altro si preoccupava del fatto che domani i giornali non avrebbero riportato questo roboante successo. Credo che anche questo modo di procedere, l'accanimento anche sull'ora e sul minuto non sia utile al Governo, accresca le tensioni, renda più aspro il confronto e alimenti ogni confusione.

Mi rivolgo anche al relatore Sacconi, che da molto tempo fa una battaglia che condivido, nobile e alta, essendo stato impegnato a suo tempo con la riforma dedicata a Marco Biagi, e che oggi è impegnato in un dibattito alto e importante sull'articolo 18 e non per licenziare la gente. Riteniamo in tanti che una maggiore flessibilità e una minore rigidità delle norme del lavoro incoraggino le imprese, frenino la delocalizzazione, favoriscano la creazione di occupazione. Ciò è il contrario della precarizzazione, perché è la disoccupazione la vera precarietà. Caro ministro Sacconi, l'articolo 18 è rimasto e, del resto, credo che nella sinistra del PD alcuni siano d'accordo con Renzi. Ad esempio Civati, che fa tutto questo macello, mi pare sia proprio quello che serve a Renzi per poter dire: «Vedete, nel mio partito si arrabbiano, perché ho fatto una riforma vera e ho cancellato l'articolo 18». Mi sembra dunque che sia un po' una spalla: del resto Renzi e Civati partirono insieme, a Firenze, nei primi convegni: poi si sono un po' distaccati, ma forse meno di quello che pensiamo.

Invece Cuperlo, che è un po' più attento, pur essendo in dissenso, oggi ha chiaramente detto in una sua dichiarazione che non si potrà cambiare l'articolo 18 e non si potranno cambiare le norme sul licenziamento, perché su questo punto la delega non contiene una sola parola. Poi, come tutte le deleghe, c'è molta ambiguità e ognuno potrà dire che si potrà fare una cosa o che si potrà fare il contrario. Lo dico dunque al senatore Sacconi, con un'amicizia e una stima, che ribadisco pubblicamente: questa cancellazione dell'articolo 18 non c'è. I licenziamenti disciplinari e le affermazioni del ministro Poletti, secondo cui poi si faranno le specifiche, lasciano aperto un contenzioso, che in molti casi è proprio quello che avvelena la vita delle aziende. Mi riferisco ai reintegri imposti proprio di chi, magari, ha sabotato il lavoro nelle aziende o ha impedito ad un'attività produttiva di proseguire. Non si tratta di volere una punizione o di elevare la cattiveria a legge, ma si tratta di non consentire l'arbitrio e la prepotenza. Forse, anche in altre vicende del passato, un'applicazione più ristretta di alcune norme avrebbe impedito di allontanare persone che si erano schierate con il partito armato all'interno fabbriche.

Credo dunque che la cancellazione dell'articolo 18 non ci sia: qualcuno dirà il contrario, ma ha ragione Cuperlo. Quindi, anche a sinistra i dissidenti stiano sereni. (Ilarità).

Gli osservatori internazionali sappiano che questa legge deve passare alla Camera dei deputati, e che poi, una volta approvata anche dall'altro ramo del Parlamento, tra mille mal di pancia e dissensi, sebbene l'articolo 18 rimanga, dovranno essere emanati i provvedimenti delegati. Ci vorranno mesi di tempo e quindi per l'economia, per le aziende, per gli imprenditori, per chi vuole creare lavoro, per chi vuole rimanere in Italia e non vuole andarsene altrove, da domani non cambia nulla. Quindi, avremo approvato a mezzanotte il provvedimento, la Merkel sarà partita e le telefoneranno di notte per tranquillizzarla, ma da domani non cambia assolutamente niente.

Concludendo, signor Presidente, i dati fondamentali dell'economia sono quelli che sono. Noi abbiamo collaborato e collaboreremo sulle riforme istituzionali o sulla legge elettorale, ma sull'economia e sulle misure concrete abbiamo un'altra visione delle cose. Renzi, alcuni giorni fa ha detto che cinque anni fa il tasso di disoccupazione era la metà. Certo: era al Governo Berlusconi, c'era ancora il retaggio della legge Biagi e c'era un' altra politica economica. Dopo i Governi Monti e Letta e dopo il Governo Renzi - che c'è da poco tempo, ma ormai i mesi passano - la disoccupazione è raddoppiata e non è che cinque anni fa l'economia fosse florida e ci fosse chissà quale possibilità di crescita; erano anni difficili, ma il tasso di disoccupazione è passato dall'8 al 13 per cento. Qualcuno si deve dunque interrogare, anche i famosi Governi tecnici.

Quindi, signor Presidente, concludendo, i fondamentali sono quelli che sono: il Prodotto interno lordo è diminuito dello 0,2 per cento, la disoccupazione viaggia verso il 13 per cento, il rapporto tra deficit e PIL si attesta faticosamente intorno al 3 per cento, il debito pubblico è cresciuto ulteriormente.

Quindi credo che le ricette, prima dei tecnici, poi dei Governi Letta e Renzi, abbiano peggiorato le cose. Siamo di fronte a un bluff, all'ennesimo annuncio. L'articolo 18 rimane, le aziende non hanno messaggi positivi e quindi il nostro voto sarà convintamente contrario, non solo perché è stata posta la fiducia, che non voteremo, ma anche nel merito del provvedimento.

Ben altro serve all'economia e ai disoccupati italiani. (Applausi dal GruppoFI-PdL XVII).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

DIVINA (LN-Aut). Signor Presidente, lei è garante di quest'Assemblea, ma oltre che del nostro Regolamento dovrebbe essere garante anche della Costituzione. Qui il Regolamento è stato calpestato innumerevoli volte e, ce lo lasci dire, forzature ne abbiamo viste tante, però c'è un limite alla decenza, Presidente.

Anche il provvedimento di cui parliamo - vorrei sentire in proposito qualche costituzionalista - non credo sia sul crinale della legalità costituzionale, credo lo abbia superato. Parliamo di facoltà di legiferare del Governo che nel nostro sistema, basato sulla tripartizione dei poteri, è del tutto straordinaria. Il Governo può legiferare in casi di necessità ed urgenza, per cui emana un decreto-legge, ma le Camere lo devono accogliere, convertire, eventualmente modificare. Il Governo, per materie tecniche, è autorizzato, delegato dalle Camere ad esercitare una potestà, quella legislativa, che non spetta all'Esecutivo. Viene infatti autorizzato su delega del Parlamento.

Ebbene, qui è stato stravolto il sistema costituzionale: il delegato (Governo) viene in quest'Aula, prepara la sua delega, mette esso stesso le condizioni, che invece dovrebbe mettere il Parlamento, e pone una questione di fiducia ovvero prendere o lasciare, altrimenti salta il banco. La sfiducia al Governo significa infatti chiudere una legislatura. Abbiamo stravolto il sistema costituzionale.

Andiamo a vedere come questo Governo può esercitare la funzione legislativa in base all'articolo 76 della Costituzione in tema di legge delega. Leggo tre passi della Costituzione: «L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo, se non con determinazione di principi, criteri direttivi e soltanto per un tempo limitato e per oggetti definiti». Ma l'articolo inizia con la specificazione che la funzione legislativa non può essere delegata. Il Parlamento è obbligato a mettere paletti stretti entro i quali poi il Governo esercita la funzione legislativa in base alla delega.

Con riferimento agli oggetti definiti, secondo il comma 6, lettera a), del maxiemendamento, il Governo chiede la delega per la semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro. Mi spiace contraddire il collega Gasparri, del quale condivido molto di quanto ha detto, quasi tutto. Egli afferma che non c'è la previsione specifica dell'abrogazione dell'articolo 18. Peggio. Si concede una delega ad abrogare norme, senza fissare quali ed entro quali limiti. Il Governo può abrogare non l'articolo 18, ma tutto lo Statuto dei lavoratori con questo tipo di delega.

Noi la leggiamo in un altro modo: questa è una delega in bianco, senza paletti, senza condizioni, senza limitazioni. Nel 1923 ci fu un altro Presidente del Consiglio che arrivò in quest'Aula a chiedere più o meno la stessa cosa: i pieni poteri. Si chiamava Benito Mussolini. Quello che è accaduto nel ventennio successivo credo che non serva ricordarlo, ed era perfettamente rispondente alla legge. Era tutto legale. Ottenne i pieni poteri con una delega del Parlamento.

Leggiamola meglio. Il presidente Renzi non chiede solo questa delega parziale, ma di riformare la legge elettorale (liste chiuse, non si elegge più, non ci saranno più preferenze, perché sarà il partito a fare le liste, quindi lui stesso in quanto capo di partito); di riformare il Senato, che non conterà più niente perché non darà la fiducia; chiede il premio di maggioranza, che gli consentirà di nominare le alte cariche dello Stato, gli organi di controllo, compreso il Presidente della Repubblica. Volgarmente da noi si dice «asso pigliatutto». Però è un modo per semplificare le partite.

Ho chiuso, signor Presidente. Un messaggio al presidente Renzi: presidente Renzi, stiamo prendendo un brutto percorso. A questo punto, citando la collega Bignami, credo che ci stiamo avviando verso una Repubblica «prenzidenziale». (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barozzino. Ne ha facoltà.

BAROZZINO (Misto-SEL). Signor Presidente, devo dire con rammarico che noto sempre di più tanta ipocrisia qui dentro. La cosa che mi disturba maggiormente è che questa ipocrisia viene da persone che non hanno mai visto una giornata di lavoro in vita loro. Non mi stancherò mai di dirlo.

Far credere che licenziare a prescindere, alzando un dito, spiare a vista i lavoratori con telecamere, demansionarli, fare praticamente un massacro sociale sia una cosa di sinistra è qualcosa di veramente... non trovo un aggettivo, ma credo sul serio che la parola migliore sia vergognoso.

È un capolavoro di malafede, che cerca di nascondere la vostra nullità politica e la vostra pochezza umana. Prendendo in prestito una frase dal grande Totò, direi: «In questo manicomio succedono cose da pazzi». Ma succedono veramente cose da pazzi.

Vi informo - perché magari tanti del Partito Democratico non lo sanno - che non è che Renzi fa cose di destra: Renzi è di destra. (Applausi dal Gruppo M5S). E, come esempio, padre spirituale e politico, prende Berlusconi. Altro che Berlinguer, signor Presidente, di cui non è degno! Lo fa così tanto bene che ha seguito anche l'ultimo consiglio: in effetti, Berlusconi ha sempre detto che l'unico sbaglio politico che ha fatto è stato quello di non essersi finto di sinistra. Ebbene, Renzi c'è riuscito benissimo, finge benissimo di essere di sinistra, perché un massacro sociale di questa natura poteva passare solo sotto le spoglie - mentite - della sinistra.

Signor Presidente, desidero un po' di attenzione dai pochi intimi che siamo rimasti, siccome parliamo dello Statuto dei lavoratori, una legge dello Stato che dicono essere vecchia (non si capisce bene perché). Se qualcuno mi ascolta, voglio leggere un passaggio della Carta del lavoro del 1927 (1927, e non voglio fare nessuna allusione), al punto XVII: «Nelle imprese a lavoro continuo il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad un'indennità proporzionata agli anni di servizio». Anzi, il testo, se mi permette, signor Presidente, è anche migliorativo, e sa perché? Perché prevede che tale indennità sia dovuta anche in caso di morte del lavoratore.

Sul serio, rispediamo al mittente, signor Presidente, queste fantomatiche innovazioni sui mercati inclusivi. Non voglio nemmeno entrare nel merito (lo abbiamo già fatto tantissimo e penso che sia chiarissimo), ma voglio fare un altro paio di passaggi, per far capire di cosa stiamo parlando. Evidentemente, infatti, qualcuno sa di cosa stiamo parlando, e fa finta di niente, ma tanti forse non lo sanno.

Negli altri Stati europei in cui c'è l'articolo 18 - Stati all'avanguardia in tecnologia e in tutto il resto - non solo ci sono le tutele (non crescenti, naturalmente: tutele e basta), ma si decide anche che le politiche sul lavoro devono andare nella direzione di ridurre l'orario lavorativo, perché lavorare meno è lavorare tutti, in una crisi così devastante come quella che sta affrontando l'Europa. In Italia, invece, abbiamo deciso - e tanti di voi non lo sanno - di detassare lo straordinario.

Capite bene: un'azienda invece di assumere detassa lo straordinario perché le costa di meno del lavoro ordinario. Questa è lucida follia di chi è in malafede! Solo chi è in malafede può pensare queste cose e scaricare le proprie nefandezze sui lavoratori.

Dovete sapere che la Germania, sempre perché si investe in tecnologia, entro il 2020, quindi a breve, produrrà un milione di vetture elettriche. Noi nemmeno sappiamo dove siano le vetture elettriche, e questi pensano a togliere i diritti ai lavoratori, come se per andare a lavorare un lavoratore non deve più recarsi in un luogo di lavoro, ma in un carcere e deve accettare qualsiasi condizione. E questo con il benestare della politica! Non voglio neanche più usare l'espressione «siete vergognosi», perché penso non vi faccia alcun effetto, e nemmeno vi voglio invitare a fare un esame di coscienza, perché dovreste averla la coscienza, per farne un esame! (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Centinaio).Sul serio, signor Presidente, faccio fatica, mi deve scusare.

Ai lavoratori sa cosa resterà, signor Presidente? Voglio usare una frase di Di Vittorio (la volevo usare per il Partito Democratico, ma mi sembra che neanche conoscano Di Vittorio), il quale diceva una cosa importante: a me non preoccupano mai le critiche dei compagni, anzi le voglio capire; mi preoccupano gli elogi del padrone. Ma evidentemente a voi questo non è chiaro.

Ai lavoratori resteranno le tutele crescenti, e sa che tutele resteranno, signor Presidente? È molto semplice: le uniche tutele che rimarranno ai lavoratori saranno la supplica e la preghiera. (Applausi dal Gruppo M5S).

Per conservare il proprio posto di lavoro, infatti, egli dovrà supplicare il proprio padrone di concedergli qualche giorno di lavoro.

E con chi avete scritto queste riforme? Con Sacconi e Ichino. Non ho nulla contro di loro, perché conosco benissimo le loro politiche antioperaie. L'unica cosa che non mi è chiara - altrimenti non ho capito niente (e ci sta anche) - è che siccome, come ben vediamo, loro adottano politiche da 1927, mentre lo Statuto dei lavoratori è entrato a regime nel 1971 (quindi è più giovane di quarantaquattro anni del jobs act che volete approvare oggi), dove sta l'innovazione? Dove sta il mercato inclusivo? E soprattutto: avete mai chiesto ai lavoratori cosa vogliono? O i lavoratori non devono mai contare a prescindere, perché lo decide chi sta qui dentro da quarant'anni?

Ecco, questa è la mia riflessione, ed io concludo così, signor Presidente: è una vergogna vergognosa! (Applausi dai Gruppi Misto-SEL e M5S).

SIMEONI (M5S). Schiavi cinesi, non lavoratori!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giarrusso. Ne ha facoltà.

GIARRUSSO (M5S). Caro collega Barozzino, non sono d'accordo: a otto milioni di lavoratori non resteranno solo le preghiere e le suppliche. La rabbia e la disperazione di otto milioni di persone si abbatteranno su questo Paese e su queste Aule vuote, sorde e cieche, perché a questo ci porteranno queste politiche: a un nuovo confronto nelle piazze, visto che queste Aule sono sorde e cieche alla voce dei lavoratori.

È questo il lucido disegno che viene perpetrato in questa maniera indegna, con alcune centinaia di senatori che voteranno una norma che nemmeno conoscono, mettendo le vite di milioni di cittadini senza colpa nelle mani di un prepotente, perché solo così possiamo definirlo, di un arrogante che fa il Presidente del Consiglio, senza aver lavorato un giorno della sua vita, disprezzando i lavoratori ed impedendo questo dibattito!

Si confronterà - senatore Barozzino - con i lavoratori di questo Paese perché, se io fossi un lavoratore dipendente fuori da quest'Aula, domani mattina incrocerei le braccia, dovunque, in qualunque luogo di lavoro, già domani, prima che sia troppo tardi.

Questo avverrà. Si tratta infatti di politiche suicide, che sappiamo da chi sono dettate, perché conosciamo bene i circoli di Michael Ledeen, dell'ultradestra americana più fascista dei fascisti: sappiamo bene che cosa portano i fautori delle guerre civili in Sudamerica e delle guerre in Medio Oriente. A questo porterà questa scellerata fiducia e il fatto di consegnare il destino di milioni di persone a scatola chiusa ad un'irresponsabile. Solo così si può definire uno che non ha a cuore il nostro Paese, perché se lo avesse a cuore tutelerebbe le donne e gli uomini che lo mandano avanti, invece di consegnarli al grande capitale straniero, come sta facendo. Guarderebbe sì all'Europa, ma a un'Europa che tutela il proprio tesoro, vale a dire la forza lavoro e i cittadini che mandano avanti il Paese: questa è l'Europa cui si deve guardare. E invece no, si guarda ai Paesi del Terzo mondo: questa mattina ho detto che si guarda al Marocco e alla Tunisia; no, questi guardano alla Cina, ed è così che ci vogliono ridurre, come la Cina: pochi privilegiati e milioni di schiavi. (Applausi dal Gruppo M5S).

Questo non accadrà impunemente, e mi rivolgo in particolare al senatore Barani, che vedo ridere: ridi Barani, anche se, quando ti troverai di fronte milioni di persone che avranno capito di che cosa hai contribuito a derubarli, ti passerà quella risata, passerà a tutti la risata. Purtroppo siamo tutti su questa barca; è il nostro Paese che state devastando; non lo farete con la nostra complicità. Noi qui combatteremo fino all'ultimo e non ce ne andremo in silenzio. (Applausi dai Gruppi M5S e Misto-SEL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, numerosi colleghi hanno affrontato il problema di una delega vaga, sulla quale per di più viene posta la fiducia. Chi ci ascolta potrà pensare che si tratta di problemi del Parlamento, per cui chi se ne importa della delega vaga: l'importante è fare le cose.

Facciamo allora qualche esempio. Penso al comma 7 dell'unico articolo del provvedimento, come risulta nel testo del maxiemendamento: a questo proposito, benché la Costituzione dica che le leggi si fanno in articoli, ormai non è più così, e anche questo viene tollerato da chi avrebbe il dovere di vigilare su questo. C'è dunque un unico articolo, come ormai risulta per quasi tutte le leggi, perché così è più pratico porre la questione di fiducia, visto che altrimenti bisognerebbe scomodarsi a porre due o tre questioni di fiducia se ci fossero due o tre articoli.

Ebbene, al comma 7 c'è uno dei cosiddetti criteri - quelli che la Costituzione impone - secondo cui si dà mandato al Governo di individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, in funzione di interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali. In altre parole, si dice al Governo di guardare a tutti i tipi di contratto - c'è chi dice che oggi siano 40 o 30, ma non importa - per eventualmente modificarli, eliminarli o semplificarli, cioè per fare esattamente quello che vuole. Questa non è una legge: potrebbe essere il discorso vago di un politico di basso livello, non in termini di rappresentanza istituzionale, ma di capacità politica, perché politica vuol dire agire politicamente e cioè realizzare attraverso la politica dello Stato le cose che servono ai cittadini.

Sempre al comma 7, alla lettera f), si parla di introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, una bella cosa che penso da tempo si sarebbe dovuta fare in Italia in tutti campi, e non soltanto dove c'è il contratto nazionale di lavoro.

Peccato che non c'è scritto. Innanzitutto, dà la facoltà di farlo anche in via sperimentale: puoi farlo per due mesi, solo per qualcuno, per sempre o per cinque anni. Non si sa. Ma soprattutto non c'è scritta un'indicazione sul quanto, cioè si dà al Governo la decisione di stabilire il minimo al quale un lavoratore può essere pagato. Ma il Governo può dire che il minimo è un centesimo all'ora, nel qual caso è una presa in giro o addirittura un'istigazione ai datori di lavoro, che potranno dire: «lo dice la legge». Non dico un centesimo, ma il Governo potrebbe stabilire ad esempio 50 centesimi: «lo dice la legge, adesso ti posso pagare 50 centesimi». C'è qualche sciagurato che propone ai giovani di pagarli 50 centesimi, con la scusa che poi imparano, invece vengono tenuti a fare mansioni umilianti illudendoli che possono imparare. Oppure si può decidere che il compenso minimo sia di 50 euro, uccidendo un intero settore economico.

Tutto ciò non è neanche proponibile; non dovrebbe neanche essere ammessa una cosa di questo genere, ed è indegno di un'Aula parlamentare metterla al voto. Cosa diversa è votare sì, votare no o astenersi. Una cosa di questo genere non può essere votata.

Teniamo presente un'altra cosa. Adesso i parlamentari della maggioranza voteranno la fiducia per varie motivazioni. Ebbene, prendiamo la più nobile, anche se poi ce ne sono altre un po' meno nobili. Prendiamo la più nobile e speriamo sia quella vera, ossia che i parlamentari della maggioranza hanno fiducia che il Governo faccia di questa delega in bianco un buon uso. Dopodiché mi chiedo cosa ci stia a fare il Parlamento, cosa ci stiano a fare le leggi e la Costituzione, o coloro che dovrebbero vegliare affinché queste siano rispettate. Ma comunque supponiamo che ci sia questa fiducia che il Governo Renzi ne faccia un buon uso.

Il fatto è che nessuno ci garantisce che sarà il Governo Renzi ad attuarla, perché dobbiamo considerare che vi sono dodici mesi per attuare queste deleghe. Chi ci dice che il Governo non si dimetta e che, se si andasse alle elezioni, vinca qualcun altro? Voi, che ora siete assenti ma che più tardi voterete a favore, pensate che Renzi farà chissà quali belle cose, ma magari non vi sarà più Renzi, bensì qualcun altro che farà esattamente l'opposto di quello che volete.

Perché succede questo? In parte per voluta arroganza: la corsa ad andare sempre più in là, a schiacciare sempre di più le prerogative non del Parlamento ma dei cittadini, per riportare tutto al Governo, la cui efficienza si vede molto bene ad esempio nella totale incapacità di pagare i debiti della pubblica amministrazione: questo sì distrugge centinaia di migliaia di posti di lavoro e migliaia di aziende per far vedere chi comanda. Ma chi comanda non sa usare i suoi mezzi.

PRESIDENTE. Si avvii alla conclusione.

MALAN (FI-PdL XVII). Sì, signor Presidente, ha ragione.

La seconda ragione per cui si usa questo sistema è di poter fare le leggi nella direzione centrale del Partito Democratico, oppure in qualche recesso accanto alla direzione centrale del Partito Democratico. Bene, finché c'è la nostra Costituzione, questo non dovrebbe avvenire, perché c'è chi deve vegliare affinché ciò non avvenga. Altrimenti siamo nella situazione del Partito comunista cinese o del Partito comunista dell'Unione Sovietica. (Applausi dal Gruppo M5S e dei senatori Divina e Messina).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barani. Ne ha facoltà.

BARANI (GAL). Signor Presidente, credo di aver sentito in questo dibattito delle cose che non avrei mai pensato di ascoltare. Mi rivolgo anche al collega Sacconi, che è stato definito nemico dei lavoratori: un uomo che ha una cultura riformista e socialista come la mia; credo che siamo rimasti, come mostra il fiore che ostento, i pochi rappresentanti con quel DNA. È una cultura che nel 1970 ha fatto approvare lo Statuto dei lavoratori, a un anno dalla morte del padre dello Statuto, Giacomo Brodolini, a cui è subentrato come ministro Donat Cattin, il quale ha avuto il pregio di approvare sic et simpliciter lo Statuto.

Ebbene, quei socialisti che votarono lo Statuto dei lavoratori avevano un'opposizione dura, tra le più dure: era quella del Partito Comunista di Berlinguer, che non voleva quello statuto né quell'articolo 18, voluto invece dai socialisti, perché in quel momento serviva, perché i lavoratori dovevano essere tutelati.

Che uso ne è stato fatto in questi quarantaquattro anni? Che uso ne hanno fatto i sindacalisti? (Applausi della senatrice Fucksia). È possibile che abbiano degenerato per portare avanti gli interessi dei vagabondi e di chi non si meritava tutela? Hanno voluto in modo pletorico assumere chi non aveva meriti né bisogni, all'opposto della filosofia dei socialisti che con l'articolo 18 volevano premiare i meriti e i bisogni, sfoltendo la burocrazia. Questo era il volere dei socialisti. Hanno voluto inoltre dare una mano a quei sindacalisti che da sempre tutelano il lavoro di chi ce l'ha, e non certo di chi non ce l'ha. La festa del 1° maggio è quella dei lavoratori, di chi ha il lavoro, cioè ormai di una piccola e ristretta cerchia. La maggioranza è costituita dai disoccupati, ma nessuno tutela i disoccupati. (Commenti della senatrice Simeoni).

A tutelare i disoccupati è stato soltanto un Governo che ha avuto l'enorme coraggio di avviare una grande riforma: il giorno di San Valentino, il 14 febbraio 1984, è stata fatta la vera riforma; sono andati in piazza i comunisti ed è stato svolto anche un referendum, ma il popolo italiano ha dato ragione a Bettino Craxi. Così l'inflazione è andata al 4 per cento e la disoccupazione è scesa sotto il 6 per cento e vi è stato un grande boom economico: eravamo la quarta potenza economica del mondo! È questo il coraggio che occorre. (Commenti del senatore Morra). Noi abbiamo bisogno di questo coraggio che adesso non c'è. Ripeto, abbiamo bisogno di questo.

Come ha ben evidenziato poc'anzi il collega Gasparri, nel 2011 la disoccupazione era arrivata all'8 per cento: sì, perché vi era un Governo che faceva le riforme, che ne aveva il coraggio, ma che poi è stato «buttato» giù da una trama internazionale. Allo stesso modo, vi è stata una trama internazionale nel 1992: cari colleghi, Tangentopoli è stata fatta proprio per portare il capitale straniero ad occupare l'Italia da un punto di vista economico!

Ho sentito che poco fa il collega Barozzino ha ricordato il 1927, dove c'erano leggi e riforme all'altezza. Non dimentichiamo che in quel periodo, ancorché deviato dopo il 1930 dall'infiltrazione metastatica del capitale italiano, c'era uno di cultura socialista che ha fatto le riforme: eccome se le ha fatte in un primo momento! Ovviamente noi siamo stati sempre contro, da Turati e Nenni a Pertini, e siamo stati addirittura incarcerati, ma abbiamo riconosciuto che certe riforme sono state fatte, come la riforma Gentile, il codice Rocco, quelle dell'IRI, della previdenza sociale e della maternità. Ricordo che, quando in Inghilterra le donne morivano di parto, in Italia erano tutelate. (Commenti del senatore Fornaro).

Questo dobbiamo dirlo! Ci vuole coraggio per fare le riforme. Per tale motivo, credo che in questa riforma alla maggioranza e all'Esecutivo manchi quel coraggio che avevano i socialisti per un'azione riformista che incida profondamente sull'assetto istituzionale in un'ottica di snellimento concreto della macchina statale. Come ho già evidenziato, manca il coraggio che ebbe Bettino Craxi (ce lo hanno ammazzato per questo!).

È importante scommettere sulle medie, piccole e microimprese, eliminando ulteriori oneri e adempimenti a loro carico e facilitando una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro, così da favorire una maggiore occupazione.

Oltre ai sindacati, a distruggere l'articolo 18 è stata la giustizia: il giudice del lavoro sempre e comunque ha dato ragione ai lavoratori anche quando questi non ce l'avevano. La mala giustizia in Italia ci costa il 2 per cento del prodotto interno lordo (32 miliardi di euro), ma nessuno vuole fare la riforma perché, appena qualcuno afferma di volerla avviare, gli viene inviato un avviso di garanzia, a Padre, Figlio e Spirito Santo. Non è possibile!

Bisogna domare queste belve inferocite, che stanno distruggendo l'Italia e l'economia. Nessuno viene più a investire in Italia, perché ha paura di questa belva che è la mala giustizia, perché ha paura della burocrazia e ha paura di passare dieci-quindici ispezioni una dopo l'altra. (Commenti dal Gruppo M5S).

Dante avrebbe detto: non ti curar di loro, ma guarda e passa.

Signor Presidente, è importante scommettere sulla flessibilità, sulla modifica vera dell'articolo 18. E ve lo dice chi lo ha fatto: adesso è obsoleto. È passato, e va ammodernato. Cosa ha fatto invece questo Governo? Ha dato gli 80 euro, ma nulla ha previsto per chi è disoccupato o per chi percepisce uno stipendio che non consente un sostentamento minimo.

Adesso si propone addirittura il TFR in busta paga. Bene: ma si tratta di una ulteriore misura immaginata, proprio come gli 80 euro, per chi un lavoro ce l'ha. Il nostro dramma, che ci rende fanalino di coda in Europa è invece la disoccupazione. E francamente non si capisce cosa questo Governo proponga per rilanciare il lavoro.

Su questo dobbiamo batterci, anche per cambiare quella legge Fornero (Fornero che Dante avrebbe messo nel girone dei dannati «piagnoni»), dove, ad esempio, manca il turnover in campo sanitario e il personale medico ed infermieristico in uscita non viene rimpiazzato proporzionalmente. Allo stesso tempo, i deficit di bilancio, sempre nel settore sanitario, stanno diventando dei casi sempre meno sporadici e sempre più macroscopici nelle varie Regioni.

Per una vera riforma del lavoro serve più coraggio, Bisogna avere il coraggio di prendere le misure idonee, come hanno fatto i grandi Paesi europei e anglosassoni, dove la mobilità non è un tabù e dove le tutele sono i salari e gli stipendi più alti, con un fisco meno sanguisuga. Qui, invece, con una spending review senza né capo né coda si tagliano i servizi e, per di più, al contempo, si aumentano le tasse, come da storica tradizione di una certa sinistra. Agli amici del Partito Comunista di un tempo devo ricordare che per non diventare socialisti stanno morendo democristiani.

Al contempo, si consente ai sindacati di imporsi sulla quasi totalità delle categorie lavoratrici attraverso i vari contratti nazionali di lavoro, imposti a tutti, a prescindere dall'adesione o meno alle varie sigle sindacali, mentre quelle stesse categorie di lavoratori non sanno più se e quando e con quanto andranno in pensione. Allora, se la riunione di ieri mattina con i sindacati è durata un'ora sola, mentre qualche anni fa durava quaranta ore o quaranta giorni, è perché i sindacati hanno ottenuto in un'ora tutto quanto volevano. (Applausi dei senatori D'Anna e Messina).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fornaro. Ne ha facoltà.

FORNARO (PD). Signor Presidente, molti di noi voteranno la fiducia pur rimanendo critici sul metodo, scelto dal Governo, dello strumento della fiducia sulla legge delega e sulla scelta di questi tempi.

Rimarremo critici anche nel merito. Il maxiemendamento, come dirò dopo, accoglie alcune nostre proposte emendative ma presenta ancora limiti ed eccessivi spazi di genericità. Come sempre è capitato ai riformisti di sinistra, saremo attaccati e criticati sia dalla nostra sinistra che dalla nostra destra. Le accuse ci sono note: arrendevoli e compromissori per i primi; conservatori e veteronostalgici per i secondai. Noi, però, non siamo né arrendevoli né conservatori.

Presidenza della vice presidente FEDELI (ore 21,23)

(Segue FORNARO). Noi vogliamo, al contrario, portare il nostro contributo all'impresa ciclopica di portare il nostro Paese fuori da questa crisi epocale.

Vorremmo farlo senza, però, tradire i valori fondanti del nostro agire politico, innovando per competere in un mondo globale, senza far pagare solo ai più deboli gli effetti dei cambiamenti nei fattori di competitività internazionale.

Per noi la dignità del lavoro non è un simbolo del passato, una bandiera lacera, ma il fondamento di una moderna società.

Guardare al futuro con coraggio e speranza non è per noi incompatibile con l'essere consapevoli da dove veniamo e chi rappresentiamo. Il lavoro è nel DNA della sinistra italiana. È stata ed è la ragione d'essere dell'idea stessa di progresso e di libertà civile. A chi oggi guarda la difesa dei diritti dei lavoratori come un ferro vecchio della vecchia politica vorrei ricordare che noi non dimentichiamo da dove veniamo e soprattutto sappiamo dove vogliamo andare. Non fu un caso, infatti, che il progenitore di tutti i partiti della sinistra, quello che fu fondato a Genova nell'ormai lontano 1892, si chiamasse Partito socialista dei lavoratori italiani. Così come non fu un caso che il punto più alto della stagione riformatrice del centrosinistra sia stato, nel 1970, lo Statuto dei lavoratori. Ecco perché abbiamo trovato vecchio - questo sì - rivolto al passato e non al futuro, l'uso ideologico e propagandistico dell'articolo 18, della sua presunta abolizione; un articolo 18 divenuto spartiacque tra bene e male, tra passato e modernità: niente di più falso.

«Oggi si fa un gran dire del fatto che l'organizzazione delle imprese - è una citazione - ha bisogno di massicce dosi di flessibilità, e questo è sicuramente vero. Ma troppo spesso si pone l'accento sulla flessibilità del rapporto di lavoro e magari si arriva diritti alla richiesta di una maggiore libertà di licenziamento. In realtà, la flessibilità produttiva che oggi è imposta dalla tipologia dei mercati riguarda in primis l'organizzazione dell'impresa. Altro che articolo 18 dello Statuto dei lavoratori! La verità è che, come spesso accade, qui da noi ci si attardi in battaglie di retroguardia e che magari la colpa dell'inefficienza alla fine ricade su chi colpa non ha. Non serve, e sarebbe bene che se ne prendesse coscienza una volta per tutte, eliminare l'articolo 18 se poi le nostre aziende continuano ad essere organizzate ed amministrate come nel secolo scorso». A scrivere queste belle parole, nel 2002, non è stato un pericoloso sindacalista rivoluzionario. Si tratta di Giuliano Amato.

Il Paese esce dalla crisi con più coesione sociale, con più innovazione, più ricerca, e non con meno diritti. L'Italia esce dalla crisi ricucendo le lacerazioni nel tessuto sociale prodotte dalla recessione, e non allargandone le maglie, amplificando le distanze. Non si esce da questa crisi umiliando i corpi intermedi, umiliando le rappresentanze dei lavoratori.

Al contrario, abbiamo bisogno di una grande alleanza del lavoro: imprese e lavoratori insieme allo Stato. Altro che sterili conservatrici battaglie per la distruzione dell'articolo 18 come una sorta di panacea di tutti i mali! Riconosciamo al Governo e al ministro Poletti di aver compiuto alcuni passi in avanti.

In particolare, nel maxiemendamento è stata esplicitata la volontà di superare le forme di assunzioni precarie. È stata manifestata la volontà di dare centralità al lavoro a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente rispetto alle altre tipologie contrattuali. È stato definito che, a fronte dei processi di ristrutturazione, l'eventuale cambiamento delle mansioni debba tutelare anche la condizione economica dei lavoratori. È stata infine circoscritta l'estensione dell'uso dei voucher, al fine di evitare l'aumento esponenziale di nuovo lavoro precario. Sono passi in avanti che consideriamo significativi, seppure non totalmente sufficienti.

Siamo certi che alla Camera si potranno fare ulteriori progressi nella direzione che noi riteniamo giusta: quella di una maggiore tutela di tutti i lavoratori, vecchi e nuovi. In particolare, manca e continua a mancare una definizione più precisa di cosa si intenda per contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. I nuovi assunti a tempo indeterminato vedranno, quindi, ridotte - e questo è il rischio che segnaliamo - le proprie tutele rispetto ai vecchi assunti, in una misura e per un tempo non definiti. È un doppio binario che noi non riteniamo né moderno né funzionale allo sviluppo del Paese.

I lavoratori sono una risorsa per l'impresa, non sono un intralcio, come è parso leggere in queste settimane. Questa affermazione era vera nella società fordista, ma lo è ancor di più, se possibile, nella società della conoscenza in cui viviamo. La lotta alle precarizzazione della vita, la difesa del diritto di un'intera generazione a poter progettare il proprio futuro: questo è il terreno vero di una battaglia riformista, non certo quello della libertà di licenziamento, nella fallace idea che il mercato sia capace di allocare correttamente le risorse umane. A questa battaglia vogliamo dare e daremo il nostro contributo in Parlamento e nel nostro partito.

Concludo il mio intervento con la citazione di un altro riformista, di uno dei padri dello Statuto dei lavoratori. Una riflessione che sembra scritta oggi. Sono parole di Gino Giugni, scritte nel 2007, che credo oggi siano più che mai attuali: «Al di là della retorica e dell'ideologia dei facili slogan, la flessibilità deve servire per facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro, ma deve avere dei limiti chiari, deve essere connessa con un sistema di controlli e contrappesi, non può essere evocata come fosse una parola magica che risolve tutti i problemi. Per esempio, l'aumento del periodo di prova non può condurre a una situazione in cui mai sia conveniente fare assunzione a tempo indeterminato, altrimenti, si ha solo sfruttamento. Se si moltiplicano le tipologie contrattuali a dismisura, se si continua a parcellizzare la produzione attraverso la proliferazione dei lavori in appalto, avremo ben presto un sistema interamente basato sulla precarietà e un tipo di modernità di cui nessuno ha bisogno».

Gino Giugni, 2007.

Chiudo perché ritengo che con queste motivazioni molti di noi voteranno dunque la fiducia. La voteranno - lo dico con grande forza - a schiena diritta. Voteranno la fiducia come atto di responsabilità verso il Paese, che non ha bisogno di una crisi di Governo. Votiamo come atto di responsabilità, con l'impegno, che ribadiamo anche oggi, di continuare a lavorare per uscire da questa crisi, per difendere la dignità del lavoro e per estendere i diritti dei lavoratori, vecchi e nuovi, in una prospettiva di crescita e di maggiore eguaglianza sociale. (Applausi dai Gruppi PD e Misto-SEL e dai banchi del Governo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.

CANDIANI (LN-Aut). Signora Presidente, siamo giunti al dunque, all'atto finale di questo provvedimento che viene sottoposto all'ennesima fiducia. Certamente, nell'andare ad approfondirne il contenuto, non si può che menzionare quanto è avvenuto in queste ore e nella giornata che precede.

Una discussione falsa perché appoggiata su un provvedimento che non è più quello che stiamo votando, con una chiara volontà di far recitare una parte - in questo caso ad uno dei rami del Parlamento, al Senato - indifferente rispetto al contenuto del provvedimento di legge, che a questo punto appare ovviamente orientato non a risolvere i problemi legati alla flessibilità nel mondo del lavoro piuttosto che, come noi diciamo, a creare opportunità di posti di lavoro o ad alleggerire l'economia da un costo del lavoro troppo elevato, ma è un provvedimento totalmente orientato solamente all'apparire. Questa è la filosofia che ha caratterizzato la gestazione di questo maxiemendamento presentato dal Governo solamente oggi pomeriggio, che, ribadisco, con estremo disprezzo nei confronti del lavoro parlamentare che ciascuno di noi deve fare rappresentando i cittadini, ci viene chiesto questa sera di votare.

La domanda che vorrei rivolgere ai componenti della maggioranza che sostengono il Governo e che dovranno passare là sotto, tra poco, e dire sì o no rispetto alla fiducia è molto semplice: avete letto quello che c'è scritto nella proposta del Governo? Conoscete il contenuto della delega? Avete avuto modo di confrontarvi con chi vi ha eletto? Avete avuto modo di conoscere voi stessi il contenuto di questo disegno di legge che viene trasformato in articolo unico, con una serie di commi, con una delega enorme? Credo di no e non è difficile rispondere a questa domanda perché il testo è stato presentato solamente poche ore fa e non c'è stata alcuna possibilità di andarlo a verificare in alcuno dei modi che dicevo precedentemente; forse anche in Commissione.

Presidente, leggerò solamente un esempio, il contenuto del comma 5 di questo nuovo progetto di legge che recita: «Allo scopo di conseguire obiettivi di semplificazione e razionalizzazione delle procedure di costituzione e gestione dei rapporti di lavoro nonché in materia di igiene e sicurezza sul lavoro, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, uno o più decreti legislativi contenenti disposizioni di semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese». Non c'è scritta nessuna cosa che possa essere tradotta domattina, come i cittadini si aspettano, in benefici per chi lavora e per le imprese o in segnali credibili per il mercato.

Tutto questo dice semplicemente che il Governo vuole una delega in bianco sulla quale pone una fiducia per fare qualcosa che non si sa cosa sarà. Ciò è quanto di più lontano vi sia rispetto all'esigenza di concretezza. Certamente questo risponde al disegno dell'apparire. Oggi sappiamo che a Milano c'è stata una conferenza importante a livello europeo, convocata dal presidente del Consiglio dei ministri Renzi, in funzione del suo ruolo di presidente di turno dell'Unione europea. È stata una messa in scena, gestita ad uso e consumo di una propaganda che consente di dire: «Mi hanno battuto sulla spalla i colleghi Merkel, Hollande e mi hanno detto "bravo". Anche Schulz mi ha detto "Bravo, vai avanti; stai sereno. Vai bene così; forza che l'Italia ce la fa"». Io mi preoccuperei ancora di più per queste pacche sulla spalla, perché ovviamente non sono di serenità, ma vengono da coloro che stanno attorno a questo Paese e non aspettano altro che l'Italia tracolli per cibarsi di quello che resta della nostra economia.

Noi non siamo per nulla contenti di questo provvedimento. Non abbiamo condiviso l'ideologia ad esso sottesa che lo ha allontanato dal bene reale del Paese. Lo scontro sull'articolo 18, Presidente, è quanto mai lontano dalla realtà.

PRESIDENTE. La invito a concludere, senatore.

CANDIANI (LN-Aut). Quello che è avvenuto qui dentro è un'ulteriore forzatura delle prassi parlamentari, che non darà giustizia ai cittadini che hanno desidero di lavoro e di occupazione, di cui si sente bisogno. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Petrocelli).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signora Presidente, la fiducia al Governo Renzi non gliela daremo e, se è possibile, non lo faremo in maniera ancora più convinta di quanto abbiamo fatto nel corso di tutti questi mesi per ragioni di fondo e di merito naturalmente, e per un'opposizione e un dissenso molto forte, che peraltro non comincia e non finisce stasera e che, per quanto riguarda noi, il mio partito, Sinistra Ecologia e Libertà, continuerà nei giorni che verranno in piazza, il 25 ottobre, e nelle tante manifestazioni e iniziative che promuoveremo in giro per l'Italia, assieme al sindacato della CGIL, alla FIOM e a chi, come noi, contesta radicalmente questa riforma.

Non voteremo la fiducia anche per tante altre ragioni che sono state richiamate nel corso della discussione di stasera. Si tratta di ragioni istituzionali: come abbiamo detto, viene annunciata una modifica dell'articolo 18 con i decreti legislativi in totale assenza di oggetto, principi e criteri direttivi nell'articolato della legge delega. Sicuramente si compie, a nostro avviso, una violazione molto grave dell'articolo 75 della Costituzione.

Si mette finanche in campo - lasciatemelo dire così - una sorta di vero e proprio ricatto politico. Vorrei dire al Presidente del Consiglio che lui non saprà mai se questo Senato, che fra qualche ora gli voterà la fiducia, sarà davvero d'accordo con lui e se questa fiducia gliela voterà perché il Presidente del Consiglio ha convinto questo Senato, oppure gliela voterà per altre ragioni: perché non si deve far cadere un Governo, perché prevale il senso di responsabilità, perché c'è un meccanismo politico differente da quello che prevede semplicemente di dover analizzare nel merito quello che stiamo discutendo.

E allora credo che un utilizzo di questo genere di questo meccanismo sia davvero il segno dei tempi (lasciatemelo dire così), che vede, come già accaduto molte volte nel corso di questi mesi, una maggioranza politica all'interno della quale evidentemente convivono anche delle sensibilità diverse, e una scelta precisa, molto netta da questo punto di vista del Presidente del Consiglio di imboccare una strada inedita rispetto alla storia degli anni passati.

Naturalmente poi mi piacerebbe sapere dal Presidente del Consiglio, e glielo chiedo tramite lei, signora Presidente, per quale strana ragione i professori che si occupano delle riforme costituzionali vengono derisi, vengono chiamati «professoroni» e vengono ascoltati poco, com'è successo nel corso dei mesi passati. Non piacciono, al Presidente del Consiglio, quei professori e non piace quella forma di dissenso. Piacciono invece gli ideologi che, nel corso di tutti questi anni, sono stati i principali responsabili del fatto che in questo Paese si è affermata una precarizzazione del mercato del lavoro senza precedenti; sono quelli ai quali il Presidente del Consiglio si ispira e che oggi applaudono con forza il Presidente del Consiglio. Insomma, c'è qualcosa che non quadra in questa vicenda così come viene rappresentata.

Non quadra nemmeno il fatto, perché è troppo comodo e troppo facile, che oggi il Presidente del Consiglio si ponga come se fosse in discontinuità rispetto a quello che è accaduto nel corso di questi anni. Io ho partecipato a tantissime manifestazioni contro la precarietà nel corso di questi anni, ho combattuto qualche volta finanche in solitudine la precarietà all'interno di questo Paese e non me lo ricordo, il Presidente del Consiglio attuale, a fianco a me a combattere la precarietà. (Applausi dai Gruppi Misto-SEL e LN-Aut).

E non ricordo nemmeno quelli che sono stati appunto gli ideologi di fondo, che hanno determinato il fatto che in questo Paese fosse spacciata una sorta di pensiero unico. Ero un ragazzino quando veniva spacciata questa fandonia secondo la quale la flessibilità avrebbe reso più semplice e più dinamico il mercato del lavoro e l'ho visto con i miei occhi come quella flessibilità presunta si trasformava, giorno dopo giorno, in precarietà e come le leggi venivano costruite, purtroppo anche con grandi responsabilità del centrosinistra, quando per esempio si varava il pacchetto Treu, quando per esempio non ci si opponeva come bisognava invece fare ad una legge profondamente sbagliata come la legge n. 30. Ho visto, nel corso di tutti questi anni, la precarietà diventare la condizione generale di una generazione.

E allora trovo davvero troppo comodo che oggi qui il Ministro si chieda, nell'intervento che ha svolto questa mattina, chissà com'è successo, come è arrivata la precarietà, cosa è accaduto nel corso di questi anni. Ma come, cosa è accaduto nel corso di questi anni? È accaduto esattamente che non si è avuta la forza politica, culturale e sociale di mettere in campo una risposta di fondo e che ai soloni della modernità, che ci hanno raccontato le loro fandonie e che hanno messo in ginocchio questo Paese e soprattutto una generazione, non si è avuto il coraggio di dire, e ancora una volta non si ha il coraggio di dire, che le loro idee, la loro ideologia non avrebbe portato da nessuna parte! Siete voi quegli ideologici che non hanno voluto vedere cosa accadeva in Italia nel corso di questi anni!

Mi piacerebbe davvero sapere cosa è successo e mi piacerebbe sapere ancora oggi che tipo di ragionamento viene fatto. Ma insomma: davvero qualcuno può ancora credere a questa vicenda che viene raccontata, secondo la quale si può combattere la precarietà non, come dovrebbe essere evidente e normale, allargando i diritti, ma invece riducendoli e immettendo finanche un meccanismo perverso di guerra tra poveri che mette contro chi il lavoro ce l'ha e magari lavora in fabbrica e lo fa in condizioni di grande difficoltà e il giovane precario che ha difficoltà anche semplicemente ad entrare nel mercato del lavoro?

PRESIDENTE. Senatore, la invito a concludere.

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Sto terminando, signora Presidente.

Io non posso credere a questa ennesima narrazione propagandistica che viene raccontata sulla pelle di questo Paese! Ho già visto questo film, questo spettacolo un mese fa, quando abbiamo parlato di riforma costituzionale, lo vedo un'altra volta oggi. Penso però che sempre di più si stia capendo che questa che ci viene raccontata è una propaganda molto pericolosa per l'Italia. Noi ci opporremo con grande forza a quello che ci viene raccontato nel corso di queste ore. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL e del senatore Vacciano).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Taverna. Ne ha facoltà.

TAVERNA (M5S). Signora Presidente, comincio questo discorso leggendo il titolo del provvedimento: «Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino dei rapporti di lavoro e di sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro». Se il Presidente del Consiglio avesse aggiunto anche la separazione delle acque, probabilmente la sua sensazione di essere Dio sceso sulla terra sarebbe stata certificata da qualcosa di scritto. (Applausi dal Gruppo M5S).

A parte che quando sono entrata qua dentro credevo esistesse una Costituzione, che fosse la base della nostra forma di Stato e di Governo, così come credevo che esistesse un Regolamento all'interno del Senato e che entrambi venissero rispettati. Ho scoperto, grazie al presidente Grasso, che il Regolamento del Senato è totalmente rivisitabile a seconda della situazione e dell'umore del Presidente. Mi dispiace che non sia qui a presiedere, perché glielo avrei detto volentieri, ma tanto ascolterà.

PRESIDENTE. Lei lo sa che il presidente Grasso presiede correttamente.

TAVERNA (M5S). L'articolo 76 della Costituzione dice: «L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti». Aspetteremo qualche anno e scopriremo che la fiducia data a questo disegno di legge delega è incostituzionale, Presidente. (Applausi dal Gruppo M5S). Lo sappiamo già da ora, ma non interessa a questo Parlamento e a questi parlamentari. Non ci sono le televisioni, ma le televisioni dovrebbero esserci ora e non quando si prefigura l'arrivo del ministro Boschi: avevo sperato che almeno alla ventunesima fiducia avesse imparato a memoria la formula per richiedere la fiducia da parte del Governo, ma neanche questo ci è stato concesso. (Applausi dal Gruppo M5S).

Vorrei che fossero presenti le televisioni, per guardare il PD, che è l'artefice di tutto ciò, grazie a Renzi e a un Governo di sinistra che in molti aspettavano. A maggio lo ha votato il 40 per cento degli elettori votanti, ma se avessero immaginato che questo sarebbe stato l'epilogo, qualcuno si sarebbe risparmiato il voto. Vorrei fossero presenti le televisioni per guardare che cosa c'è tra quei banchi di fronte a me. Oggi ho sentito interventi più concreti da parte di Malan e di Gasparri sulla riforma del lavoro, piuttosto che da parte dei senatori del PD. (Applausi dal Gruppo M5S). La cosa mi inquieta, la cosa mi spaventa! A livello ideologico posso anche immaginare che il PdL difenda gli interessi degli imprenditori. Noi, come Movimento 5 stelle e come cittadini, siamo schierati ovviamente dalla parte dei lavoratori. Ma di chi e di che cosa sta facendo gli interessi il PD? (Applausi dal Gruppo M5S). Sta facendo gli interessi di sé stesso e di una poltrona. Questo gli italiani lo devono sapere!

L'articolo 67 della Costituzione ci è stato sbattuto in faccia, quando coerentemente abbiamo dovuto perdere parte dei nostri senatori, perché l'operato non corrispondeva esattamente a quello che chi ci aveva eletto si aspettava che noi facessimo qua dentro. Ma di chi sta facendo gli interessi il PD? Il PD sta facendo gli interessi dei lavoratori? Una parte fondamentale del Paese è stata stracciata grazie a questa ipocrisia. Mi dispiace, sono state dette belle parole dai colleghi, ma non si può votare la fiducia. La fiducia a chi e a che cosa? Lo hanno detto tutti: si tratta di una delega in bianco, su cui non c'è scritto nulla. Ho letto il testo e mentre leggevo la parte in cui si parla del sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro mi sono ricordata di un vostra amministratore comunale, il sindaco Marino, che l'altro giorno ha visto il Campidoglio invaso dai passeggini, proprio perché, per sostenere la maternità e i lavoratori, ha pensato bene di togliere la possibilità a chi ha più tre figli di non pagare l'asilo nido. Questi sono i vostri sistemi per garantire che ci sia una conciliazione dei tempi di vita? Io lo chiederei a quelle mamme con tre figli, dopo che la retta dell'asilo nido è passata da 39 a 379 euro, come conciliano i tempi della loro vita con il lavoro! Ma questo, ovviamente, al presidente Renzi non interessa.

Oltretutto gli chiederei una cosa: la smettesse di fare gli incontri, perché se al primo incontro gli abbiamo portato lo stralcio della Costituzione, al secondo gli portiamo lo stralcio dello Statuto dei lavoratori, io al terzo incontro non vorrei portargli il Colosseo infiocchettato, per portarlo alla Merkel, me piacerebbe tenemmelo a Roma! Questo, infatti è l'andazzo: fra poco ci venderemo i nostri beni. (Applausi dal Gruppo M5S).È così, ed è tutto ben orchestrato.

Ho preso qualche appunto, proprio qualche appuntino così. Ora si parla del TFR: gli 80 euro li ha dati e mo li mette strutturali, ma non si sa da dove prenderà i soldi; poi ci penserà la collega Lezzi a spiegarci da dove altro li toglie. Adesso mette in mezzo la storia del TFR. Sono andata a vedere chi ha introdotto il TFR e sono rimasta sorpresa: l'ha messo Mussolini. Allora, Mussolini introduce il TFR e crea uno Stato sociale e Renzi cosa fa? Toglie il TFR, lo mette in busta paga, lo tassa, aumenta in tal modo la possibilità di acquistare in maniera tale da rendere poi strutturale l'aumento degli 80 euro. Li sta prendendo dalla tasca delle persone!

Quindi, la Fornero ci ha tolto la pensione, Renzi ci toglie il TFR. Signori, al popolo italiano sono rimaste le mutande e visto che è un bravo venditore se è un articolo che gli interessa probabilmente ci toglierà anche quelle (Applausi dal Gruppo M5S), ma solo quelle gli sono rimaste.

Sta facendo fare la guerra tra poveri. Adesso chi ha uno straccio di lavoro a 1.400 euro litiga con chi il lavoro non ce l'ha più, perché chi non ha più il lavoro vede quello che sta lavorando come uno messo fin troppo bene: addirittura gode ancora dell'articolo 18. Allora, per far godere quelli che il lavoro non ce l'hanno togliamo l'articolo 18 così non abbiamo più privilegiati.

A me fate un po' paura perché non so più come arginarvi. Questo ragazzotto di 48 anni che, come hanno detto prima i miei colleghi, non ha mai lavorato nella vita... (Commenti dal Gruppo M5S) Mi dicono che ha 38 anni: avete ragione, manco qui dentro poteva entrà, e invece è entrato con la manina in tasca a pijacce in giro. (Applausi dal Gruppo M5S). Ebbene, questo ragazzotto di 38 anni, che non ha mai lavorato nella vita, ha pensato bene a 19 anni di farsi assumere dal papà e di avere tutte le garanzie che in settant'anni di lotte operaie erano state garantite, e se le è garantite anche lui. Poi è venuto qui a fare il politico.

Io qua dentro ci sto, ma mica ve le siete tolte le garanzie, voi. Il TFR e il vitalizio ve lo prendete e lo abbiamo garantito anche a quelli che se ne sono andati da qui dopo aver rubato. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Barozzino). La pensione qui qualcuno se l'è toccata? No, le pensioni ve le tenete. E mi spiegate a 14.000 euro al mese, chi qua dentro, può veramente parlare di come stanno fuori i lavoratori?

Signori, io vi posso dire solo questo: i lavoratori ve lo verranno a dire come stanno là fuori e lo verranno a dire in sequenza agli ultimi Ministri dell'economia. Ve li leggo: Tremonti, Visco, Del Turco, Padoa-Schioppa, Grilli, Saccomanni e Padoan. E glielo diremo anche a Renzi. L'italiano ha la memoria corta, noi siamo qui per ricordarlo, ogni giorno, e Renzi pagherà come stiamo pagando noi adesso. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Piccinelli. Ne ha facoltà.

PICCINELLI (FI-PdL XVII). Signora Presidente, poche ore fa il ministro Poletti ha sostenuto che abbiamo perso lavoro perché abbiamo perso imprese, che a loro volta hanno chiuso perché non c'è più produttività e capacità competitiva.

Ebbene, il Ministro non ci dice niente di nuovo perché i numeri sono sotto gli occhi di tutti: dal 2008 al 2010 hanno cessato la loro attività ben 63.000 imprese, pari all'1,5 per cento del totale, con la perdita di 610.000 posti di lavoro. E quest'anno l'Italia è già salita dal sesto al quinto posto della classifica dei Paesi OCSE per tasso di disoccupazione, con una percentuale del 12,3 per cento e un numero complessivo di persone senza lavoro che supera i 6 milioni, tra disoccupati in senso stretto e i cosiddetti scoraggiati che non cercano più occupazione.

Ma il Ministro dimentica (o forse fa finta di dimenticare) le cause di fondo della crisi che investe da anni il nostro sistema produttivo: le nostre imprese soffrono una pressione fiscale che ha pochi eguali al mondo, un apparato burocratico opprimente e una cronica lentezza della giustizia civile. Non a caso nessuno vuole investire nel nostro Paese: tra il 1994 e il 2013, l'Italia ha attratto investimenti diretti esteri per un totale di 290 miliardi di dollari. Nello stesso ventennio, la Spagna ne ha assorbiti 567, la Germania 799, la Francia 823 e la Gran Bretagna addirittura 1.418.

Secondo noi, invece, il Governo avrebbe dovuto procedere subito (sottolineo: subito) a una vera detassazione dei rapporti di lavoro, abbattendo il costo del lavoro e facilitando l'incontro tra domanda e offerta.

Contemporaneamente e più in generale, ogni sforzo dell'Esecutivo avrebbe dovuto mirare a un vigoroso rilancio dell'economia interna, fiaccata dalle miopi politiche di austerità del Governo Monti, imposto dalla Germania, non votato dai cittadini e non legittimato a prendere il posto dell'Esecutivo Berlusconi, come la storia recente ha confermato. Ma questa è un'altra storia.

Oggi ci troviamo di fronte ad un maxiemendamento del Governo che si appiattisce sulle rivendicazioni della minoranza PD. Infatti, il demansionamento prevede ora il coinvolgimento dei sindacati, e l'estensione dei voucher viene limitata mantenendo il limite massimo di reddito consentito per la loro utilizzazione.

Riguardo alla disciplina dei licenziamenti, il Governo mantiene una posizione indefinita: dovremo attendere i decreti attuativi per capire quale sarà la sorte dei licenziamenti disciplinari. Al momento, da ciò che si apprende, non possiamo escludere neppure una regolamentazione più restrittiva a danno delle imprese.

Ricordiamo, colleghi, che stiamo votando una fiducia al Governo irrituale e avventata, perché posta su una legge di delega che il Parlamento dovrebbe conferire al Governo.

Siamo di fronte all'ennesimo superamento del disegno costituzionale, assegnando un mandato ampio e indefinito al Governo. Se il controllo parlamentare di un decreto-legge avviene ex post, con la legge di conversione, quello in un procedimento normativo delegato deve avvenire ex ante, attraverso i principi e i criteri direttivi della legge delega. In questo caso, però, ci sembra che i limiti entro i quali l'Esecutivo viene autorizzato dal Parlamento a legiferare non siano affatto né chiari né precisi.

Le formulazioni degli articoli della delega enunciano finalità che somigliano a semplici dichiarazioni d'intenti, da cui non si può ricavare né la direzione, né la traiettoria dei futuri interventi dell'Esecutivo.

Quali sono i paletti che il Governo deve rispettare nella scrittura del fondamentale nuovo «testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro»? Su quali modalità contrattuali si concentrerà l'azione di revisione? Non ci sembrava una pretesa eccessiva la richiesta di maggiore precisione e puntualità nelle istruzioni che diamo al Governo per riscrivere un atto riassuntivo di tutte le forme contrattuali esistenti nel nostro Paese.

La questione di fiducia che ci accingiamo a votare rappresenta l'ennesimo schiaffo che un Governo troppo frettoloso assesta a questo Parlamento. Non solo il Governo confeziona a proprio piacimento una delega blanda e inconsistente, ma impone su questa stessa delega il ricatto della fiducia, che affossa un dibattito quanto mai necessario.

La semplice verità è che la nostra sarebbe stata soltanto un'opposizione costruttiva e responsabile; ferma nei principi, ma anche dura nel sostenere le nostre tesi e nel pretendere che il Governo faccia ciò che deve fare: creare nuove aziende, rafforzare le microimprese, far emergere l'economia sommersa, ampliare il comparto della media impresa e aumentare il volume di imprenditorialità ad elevato impatto. Serve un'idea di futuro, una missione condivisa, che si basi sul presupposto indubitabile che non c'è ripresa senza impresa.

Per questo volevamo fermamente che il Presidente del Consiglio attuasse una vera riforma del lavoro e facesse le cose che ha promesso. E invece, ancora una volta, non ha mantenuto la parola data e si è accontentato di una navigazione di piccolo cabotaggio, del ricorso alla propaganda che sembra voglia preludere soltanto a un ritorno alle elezioni che non farebbe, quello sì, il bene dell'Italia e degli italiani. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore Barani).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Santini. Ne ha facoltà.

SANTINI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, contrariamente a molti interventi che abbiamo ascoltato, ritengo che questa sia una delega - e quindi anche un voto di fiducia - che debba essere votata per motivazioni di cui portiamo una forte convinzione, che cercherò brevemente di illustrare.

Innanzitutto, credo che a questa delega non debbano essere chieste cose che questa delega non può fare. In molte argomentazioni abbiamo rilevato che c'è quasi il gusto di mettere in relazione la gravità della situazione occupazionale con il fatto che una legge sul lavoro dovrebbe, per suo automatismo, risolvere questo problema. Lo sappiamo bene, anche se ce ne dimentichiamo, che i problemi del lavoro e dell'occupazione si risolveranno con una nuova politica economica che sappia affrontare, nelle difficoltà e nei vincoli che abbiamo, il tema della crescita e del rilancio delle politiche manifatturiere, il tema dei costi infrastrutturali dell'energia e il tema delle condizioni per attrarre nuovi investimenti.

Questo non è un mondo separato, è un mondo che, attraverso provvedimenti governativi già attuati negli scorsi mesi ed in corso di attuazione, nonché con la imminente legge di stabilità troverà una definizione precisa.

Penso al rilancio della domanda interna rendendo strutturali gli 80 euro, penso al rilancio degli investimenti detassando ulteriormente gli stessi per le imprese piccole e grandi, penso agli interventi per dare nuovo impulso all'economia che verranno realizzati con gli ecoincentivi, con il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e con tutte le altre misure di rilancio, come la garanzia sugli investimenti. A questa delega quindi non si può chiedere quello che si farà con altri interventi.

Il motivo per cui invece sostengo il voto favorevole alla delega è che semplicemente leggendola, colleghi, non si può non convenire sul fatto che questa sia una delega che parla in modo dettagliato di misure che dovranno servire a facilitare, ad aiutare, a promuovere il lavoro.

Invito i colleghi a leggerla bene: si tratta di una delega che apertamente e dichiaratamente affronta le principali criticità del nostro mercato del lavoro e che cerca di delineare strade che possano fornire risposte. (Commenti della senatrice Lezzi, che si rivolge al senatore Santangelo. Richiami della Presidente). Porterò solo alcuni esempi (invitando tutti all'ascolto), sui quali credo sia giusto che il Parlamento si impegni, ritenendo che ci sia la capacità di realizzare gli obiettivi che la delega definisce.

In questa delega - contrariamente alla vulgata che ne viene fatta da chi la vuol criticare, in modo assolutamente legittimo - si parla esplicitamente di rendere più forti le tutele per le situazioni di difficoltà del mercato del lavoro. Ci sono i primi commi, nei quali in modo dettagliato - si arriva varie volte alla lettera «h» dell'alfabeto per ogni singolo punto: più dettagliato di così credo sia difficile - si delineano i principi fondamentali di quali saranno gli interventi per razionalizzare la cassa integrazione, per estenderla, in costanza di rapporto di lavoro, a chi oggi non ce l'ha. Vogliamo fare un numero? Oggi, su 14 milioni di lavoratori attivi e dipendenti, godono della cassa integrazione in via ordinaria solo 5 milioni di lavoratori. Ce ne sono almeno altri 9 milioni per i quali non c'è questo strumento, tant'è che abbiamo dovuto inventare in piena emergenza la cassa integrazione in deroga, come tutti sappiamo. Nel disegno di legge in esame si dice nero su bianco che i fondi di solidarietà, previsti peraltro in modo un po' velleitario dalla Fornero, debbono essere attivati. Questo è obiettivo specifico di questa delega e su questo verranno impegnate risorse.

Vogliamo fare un altro esempio? L'indennità di disoccupazione, come sappiamo, oggi non coinvolge oltre un milione di persone: i lavoratori parasubordinati, i giovani che non hanno due anni di anzianità di servizio e svariate altre categorie. Nel provvedimento in esame si dice esplicitamente che tale indennità deve essere estesa nei confronti di tutte queste categorie, quindi mi pare sia un obiettivo esplicito. E siccome giustamente il dibattito della Commissione ha posto il problema che tutto ciò costa e che occorre aggiungere le risorse necessarie, alla fine della delega c'è un riferimento preciso al fatto che, contrariamente all'inizio della discussione, tale estensione dovrà avvenire eventualmente stanziando nuove risorse da coprire con adeguati strumenti legislativi. Mi pare tutto molto chiaro e preciso.

E continuo rivolgendomi a chi ha ironizzato sulla maternità.

DI BIAGIO (PI). Bravo!

SANTINI (PD). Mi pare sia scritto in modo chiaro - e non occorre essere tecnici per capirlo - che la maternità con questa legge delega dovrà essere estesa a tutte le donne che lavorano, anche nel caso malaugurato, che purtroppo si verifica, in cui il datore di lavoro o il contratto di lavoro abbiano previsto che non vengano versati i contributi. Sta scritto in modo dettagliato e chiaro. Siamo sempre nell'ordine di decine, di centinaia, di migliaia, di milioni di persone che vengono interessate.

Allora, quando si parla di orientamento di una delega, quando si parla di un intervento che è contro il lavoro e la dignità, credo di poter dire invece in maniera molto netta che questo è, al contrario, un percorso che valorizza la dignità del lavoro e dà le risposte che oggi purtroppo, per mille motivi, non siamo ancora riusciti a dare in questo Paese. Questo diventa allora, al tempo stesso, un modo per dire che questa è la direzione giusta, ma anche per impegnarci a realizzarla.

Infine, nessuno ha parlato di un altro aspetto. Si disprezza tanto tutta la parte procedurale della delega, che è anch'essa molto dettagliata (Agenzia nazionale, semplificazioni, agenzie di ricollocazione), ignorando che il problema principale che abbiamo in questo momento, al di là delle migliaia di giovani che non trovano il lavoro, sono le 500.000 persone che hanno perso il lavoro e che devono rientrare. In questa delega si dice allora con chiarezza, mutuando anche alcuni modelli europei che funzionano, che queste agenzie del lavoro debbono ricollocare le persone con forme di incentivazione responsabile e misurabile, ed a questo servono gli ammortizzatori.

Credo che sotto molti profili sia necessario impegnare il Governo a realizzare in maniera seria questa delega, che va nella direzione di avere un mercato del lavoro che sia più inclusivo e maggiormente dalla parte della promozione del lavoro.

L'ultimo punto sul quale voglio soffermarmi riguarda il tema dei rapporti di lavoro. Anche da questo punto di vista vorrei invitare davvero tutti a leggere la delega per capirne la vera ratio. Si parla esplicitamente di semplificazione, di codice semplificato; si dice che c'è una gerarchia nei rapporti di lavoro; c'è un capitolo, che è stato giustamente inserito anche nel maxiemendamento del Governo, nel quale si dice che va promosso come contratto prevalente il contratto a tempo indeterminato. Questa non può essere solo un'aspirazione, perché oggi purtroppo il problema esiste.

Vedete, a chi parlava di libertà di licenziare, possiamo dire che purtroppo oggi c'è la libertà di licenziare, incorporata già nell'80 per cento dei nuovi contratti di assunzione che vengono stipulati, perché sono tutti contratti temporanei, tutti contratti che prevedono già la totale libertà di licenziare.

PRESIDENTE. Senatore Santini, la invito a concludere.

SANTINI (PD). Ho finito, Presidente.

Il problema non è quello di affermare dei principi astratti secondo i quali c'è un contratto, ma quello di capire come si può realizzare seriamente in questo contesto un nuovo tipo di contratto a tempo indeterminato che, modulando in modo crescente le tutele, possa essere attrattivo per le imprese ed andare a sostituire quelle forme contrattuali che oggi sono tanto temporanee e tanto poco retribuite e contribuite, così da fare in modo di avere una risposta.

Su questo, leggendo il testo che il ministro Poletti poi ha consegnato, mi pare che ci siano oggi anche delle precise disposizioni e dei precisi impegni - chiamateli come volete - in cui si dice che il tema dell'articolo 18 - che è diventato ormai l'unico tema - troverà non una cancellazione, ma una rimodulazione, che sostanzialmente va nella direzione di una maggiore chiarezza per le imprese e di una maggiore certezza e tutela delle persone e credo che questo sia un obiettivo importante.

PRESIDENTE. Senatore, la invito nuovamente a concludere. Il tempo a sua disposizione è terminato.

SANTINI (PD). Allora, concludendo, la delega a nostro avviso va approvata e ben esercitata. Proprio in questi giorni abbiamo l'esempio della delega fiscale, che viene esercitata in maniera molto seria, in rapporto con le Commissioni parlamentari. Possiamo dire che anche per la delega sul lavoro... (Il microfono si disattiva automaticamente. Applausi dai Gruppi PD e PI e del senatore Ichino).

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore, ma il tempo a sua disposizione è già finito da due minuti.

Dichiaro chiusa la discussione sulla questione di fiducia posta dal Governo.