Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 326 del 08/10/2014

VOLPI (LN-Aut). Signor Presidente, innanzitutto buongiorno a lei e a tutte le colleghe e i colleghi.

Ci apprestiamo ad iniziare la mattinata con la liturgia di una discussione generale fatta sul nulla, come d'altronde è stato già detto. Aggiungo che provo un certo disagio nel rapportarmi con questo Governo, o almeno provo lo stesso fastidio con cui il Governo si trova regolarmente a rapportarsi con il Parlamento, i sindacati, con Confindustria, con la Polizia, con le organizzazioni, in sostanza con tutti.

Certo, siamo di fronte ad anomalie ormai permesse in maniera assolutamente abnorme. (Brusio). Non penso che il mio intervento sia ritenuto particolarmente importante.

PRESIDENTE. Lei prosegua. È bravissimo nel catturare l'attenzione. (Applausi della senatrice Bignami).

VOLPI (LN-Aut). Non si preoccupi, Presidente. Siamo in apertura di seduta e i colleghi solitamente chiacchierano.

PRESIDENTE. Già ci sono i primi applausi.

Prosegua, senatore Volpi.

VOLPI (LN-Aut). Grazie Presidente.

È anche un disagio per il modo in cui si sta procedendo. Il collega Divina ieri ha sollevato delle eccezioni sul metodo: credo sia una delle poche volte in cui si interviene con la fiducia su una delega nella quale proprio il Parlamento dovrebbe indicare i criteri direttivi mettendo dei paletti molto chiari. Questa volta, invece, delegato e delegante sono la stessa cosa ovvero questo fantastico Governo del non fare o meglio del «facciamo tutto noi, ci arrangiamo». Un atteggiamento direi un po' onanistico nell'interpretazione di ciò che si dovrebbe fare.

Il problema è che questo viene permesso, come è permesso ormai da due anni e mezzo-tre a tutti i Governi che si sono succeduti nell'era «Napolitano re»; un'era in cui inevitabilmente viene firmata qualsiasi forma di decretazione non d'urgenza, come se si trattasse di decreti normali, mentre invece si parla di specialità, particolarità, o decreti omnibus. Ma questo ci sta.

Vede, signor Presidente carissimo, penso che l'interpretazione che stiamo dando del lavoro stia creando una nuova categoria di lavoratori: i parlamentari subordinati ovvero quei parlamentari subordinati ai ricatti politici, alle costrizioni, al non poter intervenire in Aula su un tema così importante come il lavoro, così come sono subordinati tutti quelli che avrebbero dovuto scatenarsi - e almeno lo hanno fatto sino a ieri scatenandosi in ire funeste in ogni piazza - di fronte a violazioni che stanno diventando palesi e a situazioni che non hanno alcuna intenzione di essere produttive in termini di lavoro.

Signor Presidente, sono abbastanza scioccato. Io e lei non siamo più tanto giovani, abbiamo visto altre epoche, diciamo che siamo diversamente giovani, mettiamola così, per cui le dico: ci ricordiamo tutti cosa voleva dire toccare il mondo del lavoro rispetto ai rapporti industriali, rispetto al rapporto con le organizzazioni sindacali? Ma ormai, cosa vuole? Vediamo sindacati che si accontentano di un'ora di rapporto con il Governo, si accontentano di non poter dire nulla e l'unica soluzione che propongono è dire: «Ma sì, vedremo, magari faremo uno sciopero, qualcosa fra un mese», mentre oggi si sta parlando di questo tema o meglio non se ne sta parlando nel dettaglio. Il discorso della delega, infatti, diventa evidente in questo caso. I nostri interventi non possono che essere di carattere generale, non possono che riportare sensazioni, il sentire comune ma non possono certo intervenire su un articolato che verrà autoemendato fra poco dal Governo in tutti i suoi criteri per essere sottoposto al voto di fiducia.

Questo è un altro dei parametri a cui noi non ci adeguiamo. È il parametro della pubblicità farlocca che questo Governo sta portando avanti, caro Presidente, cari colleghi. Questo, infatti, è un Governo che non è riuscito a fare alcun provvedimento senza aver messo la fiducia. Ma su questi termini le considerazioni politiche non possono esserci? Io credo di sì. (Il ministro Poletti si allontana dai banchi del Governo). Mi spiace che il ministro Poletti, fondamentalmente in conflitto di interessi, se ne vada. Comunque ne parlerò più avanti.

Questo è un Governo che non riesce ad andare oltre la fiducia, perché non riesce ad avere i numeri, non ha la garanzia della maggioranza. E ci stupiamo che ci siano dei mal di pancia? Questa è diventata in parte una questione privata del Partito Democratico e lo è diventata nel momento in cui... (Brusio. Richiami del Presidente). Non si preoccupi, signor Presidente, tanto le dichiarazioni dei parlamentari restano agli atti.

PRESIDENTE. È bene però che i colleghi che sono in Aula le consentano di proseguire nel suo intervento.

VOLPI (LN-Aut). Signor Presidente, abbiamo partecipato a comizi per cui quattro amici senatori non mi possono certo infastidire (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Dicevo, è diventato farlocco parlare dell'articolo 18 perché si tratta chiaramente di alzare la palla per creare un caso politico, aprire un contenzioso interno al Partito Democratico, fare una conta all'interno dello stesso, umiliare un'altra volta alcuni parlamentari del Partito Democratico sapendo che l'articolo 18 è una piccola virgola all'interno di un complesso universo che è quello del mondo del lavoro. (Applausi dal Gruppo Misto-MovX).

Io direi che dovremmo preoccuparci di altro. Direi che dovremmo preoccuparci di un'impostazione inevitabilmente asservita ad alcuni poteri forti e che dedica il suo futuro, o meglio il futuro dei giovani, alla precarizzazione, o meglio a essere utili ad alcune situazioni economiche diverse ma comunque cointeressate per fare, ad esempio, del dumping salariale: nel momento in cui si fa precarizzazione si crea dumping salariale. La scorsa settimana, signor Presidente, ho presentato un'interrogazione al ministro Poletti per capire come ci si pone, per esempio, rispetto all'utilizzo dei lavoratori socialmente utili nel mondo cooperativistico. Come lei sa, sui giornali si legge che quel mondo è fondamentalmente un duopolio, un cartello; questa realtà è finita su tutti i giornali. Quando ci si prende l'onere di appalti pubblici, forse sarebbe il caso di non fare dumping salariale utilizzando lavoratori socialmente utili sottopagandoli, non facendoli raggiungere nemmeno le 40 ore settimanali; tanto così va bene, tanto il sistema cooperativistico, facendo cartello, si prende praticamente tutta la forma dei grossi appalti che, in particolare nel settore pubblico, sono di servizi.

Se queste cose non preoccupano i colleghi del Parlamento, direi che tale questione privata all'interno di alcuni poteri forti e del Partito Democratico dovrebbe preoccupare almeno i partiti di opposizione, che penso - e ne ho avuto l'impressione - stiano profondendo il loro impegno per cercare almeno di evidenziare che stiamo facendo - se mi consente una volta tanto, signor Presidente, di utilizzare questa parola - una porcata. (Applausi dai Gruppo LN-Aut e Misto-MovX). Lo è dal punto di vista formale e del contenuto, quindi dirci le cose in faccia non sarebbe male.

Devo anche essere solidale con qualche stimatissimo collega, perché mi ricordo che durante la discussione sulla riforma costituzionale feci una battuta al collega Ichino, il quale sosteneva che stavamo parlando troppo della Costituzione, e dissi: caro collega, forse dovrei chiederle anche io di ridurre i tempi nella discussione sul lavoro. Sono solidale col collega Ichino perché evidentemente io mi aspettavo, non essendo del mestiere, di non capire tutto quello che avremmo detto in quest'Aula, magari di discutere di emendamenti in un certo modo. Non si può, collega Ichino, perché il Governo oggi mette la fiducia e quindi tutti i colleghi che si sentivano protagonisti - lo dico in senso positivo - di una discussione specifica sul lavoro resteranno, come molti di noi, mortificati perché non avranno modo di dare il loro contributo, se non quello di passare sotto il banco della Presidenza a dire sì o no a una fiducia imposta dal Governo per i mal di pancia del Partito Democratico. Quindi va bene così.

Vorrei anche dire che mi preoccupa quello che leggo, cioè che dobbiamo portare un pezzo di carta sul tavolo dell'Europa. Sa che impressione ho, signor Presidente? Che questo Governo, anzi il presidente del Consiglio Renzi verso l'Europa abbia un atteggiamento un po' voyeuristico: Renzi l'Europa la guarda dal buco della serratura, ma non ha mai il coraggio di aprire la porta e fare quello che dovrebbe fare. Ha atteggiamenti del tipo: oh, che bravi, hai visto? Siamo d'accordo con la Francia, ma noi stiamo in linea. Oh, hai visto? Siamo d'accordo con quel cambiamento, ma noi stiamo in linea. Non è mica tanto bello, anche perché è l'Italia e non il Parlamento a fare la figuraccia per l'impotenza politica che sta dimostrando questo Governo asservito ai veri poteri forti.

Noi rappresentiamo dei territori a modo nostro, in maniera qualche volta ruspante, ma quando qualcuno non ha mai avuto un rapporto vero con il vero mondo del lavoro non può venire a dettarci le regole del lavoro. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e Misto-MovX). Così come non lo può fare un Governo che è in conflitto di interessi: lo è per storia il ministro Poletti, lo è il Ministro delle attività produttive, che è uno dei primi delocalizzatori che abbiamo in Italia e dovrebbe spiegarmi come si fa industria nel nostro Paese. (Applausi della senatrice Bignami).

E questi ci vengono a dire che nemmeno hanno il coraggio - ma è ovvio: la paura fa 48! - di discutere in Parlamento e si mette la fiducia. Capisco.

A Natale il presidente Zanda ci ha regalato un bel libro, mi pare si intitolasse «La civiltà delle macchine», che ho letto con piacere e che, secondo me, reca tutta una sintesi della nostra storia politica, industriale e di sviluppo. È vero, quindi, che non c'è più la cultura del carroponte, o meglio sta scemando la cultura del tornio; è vero che ormai non c'è più l'idea del capannone, ma il problema è che tutto questo non c'è più nella testa del Governo. Infatti, se si va sui territori, di gente che vorrebbe lavorare al tornio, guidare un carroponte o stare alle colate delle fonderie ce n'è ancora. Il problema è che non stiamo facendo niente per questa gente. La nostra gente è per strada ad aspettare chissà quale miracolo che venga da Marchionne o da Google, ma purtroppo la nostra gente, la mia gente, i bresciani, i veneti e probabilmente anche i lavoratori di altre parti d'Italia difficilmente verranno assunti a lavorare con le nuove tecnologie dello sviluppo tecnologico legate alla Silicon Valley! Da me c'è la «colata valley», quella delle grande industrie che hanno fatto la storia d'Italia! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami). E non c'è bisogno di andare in gita in America per capire quali sono gli sviluppi.

Mi domando allora: come può un Governo che propone un cambiamento delle regole in materia di lavoro da approvare in tre settimane e con la fiducia immaginarsi di farlo senza avere parallelamente una seria politica industriale? Non c'è sviluppo, non c'è lavoro, però regoliamo il lavoro.

Oh, mamma mia, mi viene in mente Gino Giugni e quanto tempo impiegò, insieme ad altri, per redigere lo Statuto dei lavoratori! E questo Governo arrogante mi dice che devo votare una fiducia su una delega sul lavoro! Ma dov'è l'orgoglio delle associazioni di categoria, dei sindacati e - scusatemi - degli ex comunisti che sono seduti in quest'Aula? (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S e Misto-MovX). Loro che facevano le battaglie in piazza, loro che, se avessero approvato una cosa del genere quarant'anni fa, sarebbero stati fuori dal Parlamento ad urlare? (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami). Siete diventati dei vigliacchi, per un posto di potere lo siete diventati! Scusate colleghi, non volevo offendervi.

Credo, signor Presidente, che siamo in un brutto momento della Repubblica. Credo che da qualche anno stiamo assistendo a tentativi che non sono volti a risollevare l'Italia: sono tentativi ormai palesi di venderla l'Italia, di venderla a mercati superiori, ad interessi superiori, a persone che non hanno un rapporto reale con il vicino di casa. Certo, se il vicino di casa abita sul lago di Lugano, sul lago di Locarno o a Berna, forse non ha lo stesso interesse del mio vicino di casa. D'altra parte, neanche abbiamo gli amici che fanno impresa pagando i dipendenti 3 euro l'ora e poi vanno in televisione a spiegarci come si fa economia! (Applausi dei senatori Candiani e Scibona).

Vede, signor Presidente, nella mia storia personale ho fatto molti lavori, non sono nato in politica. Ho scaricato i camion, ho fatto il casellante ed ho ancora gli amici che fanno quei mestieri. Probabilmente qualcuno, tanto nuovo da essere ormai in politica da almeno vent'anni, questi lavori non li ha mai fatti. C'è un Leitmotiv nella storia di Renzi ed è quella famosa espressione: Renzi ha detto a molte persone «stai sereno». Voglio dirlo ai colleghi del PD: state sereni e andate avanti così! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e dei senatori Bignami, Casaletto, Castaldi e Scibona).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bignami. Ne ha facoltà.