Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 326 del 08/10/2014
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FUCKSIA (M5S). Signora Presidente, signor Ministro, colleghi, oggi l'argomento avrebbe dovuto essere il lavoro, il problema per eccellenza, direi, anzi, il problema tra i problemi in Italia. Invece, discuteremo dell'ansia di prestazione del presidente Renzi, che deve correre non per fare, ma per dire e twittare i famosi titoli d'effetto: si accontenta veramente di poco, il nostro Presidente, e punta tutto sull'ostentazione di un'autorità senza autorevolezza. Diversamente, non si spiega.
Questa legge delega avrebbe potuto essere il miglior prodotto di questo Governo, ma confesso che questo passaggio alla fiducia ha spiazzato ogni mia migliore volontà: questo Governo toglie la pazienza ai Santi. Sinceramente non ne capisco il motivo, perché qui, signori miei, o si vince tutti o soccomberemo tutti, e la Germania, che finora ha fatto la «sgargiulla» in Europa e comincia a risentire della crisi degli ultimi della classe, ne è un esempio emblematico. Il lavoro si fa con i lavoratori e con i datori di lavoro, sullo stesso piano, senza populismi, senza pseudoideologie e senza bari.
L'impianto della legge delega a me piaceva. Non sono tra coloro che accusano il termometro di essere la causa della febbre, anzi, vedo nella delega una premessa necessaria, come una giusta cura, un buon metodo ed una buona organizzazione salvano il paziente malato. Abbiamo una disoccupazione pari al 12,3 per cento e tra i 15 ed i 24 anni un ragazzo su due è disoccupato (quindi il 44,2 per cento di essi), con un aumento del 3,6 per cento rispetto all'anno scorso. L'economia è ferma, il PIL, in ribasso, si contrae dello 0,3 per cento e l'attesa è solo di un 0,6 per cento di segno positivo nel 2015. Il problema c'è e non lo crea la delega, ma guardiamone tutti i limiti. Anzitutto, vi è un'eccessiva genericità, che forse è l'unico vero problema, un po' come se uno mi dicesse: «Domani ti garantisco colazione, pranzo e cena, ma il menu è a sorpresa e non è detto che sia di tuo gradimento». Non pretendo di conoscere i segreti dello chef e nemmeno le calorie, ma almeno la lista della spesa. Qui siamo passati dal libro bianco alla delega in bianco: quest'eccessiva genericità rinvia tutto ai decreti legislativi, e lì vedremo il Governo come interverrà (e probabilmente cascherà l'asino). La cosa che più mi fa male è questo pregiudizio, del Governo nei confronti del Parlamento e nostro nei vostri confronti, perché comunque continuate ad alimentarlo con questo modo di fare e con questa mancanza di ascolto, annullando il dibattito.
Si parla di riforma del lavoro e di politiche attive con invarianza della spesa, con un'Agenzia nazionale per l'occupazione. Sono d'accordo: a mio avviso, non bisogna mettere sempre soldi per fare le cose, ma a volte si può anche riorganizzare; mi chiedo però se sarete capaci di farlo, voi che avrete riempito carrozze e carrozzoni per garantirvi e sostenere le vostre poltrone e cabine di regia. Chi scontenterete? Chi manderete via?
Come potete vedere, non sono una fautrice dell'articolo 18, che è una presa in giro e non è più adatto ai tempi. Sono del parere che, anche nella pubblica amministrazione, ci debba essere una estrema mobilità. Non vorrei più sentire pronunciare nella pubblica amministrazione la frase: «A me questo non compete», per il semplice fatto che, secondo me, ogni lavoro ha la sua dignità, se ben fatto. Quindi, anche il discorso del mansionamento è un pregiudizio culturale.
Tuttavia, dobbiamo renderci conto che, così come è impostato, rischiamo di creare la solita favola «che ieri t'illuse, che oggi m'illude - ricordando le parole del poeta D'Annunzio - e poi di ritrovarci in un nulla di fatto, in una crisi maggiore, con una disoccupazione che non scende alla cifra che si attende Renzi. Me lo auguro, anzi ce lo dobbiamo augurare tutti, ma ne dubito e i dubbi mi vengono proprio da questa apposizione di fiducia, che è davvero un fatto molto grave.
Noi dovevamo fare una evoluzione culturale che doveva essere permessa in questo Parlamento. Infatti siamo passati dagli anni Settanta dall'approvazione dello Statuto dei lavoratori, che è stato fondamentale nel diritto del lavoro italiano perché ci ha portato ad essere la settima potenza economica mondiale, ad un mondo che non ci garantisce più quella situazione. Quindi, vedevo favorevolmente il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti perché è una previsione di buon senso. Non posso, infatti, permettermi una Ferrari quando poi non ho neanche il carburante per una 500. Allora prendiamo atto che le riforme non si fanno con i sogni, ma con idealità, rispetto e principi, in modo da garantire a tutti di non andare a piedi.
Oggi siamo passati dal «lavorare fa male alla salute», come scriveva Stellman negli anni Settanta, a «non lavorare fa male alla salute, uccide».
Dobbiamo quindi garantire il lavoro, perché è il principio su cui si basa la nostra Costituzione. Badate bene: io dico proprio lavoro e non reddito. Voi, al contrario, avete fatto una politica - lo si intravede anche in questa legge delega - più di stampo assistenzialistico che orientata alle politiche attive. Secondo i dati Eurostat, un disoccupato in Italia ha a disposizione 74 euro contro i 1.500 all'anno di un disoccupato francese e i 1.700 di un disoccupato tedesco. Ovviamente siamo molto più numerosi, ma la cosa grave è come noi li ripartiamo: nel 2013, su 30 miliardi di euro stanziati, 20 sono andati ai trattamenti di disoccupazione e solo 6 miliardi in sgravi o incentivi alle imprese.
Direi che bisogna partire proprio dal lavoro, dal creare lavoro. Dobbiamo anzitutto dare gli strumenti alle imprese: un costo del lavoro sostenibile, infrastrutture efficienti, banda larga, un costo delle energie competitivo, un Paese libero dalla corruzione a tutti livelli, tempi celeri per la giustizia, lotta dura alle mafie, un diritto del lavoro più semplice, più organico e più funzionale sia per gli imprenditori esteri che per quelli italiani. Le sei tipologie di contratto lavorativo con apprendistato 1, apprendistato 2 e apprendistato 3 sono una cosa improponibile, che non ha senso. Dobbiamo tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro a tutti i costi, quando di fatto è inesistente. Mi riferisco alle imprese che stanno da dieci o vent'anni in cassa integrazione. Il lavoratore inoccupato per dieci o vent'anni perde la qualità di lavoratore. E poi dobbiamo renderci conto che il problema non è solo dei lavoratori, ma anche dei datori di lavoro. Come prima ricordava la senatrice Bisinella, abbiamo dati di suicidio tra imprenditori che non abbiamo mai registrato nel passato. Basta superare la dicotomia tra impresa cattiva e lavoratore buono e metterli sullo stesso piano. Rendiamoci conto che il lavoro non è solo un dovere e un diritto, ma è anche un valore su cui investire, un lavoro per soddisfare maggiormente i bisogni secondari.
Se il diritto alla casa viene soddisfatto con il recupero dei milioni di metri cubi non usati, anziché fare speculazione inutilmente su spazi verdi, magari a prezzi calmierati con una bioedilizia ad impatto zero, ho risolto il problema della casa: posso far pagare 100 o 200 euro di affitto allo Stato o ad una società di gestione pubblica o privata e quindi investire nel lavoro, creare occupazione. Oppure nell'ambito del trasporto pubblico, si potrebbe promuovere l'efficientamento e la promozione fiscale del car pooling e del trasporto elettrico: non mi serve l'auto o me ne serve una a famiglia e non tre e, quindi, abbasso le spese. Ne consegue che posso creare forme di lavoro accessorio temporaneo: minijob sul modello tedesco, 500-600 euro al mese, con costi previdenziali accessibili e convenienti.
Questi sono solo due suggerimenti su casa e trasporto, ma si potrebbe arrivare al lavoro parcellizzato: mi serve a prestazione per 6-7-15 giorni, mando un SMS all'INPS con un'app, trasferisco il credito sul conto lavoro del prestatore d'opera che riceve a fine mese uno stipendio integrato dallo Stato fino a una cifra variabile a seconda delle necessità proprie o del nucleo familiare. Chiaramente la formula va premiata con una detrazione o deduzione fiscale nei confronti di chi usa queste forme innovative che determinano emersione del lavoro nero ed elasticità del job market.
Tuttavia, la soluzione può essere solo l'efficientamento del sistema lavoro-welfare-formazione e del costo della pubblica amministrazione. Questa è l'unica ricetta percorribile: le necessità primarie devono essere amministrate dalla comunità, tutto il resto va lasciato alla libera iniziativa. Io, però, ho paura perché farete la speculazione della speculazione, quindi mi troverò nella situazione in cui non investirete come l'impresa e la stessa economia ci chiedono. Oggi, infatti, dobbiamo pensare a un'impresa che fa certificazione etica, social accountability, che fa sistema di sicurezza integrato (OHSAS 18001). Oggi un'impresa che esce da questi parametri, che sono sostenuti dalla SAI, dall'International labour organization (ILO) e dall'ONU, non può essere concorrenziale. Allora dovrò investire sulla qualità del lavoro, perché l'efficienza di un'impresa sta anche nella motivazione del lavoratore, nella passione e nell'impegno per un lavoro che viene sentito come proprio e per il quale c'è gratificazione anche economica (al riguardo avrei voluto dei paletti), ma soprattutto deve dare l'opportunità di crescita e di costruire un futuro diverso; invece, messo così, diventa quasi una caricatura.
Concludendo, non arriviamo alla situazione paradossale per cui, invece di investire su un medico, su un ortopedico formato, diciamo: oggi mi serve qualcuno che mi fa un'anca, domani qualcuno che mi fa una spalla. Investiamo affinché il lavoratore ricominci a saper fare. Partiamo dalla scuola e diamo dei modelli. Certo, sarà un po' difficile. Vogliamo dare qualche suggerimento, ministro Poletti, su come si fa carriera attraverso le cooperative o su certi accorciamenti di carriera di persone che non hanno mai lavorato, ma hanno trovato strade preferenziali per arrivare? Altrimenti il demansionamento facciamolo in quest'Aula: un metro quadro ciascuno, andiamo a sistemare i sanpietrini di Roma e forse daremo un esempio concreto di come il lavoro si può fare e di come ci si può demansionare; diversamente, daremo ragione a chi sostiene come nelle mansioni si può crescere e produrre qualcosa di utile per il futuro. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Ichino).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cervellini. Ne ha facoltà.