Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 326 del 08/10/2014
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CERVELLINI (Misto-SEL). Signora Presidente, in un articolo sulla FIAT di qualche tempo fa Adriano Sofri de «La Repubblica» faceva notare uno dei tanti intollerabili paradossi del nostro tempo: mentre gli operai cinesi, con gli scioperi della Honda o della taiwanese Foxconn (e i suoi relativi drammatici suicidi), rivendicavano salari meno infimi e condizioni di lavoro meno infami, nel frattempo gli operai occidentali stavano gradualmente diventando più cinesi.
Questo processo non si è affatto arrestato. Sta invece continuando inesorabilmente, soprattutto in Italia, e non riguarda soltanto gli operai, ma si sta estendendo come un'epidemia a tutte le tipologie di lavoro; un'epidemia che definirei emorragica, come e più del virus Ebola. Non passa giorno senza che si registrino tragedie: un suicidio ogni 2 giorni e mezzo. Nell'anno 2013 sono state complessivamente 149 le persone che si sono tolte la vita per motivazioni economiche, secondo i dati resi noti a marzo da Link Lab, il laboratorio di ricerca socioeconomica dell'università degli studi Link Campus University che da oltre due anni studia il fenomeno. E badate che circa un suicida su due è imprenditore: 68 i casi nel 2013, 49 nel 2012. Ma rispetto al 2012 cresce il numero delle vittime tra i disoccupati: sono 58, infatti, i suicidi tra i senza lavoro, numero che risulta più che raddoppiato rispetto al 2012, quando gli episodi registrati furono 28. In 19 casi si è arrivati al gesto estremo per stipendi non percepiti.
Il fenomeno non conosce differenze geografiche. Nel 2012 il numero più elevato dei suicidi per motivi economici si registrava nelle regioni del Nord-Est, un'area geografica a maggior frequenza di suicidio tra gli imprenditori a causa della superiore densità industriale. L'analisi complessiva dell'anno 2013 sottolinea come il fenomeno sia andato uniformandosi a livello territoriale, interessando con la stessa forza tutte le aree geografiche del nostro Paese. Persino nel Mezzogiorno, dove il tasso dei suicidi per crisi economica é sempre stato storicamente più basso rispetto alla media nazionale, vi è stato un allarmante aumento: 13 i casi complessivi dell'anno 2012 a fronte dei 29 del 2013.
Anche nel 2013 la crisi economica, intesa come mancanza di denaro o come situazione debitoria insanabile, rappresenta la motivazione principale del gesto.
La perdita del posto di lavoro continua a rappresentare la seconda causa di suicidio, senza contare i tentati suicidi, dei quali è quasi raddoppiato il numero rispetto al 2012: sono infatti 89 le persone che nel 2013 hanno provato a togliersi la vita per motivazioni riconducibili alla crisi economica, con un incremento registrato nelle regioni meridionali.
Eppure, per il Governo Renzi, i lavoratori assurgono a capro espiatorio del sistema. Cancellare i loro diritti - i nostri diritti - sembra essere l'algoritmo per far ripartire il mondo del lavoro. Strana cura, quella che invece di debellare la malattia pensa di aggravare le condizioni dei malati, come se il fatto stesso di esistere li rendesse complici dell'epidemia.
Eppure questo gioco al ribasso sui diritti va avanti da tempo immemore nel nostro Paese: i vari Governi hanno utilizzato crisi come quella della Fiat come pretesto per l'abolizione dei contratti nazionali, la liquidazione delle garanzie della Costituzione, la mercificazione delle persone. Per non parlare di Alitalia: impegnandosi con gli azionisti per aprire uno scudo al contenzioso e con le banche per la riconversione del debito in azioni, il Governo ha creato tutte le condizioni per l'investimento senza rischi di Etihad, scaricandone i costi sulla pelle di oltre duemila lavoratori e delle loro famiglie, cosa che non è accaduta nemmeno nella drammatica vicenda FIAT.
Eppure il piano di Etihad traccia per Alitalia un futuro di vettore a cinque stelle e prevede un incremento dei ricavi di quasi il 10 per cento entro il 2017.
Per Alitalia, come per molte altre aziende in Italia, non sussiste tanto un problema dì costi, piuttosto di ricavi. I principali interventi sul lavoro di medio-lungo periodo dovrebbero passare attraverso processi di riconversione e ricollocazione.
I numeri preoccupanti di oggi sugli esuberi delle imprese troppo spesso sono il risultato della destrutturazione di alcuni fondamentali comparti, di scelte manageriali inopportune e, soprattutto, dell'assenza di un piano di politica industriale di investimenti nei settori maggiormente strategici per il Paese: è inevitabile che tutto ciò produca conseguenze catastrofiche per il futuro dei lavoratori.
Questa emorragia sta sottraendo al Paese ulteriori prospettive di crescita, già fortemente compromesse. Dove sono gli investimenti? Quale politica industriale vuole tracciare il Governo Renzi, mentre scarica la crisi sui lavoratori?
Capisco allora il senatore Sacconi, ministro ombra di questo Governo sui temi del lavoro, ad aver fiducia in questa coalizione, quando parla dell'anomalia felice che farebbe convergere culture e politiche diverse, che servono alla Nazione per una nuova stagione di sviluppo umano. Che sviluppo è quello che affronta la disoccupazione con nuovi strumenti per licenziare contro ogni regola, non soltanto del diritto, ma persino del comune buon senso? Che pone al centro del sistema l'arretramento dei diritti e l'ideologia della precarizzazione, abbassando ulteriormente la qualità del poco lavoro rimasto in questo Paese? Quale misteriosa formula magica lega la sottrazione dei diritti alla moltiplicazione del lavoro? Non dubito - certo - che il mercato del lavoro sia in testa alle considerazioni per l'Italia del Fondo monetario internazionale, dell'OCSE, della Banca centrale europea e della Commissione europea. È però una contraddizione in termini voler trasformare lo Statuto dei lavoratori in un nuovo testo unico semplificato; né possiamo assolutamente tollerare che, su un tema vitale come quello del lavoro, si agiti - ancora una volta - lo spettro dell'ennesimo decreto-legge. È questo che avviene.
Dovremmo inoltre ricordare una cosa al Presidente del Consiglio. Quando afferma di puntare al modello di lavoro che c'è in Germania, egli ha dimenticato di dire ai giornalisti la verità, cioè che questo modello sarà al netto di tutte le tutele che lì vi sono. Egli ha quindi dimenticato di dire un passaggio fondamentale.
Come sulla Costituzione e sulla legge elettorale, si fa questo gioco veramente poco trasparente e coerente. Questa sorta di controriforma del lavoro prevede, infatti, la cancellazione della Cassa integrazione in deroga e dell'indennità di mobilità, con la sola previsione di un sussidio della durata di 12 mesi. Si sta perciò parlando di totale assenza di concreti ammortizzatori sociali e strumenti di sostegno al reddito, di definitivo scardinamento dell'articolo 18, di demansionamento professionale, oltre che di inadeguatezza gravissima ed estrema del Governo a risolvere i veri problemi del Paese. Quello che sottende la riforma, infatti, è l'assenza assoluta di stanziamenti per realizzarla e di copertura delle spese.
Per tutti questi incredibili ed intollerabili attacchi al diritto al lavoro, noi di Sinistra Ecologia e Libertà, oltre ad aver posto subito la pregiudiziale di incostituzionalità, abbiamo ritirato la gran parte degli emendamenti, proprio per togliere qualsiasi alibi. Sui restanti emendamenti (pochi, ma di sostanza) abbiamo però chiesto una vera discussione e non il braccio di ferro che caratterizza questa legislatura sui temi fondamentali e strutturali.
Vogliamo infatti porre delle questioni concrete: ridurre le tipologie contrattuali, avendo come riferimento principale il contratto di lavoro a tempo indeterminato, che deve restare la forma di regolazione ordinaria dei rapporti professionali e non più una rarissima eccezione; abolire la scala mobile delle tutele crescenti, perché i diritti non si acquisiscono in relazione all'anzianità di servizio (un diritto o c'è, o non c'è); limitare in maniera tassativa i periodi senza garanzie; ammettere cambiamenti di mansione solo a parità di salario e - soprattutto - ripristinare l'articolo 18, come rivisto dalla legge 20 maggio 1970, n. 300, estendendolo alle imprese di qualunque dimensione e settore produttivo ed abolendo, quindi, l'articolo 8 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (in materia di sostegno alla contrattazione aziendale e territoriale) e anche le norme sul lavoro a tempo determinato approvate con il decreto-legge 20 marzo 2014, n. 34.
Il Governo, soprattutto sull'articolo 18, si è firmato una delega in bianco sul lavoro, costellata per giunta di giochi pirotecnici visto che alcune delle modifiche in programma le abbiamo apprese dai giornali e non in Commissione o nelle Aule, da varie dichiarazioni dei senatori Ichino e Sacconi, del ministro Alfano e del Presidente del Consiglio.
Ribadisco, ora più che mai, su questa riforma la necessità di un dibattito vero che ristabilisca il ruolo di primo piano del Parlamento su un tema sacro come quello del lavoro e dell'occupazione. Insomma, non bisogna certo spiegare che resistere oggi significa rendersi conto che siamo circondati da cose scandalose che devono essere combattute con vigore; significa rifiutare di lasciarsi andare ad una situazione che potrebbe essere accettata come disgraziatamente definitiva, perciò quella che inizieremo è un'azione di resistenza alla regressione che questa riforma vuole sancire, se non altro riducendone il più possibile i danni.
I senatori di SEL da tempo sta denunciando questa situazione, da molto prima che arrivasse il cosiddetto jobs act, con le nostre attività al fianco dei territori e delle sempre più diffuse e frequenti proteste dei lavoratori, ma soprattutto stiamo mettendo in evidenza tutti i limiti delle politiche per il lavoro promesse dall'attuale e anche dai precedenti Governi: gli strumenti degli incentivi fiscali una tantum, di riduzione del costo del lavoro, di misure simboliche che solo sfiorano la drammaticità del problema. Io credo che in questo senso tutto questo non possa prescindere dall'obiettivo più lungimirante: l'inversione di rotta rispetto allo smantellamento in corso del nostro sistema economico per fermare il declino altrimenti inarrestabile di Telecom come dell'Alitalia, e dell'importante indotto che interessa le piccole e medie imprese cui si somma il grave ritardo dell'Italia in settori strategici come quello, ad esempio, della fibra ottica.
Telecom, in particolare, rappresenta un drammatico esempio di quanto sta accadendo al nostro sistema industriale. Di questo dobbiamo ringraziare la gestione sciagurata da parte di sciacalli dell'alta finanza, di una società che vantava profitti fiorenti, ma anche l'incapacità di forze politiche che hanno governato e che governano questo nostro Paese, di tracciare adeguate politiche industriali. Il risultato è sempre lo stesso: l'ennesimo bagno di sangue ai danni dei dipendenti, con Telecom, un tempo senza problemi finanziari, che oggi si ritrova con più di 30 miliardi di debito e che continua a perdere pezzi di qualità e quindi, di conseguenza, a dequalificarsi, proseguendo il triste cammino intrapreso con tutte le svendite conseguenti alla privatizzazione selvaggia.
Dal 1997 al 2012 il processo di privatizzazione ha solo espropriato le casse dello Stato, oltre alle tasche di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici e di milioni di utenti, senza neppure la contropartita di una soddisfacente infrastruttura di rete. Quali margini restano per salvaguardare i lavoratori? A chi giova questa politica? Paghiamo a caro prezzo il mancato scorporo della rete che inevitabilmente finirà in mani straniere in quanto fondamentale per garantire la libera concorrenza del mercato, migliori prezzi e servizi.
Perciò mi chiedo davvero: in sede parlamentare abbiamo presentato una risoluzione che chiedeva al Governo di proporre l'introduzione di un sistema continentale di reddito minimo garantito, cofinanziato dagli Stati europei, ricordando che il 21 ottobre del 2010 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sul reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa. Siamo convinti che, in attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - la Carta di Nizza -, il reddito minimo sia un diritto sociale fondamentale, destinato a fungere da strumento di protezione della dignità della persona e della sua possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e politica.
È noto che in numerosi Stati europei, quando si perde il posto di lavoro, si ha la possibilità di accedere ad un sussidio di disoccupazione. In Italia solo il 17,2 per cento dei disoccupati riesce a farlo contro il 94,7 dell'Olanda e il 91,8 del Belgio. Sappiamo anche che quando questo tipo di misura termina si può avere anche un sostegno economico quale il reddito minimo garantito e non si tratta di sostegni simbolici perché l'ammontare medio è pari a circa 600 euro al mese in Belgio e 700 in Austria. È noto poi che, oltre al sostegno finanziario, i nostri concittadini europei in stato di bisogno possono contare sull'accesso alla casa, ai trasporti, alla cultura e alle misure di supporto alla famiglia.
La nostra proposta di legge, istitutiva del reddito minimo garantito, prende le mosse dalla legge n. 4 del 2009 della Regione Lazio che, seppure solo in via sperimentale, ha introdotto sul territorio una misura di reddito garantito dalle caratteristiche fortemente innovative. Modellata sugli schemi di tutela del reddito presenti nella maggior parte dei Paesi europei, prevede un sostegno ai soggetti disoccupati, precariamente occupati o in cerca di prima occupazione pari a 600 euro mensili, oltre ad integrazioni in beni e servizi a carico delle Regioni.
Molte delle proposte, sapete, non ce le siamo inventate: sono nel programma che insieme al Partito Democratico abbiamo presentato e su cui abbiamo chiesto i voti per le ultime elezioni, quelle che ci hanno portato qui, in questo Parlamento, in questo Senato. Noi siamo lì: non siamo "vetero", siamo coerenti.
Da troppo tempo il nostro Paese attende che vengano corrette le drammatiche carenze di un sistema di protezione sociale incapace di offrire garanzie adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale: giovani, donne, lavoratrici e lavoratori precari. L'istituto del reddito di cittadinanza potrebbe produrre un'inversione di tendenza, purché parallelo ad una riforma reale del nostro sistema di sviluppo e ad una strategia del lavoro di ampio respiro che consenta di riallocare le energie lavorative sui livelli più alti della filiera produttiva e su quelli più raffinati dal punto di vista tecnologico con l'innovazione e la sostenibilità delle reti (trasporti, energia, digitalizzazione del Paese).
Ecco, io credo che piuttosto, a tratti, si rilevi una subdola ambiguità, invece, laddove si punta a colpire al cuore la dignità dei lavoratori, prospettando demansionamenti e addirittura sistemi di videosorveglianza. Paradossalmente in questo Paese anche l'indignazione è ondivaga e incomprensibile: se si reagisce duramente alle intercettazioni dei politici, si rimane indifferente alle intercettazioni proposte per i lavoratori.
Sulla legge delle dimissioni in bianco, ad esempio, dimenticavo che questo decreto lo fate con chi ha prima ammazzato quella legge. Nei primi atti del Governo Berlusconi l'avevano immediatamente abolita, poi è stata riapprovata alla Camera e massacrata in Commissione al Senato.
La lotta di classe, che si diceva superata, è ripresa alla grande. Purtroppo la conducono solo i poteri forti contro i deboli, che oggi rischiano non solo di essere la parte che soccombe ma di essere inermi due volte, senza riferimenti politici in una situazione di totale solitudine.
Per quanto mi riguarda sono di parte: sono partigiano. Tra i forti e i deboli sto sempre da una parte, dalla parte dei deboli; e non si tratta di avere scarso senso delle istituzioni; è esattamente il contrario; assieme ai lavoratori vengono umiliati anche i loro rappresentanti, che non vengono coinvolti nella discussione sulla riforma, perché appartengono ad una delle poche istituzioni, come quella del sindacato, non riformabili per decreto.
Ma allora si dialoga solo con quelli accomodanti, che si agitano nei talk show e poi firmano tutto accontentandosi. Gli va bene pure quello che non sanno, pure quello che non gli viene comunicato che gli verrà detto in una fase successiva.
Intanto la situazione precipita: siamo tutti indistintamente costretti a inseguire il lavoro nel precariato, nessuno escluso da questa tragedia. Non crediate di esserne immuni: anche gli esponenti politici, soggetti ai rovesci elettorali, potranno trovarsi in futuro nella situazione di dover ritrovare un'occupazione.
Siamo tutti, giorno dopo giorno, un po' meno cittadini di questo Paese. Fino a oggi i contratti atipici non hanno prodotto un solo posto in più. Lo vogliamo capire? Hanno dato un fortissimo contributo allo scardinamento del lavoro stabile, ne sono stati il tanto sbandierato richiamo per gli eventuali investitori.
Di questo la politica è assolutamente responsabile. È forse questo scenario che ha in mente Renzi, quando ripete di voler trasformare l'Italia per metterla al passo con la competizione globale: al Paese si continuano a domandare atti di fede, nella prospettiva quasi millenaristica dei mille giorni.
Quale fiducia possiamo riporre in un Governo che livella verso il basso le differenze tra i lavoratori, istituzionalizzando di fatto il precariato e l'assenza dei diritti? Lo stesso Presidente del Consiglio, ospite di Michele Santoro, ribadiva questo concetto: non c'è un imprenditore che abbia detto che l'articolo 18 è un problema per lui. È un problema solo del dibattito mediatico.
PRESIDENTE. Deve concludere, senatore Cervellini.
CERVELLINI (Misto-SEL). Infine, concludendo, non nascondo un grande imbarazzo e disagio. A mezzo stampa il Governo annuncia la fiducia; alla Presidenza di quest'Aula non comunica nulla, tantomeno il testo e soprattutto le eventuali modifiche che conterrà.
Ho incontrato ultimamente tante persone disperate, prima impegnate e soddisfatte del loro lavoro e che adesso tentano di tirare avanti in totale precarietà. Credo che su questo dovremmo determinare una battaglia, una lotta ed una riduzione del danno.
Soprattutto vi prego davvero di non fare battute su quello che avverrà nei prossimi mesi e sulle manifestazioni indette dalla CGIL; battute sulla partecipazione sono assolutamente fuori luogo; per scioperare e manifestare si perderanno giornate di ogni lavoratore e lavoratrice. Veramente le battute sono fuori luogo e vi chiedo di non ridere e di non fare battute, perché purtroppo non c'è niente da ridere. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Stefani. Ne ha facoltà.
La pregherei di rispettare il tempo di cinque minuti, perché, come sa, per varie ragioni, non aveva più facoltà di intervenire.
AIROLA (M5S). La legge delega è importante!