Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 326 del 08/10/2014
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ARRIGONI (LN-Aut). Signor Presidente, colleghi, ministro Poletti che purtroppo non vedo più (perché è andato via), ci dovremmo chiedere come questa discussione generale sul jobs act venga giudicata dai cittadini che ci stanno ascoltando.
Per noi è una inutile sceneggiata, visto che il Consiglio dei ministri lunedì sera ha deciso di autorizzare l'apposizione della questione di fiducia sul provvedimento. La fiducia era scontata: abbiamo imparato a conoscerla, caro premier Renzi (cui mi rivolgo idealmente)!
Le promesse, le slide, così come il porre date-obiettivo corrispondono alla sua irrefrenabile esigenza di stupire per non essere secondo a nessuno.
Come è stato il 7 agosto scorso per la riforma del Senato, una pessima riforma centralista, così oggi, l'8 ottobre, giorno del vertice europeo di Milano sul lavoro, deve rappresentare la data simbolo per la riforma del lavoro da portare in dote e sbandierare ai partner europei, in particolare a Frau Merkel.
Dunque l'imperativo è giungere all'approvazione rapida e certa del jobs act, perché il lavoro è l'urgenza del Governo: serve a dimostrare efficienza, capacità di innovare. Ma con l'efficacia non ci siamo, Renzi: è l'ennesima riforma patacca! (Applausi della senatrice Bisinella).
Dunque, diventa normale per lei, Renzi, porre la fiducia persino su un disegno di legge delega, cosa rarissima e pratica alquanto arrogante ed autoritaria. Non sarà il Parlamento a dare all'Esecutivo le indicazioni su cui conferire la delega per i decreti legislativi, ma è il suo Esecutivo, premier Renzi (visto che il maxiemendamento lo scrivete voi del Governo), a volersi sostituire integralmente al Parlamento e - di fatto - a legiferare senza controllo sostanziale. Si tratta di un grave conflitto di interessi, su cui fa scalpore il silenzio assordante del presidente Napolitano.
Una volta ancora, lei, Renzi, dimostra il suo narcisismo perverso, il cui sintomo principale è un deficit nella capacità di provare empatia verso altri, cioè - in questo caso - il Parlamento, che rappresenta un fastidio, una zavorra. Per lei ogni mezzo va bene, pur di sovrastare le sacche di resistenza che ci sono nel Paese, ma anche per tagliare le teste agli oppositori interni in casa del PD. È vergognoso come stia facendo pagare ai cittadini le lotte di potere interne al partito. Lei, premier Renzi, se ne sta fregando del bene del Paese. Anche per questo stiamo facendo una discussione generale svilita, fatta a sbalzo, perché non conosciamo i contenuti del maxiemendamento.
Oltre alle indicazioni sugli ammortizzatori, sui servizi per il lavoro e le politiche attive, sul riordino delle forme contrattuali, sull'articolo 18 e sul sostegno alla maternità, ci saranno anche le indicazioni per la modifica della legge sulla rappresentanza sindacale, cui pare abbia fatto cenno ieri alle associazioni datoriali? Boh, non è una questione secondaria.
Ci saranno anche quelle per il TFR in busta paga dei lavoratori (argomento su cui lei, Renzi, sta molto insistendo da diversi giorni)? Guardi, l'anticipazione del TFR ai dipendenti rappresenterebbe, per le piccole e medie imprese, un salasso di 10 o forse 12 miliardi di euro. A ciascuna di loro, la disposizione costerebbe un importo di diverse migliaia di euro. Sarebbero pochi gli imprenditori in grado di farsi carico di questo costo aggiuntivo. Certo, il TFR è una forma di salario differito, vale a dire sono i soldi dei lavoratori. Tuttavia, considerata la carenza di liquidità che caratterizza attualmente le piccole imprese, accompagnata dal credit crunch, l'assurda stretta del credito dalle banche, sarebbero pochi gli imprenditori in grado di disporre delle risorse necessarie per anticipare metà del TFR ai propri dipendenti. Non solo, vista la scarsa solvibilità in cui versano, difficilmente le banche sarebbero disponibili ad elargire prestiti a soggetti estremamente a rischio di insolvenza. Le banche - lo sappiamo bene - in questo momento prestano il denaro solo a chi ha una certa solidità finanziaria; agli altri, purtroppo, l'accesso al credito bancario è praticamente precluso.
Proprio sul mondo bancario, perché non fa nulla, premier Renzi? Perché non fa un Glass-Steagall Act, una riforma del sistema per arrivare ad una necessaria separazione tra le banche di investimento e le banche commerciali tradizionali, per impedire che l'economia reale (imprenditori, in primis, che hanno bisogno del credito) venga continuamente esposta ad eventi finanziari negativi?
Per tornare alla questione del TFR, se dovessero essere 80 o 100 gli euro in più al mese in busta paga, come prospettati da lei, Renzi, ciò rappresenterebbe per le piccole e medie imprese l'erogazione ai loro dipendenti del 100 per cento del TFR, dal momento che nel 2013 lo stipendio mensile percepito nelle piccole e medie imprese è stato di 1.327 euro. Se portata avanti, questa disposizione colpirebbe oltre quattro milioni di imprese italiane (quelle con meno di 50 dipendenti), costando loro, in assenza di un'eventuale accordo con l'ABI (che certamente non ci sarà), la cifra di quasi un miliardo, perché a tanto ammonterebbe il costo degli interessi passivi per l'anticipazione in banca delle risorse necessarie. Ci domandiamo, e domando a lei, premier Renzi, se è opportuno che il sistema delle nostre piccole e medie imprese, già stremato dall'alta tassazione e che ha visto il fallimento di molte imprese per eccesso di credito, causa il ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione (si sta ancora aspettando, nonostante il 21 settembre sia già passato), si trovi a dover finanziare con proprie risorse la redistribuzione fiscale immaginata dal Governo.
Premier Renzi, capiamo la ratio della proposta del TFR in busta paga, ma non è da statista e non è lungimirante, in primo luogo, aumentare il gettito fiscale e, dunque, soccorrere il bilancio dello Stato, bilancio che fa acqua da tutte le parti, ma che vede in lei uno che le falle le amplia, anziché chiuderle (visto che mi pare abbia in mente di fare la prossima legge di stabilità in deficit di oltre 12 miliardi di euro). In secondo luogo, non è da statista e non è lungimirante ingolosire i lavoratori con una busta paga più pesante da febbraio 2015. Ciò potrebbe far malignamente pensare che lei stia puntando ad elezioni anticipate in primavera, ma molti lavoratori non stanno abboccando, perché sono convinti sia più utile mantenere la liquidazione per quando andranno in pensione oppure per il caso di sopraggiunto fallimento dell'impresa in cui lavorano.
Premier Renzi, lasci perdere l'operazione TFR che non potrà mai essere ad invarianza di costo. Per mettere più soldi nelle buste paga dei lavoratori c'è una sola soluzione: quella di ridurre sensibilmente il cuneo fiscale contributivo, evitando di utilizzare le nostre piccole imprese come un bancomat.
La vexata quaestio, il polverone sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in molti hanno capito che è un totem. Ci si dimentica, infatti, che il 90 per cento delle aziende in Italia è di piccole dimensioni e dunque l'articolo 18 non trova applicazione, a meno che il lavoratore non sia licenziato per discriminazione, e in realtà, fino ad ora, si sono verificati pochissimi casi.
Ci si dimentica, inoltre, che sono ben poche le cause di lavoro che vanno a sentenza. Le esperienze dicono, infatti, che i tre quarti delle cause di lavoro si concilia ancora prima di andare in causa, oppure alla prima udienza in occasione della proposta conciliativa formulata dal giudice. Normalmente, la gente licenziata vuole i soldi, non vuole la reintegrazione, o meglio, vuole la reintegrazione trasformandola nelle 15 mensilità dell'indennità sostitutiva, quindi intorno all'articolo 18 c'è tanta ipocrisia.
Premier Renzi, la Lega Nord considera questa delega sul lavoro un'opportunità da lei voluta e pilotata per alzare l'ennesimo polverone e distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai pessimi risultati macroeconomici conseguiti dall'azione del suo Governo: è cresciuto il debito pubblico (è notizia di ieri dal Fondo monetario internazionale che è arrivato al 136,7 per cento), sono cresciuti il deficit e la disoccupazione, in particolare quella giovanile, senza dimenticare i clandestini o sedicenti profughi, che ci costano miliardi di euro. Calano il PIL e l'inflazione, cioè siamo in deflazione, e calano anche i consumi, a dimostrare il totale fallimento del bonus di 80 euro, bonus che lei è costretto a confermare nel 2015 senza riuscire però ad estenderlo come aveva promesso alle varie fasce deboli: i pensionati con la minima, i disoccupati, gli incapienti, i lavoratori autonomi a basso reddito. Lo ripetiamo con franchezza: l'articolo 18 è un totem funzionale al suo protagonismo, premier Renzi e, in questa battaglia, alla visibilità degli avversari come i sindacati, talune forze politiche e anche avversari interni al suo partito.
Premier Renzi, la crisi del lavoro in Italia non ha tra i principali responsabili l'articolo 18, come ha detto l'amministratore delegato della General Electric, già citato ieri dalla collega Ricchiuti. Le tutele dei lavoratori non rappresentano il principale impedimento agli investimenti in Italia.
Guardi, premier Renzi, da una parte sbaglia chi pensa che difendere l'articolo 18 ad oltranza significhi difendere i posti di lavoro, perché se un'azienda va male il posto di lavoro lo si perde lo stesso.
Così come sta purtroppo accadendo ai 73 lavoratori della storica impresa Trafilerie Brambilla di Calolziocorte, città in cui vivo, che il 1° ottobre è stata dichiarata fallita, nonostante due interrogazioni presentate a lei, ministro Poletti, mesi fa, con le quali si chiedeva di intervenire.
Come purtroppo accadrà ai 156 dipendenti, la gran parte donne, della ERC sempre di Calolziocorte, impresa operante nel settore dell'illuminazione, che proprio l'altro ieri ha presentato i libri in tribunale per la decretazione a giorni del fallimento, e anche per la ERC il credit crunch è stato fatale.
Come sta accadendo ai dipendenti della Jabil, la multinazionale con sede a Marcianise che ha annunciato la mobilità per 380 dipendenti. Per questi lavoratori, presto a casa, non ci sarà il suo bonus degli 80 euro, premier Renzi.
Ma principalmente lei sbaglia a non incidere e rimuovere i freni che vengono imposti alla libera attività delle imprese in Italia, vere criticità del mercato del lavoro italiano che schiacciano la ben nota e riconosciuta qualità della forza lavoro italiana.
Questi macigni sono la giustizia civile, l'abnorme macchina burocratica (così opprimente da creare essa stessa terreno fertile per lo sviluppo di pratiche illecite); la variabilità delle norme, gli elevati costi dell'energia, e soprattutto il fisco sempre più odioso e opprimente: tutti fattori che comprimono la capacità di azione di un imprenditore e incidono negativamente sull'eventuale decisione di un imprenditore di investire in Italia.
Come si fa a fare impresa in Italia quando l'impatto del carico fiscale è arrivato a livello scandalosi? La pressione fiscale per le nostre imprese è al 65,8 per cento, con un primato negativo in Europa e al 138a posto a livello mondiale. Eppure la media UE si attesta al 41,1 per cento, mentre il dato mondiale è al 43,1 per cento. La prima cosa da fare con questo livello di carico fiscale è lapalissiana: è dovere ridurlo.
Invece lei, premier Renzi, al posto di attenuare queste criticità, ha contribuito a peggiorarle con la TASI, un'imposta locale alla quale hanno dovuto far ricorso i bistrattati sindaci, a forza di subire pesanti tagli, ivi compreso quello che le è servito a finanziare il bonus di 80 euro. Il micidiale mix di IMU e TASI sui capannoni ha prodotto un ulteriore aggravio fiscale alle imprese: rispetto allo scorso anno (lo fa sapere la CGIA di Mestre) in tre su quattro Comuni capoluoghi di Provincia la tassazione sui capannoni è aumentata.
Anche la riforma della Camera di commercio, contenuta nel decreto sulla pubblica amministrazione, è un'altra delle sue misure discutibili, un'altra stupidata.
Premier Renzi, lei è partito, lancia in resta, verso l'Europa per dire basta alla strada suicida dell'austerità, come l'ha definita l'altro giorno Stiglitz, premio Nobel per l'economia, il tutto per scegliere, attraverso la flessibilità, il percorso delle politiche della crescita, ma è tornato con le pive nel sacco.
Anche il testo su cui chiederà la fiducia sembrerebbe un ennesimo compromesso al ribasso tra le componenti del PD. Sull'articolo 18, oltre al reintegro per licenziamento discriminatorio, pare rispunti quello disciplinare, seppure per talune fattispecie che dovranno essere indicate.
La riforma è inoltre a costo zero: ciò significa, per parlare chiaro ai cittadini, che non è previsto un euro per rilanciare la produzione e l'occupazione, ma ci sono solo chiacchiere.
Premier Renzi, se non vuol fallire abbia il coraggio di accogliere e fare proprie le proposte della Lega: sono ragionevoli ed efficaci, come quella delle ferie solidali. Cominci subito da queste prime tre, attuabili in pochi giorni.
In primo luogo, abbassi drasticamente le tasse applicando la flex tax, un'aliquota unica di tassazione. È una misura applicata in oltre quaranta Paesi al mondo che consente anche di contrastare e far emergere l'evasione fiscale.
Secondo: tolga o, al limite, sospenda gli studi di settore, un istituto che è folle mantenere in un periodo di stagnazione e crisi economica come questa.
Infine, terzo punto, tolga di mezzo la legge Fornero, che oltre a creare quel mare di esodati, di cui gran parte aspetta ancora protezione, ha reso per i giovani un miraggio l'entrata nel mondo del lavoro.
Recessione e riforma delle pensioni targata Fornero rappresentano una miscela esplosiva per i giovani, un mix eccezionalmente sfavorevole che deve essere smantellato: lo faccia subito, premier Renzi, altrimenti ci penseranno il prossimo anno milioni di italiani che verranno a votare al referendum abrogativo, a favore del quale 600.000 cittadini hanno sottoscritto la proposta della Lega Nord di indizione delreferendum.
Premier Renzi, un'ultima cosa: da un po' di tempo a questa parte lei ha sposato il modello Marchionne e lo propone ovunque. Ma non poteva scegliere altro? Marchionne ha la residenza in Svizzera e là paga le tasse. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Morra).La nuova Fiat-Chrysler ha sede legale in Olanda e quella fiscale nel Regno Unito. Direi che come esempio di imprenditoria italiana è proprio vergognoso e lei, premier Renzi, dovrebbe vergognarsi.
Noi della Lega Nord preferiamo a Marchionne l'artigiano, il signor Brambilla lombardo o il signor Furlan veneto, che si alzano all'alba e lavorano fino a sera tardi spaccandosi la schiena. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Nugnes), e magari si tolgono il pane di bocca o ipotecano la propria casa piuttosto che lasciare a casa il proprio dipendente che rappresenta per loro una risorsa.
E talvolta, purtroppo, si suicidano per eccesso di credito e perché hanno a che fare con uno Stato ottuso, di cui lei, presidente Renzi, ancora una volta è la massima espressione. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bisinella. Ne ha facoltà.