Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 326 del 08/10/2014
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Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri è proseguita la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Volpi. Ne ha facoltà.
VOLPI (LN-Aut). Signor Presidente, innanzitutto buongiorno a lei e a tutte le colleghe e i colleghi.
Ci apprestiamo ad iniziare la mattinata con la liturgia di una discussione generale fatta sul nulla, come d'altronde è stato già detto. Aggiungo che provo un certo disagio nel rapportarmi con questo Governo, o almeno provo lo stesso fastidio con cui il Governo si trova regolarmente a rapportarsi con il Parlamento, i sindacati, con Confindustria, con la Polizia, con le organizzazioni, in sostanza con tutti.
Certo, siamo di fronte ad anomalie ormai permesse in maniera assolutamente abnorme. (Brusio). Non penso che il mio intervento sia ritenuto particolarmente importante.
PRESIDENTE. Lei prosegua. È bravissimo nel catturare l'attenzione. (Applausi della senatrice Bignami).
VOLPI (LN-Aut). Non si preoccupi, Presidente. Siamo in apertura di seduta e i colleghi solitamente chiacchierano.
PRESIDENTE. Già ci sono i primi applausi.
Prosegua, senatore Volpi.
VOLPI (LN-Aut). Grazie Presidente.
È anche un disagio per il modo in cui si sta procedendo. Il collega Divina ieri ha sollevato delle eccezioni sul metodo: credo sia una delle poche volte in cui si interviene con la fiducia su una delega nella quale proprio il Parlamento dovrebbe indicare i criteri direttivi mettendo dei paletti molto chiari. Questa volta, invece, delegato e delegante sono la stessa cosa ovvero questo fantastico Governo del non fare o meglio del «facciamo tutto noi, ci arrangiamo». Un atteggiamento direi un po' onanistico nell'interpretazione di ciò che si dovrebbe fare.
Il problema è che questo viene permesso, come è permesso ormai da due anni e mezzo-tre a tutti i Governi che si sono succeduti nell'era «Napolitano re»; un'era in cui inevitabilmente viene firmata qualsiasi forma di decretazione non d'urgenza, come se si trattasse di decreti normali, mentre invece si parla di specialità, particolarità, o decreti omnibus. Ma questo ci sta.
Vede, signor Presidente carissimo, penso che l'interpretazione che stiamo dando del lavoro stia creando una nuova categoria di lavoratori: i parlamentari subordinati ovvero quei parlamentari subordinati ai ricatti politici, alle costrizioni, al non poter intervenire in Aula su un tema così importante come il lavoro, così come sono subordinati tutti quelli che avrebbero dovuto scatenarsi - e almeno lo hanno fatto sino a ieri scatenandosi in ire funeste in ogni piazza - di fronte a violazioni che stanno diventando palesi e a situazioni che non hanno alcuna intenzione di essere produttive in termini di lavoro.
Signor Presidente, sono abbastanza scioccato. Io e lei non siamo più tanto giovani, abbiamo visto altre epoche, diciamo che siamo diversamente giovani, mettiamola così, per cui le dico: ci ricordiamo tutti cosa voleva dire toccare il mondo del lavoro rispetto ai rapporti industriali, rispetto al rapporto con le organizzazioni sindacali? Ma ormai, cosa vuole? Vediamo sindacati che si accontentano di un'ora di rapporto con il Governo, si accontentano di non poter dire nulla e l'unica soluzione che propongono è dire: «Ma sì, vedremo, magari faremo uno sciopero, qualcosa fra un mese», mentre oggi si sta parlando di questo tema o meglio non se ne sta parlando nel dettaglio. Il discorso della delega, infatti, diventa evidente in questo caso. I nostri interventi non possono che essere di carattere generale, non possono che riportare sensazioni, il sentire comune ma non possono certo intervenire su un articolato che verrà autoemendato fra poco dal Governo in tutti i suoi criteri per essere sottoposto al voto di fiducia.
Questo è un altro dei parametri a cui noi non ci adeguiamo. È il parametro della pubblicità farlocca che questo Governo sta portando avanti, caro Presidente, cari colleghi. Questo, infatti, è un Governo che non è riuscito a fare alcun provvedimento senza aver messo la fiducia. Ma su questi termini le considerazioni politiche non possono esserci? Io credo di sì. (Il ministro Poletti si allontana dai banchi del Governo). Mi spiace che il ministro Poletti, fondamentalmente in conflitto di interessi, se ne vada. Comunque ne parlerò più avanti.
Questo è un Governo che non riesce ad andare oltre la fiducia, perché non riesce ad avere i numeri, non ha la garanzia della maggioranza. E ci stupiamo che ci siano dei mal di pancia? Questa è diventata in parte una questione privata del Partito Democratico e lo è diventata nel momento in cui... (Brusio. Richiami del Presidente). Non si preoccupi, signor Presidente, tanto le dichiarazioni dei parlamentari restano agli atti.
PRESIDENTE. È bene però che i colleghi che sono in Aula le consentano di proseguire nel suo intervento.
VOLPI (LN-Aut). Signor Presidente, abbiamo partecipato a comizi per cui quattro amici senatori non mi possono certo infastidire (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Dicevo, è diventato farlocco parlare dell'articolo 18 perché si tratta chiaramente di alzare la palla per creare un caso politico, aprire un contenzioso interno al Partito Democratico, fare una conta all'interno dello stesso, umiliare un'altra volta alcuni parlamentari del Partito Democratico sapendo che l'articolo 18 è una piccola virgola all'interno di un complesso universo che è quello del mondo del lavoro. (Applausi dal Gruppo Misto-MovX).
Io direi che dovremmo preoccuparci di altro. Direi che dovremmo preoccuparci di un'impostazione inevitabilmente asservita ad alcuni poteri forti e che dedica il suo futuro, o meglio il futuro dei giovani, alla precarizzazione, o meglio a essere utili ad alcune situazioni economiche diverse ma comunque cointeressate per fare, ad esempio, del dumping salariale: nel momento in cui si fa precarizzazione si crea dumping salariale. La scorsa settimana, signor Presidente, ho presentato un'interrogazione al ministro Poletti per capire come ci si pone, per esempio, rispetto all'utilizzo dei lavoratori socialmente utili nel mondo cooperativistico. Come lei sa, sui giornali si legge che quel mondo è fondamentalmente un duopolio, un cartello; questa realtà è finita su tutti i giornali. Quando ci si prende l'onere di appalti pubblici, forse sarebbe il caso di non fare dumping salariale utilizzando lavoratori socialmente utili sottopagandoli, non facendoli raggiungere nemmeno le 40 ore settimanali; tanto così va bene, tanto il sistema cooperativistico, facendo cartello, si prende praticamente tutta la forma dei grossi appalti che, in particolare nel settore pubblico, sono di servizi.
Se queste cose non preoccupano i colleghi del Parlamento, direi che tale questione privata all'interno di alcuni poteri forti e del Partito Democratico dovrebbe preoccupare almeno i partiti di opposizione, che penso - e ne ho avuto l'impressione - stiano profondendo il loro impegno per cercare almeno di evidenziare che stiamo facendo - se mi consente una volta tanto, signor Presidente, di utilizzare questa parola - una porcata. (Applausi dai Gruppo LN-Aut e Misto-MovX). Lo è dal punto di vista formale e del contenuto, quindi dirci le cose in faccia non sarebbe male.
Devo anche essere solidale con qualche stimatissimo collega, perché mi ricordo che durante la discussione sulla riforma costituzionale feci una battuta al collega Ichino, il quale sosteneva che stavamo parlando troppo della Costituzione, e dissi: caro collega, forse dovrei chiederle anche io di ridurre i tempi nella discussione sul lavoro. Sono solidale col collega Ichino perché evidentemente io mi aspettavo, non essendo del mestiere, di non capire tutto quello che avremmo detto in quest'Aula, magari di discutere di emendamenti in un certo modo. Non si può, collega Ichino, perché il Governo oggi mette la fiducia e quindi tutti i colleghi che si sentivano protagonisti - lo dico in senso positivo - di una discussione specifica sul lavoro resteranno, come molti di noi, mortificati perché non avranno modo di dare il loro contributo, se non quello di passare sotto il banco della Presidenza a dire sì o no a una fiducia imposta dal Governo per i mal di pancia del Partito Democratico. Quindi va bene così.
Vorrei anche dire che mi preoccupa quello che leggo, cioè che dobbiamo portare un pezzo di carta sul tavolo dell'Europa. Sa che impressione ho, signor Presidente? Che questo Governo, anzi il presidente del Consiglio Renzi verso l'Europa abbia un atteggiamento un po' voyeuristico: Renzi l'Europa la guarda dal buco della serratura, ma non ha mai il coraggio di aprire la porta e fare quello che dovrebbe fare. Ha atteggiamenti del tipo: oh, che bravi, hai visto? Siamo d'accordo con la Francia, ma noi stiamo in linea. Oh, hai visto? Siamo d'accordo con quel cambiamento, ma noi stiamo in linea. Non è mica tanto bello, anche perché è l'Italia e non il Parlamento a fare la figuraccia per l'impotenza politica che sta dimostrando questo Governo asservito ai veri poteri forti.
Noi rappresentiamo dei territori a modo nostro, in maniera qualche volta ruspante, ma quando qualcuno non ha mai avuto un rapporto vero con il vero mondo del lavoro non può venire a dettarci le regole del lavoro. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e Misto-MovX). Così come non lo può fare un Governo che è in conflitto di interessi: lo è per storia il ministro Poletti, lo è il Ministro delle attività produttive, che è uno dei primi delocalizzatori che abbiamo in Italia e dovrebbe spiegarmi come si fa industria nel nostro Paese. (Applausi della senatrice Bignami).
E questi ci vengono a dire che nemmeno hanno il coraggio - ma è ovvio: la paura fa 48! - di discutere in Parlamento e si mette la fiducia. Capisco.
A Natale il presidente Zanda ci ha regalato un bel libro, mi pare si intitolasse «La civiltà delle macchine», che ho letto con piacere e che, secondo me, reca tutta una sintesi della nostra storia politica, industriale e di sviluppo. È vero, quindi, che non c'è più la cultura del carroponte, o meglio sta scemando la cultura del tornio; è vero che ormai non c'è più l'idea del capannone, ma il problema è che tutto questo non c'è più nella testa del Governo. Infatti, se si va sui territori, di gente che vorrebbe lavorare al tornio, guidare un carroponte o stare alle colate delle fonderie ce n'è ancora. Il problema è che non stiamo facendo niente per questa gente. La nostra gente è per strada ad aspettare chissà quale miracolo che venga da Marchionne o da Google, ma purtroppo la nostra gente, la mia gente, i bresciani, i veneti e probabilmente anche i lavoratori di altre parti d'Italia difficilmente verranno assunti a lavorare con le nuove tecnologie dello sviluppo tecnologico legate alla Silicon Valley! Da me c'è la «colata valley», quella delle grande industrie che hanno fatto la storia d'Italia! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami). E non c'è bisogno di andare in gita in America per capire quali sono gli sviluppi.
Mi domando allora: come può un Governo che propone un cambiamento delle regole in materia di lavoro da approvare in tre settimane e con la fiducia immaginarsi di farlo senza avere parallelamente una seria politica industriale? Non c'è sviluppo, non c'è lavoro, però regoliamo il lavoro.
Oh, mamma mia, mi viene in mente Gino Giugni e quanto tempo impiegò, insieme ad altri, per redigere lo Statuto dei lavoratori! E questo Governo arrogante mi dice che devo votare una fiducia su una delega sul lavoro! Ma dov'è l'orgoglio delle associazioni di categoria, dei sindacati e - scusatemi - degli ex comunisti che sono seduti in quest'Aula? (Applausi dai Gruppi LN-Aut, M5S e Misto-MovX). Loro che facevano le battaglie in piazza, loro che, se avessero approvato una cosa del genere quarant'anni fa, sarebbero stati fuori dal Parlamento ad urlare? (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Bignami). Siete diventati dei vigliacchi, per un posto di potere lo siete diventati! Scusate colleghi, non volevo offendervi.
Credo, signor Presidente, che siamo in un brutto momento della Repubblica. Credo che da qualche anno stiamo assistendo a tentativi che non sono volti a risollevare l'Italia: sono tentativi ormai palesi di venderla l'Italia, di venderla a mercati superiori, ad interessi superiori, a persone che non hanno un rapporto reale con il vicino di casa. Certo, se il vicino di casa abita sul lago di Lugano, sul lago di Locarno o a Berna, forse non ha lo stesso interesse del mio vicino di casa. D'altra parte, neanche abbiamo gli amici che fanno impresa pagando i dipendenti 3 euro l'ora e poi vanno in televisione a spiegarci come si fa economia! (Applausi dei senatori Candiani e Scibona).
Vede, signor Presidente, nella mia storia personale ho fatto molti lavori, non sono nato in politica. Ho scaricato i camion, ho fatto il casellante ed ho ancora gli amici che fanno quei mestieri. Probabilmente qualcuno, tanto nuovo da essere ormai in politica da almeno vent'anni, questi lavori non li ha mai fatti. C'è un Leitmotiv nella storia di Renzi ed è quella famosa espressione: Renzi ha detto a molte persone «stai sereno». Voglio dirlo ai colleghi del PD: state sereni e andate avanti così! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e dei senatori Bignami, Casaletto, Castaldi e Scibona).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bignami. Ne ha facoltà.
BIGNAMI (Misto-MovX). Signor Presidente, imparo dal senatore Volpi ed anticipo: scusate colleghi, non vi volevo offendere.
Cari colleghi, onorevoli senatori, oggi l'incipit mi pesa parecchio. Oggi mi vergogno di essere seduta su questo scranno, perché è indegno che chi è seduto qui debba sottostare alle disposizioni di qualcuno che non si è neanche guadagnato, in alcun modo, uno scranno simile nelle Aule del Parlamento e particolarmente in questa occasione. E non solo non si è guadagnato lo scranno secondo le nostre classiche regole democratiche rappresentative (nel nostro caso già anticostituzionali esse stesse, a dire il vero), ma irride la loro stessa consistenza, come se fossimo in una Repubblica presidenziale. Certo, siamo in una Repubblica «prenzidenziale». (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S). Un Presidente del Consiglio scelto da un'assemblea non istituzionale, che non rappresenta nemmeno coloro che del suo partito siedono qui in Parlamento, perché votato ex post.
Osservo con sgomento che l'articolo 67 della Costituzione, quello del rifiuto del vincolo di mandato, di cui ci si riempie la bocca in certe occasioni, viene quotidianamente vanificato e oltraggiato da ciò che dall'esterno - ripeto: dall'esterno - viene propugnato a voi senatori. Bobbio diceva (dite a Renzi che non è il calciatore, è Norberto): «Mai norma costituzionale è stata più violata del divieto di mandato imperativo». L'articolo 67 viene due volte oltraggiato: la prima, al di fuori di queste stanze, da un'assemblea extraparlamentare che impone a voi l'obbedienza a un leader autocratico; la seconda, dentro questa sala, con la vostra disciplina di partito, cari senatori di maggioranza, con molti di voi che, in cuor loro, non condividono pressoché nulla di tutto ciò che il boy scout rottamatore chiede.
Un capo del Governo che continua a fare il sindaco, anzi, continua a fare il boy scout, confondendo lo scoutismo con la democrazia.
Lui, ex sindaco di una città ed ex di una grande organizzazione, che hanno come emblema il giglio: lo stesso giglio, che è anche un monito, se pensiamo alla tragedia dell'isola omonima.
Un capo scout non eletto in Parlamento, che qui vuole imporre le sue decisioni senza compromessi, senza il rispetto democratico delle minoranze, esterne e interne al suo partito, e senza la cultura del valore del dissenso. Questa non è democrazia.
Oggi, con la vostra complicità e sudditanza, esercita il proprio potere attaccando quella garanzia che una parte di lavoratori possiede grazie all'articolo 18. Sono pochi i lavoratori rimasti che ancora beneficiano di questa tutela. Parliamo di tutela, ma, a ben vedere, parliamo di ovvietà. Spesso sono proprio questi lavoratori tutelati che danno solidità e garanzia alle proprie famiglie, sopperendo alla precarietà dei propri figli; precarietà utilizzata vigliaccamente come colpa e facendo rivoltare nella tomba i nostri Padri costituenti come iniquità costituzionale.
Parliamo di che cosa? Del licenziamento ingiusto? Tutelare una parte dei lavoratori da questo tipo di licenziamento è forse anticostituzionale? Beh, se questa tutela ce l'hanno pochi, allora non diamola a nessuno: complimenti per la logica! Allora eliminiamo il benessere, perché non tutti stanno bene; togliamo la salute, perché non tutti sono sani; castriamo tutti, perché forse qui qualcuno è castrato.
Vuole evidenziare discrepanze? Allora che dire del pubblico impiego? Perché i lavoratori di questo settore non hanno neppure giusta causa? Catania: vendeva esami agli studenti di medicina per 250 euro; adesso continua a lavorare negli uffici dell'università. E dov'è il licenziamento con disonore? Gennaro, ladro in divisa: sorpreso a rubare viene reintegrato nell'Arma. Si tratta di una sanzione viziata da disvalore, come affermano i giudici?
E gli insegnanti? Ne assumiamo 150.000 senza valutarne il merito: ah, assunzione senza giusto merito, peggio ancora! Se uno stagista è assente un giorno non lo si retribuisca per tutto il periodo, affermava il mio collega Maurizio Romani: e che dire di alcune scuole che pagano sette volte lo stesso posto di lavoro? Sette volte! Prima nomina: malattia; chiamo un'altra: maternità; chiamo un altro: malattia; e così via. Sette volte pago lo stesso posto. Questo non è un problema? È equo, questo?
Equipara pubblico e privato e abbi il coraggio di dare l'articolo 18 a tutti. Che stai facendo? Metti un precario di arte sullo sviluppo del pensiero e sul potenziamento cognitivo di un ritardo mentale? Ma dove vuoi arrivare? Che scuola stai facendo? Ogni leader, comunque, è mortale e dovrebbe pensare alla successione. Che classe dirigente vuoi formare? Queste non sono discriminazioni? Il primo anticostituzionale è lei, mio caro Renzi, se vogliamo usare un eufemismo.
Un lavoratore senza diritti non è un lavoratore: è uno schiavo. Il lavoro non è una proprietà dell'imprenditore, il lavoro è di tutti, il lavoro è un bene comune, è come l'aria. Senza il lavoro muore il lavoratore e muore l'imprenditore. E nessun imprenditore che si è tolto la vita per causa del lavoro pare abbia lasciato scritto di averlo fatto per l'articolo 18; anzi, tutt'altro: molti lo hanno fatto per il dolore di non poter più dare lavoro, fino alla disperazione, dopo essersi dissanguati per la propria azienda e per i propri dipendenti.
Una legge delega? Ma con che diritto? Io personalmente non le delegherei nemmeno la custodia della mia bicicletta. Non è per l'articolo 18 che la gente si suicida. Non è con la sua modifica che risolveremo la crisi. Non è l'articolo 18 che impedisce la crescita. Senza l'articolo 18 potreste fare quello che volete: aumentare le ore, diminuire gli stipendi. Senza l'articolo 18 viene meno pure la lettera di licenziamento in bianco.
Vuoi forse «microchipparci» tutti dando ragione a un onorevole 5 stelle?
Sei un genio nella tua incapacità di affrontare i problemi direttamente e li vuoi risolvere indirettamente sviando e confondendo il popolo bue, il tuo popolo bue.
Basta con le solite barzellette: non c'è più niente da ridere. Sono le tasse, è il cuneo fiscale, sono i mancati sgravi, è la mancanza di iniezione di capitale, è il sistema bancocentrico nazionale, europeo e mondiale che finanziariamente rende agonizzante l'economia dei paesi più deboli.
È la politica sbagliata della troika, è la politica degli «austerici» che strangola l'Europa e l'Italia, non è l'articolo 18. I dati ISTAT sono allarmanti: il PIL è in contrazione anche per il 2014, dello 0,3 per cento. I dati sulla disoccupazione giovanile sono sconcertanti: il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha raggiunto il 44,2 per cento, con 88.000 occupati in meno in un solo anno. Questo incide negativamente anche sulla percezione, già scoraggiante, che i giovani hanno dello Stato, perché lo Stato non è in grado di assicurare loro il lavoro.
A tal proposito vorrei citare uno studio sociologico di Achille Ardigò e Costantino Cipolla, «La Costituzione e i giovani. Un'eredità da riscoprire», per cogliere il grado di coinvolgimento personale dei giovani sul merito di alcuni principi fondamentali della vita nazionale, sui valori e diritti garantiti dalla Repubblica. Qual è dunque per loro, per questi giovani interrogati, il principio garantito dalla Costituzione con più valore? Non è l'uguaglianza, non è la giustizia, non sono neanche le pari opportunità, neppure la democrazia: l'88,5 per cento dei giovani intervistati ritiene che il principio garantito dalla Costituzione con più valore sia il lavoro. Allora mi domando: perché pretendere che i giovani sentano lo Stato e le istituzioni, se non gli forniamo l'aria?
Caro rottamatore, lei sta lasciando che l'Italia diventi una colonia dei Paesi forti, invece di essere lei stessa una forza trainante. Lei sta rottamando l'Italia. Ci sta riportando al 1800 e alla lotta di classe.
Con che coraggio attacca i sindacati accusandoli di omertà? Ma lei dov'era in questi ultimi venti anni? Raccoglieva forse pomodori per 25 euro al giorno? Telefonava ossessivamente in un call center? Si dedicava al precariato forzato? Faceva il co.co.co, il co.co.pro o il quaquaraqua, come oggi? (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Simeoni). Dimenticavo: ma lei quando ha mai lavorato?
Senza poi parlare dei dipendenti pubblici: e loro chi sono, supereroi? Il professore universitario, condannato in via definitiva a cinque anni e tre mesi per concussione e violenza sessuale, e riammesso all'ateneo di Bologna a seguito di una sentenza del TAR? Dov'è qui la giusta causa? Gli otto dipendenti di un'officina di riparazioni genovese licenziati perché uno timbrava il cartellino per gli altri sette e poi reintegrati da Trenitalia? Dov'è la giusta causa in questo caso? La dipendente assenteista della ASL di Trani, filmata da «Striscia la notizia», licenziata nei primi mesi del 2013, e poi reintegrata nel posto di lavoro, con il pagamento risarcitorio di tutte le mensilità arretrate? Queste non sono discriminazioni? Basta vedere solo quello che si vuole. Le persone che sbagliano e ledono lo Stato devono andare a casa anche loro. A casa! (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Pepe).
Dietro questa trappola per i lavoratori, rappresentata dalla mitigazione dell'articolo 18, se ne nascondono altre, dalla distruzione del TFR, che toglierà copertura alle aziende (impoveriamo sempre più queste aziende ed è sempre peggio per quelle piccole), al demansionamento, cui sono molto interessati alcuni settori dominanti, ad esempio (casualmente) le banche.
E chissà quanto altro cova in pentola, nella tua pentola, visto il solito metodo della delega al Governo, che uccide il lavoro ed il dibattito parlamentare.
Come se tutto ciò non bastasse, il Governo ricorre ancora una volta allo strumento pessimo della fiducia che avvilisce il lavoro parlamentare, negandoci la possibilità di discutere e votare gli emendamenti ad un testo che toglie tutele ai lavoratori e non prevede investimenti e risorse per creare nuovi posti di lavoro. Un testo che a mio avviso è una scatola vuota. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
Avremmo voluto introdurre numerose misure, come la possibilità di elevare i limiti di reddito attualmente previsti per le attività lavorative discontinue e occasionali, nelle attività di servizio di natura socioassistenziale e di cura, rese a favore delle famiglie, e le lezioni private impartite agli studenti al di fuori dell'orario scolastico.
Avremmo voluto anche introdurre la possibilità di ricomprendere la prostituzione - visto che è stata calcolata nel PIL - tra le attività discontinue e occasionali che possono essere retribuite attraverso i buoni lavoro, così da combattere l'evasione fiscale (non ho mai sentito parlare di evasione fiscale da parte del Governo) e sferrare un duro colpo alla criminalità. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Mussini). Si stima un giro d'affari innescato dalla prostituzione pari a 3,5 miliardi di euro, mentre l'industria delle ripetizioni varrebbe 850 milioni di euro l'anno.
Avremmo voluto garantire un adeguato riconoscimento professionale e sostegno da parte dello Stato ai caregiver familiari: questo era il contenuto di un ordine del giorno che ho presentato, di cui è stata fatta carta straccia, così come di tutte le nostre ore di lavoro e dei nostri studi; tanto prendiamo i soldi e dovremmo essere contenti. I caregiver familiari, volontariamente e gratuitamente, si prendono cura di una persona cara consenziente in condizioni di non autosufficienza, a causa dell'età, di una malattia, di una disabilità. Questo loro atto di amore, comporta grandi sacrifici e nel 66 per cento dei casi li costringe ad abbandonare il proprio lavoro. I caregiver in Italia sono 9 milioni; senza il loro prezioso lavoro il costo economico delle tante persone che hanno bisogno di assistenza continua sarebbe insostenibile per lo Stato. Lo Stato non può non tenerne conto; è tenuto a riconoscerli e a tutelarli, come avviene negli altri Stati europei: in Spagna come in Gran Bretagna è previsto un riconoscimento economico per queste figure, mentre in Germania possiedono benefit e maturano contributi previdenziali. Non possiamo accettare che solo in Italia i caregiver familiari siano privati degli strumenti di tutela previdenziale, sanitaria e assicurativa che dovrebbero spettare loro di diritto.
Tante, troppe sono le lacune di questa delega lavoro. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
Oggi abbiamo un rottamatore che fa saltare poltrone, ma non quelle giuste, e non mantiene le promesse. Abbiamo un rottamatore che con i gadget e gli slogan da campagna elettorale ci sa fare, come con i continui rinvii temporali delle sue scadenze, buggerando, se non tutti, molti. Lui dice di non aver da imparare nulla da nessuno. Ebbene, chi non ha nulla da imparare, non ha nemmeno nulla da insegnare. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Romani Maurizio). Comunque sia, io personalmente gli consiglierei qualche lezione di inglese!
Come risolve i problemi? Li nega. Stiamo andando nella direzione sbagliata. Non vogliamo parlare di pane, vogliamo parlare di dignità, lavoro dignitoso, non lavoro tout court e basta. Dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di pagare le tasse. Dobbiamo agire presto, dobbiamo agire subito, prima che la necessità si faccia legge. Lo Stato deve riprendere la propria dignità.
Come si può parlare di lavoro se per anni abbiamo concesso la presenza sul mercato di concorrenza sleale? Come possiamo parlare di lavoro di fronte alla delocalizzazione crescente? Non è possibile. Che cosa stiamo facendo al riguardo? Ci vuole coraggio, ci vogliono le scelte coraggiose. Ridiamo fiducia agli italiani. Dimezziamo il cuneo fiscale, paghiamo i debiti alle imprese. Non saremo in grado di risolvere i problemi se in primis non pensiamo che il problema possa essere risolto.
So, in verità, che Renzi conosce Bobbio. Ha anche scritto un commento di quattro pagine e mezzo per il ventennale di «Destra e sinistra», dove afferma di rimanere un convinto bipolarista: ma con quale coraggio? E se, come dice nel commento, i blocchi sociali non esistono più, lei li stai facendo rinascere, caro Renzi, mentre Bobbio, che li voleva scardinare, si rivolta nella tomba. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Di sinistra c'è solo la sua politica, caro Renzi, non perché sia una politica di sinistra, ma perché è una politica sinistra. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e dei senatori Mussini, Taverna e Barozzino). Questa oggi è la mia vergogna e la mia amarezza. L'amarezza di un'Italia in perenne mano a leader non legittimati, non democratici: o politicamente, o legalmente, o quantitativamente, ma sempre non legittimati. Un'Italia in mano a poteri oligarchici, che agiscono in sfregio all'articolo 1 della nostra Costituzione, calpestano l'articolo 3 e si dimenticano dell'articolo 4, via via curando i propri interessi di poltrona e di partito.
Cari colleghi, voi non state contribuendo al governo dell'Italia; voi state subendo un'imposizione da una persona non legittimata da alcun suffragio universale.
Ma che tutto ciò venga dalla sinistra è un oltraggio a voi che vi dite uomini e donne di sinistra, o meglio di centrosinistra.
Questo Parlamento doveva avere vita breve, per ovvi motivi, invece sta diventando un'agonia della dignità politica e un accanimento terapeutico di un'alleanza inaccettabile.
A voi, cari colleghi, di sinistra resta solo la mano, per turarsi il naso e nascondere gli occhi, quando, con la bocca, darete la fiducia passando lì sotto. Vi chiedo allora di mettervi una mano sul cuore e sulla coscienza per capire quanto sia iniquo ciò che state facendo, sia per le modalità che per i contenuti. Abbiate il coraggio: non demolite l'ultimo segno di libertà e di democrazia. Il vincolo di mandato, se pensate di averlo, lo avete con i vostri elettori e con i cittadini, non con il Presidente del Consiglio, segretario di un partito. (Applausi dai Gruppi LN-Aut e M5S e del senatore Barozzino).Rottamatelo e torniamo alle urne! Ridiamo dignità all'Italia, ridiamo dignità agli italiani, ridiamo dignità a tutti i disoccupati che meritano un nuovo leader, che meritano una speranza e hanno diritto ad un lavoro. (Applausi dai Gruppi Misto-MovX, M5S eLN-Aut e del senatore Barozzino. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lepri. Ne ha facoltà.
*LEPRI (PD). Signor Presidente, signori colleghi, non è un'esagerazione: oggi ci accingiamo a votare una riforma che non esito a definire storica. Non è propaganda, è la verità. Ci saranno voluti - tra qualche anno, quando saranno stati finalmente implementati ed attuati i decreti - quasi cinquant'anni per veder evolvere davvero una concezione dei rapporti tra capitale e lavoro e una concezione della vita lavorativa ormai indiscutibilmente ancorata al passato.
Negli anni '70 quelle riforme furono necessarie contro la rappresaglia antisindacale e un'organizzazione fordista a forte rischio di soprusi. Ma quell'estensione dell'articolo 18 anche ai licenziamenti economici e la radicalizzazione di alcuni tratti antagonistici tra capitale e lavoro (mai risolti) hanno contribuito, insieme a tanti altri fattori, al lento declino dell'economia italiana. A questo disegno hanno contribuito certamente una politica debole o addirittura succube, una classe imprenditoriale, almeno per quanto riguarda la rappresentanza degli imprenditori, poco aperta ad una visione comunitaria e partecipativa e i sindacati, dove è prevalsa una visione contrattualistica, se non conflittuale, e poco aperta a tutelare un orizzonte di lungo periodo per i lavoratori. È prevalsa, insomma, quell'idea dell'inamovibilità del posto dove si è scambiata bassa produttività, bassa partecipazione e bassi salari.
Non esito a definire questo un patto scellerato, che, sommato agli altri spread competitivi, ha progressivamente ritirato la fiducia degli investitori. Così questa idea di un lavoro di proprietà si è affermata al punto che, anche di fronte a crisi aziendali indiscutibilmente irrisolvibili e senza sbocco, si è sovente insistito con ammortizzatori assurdi, utili solo per tutelare un reddito che non c'era, oppure si è insistito con una mobilità lunga, lunghissima, che ha anticipato una pensione che era ancora troppo lontana; e si è evitato in ogni modo di utilizzare queste persone, che avevano pur sempre un beneficio pubblico, in attività di pubblica utilità, perché queste avrebbero in qualche modo prefigurato la perdita del lavoro.
Ora si cambia l'idea della tutela. Non vengono meno le tutele: questo è importante ricordarlo a chi fa troppa propaganda in questi giorni. Cambia il modo in cui la tutela si assicura, anche per i lavoratori a tempo indeterminato. Il lavoratore a tempo indeterminato continua - ed è sacrosanto - ad essere tutelato verso il licenziamento discriminatorio o per cause disciplinari palesemente insussistenti. Ma, per le cause economiche, sarà previsto un significativo indennizzo; un assegno di disoccupazione, l'ASPI, che viene esteso a tutti e, soprattutto, dei servizi importanti, forti ed efficaci di formazione e di ricollocazione. L'idea insomma è molto semplice: decida l'imprenditore quando ci sono ragioni economiche e decida meno il giudice, si ridia certezza dei costi di separazione e tempi certi alla giustizia. Basti pensare che oggi in Italia abbiamo cause di lavoro che durano mediamente due anni, quando in Germania durano quattro mesi. In Italia abbiamo il 60 per cento di ricorso in appello, quando in Germania è il 5 per cento.
Ma c'è molto altro. Si è parlato quasi solo in questi giorni, purtroppo ingiustamente, delle riforme relative all'articolo 18. C'è molto, molto altro, di cui quest'Aula ha parlato molto poco e che fa finta di non considerare: ad esempio il codice semplificato, che sarà una grandissima rivoluzione. Non so - mi riferisco soprattutto a chi ha così duramente ed anche un po' ignobilmente polemizzato in queste ore - se qualcuno fra voi - molti colleghi l'avranno fatto sicuramente - ha letto la riforma Fornero, in modo particolare gli articoli relativi al licenziamento. È un esercizio davvero di alta scuola; chi tra noi è arrivato alla fine ha dovuto fare qualche riassunto, e forse non ci ha capito. Ma, se non ci capiamo neanche noi, possono capirci gli imprenditori stranieri che non conoscono l'italiano?
È evidente che dobbiamo semplificare la disciplina del lavoro che negli ultimi venti, trenta o quarant'anni si è stratificata. Queste procedure relative alla legislazione così stratificata sono troppo bizantine; hanno fatto la fortuna di avvocati, consulenti, burocrati dello Stato, ispettori, ma hanno frenato la libera iniziativa e insabbiato gli ingranaggi del mercato del lavoro.
Insieme alla semplificazione del linguaggio e delle procedure, vi saranno semplificazioni anche nelle forme contrattuali; saranno superati i contratti di collaborazione falsi; avremo certamente la necessità di ridurre le forme precarie di lavoro atipico (penso a stage e a tirocini), che oggi sono inopportunamente utilizzati sfruttando i nostri giovani. Se il lavoro a tempo indeterminato costerà meno (come sarà contenuto nell'emendamento e poi sarà precisato in modo indiscutibile nella legge di stabilità), è verosimile pensare davvero che quelle forme atipiche subiranno un drastico ridimensionamento e che con questa formula il lavoro a tempo indeterminato diventerà progressivamente, come tutti ci auguriamo, il modo tradizionale e preferenziale con cui si assumeranno i lavoratori, giovani e meno giovani.
Vi è poi l'unificazione dell'ASPI per tutti; vi è la rivoluzione delle politiche attive del lavoro, finalmente con un'unica agenzia nazionale che non mortifica la programmazione regionale, ma consentirà davvero una progettualità che oggi è mancata, con un sistema di accreditamento che sarà misurato a risultati e permetterà alla pubblica amministrazione di esercitare un ruolo di governo più che di gestione. Vi sono nuove risorse per i contratti di solidarietà; vi è il fascicolo elettronico che consentirà in tutta Italia di conoscere l'offerta dei lavoratori; vi è l'interoperabilità e lo scambio di informazione; vi è l'attività ispettiva semplificata, e potrei continuare.
Sorge d'obbligo la domanda: perché queste riforme non sono state fatte prima? Io rispondo che vi è stata una somma di inerzia collusiva o conflittuale, che sono due facce dell'identica medaglia svalutata.
In conclusione, dunque, con la delega la sfida è per tutti: è per la politica, come ho già evidenziato, ma è anche per gli imprenditori che avranno molti meno alibi; è per i sindacati, che restano un baluardo insostituibile contro i soprusi e a difesa della tutela del lavoro e della sua dignità, ma che ora devono accettare nuove sfide a cominciare da una nuova logica di conciliazione tra le parti, la sfida della partecipazione e della democrazia economica; quella di organizzare i servizi per l'impiego. In altre Nazioni i sindacati e le organizzazioni non profit sono molto attive in questa attività, che loro possono opportunamente svolgere. La sfida è anche per la pubblica amministrazione, che deve rimettersi in gioco, deve diventare facilitatore, garante dell'accesso, accreditatore più che gestore diretto dei servizi per l'impiego e, più in generale, dei servizi pubblici. La sfida è per i lavoratori, che devono accettare questa logica dell'empowerment, della capacità e della volontà di crescere, di progredire, di formarsi e di riqualificarsi. Dunque, sono previste più formazione, più promozione, ma anche più tutele - come ho già sottolineato - per chi oggi ne ha troppo poche.
Se verrà approvata, questa delega non sarà in bianco; il Parlamento e il nostro partito in particolare contribuiranno ancora, e molto, alla stesura e al vaglio dei testi dei decreti e soprattutto alla loro implementazione.
Per oggi, per ora, ci basta la sfida di una riforma storica con l'approvazione di linee guida che cambieranno dunque non solo il mercato del lavoro, ma anche la stessa concezione del lavoro: meno conflittuale, più cooperativa; meno orientata ai diritti pretesi, più orientata a garanzie come opportunità. Insomma, è una visione meno difensiva del lavoro e più aperta alle sfide nuove. (Applausi dai Gruppi PD e PI e del senatore Susta. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tosato. Ne ha facoltà.
TOSATO (LN-Aut). Signor Presidente, innanzitutto è giusto sottolineare che stiamo affrontando una discussione surreale: stiamo infatti terminando la discussione generale su questo provvedimento e di fatto non abbiamo ancora potuto esaminare il testo sul quale dovremo esprimerci con un voto che dovrebbe essere consapevole e conscio dei contenuti che faranno parte di questa legge. È stato annunciato un maxiemendamento che in pochi credo abbiano letto, non certamente i senatori intervenuti finora e non certo i senatori che fanno parte della minoranza e dell'opposizione. È un testo che appartiene a pochi, che è stato scritto nella sede del Partito Democratico e che credo poi sia stato riscritto più volte durante la giornata di ieri e durante la notte, e che oggi verrà approvato con la fiducia senza che il Senato della Repubblica abbia potuto visionarlo, approfondirlo ed emendarlo. Se questa è democrazia, credo che la democrazia di oggi sia ben lontana da quel potere assegnato al popolo e ai suoi rappresentanti di cui abbiamo memoria, che abbiamo studiato e in cui noi tutti credevamo. Siamo di fronte a una nuova democrazia che è il potere di pochi, addirittura di una sola persona che impone le sue scelte ogni volta che ritiene necessario non tanto per il Paese, ma per la sua ambizione, la sua carriera politica e le sue visioni del mondo e della società.
Per questi motivi è paradossale la discussione che stiamo affrontando. Una legge delega è una legge che dà poteri a un Esecutivo senza contenuti certi, che dà una sorta di fiducia al Governo perché inquadri dei provvedimenti puntuali su un disegno generale. Già questo è un atto di fiducia. Il secondo atto di fiducia è quello di votare un provvedimento senza conoscerne i contenuti. Il terzo è addirittura arrivare a chiedere al Parlamento la fiducia nella giornata di oggi senza una discussione consapevole e utile al Parlamento e al Paese.
Insomma, la situazione in cui stiamo affrontando questo argomento sicuramente non è delle migliori, ma posso anche dire: passino tutte queste considerazioni, mettiamole da parte se effettivamente il provvedimento in discussione è utile e rappresenta la soluzione dei mali dei cittadini italiani che si trovano in una situazione drammatica. Ma, analizzando i contenuti, osserviamo che c'è poco o nulla. Si può essere favorevoli o contrari alla revisione dell'articolo 18, ma una cosa è certa: che si approvi questo provvedimento o che non lo si approvi, nulla cambierà rispetto al numero degli occupati e alla possibilità delle imprese di dare lavoro, di creare ricchezza e di risollevare un'economia che ormai è allo stremo. Quindi, sicuramente tutte queste forzature non servono a creare occupazione e a risolvere i problemi.
Leggendo poi gli articoli del provvedimento notiamo che ci sono delle scelte e delle deleghe al Governo discutibili: ad esempio, la previsione di una maggiore compartecipazione da parte delle imprese nel finanziare gli ammortizzatori sociali. A delle imprese che già sono ipertassate, che non riescono a pagare tutte le tasse che lo Stato ogni anno continuamente aumenta, si chiede di utilizzare più risorse per gli ammortizzatori, in modo che lo Stato si liberi da questo impaccio che deve sostenere e che sarebbe suo dovere portare avanti.
Un altro articolo parla della necessità di individuare e analizzare le forme contrattuali esistenti. Serve una legge delega perché si faccia questa analisi? È un contenuto talmente importante da meritare un articolo di un provvedimento di legge?
Poi c'è un articolo che chiede la creazione di un'agenzia per il lavoro. Un'altra agenzia? È questa la soluzione dei mali del Paesi? Ulteriori passaggi burocratici e un'armonizzazione degli uffici del lavoro e di tutti coloro che si occupano di queste materie sul territorio che porteranno via tempo, energie e risorse inutilmente.
Vi è poi un altro passaggio molto preoccupante, che è stato citato da molti colleghi, dove si dà delega al Governo di rivedere una materia importante come quella delle detrazioni del coniuge a carico. A nostro avviso, si tratta di un passaggio molto pericoloso, perché abbiamo il timore che vi sia un'abolizione di tali detrazioni, non certo un ampliamento di quelle tutele.
Per questi motivi, anche di contenuto, manifestiamo dunque le nostre preoccupazioni e abbiamo comunque già espresso la nostra certezza di fondo, nel momento in cui ci troviamo di fronte ad un Governo che non affronta le priorità né i temi realmente importanti, ma trova il tempo di dichiarare che la soluzione di tutti i mali saranno la riforma della legge elettorale e quella del Senato, nonché questa fantomatica riforma del lavoro - jobs act, o come la si voglia chiamare - che non creerà un posto di lavoro in più rispetto a quanti ce ne siano attualmente. Questo Governo ogni anno pone fra le proprie priorità quella di finanziare per centinaia di milioni di euro una politica non dell'immigrazione o del contenimento degli sbarchi, ma addirittura dell'invasione e dell'assistenzialismo puro e semplice nei confronti di centinaia di migliaia di disperati. Costoro sono evidentemente attratti dal nostro Paese perché si sa che non vi è alcun blocco, anzi, li si va addirittura a prendere sulle coste libiche, nelle acque internazionali o in Paesi dell'Unione europea come Malta e Cipro, e che i soldi per questi disperati vi sono, e in abbondanza (mentre per le necessità dei cittadini le porte sono chiuse: non vi sono disponibilità, anzi, con i tagli subiti, i Comuni non riescono più ad affrontare le richieste di assistenza sociale da parte degli italiani e di tutti i cittadini che si trovano in difficoltà sempre maggiori).
Queste politiche sono assurde, ma il Presidente del Consiglio si guarda bene dall'intervenire sul tema: in tutte le sue dichiarazioni ed in tutti i suoi interventi alla stampa o presso le sedi istituzionali, parla di tanti argomenti e, in tono trionfalistico, parla di tutti i successi raggiunti, nonché di tutti i problemi che ha risolto, mentre si guarda bene dal parlare della politica dell'invasione che il suo Governo sta attuando e di tutti i soldi che sta spendendo per ospitare queste persone che arrivano in massa nel nostro Paese.
Si guarda bene inoltre dal dire che tutti i dati economici sono assolutamente negativi e preoccupanti e che non è vero che l'occupazione sta aumentando, anzi, è arrivato al paradosso di dire che in agosto vi è stato un aumento dell'occupazione di 86.000 unità. A me sembra invece che le cose non stiano in questi termini: vedo sul nostro territorio - come credo lo vedano tutti i senatori - che la situazione sta peggiorando sempre più, che sono sempre più numerose le aziende e le attività che chiudono e che è sempre maggiore il numero dei dipendenti che viene lasciato a casa. Abbiamo quindi la sensazione che il nostro Presidente del Consiglio, che è il Presidente del Consiglio d'Italia, sia fuori dalla realtà. Questo è molto preoccupante, perché egli è ostaggio esclusivamente del suo consenso, raggiunto in occasione delle elezioni europee, e la necessità di conservarlo è l'unica stella polare che ha di fronte a sé, mentre tutto il resto non conta, neppure la realtà. Continua ad ingannare tutti noi con promesse e quadri rosei, che sono però ben lontani dalla verità, e purtroppo continua ad avere un consenso comunque ampio da parte della cittadinanza: finché lo avrà, continuerà con queste scelte.
Siamo quindi molto preoccupati per la situazione e anche per il fatto che uno dei prossimi provvedimenti che il Governo vorrà portare avanti sia legato al TFR, che, com'è stato annunciato, si vuole mettere in busta paga. Evidentemente, dopo il successo degli 80 euro, che l'hanno portato a risultati elettorali sicuramente molto elevati, ha deciso che nel 2015, per ottenere nuovamente il consenso, dovrà mettere in busta paga qualche altro denaro e qualche altra cifra utile e necessaria a conservare il suo consenso. Peccato che queste risorse non siano aggiuntive rispetto a quelle di cui potrebbero aver bisogno i cittadini ed i lavoratori italiani: queste somme sono già di loro proprietà, ma lui riuscirà nell'inganno di dare l'impressione che siano risorse nuove ed aggiuntive rispetto a quelle della busta paga che ogni lavoratore riceve mensilmente.
Riuscirà nell'ennesimo inganno, ma facendo ulteriori danni: danni alle piccole imprese che gestivano queste risorse e che utilizzavano per mantenersi in piedi, visto che le banche di fatto ormai non erogano più ad esse contributi e prestiti, ma acquistano esclusivamente i buoni del Tesoro, il debito pubblico dello Stato italiano. Anche in questo grande è la responsabilità non solo delle banche ma dello Stato che, pur di mantenere se stesso, il proprio apparato, il proprio carrozzone, i propri sprechi e tutte le spese, in molti casi inutili, ha di fatto congelato la libera circolazione dei prestiti nei confronti di chi veramente invece ne avrebbe bisogno, ossia le nostre imprese e le nostre attività.
Come dicevo, un TFR che se messo in busta paga priverà di liquidità le aziende facendone chiudere altre, ormai allo stremo e che probabilmente alzerà di poco il reddito di molti lavoratori, portandoli quindi a dover pagare tasse più alte e, di fatto, a perdere anche le sicurezze del futuro. E tutto questo perché viene fatto? Per la ricerca del consenso del Presidente del Consiglio, ma anche con un unico scopo: permettere a molte famiglie di pagare tutte quelle tasse statali alle quali ormai non riescono più a far fronte. Ci si è chiesto perché gli ottanta euro non hanno riavviato i consumi e non hanno portato ad un aumento della produttività e delle vendite; è semplice: sono stati utilizzati per pagare le tasse che lo Stato ha imposto in questi anni, e tra poco, in questi giorni, si dovrà pagare una nuova tassa, la TASI, che subito il Presidente del Consiglio ha disconosciuto in quanto da lui non proposta ed approvata, ma che di fatto è figlia del partito di cui è segretario nazionale, il Partito Democratico. É questa un'ulteriore tassa sugli immobili che è stata approvata dal Governo Letta e che toglierà nuove risorse dalle tasche dei cittadini.
Quindi, sui temi scomodi il Presidente del Consiglio si tira fuori, cercando esclusivamente la popolarità ed il consenso. Ma anche questa tassa è figlia di un modo di governare che è iniziato alla fine del 2011 prima con il Governo tecnico Monti, poi con il Governo Letta e ora con il Governo Renzi, fatto di politiche sbagliate. Due erano, infatti, le cose che doveva fare questo Governo: in primo luogo, diminuire le tasse e, secondariamente, ridurre la spesa pubblica. Non sta facendo né l'una né l'altra e non ci venga a dire che la riduzione della spesa pubblica passa esclusivamente attraverso la messa all'asta di 100 auto blu: quello è fumo negli occhi, come lo è questa riforma del lavoro. È fumo negli occhi che serve esclusivamente a tirare a campare, a permettergli di arrivare all'anno prossimo ancora con un consenso più o meno intatto, ad andare alle elezioni e a poter, nella sua visione delle cose, governare per i prossimi cinque anni liberamente (Applausi dal Gruppo LN-Aut)e senza opposizioni interne al suo partito e in Parlamento.
Questa non è la politica necessaria. La politica necessaria sarebbe quella di ridurre drasticamente le tasse, anche a costo di avere nei primi anni un gettito inferiore, ma con la prospettiva che le attività esistenti possano recuperare mercato e diventare di nuovo competitive; possano nuovamente assumere dipendenti; possano produrre quel gettito fiscale ormai ridotto ai minimi termini e, quindi, risollevare le sorti di questo Paese. Bisogna fare questa scelta coraggiosa, senza guardare gli effetti nell'immediato, che potrebbero portare ad una riduzione delle entrate. Ricordo che ormai la soglia della tassazione è talmente alta che siamo arrivati al paradosso che più si aumentano le tasse meno aumenta il gettito, semplicemente perché la platea di chi sta in piedi, di chi riesce ancora a lavorare, sta diminuendo sempre di più, mentre il numero degli assistiti, di chi è nelle condizioni di non poter più lavorare e di doversi rivolgere ai servizi sociali, piuttosto che utilizzare la cassa integrazione, aumenta sempre di più.
Nulla si fa per invertire questo stato di cose. Si va avanti esclusivamente con provvedimenti definiti epocali e straordinari dal Presidente del Consiglio, ma che non stanno cambiando di una sola virgola la qualità della vita della nostra gente.
E quando finirà questo inganno, questa grande illusione - e ciò accadrà inevitabilmente molto presto - ci troveremo di fronte ad un Paese ormai allo stremo, in cui ci saranno solo macerie. Nei nostri territori i capannoni industriali sono vuoti, dismessi e molti imprenditori, costretti a pagare tasse inverosimili su tali capannoni, stanno scoperchiando i tetti pur di ridurre la tassazione a loro carico. Questo è il futuro del nostro Paese se non si cambia veramente e non è questo un provvedimento utile per giungere a questo risultato.
L'altro aspetto necessario per risollevare una situazione ormai disperata è legato alla riduzione della spesa pubblica, ma una riduzione vera, coraggiosa, che purtroppo non appartiene a questo Presidente del Consiglio. Sarebbe sicuramente una scelta difficile, perché ridurre la spesa significa anche fare scelte impopolari, sollevare obiezioni di alcune categorie che campano su questa spesa, che dietro questa spesa esagerata costruiscono la propria vita. Ma è un'economia drogata da una spesa insostenibile. Si è costruito un Paese basato su una spesa eccessiva. La ricchezza prodotta nei cinquant'anni passati è stata utilizzata malamente per creare un debito pubblico abnorme e posti di lavoro che non sono realmente utili e necessari nel pubblico ma sono esclusivamente degli ammortizzatori sociali. Questo tipo di sistema non regge più. Questo sistema ormai mette in crisi quei pochi soggetti che continuano a lavorare in proprio e cercano di dare occupazione ai propri dipendenti.
Di fronte a questa realtà anche questo Governo - probabilmente con più responsabilità dei precedenti - non sta facendo nulla, non sta intervenendo e lascia che le cose continuino così all'infinito, fino all'esaurimento di tutte le risorse.
Questo Paese vive una situazione in cui le imprese chiudono per eccesso di tassazione e non fa nulla per rimediare.
Quindi noi siamo molto preoccupati. Non c'è da augurarsi che il Governo faccia male: chi ha un minimo di responsabilità auspica che questo Governo riesca a migliorare le cose perché è nell'interesse di tutti, dei cittadini che rappresentiamo, e invece si va esattamente nella direzione opposta.
Lo Stato italiano di fatto ha fallito, ed è guidato da un Presidente del Consiglio populista e irresponsabile che non ha a cuore il destino del Paese e dei suoi cittadini ma esclusivamente la sua ambizione e la carriera di Primo Ministro. Questa è la realtà in cui oggi viviamo, questa è la realtà di questa seduta in cui dovremo votare un testo di legge che non conosciamo, che non risolve uno solo dei problemi che il nostro Paese ha di fronte e che purtroppo porterà esclusivamente nuovi conflitti senza alcuna soluzione e senza alcuna speranza. (Applausi dal Gruppo LN-Aut. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fabbri. Ne ha facoltà.
FABBRI (PD). Signor Presidente, colleghi, ci apprestiamo ad approvare la legge delega sulla riforma del mercato del lavoro in una versione che, come dichiarato, terrà conto dell' ampio dibattito sviluppatosi in questi mesi. Una riforma che, come le altre, il Paese ed i lavoratori si aspettano da questo Governo e da questo Parlamento; un argomento che ha sempre legittimamente diviso le forze politiche e gli schieramenti ma che noi, dopo anni di crisi, con la responsabilità che portiamo e sentiamo nei confronti di chi ha diritto al lavoro, vogliamo affrontare con la tensione di chi non si limita a rivendicare, senatore Tosato, ma ha il coraggio e la determinazione per cambiare. Sono convinta, infatti, che alla fine riusciremo a trovare la giusta dimensione per una riforma che servirà da stimolo anche a far ripartire l'occupazione.
Si tratta di un dibattito affrontato al di là degli steccati ideologici, con l'obiettivo comune di aprire e rendere accessibile il mercato del lavoro a chi oggi non ha occupazione e a chi oggi non ha nessun tipo di garanzie: penso ai giovani disoccupati, al popolo delle partite IVA, ma anche a chi un posto di lavoro lo ha perduto in questi anni. Inoltre, la norma dovrà essere da stimolo ai tanti imprenditori che non si sono arresi alla crisi e continuano ad investire nel capitale umano; un provvedimento rivolto alle aziende straniere perché possano decidere di impegnare risorse nel nostro territorio; un provvedimento che renda i lavoratori uguali nelle tutele e nelle difese.
Questa determinazione è anche un modo per restituire credibilità alla classe dirigente di questo Paese. Questo significa sedere in Parlamento, consapevoli del proprio ruolo, per ridare dignità a tanti lavoratori e lavoratrici che nel corso di questi anni, complice la situazione economica, da precari, hanno perso la speranza verso il futuro.
Sono di ieri i dati del rapporto della fondazione Migrantes: rispetto agli stessi mesi del 2012, il numero delle partenze dall'Italia, cioè di quanti decidono di andare all'estero, ha superato del 16,1 per cento il numero di chi guarda all'Italia come un luogo dove provare a creare occupazione, una vita, un futuro. Complici di ciò sono la recessione economica e la disoccupazione.
A questa premessa aggiungo la riflessione su un tema che ritengo imprescindibile, legato alla riforma del mercato del lavoro: la sicurezza sui luoghi di lavoro. Colleghi, come sapete, da poco si è insediata la Commissione d'inchiesta sulle cosiddette morti bianche, gli infortuni e le malattie professionali che mi onoro di presiedere. È un onore sì, ma anche una grande responsabilità. Provengo dal mondo delle piccole e medie imprese e so molto bene come, purtroppo, il tema della sicurezza tocchi non solo tutte le Regioni in Italia, ma trasversalmente quasi tutti i settori economici e produttivi, e come, soprattutto in questo momento, sia forte il rischio che gli infortuni e le morti sul luogo di lavoro aumentino.
I dati del 2013 parlano di un lieve calo. Non so se anche nel 2014 si confermerà il trend discendente di questi anni, è un auspicio. Certo è che da quando presiedo la Commissione, cioè dal 7 luglio scorso, ho rilevato quasi 100 casi di morti sul lavoro, senza contare gli infortuni e purtroppo i casi di incidenti in itinere. Parliamo di quasi cento 100 vittime in tre mesi di lavoro, senza contare che nel mese di agosto molte imprese e molti lavoratori si sono fermati per la pausa estiva: una media drammatica e non accettabile per un Paese civile, una vera e propria piaga per la Nazione.
È un'emergenza che toglie dignità al lavoro e al lavoratore; un'emergenza nazionale che la politica non può ignorare limitandosi a commentare le statistiche. Per questo credo sia necessario provare a riflettere e sia doveroso affrontare il tema nel suo complesso, unitamente alla riforma del mercato del lavoro.
La questione che riguarda in particolare il nostro Paese è l'educazione e la cultura della prevenzione sui posti di lavoro. Sono stata recentemente ad Adria, vicino Rovigo, dove qualche settimana fa ci sono stati i funerali delle quattro vittime morte in uno stabilimento situato in quel Comune. Al di là del dolore delle famiglie delle quattro vittime, una delle cose che più mi ha colpito è stato l'imbarazzo e lo stupore di un maresciallo dei Carabinieri, quando mi ha raccontato che in uno stabilimento di una multinazionale americana situato poco distante dal luogo dell'incidente nemmeno alle forze di polizia è possibile entrare se non rispettano tutte le norme di sicurezza.
Credo sia un esempio di come nel nostro Paese a mancare siano proprio la cultura e l'educazione al rispetto delle regole per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Tale passaggio impone alle istituzioni tutte una priorità: la salute e la sicurezza sono il valore aggiunto del nostro sistema economico.
Per questo, colleghi, credo sia fondamentale il fatto che il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro non possa e non debba diventare terreno di scontro politico. Tale tema non può essere oggetto di strumentalizzazione all'interno del dibattito politico sulla riforma del mercato del lavoro, e mi riferisco ad alcuni interventi che ho ascoltato in questa Aula la scorsa settimana.
Non possiamo permettere che alcuno schieramento speculi sulla dignità e sulla salute dei lavoratori. I dati allarmanti che ci arrivano, in particolare quelli relativi allo scorso mese di settembre con il perdurare della crisi, devono imporre alle istituzioni e alle forze politiche di interrogarsi e trovare insieme una soluzione.
Abbiamo visto che le regole e le sanzioni non bastano: servono obiettivi da raggiungere anche attraverso la formazione e l'informazione.
Molto fanno gli istituti preposti, un lavoro fondamentale sempre in sinergia con le istituzioni. Molto c'è ancora da fare: c'è il nodo controlli. Ed è dall'INAIL, un ente che ha in sé molte potenzialità, che arriva infatti il monito di migliorare il coordinamento di controlli e riorganizzazione, sul riordino e sul coordinamento delle competenze, confermando la valenza strategica della tematica inerente la razionalizzazione dei controlli pubblici.
Chiedo dunque il contributo di tutti, Presidente. L'articolo 1 della nostra Costituzione sancisce il diritto al lavoro, che non può prescindere dal diritto alla salute e all'incolumità del lavoratore e delle lavoratrici. Il fenomeno degli infortuni sul lavoro conserva in Italia dimensioni inaccettabili; in un Paese civile, non possiamo abbassare i livelli di sicurezza in un'ottica di risparmio. Chiediamo in tal senso il contributo di tutti: il lavoro della Commissione d'inchiesta sarà, da questo punto di vista, serrato. Diverse sono le informative che abbiamo chiesto alle prefetture competenti nei luoghi in cui sono accaduti gli incidenti e sono già calendarizzate le audizioni sia con il Ministro del lavoro e che con i rappresentanti dell'INAIL nazionale.
Un altro tema su cui provare a modificare l'approccio di chi, come noi, deve interessarsene, è la questione dei grandi appalti. Se è vero che investire è la parola chiave per rilanciare il nostro Paese e renderlo competitivo a livello globale, aggiungo che è fondamentale investire con attenzione al tema della sicurezza, punto qualificante per chi vuole giocare un ruolo da protagonista, ragione per cui ci recheremo anche nei cantieri di Expo 2015.
Come pure provare a dare il nostro contributo in siti come Taranto, non solo sul piano morale o investigativo, ma come pungolo perché il tema della sicurezza sia o diventi, per quel complesso industriale, una performance qualificante alla stregua della qualità produttiva.
Non possiamo permettere che nei momenti di difficoltà il sistema imprenditoriale, per mantenersi competitivo, tagli i costi sulla sicurezza ritenuti a torto differibili e, a volte, eccessivi.
Ragionare di riforma del mercato del lavoro significa ragionare anche di un nuovo modello di sviluppo. Ragionare di semplificazione del quadro normativo, di razionalizzazione dei soggetti deputati al controllo, di provvedimenti capaci di sostenere la ripresa economica, significa ragionare di futuro. Da qui dobbiamo partire per restituire dignità al lavoro e per chi non ha alcun tipo di tutela e garanzia.
Per queste ragioni, lancio un appello in quest'Aula: non strumentalizziamo il futuro e la speranza dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese; non lasciamoli soli nella loro insicurezza; iniziamo restituendo loro fiducia e dignità; ragioniamo di come invertire le politiche anticicliche di questi anni restituendo garanzie a chi oggi non le ha. Da qui si riparte con l'educazione al lavoro e alla cultura della sicurezza, perché, permettetemi di dire, casi come quelli avvenuti ad Adria, a Ravenna e in tante altre parti del nostro Paese non debbano più succedere. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Arrigoni. Ne ha facoltà.
ARRIGONI (LN-Aut). Signor Presidente, colleghi, ministro Poletti che purtroppo non vedo più (perché è andato via), ci dovremmo chiedere come questa discussione generale sul jobs act venga giudicata dai cittadini che ci stanno ascoltando.
Per noi è una inutile sceneggiata, visto che il Consiglio dei ministri lunedì sera ha deciso di autorizzare l'apposizione della questione di fiducia sul provvedimento. La fiducia era scontata: abbiamo imparato a conoscerla, caro premier Renzi (cui mi rivolgo idealmente)!
Le promesse, le slide, così come il porre date-obiettivo corrispondono alla sua irrefrenabile esigenza di stupire per non essere secondo a nessuno.
Come è stato il 7 agosto scorso per la riforma del Senato, una pessima riforma centralista, così oggi, l'8 ottobre, giorno del vertice europeo di Milano sul lavoro, deve rappresentare la data simbolo per la riforma del lavoro da portare in dote e sbandierare ai partner europei, in particolare a Frau Merkel.
Dunque l'imperativo è giungere all'approvazione rapida e certa del jobs act, perché il lavoro è l'urgenza del Governo: serve a dimostrare efficienza, capacità di innovare. Ma con l'efficacia non ci siamo, Renzi: è l'ennesima riforma patacca! (Applausi della senatrice Bisinella).
Dunque, diventa normale per lei, Renzi, porre la fiducia persino su un disegno di legge delega, cosa rarissima e pratica alquanto arrogante ed autoritaria. Non sarà il Parlamento a dare all'Esecutivo le indicazioni su cui conferire la delega per i decreti legislativi, ma è il suo Esecutivo, premier Renzi (visto che il maxiemendamento lo scrivete voi del Governo), a volersi sostituire integralmente al Parlamento e - di fatto - a legiferare senza controllo sostanziale. Si tratta di un grave conflitto di interessi, su cui fa scalpore il silenzio assordante del presidente Napolitano.
Una volta ancora, lei, Renzi, dimostra il suo narcisismo perverso, il cui sintomo principale è un deficit nella capacità di provare empatia verso altri, cioè - in questo caso - il Parlamento, che rappresenta un fastidio, una zavorra. Per lei ogni mezzo va bene, pur di sovrastare le sacche di resistenza che ci sono nel Paese, ma anche per tagliare le teste agli oppositori interni in casa del PD. È vergognoso come stia facendo pagare ai cittadini le lotte di potere interne al partito. Lei, premier Renzi, se ne sta fregando del bene del Paese. Anche per questo stiamo facendo una discussione generale svilita, fatta a sbalzo, perché non conosciamo i contenuti del maxiemendamento.
Oltre alle indicazioni sugli ammortizzatori, sui servizi per il lavoro e le politiche attive, sul riordino delle forme contrattuali, sull'articolo 18 e sul sostegno alla maternità, ci saranno anche le indicazioni per la modifica della legge sulla rappresentanza sindacale, cui pare abbia fatto cenno ieri alle associazioni datoriali? Boh, non è una questione secondaria.
Ci saranno anche quelle per il TFR in busta paga dei lavoratori (argomento su cui lei, Renzi, sta molto insistendo da diversi giorni)? Guardi, l'anticipazione del TFR ai dipendenti rappresenterebbe, per le piccole e medie imprese, un salasso di 10 o forse 12 miliardi di euro. A ciascuna di loro, la disposizione costerebbe un importo di diverse migliaia di euro. Sarebbero pochi gli imprenditori in grado di farsi carico di questo costo aggiuntivo. Certo, il TFR è una forma di salario differito, vale a dire sono i soldi dei lavoratori. Tuttavia, considerata la carenza di liquidità che caratterizza attualmente le piccole imprese, accompagnata dal credit crunch, l'assurda stretta del credito dalle banche, sarebbero pochi gli imprenditori in grado di disporre delle risorse necessarie per anticipare metà del TFR ai propri dipendenti. Non solo, vista la scarsa solvibilità in cui versano, difficilmente le banche sarebbero disponibili ad elargire prestiti a soggetti estremamente a rischio di insolvenza. Le banche - lo sappiamo bene - in questo momento prestano il denaro solo a chi ha una certa solidità finanziaria; agli altri, purtroppo, l'accesso al credito bancario è praticamente precluso.
Proprio sul mondo bancario, perché non fa nulla, premier Renzi? Perché non fa un Glass-Steagall Act, una riforma del sistema per arrivare ad una necessaria separazione tra le banche di investimento e le banche commerciali tradizionali, per impedire che l'economia reale (imprenditori, in primis, che hanno bisogno del credito) venga continuamente esposta ad eventi finanziari negativi?
Per tornare alla questione del TFR, se dovessero essere 80 o 100 gli euro in più al mese in busta paga, come prospettati da lei, Renzi, ciò rappresenterebbe per le piccole e medie imprese l'erogazione ai loro dipendenti del 100 per cento del TFR, dal momento che nel 2013 lo stipendio mensile percepito nelle piccole e medie imprese è stato di 1.327 euro. Se portata avanti, questa disposizione colpirebbe oltre quattro milioni di imprese italiane (quelle con meno di 50 dipendenti), costando loro, in assenza di un'eventuale accordo con l'ABI (che certamente non ci sarà), la cifra di quasi un miliardo, perché a tanto ammonterebbe il costo degli interessi passivi per l'anticipazione in banca delle risorse necessarie. Ci domandiamo, e domando a lei, premier Renzi, se è opportuno che il sistema delle nostre piccole e medie imprese, già stremato dall'alta tassazione e che ha visto il fallimento di molte imprese per eccesso di credito, causa il ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione (si sta ancora aspettando, nonostante il 21 settembre sia già passato), si trovi a dover finanziare con proprie risorse la redistribuzione fiscale immaginata dal Governo.
Premier Renzi, capiamo la ratio della proposta del TFR in busta paga, ma non è da statista e non è lungimirante, in primo luogo, aumentare il gettito fiscale e, dunque, soccorrere il bilancio dello Stato, bilancio che fa acqua da tutte le parti, ma che vede in lei uno che le falle le amplia, anziché chiuderle (visto che mi pare abbia in mente di fare la prossima legge di stabilità in deficit di oltre 12 miliardi di euro). In secondo luogo, non è da statista e non è lungimirante ingolosire i lavoratori con una busta paga più pesante da febbraio 2015. Ciò potrebbe far malignamente pensare che lei stia puntando ad elezioni anticipate in primavera, ma molti lavoratori non stanno abboccando, perché sono convinti sia più utile mantenere la liquidazione per quando andranno in pensione oppure per il caso di sopraggiunto fallimento dell'impresa in cui lavorano.
Premier Renzi, lasci perdere l'operazione TFR che non potrà mai essere ad invarianza di costo. Per mettere più soldi nelle buste paga dei lavoratori c'è una sola soluzione: quella di ridurre sensibilmente il cuneo fiscale contributivo, evitando di utilizzare le nostre piccole imprese come un bancomat.
La vexata quaestio, il polverone sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in molti hanno capito che è un totem. Ci si dimentica, infatti, che il 90 per cento delle aziende in Italia è di piccole dimensioni e dunque l'articolo 18 non trova applicazione, a meno che il lavoratore non sia licenziato per discriminazione, e in realtà, fino ad ora, si sono verificati pochissimi casi.
Ci si dimentica, inoltre, che sono ben poche le cause di lavoro che vanno a sentenza. Le esperienze dicono, infatti, che i tre quarti delle cause di lavoro si concilia ancora prima di andare in causa, oppure alla prima udienza in occasione della proposta conciliativa formulata dal giudice. Normalmente, la gente licenziata vuole i soldi, non vuole la reintegrazione, o meglio, vuole la reintegrazione trasformandola nelle 15 mensilità dell'indennità sostitutiva, quindi intorno all'articolo 18 c'è tanta ipocrisia.
Premier Renzi, la Lega Nord considera questa delega sul lavoro un'opportunità da lei voluta e pilotata per alzare l'ennesimo polverone e distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai pessimi risultati macroeconomici conseguiti dall'azione del suo Governo: è cresciuto il debito pubblico (è notizia di ieri dal Fondo monetario internazionale che è arrivato al 136,7 per cento), sono cresciuti il deficit e la disoccupazione, in particolare quella giovanile, senza dimenticare i clandestini o sedicenti profughi, che ci costano miliardi di euro. Calano il PIL e l'inflazione, cioè siamo in deflazione, e calano anche i consumi, a dimostrare il totale fallimento del bonus di 80 euro, bonus che lei è costretto a confermare nel 2015 senza riuscire però ad estenderlo come aveva promesso alle varie fasce deboli: i pensionati con la minima, i disoccupati, gli incapienti, i lavoratori autonomi a basso reddito. Lo ripetiamo con franchezza: l'articolo 18 è un totem funzionale al suo protagonismo, premier Renzi e, in questa battaglia, alla visibilità degli avversari come i sindacati, talune forze politiche e anche avversari interni al suo partito.
Premier Renzi, la crisi del lavoro in Italia non ha tra i principali responsabili l'articolo 18, come ha detto l'amministratore delegato della General Electric, già citato ieri dalla collega Ricchiuti. Le tutele dei lavoratori non rappresentano il principale impedimento agli investimenti in Italia.
Guardi, premier Renzi, da una parte sbaglia chi pensa che difendere l'articolo 18 ad oltranza significhi difendere i posti di lavoro, perché se un'azienda va male il posto di lavoro lo si perde lo stesso.
Così come sta purtroppo accadendo ai 73 lavoratori della storica impresa Trafilerie Brambilla di Calolziocorte, città in cui vivo, che il 1° ottobre è stata dichiarata fallita, nonostante due interrogazioni presentate a lei, ministro Poletti, mesi fa, con le quali si chiedeva di intervenire.
Come purtroppo accadrà ai 156 dipendenti, la gran parte donne, della ERC sempre di Calolziocorte, impresa operante nel settore dell'illuminazione, che proprio l'altro ieri ha presentato i libri in tribunale per la decretazione a giorni del fallimento, e anche per la ERC il credit crunch è stato fatale.
Come sta accadendo ai dipendenti della Jabil, la multinazionale con sede a Marcianise che ha annunciato la mobilità per 380 dipendenti. Per questi lavoratori, presto a casa, non ci sarà il suo bonus degli 80 euro, premier Renzi.
Ma principalmente lei sbaglia a non incidere e rimuovere i freni che vengono imposti alla libera attività delle imprese in Italia, vere criticità del mercato del lavoro italiano che schiacciano la ben nota e riconosciuta qualità della forza lavoro italiana.
Questi macigni sono la giustizia civile, l'abnorme macchina burocratica (così opprimente da creare essa stessa terreno fertile per lo sviluppo di pratiche illecite); la variabilità delle norme, gli elevati costi dell'energia, e soprattutto il fisco sempre più odioso e opprimente: tutti fattori che comprimono la capacità di azione di un imprenditore e incidono negativamente sull'eventuale decisione di un imprenditore di investire in Italia.
Come si fa a fare impresa in Italia quando l'impatto del carico fiscale è arrivato a livello scandalosi? La pressione fiscale per le nostre imprese è al 65,8 per cento, con un primato negativo in Europa e al 138a posto a livello mondiale. Eppure la media UE si attesta al 41,1 per cento, mentre il dato mondiale è al 43,1 per cento. La prima cosa da fare con questo livello di carico fiscale è lapalissiana: è dovere ridurlo.
Invece lei, premier Renzi, al posto di attenuare queste criticità, ha contribuito a peggiorarle con la TASI, un'imposta locale alla quale hanno dovuto far ricorso i bistrattati sindaci, a forza di subire pesanti tagli, ivi compreso quello che le è servito a finanziare il bonus di 80 euro. Il micidiale mix di IMU e TASI sui capannoni ha prodotto un ulteriore aggravio fiscale alle imprese: rispetto allo scorso anno (lo fa sapere la CGIA di Mestre) in tre su quattro Comuni capoluoghi di Provincia la tassazione sui capannoni è aumentata.
Anche la riforma della Camera di commercio, contenuta nel decreto sulla pubblica amministrazione, è un'altra delle sue misure discutibili, un'altra stupidata.
Premier Renzi, lei è partito, lancia in resta, verso l'Europa per dire basta alla strada suicida dell'austerità, come l'ha definita l'altro giorno Stiglitz, premio Nobel per l'economia, il tutto per scegliere, attraverso la flessibilità, il percorso delle politiche della crescita, ma è tornato con le pive nel sacco.
Anche il testo su cui chiederà la fiducia sembrerebbe un ennesimo compromesso al ribasso tra le componenti del PD. Sull'articolo 18, oltre al reintegro per licenziamento discriminatorio, pare rispunti quello disciplinare, seppure per talune fattispecie che dovranno essere indicate.
La riforma è inoltre a costo zero: ciò significa, per parlare chiaro ai cittadini, che non è previsto un euro per rilanciare la produzione e l'occupazione, ma ci sono solo chiacchiere.
Premier Renzi, se non vuol fallire abbia il coraggio di accogliere e fare proprie le proposte della Lega: sono ragionevoli ed efficaci, come quella delle ferie solidali. Cominci subito da queste prime tre, attuabili in pochi giorni.
In primo luogo, abbassi drasticamente le tasse applicando la flex tax, un'aliquota unica di tassazione. È una misura applicata in oltre quaranta Paesi al mondo che consente anche di contrastare e far emergere l'evasione fiscale.
Secondo: tolga o, al limite, sospenda gli studi di settore, un istituto che è folle mantenere in un periodo di stagnazione e crisi economica come questa.
Infine, terzo punto, tolga di mezzo la legge Fornero, che oltre a creare quel mare di esodati, di cui gran parte aspetta ancora protezione, ha reso per i giovani un miraggio l'entrata nel mondo del lavoro.
Recessione e riforma delle pensioni targata Fornero rappresentano una miscela esplosiva per i giovani, un mix eccezionalmente sfavorevole che deve essere smantellato: lo faccia subito, premier Renzi, altrimenti ci penseranno il prossimo anno milioni di italiani che verranno a votare al referendum abrogativo, a favore del quale 600.000 cittadini hanno sottoscritto la proposta della Lega Nord di indizione delreferendum.
Premier Renzi, un'ultima cosa: da un po' di tempo a questa parte lei ha sposato il modello Marchionne e lo propone ovunque. Ma non poteva scegliere altro? Marchionne ha la residenza in Svizzera e là paga le tasse. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e del senatore Morra).La nuova Fiat-Chrysler ha sede legale in Olanda e quella fiscale nel Regno Unito. Direi che come esempio di imprenditoria italiana è proprio vergognoso e lei, premier Renzi, dovrebbe vergognarsi.
Noi della Lega Nord preferiamo a Marchionne l'artigiano, il signor Brambilla lombardo o il signor Furlan veneto, che si alzano all'alba e lavorano fino a sera tardi spaccandosi la schiena. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Nugnes), e magari si tolgono il pane di bocca o ipotecano la propria casa piuttosto che lasciare a casa il proprio dipendente che rappresenta per loro una risorsa.
E talvolta, purtroppo, si suicidano per eccesso di credito e perché hanno a che fare con uno Stato ottuso, di cui lei, presidente Renzi, ancora una volta è la massima espressione. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bisinella. Ne ha facoltà.
BISINELLA (LN-Aut). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, trovo veramente surreale dover discutere di una riforma che dovrebbe essere la madre forse di tutte le riforme, la riforma delle riforme, quella sul lavoro, che riguarda o dovrebbe riguardare il problema principale del Paese, con un modo di procedere come quello che il Governo Renzi ha messo in campo.
Ci troviamo con un testo all'esame dell'Aula, che è passato per le Commissioni, sul quale quindi c'è stato un dibattito, che verrà stravolto, o comunque riscritto - non si sa bene in che modo e in quale forma - con un maxiemendamento su cui il Governo intende mettere la fiducia. Tra l'altro, si tratta di un disegno di legge delega, lo ha detto bene anche il collega che mi ha preceduto: è un fatto gravissimo che creerà anche precedenti pericolosi, e tutto questo avviene in un clima surreale in quest'Aula, con i banchi pressoché vuoti, sia a destra che a sinistra al contrario di noi della Lega Nord che siamo sempre presenti a dibattere su un tema fortemente sentito dal Paese e dai cittadini. Mi riferisco soprattutto ai banchi del PD, tristemente lasciati vuoti ieri, nell'indifferenza generale. (Applausi della senatrice Taverna). Questo sta a significare quanto il tema del lavoro interessa davvero a voi, cari colleghi, che - vedo - mi state ascoltando con grandissimo entusiasmo, con i banchi del Governo anch'essi tristemente vuoti.
Mi spiace, ministro Poletti, che lei sia lì da solo; ogni tanto esce e poi rientra, probabilmente per discutere di questo maxiemendamento di cui noi non abbiamo ancora traccia, ma sul quale - lo ribadisco - chiederete la fiducia. Una fiducia in bianco su un testo che non si sa bene cosa conterrà, anche se una cosa di sicuro la sappiamo: non contiene nulla che va davvero a risolvere il dramma del lavoro che manca in questo Paese.
Il dramma del Paese è che non c'è occupazione; l'emergenza del Paese è che abbiamo quasi sei milioni di persone che non hanno reddito di lavoro, più di tre milioni di disoccupati; tre milioni di persone che hanno perso il lavoro e non riescono a reinserirsi nel mercato del lavoro (per non parlare del caso di persone che magari l'hanno perso a cinquant'anni e certamente non trovano facilmente porte aperte nelle imprese) e quel 44,2 per cento, certificato la scorsa settimana, di disoccupazione giovanile.
Di fronte a tutto questo il Governo Renzi pensa di mettere la fiducia su un testo di legge delega, che quindi contiene principi e criteri direttivi. Questo diciamo ai cittadini e ai lavoratori, che stanno aspettando di vedere che il Governo metta in campo per loro misure serie e vere, che contrastino il dramma sociale che stanno vivendo, per aiutarli a capire come fare ad arrivare alla fine del mese; questo diciamo alle imprese, strozzate e soffocate da un fisco che impedisce loro di poter investire e produrre e quindi di assumere. Di fronte a tutto questo, si indicano dei principi, che andranno a sistemare la problematica forse dell'articolo 18 dello Statuto, forse delle tipologie contrattuali da applicare, cercando certamente di dare tutele ai lavoratori. Ma di cosa si parla sempre? Di lavoratori già occupati e di imprese che hanno già del personale impiegato. Non si fa nulla e non si dice nulla di cosa si vuole mettere in campo per creare opportunità e occasioni di lavoro.
Sono principi e criteri direttivi che vanno ad indicare in realtà solo una cosa: stiamo dibattendo del nulla. Quello sull'articolo 18 è un falso problema. Si sono aperte grandi discussioni e grandi chiacchiere, sindacati da una parte e sindacati dall'altra, che però, guarda caso, un po' fanno l'occhiolino a Renzi e un po' no. In realtà, si tratta di un provvedimento che riguarda ben poche imprese nel nostro Paese, cioè solo le grandi imprese per cui si applica l'articolo 18. Non si vuol ricordare che la stragrande maggioranza delle imprese che alimentano il nostro tessuto produttivo sono le piccole imprese, per le quali l'articolo 18 non trova applicazione e per le quali comunque, nel caso di licenziamenti illegittimi, esistono già le tutele. Parlo della mia Regione, del mio Veneto: l'articolo 18 riguarda soltanto il 2 per cento (più o meno) delle imprese, perché il tessuto produttivo è fatto da artigiani, commercianti e piccoli imprenditori, che dell'articolo 18 non se ne fanno nulla.
Ma vorrei anche dire che dell'articolo 18 coloro che non hanno reddito da lavoro e coloro che non hanno lavoro oggi non se ne fanno assolutamente nulla. Dell'articolo 18 non sanno neanche porsi il problema, perché il lavoro non ce l'hanno, non hanno opportunità di lavoro. Con l'articolo 18, in sostanza, non si mangia. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
Altra questione: è una vergogna il modo di procedere. Si nascondono in realtà le magagne che il provvedimento contiene. Siccome noi i testi li leggiamo, cari colleghi, che voterete una fiducia in bianco su un testo di cui non sapete nulla (Applausi della senatrice Nugnes), il testo che almeno ci è arrivato noi l'abbiamo letto. Esistono delle grosse magagne, ad esempio la pericolosa abrogazione della detrazione per il coniuge a carico. Nel testo iniziale era prevista espressamente l'abrogazione; poi si è capito che era stata fatta una grandissima cavolata - per non dire altro - e il testo è stato cambiato. Ora si utilizza un fumoso ed ambiguo termine «armonizzazione del regime delle detrazioni». Peccato però poi che l'abrogazione vera e tout court delle detrazioni per il coniuge a carico sia rientrata dalla finestra nel DEF, perché il DEF parla proprio di abrogazione.
Vorrei richiamare questo aspetto, su cui credo che valga la pena fare una riflessione. Mi auguro che i colleghi così attenti e presenti tra i banchi del PD, ma anche del Nuovo Centrodestra, che sul tema del lavoro fanno una loro battaglia (che però qui non vediamo presenti), svolgano una riflessione. L'intenzione del Governo Renzi è di abolire lo sgravio per creare una sorta di credito di imposta per favorire l'occupazione femminile. Benissimo. Peccato, però, che la marcia indietro di cui ho parlato (prima abrogazione e poi armonizzazione) sia rientrata, in maniera ambigua, occulta ed oscura (come sempre fa questo Governo), nel DEF, dove (per chi si è posto la briga di leggerlo), con riguardo alla conciliazione dei tempi di lavoro con le esigenze genitoriali, si afferma espressamente: abolire la detrazione per il coniuge a carico quale formula di credito di imposta per incentivo al lavoro femminile. Allora noi chiediamo: questa detrazione per il coniuge a carico c'è o non c'è, ci sarà o non ci sarà?
Faccio notare - questo è il dato vero che va ricordato ai cittadini - un aspetto relativo a questa balla continua degli 80 euro al mese. Alle stesse categorie cui Renzi ha promesso gli 80 euro si tolgono le detrazioni per il coniuge a carico, che valgono ben 700-800 euro all'anno, 65 euro al mese. Quindi Renzi finge di darne 80, che poi scompaiono, perché con tutte le tasse e le imposte che sono state aumentate (sempre in maniera occulta) quegli 80 euro svaniscono nel nulla, ma soprattutto si tolgono ulteriori 65 euro al mese per il coniuge a carico.
Allora, di cosa stiamo parlando? È una continua presa in giro dei cittadini italiani! (Applausi dal Gruppo LN-Aut). È come se adesso Renzi dicesse che non dà più gli 80 euro - che, guarda caso, sono stati dati in campagna elettorale, per pura propaganda - perché ne toglie 65 e quindi sostanzialmente vi è uno scambio di 15 euro. È sempre e solo il classico voto di scambio, per chiamarlo con la giusta espressione.
Nel testo della delega (perché sempre di principi si parla) si fa riferimento alle tipologie contrattuali. Anche in questo caso si deve sottolineare che va benissimo ed è giusto discutere delle migliori e maggiori tutele da riconoscere ai lavoratori, ma stiamo sempre parlando dei lavoratori già occupati.
Non si può agire su una riforma seria del lavoro e degli ammortizzatori sociali a costo zero. La realtà è che non viene dato un euro in più per il tema lavoro. Per il lavoro non viene stanziato nulla; ripeto non c'è un euro in più. Questa è la verità contenuta in questo famoso provvedimento sul quale verrà posta la questione di fiducia. Quindi, cambia zero per i disoccupati; cambia zero per gli imprenditori, piccoli e medi, che non hanno la possibilità di investire e di creare lavoro.
È questo il modo di affrontare il problema? Avremmo voluto - e sinceramente siamo anche un po' sbigottiti per il modo di procedere - che, appena insediato, il Governo Renzi, di fronte alle emergenze del Paese, avesse messo subito in campo, come prima cosa, misure per contrastare questo problema, questa emergenza, quindi intervenendo sul lato economico e fiscale, riducendo la tassazione a carico di cittadini, famiglie e imprese, riducendo il cuneo fiscale, cercando di lasciare alle imprese la possibilità di investire, garantendo loro la facoltà di ricorrere al credito. Questo favorirebbe l'occupazione! Per fare ciò, oggi è possibile reperire risorse - noi lo affermiamo continuamente, tutti i giorni - aggredendo in modo drastico e reale la spesa pubblica improduttiva. La macchina statale centrale ci costa circa 840 miliardi di euro all'anno; di questi più di 200 sono aggredibili subito. Su questo fronte, però, nelle Aule parlamentari non abbiamo visto nulla, non abbiamo visto passare davvero niente.
Allora, se lì si possono reperire risorse, queste dovrebbero essere subito girate al mondo del lavoro. Questo è quanto ripetiamo continuamente. Un modo per agire sulla tassazione, come è stato ricordato anche dai colleghi, si potrebbe individuare. Ad esempio, si potrebbe introdurre - come fanno molti altri Paesi europei - un'aliquota fissa fiscale unica, uguale per tutti; noi l'abbiamo proposta al 20 per cento. Ciò aiuterebbe a contrastare anche il fenomeno dell'evasione fiscale. Ma anche su questo fronte non si è aperto alcun tavolo, non c'è discussione, vi sono sempre e solo enunciazioni di principio.
Il problema riguarda - ripeto - i lavoratori che purtroppo non hanno il lavoro. Occorre ricordare anche le stime, perché forse vale la pena svolgere riflessioni reali. Il 2013 è stato un anno tragico per il boom di imprenditori che purtroppo si sono tolti la vita per l'impossibilità ad andare avanti. L'anno scorso è stata quasi raggiunta la cifra di 150 persone (che purtroppo sono solo quelle rimbalzate alla cronaca come casi noti), tra piccoli imprenditori e artigiani, che strozzate dal peso esoso delle tasse si sono addirittura tolte la vita. Ci rendiamo conto di quale dramma sociale stiamo vivendo, di quale sia l'impatto per le famiglie e le nostre comunità?
Di fronte a tutto ciò, continuiamo a registrare anche nel 2014 un incremento di disperazione vera. In Veneto è stato attivato addirittura un numero verde per le chiamate di persone che vivono situazioni di allarme così drammatiche affinché almeno possano trovare un sistema di aiuto nella società e nelle istituzioni. Ebbene, vi sono già state 1.140 chiamate nei primi mesi del 2014.
Noi continuiamo a parlare di grandi principi, di tipologie contrattuali, dell'articolo 18 sì o no. Non ci rendiamo conto che non viene fatto nulla per investire davvero su quello che sarebbe necessario per favorire la ripresa economica, l'incremento della domanda interna e quindi la possibilità per le imprese di assumere.
Abbiamo assistito invece in questi ultimi giorni ad un altro annuncio, quello del TFR. Come hanno sottolineato il collega che mi ha preceduto e i colleghi del mio Gruppo nella seduta di ieri, è un modo di procedere pericolosissimo e su questo tema bisogna procedere con molta cautela. Si tratta del salario dei lavoratori; è stipendio di cui in parte potrebbero già disporre se ne fanno richiesta. Peraltro non ha il peso della tassazione che sarebbe invece prevista per il salario, e non si sa bene se l'intento del Governo sia quello prelevarlo e metterlo in busta paga per poi tassarlo; non lo sappiamo, su questo nulla si dice e nulla risulta scritto.
Qual è l'intento reale del Governo? Aggredire il risparmio dei cittadini italiani e delle famiglie, perché del TFR avranno bisogno nel momento difficile di crisi in cui usciranno dal lavoro. È un modo pericoloso di agire anche nei confronti delle imprese e delle aziende, perché per queste ultime quella somma è molto difficile da tradurre e liberare in termini di liquidità, perché su di essa hanno investito; è una somma della quale non hanno disponibilità, tenendo anche conto che non possono accedere al credito degli istituti bancari; quindi si crea un circolo vizioso pericolosissimo e si danneggiano le imprese: è stato stimato da studi già effettuati che questo comporterebbe un danno di 10-12 miliardi di euro.
Si agisce pertanto aggredendo i risparmi dei lavoratori e delle famiglie, ancora una volta. Il dato vero è che il Governo sta facendo raschiare il barile alle famiglie e ai cittadini italiani (Applausi dal Gruppo LN-Aut) introducendo tasse nuove in modo subdolo e surrettizio, facendole imporre alle comunità locali e ai Comuni. Guardiamo quello che sta succedendo con la TASI, la TARI, l'IMU, la IUC: non si capisce più quante tipologie di tasse locali i sindaci sono costretti ad imporre ai propri cittadini come esattori per conto dello Stato.
Con questo modo subdolo di aumentare l'imposizione fiscale, il Governo sta già aggredendo i pochi risparmi rimasti delle famiglie, perché se non c'è lavoro, un salario garantito, un reddito da lavoro garantito, devono attingere ai risparmi di una vita. Lo stanno facendo anche i pensionati, mangiando la loro pensione per aiutare i figli che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro. In più adesso c'è anche la preoccupazione di vedere che si arriva a raschiare fino in fondo il barile perché probabilmente si agirà anche sul loro TFR.
Questo è un modo davvero sconsiderato e vergognoso di procedere. Di fronte a tutto ciò, continuiamo a fare proposte di buon senso, che purtroppo rimangono inascoltate. Abbiamo parlato ad esempio della possibilità di ridurre il cuneo fiscale agendo subito sulla spesa pubblica improduttiva, applicando i famosi costi standard, che se venissero estesi per tutti i servizi dello Stato in tutte le Regioni consentirebbero già di incrementare le casse dello Stato di 30 miliardi di euro. Ma su questo tema vi sono sempre e soltanto annunci di principio, e poi non si vede nulla.
Abbiamo proposto di applicare un'aliquota fiscale unica, un sistema che permetterebbe alle famiglie di essere alleggerite dal peso delle tasse, e consentirebbe di recuperare molto dal contrasto all'evasione fiscale, perché pagherebbero tutti di più.
Abbiamo parlato della necessità immediata di abolire la legge Fornero, ma anche su questo il Governo non ascolta ed è silente in un modo vergognoso. La legge Fornero ha ingessato il mercato del lavoro. Ha detto bene la collega Munerato intervenendo ieri: abbiamo nelle fabbriche i nonni e a casa i giovani disoccupati. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).Ripeto, la legge Fornero ha ingessato il mondo del lavoro, lasciando migliaia di persone senza reddito e senza tutele, perché il tema degli esodati è sul tavolo da anni e non viene risolto.
Di fronte a tutto ciò, i cittadini hanno dato una risposta sottoscrivendo il nostro referendum; sono stati milioni a farlo. Abbiamo depositato questa richiesta ma il Governo continua ancora a non portare avanti un'iniziativa voluta dai cittadini su un tema fortemente avvertito facendo finta di nulla, fingendo di non vedere il problema. Abbiamo anche detto che è un falso problema la discussione sui principi: non si può fare una riforma del lavoro seria e introdurre degli ammortizzatori sociali a costo zero, senza investire un euro per i giovani.
Ma c'è di più perché in realtà, in maniera sempre subdola ed occulta, il Governo fa di peggio e va detto ai nostri concittadini che ci ascoltano. Ad esempio, per l'occupazione giovanile non solo non si fa nulla, ma si creano danni enormi: nel decreto-legge n. 133 del 12 settembre 2014, detto sblocca Italia, è stato inserito un taglio di oltre 11,757 milioni di euro dal fondo per gli interventi a favore dell'incremento dell'occupazione giovanile. È contenuto in maniera occulta nel comma di un articolo del decreto-legge sblocca Italia, quindi una mossa meschina, che in realtà va a sottrarre risorse proprio a quel settore, e a quella fascia di popolazione che più ne hanno bisogno; per non parlare di tutte le risorse che vengono sprecate in mille altri modi.
Di fronte a tutto questo, allora, continuiamo a dire basta con le finzioni, i proclami e gli annunci, ma iniziamo davvero ad occuparci di quello che serve al Paese, diamo ascolto alla voce ed al grido di allarme che vengono dal mondo delle imprese e dai nostri concittadini e mettiamo in campo misure vere, perché su questo ci siamo. E invece, continuiamo ad assistere, mese dopo mese, semplicemente ad una rappresentazione scenica messa in campo da Renzi, che nasconde e occulta la realtà ai suoi concittadini. Così non si può andare avanti, e su questo faremo sempre le barricate. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).
Presidenza della vice presidente LANZILLOTTA(ore 11,30)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fucksia. Ne ha facoltà.
FUCKSIA (M5S). Signora Presidente, signor Ministro, colleghi, oggi l'argomento avrebbe dovuto essere il lavoro, il problema per eccellenza, direi, anzi, il problema tra i problemi in Italia. Invece, discuteremo dell'ansia di prestazione del presidente Renzi, che deve correre non per fare, ma per dire e twittare i famosi titoli d'effetto: si accontenta veramente di poco, il nostro Presidente, e punta tutto sull'ostentazione di un'autorità senza autorevolezza. Diversamente, non si spiega.
Questa legge delega avrebbe potuto essere il miglior prodotto di questo Governo, ma confesso che questo passaggio alla fiducia ha spiazzato ogni mia migliore volontà: questo Governo toglie la pazienza ai Santi. Sinceramente non ne capisco il motivo, perché qui, signori miei, o si vince tutti o soccomberemo tutti, e la Germania, che finora ha fatto la «sgargiulla» in Europa e comincia a risentire della crisi degli ultimi della classe, ne è un esempio emblematico. Il lavoro si fa con i lavoratori e con i datori di lavoro, sullo stesso piano, senza populismi, senza pseudoideologie e senza bari.
L'impianto della legge delega a me piaceva. Non sono tra coloro che accusano il termometro di essere la causa della febbre, anzi, vedo nella delega una premessa necessaria, come una giusta cura, un buon metodo ed una buona organizzazione salvano il paziente malato. Abbiamo una disoccupazione pari al 12,3 per cento e tra i 15 ed i 24 anni un ragazzo su due è disoccupato (quindi il 44,2 per cento di essi), con un aumento del 3,6 per cento rispetto all'anno scorso. L'economia è ferma, il PIL, in ribasso, si contrae dello 0,3 per cento e l'attesa è solo di un 0,6 per cento di segno positivo nel 2015. Il problema c'è e non lo crea la delega, ma guardiamone tutti i limiti. Anzitutto, vi è un'eccessiva genericità, che forse è l'unico vero problema, un po' come se uno mi dicesse: «Domani ti garantisco colazione, pranzo e cena, ma il menu è a sorpresa e non è detto che sia di tuo gradimento». Non pretendo di conoscere i segreti dello chef e nemmeno le calorie, ma almeno la lista della spesa. Qui siamo passati dal libro bianco alla delega in bianco: quest'eccessiva genericità rinvia tutto ai decreti legislativi, e lì vedremo il Governo come interverrà (e probabilmente cascherà l'asino). La cosa che più mi fa male è questo pregiudizio, del Governo nei confronti del Parlamento e nostro nei vostri confronti, perché comunque continuate ad alimentarlo con questo modo di fare e con questa mancanza di ascolto, annullando il dibattito.
Si parla di riforma del lavoro e di politiche attive con invarianza della spesa, con un'Agenzia nazionale per l'occupazione. Sono d'accordo: a mio avviso, non bisogna mettere sempre soldi per fare le cose, ma a volte si può anche riorganizzare; mi chiedo però se sarete capaci di farlo, voi che avrete riempito carrozze e carrozzoni per garantirvi e sostenere le vostre poltrone e cabine di regia. Chi scontenterete? Chi manderete via?
Come potete vedere, non sono una fautrice dell'articolo 18, che è una presa in giro e non è più adatto ai tempi. Sono del parere che, anche nella pubblica amministrazione, ci debba essere una estrema mobilità. Non vorrei più sentire pronunciare nella pubblica amministrazione la frase: «A me questo non compete», per il semplice fatto che, secondo me, ogni lavoro ha la sua dignità, se ben fatto. Quindi, anche il discorso del mansionamento è un pregiudizio culturale.
Tuttavia, dobbiamo renderci conto che, così come è impostato, rischiamo di creare la solita favola «che ieri t'illuse, che oggi m'illude - ricordando le parole del poeta D'Annunzio - e poi di ritrovarci in un nulla di fatto, in una crisi maggiore, con una disoccupazione che non scende alla cifra che si attende Renzi. Me lo auguro, anzi ce lo dobbiamo augurare tutti, ma ne dubito e i dubbi mi vengono proprio da questa apposizione di fiducia, che è davvero un fatto molto grave.
Noi dovevamo fare una evoluzione culturale che doveva essere permessa in questo Parlamento. Infatti siamo passati dagli anni Settanta dall'approvazione dello Statuto dei lavoratori, che è stato fondamentale nel diritto del lavoro italiano perché ci ha portato ad essere la settima potenza economica mondiale, ad un mondo che non ci garantisce più quella situazione. Quindi, vedevo favorevolmente il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti perché è una previsione di buon senso. Non posso, infatti, permettermi una Ferrari quando poi non ho neanche il carburante per una 500. Allora prendiamo atto che le riforme non si fanno con i sogni, ma con idealità, rispetto e principi, in modo da garantire a tutti di non andare a piedi.
Oggi siamo passati dal «lavorare fa male alla salute», come scriveva Stellman negli anni Settanta, a «non lavorare fa male alla salute, uccide».
Dobbiamo quindi garantire il lavoro, perché è il principio su cui si basa la nostra Costituzione. Badate bene: io dico proprio lavoro e non reddito. Voi, al contrario, avete fatto una politica - lo si intravede anche in questa legge delega - più di stampo assistenzialistico che orientata alle politiche attive. Secondo i dati Eurostat, un disoccupato in Italia ha a disposizione 74 euro contro i 1.500 all'anno di un disoccupato francese e i 1.700 di un disoccupato tedesco. Ovviamente siamo molto più numerosi, ma la cosa grave è come noi li ripartiamo: nel 2013, su 30 miliardi di euro stanziati, 20 sono andati ai trattamenti di disoccupazione e solo 6 miliardi in sgravi o incentivi alle imprese.
Direi che bisogna partire proprio dal lavoro, dal creare lavoro. Dobbiamo anzitutto dare gli strumenti alle imprese: un costo del lavoro sostenibile, infrastrutture efficienti, banda larga, un costo delle energie competitivo, un Paese libero dalla corruzione a tutti livelli, tempi celeri per la giustizia, lotta dura alle mafie, un diritto del lavoro più semplice, più organico e più funzionale sia per gli imprenditori esteri che per quelli italiani. Le sei tipologie di contratto lavorativo con apprendistato 1, apprendistato 2 e apprendistato 3 sono una cosa improponibile, che non ha senso. Dobbiamo tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro a tutti i costi, quando di fatto è inesistente. Mi riferisco alle imprese che stanno da dieci o vent'anni in cassa integrazione. Il lavoratore inoccupato per dieci o vent'anni perde la qualità di lavoratore. E poi dobbiamo renderci conto che il problema non è solo dei lavoratori, ma anche dei datori di lavoro. Come prima ricordava la senatrice Bisinella, abbiamo dati di suicidio tra imprenditori che non abbiamo mai registrato nel passato. Basta superare la dicotomia tra impresa cattiva e lavoratore buono e metterli sullo stesso piano. Rendiamoci conto che il lavoro non è solo un dovere e un diritto, ma è anche un valore su cui investire, un lavoro per soddisfare maggiormente i bisogni secondari.
Se il diritto alla casa viene soddisfatto con il recupero dei milioni di metri cubi non usati, anziché fare speculazione inutilmente su spazi verdi, magari a prezzi calmierati con una bioedilizia ad impatto zero, ho risolto il problema della casa: posso far pagare 100 o 200 euro di affitto allo Stato o ad una società di gestione pubblica o privata e quindi investire nel lavoro, creare occupazione. Oppure nell'ambito del trasporto pubblico, si potrebbe promuovere l'efficientamento e la promozione fiscale del car pooling e del trasporto elettrico: non mi serve l'auto o me ne serve una a famiglia e non tre e, quindi, abbasso le spese. Ne consegue che posso creare forme di lavoro accessorio temporaneo: minijob sul modello tedesco, 500-600 euro al mese, con costi previdenziali accessibili e convenienti.
Questi sono solo due suggerimenti su casa e trasporto, ma si potrebbe arrivare al lavoro parcellizzato: mi serve a prestazione per 6-7-15 giorni, mando un SMS all'INPS con un'app, trasferisco il credito sul conto lavoro del prestatore d'opera che riceve a fine mese uno stipendio integrato dallo Stato fino a una cifra variabile a seconda delle necessità proprie o del nucleo familiare. Chiaramente la formula va premiata con una detrazione o deduzione fiscale nei confronti di chi usa queste forme innovative che determinano emersione del lavoro nero ed elasticità del job market.
Tuttavia, la soluzione può essere solo l'efficientamento del sistema lavoro-welfare-formazione e del costo della pubblica amministrazione. Questa è l'unica ricetta percorribile: le necessità primarie devono essere amministrate dalla comunità, tutto il resto va lasciato alla libera iniziativa. Io, però, ho paura perché farete la speculazione della speculazione, quindi mi troverò nella situazione in cui non investirete come l'impresa e la stessa economia ci chiedono. Oggi, infatti, dobbiamo pensare a un'impresa che fa certificazione etica, social accountability, che fa sistema di sicurezza integrato (OHSAS 18001). Oggi un'impresa che esce da questi parametri, che sono sostenuti dalla SAI, dall'International labour organization (ILO) e dall'ONU, non può essere concorrenziale. Allora dovrò investire sulla qualità del lavoro, perché l'efficienza di un'impresa sta anche nella motivazione del lavoratore, nella passione e nell'impegno per un lavoro che viene sentito come proprio e per il quale c'è gratificazione anche economica (al riguardo avrei voluto dei paletti), ma soprattutto deve dare l'opportunità di crescita e di costruire un futuro diverso; invece, messo così, diventa quasi una caricatura.
Concludendo, non arriviamo alla situazione paradossale per cui, invece di investire su un medico, su un ortopedico formato, diciamo: oggi mi serve qualcuno che mi fa un'anca, domani qualcuno che mi fa una spalla. Investiamo affinché il lavoratore ricominci a saper fare. Partiamo dalla scuola e diamo dei modelli. Certo, sarà un po' difficile. Vogliamo dare qualche suggerimento, ministro Poletti, su come si fa carriera attraverso le cooperative o su certi accorciamenti di carriera di persone che non hanno mai lavorato, ma hanno trovato strade preferenziali per arrivare? Altrimenti il demansionamento facciamolo in quest'Aula: un metro quadro ciascuno, andiamo a sistemare i sanpietrini di Roma e forse daremo un esempio concreto di come il lavoro si può fare e di come ci si può demansionare; diversamente, daremo ragione a chi sostiene come nelle mansioni si può crescere e produrre qualcosa di utile per il futuro. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Ichino).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cervellini. Ne ha facoltà.
CERVELLINI (Misto-SEL). Signora Presidente, in un articolo sulla FIAT di qualche tempo fa Adriano Sofri de «La Repubblica» faceva notare uno dei tanti intollerabili paradossi del nostro tempo: mentre gli operai cinesi, con gli scioperi della Honda o della taiwanese Foxconn (e i suoi relativi drammatici suicidi), rivendicavano salari meno infimi e condizioni di lavoro meno infami, nel frattempo gli operai occidentali stavano gradualmente diventando più cinesi.
Questo processo non si è affatto arrestato. Sta invece continuando inesorabilmente, soprattutto in Italia, e non riguarda soltanto gli operai, ma si sta estendendo come un'epidemia a tutte le tipologie di lavoro; un'epidemia che definirei emorragica, come e più del virus Ebola. Non passa giorno senza che si registrino tragedie: un suicidio ogni 2 giorni e mezzo. Nell'anno 2013 sono state complessivamente 149 le persone che si sono tolte la vita per motivazioni economiche, secondo i dati resi noti a marzo da Link Lab, il laboratorio di ricerca socioeconomica dell'università degli studi Link Campus University che da oltre due anni studia il fenomeno. E badate che circa un suicida su due è imprenditore: 68 i casi nel 2013, 49 nel 2012. Ma rispetto al 2012 cresce il numero delle vittime tra i disoccupati: sono 58, infatti, i suicidi tra i senza lavoro, numero che risulta più che raddoppiato rispetto al 2012, quando gli episodi registrati furono 28. In 19 casi si è arrivati al gesto estremo per stipendi non percepiti.
Il fenomeno non conosce differenze geografiche. Nel 2012 il numero più elevato dei suicidi per motivi economici si registrava nelle regioni del Nord-Est, un'area geografica a maggior frequenza di suicidio tra gli imprenditori a causa della superiore densità industriale. L'analisi complessiva dell'anno 2013 sottolinea come il fenomeno sia andato uniformandosi a livello territoriale, interessando con la stessa forza tutte le aree geografiche del nostro Paese. Persino nel Mezzogiorno, dove il tasso dei suicidi per crisi economica é sempre stato storicamente più basso rispetto alla media nazionale, vi è stato un allarmante aumento: 13 i casi complessivi dell'anno 2012 a fronte dei 29 del 2013.
Anche nel 2013 la crisi economica, intesa come mancanza di denaro o come situazione debitoria insanabile, rappresenta la motivazione principale del gesto.
La perdita del posto di lavoro continua a rappresentare la seconda causa di suicidio, senza contare i tentati suicidi, dei quali è quasi raddoppiato il numero rispetto al 2012: sono infatti 89 le persone che nel 2013 hanno provato a togliersi la vita per motivazioni riconducibili alla crisi economica, con un incremento registrato nelle regioni meridionali.
Eppure, per il Governo Renzi, i lavoratori assurgono a capro espiatorio del sistema. Cancellare i loro diritti - i nostri diritti - sembra essere l'algoritmo per far ripartire il mondo del lavoro. Strana cura, quella che invece di debellare la malattia pensa di aggravare le condizioni dei malati, come se il fatto stesso di esistere li rendesse complici dell'epidemia.
Eppure questo gioco al ribasso sui diritti va avanti da tempo immemore nel nostro Paese: i vari Governi hanno utilizzato crisi come quella della Fiat come pretesto per l'abolizione dei contratti nazionali, la liquidazione delle garanzie della Costituzione, la mercificazione delle persone. Per non parlare di Alitalia: impegnandosi con gli azionisti per aprire uno scudo al contenzioso e con le banche per la riconversione del debito in azioni, il Governo ha creato tutte le condizioni per l'investimento senza rischi di Etihad, scaricandone i costi sulla pelle di oltre duemila lavoratori e delle loro famiglie, cosa che non è accaduta nemmeno nella drammatica vicenda FIAT.
Eppure il piano di Etihad traccia per Alitalia un futuro di vettore a cinque stelle e prevede un incremento dei ricavi di quasi il 10 per cento entro il 2017.
Per Alitalia, come per molte altre aziende in Italia, non sussiste tanto un problema dì costi, piuttosto di ricavi. I principali interventi sul lavoro di medio-lungo periodo dovrebbero passare attraverso processi di riconversione e ricollocazione.
I numeri preoccupanti di oggi sugli esuberi delle imprese troppo spesso sono il risultato della destrutturazione di alcuni fondamentali comparti, di scelte manageriali inopportune e, soprattutto, dell'assenza di un piano di politica industriale di investimenti nei settori maggiormente strategici per il Paese: è inevitabile che tutto ciò produca conseguenze catastrofiche per il futuro dei lavoratori.
Questa emorragia sta sottraendo al Paese ulteriori prospettive di crescita, già fortemente compromesse. Dove sono gli investimenti? Quale politica industriale vuole tracciare il Governo Renzi, mentre scarica la crisi sui lavoratori?
Capisco allora il senatore Sacconi, ministro ombra di questo Governo sui temi del lavoro, ad aver fiducia in questa coalizione, quando parla dell'anomalia felice che farebbe convergere culture e politiche diverse, che servono alla Nazione per una nuova stagione di sviluppo umano. Che sviluppo è quello che affronta la disoccupazione con nuovi strumenti per licenziare contro ogni regola, non soltanto del diritto, ma persino del comune buon senso? Che pone al centro del sistema l'arretramento dei diritti e l'ideologia della precarizzazione, abbassando ulteriormente la qualità del poco lavoro rimasto in questo Paese? Quale misteriosa formula magica lega la sottrazione dei diritti alla moltiplicazione del lavoro? Non dubito - certo - che il mercato del lavoro sia in testa alle considerazioni per l'Italia del Fondo monetario internazionale, dell'OCSE, della Banca centrale europea e della Commissione europea. È però una contraddizione in termini voler trasformare lo Statuto dei lavoratori in un nuovo testo unico semplificato; né possiamo assolutamente tollerare che, su un tema vitale come quello del lavoro, si agiti - ancora una volta - lo spettro dell'ennesimo decreto-legge. È questo che avviene.
Dovremmo inoltre ricordare una cosa al Presidente del Consiglio. Quando afferma di puntare al modello di lavoro che c'è in Germania, egli ha dimenticato di dire ai giornalisti la verità, cioè che questo modello sarà al netto di tutte le tutele che lì vi sono. Egli ha quindi dimenticato di dire un passaggio fondamentale.
Come sulla Costituzione e sulla legge elettorale, si fa questo gioco veramente poco trasparente e coerente. Questa sorta di controriforma del lavoro prevede, infatti, la cancellazione della Cassa integrazione in deroga e dell'indennità di mobilità, con la sola previsione di un sussidio della durata di 12 mesi. Si sta perciò parlando di totale assenza di concreti ammortizzatori sociali e strumenti di sostegno al reddito, di definitivo scardinamento dell'articolo 18, di demansionamento professionale, oltre che di inadeguatezza gravissima ed estrema del Governo a risolvere i veri problemi del Paese. Quello che sottende la riforma, infatti, è l'assenza assoluta di stanziamenti per realizzarla e di copertura delle spese.
Per tutti questi incredibili ed intollerabili attacchi al diritto al lavoro, noi di Sinistra Ecologia e Libertà, oltre ad aver posto subito la pregiudiziale di incostituzionalità, abbiamo ritirato la gran parte degli emendamenti, proprio per togliere qualsiasi alibi. Sui restanti emendamenti (pochi, ma di sostanza) abbiamo però chiesto una vera discussione e non il braccio di ferro che caratterizza questa legislatura sui temi fondamentali e strutturali.
Vogliamo infatti porre delle questioni concrete: ridurre le tipologie contrattuali, avendo come riferimento principale il contratto di lavoro a tempo indeterminato, che deve restare la forma di regolazione ordinaria dei rapporti professionali e non più una rarissima eccezione; abolire la scala mobile delle tutele crescenti, perché i diritti non si acquisiscono in relazione all'anzianità di servizio (un diritto o c'è, o non c'è); limitare in maniera tassativa i periodi senza garanzie; ammettere cambiamenti di mansione solo a parità di salario e - soprattutto - ripristinare l'articolo 18, come rivisto dalla legge 20 maggio 1970, n. 300, estendendolo alle imprese di qualunque dimensione e settore produttivo ed abolendo, quindi, l'articolo 8 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (in materia di sostegno alla contrattazione aziendale e territoriale) e anche le norme sul lavoro a tempo determinato approvate con il decreto-legge 20 marzo 2014, n. 34.
Il Governo, soprattutto sull'articolo 18, si è firmato una delega in bianco sul lavoro, costellata per giunta di giochi pirotecnici visto che alcune delle modifiche in programma le abbiamo apprese dai giornali e non in Commissione o nelle Aule, da varie dichiarazioni dei senatori Ichino e Sacconi, del ministro Alfano e del Presidente del Consiglio.
Ribadisco, ora più che mai, su questa riforma la necessità di un dibattito vero che ristabilisca il ruolo di primo piano del Parlamento su un tema sacro come quello del lavoro e dell'occupazione. Insomma, non bisogna certo spiegare che resistere oggi significa rendersi conto che siamo circondati da cose scandalose che devono essere combattute con vigore; significa rifiutare di lasciarsi andare ad una situazione che potrebbe essere accettata come disgraziatamente definitiva, perciò quella che inizieremo è un'azione di resistenza alla regressione che questa riforma vuole sancire, se non altro riducendone il più possibile i danni.
I senatori di SEL da tempo sta denunciando questa situazione, da molto prima che arrivasse il cosiddetto jobs act, con le nostre attività al fianco dei territori e delle sempre più diffuse e frequenti proteste dei lavoratori, ma soprattutto stiamo mettendo in evidenza tutti i limiti delle politiche per il lavoro promesse dall'attuale e anche dai precedenti Governi: gli strumenti degli incentivi fiscali una tantum, di riduzione del costo del lavoro, di misure simboliche che solo sfiorano la drammaticità del problema. Io credo che in questo senso tutto questo non possa prescindere dall'obiettivo più lungimirante: l'inversione di rotta rispetto allo smantellamento in corso del nostro sistema economico per fermare il declino altrimenti inarrestabile di Telecom come dell'Alitalia, e dell'importante indotto che interessa le piccole e medie imprese cui si somma il grave ritardo dell'Italia in settori strategici come quello, ad esempio, della fibra ottica.
Telecom, in particolare, rappresenta un drammatico esempio di quanto sta accadendo al nostro sistema industriale. Di questo dobbiamo ringraziare la gestione sciagurata da parte di sciacalli dell'alta finanza, di una società che vantava profitti fiorenti, ma anche l'incapacità di forze politiche che hanno governato e che governano questo nostro Paese, di tracciare adeguate politiche industriali. Il risultato è sempre lo stesso: l'ennesimo bagno di sangue ai danni dei dipendenti, con Telecom, un tempo senza problemi finanziari, che oggi si ritrova con più di 30 miliardi di debito e che continua a perdere pezzi di qualità e quindi, di conseguenza, a dequalificarsi, proseguendo il triste cammino intrapreso con tutte le svendite conseguenti alla privatizzazione selvaggia.
Dal 1997 al 2012 il processo di privatizzazione ha solo espropriato le casse dello Stato, oltre alle tasche di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici e di milioni di utenti, senza neppure la contropartita di una soddisfacente infrastruttura di rete. Quali margini restano per salvaguardare i lavoratori? A chi giova questa politica? Paghiamo a caro prezzo il mancato scorporo della rete che inevitabilmente finirà in mani straniere in quanto fondamentale per garantire la libera concorrenza del mercato, migliori prezzi e servizi.
Perciò mi chiedo davvero: in sede parlamentare abbiamo presentato una risoluzione che chiedeva al Governo di proporre l'introduzione di un sistema continentale di reddito minimo garantito, cofinanziato dagli Stati europei, ricordando che il 21 ottobre del 2010 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sul reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa. Siamo convinti che, in attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - la Carta di Nizza -, il reddito minimo sia un diritto sociale fondamentale, destinato a fungere da strumento di protezione della dignità della persona e della sua possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e politica.
È noto che in numerosi Stati europei, quando si perde il posto di lavoro, si ha la possibilità di accedere ad un sussidio di disoccupazione. In Italia solo il 17,2 per cento dei disoccupati riesce a farlo contro il 94,7 dell'Olanda e il 91,8 del Belgio. Sappiamo anche che quando questo tipo di misura termina si può avere anche un sostegno economico quale il reddito minimo garantito e non si tratta di sostegni simbolici perché l'ammontare medio è pari a circa 600 euro al mese in Belgio e 700 in Austria. È noto poi che, oltre al sostegno finanziario, i nostri concittadini europei in stato di bisogno possono contare sull'accesso alla casa, ai trasporti, alla cultura e alle misure di supporto alla famiglia.
La nostra proposta di legge, istitutiva del reddito minimo garantito, prende le mosse dalla legge n. 4 del 2009 della Regione Lazio che, seppure solo in via sperimentale, ha introdotto sul territorio una misura di reddito garantito dalle caratteristiche fortemente innovative. Modellata sugli schemi di tutela del reddito presenti nella maggior parte dei Paesi europei, prevede un sostegno ai soggetti disoccupati, precariamente occupati o in cerca di prima occupazione pari a 600 euro mensili, oltre ad integrazioni in beni e servizi a carico delle Regioni.
Molte delle proposte, sapete, non ce le siamo inventate: sono nel programma che insieme al Partito Democratico abbiamo presentato e su cui abbiamo chiesto i voti per le ultime elezioni, quelle che ci hanno portato qui, in questo Parlamento, in questo Senato. Noi siamo lì: non siamo "vetero", siamo coerenti.
Da troppo tempo il nostro Paese attende che vengano corrette le drammatiche carenze di un sistema di protezione sociale incapace di offrire garanzie adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale: giovani, donne, lavoratrici e lavoratori precari. L'istituto del reddito di cittadinanza potrebbe produrre un'inversione di tendenza, purché parallelo ad una riforma reale del nostro sistema di sviluppo e ad una strategia del lavoro di ampio respiro che consenta di riallocare le energie lavorative sui livelli più alti della filiera produttiva e su quelli più raffinati dal punto di vista tecnologico con l'innovazione e la sostenibilità delle reti (trasporti, energia, digitalizzazione del Paese).
Ecco, io credo che piuttosto, a tratti, si rilevi una subdola ambiguità, invece, laddove si punta a colpire al cuore la dignità dei lavoratori, prospettando demansionamenti e addirittura sistemi di videosorveglianza. Paradossalmente in questo Paese anche l'indignazione è ondivaga e incomprensibile: se si reagisce duramente alle intercettazioni dei politici, si rimane indifferente alle intercettazioni proposte per i lavoratori.
Sulla legge delle dimissioni in bianco, ad esempio, dimenticavo che questo decreto lo fate con chi ha prima ammazzato quella legge. Nei primi atti del Governo Berlusconi l'avevano immediatamente abolita, poi è stata riapprovata alla Camera e massacrata in Commissione al Senato.
La lotta di classe, che si diceva superata, è ripresa alla grande. Purtroppo la conducono solo i poteri forti contro i deboli, che oggi rischiano non solo di essere la parte che soccombe ma di essere inermi due volte, senza riferimenti politici in una situazione di totale solitudine.
Per quanto mi riguarda sono di parte: sono partigiano. Tra i forti e i deboli sto sempre da una parte, dalla parte dei deboli; e non si tratta di avere scarso senso delle istituzioni; è esattamente il contrario; assieme ai lavoratori vengono umiliati anche i loro rappresentanti, che non vengono coinvolti nella discussione sulla riforma, perché appartengono ad una delle poche istituzioni, come quella del sindacato, non riformabili per decreto.
Ma allora si dialoga solo con quelli accomodanti, che si agitano nei talk show e poi firmano tutto accontentandosi. Gli va bene pure quello che non sanno, pure quello che non gli viene comunicato che gli verrà detto in una fase successiva.
Intanto la situazione precipita: siamo tutti indistintamente costretti a inseguire il lavoro nel precariato, nessuno escluso da questa tragedia. Non crediate di esserne immuni: anche gli esponenti politici, soggetti ai rovesci elettorali, potranno trovarsi in futuro nella situazione di dover ritrovare un'occupazione.
Siamo tutti, giorno dopo giorno, un po' meno cittadini di questo Paese. Fino a oggi i contratti atipici non hanno prodotto un solo posto in più. Lo vogliamo capire? Hanno dato un fortissimo contributo allo scardinamento del lavoro stabile, ne sono stati il tanto sbandierato richiamo per gli eventuali investitori.
Di questo la politica è assolutamente responsabile. È forse questo scenario che ha in mente Renzi, quando ripete di voler trasformare l'Italia per metterla al passo con la competizione globale: al Paese si continuano a domandare atti di fede, nella prospettiva quasi millenaristica dei mille giorni.
Quale fiducia possiamo riporre in un Governo che livella verso il basso le differenze tra i lavoratori, istituzionalizzando di fatto il precariato e l'assenza dei diritti? Lo stesso Presidente del Consiglio, ospite di Michele Santoro, ribadiva questo concetto: non c'è un imprenditore che abbia detto che l'articolo 18 è un problema per lui. È un problema solo del dibattito mediatico.
PRESIDENTE. Deve concludere, senatore Cervellini.
CERVELLINI (Misto-SEL). Infine, concludendo, non nascondo un grande imbarazzo e disagio. A mezzo stampa il Governo annuncia la fiducia; alla Presidenza di quest'Aula non comunica nulla, tantomeno il testo e soprattutto le eventuali modifiche che conterrà.
Ho incontrato ultimamente tante persone disperate, prima impegnate e soddisfatte del loro lavoro e che adesso tentano di tirare avanti in totale precarietà. Credo che su questo dovremmo determinare una battaglia, una lotta ed una riduzione del danno.
Soprattutto vi prego davvero di non fare battute su quello che avverrà nei prossimi mesi e sulle manifestazioni indette dalla CGIL; battute sulla partecipazione sono assolutamente fuori luogo; per scioperare e manifestare si perderanno giornate di ogni lavoratore e lavoratrice. Veramente le battute sono fuori luogo e vi chiedo di non ridere e di non fare battute, perché purtroppo non c'è niente da ridere. (Applausi dal Gruppo Misto-SEL).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Stefani. Ne ha facoltà.
La pregherei di rispettare il tempo di cinque minuti, perché, come sa, per varie ragioni, non aveva più facoltà di intervenire.
AIROLA (M5S). La legge delega è importante!
STEFANI (LN-Aut). Signora Presidente, a parte il fatto che, a quanto ci risulta, il tempo a noi concesso è ben diverso, ma forse c'è stato un equivoco. In questo breve intervento - e penso possano bastare anche cinque minuti - è denunciare ciò che è contenuto in questo atto e denunciare il fatto che chiamare riforma del lavoro un atto del genere è come parlare di riforma della giustizia ed andare a celebrare i matrimoni davanti agli ufficiali di stato civile. Siamo di fronte veramente ad un Governo fatto di proclami, improntato da chi cerca di fare politica semplicemente facendo il tribuno o il capopopolo.
Lo aveva ricordato anche il mio collega Candiani: dobbiamo anche imparare a dire che la politica forse è un vero mestiere e bisogna anche imparare a farla. Statisti non si nasce e chi non lo è deve avere anche l'umiltà di rassegnarsi a non farlo.
Noi della Lega Nord vogliamo denunciare, come abbiamo fatto in tutti i nostri interventi, il fatto che chiamare una riforma jobs act sembra quasi volere dare maggiore ridondanza e valore a ciò che non ha valore; chiamare riforma un intervento come questo per noi non significa assolutamente nulla.
I veri problemi del lavoro, i problemi dell'Italia non si risolvono certo con questo tipo di interventi che poi non sappiamo nemmeno quali siano effettivamente visto che il famoso maxiemendamento resta soltanto nelle oscure stanze e non viene messo di certo a disposizione dell'opposizione per poter magari protestare, come stiamo facendo adesso.
Parlare dell'articolo 18, dello Statuto dei lavoratori ovvero di importanti discussioni che hanno alimentato le Aule, dato la possibilità a molti di scrivere libri, e farne questioni ideologiche forse diventa sterile al giorno d'oggi.
Dal 2008 al 2013 sono stati oltre un milione i licenziamenti individuali e collettivi; se guardiamo a coloro che hanno ottenuto il reintegro nel posto di lavoro o il risarcimento del danno risultano essere circa 2.500. Quindi di cosa stiamo parlando? Dobbiamo capire effettivamente cosa vuole dire mercato del lavoro in Italia. Stiamo parlando di oltre il 44 per cento di disoccupazione giovanile; stiamo parlando di problemi assolutamente seri e gravissimi, che vanno risolti con riforme strutturali e serie, con vere politiche del lavoro, attraverso vere politiche economiche e non con interventi spot che non fanno nulla se non riempire la bocca di un parolaio per cercare di recuperare consensi. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Io credo che tutti i cittadini se ne renderanno conto, come si sono resi conto con la legge Fornero di quello che hanno fatto.
La soluzione non è facile e deve essere affrontata con grande serietà, ma la serietà è quella di questo Governo, che di fronte ad un problema del lavoro serio, contingente e drammatico - se la gente non lavora, signori, l'Italia non va avanti - stanzia 130 milioni nel decreto stadi per rifinanziare l'operazione «Mare nostrum». (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Questi soldi non risolvono i problemi dell'Italia, dei giovani e del lavoro, ma alimentano un problema che ha visto l'Italia lasciata sola. Il Governo attuale non ha nemmeno la forza e il coraggio di dire che questo è un problema europeo e non italiano o non solo italiano. (Applausi del senatore Marin). Pensiamo alla gravità della scelta di spendere 10 milioni al mese per affrontare il problema dell'immigrazione col risultato di vedere le caserme di Polizia piene di profughi, sottraendo alla stessa Polizia il compito di tutela del territorio e della sicurezza. Cominciamo ad essere seri, è ora. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Taverna).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pagano. Ne ha facoltà.
PAGANO (NCD). Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, il disegno di legge al nostro esame rappresenta il frutto di una interlocuzione preziosa tra il Parlamento e il Governo che ha consentito, grazie al senso di responsabilità di tutte le forze politiche presenti in Commissione lavoro ed alla franca e leale collaborazione tra i componenti di essa, di portare all'esame dell'Assemblea del Senato un testo di valenza storica.
Un plauso particolare va al presidente Maurizio Sacconi, che come relatore del provvedimento ha saputo imprimergli vigore valutando, con spirito aperto e disponibile, le modifiche proposte dall'opposizione sostenendone alcune, che infatti hanno trovato il consenso della Commissione.
Nella sua qualità di Presidente della Commissione stessa, egli ha svolto una paziente, tenace ed efficace opera di mediazione e di conduzione dei lavori. E un ringraziamento, oltre che al ministro Poletti, va alla sottosegretaria, onorevole Bellanova, per la costante e preziosa presenza in Commissione, a partire dalla primissima fase istruttoria, corroborata da audizioni delle parti interessate, fino alla conclusione dell'esame.
La Commissione ha svolto un lavoro assai complesso. Desidero pertanto associarmi alle parole di ringraziamento del presidente e relatore Sacconi e rivolgere anch'io un ringraziamento non formale al segretario della Commissione, dottoressa Abagnale, all'Ufficio di segreteria tutto e al Servizio studi, per l'impegno e la professionalità mostrati nel supportare l'attività della Commissione stessa.
Dicevo della complessità del lavoro svolto dalla Commissione, nelle sedi formali ed informali. Proprio questo intenso lavoro ha precisato ed arricchito il testo originariamente proposto, introducendo nuovi criteri direttivi o meglio precisando quelli già presenti, e così delineando con maggiore efficacia i binari entro i quali il Governo dovrà esercitare le singole deleghe. Sarà poi compito del Parlamento valutare la rispondenza dei decreti delegati a quei principi e a quei criteri. In questo senso, posso anticipare che l'esame della Commissione lavoro, anche grazie agli approfondimenti già svolti in questa fase, sarà anche in quella vigile ed attento.
Non voglio in questa sede soffermarmi sulle singole modifiche introdotte, che già sono state oggetto di disamina da parte del relatore e che sono adesso rimesse alla valutazione dell'intera Assemblea del Senato.
Vorrei però ribadire che con questo disegno di legge delega abbiamo scritto una pagina storica, che segna finalmente l'uscita del nostro Paese dal lungo Novecento e l'affaccio sul XXI secolo. Si tratta infatti di un testo che cambierà il verso ad una visione che per cinquant'anni, salvo brevi ma intense parentesi di riformismo, ha tenuto il mercato del lavoro italiano incollato ad una politica di tutela sempre e comunque dei lavoratori e di pregiudizio nei confronti degli imprenditori.
Tutto il Dopoguerra italiano è stato infatti influenzato, più che altrove, da una sinistra politica e sociale che ha esercitato un potere di condizionamento specifico sulla regolazione del lavoro.
Eppure proprio in Italia, e dunque nel Paese in cui il sindacato ha svolto un ruolo di attore principale nella gestione dei rapporti lavorativi, si sono prodotti contemporaneamente fenomeni di bassa occupazione, bassi salari, bassa produttività e bassa dimensione d'impresa. Ribaltare questo pregiudizio significa quindi restituire la dovuta dignità a chi produce occupazione, fa lavoro e lo tutela, perché conosce il valore di chi presta lavoro.
In questa delega, onorevoli colleghe e colleghi, sono contenute norme che assicurano da una parte più flessibilità nei rapporti di lavoro e dall'altra più tutela nei confronti dei lavoratori; norme che miglioreranno le protezioni contro la disoccupazione, che aggiorneranno le regole del rapporto di lavoro alla nostra epoca di incertezza, che garantiranno più diritti a tutti e non solo ad alcuni e comunque a pochi, che renderanno il mercato del lavoro più equo, ma anche più snello e in grado di assorbire con velocità i cambiamenti sempre più imprevedibili e repentini ai quali, da quasi un decennio, siamo posti di fronte.
E non si tratta solo del famigerato articolo 4, che ha l'ambizione di riformare lo Statuto dei lavoratori riscrivendolo in maniera più semplice.
Il testo licenziato dalla Commissione lavoro per quest'Aula contiene infatti anche altri aspetti, sui quali vorrei richiamare l'attenzione di tutti voi. Tra questi vi è anzitutto la riproposizione della filosofia del Libro bianco sul lavoro in Italia, firmato da Marco Biagi e Maurizio Sacconi nel 2001, secondo la quale è necessario combinare una regolazione più flessibile del singolo rapporto di lavoro con una maggiore capacità del sistema educativo e degli istituti del mercato del lavoro di rendere continuamente occupabili le persone. In questo contesto, è necessario essere convinti che le regole per incoraggiare i datori di lavoro devono essere semplici, certe e certamente applicate, onde evitare errori di un passato, anche recente, quali una flessibilità in uscita che, se rimessa alla discrezionalità del magistrato, priva i datori di lavoro delle necessarie certezze o anche una maggiore rigidità in entrata, che in realtà contrae i lavori già attivi.
In questo senso appaiono pienamente condivisibili le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che intende ridurre i margini di discrezionalità del giudice e fornire certezze al datore di lavoro.
Un secondo aspetto destinato ad avere grande impatto sull'assetto del mercato del lavoro è rappresentato dall'ampliamento e dalla generalizzazione degli strumenti di integrazione del reddito su base assicurativa (ASPI e cassa integrazione), che sono disposti in questo provvedimento e che permetteranno il superamento delle forme di sostegno in deroga, che pure hanno svolto una funzione rilevante negli anni della crisi, ponendo fine all'utilizzo confuso di questi strumenti.
In terzo luogo, il testo segna il rafforzamento dei servizi di accompagnamento di coloro che cercano un lavoro, mettendo in competizione tra loro operatori pubblici e privati, in quanto verrebbero liberamente scelti dal cittadino e remunerati a risultato, vale a dire all'atto del conseguimento di un'effettiva occupazione.
La delega di cui all'articolo 4, poi, estende l'eventuale introduzione del compenso orario minimo, previsto per i rapporti di lavoro subordinato, ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, limitandola ai settori non regolati da contratti collettivi ma soprattutto, nell'introdurre il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, apre ad un nuovo Statuto dei lavoratori.
Questa delega consentirà infatti la redazione di un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro e, pertanto, la riscrittura di quella parte dello Statuto che non riguarda i diritti sindacali, con particolare attenzione all'articolo 4, all'articolo 13 e all'articolo 18 e, dunque, alla revisione della disciplina delle mansioni, che deve contemperare l'interesse dell'impresa in fase di riorganizzazione e l'interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro e della professionalità; alla revisione dei controlli a distanza, che deve tener conto dell'evoluzione tecnologica, delle esigenze produttive dell'impresa e della dignità e riservatezza del lavoratore; al licenziamento.
L'obiettivo del Governo - lo hanno ribadito nei giorni scorsi sia lo stesso Presidente del Consiglio sia il presidente del Nuovo Centrodestra e ministro dell'interno Angelino Alfano - è spronare l'utilizzo del contratto a tempo indeterminato, da una parte facendolo costare di meno di ogni altro e dall'altra, però, eliminando quei vincoli e quelle incertezze che fino ad oggi hanno bloccato le intenzioni di assumere degli imprenditori, italiani e internazionali.
Si tratta di un obiettivo fondamentale, che consentirà finalmente nel nostro Paese la nuova partenza del mercato del lavoro e dell'intera economia. In questo senso, è bene chiarire una volta per tutte che la riforma del lavoro rende il contratto a tempo indeterminato più conveniente solo se prelude a norme semplici, certe e certamente applicate. Come giustamente affermato nei giorni scorsi dal presidente Sacconi, non sono accettabili pastrocchi, frutto di contorsionismi che scontentano tutti, riformisti e conservatori. L'imprenditore chiede infatti di conoscere con certezza cosa succederà nel caso di rottura del rapporto di fiducia con il collaboratore; e a questa richiesta occorre che il legislatore risponda ponendo norme certe.
Proprio sulla base di tali considerazioni, mi auguro che quest'Aula esamini il testo con celerità e che si possa varare al più presto una riforma destinata ad avere ricadute trainanti sull'intera nostra economia. Mi pare infatti opportuno sottolineare, e al tempo stesso ricordare, che la via maestra per il cambiamento è nella riforma costituzionale, che riporta il lavoro e la formazione sotto la competenza dello Stato, superando l'attuale negativa segmentazione istituzionale della materia tra Province e Regioni, le quali dovranno accettare, come proposto da questo disegno di legge delega, meccanismi di convergenza e di controllo.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, i cittadini ci chiedono di superare gli steccati puramente ideologici e di guardare alle necessità dell'oggi; a noi parlamentari il compito di raccogliere questa richiesta e di tradurla con senso di responsabilità e con coraggio in quelle misure nuove e coraggiose per la crescita e l'occupazione, dirette soprattutto e più efficacemente ai giovani, cui ha fatto qualche giorno fa riferimento anche il presidente Napolitano. Consentiremo così al Paese di lasciarsi alle spalle corporativismi ed ingiustizie, garanzie riservate a pochi, assenza di prospettive per le nuove generazioni, affacciandosi con fiducia sul futuro. (Applausi dal Gruppo NCD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giarrusso. Ne ha facoltà.
GIARRUSSO (M5S). Signora Presidente, colleghi, io mi vergogno di vivere in un Paese dove il nostro Presidente del Consiglio, il vostro Presidente del Consiglio, mente spudoratamente; e lo fa da mesi su tutti gli argomenti. Ma su questo, presidente Zanda, lo fa in maniera specifica. E che cosa dice? L'articolo 18 si applica a 4.000 lavoratori e non di più.
Ebbene, iniziamo a parlare dei soggetti cui si applica l'articolo 18, perché sono loro che state svendendo. Prendiamo un dato che sicuramente viene da un organismo molto grillino: il centro studi della CGIA di Mestre secondo il quale l'articolo 18 si applica in Italia a due lavoratori su tre. Stiamo parlando di circa 8 milioni di lavoratori su quasi 12.
A questi lavoratori state sottraendo non un regalo fatto graziosamente dai padroni, ma conquiste, che sono costate in questo Paese lacrime e sangue. L'articolo 18 non vige da sessant'anni; è il frutto delle battaglie degli anni Sessanta, costate morti in questo Paese. E voi le state svendendo. Per andare dove? Qual è il modello che Renzi ha in mente, visto che continua a mentire? È forse quello della Tunisia e del Marocco? Quelle sono le tutele dei lavoratori e il mercato del lavoro cui si rivolge. Noi dovremmo fare concorrenza a quei Paesi, invece di guardare all'Europa, come dicono loro. Guardiamo all'Europa? Si guarda ai Paesi più poveri, dove le multinazionali vanno a saccheggiare l'unica ricchezza che questi Paesi hanno: le braccia, la forza lavoro. Lo vogliono fare anche qui in Italia e lo vogliono fare con voi del Partito Democratico che dopo aver votato questa infame norma vi potete accomodare di là, col partito dei padroni. (Applausi dal Gruppo M5S e della senatrice Bignami). È questo che vogliono fare: il partito dei padroni. E come lo vogliono fare? Tutele crescenti in tre anni. Bene, questo è un altro dei giochi dialettici cui ci ha abituato la politica in questi ultimi anni. Vogliono fare la guerra e la chiamano missione di pace; non è più guerra.
La gente in questo Paese è disperata perché è fuori dal vero mercato del lavoro tutelato; è precaria e ridotta in schiavitù, vuole un contratto a tempo indeterminato. Diamoglielo, ma svuotato di contenuto. Che cos'è un contratto a tempo indeterminato senza la tutela? Non è nient'altro che sfruttamento. (Applausi dal Gruppo M5S). È questo quello che volete dare ai nostri giovani e ai nostri lavoratori: disperazione e sfruttamento. Saranno contenti ed avranno un bel contratto a tempo indeterminato che non vale niente, che non potrà essere tutelato.
Vogliamo parlare del demansionamento? In questo Paese abbiamo fatto delle battaglie di civiltà. Ricordo che negli ultimi anni ci sono state battaglie su un problema enorme del mondo del lavoro, che si chiama mobbing. Ma ve lo siete scordato? Lo sapete che cos'è ilmobbing? E adesso parliamo di demansionamento per legge? Bene, così non ci sarà più problema di mobbing: il lavoratore sarà completamente alla mercé di chiunque abbia intenzione di demansionarlo, di ridurgli il trattamento economico e di mandarlo a fare altro rispetto a quello per cui era stato assunto! E chi pagherà per primo questo conto?
Voi lo sapete: saranno le lavoratrici, le donne impiegate nel mondo del lavoro! (Applausi dai Gruppi M5S e Misto-MovX e del senatore Barozzino). Su queste state buttando la croce, seguendo un uomo che non ha mai lavorato nella sua vita, un solo giorno, se non alle dipendenze di suo padre, con un contratto fasullo per truffare lo Stato! (Prolungati applausi dai Gruppi M5S e Misto-MovX).
TAVERNA (M5S). Bravo, bravo!
GIARRUSSO (M5S). Sapete quando servono le tutele per i lavoratori? In questi momenti; non certo quando l'economia va bene perché non c'è bisogno di tutele: quando c'è il sole nessuno ha bisogno dell'ombrello; adesso non piove, ma grandina sui lavoratori di questo Paese, e voi li volete lasciare indifesi! (Applausi dai Gruppi M5S, Misto-MovX e del senatore Barozzino).
TAVERNA (M5S) E bravi compagni! (Commenti dal Gruppo PD).
AIROLA (M5S). Bravi compagni! (Richiami della Presidente).
TAVERNA (M5S). Ma Presidente, diciamo loro «compagni» e si offendono?
GIARRUSSO (M5S). Volete sapere cos'è il lavoro in questo Paese? Vi invito a leggere «l'Espresso» - noto giornale comunista o grillino, definitelo voi - e in particolare un articolo del 15 settembre 2014, dedicato ad un'indagine dell'università di Palermo relativa alla condizione dei lavoratori dell'agricoltura in Sicilia, che versano in condizioni di schiavitù, ed al trattamento riservato alle donne rumene nel nostro Paese: vergognatevi di pensare di mettere 8 milioni di persone nelle stesse condizioni! (Applausi dai Gruppi M5S e Misto-MovX).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Parente. Ne ha facoltà.
PARENTE (PD). Signora Presidente, siamo arrivati al momento finale del percorso del disegno di legge delega, avviato in Commissione lavoro nel mese di aprile. Vorrei richiamare la vostra attenzione sul valore delle riforme e quindi sulla necessità delle riforme per l'Europa, non solo perché il momento è difficilissimo economicamente, ma per il valore delle riforme in sé.
Riformare un sistema presuppone orecchie e occhi attenti alla realtà per capirla, intercettarla e farla propria, avvicinandosi ad essa senza categorie preconcette o ideologismi. Nello stesso tempo è necessario partire dalla realtà per disegnare nuovi modelli, nuove politiche e nuove visioni. Riformare significa accogliere i cambiamenti e costruire soluzioni per il presente ed il futuro, sulla base di bisogni ed esigenze veri delle persone e della società. È il nostro compito in quest'Aula, signora Presidente, nell'approvare il disegno di legge di delega sul lavoro.
Quando ci avviciniamo alla realtà del lavoro, ci rendiamo conto che essa è composta da tre momenti: per l'inserimento nel mondo del lavoro, l'attività lavorativa e la perdita del lavoro. Questi tre momenti sono cambiati strutturalmente perché è cambiato il sistema economico, sociale e politico di riferimento. Il primo elemento fondamentale è che si entra nel mondo del lavoro tardi, con modalità discontinue, e si vive più a lungo; il secondo è che non vi è un mestiere, ma un universo di lavori; il terzo è che nessuna impresa, negli ultimi trent'anni, è rimasta uguale a se stessa dal punto di vista organizzativo, competitivo e di business.
Di fronte a tali mutamenti non possiamo più ragionare di processi statici del lavoro: è una sfida per noi, per il sindacato e per l'organizzazione delle imprese. Il modo migliore di proteggere il lavoro e di mantenere l'occupazione è costruire strumenti che vadano incontro ad esigenze diverse: questa è la delega con l'allargamento degli ammortizzatori sociali, l'istituzione dell'Agenzia per l'impiego, politiche attive per il lavoro e il sostegno alla maternità ed alla conciliazione tra lavoro e famiglia.
In questi giorni si è parlato tanto di diritti, ma io penso - e lo dico anche alla mia parte politica - che sia arrivato il momento di costruire una nuova stagione di diritti, correlata ad una nuova stagione di doveri e ad una comune etica del lavoro tra imprese, lavoratori e lavoratrici. Mi riferisco al diritto al sostegno al reddito, per i periodi di non lavoro, correlato però al dovere del lavoratore e delle lavoratrici di rendersi disponibili ad una nuova offerta di occupazione e formazione. Mi riferisco anche al diritto all'orientamento ed alla formazione continua, ma anche a quello di avere la stessa qualità di servizi al lavoro in tutto il territorio nazionale. Mi riferisco poi al diritto alla riqualificazione professionale perché molte innovazioni attraversano il lavoro, a partire dalla digitalizzazione. Altro che lavori di serie A e B. Questa è la nuova impalcatura dei diritti che dobbiamo costruire. D'altra parte, è dovere delle aziende riprendere una responsabilità sociale di impresa ed è per questo che lo Statuto dei lavoratori va adeguato alle nuove esigenze organizzative e tecnologiche. Nella delega c'è. Questo va rafforzato con riferimento alla contrattazione nazionale di secondo livello, perché è lì che le parti discutono di innovazione e cambiamenti.
Con le norme previste da questa delega mai più una ragazza e un ragazzo dovranno sentirsi soli nella ricerca di lavoro. Una società libera ed aperta deve garantire pari opportunità di accesso al lavoro e - voglio dirlo a parte dell'opposizione - non solo per chi ha reti familiari e amicali. È questa costruzione giustizia? È questa riduzione dei diritti? Su questo va costruito il merito.
Mai più, con questa delega, chi perde lavoro a cinquanta anni rimarrà senza la possibilità di essere inserito e ricollocato al lavoro e magari senza il sostegno al reddito perché ha partita IVA.
Signor Ministro, la delega va all'allargamento degli ammortizzatori sociali, ma noi dobbiamo andare verso l'universalizzazione dei diritti e anche l'allocazione delle risorse deve sostenere questa politica.
Mai più non prendersi cura delle disoccupate e dei disoccupati. Scriveva Ezio Tarantelli un articolo, nel 1985, «Disoccupati per l'eternità?», declinando le sue proposte, pagando con la vita il coraggio delle sue idee.
Il percorso che abbiamo compiuto in questi mesi in Commissione lavoro, onorevoli senatori, è stato positivo. Lo hanno ricordato molti dei miei colleghi e il relatore stesso, con la collaborazione costruttiva anche delle opposizioni, soprattutto in tema di politiche del lavoro.
Ma per me c'è di più. Ci sono delle questioni che vanno affrontate per risolvere problemi di debolezza strutturale italiana che non hanno colore politico, come il tema delle semplificazioni (articolo 3 della delega). La semplificazione non rientra in un programma di parte. Esercita un richiamo ampio, soprattutto in periodi di difficoltà economiche, in cui la riduzione delle complessità dei lacci burocratici è importante per le aziende in generale, per quelle piccole in particolare e per molti di noi nella vita quotidiana.
Presidenza del presidente GRASSO(ore 12,31)
(Segue PARENTE). Con una disoccupazione del 12,3 per cento, giovanile al 44,2, con le crisi aziendali sempre più frequenti, con l'espulsione di ultracinquantenni, il lavoro in Italia non può essere argomento ancora così divisivo e intriso di ideologia. Troppa è l'attenzione - a mio parere - e forse eccessiva in queste ultime settimane, dell'opinione pubblica sull'articolo 18. La delega è molto altro. Certo, introducendo un contratto a tutele crescenti significa intervenire sulla normativa dell'articolo 18. Ma lo spirito della delega è stato sempre quello di rendere il contratto a tempo indeterminato come la forma comune di contratto di lavoro, disboscando anche tutte quelle tipologie diverse che producono precarietà. In questo il testo uscito dalla Commissione va rafforzato. Concordo con chi l'ha detto in quest'Aula.
Per agevolare l'occupazione e il contratto a tempo indeterminato, occorrono incentivi contributivi e fiscali, riordinando e razionalizzando quelli esistenti, come previsto dalla delega. Serve certezza e stabilità delle regole sui licenziamenti per gli imprenditori. Se la legge n. 92 ha prodotto troppo contenzioso, questo va rivisto. Di questo parliamo.
La delega non è un provvedimento concluso. Ci saranno i decreti attuativi. Tante questioni saranno risolte.
Certo, da sola la delega non può rilanciare il lavoro in Italia. Occorre un pacchetto di riforme come quelle già messe in campo dal Governo Renzi, dalla pubblica amministrazione alla giustizia, ad una attenzione alle risorse europee, alla promozione del made in Italy, ad azioni per incentivare investimenti. C'è poi da affrontare in maniera seria il tema della scarsa produttività nel Paese, sicuramente insieme ai sindacati, dando spazio alla contrattazione decentrata.
Concludo, signor Ministro: noi parlamentari stiamo delegando la funzione legislativa al Governo. Il Parlamento avrà la possibilità di dare un parere sui decreti delegati. La storia legislativa italiana è piena di deleghe non attuate e di riforme mancate. Questa è la volta buona. Noi confidiamo che questa sia la volta buona per attuare una riforma strutturale e di sistema.
Abbiamo fiducia in lei e nel suo Governo come i cittadini e le cittadine dovranno avere fiducia nel Parlamento, in quello che stiamo approvando oggi, perché le condizioni reali del lavoro le abbiamo in casa. Sono quelle delle nostre e dei nostri figli. A loro una politica che costruisce il futuro deve guardare. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Sacconi).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
SACCONI, relatore. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, care colleghe e cari colleghi, credo possa ritenersi che la discussione sia stata davvero ampia, anche se caratterizzata da molti pregiudizi, alcuni dei quali tesi a sopravvalutare le potenzialità negative delle disposizioni che saranno precisate con i decreti delegati in relazione ai diritti e alle tutele nel lavoro; altri invece rivolti alla sottovalutazione delle potenzialità positive che questa riforma potrà generare.
Non posso non rilevare la significativa assenza nel dibattito di un partito importante, Forza Italia, del quale non ha preso la parola nessun esponente. Mi auguro che questo silenzio voglia preludere ad un atteggiamento costruttivo e non ad una distratta considerazione di quanto stiamo facendo.
Voglio anche sottolineare le molte orgogliose rivendicazioni del metodo e dei contenuti propri della tradizione riformista da parte di molte senatrici e molti senatori, in modo particolare di quelle senatrici e di quei senatori che appartengono alla Commissione lavoro. Cito per tutte e per tutti la senatrice Parente, intervenuta poco fa. I riformismi, quello della senatrice Parente e del senatore Pagano ma come ho detto anche quello di molti altri si sono incontrati emblematicamente in questo provvedimento, che ci auguriamo possa determinare più lavoro e migliore lavoro in un contesto di crescita della nostra economia reale.
Farò pochissime osservazioni, che rimetto in modo particolare al Governo, tese a rafforzare quella coniugazione di flessibilità e sicurezza che è sempre stata l'ambizione delle riforme di questi anni, anche di Governi sostenuti da maggioranze di segno diverso.
In questo ambito colloco l'auspicio che ogni economia rinvenibile nell'ambito dell'esercizio delle deleghe sia destinata a rafforzare gli ammortizzatori sociali, auspicando peraltro che la legge di stabilità, come più volte osservato, possa destinare risorse aggiuntive dedicate in modo particolare all'universalizzazione dei sussidi, ancorché su base assicurativa.
Inoltre, colloco l'auspicio che si possa produrre una robusta convergenza delle politiche attive delle Regioni, che oggi sono invece caratterizzate da fortissima dispersione e incongruenza degli interventi.
Auspico però che la riforma costituzionale, ora all'esame della Camera, possa disegnare un federalismo a geometria variabile, fatto di Regioni o Province autonome, come quella meritevole di Bolzano, capaci di confermare e consolidare poteri anche con riferimento alle politiche attive del lavoro, mentre auspico che la competenza primaria in materia di lavoro e formazione possa ritornare allo Stato, dopo le disastrose esperienze della maggior parte del territorio nazionale.
Credo sia doveroso accogliere l'invito, venuto da molti interventi, di promuovere il contratto a tempo indeterminato tanto con abbattimento di oneri diretti e indiretti sul lavoro quanto con regole semplici e certe, riferite soprattutto alla materia dei licenziamenti, in modo che non vi sia, ancora una volta, consegna di potere discrezionale al giudice, con l'effetto di ridurre la propensione ad assumere che noi invece vogliamo incoraggiare, soprattutto quando si rivolge al contratto a tempo indeterminato.
La doverosa revisione delle tipologie contrattuali - io stesso nella relazione ho auspicato il superamento della strana esperienza delle collaborazioni coordinate e continuative - si deve anche coniugare con la possibilità di modificare la regolazione di quelle che sopravvivranno in modo che risulti più semplice e più certa. Il mercato beve, utilizza, ciò che appunto si caratterizza per regolazione semplice, certa e certamente applicata dagli interpreti, dalle funzioni ispettive come da quella giurisprudenziale.
Le esigenze delle imprese devono coniugarsi con quelle del lavoratore in termini di tutela della dignità e della professionalità. Questo vale in particolare per gli articoli 4 e 13 dello Statuto dei lavoratori (dell'articolo 18 abbiamo già detto poco fa). Per quanto riguarda in modo particolare le mansioni, è bene che, accanto a regole certe sul modo di adeguare le mansioni alle riorganizzazioni produttive, vi sia un riconoscimento della capacità della contrattazione aziendale di effettuare ulteriori modi con cui il datore di lavoro e il lavoratore si adattano reciprocamente in relazione ad obiettivi comuni.
Il senatore Berger e poco fa anche la senatrice Parente e molti altri hanno indicato le potenzialità della contrattazione di prossimità, che in altra sede e con altri strumenti avremo il dovere di promuovere, quanto più riportando anche ad incentivazione adeguata quel salario che viene deciso nell'ambito di una contrattazione che potremmo definire di per sé virtuosa, perché consente di collegare il reddito alla maggiore produttività e così permette di far crescere il reddito lì dove le condizioni d'impresa lo consentono, evitando quell'appiattimento che ha spesso mortificato i redditi sulla base di una invasiva contrattazione centralizzata.
Infine (perché no?) una sottolineatura circa una maggiore diffusione dei voucher. Dicevo nella relazione che ci dobbiamo preoccupare delle aree del Paese e dei settori nei quali i voucher non vengono utilizzati, più che dei luoghi in cui vengono utilizzati, perché pochi sono ancora i luoghi di utilizzo, molto complicate le modalità ed è bene che la maggiore diffusione si coniughi con una maggiore tracciabilità, in modo da monitorare l'evolversi di quei rapporti di lavoro, di quelle prestazioni così semplicemente definite.
Mi sia consentito un ringraziamento specifico alla collega Spilabotte, la vice presidente della Commissione che ha seguito con continuità quanto me tutto il dibattito. Ho apprezzato il suo intervento.
Ora il nostro compito è di fare presto e bene; presto perché, nella misura in cui siamo convinti della necessità di queste norme, dobbiamo fare presto nell'approvare la delega e fare prestissimo nel consentire al Parlamento di esaminare quei decreti delegati nei quali certamente si potranno nascondere - come sempre nei dettagli - angeli e demoni. Confido però che saranno presenti gli angeli del rinnovamento di una legislazione del lavoro che vogliamo corrispondente agli straordinari cambiamenti che stiamo vivendo in funzione, come dicevo, di more and better job, come dicono in Europa: di più lavoro e di migliore lavoro per tutti. (Applausi dal Gruppo NCD e dei senatori Marcucci e Mauro).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signor Presidente, onorevoli senatori, voglio esprimere in primo luogo un ringraziamento a tutti voi per il lavoro che avete svolto e per la discussione. Ho ascoltato molti dei vostri interventi e vi ho trovato suggerimenti, suggestioni e critiche, alcune giuste e altre che assolutamente non mi sento di condividere. Ho trovato molta parte del sentimento del nostro Paese e ho trovato atteggiamenti lontani dalla sostanza della delega. Ho sentito critiche legittime, ma che non parlavano e non parlano della delega che stiamo discutendo. (Commenti del senatore Airola).
Cercherò quindi di riflettere con voi e di rappresentare in sintesi qual è il senso profondo di quello che vogliamo fare.
D'altra parte, questa discussione si è sviluppata sul testo licenziato dalla Commissione lavoro del Senato, che voglio ringraziare particolarmente perché i lavori della Commissione hanno migliorato il testo che era stato presentato. Ci sono elementi importanti, basterebbe riflettere sul tema della solidarietà espansiva, cioè la possibilità di distribuire il lavoro tra più lavoratori, o pensare al tema, che è stato introdotto, di utilizzare al meglio le innovazioni tecnologiche e la possibilità di usare i sistemi informatici per avere le informazioni necessarie a gestire i processi, oppure alla possibilità di scambiarsi o di assegnare le ferie non godute ad un collega: atti di solidarietà e di attenzione che vanno colti ed apprezzati. Voglio riconoscere questo lavoro e ringraziarvi per quello che avete fatto.
Gli obiettivi fondamentali che il Governo si pone con questa delega sono essenzialmente i seguenti.
Il primo, fondamentale, obiettivo è semplificare e rendere certe le norme, le procedure e i contratti, semplificare i controlli. Credo che siamo tutti coscienti di un fatto: l'incertezza è il veleno che uccide gli investimenti. Questo è quindi il primo punto su cui dobbiamo lavorare.
C'è poi un secondo punto: estendere i diritti nel rapporto di lavoro attraverso l'introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e abolendo e riformando i contratti che precarizzano.
Si intende poi estendere gli ammortizzatori riformandoli e universalizzare le tutele nella disoccupazione. Promuovere le politiche attive e costruire un'adeguata strumentazione. Rendere attiva e condizionata l'utilizzazione di tutti i sussidi. Sostenere la genitorialità e tutelare la maternità.
In sostanza: noi vogliamo riprogettare le infrastrutture normative e gli strumenti operativi per fare in modo che la priorità del lavoro diventi davvero concretamente realizzabile.
Per il Governo italiano è assolutamente centrale e prioritaria la delega lavoro in tutta la sua portata, non solo l'articolo 18, che ne rappresenta certo una parte significativa ma che nelle nostre aspettative non è, come invece potrebbe apparire dalla discussione di queste settimane, una sorta di alfa e omega della nostra riflessione. Rispetto pienamente tutte le considerazioni svolte su questo argomento. Considero forse eccessive le aspettative, in senso sia positivo che negativo, che vengono caricate su questo argomento, che è sicuramente rilevante ma meno decisivo di quanto si possa ritenere. (Commenti dei senatori Marton e Santangelo).
Purtroppo, la concentrazione della discussione su questo punto ha limitato l'analisi e la valutazione di un testo che a mio avviso presenta contenuti rilevantissimi e in grado, se pienamente realizzati, di modificare radicalmente il mercato del lavoro nel nostro Paese.
Per capire pienamente il segno e il senso di questo provvedimento non è sufficiente avere presenti ed elencare puntualmente i dati pesantissimi, drammatici dello stato dell'occupazione e della disoccupazione del nostro Paese, che conosciamo molto bene. Non basta scorrere le classifiche europee e confermarci nella considerazione che stiamo sistematicamente in posizioni negative. Non è urlando forte i numeri della crisi che i problemi trovano soluzioni.
Piuttosto dovremmo porci, come Paese, questa domanda: come abbiamo fatto a finire in questa situazione? (Applausi ironici dal Gruppo M5S. Commenti dei senatori Castaldi e Martelli).
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Com'è potuto accadere?
SANTANGELO (M5S). Spiegatelo!
PRESIDENTE. Silenzio! Siete già intervenuti.
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Com'è potuto accadere che un Paese, che ha grandi potenziali che tutti riconoscono, viva una crisi così lunga e acuta? Come spesso accade, non c'è una risposta semplice e univoca a questa domanda, ma uno sforzo per individuare le cause va sicuramente compiuto.
Noi abbiamo perso lavoro perché abbiamo perso imprese. Abbiamo perso imprese perché abbiamo perso produttività e capacità competitiva. Abbiamo perso capacità competitiva perché non abbiamo investito sulle leve fondamentali: la scuola e la conoscenza, la ricerca e l'innovazione. Abbiamo favorito e tollerato le rendite grandi e piccole; non abbiamo premiato il merito. Abbiamo prodotto uno sviluppo abnorme della presenza dello Stato e delle istituzioni, anziché promuovere e premiare l'impegno e la responsabilità dei cittadini. (Applausi dai Gruppi PD e NCD. Commenti dal Gruppo M5S). Abbiamo lasciato deperire il sistema della giustizia del nostro Paese.
Ad un certo punto, anche sotto la spinta della paura indotta dai grandi cambiamenti epocali che hanno investito il nostro Paese, abbiamo scelto di difenderci. E la difesa, quando va bene, lascia le cose come sono; e stare fermi, in un mondo che corre, non può che produrre esiti disastrosi.
Per questo è indispensabile un cambiamento radicale che investa tutti i campi del nostro agire. (Commenti della senatrice Lezzi). Chi critica le scelte del Governo non coglie la drammatica gravità e l'urgenza di agire per cambiare questo stato di cose, insieme e velocemente. (Commenti della senatrice Lezzi).
PRESIDENTE. Senatrice Lezzi, stia zitta.
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Un cambiamento così radicale non si potrà realizzare se non affronteremo insieme anche i nodi culturali che questo Paese si porta dietro da sempre.
Nel nostro caso, parlando di lavoro e impresa, il nodo irrisolto è ancora connesso a un'idea dell'impresa come, essenzialmente, il luogo dello sfruttamento del lavoro e, conseguentemente, un'accezione negativa che pensa che questo sia sostanzialmente un male necessario, che va con grande cura monitorato, controllato e circondato da fili spinati normativi. Noi dobbiamo cambiare radicalmente ottica: l'impresa è un'infrastruttura sociale nella quale le diverse componenti del sapere, del lavoro e del capitale coagiscono al fine di produrre nuovo valore. (Applausi del senatore Giovanardi. Commenti dal Gruppo M5S).
Conseguentemente, la relazione tra lavoro e impresa non può più essere interpretata solo dal binomio novecentesco conflitto e contratto. (Commenti dal Gruppo M5S). Oggi il lavoro è qualcosa di significativamente diverso: è intelligenza, è conoscenza, è responsabilità, è apporto creativo. (Il ministro Boschi entra in Aula. Applausi ironici dal Gruppo M5S. Applausi dal Gruppo PD).Per questo abbiamo bisogno di nuovi contratti e di collaborazione; abbiamo bisogno di cooperazione e corresponsabilità.
SANTANGELO (M5S). (Rivolto al ministro Boschi) Vergognati! Devi andare fuori! Venti volte è venuta! Solo a chiedere la fiducia! Solo per quello!
PRESIDENTE. Senatore Santangelo, la richiamo all'ordine! C'è un intervento del ministro Poletti. Prego il questore Bottici e il Capogruppo del Gruppo M5S di intervenire; senatore Airola, la prego di intervenire.
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Qualcuno mi accusa di avere un'idea romantica e tutta buonista dell'impresa e mi accusa di voler abolire i contratti, che sono lo strumento che ha storicamente consentito... (Reiterati commenti dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. Colleghi, lasciate proseguire il Ministro nel suo intervento. Nessuno ha disturbato i vostri interventi. Lasciate intervenire il Ministro. Non mi costringete a prendere provvedimenti. (Commenti dal Gruppo M5S. Il senatore Petrocelli si avvicina ai banchi del Governo e porge delle monete al ministro Poletti).
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Come dicevo, ha storicamente consentito di esercitare un peso e conquistarsi decenti condizioni di vita. Non ho mai sostenuto e non sostengo il superamento dei... (Reiterati commenti dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. Prendo atto che il Capogruppo è ancora il senatore Petrocelli fino al 15. Mi correggo sulla richiesta di intervento del senatore Airola, che aveva dato comunicazione.
Mi scusi, ministro Poletti, un attimo: o si stabilisce il silenzio o non proseguiamo.
Senatore Petrocelli, la prego, possiamo continuare? (Commenti del senatore Petrocelli. Applausi ironici dal Gruppo M5S). Mettiamo a verbale un richiamo all'ordine per il Capogruppo senatore Petrocelli. (Proteste dal Gruppo M5S).
Prego, ministro Poletti, può continuare.
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. C'è una sfida per il lavoro e c'è una sfida per l'impresa. (Commenti dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. Silenzio!
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Vogliamo continuare a difendere quello che c'è... (Commenti del senatore Santangelo).
PRESIDENTE. Senatore Santangelo vuole andare fuori dall'Aula, evidentemente.
SANTANGELO (M5S). Come dice lei, Presidente.
PRESIDENTE. No, come dice lei. Se continua a parlare, se ne va fuori dall'Aula. (Applausi ironici dal Gruppo M5S. Commenti del senatore Santangelo). Vuole fare il capro espiatorio? Vedo che lo fa con piacere. (Reiterate proteste dal Gruppo M5S). Allora, fate parlare o no? Questa è un'Aula dove si può parlare. (Commenti del senatore Airola). Senatore Airola!
Prego, ministro Poletti, proceda.
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. La logica di pensiero che guida la delega è semplificare e rendere certo e prevedibile il percorso lavorativo e la relazione tra impresa e lavoro. Tutti riteniamo che il lavoro non si costruisca con i decreti e le leggi ma con la crescita. (Commenti della senatrice Lezzi).
Ma la crescita si fa con le aziende, se le aziende investono, e per farlo hanno bisogno di un contesto definito. Se vogliamo che l'Italia torni ad essere un Paese amico delle imprese, capace di stimolare gli investimenti interni... (Applausi ironici della senatrice Lezzi. Vivaci proteste dal Gruppo M5S).
PRESIDENTE. Silenzio! Senatrice Lezzi la richiamo all'ordine per la seconda volta. Prego il questore Bottici di intervenire.
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Per gli investitori, l'imprenditore ha come funzione essenziale prevedere, valutare e agire tenendo conto di ciò che è... (Proteste della senatrice Lezzi. Alcuni esponenti del Gruppo M5S espongono un foglio bianco).
PRESIDENTE. Prego gli assistenti di rimuovere i cartelli che vengono esposti.
POLETTI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. All'imprenditore aggiungiamo all'incertezza tipica della propria funzione molte altre incertezze che alla fine scoraggiano l'investimento e distruggono l'opportunità di lavoro. Quindi vogliamo con la delega semplicità e certezza.
MONTEVECCHI (M5S). Non è un cartello! È un foglio bianco!
PRESIDENTE.Senatrice Montevecchi, la smetta di sbraitare, per favore.
PETROCELLI (M5S). (Sventolando il foglio bianco). È la delega al Governo.
PRESIDENTE. Capogruppo Petrocelli, l'ho già richiamata all'ordine. Non potete esporre nemmeno fogli bianchi. (Reiterate proteste dal Gruppo M5S). Allora, possiamo continuare?
Ho richiamato all'ordine per ben due volte il Capogruppo: se non riesce a mantenere l'ordine del suo Gruppo, lo prego di anticipare quello che avverrà il giorno 15.
PETROCELLI (M5S). Anticipiamo, Presidente: questa (Sventolando il foglio bianco) è la delega al Governo.
PRESIDENTE. Allora, possiamo continuare per favore? (Proteste dal Gruppo M5S).
Ordino l'espulsione dall'Aula del capogruppo Petrocelli. (Applausi ironici dai Gruppi M5S e LN-Aut).
Sospendo la seduta in attesa dell'esecuzione dell'ordine di espulsione.
(La seduta, sospesa alle ore 12,57, è ripresa alle ore 13,42).
Presidenza del vice presidente CALDEROLI
Colleghi, data l'ora, la seduta è tolta. (Applausi).
Visti gli orari, gli interventi di fine seduta li svolgeremo alla fine della seduta pomeridiana.