Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 317 del 24/09/2014

BUEMI (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BUEMI (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, colleghi, intervenire in una discussione sul bilancio interno del Senato è particolarmente complesso, perché ci sono implicazioni di vario tipo che riguardano noi, i nostri colleghi con situazioni pregresse, il personale e le situazioni future.

Questa complessità deriva dal fatto che i bilanci delle due Camere sono singolarmente eccentrici rispetto alla metodica con cui sono redatti i bilanci degli enti pubblici, ma anche perché a questa discussione, durante tutto l'anno, la Presidenza rinvia tutta una serie di iniziative che, nel suo insindacabile giudizio, ritiene estranee al procedimento legislativo o ispettivo.

Così una mia interrogazione sull'autodichia parlamentare, nella primavera scorsa, fu fermata e non pubblicata perché mi si disse che sfuggiva al rapporto tra Parlamento e Governo, e atteneva agli atti interni del Senato. Non ne ero convinto, a dire il vero, visto che il Governo Renzi aveva ritenuto di costituirsi in giudizio a Palazzo della Consulta a favore dell'autodichia. Secondo me, era giusto chiamarlo a rispondere pubblicamente, visto che il Governo aveva deciso di opporsi all'interpretazione che io ritengo più corretta, chiedendone le ragioni. Ma, tant'è, accettai la situazione, come mi venne suggerito, e ne feci oggetto di un intervento in sede di bilancio interno con apposito strumento impegnativo verso il Collegio dei Questori e il Consiglio di Presidenza. Apprendo invece che in sede di ammissibilità del mio ordine del giorno al bilancio interno, la Presidenza ha ritenuto di espungere tutta la parte che dimostra con citazioni testuali l'irrazionalità, la contraddittorietà e l'abnormità delle sentenze dei cosiddetti giudizi domestici. Mi si dice che sono atti coperti da segreto, anche se mi sono limitato a citare la parte in diritto e mai ho inserito note o riferimenti personali alle parti private dei giudizi. In definitiva, la Presidenza non mi offre neppure il magro privilegio della stampa del documento in originale, come avviene sempre quando dichiara inammissibili parti di testi comunque pubblicati.

Troppo grande è il timore che queste cosiddette sentenze siano rese note alla collettività esterna a questi palazzi? Si tratta - lasciatemelo dire - di un atto di debolezza. Se veramente credete nell'assurdità secondo cui la legge dello Stato non entra a Palazzo appena pubblicata in Gazzetta Ufficiale, dovreste produrre voi queste sentenze che lo affermano, in totale solitudine da quando anche la Corte costituzionale vi ha abbandonato con la sentenza n. 120 del 2014. Del resto, la pubblicità delle sentenze non è un vezzo o un capriccio: uscire dalle sentenze segrete fu, nel Settecento, uno dei primi atti dello Stato di diritto, per sollecitare il giudizio dell'opinione pubblica sull'operato di una delle massime funzioni dello Stato.

Non ho prodotto né sentenze sugli affitti di Scarpellini, né sui pensionamenti concessi prima del blocco retributivo. Mi sono limitato a motivare con atti le tesi dell'abbandono dell'autodichia, come già fatto con l'ordine del giorno Schullian approvato a luglio nella discussione sul bilancio della Camera. Ma vedo che qui si preferisce opacità in un luogo in cui invece dovrebbe esserci trasparenza assoluta: è la riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che dietro il mantenimento dell'autodichia si celano interessi oscuri.

Colleghi, concludendo, a voi impugnare la mannaia per recidere quanto in questi anni ha consentito comportamenti, favori e atteggiamenti poco trasparenti che hanno creato nell'opinione pubblica - e ciò riguarda tutti noi - l'idea che qui non ci fosse un'Assemblea di servitori dello Stato e della democrazia del nostro Paese, ma di cospiratori o di conservatori di privilegi che devono essere rimossi non perché il Paese è in crisi, ma perché sono ingiusti.

Da questo punto di vista, signor Presidente, sono veramente rammaricato che non ci sia la volontà di affrontare una volta per tutte la questione che l'autonomia organizzativa delle Assemblee di Camera e Senato, necessaria per procedere in assoluta libertà e per attuare il procedimento legislativo senza condizionamento alcuno è un conto, mentre cosa diversa è mantenere privilegi e atteggiamenti di compromissione con quelli che sono i trattamenti che si differenziano in maniera inaccettabile rispetto a tutti gli altri servitori dello Stato.