Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 564 del 08/06/2011
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CROSETTO, sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, onorevoli senatori, sono qui a riferire su due attacchi che hanno coinvolto i nostri contingenti in Libano e in Afghanistan e che hanno portato al ferimento di alcuni militari italiani.
Il primo si è verificato nel pomeriggio del 27 maggio, quando un mezzo italiano del contingente UNIFIL, mentre percorreva il tratto stradale tra Beirut e Shama, all'ingresso dell'abitato di Sidone, veniva investito dall'esplosione di un ordigno, che provocava il ferimento dei sei militari italiani trasportati a bordo.
Il secondo attacco, invece, è avvenuto nella mattinata del 30 maggio, contro la base del PRT, cioè l'organismo di ricostruzione provinciale di Herat, con ordigni esplosivi e fuoco diretto che hanno causato il ferimento di cinque militari italiani.
Signor Presidente, onorevoli senatori, fatta questa premessa, passo a descrivere i fatti secondo la ricostruzione effettuata dalle competenti organizzazioni tecnico-operative e sulla base delle notizie ad oggi disponibili.
Il 27 maggio, alle ore 16,55 locali (mancavano cinque minuti alle ore 16 in Italia), un convoglio logistico del contingente italiano composto da quattro mezzi, un gippone VM-90, un autoscarrabile APS-95, un autosoccorso ISOLI e un altro gippone VM-90, durante un trasferimento veniva coinvolto nell'esplosione di un ordigno, verosimilmente comandato a distanza, che investiva l'ultimo veicolo della colonna. Il movimento era finalizzato a far rientrare i quattro mezzi, provenienti da Beirut, nella nostra sede, dopo che erano stati portati nelle autofficine di Beirut per la normale manutenzione.
Al momento dell'evento, il convoglio si trovava al di fuori dell'area di operazione e di responsabilità di UNIFIL, che si estende a Sud del fiume Litani fino alla cosiddetta Blue Line, che segna la linea di confine con Israele. Tutti i movimenti al di fuori dell'area di operazione sono preventivamente autorizzati dal comando di UNIFIL, che ne stabilisce le norme di sicurezza e ne valuta, di volta in volta, la fattibilità. Nel caso in esame, questo è avvenuto: il movimento era stato regolarmente autorizzato nei modi e nei tempi in cui poi si è effettivamente svolto.
Con riguardo alle misure di sicurezza, i VM-90 di testa e di coda erano equipaggiati con disturbatori elettronici, il cui uso è stato disposto dalle Forze armate italiane in aggiunta alle misure di sicurezza standard previste dal comando di UNIFIL. Il nostro personale si è attenuto alle norme di sicurezza in vigore che, nella specifica situazione di stato di allerta (codice giallo, ovvero livello medio-basso), prevedevano di portare al seguito, oltre all'armamento, l'equipaggiamento individuale di protezione, ossia il giubbetto antiproiettile e l'elmetto.
Il team IEDD (Improvised explosive device disposal) della Joint task force Lebanon, che ha condotto una prima analisi, ha appurato che l'ordigno, collocato al margine sinistro della carreggiata, è stato occultato posizionandolo nello spazio lasciato tra le barriere di protezione del tipo New Jersey che separano i due sensi di marcia. Al momento sono in corso le verifiche e gli accertamenti per determinare la tipologia e le caratteristiche tecniche dell'ordigno.
L'esplosione ha provocato il ferimento di tutti i sei militari che occupavano il mezzo, dei quali non sono stati resi noti i nomi per evidenti ragioni di tutela della privacy e della sicurezza. In particolare, comunque, i feriti sono un sergente capo macchina, che ha riportato escoriazioni multiple del volto con ematoma periorbitario all'occhio sinistro; un caporal maggiore, che ha riportato escoriazioni multiple del volto con ematoma periorbitario sinistro e del meato acustico omolaterale; un caporal maggiore capo, che ha riportato escoriazioni multiple del volto, ipoacusia auricolare destra e un trauma distorsivo contusivo al ginocchio destro; un caporal maggiore che ha subìto una ferita lacero-contusa all'emitorace sinistro ed escoriazioni multiple del volto; un caporal maggiore capo che ha subìto escoriazioni multiple del volto con ematoma perioculare, lacerazione della vena giugulare sinistra trattata chirurgicamente, lacerazione dell'arteria tiroidea superiore trattata chirurgicamente; un caporal maggiore conduttore che ha riportato lesioni complesse all'emivolto sinistro con possibile compromissione delle ossa della base cranica, l'esplosione del globo oculare sinistro, un trauma toracico e la lesione della carotide sinistra trattata chirurgicamente.
Sul luogo dell'incidente, fortunatamente situato vicino all'abitato, è intervenuta la polizia libanese ed i mezzi di soccorso hanno provveduto ad una prima assistenza e al trasferimento dei feriti nell'ospedale Hamoud di Sidone, una struttura privata in grado di seguire i pazienti secondo il livello europeo, certificato anche dai nostri medici e dai medici internazionali dell'UNIFIL.
Tutti i familiari dei feriti sono stati informati il più rapidamente possibile e quelli dei due feriti più gravi sono stati trasportati a Sidone, accompagnati da un colonnello medico dell'ospedale militare del Celio.
Nei giorni successivi, non appena possibile, si è provveduto al rientro di tutti i militari coinvolti in Italia; attualmente sono ricoverati presso il Policlinico militare di Roma "Celio".
L'autorità giudiziaria ordinaria e quella militare sono state portate a conoscenza dei fatti per l'avvio dei relativi procedimenti istruttori di competenza.
Ritengo opportuno, a questo punto, svolgere qualche considerazione di carattere generale al fine di contestualizzare l'evento nel quadro geo-politico dell'area.
Come ho detto poc'anzi, l'attacco terroristico non è avvenuto nell'area di operazioni di UNIFIL, ma lungo la vitale via di comunicazione e rifornimento che collega questa con la città di Beirut, ovvero che consente l'accesso ai principali porti ed aeroporti del Libano.
In tal senso, il fatto che un considerevole numero di convogli UNIFIL percorrano la suddetta via regolarmente, con un notevole numero di automezzi civili, fa capire il contesto in cui quell'evento si è verificato. Questa strada, infatti, è utilizzata quotidianamente dal personale civile di UNIFIL che alloggia a Beirut e presta servizio al comando di Naqoura ed è tra le più trafficate del Libano. La responsabilità della sicurezza di questa importante arteria, laddove corre fuori dall'area di operazione di UNIFIL, è affidata, ovviamente, alle forze di sicurezza libanesi, mentre il personale militare di UNIFIL mantiene il diritto di impiegare il proprio armamento per difesa personale e di usare sistemi e tattiche di protezione.
Nei quasi cinque anni dal conferimento del nuovo mandato di UNIFIL (estate 2006), solo in una precedente occasione si è verificato un simile evento - l'8 gennaio del 2008 - con il ferimento, quella volta, per fortuna, in modo leggero di 2 militari irlandesi. Ne è stato vittima, con modalità analoghe, un veicolo fuoristrada con insegne ONU a circa soli 500 metri di distanza dal luogo nel quale sono stati attaccati i nostri militari.
In questo momento è prematura qualsiasi ipotesi o speculazione su motivi specifici, finalità e matrici dell'atto. E' bene per questo attendere che siano disponibili le risultanze delle inchieste in atto di UNIFIL, delle autorità libanesi e di quelle nazionali.
Oggi in prima istanza, come peraltro formalmente dichiarato dal portavoce di UNIFIL, si può escludere che si sia trattato di un attacco deliberato contro il contingente italiano.
E' piuttosto probabile che si sia trattato di un attacco condotto contro UNIFIL in quanto forza di stabilizzazione e di pace presente in un contesto di crisi e, pertanto, obiettivo da sempre di terroristi che hanno la volontà di destabilizzare la situazione.
Va aggiunto come i veicoli di UNIFIL non siano contraddistinti con segni delle singole nazionalità, ma accomunati dal colore bianco e dalle insegne dell'ONU.
Per un'analisi a carattere generale deve essere sottolineata l'instabilità dell'area mediorientale, in particolare la perdurante, complessa e fragile situazione libanese.
Basti citare al riguardo questi fattori. In primo luogo, vi è l'irrisolta questione palestinese e la presenza di numerosi campi profughi in Libano, al cui interno non possono operare le forze di sicurezza libanesi. In particolare, nelle vicinanze della città di Sidone, si trova un importante campo profughi palestinese, denominato Ain El Helwi, che rappresenta una potenziale fonte di rischio nell'area per la presenza segnalata di cellule terroristiche.
In secondo luogo, la situazione di crisi che interessa la Siria, Stato da sempre collegato da correlazioni di causa ed effetto con il Libano, sicuramente può essere uno dei fattori da prendere in considerazione.
L'instabilità politica ed amministrativa del Libano, che non è riuscito negli ultimi mesi a darsi un nuovo Esecutivo (sono diversi mesi che il Libano è di fatto privo di un Governo in condizioni di poter realmente operare), è uno degli elementi anche da valutare e, più in generale, il riverbero in quel Paese delle crisi che caratterizzano l'intera area mediterranea e mediorientale.
Infine, vi è la persistenza di quelle stesse condizioni che hanno portato alla creazione di UNIFIL quale forza per il mantenimento della cessazione delle ostilità e per sostenere il cessate il fuoco, evento quest'ultimo che finora non è stato mai possibile conseguire in maniera integrale e che rappresenta, di per se stesso la ragione principale dell'instabilità nell'area.
Concludo con il primo incidente, sottolineando il ruolo svolto da UNIFIL in generale e dal nostro contingente per il mantenimento della stabilità e della pace nell'area, come ripetutamente ribadito sia dai libanesi che dagli israeliani, oltre che dalla comunità internazionale tutta.
Ciò detto, il Governo - a prescindere quindi da questo evento, e a prescindere dal ruolo di UNIFIL - sta valutando da tempo l'opportunità di una razionalizzazione del nostro contingente in Libano che, oggi, è ancora il più numeroso. Non si tratta assolutamente della volontà di ritirare il contingente. Noi restiamo fedeli al principio "together in - together out": insieme con le organizzazioni internazionali siamo entrati nella missione e solo in accordo con le organizzazioni internazionali ne potremo uscire.
Si tratta invece di razionalizzare la nostra presenza perché, avendo ceduto ormai da tempo il comando, prima affidato al generale Graziano, al contingente spagnolo, riteniamo che essa in termini quantitativi debba subire una modifica. Abbiamo già attuato riduzioni in termini di uomini (250 circa in meno), ma riteniamo che ancora oggi la presenza di quasi 1.700 uomini sia eccessiva rispetto all'equilibrio delle altre forze nazionali che fanno parte del contingente.
Da tempo si è dichiarata la nostra volontà quanto meno di arrivare ad un livello uguale a quello spagnolo, che esprime il comandante, che è di circa 1.000 uomini. L'entità del nostro contingente potrebbe quindi attestarsi su quella cifra.
Ovviamente sarà necessario adottare opportune iniziative in ambito ONU per individuare opzioni compensative, ad esempio ricercando nuovi Paesi che mettano a disposizione aliquote di militari per mantenere gli attuali livelli di uomini in UNIFIL.
Desidero quindi ribadire il presupposto più volte espresso che l'Italia continuerà a contribuire in modo significativo alla missione di pace e sicurezza in Libano fintanto che nell'ambito delle organizzazioni internazionali non verranno prese nuove e diverse decisioni.
Passo ora a descrivere l'attacco alla sede del PRT di Herat in Afghanistan, su base del 132° reggimento artiglieria Ariete. Sulla base delle informazioni in nostro possesso in questo momento, e che dovranno essere confermate dall'inchiesta in atto, l'attacco si è verificato il 30 maggio alle ore 11,15, ovvero 8,45 italiane, ed era stato preceduto dall'esplosione di una moto - una motobomba per l'esattezza - presso l'ospedale civile di Herat, probabilmente con scopi diversivi.
Dopo pochi minuti, un camioncino di colore bianco Mazda, tipo Titan, carico di sacchi di cemento e sabbia, si è presentato ad un posto di controllo che regola i movimenti sulla strada lungo il lato Sud di Camp Vianini, sede del PRT, verosimilmente accompagnato da due motociclisti che avrebbero distratto il personale di guardia dell'agenzia di sicurezza afgana Serv Cor Security posto a presidio del check point, consentendo all'automezzo di riprendere il movimento lungo la serpentina di ingresso per tentare di sfondare il portone principale del compound dove ha sede il PRT.
Il veicolo, penetrato oltre il posto di controllo, ha superato l'ingresso sud dell'insediamento militare ed è andato ad esplodere lungo il muro di recinzione a pochi metri di distanza.
Chi ha avuto occasione di visitare Herat sa che le vie intorno sono chiuse e per accedere a quelle vie, che possono anche condurre ad altri punti e non solo alla sede del PRT, c'è una prima porta e una prima fase di controllo.
L'azione quindi non è riuscita per il complesso di misure esistenti e il camioncino non è riuscito a centrare la porta di ingresso andando a sbattere, esplodendo, contro il muro esterno della base, disintegrandolo.
Subito dopo l'esplosione sembra confermato che alcuni terroristi, scesi da un veicolo che seguiva il camion ed intenzionati a penetrare nel compound a seguito del forzamento dell'ingresso principale, visto il fallimento del piano di attacco, si sono rifugiati all'interno di una palazzina antistante la base da cui hanno iniziato un fuoco diretto sugli edifici del PRT.
La deflagrazione causata dall'esplosivo portato dal camioncino ha provocato rilevanti danni ad una palazzina utilizzata dall'Unità di cooperazione civile e militare nazionale ed il crollo di un'altana.
L'esplosione ha causato la morte, oltre che dell'attentatore, anche di un interprete afgano che si trovava all'esterno della base e, unitamente alle conseguenze del crollo delle infrastrutture, è stata causa del ferimento dei nostri militari che non sono risultati colpiti da armi da fuoco.
Alle successive ore 8,59 italiane, ovvero alle 11,29 locali, immediatamente dopo l'attacco dinamitardo, ha preso avvio l'attacco a fuoco da parte degli insurgent che si erano introdotti negli edifici adiacenti il PRT e, in particolare, in una casa in costruzione, poi raggiunti dagli altri che sarebbero dovuti entrare nel portone principale. Il fuoco veniva condotto con l'impiego di armi portatili, bombe a mano e razzi anticarro RPG.
Un razzo ha colpito il veicolo civile Toyota in uso al comandante del PRT che, prendendo fuoco, ha provocato l'incendio di un ufficio adiacente. Al termine dello scontro e del rastrellamento venivano ritrovati due giubbotti esplosivi che non era stato possibile utilizzare da parte dei terroristi.
A seguito dell'esplosione è stato immediatamente attivato il piano di difesa ed il personale ha raggiunto le postazioni predefinite per la reazione.
Personale italiano presente nel PRT ha reagito all'attacco con le armi in dotazione ingaggiando gli obiettivi avversari rappresentati dagli insurgent localizzati negli edifici vicini al PRT.
A seguito dell'evento, il comando del Regional Command West ha disposto l'immediato intervento di elicotteri tipo A129 Mangusta per il supporto di fuoco, di altri elicotteri multiruolo per l'evacuazione del personale ferito, di velivoli AMX in ricognizione, nonché di personale di rinforzo motorizzato arrivato a bordo dei Lince.
Nel contempo, il Regional Command West ha allertato le forze di sicurezza afgane che alle ore 9,14 ora italiana (11,44 locale) hanno rapidamente cinturato l'area ingaggiando a loro volta le sorgenti di fuoco avversarie.
In sintesi, in tempi successivi, sono intervenuti nostri militari in servizio di guardia e della Forza di reazione immediata del PRT, le Forze speciali italiane e statunitensi per le operazioni di messa in sicurezza. Inoltre, il personale italiano specializzato ha proceduto alle operazioni di bonifica e messa in sicurezza all'interno del compound. All'esterno, personale nazionale e statunitense è intervenuto, unitamente alle Forze di sicurezza afghane nella palazzina da dove proveniva l'azione di fuoco e per la disattivazione di ordigni esplosivi. Infine, il personale delle Forze di polizia e di sicurezza afghane ha provveduto per la messa in sicurezza e la bonifica della zona circostante il PRT. Le attività di rastrellamento si sono concluse alle ore 17,25 locali.
Durante l'evolversi degli eventi, il personale del PRT ha segnalato di aver udito complessivamente 11 esplosioni provenienti dal di fuori del sedime militare: la prima, già citata, nella zona dell'ospedale civile, a circa 1 km dal PRT; altre tre nell'area nella quale si erano asserragliati gli insorti, sin da circa 100 metri ad est del Main Gate, ossia dell'ingresso principale, del PRT.
Non è stata confermata invece la notizia di un altro attacco condotto contro la sede del governatore di Herat, che era circolata in un primo momento.
A seguito dell'esplosione e del crollo della palazzina CIMIC, si è registrato il ferimento di 5 militari italiani, più uno in stato di shock. I feriti sono stati inizialmente evacuati sull'ospedale spagnolo Role 2 di Herat.
Un funzionario del Ministero degli affari esteri italiano ha subito uno shock traumatico, mentre tra i componenti non nazionali del PRT si è realizzato il ferimento di quattro civili, di cui uno sloveno e tre afgani. Vi ho già anticipato che nessuno di loro è stato colpito da proiettili, ma tutti da schegge e macerie dovute all'esplosione. In particolare, il ferito più grave è un capitano, che ha riportato una lesione pancreatica post-traumatica, una frattura vertebrale dorsale e una contusione lobo frontale. Altri quattro hanno riportato fratture e lesioni varie. Ad oggi hanno fatto tutti rientro in Italia e sono tuttora ricoverati presso il Policlinico militare di Roma del Celio.
Le Forze di sicurezza afgane hanno dichiarato di aver neutralizzato i cinque insorti individuati nel rastrellamento degli edifici nei pressi del luogo dell'attentato ed è stato inoltre catturato l'attentatore che ha fatto esplodere l'ordigno nei pressi dell'ospedale, pochi minuti prima dell'attacco al compound. Al termine dell'evento sono stati contati 5 deceduti e 32 feriti tra i locali afgani, e uno dei feriti è successivamente deceduto. Anche a loro, oltre che alle famiglie dei nostri militari e al popolo afgano, va la nostra vicinanza e la nostra commossa solidarietà.
Signor Presidente, onorevoli senatori, svolgo alcune breve considerazioni anche sull'Afghanistan, che in questo momento è interessato da una fase cruciale, quella della transizione delle responsabilità di sicurezza dalle forze ISAF a quelle afgane.
Herat rappresenta senza dubbio il simbolo del processo della transizione nella regione Ovest ed appare evidente che l'attentato sia parte di una strategia della tensione rivolta contro tale processo. Proprio nella giornata dell'evento di cui vi sto riferendo, il 30 maggio, era in atto la Conferenza nazionale afgana di tutti i consigli provinciali. Fino a tale data Herat era rimasta assolutamente estranea alle azioni ostili di questi ultimi mesi, ma evidentemente questa Conferenza deve essere stata ritenuta dagli insurgent un'occasione importante e propizia per ostacolare il processo di transizione su cui si basa la strategia della missione internazionale. D'altra parte, nonostante fosse chiaro che questo evento avrebbe potuto sicuramente portare ad azioni ostili, non possiamo rimproverare nulla perché tutte le misure di sicurezza possibili erano state approntate nella regione Ovest.
Nella regione Nord c'è un'altra zona considerata tranquilla, quella sotto il comando tedesco, che aveva subito proprio nei giorni precedenti un altro attentato in cui era rimasto coinvolto un generale tedesco.
Mettendo insieme i due eventi, è chiaro che la strategia è quella che ho appena enunciato, ossia tentare di bloccare la fase di transizione che evidentemente è quella che più di ogni altra preoccupa gli insurgent afgani, talebani e quant'altro.
Sul piano tattico la valutazione dei nostri militari è che l'attacco sia comunque fallito (dal loro punto di vista, dal punto di vista di chi lo ha organizzato e condotto), nonostante i feriti e i morti afgani che ha prodotto. Evidentemente l'obiettivo era assai diverso e va registrato che tutti coloro che hanno condotto l'attacco sono stati neutralizzati.
Deve, però, essere segnalato che anche in questo caso chi ha pagato il prezzo più alto sono stati i civili inermi, coinvolti in maniera sconsiderata e irresponsabile dai terroristi in questo attacco, che hanno pagato con la vita.
Occorre sottolineare un dato, che è l'unico aspetto positivo di questa ulteriore drammatica vicenda che si aggiunge ai tanti lutti e ai tanti momenti di tensione che abbiamo dovuto commentare anche in quest'Aula.
Tutta la dinamica che vi ho illustrato consente di esprimere un giudizio estremamente positivo sulla accresciuta capacità reattiva della polizia e dell'esercito afgano, che sono stati addestrati dai nostri militari e hanno dimostrato anche in tale occasione di aver acquisito la capacità di stare sul terreno e di rispondere alle ostilità, capacità ormai vicina alla professionalità del contingente internazionale. Questo è un titolo di vanto per gli istruttori, ma è soprattutto un motivo di conforto per chi, come noi, aspira a rendere operativa e decisiva la fase di transizione, che, secondo le previsioni, potrebbe concludersi nel 2014, con la riconsegna di tutto il territorio afgano al legittimo Governo di quel Paese.
Certamente non è possibile escludere che in futuro si verifichino altri eventi similari; anzi, devo dirvi che la fase è tale per cui ogni ora siamo in contatto, perché temiamo la possibilità di ripetizioni di atti del genere. Ma, dall'altro lato, la capacità di reazione mostrata dalle nostre forze e da quelle afgane costituisce un valido presupposto perché il progetto di trasferire la responsabilità di sicurezza nelle loro mani possa essere completato positivamente.
Un altro elemento che bisogna segnalare è che l'attacco non è stato disposto contro un dispositivo militare; si è trattato anzi di un attacco contro un organismo di ricostruzione, che tende ad assicurare condizioni di vita migliori al popolo afgano (ospedali, scuole, acqua, condizioni di socializzazione). Questo dimostra da un lato il lavoro che è stato fatto e, dall'altro, che gli insurgent, i terroristi, temono più di ogni cosa la nostra capacità di conquistare il cuore e le menti dei cittadini afgani. Non si spiega altrimenti la volontà di attaccare non una base militare, ma un luogo nel quale i cittadini comunque hanno solo dato amicizia, solidarietà, vicinanza, con forte aiuto.
Per concludere, credo che quello dei giorni scorsi sia stato evidentemente un disperato tentativo degli insurgent di impedire questo processo, che è in atto, che noi consideriamo avanzato in Afghanistan e che ci consente di sperare bene per il futuro, di cui però non vi nascondo i pericoli. Essi non diminuiranno; anzi, con l'avvicinarsi dell'obiettivo è prevedibile che vi siano dei tentativi di colpi di coda, quanto più dolorosi possibile, a cui i nostri militari e tutto il contingente internazionale stanno rispondendo con la solita professionalità, con il solito spirito di abnegazione e con la solita capacità di sacrificio. A loro, a questi ragazzi, alle ragazze, ai loro comandanti, che così bene stanno cercando di condurre avanti questa difficilissima missione, vanno la mia e - sono convinto - anche la vostra vicinanza e la vostra solidarietà. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).