Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 564 del 08/06/2011

Informativa del Governo sui recenti attentati in Libano e Afghanistan che hanno coinvolto militari italiani e conseguente discussione (ore 15,07)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Governo sui recenti attentati in Libano e Afghanistan che hanno coinvolto militari italiani».

Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

CROSETTO, sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, onorevoli senatori, sono qui a riferire su due attacchi che hanno coinvolto i nostri contingenti in Libano e in Afghanistan e che hanno portato al ferimento di alcuni militari italiani.

Il primo si è verificato nel pomeriggio del 27 maggio, quando un mezzo italiano del contingente UNIFIL, mentre percorreva il tratto stradale tra Beirut e Shama, all'ingresso dell'abitato di Sidone, veniva investito dall'esplosione di un ordigno, che provocava il ferimento dei sei militari italiani trasportati a bordo.

Il secondo attacco, invece, è avvenuto nella mattinata del 30 maggio, contro la base del PRT, cioè l'organismo di ricostruzione provinciale di Herat, con ordigni esplosivi e fuoco diretto che hanno causato il ferimento di cinque militari italiani.

Signor Presidente, onorevoli senatori, fatta questa premessa, passo a descrivere i fatti secondo la ricostruzione effettuata dalle competenti organizzazioni tecnico-operative e sulla base delle notizie ad oggi disponibili.

Il 27 maggio, alle ore 16,55 locali (mancavano cinque minuti alle ore 16 in Italia), un convoglio logistico del contingente italiano composto da quattro mezzi, un gippone VM-90, un autoscarrabile APS-95, un autosoccorso ISOLI e un altro gippone VM-90, durante un trasferimento veniva coinvolto nell'esplosione di un ordigno, verosimilmente comandato a distanza, che investiva l'ultimo veicolo della colonna. Il movimento era finalizzato a far rientrare i quattro mezzi, provenienti da Beirut, nella nostra sede, dopo che erano stati portati nelle autofficine di Beirut per la normale manutenzione.

Al momento dell'evento, il convoglio si trovava al di fuori dell'area di operazione e di responsabilità di UNIFIL, che si estende a Sud del fiume Litani fino alla cosiddetta Blue Line, che segna la linea di confine con Israele. Tutti i movimenti al di fuori dell'area di operazione sono preventivamente autorizzati dal comando di UNIFIL, che ne stabilisce le norme di sicurezza e ne valuta, di volta in volta, la fattibilità. Nel caso in esame, questo è avvenuto: il movimento era stato regolarmente autorizzato nei modi e nei tempi in cui poi si è effettivamente svolto.

Con riguardo alle misure di sicurezza, i VM-90 di testa e di coda erano equipaggiati con disturbatori elettronici, il cui uso è stato disposto dalle Forze armate italiane in aggiunta alle misure di sicurezza standard previste dal comando di UNIFIL. Il nostro personale si è attenuto alle norme di sicurezza in vigore che, nella specifica situazione di stato di allerta (codice giallo, ovvero livello medio-basso), prevedevano di portare al seguito, oltre all'armamento, l'equipaggiamento individuale di protezione, ossia il giubbetto antiproiettile e l'elmetto.

Il team IEDD (Improvised explosive device disposal) della Joint task force Lebanon, che ha condotto una prima analisi, ha appurato che l'ordigno, collocato al margine sinistro della carreggiata, è stato occultato posizionandolo nello spazio lasciato tra le barriere di protezione del tipo New Jersey che separano i due sensi di marcia. Al momento sono in corso le verifiche e gli accertamenti per determinare la tipologia e le caratteristiche tecniche dell'ordigno.

L'esplosione ha provocato il ferimento di tutti i sei militari che occupavano il mezzo, dei quali non sono stati resi noti i nomi per evidenti ragioni di tutela della privacy e della sicurezza. In particolare, comunque, i feriti sono un sergente capo macchina, che ha riportato escoriazioni multiple del volto con ematoma periorbitario all'occhio sinistro; un caporal maggiore, che ha riportato escoriazioni multiple del volto con ematoma periorbitario sinistro e del meato acustico omolaterale; un caporal maggiore capo, che ha riportato escoriazioni multiple del volto, ipoacusia auricolare destra e un trauma distorsivo contusivo al ginocchio destro; un caporal maggiore che ha subìto una ferita lacero-contusa all'emitorace sinistro ed escoriazioni multiple del volto; un caporal maggiore capo che ha subìto escoriazioni multiple del volto con ematoma perioculare, lacerazione della vena giugulare sinistra trattata chirurgicamente, lacerazione dell'arteria tiroidea superiore trattata chirurgicamente; un caporal maggiore conduttore che ha riportato lesioni complesse all'emivolto sinistro con possibile compromissione delle ossa della base cranica, l'esplosione del globo oculare sinistro, un trauma toracico e la lesione della carotide sinistra trattata chirurgicamente.

Sul luogo dell'incidente, fortunatamente situato vicino all'abitato, è intervenuta la polizia libanese ed i mezzi di soccorso hanno provveduto ad una prima assistenza e al trasferimento dei feriti nell'ospedale Hamoud di Sidone, una struttura privata in grado di seguire i pazienti secondo il livello europeo, certificato anche dai nostri medici e dai medici internazionali dell'UNIFIL.

Tutti i familiari dei feriti sono stati informati il più rapidamente possibile e quelli dei due feriti più gravi sono stati trasportati a Sidone, accompagnati da un colonnello medico dell'ospedale militare del Celio.

Nei giorni successivi, non appena possibile, si è provveduto al rientro di tutti i militari coinvolti in Italia; attualmente sono ricoverati presso il Policlinico militare di Roma "Celio".

L'autorità giudiziaria ordinaria e quella militare sono state portate a conoscenza dei fatti per l'avvio dei relativi procedimenti istruttori di competenza.

Ritengo opportuno, a questo punto, svolgere qualche considerazione di carattere generale al fine di contestualizzare l'evento nel quadro geo-politico dell'area.

Come ho detto poc'anzi, l'attacco terroristico non è avvenuto nell'area di operazioni di UNIFIL, ma lungo la vitale via di comunicazione e rifornimento che collega questa con la città di Beirut, ovvero che consente l'accesso ai principali porti ed aeroporti del Libano.

In tal senso, il fatto che un considerevole numero di convogli UNIFIL percorrano la suddetta via regolarmente, con un notevole numero di automezzi civili, fa capire il contesto in cui quell'evento si è verificato. Questa strada, infatti, è utilizzata quotidianamente dal personale civile di UNIFIL che alloggia a Beirut e presta servizio al comando di Naqoura ed è tra le più trafficate del Libano. La responsabilità della sicurezza di questa importante arteria, laddove corre fuori dall'area di operazione di UNIFIL, è affidata, ovviamente, alle forze di sicurezza libanesi, mentre il personale militare di UNIFIL mantiene il diritto di impiegare il proprio armamento per difesa personale e di usare sistemi e tattiche di protezione.

Nei quasi cinque anni dal conferimento del nuovo mandato di UNIFIL (estate 2006), solo in una precedente occasione si è verificato un simile evento - l'8 gennaio del 2008 - con il ferimento, quella volta, per fortuna, in modo leggero di 2 militari irlandesi. Ne è stato vittima, con modalità analoghe, un veicolo fuoristrada con insegne ONU a circa soli 500 metri di distanza dal luogo nel quale sono stati attaccati i nostri militari.

In questo momento è prematura qualsiasi ipotesi o speculazione su motivi specifici, finalità e matrici dell'atto. E' bene per questo attendere che siano disponibili le risultanze delle inchieste in atto di UNIFIL, delle autorità libanesi e di quelle nazionali.

Oggi in prima istanza, come peraltro formalmente dichiarato dal portavoce di UNIFIL, si può escludere che si sia trattato di un attacco deliberato contro il contingente italiano.

E' piuttosto probabile che si sia trattato di un attacco condotto contro UNIFIL in quanto forza di stabilizzazione e di pace presente in un contesto di crisi e, pertanto, obiettivo da sempre di terroristi che hanno la volontà di destabilizzare la situazione.

Va aggiunto come i veicoli di UNIFIL non siano contraddistinti con segni delle singole nazionalità, ma accomunati dal colore bianco e dalle insegne dell'ONU.

Per un'analisi a carattere generale deve essere sottolineata l'instabilità dell'area mediorientale, in particolare la perdurante, complessa e fragile situazione libanese.

Basti citare al riguardo questi fattori. In primo luogo, vi è l'irrisolta questione palestinese e la presenza di numerosi campi profughi in Libano, al cui interno non possono operare le forze di sicurezza libanesi. In particolare, nelle vicinanze della città di Sidone, si trova un importante campo profughi palestinese, denominato Ain El Helwi, che rappresenta una potenziale fonte di rischio nell'area per la presenza segnalata di cellule terroristiche.

In secondo luogo, la situazione di crisi che interessa la Siria, Stato da sempre collegato da correlazioni di causa ed effetto con il Libano, sicuramente può essere uno dei fattori da prendere in considerazione.

L'instabilità politica ed amministrativa del Libano, che non è riuscito negli ultimi mesi a darsi un nuovo Esecutivo (sono diversi mesi che il Libano è di fatto privo di un Governo in condizioni di poter realmente operare), è uno degli elementi anche da valutare e, più in generale, il riverbero in quel Paese delle crisi che caratterizzano l'intera area mediterranea e mediorientale.

Infine, vi è la persistenza di quelle stesse condizioni che hanno portato alla creazione di UNIFIL quale forza per il mantenimento della cessazione delle ostilità e per sostenere il cessate il fuoco, evento quest'ultimo che finora non è stato mai possibile conseguire in maniera integrale e che rappresenta, di per se stesso la ragione principale dell'instabilità nell'area.

Concludo con il primo incidente, sottolineando il ruolo svolto da UNIFIL in generale e dal nostro contingente per il mantenimento della stabilità e della pace nell'area, come ripetutamente ribadito sia dai libanesi che dagli israeliani, oltre che dalla comunità internazionale tutta.

Ciò detto, il Governo - a prescindere quindi da questo evento, e a prescindere dal ruolo di UNIFIL - sta valutando da tempo l'opportunità di una razionalizzazione del nostro contingente in Libano che, oggi, è ancora il più numeroso. Non si tratta assolutamente della volontà di ritirare il contingente. Noi restiamo fedeli al principio "together in - together out": insieme con le organizzazioni internazionali siamo entrati nella missione e solo in accordo con le organizzazioni internazionali ne potremo uscire.

Si tratta invece di razionalizzare la nostra presenza perché, avendo ceduto ormai da tempo il comando, prima affidato al generale Graziano, al contingente spagnolo, riteniamo che essa in termini quantitativi debba subire una modifica. Abbiamo già attuato riduzioni in termini di uomini (250 circa in meno), ma riteniamo che ancora oggi la presenza di quasi 1.700 uomini sia eccessiva rispetto all'equilibrio delle altre forze nazionali che fanno parte del contingente.

Da tempo si è dichiarata la nostra volontà quanto meno di arrivare ad un livello uguale a quello spagnolo, che esprime il comandante, che è di circa 1.000 uomini. L'entità del nostro contingente potrebbe quindi attestarsi su quella cifra.

Ovviamente sarà necessario adottare opportune iniziative in ambito ONU per individuare opzioni compensative, ad esempio ricercando nuovi Paesi che mettano a disposizione aliquote di militari per mantenere gli attuali livelli di uomini in UNIFIL.

Desidero quindi ribadire il presupposto più volte espresso che l'Italia continuerà a contribuire in modo significativo alla missione di pace e sicurezza in Libano fintanto che nell'ambito delle organizzazioni internazionali non verranno prese nuove e diverse decisioni.

Passo ora a descrivere l'attacco alla sede del PRT di Herat in Afghanistan, su base del 132° reggimento artiglieria Ariete. Sulla base delle informazioni in nostro possesso in questo momento, e che dovranno essere confermate dall'inchiesta in atto, l'attacco si è verificato il 30 maggio alle ore 11,15, ovvero 8,45 italiane, ed era stato preceduto dall'esplosione di una moto - una motobomba per l'esattezza - presso l'ospedale civile di Herat, probabilmente con scopi diversivi.

Dopo pochi minuti, un camioncino di colore bianco Mazda, tipo Titan, carico di sacchi di cemento e sabbia, si è presentato ad un posto di controllo che regola i movimenti sulla strada lungo il lato Sud di Camp Vianini, sede del PRT, verosimilmente accompagnato da due motociclisti che avrebbero distratto il personale di guardia dell'agenzia di sicurezza afgana Serv Cor Security posto a presidio del check point, consentendo all'automezzo di riprendere il movimento lungo la serpentina di ingresso per tentare di sfondare il portone principale del compound dove ha sede il PRT.

Il veicolo, penetrato oltre il posto di controllo, ha superato l'ingresso sud dell'insediamento militare ed è andato ad esplodere lungo il muro di recinzione a pochi metri di distanza.

Chi ha avuto occasione di visitare Herat sa che le vie intorno sono chiuse e per accedere a quelle vie, che possono anche condurre ad altri punti e non solo alla sede del PRT, c'è una prima porta e una prima fase di controllo.

L'azione quindi non è riuscita per il complesso di misure esistenti e il camioncino non è riuscito a centrare la porta di ingresso andando a sbattere, esplodendo, contro il muro esterno della base, disintegrandolo.

Subito dopo l'esplosione sembra confermato che alcuni terroristi, scesi da un veicolo che seguiva il camion ed intenzionati a penetrare nel compound a seguito del forzamento dell'ingresso principale, visto il fallimento del piano di attacco, si sono rifugiati all'interno di una palazzina antistante la base da cui hanno iniziato un fuoco diretto sugli edifici del PRT.

La deflagrazione causata dall'esplosivo portato dal camioncino ha provocato rilevanti danni ad una palazzina utilizzata dall'Unità di cooperazione civile e militare nazionale ed il crollo di un'altana.

L'esplosione ha causato la morte, oltre che dell'attentatore, anche di un interprete afgano che si trovava all'esterno della base e, unitamente alle conseguenze del crollo delle infrastrutture, è stata causa del ferimento dei nostri militari che non sono risultati colpiti da armi da fuoco.

Alle successive ore 8,59 italiane, ovvero alle 11,29 locali, immediatamente dopo l'attacco dinamitardo, ha preso avvio l'attacco a fuoco da parte degli insurgent che si erano introdotti negli edifici adiacenti il PRT e, in particolare, in una casa in costruzione, poi raggiunti dagli altri che sarebbero dovuti entrare nel portone principale. Il fuoco veniva condotto con l'impiego di armi portatili, bombe a mano e razzi anticarro RPG.

Un razzo ha colpito il veicolo civile Toyota in uso al comandante del PRT che, prendendo fuoco, ha provocato l'incendio di un ufficio adiacente. Al termine dello scontro e del rastrellamento venivano ritrovati due giubbotti esplosivi che non era stato possibile utilizzare da parte dei terroristi.

A seguito dell'esplosione è stato immediatamente attivato il piano di difesa ed il personale ha raggiunto le postazioni predefinite per la reazione.

Personale italiano presente nel PRT ha reagito all'attacco con le armi in dotazione ingaggiando gli obiettivi avversari rappresentati dagli insurgent localizzati negli edifici vicini al PRT.

A seguito dell'evento, il comando del Regional Command West ha disposto l'immediato intervento di elicotteri tipo A129 Mangusta per il supporto di fuoco, di altri elicotteri multiruolo per l'evacuazione del personale ferito, di velivoli AMX in ricognizione, nonché di personale di rinforzo motorizzato arrivato a bordo dei Lince.

Nel contempo, il Regional Command West ha allertato le forze di sicurezza afgane che alle ore 9,14 ora italiana (11,44 locale) hanno rapidamente cinturato l'area ingaggiando a loro volta le sorgenti di fuoco avversarie.

In sintesi, in tempi successivi, sono intervenuti nostri militari in servizio di guardia e della Forza di reazione immediata del PRT, le Forze speciali italiane e statunitensi per le operazioni di messa in sicurezza. Inoltre, il personale italiano specializzato ha proceduto alle operazioni di bonifica e messa in sicurezza all'interno del compound. All'esterno, personale nazionale e statunitense è intervenuto, unitamente alle Forze di sicurezza afghane nella palazzina da dove proveniva l'azione di fuoco e per la disattivazione di ordigni esplosivi. Infine, il personale delle Forze di polizia e di sicurezza afghane ha provveduto per la messa in sicurezza e la bonifica della zona circostante il PRT. Le attività di rastrellamento si sono concluse alle ore 17,25 locali.

Durante l'evolversi degli eventi, il personale del PRT ha segnalato di aver udito complessivamente 11 esplosioni provenienti dal di fuori del sedime militare: la prima, già citata, nella zona dell'ospedale civile, a circa 1 km dal PRT; altre tre nell'area nella quale si erano asserragliati gli insorti, sin da circa 100 metri ad est del Main Gate, ossia dell'ingresso principale, del PRT.

Non è stata confermata invece la notizia di un altro attacco condotto contro la sede del governatore di Herat, che era circolata in un primo momento.

A seguito dell'esplosione e del crollo della palazzina CIMIC, si è registrato il ferimento di 5 militari italiani, più uno in stato di shock. I feriti sono stati inizialmente evacuati sull'ospedale spagnolo Role 2 di Herat.

Un funzionario del Ministero degli affari esteri italiano ha subito uno shock traumatico, mentre tra i componenti non nazionali del PRT si è realizzato il ferimento di quattro civili, di cui uno sloveno e tre afgani. Vi ho già anticipato che nessuno di loro è stato colpito da proiettili, ma tutti da schegge e macerie dovute all'esplosione. In particolare, il ferito più grave è un capitano, che ha riportato una lesione pancreatica post-traumatica, una frattura vertebrale dorsale e una contusione lobo frontale. Altri quattro hanno riportato fratture e lesioni varie. Ad oggi hanno fatto tutti rientro in Italia e sono tuttora ricoverati presso il Policlinico militare di Roma del Celio.

Le Forze di sicurezza afgane hanno dichiarato di aver neutralizzato i cinque insorti individuati nel rastrellamento degli edifici nei pressi del luogo dell'attentato ed è stato inoltre catturato l'attentatore che ha fatto esplodere l'ordigno nei pressi dell'ospedale, pochi minuti prima dell'attacco al compound. Al termine dell'evento sono stati contati 5 deceduti e 32 feriti tra i locali afgani, e uno dei feriti è successivamente deceduto. Anche a loro, oltre che alle famiglie dei nostri militari e al popolo afgano, va la nostra vicinanza e la nostra commossa solidarietà.

Signor Presidente, onorevoli senatori, svolgo alcune breve considerazioni anche sull'Afghanistan, che in questo momento è interessato da una fase cruciale, quella della transizione delle responsabilità di sicurezza dalle forze ISAF a quelle afgane.

Herat rappresenta senza dubbio il simbolo del processo della transizione nella regione Ovest ed appare evidente che l'attentato sia parte di una strategia della tensione rivolta contro tale processo. Proprio nella giornata dell'evento di cui vi sto riferendo, il 30 maggio, era in atto la Conferenza nazionale afgana di tutti i consigli provinciali. Fino a tale data Herat era rimasta assolutamente estranea alle azioni ostili di questi ultimi mesi, ma evidentemente questa Conferenza deve essere stata ritenuta dagli insurgent un'occasione importante e propizia per ostacolare il processo di transizione su cui si basa la strategia della missione internazionale. D'altra parte, nonostante fosse chiaro che questo evento avrebbe potuto sicuramente portare ad azioni ostili, non possiamo rimproverare nulla perché tutte le misure di sicurezza possibili erano state approntate nella regione Ovest.

Nella regione Nord c'è un'altra zona considerata tranquilla, quella sotto il comando tedesco, che aveva subito proprio nei giorni precedenti un altro attentato in cui era rimasto coinvolto un generale tedesco.

Mettendo insieme i due eventi, è chiaro che la strategia è quella che ho appena enunciato, ossia tentare di bloccare la fase di transizione che evidentemente è quella che più di ogni altra preoccupa gli insurgent afgani, talebani e quant'altro.

Sul piano tattico la valutazione dei nostri militari è che l'attacco sia comunque fallito (dal loro punto di vista, dal punto di vista di chi lo ha organizzato e condotto), nonostante i feriti e i morti afgani che ha prodotto. Evidentemente l'obiettivo era assai diverso e va registrato che tutti coloro che hanno condotto l'attacco sono stati neutralizzati.

Deve, però, essere segnalato che anche in questo caso chi ha pagato il prezzo più alto sono stati i civili inermi, coinvolti in maniera sconsiderata e irresponsabile dai terroristi in questo attacco, che hanno pagato con la vita.

Occorre sottolineare un dato, che è l'unico aspetto positivo di questa ulteriore drammatica vicenda che si aggiunge ai tanti lutti e ai tanti momenti di tensione che abbiamo dovuto commentare anche in quest'Aula.

Tutta la dinamica che vi ho illustrato consente di esprimere un giudizio estremamente positivo sulla accresciuta capacità reattiva della polizia e dell'esercito afgano, che sono stati addestrati dai nostri militari e hanno dimostrato anche in tale occasione di aver acquisito la capacità di stare sul terreno e di rispondere alle ostilità, capacità ormai vicina alla professionalità del contingente internazionale. Questo è un titolo di vanto per gli istruttori, ma è soprattutto un motivo di conforto per chi, come noi, aspira a rendere operativa e decisiva la fase di transizione, che, secondo le previsioni, potrebbe concludersi nel 2014, con la riconsegna di tutto il territorio afgano al legittimo Governo di quel Paese.

Certamente non è possibile escludere che in futuro si verifichino altri eventi similari; anzi, devo dirvi che la fase è tale per cui ogni ora siamo in contatto, perché temiamo la possibilità di ripetizioni di atti del genere. Ma, dall'altro lato, la capacità di reazione mostrata dalle nostre forze e da quelle afgane costituisce un valido presupposto perché il progetto di trasferire la responsabilità di sicurezza nelle loro mani possa essere completato positivamente.

Un altro elemento che bisogna segnalare è che l'attacco non è stato disposto contro un dispositivo militare; si è trattato anzi di un attacco contro un organismo di ricostruzione, che tende ad assicurare condizioni di vita migliori al popolo afgano (ospedali, scuole, acqua, condizioni di socializzazione). Questo dimostra da un lato il lavoro che è stato fatto e, dall'altro, che gli insurgent, i terroristi, temono più di ogni cosa la nostra capacità di conquistare il cuore e le menti dei cittadini afgani. Non si spiega altrimenti la volontà di attaccare non una base militare, ma un luogo nel quale i cittadini comunque hanno solo dato amicizia, solidarietà, vicinanza, con forte aiuto.

Per concludere, credo che quello dei giorni scorsi sia stato evidentemente un disperato tentativo degli insurgent di impedire questo processo, che è in atto, che noi consideriamo avanzato in Afghanistan e che ci consente di sperare bene per il futuro, di cui però non vi nascondo i pericoli. Essi non diminuiranno; anzi, con l'avvicinarsi dell'obiettivo è prevedibile che vi siano dei tentativi di colpi di coda, quanto più dolorosi possibile, a cui i nostri militari e tutto il contingente internazionale stanno rispondendo con la solita professionalità, con il solito spirito di abnegazione e con la solita capacità di sacrificio. A loro, a questi ragazzi, alle ragazze, ai loro comandanti, che così bene stanno cercando di condurre avanti questa difficilissima missione, vanno la mia e - sono convinto - anche la vostra vicinanza e la vostra solidarietà. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Governo.

Come i colleghi che hanno chiesto di intervenire già sanno, darò ora la parola al senatore Scanu, poi la seduta verrà sospesa e riprenderà alle ore 16.

È iscritto a parlare il senatore Scanu. Ne ha facoltà.

SCANU (PD). Signor Presidente, la ringrazio molto per l'opportunità di parlare subito; cercherò di non andare troppo per le lunghe. Anche il Partito Democratico naturalmente si associa alla solidarietà che il sottosegretario Crosetto ha appena espresso ai soldati che sono rimasti vittime di questi attentati e alle loro famiglie. Desideriamo esprimere allo stesso tempo una forte preoccupazione, perché riteniamo che le modalità con le quali questi attentati sono stati perpetrati segnalino la volontà di alzare il livello dello scontro.

Ci preoccupa particolarmente l'attentato che è stato consumato ad Herat ai danni del PRT. Sembra evidente che si sia voluto colpire il paradigma e l'emblema di questa unità organizzativa, che rappresenta il tramite attraverso il quale creare un'unificazione tra il mondo militare (e quindi le varie articolazioni dei Paesi presenti) e la società civile. Tutto questo induce a ritenere che probabilmente si starebbe lavorando nella giusta direzione; ma, allo stesso tempo, diventa inquietante il pensiero e il timore che in futuro questo tipo di attentati possano essere accentuati. Noi vorremmo segnalare alcuni aspetti, in maniera quasi didascalica.

Signor Sottosegretario, nei giorni immediatamente successivi a questi attentati è stata ventilata ed è stata contemplata in maniera informale - ma, quando parla un Presidente del Consiglio o un Ministro, di informale non c'è niente - l'eventualità di una riduzione della presenza dei nostri militari sia in Afghanistan che in Libano. Recentemente, alla missione UNIFIL sembra che non sia stato neppure preso in considerazione il monito del segretario generale dell'ONU Ban Ki‑Moon, il quale ha esortato - non credo che questo verbo costituisca una forzatura - i Paesi che compongono l'UNIFIL a non abbassare la guardia.

Noi, che naturalmente non siamo guerrafondai e che rispetto alla necessità di essere presenti nei teatri internazionali ci poniamo davvero con lo spirito di portare avanti missioni di pace e non di guerra, riteniamo però che non ci possa e non ci debba essere leggerezza nel trattare queste materie. In particolare, riteniamo che non sia consentito che la leggerezza venga espressa magari dallo stesso Presidente del Consiglio, il quale, a seconda dei rapporti che intercorrono tra lui ed il capo riconosciuto della Lega, declina le proprie posizioni più per sedare eventuali risse che non per fare fino in fondo la sua parte di rappresentante del nostro Governo.

A questo proposito, signor Sottosegretario - e concludo - il Partito Democratico si rivolge per l'ennesima volta, suo tramite, al Governo italiano, affinché non accada di doverci trovare nuovamente di fronte al varo del decreto sulle missioni internazionali senza che il Parlamento sia stato preventivamente coinvolto. Le chiediamo pertanto di farsi portavoce nei confronti del signor Ministro, affinché almeno questa volta, se non altro nelle Commissioni competenti, sia possibile un confronto prima che il decreto venga varato. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Colleghi, la seduta è sospesa. Riprenderà alle ore 16.

(La seduta, sospesa alle ore 15,34, è ripresa alle ore 16,01).

Presidenza della vice presidente MAURO

Riprendiamo i nostri lavori.

È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.

CARRARA (CN-Io Sud). Signora Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghe e colleghi, innanzitutto mi associo a quanto ha detto il rappresentante del Governo per la solidarietà espressa nei confronti delle vittime nella ricerca della stabilizzazione e della pace in questi teatri.

I due attentati che si sono susseguiti così a breve distanza l'uno dall'altro, prima in Libano e poi in Afghanistan, sembrano avere la stessa radice. Infatti, è sempre più forte il sospetto che dietro a questi attacchi vi sia un chiaro messaggio dissuasivo nei confronti delle nostre truppe a stabilire un contatto diretto con le popolazioni locali. (Brusìo).

Signor Presidente, mi scusi, ma in queste condizioni mi vedo costretto a consegnare il mio intervento.

PRESIDENTE. Colleghi, consentite al senatore Carrara di svolgere il suo intervento.

CARRARA (CN-Io Sud). La ringrazio, signora Presidente. In Libano sei militari italiani della missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) sono rimasti feriti in seguito a un attacco contro i mezzi dell'ONU. L'ipotesi più accreditata è che dietro all'attentato ci possa essere un messaggio rivolto alla comunità internazionale, impegnata proprio a condannare la dura repressione siriana.

I soldati italiani sono in Libano dal settembre 2006 nell'ambito della missione Leonte, che fa parte dell'intervento ONU denominato UNIFIL. L'Italia partecipa alla missione internazionale con un contingente di 1.780 militari. Appena tre giorni dopo l'attentato in Libano, quattro aggressori hanno sferrato un attacco nei pressi del Centro per la ricostruzione provinciale di Herat, unità NATO nell'Afghanistan occidentale, gestita da soldati e da civili italiani. Secondo le intelligence italiane e americane, anche questo assalto, che ha lasciato feriti cinque militari italiani, sarebbe servito per spezzare il legame tra i militari in azione di pace e il popolo civile.

Il timore che aleggia ora è quello che altri possibili attentati contro obiettivi dell'esercito di pace siano già pianificati, anche in virtù del fatto che da circa un mese sono in forte aumento alcune piccole operazioni di intimidazione e continue sparatorie. (Brusìo).

Signora Presidente, mi scusi, consegno l'intervento.

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Carrara. (Brusìo). Colleghi, questo comportamento non è corretto nei confronti di quanti desiderano intervenire.

È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, innanzitutto intendo esprimere ancora una volta, personalmente e a nome del Gruppo dell'Italia dei Valori, solidarietà alle famiglie di tutte le vittime degli ultimi attacchi avvenuti in Afghanistan e in Libano. Desidero altresì ribadire la vicinanza e la gratitudine alle Forze armate, impegnate ogni giorno con dedizione, passione e impegno nelle missioni internazionali di pace (sottolineo: di pace).

Mi dispiace dover rilevare - e non lo faccio con polemica, ma solo perché credo che sia necessario - che come sempre il Governo e i relativi rappresentanti di turno si occupino dei nostri ragazzi impegnati in queste difficili missioni quasi esclusivamente in occasione di attentati e attacchi, o comunque di eventi caratterizzati da una certa gravità. La ringrazio quindi, signor Sottosegretario, per le informazioni che ha voluto fornire circa la ricostruzione degli eventi che nell'arco di pochi giorni hanno interessato i nostri militari. Credo però che, a prescindere dagli ultimi gravi incidenti, il Governo, in entrambe queste situazioni, non abbia presentato al Parlamento una posizione politica chiara e seria, soprattutto a fronte dei forti cambiamenti che stanno avvenendo in quei Paesi.

Ricordo in proposito che è dall'inizio della legislatura che si discute di una legge quadro sulle missioni internazionali. Ve ne sono diverse, depositate in entrambi i rami del Parlamento (una peraltro presentata dallo stesso Governo), ma ancora procediamo a rinnovare con decreti legge la nostra partecipazione a queste missioni, continuando purtroppo a non avere un programma!

È evidente come stiano aumentando i pericoli per i nostri soldati e per le nostre truppe e come gli ultimi gravi attentati avvenuti contro le nostre Forze armate, sia in Libano che in Afghanistan, pongano con urgenza la necessità di una riflessione sul ruolo svolto dai nostri militari in quelle regioni.

Dico questo non solo perché siamo preoccupati per l'incolumità dei nostri ragazzi, ma anche perché siamo convinti che la presenza delle nostre Forze armate in scenari di guerra o, comunque, in aree estremamente conflittuali, debba essere una presenza sempre ragionata, responsabile e attenta ad ogni cambiamento, non certo con l'attenzione che i colleghi stanno ponendo a questo dibattito. L'Italia, di fronte a questa situazione, risulta essere poco presente e attenta nonostante, tra l'altro, il nostro contingente in Libano sia ancora oggi il più numeroso.

Per quanto riguarda l'Afghanistan, la posizione dell'Italia dei Valori è da sempre stata chiara. Abbiamo ribadito più e più volte il nostro convinto no alla permanenza delle truppe in Afghanistan. Lo abbiamo fatto dall'inizio della legislatura chiedendo una exit strategy, ovviamente negata e poi considerata la soluzione migliore addirittura dal presidente Obama e dalla NATO. L'ultimo attacco da parte di un commando di quattro talebani al gruppo di ricostruzione provinciale di Herat City gestito dal contingente militare italiano è avvenuto, tra l'altro, in una provincia considerata pochi mesi fa fra le più tranquille anche dal ministro della difesa La Russa, che oggi non è presente.

È quindi indiscutibile che qualcosa non va! Che manca una percezione chiara della grave realtà di quel Paese e che ogni giorno il rischio per i nostri militari si fa sempre più elevato. È ora di prendere delle decisioni serie e responsabili nei confronti non solo di tutti i militari impegnati nelle missioni, ma anche nei confronti di tutto il Paese. È necessario, conseguentemente, rivalutare con attenzione e serietà la partecipazione del nostro contingente in queste missioni internazionali. È ora che i nostri ragazzi ritornino a casa!

Leggiamo inoltre su alcuni quotidiani, e tra questi «Avvenire», un reportage che descrive una giornata con i parà, i quali affermano che così rischiano, perché in Afghanistan ogni minaccia è un fantasma che ti segue e ti perseguita dappertutto.

Vorrei chiedere al Governo un tavolo di responsabilità, e non la riflessione fatta dal sottosegretario Crosetto, che altro non è che una copia del discorso fatto dal ministro La Russa il 31 maggio. Una riflessione anche sulla gravità del momento serve invece al nostro Paese per dare energia e, sicuramente, fiducia ai nostri militari. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Galioto. Ne ha facoltà.

GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI). Signora Presidente, signor Sottosegretario, negli ultimi dieci giorni in alcune delle zone dove sono impegnati i nostri militari si sono succeduti tre attentati, come è stato ricordato. Il primo il 27 maggio in Libano, nel quale sono stati coinvolti e feriti 10 nostri militari; il secondo in Afghanistan, al compound PRT di Herat, con 15 feriti; il terzo attentato ha provocato l'uccisione di un ufficiale dei Carabinieri, sempre in Afghanistan, in circostanze ancora da chiarire. Gli attacchi contro i nostri militari lasciano sempre tutti sgomenti. Anche noi vogliamo esprimere la nostra vicinanza alle famiglie delle vittime e ai feriti, augurando loro una pronta guarigione.

Gli attentati subiti in questi anni, che purtroppo negli ultimi mesi si sono intensificati proprio quando la transizione, soprattutto in Afghanistan, appare più vicina, ci rafforzano nella convinzione che la presenza militare italiana non è stata inutile, ma anzi è stata utile e proficua. Tuttavia, a nostro giudizio, si pone con forza la questione di un riequilibrio progressivo della presenza italiana nei teatri di intervento, che ad oggi non sono più considerati strategici. Non vogliamo dire niente di nuovo dal momento che una riflessione in questa direzione è stata compiuta nei giorni scorsi anche dai ministri Frattini e Calderoli.

A nostro avviso, però, è arrivato il momento di dare un segnale politico che non può e non deve essere interpretato come una defezione: i militari impegnati nelle missioni all'estero hanno e continueranno ad avere tutto il nostro sostegno. Ci sembra, però, che un riequilibrio delle presenze dei nostri militari nei vari scenari appaia oggi una decisione di maturità e di responsabilità. Si potrebbe seguire l'esempio, soprattutto per il Libano, del modello che è già stato attuato con le missioni nei Balcani: ad un progressivo consolidamento pacifico della situazione si è proceduto con un graduale riequilibrio delle forze in campo. Dal momento che lo stesso ministro La Russa ha evidenziato che in futuro, soprattutto in Afghanistan, i rischi per i nostri militari non diminuiranno, auspichiamo che lo stesso processo di transizione venga accelerato e monitorato con maggiore attenzione rispetto ad oggi.

Certo, sappiamo bene che l'Italia è parte di una coalizione e che le decisioni vanno contemperate nel quadro di un'alleanza, ma è ora che il Governo e la nostra diplomazia contribuiscano ad un salto di qualità. È evidente ed apprezzabile che un negoziato politico-diplomatico in tutta la regione venga messo in atto al più presto possibile; un negoziato che però deve proseguire e procedere di pari passo con una presenza militare riequilibrata nelle sue dimensioni per ottimizzare il nostro ruolo e per far sì che non ci si debba ritrovare così spesso con il Governo a relazionare su attentati e con le forze parlamentari ed i politici ad esprimere costernazione e solidarietà per le vittime. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Torri. Ne ha facoltà.

TORRI (LNP). Signora Presidente, ringrazio il Sottosegretario per la relazione che ha svolto oggi in Senato. Mi associo, con tutto il Gruppo, alla solidarietà per quanto è accaduto nei due teatri di crisi. Si è preso atto che ci sono stati dei feriti tra i nostri militari, e purtroppo si sono registrati anche dei morti tra la popolazione locale afgana.

Più che una disamina di quello che è avvenuto, volevo cercare di fare con il Sottosegretario un ragionamento di questo tipo: viviamo in un momento in cui c'è stata, da parte dell'America, un'azione importante che ha messo fine a Bin Laden, e credo che debba far riflettere tutti noi in modo molto serio. Questo, secondo me, non vuol dire che, con la morte di Bin Laden, dobbiamo pensare all'abbandono del teatro afgano. Credo che dobbiamo scandire una tempistica assieme alla NATO e mettere in condizione il presidente Karzai e il Governo afgano di accelerare la transizione in maniera corretta, tenendo fede ai patti che abbiamo inserito anche nel contesto NATO.

Signor Sottosegretario, io sono reduce - come alcuni miei colleghi - dall'ultima sessione dell'Assemblea primaverile della NATO, dove ho rilevato che è cominciato a passare in alcuni Paesi il concetto che, morto Bin Laden, il problema ha connotati nazionalistici, che il terrorismo, con la morte di Bin Laden, ha ormai poco spessore. Qualche collega di altri Paesi - ne cito uno non a caso: il collega Jean-Michel Boucheron dell'Assemblea Nazionale francese - negli interventi svolti in Commissione, e anche durante l'Assemblea parlamentare della NATO in sede plenaria, ha affermato che è imbarazzato, perché è difficile parlare con i familiari delle vittime per spiegare che dobbiamo tenere ancora gli uomini in quei territori quando è morto Bin Laden, facendo capire che ci dovrebbe essere una sorta di minore attenzione, che si dovrebbe mollare un po' la presa in Afghanistan, perché non sapremmo più come rispondere ai familiari delle vittime.

Ritengo che tale approccio sia assolutamente sbagliato e che si debba scandire chiaramente la tempistica (come quella già scelta del 2014). Credo, inoltre, che dobbiamo obbligare Karzai a tenere fede agli impegni che stiamo portando avanti. Dobbiamo prendere atto del fatto che il problema non è rappresentato solo da Bin Laden, ma da tutta l'organizzazione Al Qaeda e dai talebani. Se non diamo concretamente una mano per realizzare la transizione in quel Paese, credo che avremo amare sorprese. A mio avviso, forse sarebbe corretto tenere il terrorismo molto più lontano di quanto non si pensi dai nostri Paesi.

Per quanto riguarda la questione del Libano, ringrazio il rappresentante del Governo, il quale ha chiaramente affermato che ridurremo il contingente e cercheremo di avere una migliore operatività. Peraltro, io avevo parlato più di un anno fa dell'esigenza di ridurre i contingenti: al riguardo, il nostro partito è stato molto chiaro, perché dovevamo fare di necessità virtù. Noi, però, dobbiamo impegnarci per evitare di restare con il cerino in mano nei teatri di crisi. Mi spiego meglio: dobbiamo capire come si muovono i Paesi dell'Alleanza e cercare di dare i tempi in modo univoco ai vari Governi che hanno bisogno delle nostre forze e delle nostre truppe. Ripeto che, in occasione della sessione annuale della NATO, noi che dovevamo interagire con il segretario generale Rasmussen abbiamo avuto poco tempo, perché la seduta dell'Assemblea è stata chiusa in modo veloce, forse anche per motivi tecnici. Non ho però sentito il segretario generale della NATO Rasmussen affermare - come sostiene il senatore Pedica - che vi deve essere un preciso allentamento della presa in Afghanistan; anzi, ho capito che è stato chiesto a tutti i Paesi un maggior impegno economico per sostenere la NATO al fine di dare modo e mezzi a quei Paesi di realizzare la transizione. Pertanto, signor Sottosegretario, noi chiediamo che venga assunto un impegno: quello di vigilare attentamente e di controllare che nessun Paese faccia il furbo e ci lasci con il cerino in mano.

Questo è quanto il mio Gruppo parlamentare chiede al Governo. (Applausi dal Gruppo LNP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cantoni. Ne ha facoltà.

CANTONI (PdL). Signora Presidente, onorevoli Sottosegretari, onorevoli colleghi, desidero ringraziare il sottosegretario Crosetto per la sua acuta e puntuale relazione, che mette in evidenza la situazione nei Paesi in cui le nostre Forze armate sono coinvolte.

Quando i nostri militari impegnati in missioni umanitarie all'estero rimangono vittime di attentati, all'inizio veniamo colti da sentimenti di angoscia e di impotenza, mentre attendiamo notizie rassicuranti sul numero e sulle condizioni dei militari coinvolti; immediatamente ci immedesimiamo nella condizione delle loro famiglie, che vivono quotidianamente l'angoscia che i loro congiunti possano subire lesioni o perdere la vita nell'esercizio del dovere. Dobbiamo essere assolutamente vicini e solidali - tutti hanno unanimemente espresso solidarietà in quest'Aula - con le famiglie ed i militari che ci onorano con la loro presenza all'estero, purtroppo spesso sacrificando anche la propria vita.

In un secondo tempo questi sentimenti sfociano inevitabilmente nel desiderio di far tornare a casa tutti i nostri militari, ponendo fine a missioni che diventano di giorno in giorno più insidiose, cosicché si susseguono invocazioni al ritiro delle truppe o perlomeno ad una riduzione cospicua o per nulla graduale dei contingenti dislocati. E queste invocazioni tentano tanto più noi parlamentari che sentiamo il peso delle decisioni assunte, allorché siamo chiamati a deliberare l'invio delle truppe all'estero nei teatri più caldi del pianeta.

Noi riteniamo che un ritiro, come correttamente evidenziato dal ministro La Russa e ribadito dal sottosegretario Crosetto, possa avvenire in termini graduali ma con grande prudenza, perché questi scenari internazionali non hanno ancora guadagnato la capacità di una democrazia interna, alla quale noi siamo vicini, nel tentativo, ormai annoso, da parte nostra di far recuperare a queste povere popolazioni la dignità delle loro vite.

Ma fino a pochi giorni fa noi ritenevamo che tutto questo potesse accadere solamente in Afghanistan, scenario che negli ultimi anni ha decisamente oscurato gli altri teatri operativi. Dal 27 maggio abbiamo invece scoperto di essere vulnerabili anche nel vicino Libano ed abbiamo accarezzato l'idea di ridurre o di azzerare anzitempo anche lì il nostro impegno.

Vorrei cogliere l'opportunità di questo intervento per ribadire con forza a nome del Gruppo che mi onoro di rappresentare che in questi momenti non possiamo chiedere o desiderare un disimpegno dell'Italia dal Libano o dall'Afghanistan o da qualunque altro Paese ci veda impegnati, e questo perché la politica e la difesa della democrazia, ahimè, in un mondo globalizzato, e se volete anche cinico, nei Paesi che non hanno ancora guadagnato un assetto democratico sono rappresentate unicamente dalle forze militari.

È chiaro che una riduzione del nostro impegno può e deve avvenire solo a seguito dell'accertata cessazione delle ragioni che lo hanno determinato, e che sono essenzialmente di natura umanitaria e di ripristino dei valori democratici più basilari. E non mi sembra proprio che ciò possa dirsi in un momento in cui quasi tutti i Paesi mediorientali sono connotati da una forte instabilità e i tentativi, più o meno coraggiosi, della popolazione di emanciparsi dallo status quo vengono spesso repressi in maniera feroce, con esiti allo stato imprevedibili.

Pertanto, mai come in quella che viene definita, forse in maniera un po' frettolosa ed ottimistica, la primavera araba bisogna essenzialmente assicurare nel Medio Oriente e nel lontano Oriente la continuità dell'impegno della comunità internazionale, in seno alla quale il ruolo di tutto rispetto che l'Italia è riuscita a ritagliarsi si deve soprattutto al lavoro svolto dalle nostre Forze armate e dai loro vertici, universalmente apprezzati per la professionalità, generosità e umanità con cui svolgono i propri compiti. A loro va la nostra ammirazione ed il nostro sentito ringraziamento. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Torri).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa resa dal Sottosegretario di Stato per la difesa, onorevole Crosetto, che ringrazio per la disponibilità.