Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00278
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Atto n. 1-00278
Pubblicato il 12 maggio 2010
Seduta n. 378
FINOCCHIARO , ZANDA , LATORRE , CASSON , MARCENARO , DI GIOVAN PAOLO , LIVI BACCI , MARINARO , PINOTTI , TONINI , CABRAS , MICHELONI , PERDUCA , ZAVOLI
Il Senato,
considerata l'evoluzione della situazione in Medio Oriente e le difficoltà che ancora incontra il processo di pace;
rinnovato l'invito alle parti a non restare prigioniere del passato e ad impegnarsi con determinazione sulla via di una pace condivisa e negoziata;
considerato che non può aversi pace senza una lotta ferma ed esplicita contro ogni forma di intimidazione, di violenza e di terrorismo, specialmente contro i civili;
considerata la necessità della condanna di ogni forma di antisemitismo, di antisionismo e di pregiudizio antiisraeliano, così come dei pregiudizi antiarabi e antimusulmani;
ribadito che il diritto all'autodifesa non deve mai oltrepassare il principio di proporzionalità, e che l'impiego di armi e tecnologie vietati dagli accordi internazionali è inaccettabile;
considerato positivamente che la nuova amministrazione americana sia determinata a favorire una soluzione di pace nella regione e ribadito il suo pieno sostegno alle iniziative volte a favorire la ripresa dei negoziati;
ricordate le risoluzioni adottate dalla Nazioni Unite, gli accordi di Oslo, la Dichiarazione di Washington, il processo verbale Moratinos del 2001, la roadmap proposta dal Quartetto, così come le dichiarazioni finali della Conferenza di Annapolis vanno tutte nella direzione di una pace fondata sul principio "terra contro pace" al fine di garantire uno Stato palestinese al fianco dello Stato di Israele;
ricordato che i colloqui preliminari e i negoziati ruotano intorno a quattro punti principali: 1) uno Stato palestinese stabilito sulle frontiere del 1967 modificate da eventuali scambi di territori approvati dalle due parti; 2) una soluzione giusta e condivisa per i profughi palestinesi che non comprometta le caratteristiche dello Stato di Israele; 3) l'evacuazione dei territori occupati nel 1967; 4) uno statuto di Gerusalemme concordato tra le parti che tenga conto del valore religioso e storico della città. Su ognuno di questi punti negli anni scorsi si sono registrate convergenze che non devono essere disperse;
preso atto che il Governo israeliano in carica ha proposto un nuovo approccio ad una soluzione di pace che riconoscendo il diritto a uno Stato palestinese richiede al tempo stesso il riconoscimento del carattere ebraico dello Stato di Israele;
ricordato che la questione gli insediamenti israeliani in territorio palestinese è divenuta sempre più un punto cruciale del conflitto e che l'amministrazione statunitense e la comunità internazionale hanno chiesto al Governo israeliano di bloccarli;
sottolineata la necessità che non siano adottate decisioni che pregiudichino l'identità di Gerusalemme Est;
apprezzata la decisione del Governo israeliano di ridurre i check point e i controlli degli accessi in Cisgiordania e auspicando che altre decisioni in questa direzione siano prese;
apprezzati i considerevoli miglioramenti realizzati sul piano economico e della sicurezza dall'amministrazione palestinese e la incoraggia a proseguire in questa direzione;
riconfermando il proprio sostegno all'Autorità nazionale palestinese guidata da Mahmoud Abbas e auspicando che i negoziati con Hamas giungano ad un esito positivo che permetta la formazione di un Governo palestinese di unità nazionale e la fissazione di una data accettabile per lo svolgimento delle elezioni legislative e presidenziali;
ribadita con forza a Israele e a Hamas la richiesta di riprendere i negoziati per una tregua solida e durevole, per la riapertura degli accessi a Gaza e per uno scambio di prigionieri che permetta al soldato Gilad Shalit di ritornare alla propria famiglia;
considerato inoltre che:
è in atto da tempo un deterioramento delle relazioni tra l'Iran, l'Unione europea e l'insieme della comunità internazionale;
in questo quadro anche i rapporti così vasti e importanti tra l'Iran e l'Italia sono messi in pericolo come mai in passato è avvenuto;
considerato che alla base di tale deterioramento delle relazioni stanno:
1) la sistematica violazione dei diritti umani, il ricorso alla tortura e all'assassinio, la dura repressione del dissenso anche attraverso la persecuzione dei familiari delle persone impegnate nelle fila dell'opposizione, l'esplicito uso politico a questo fine degli apparati dello Stato, delle formazioni paramilitari, della magistratura e della giustizia e la persecuzione della libertà di stampa, di espressione e di riunione e manifestazione, che costituiscono una violazione di principi e diritti universali tale da giustificare l'intervento della comunità internazionale e da rendere inaccettabile l'accusa di interferenza negli affari interni di un Paese sovrano;
2) l'indisponibilità fino ad ora evidenziata dalle autorità iraniane a concordare una soluzione in materia di energia nucleare che da un lato garantisca al Paese il suo uso pacifico, dall'altro, secondo quanto prescritto dal Trattato di non proliferazione del quale l'Iran è firmatario, garantisca la comunità internazionale dall'eventualità di un impiego dell'energia atomica a fini militari;
3) il rifiuto del riconoscimento dell'esistenza dello Stato di Israele e anche il rinnovarsi periodico da parte dei massimi dirigenti iraniani di appelli alla sua distruzione, violando in tal modo un principio costitutivo delle Nazioni Unite delle quali lo Stato di Israele è membro e contribuendo non alla prospettiva di una pace giusta ma all'esasperazione dell'instabilità e dei conflitti in tutta la regione;
4) la scelta, in particolare dopo le elezioni del giugno 2009 e la vasta protesta in tutto il Paese, di una linea di condotta basata sulla repressione, sull'uso della violenza pubblica e privata, sulla sistematica negazione di quegli stessi diritti fondamentali che lo stesso Iran ha sottoscritto e ratificato con la Convenzione sui diritti civili e politici e quella sui diritti dell'infanzia;
peraltro, la scelta della via della violenza, invece di quella del confronto e del dialogo con una parte così significativa della società iraniana, si rivela ogni giorno di più illusoria e incapace - nonostante aumentino ogni giorno il volume della violenza dispiegata e il numero delle sue vittime - di assicurare al Paese un'effettiva stabilità interna;
considerato che:
l'Iran è un grande Paese e l'Italia ne rispetta profondamente la cultura e le tradizioni e a nessun altro che agli iraniani spetta la definizione dei lineamenti costituzionali essenziali della loro Repubblica, a partire dalla forma di Stato, dalla forma di governo e dallo stesso rapporto tra religione e politica;
la possibilità della democrazia in Iran ha solide fondamenta nell'esistenza di una società civile progredita, in un alto livello di cultura e di formazione delle donne e degli uomini, in un'economia ricca di potenzialità e in una storia civile e religiosa, in cui la cultura e il dialogo che essa comporta e che con essa si accompagna hanno sempre rivestito un ruolo di primaria importanza;
al tempo stesso è essenziale il ruolo che l'Iran può svolgere nella lotta contro il terrorismo internazionale e per l'affermazione della pace nella regione mediorientale. In Iraq, così come in Afghanistan l'Iran può essere interlocutore essenziale delle politiche di stabilizzazione. Questo ruolo va riconosciuto nell'ambito di una politica che si basi sulla concertazione multilaterale e sulla cooperazione dei diversi popoli e dei diversi Stati al fine di assicurare una prospettiva di pace e di stabilità;
proprio per questo, è necessario che la politica iraniana evolva e che anche in Medio Oriente, nello scenario del conflitto israeliano-palestinese, l'Iran contribuisca ad una stabile soluzione pacifica basata sul riconoscimento di Israele, del suo diritto alla sicurezza e alla realizzazione dello Stato palestinese;
ricordato che:
la rappresentanza diplomatica italiana a Teheran, su indicazione del Ministro degli affari esteri, ha tenuto, nel periodo di maggiore tensione dopo le elezioni del giugno 2009, un comportamento del quale l'Italia può essere orgogliosa;
proprio nei giorni seguenti le ultime elezioni politiche iraniane, mentre esplodeva la protesta popolare contro un risultato elettorale denunciato da tutte le opposizioni e da larga parte della società civile e dello stesso clero come frutto di manipolazioni, il Senato ha potuto ascoltare su questi temi la testimonianza di Shirin Ebadi, avvocato insignita del premio Nobel per la pace nel 2003 per la sua costante azione in difesa dei diritti fondamentali di tutti gli iraniani e in particolare delle donne che, non solo per usi e consuetudini, ma per leggi dello Stato, subiscono fortissime discriminazioni di genere in tutti gli ambiti sociali e di diritto civile e penale;
a quell'audizione sono seguite numerose altre iniziative parlamentari, di denuncia delle repressioni, degli omicidi e degli arresti e di approfondimento e di interesse all'evoluzione del movimento di dissenso interno, esprimendo costantemente ferma condanna delle repressioni in atto e un incessante invito ad abbandonare la strada della forza e a ritornare al dialogo politico;
ritenuto che:
la violenza e la repressione contro il dissenso costituiscono violazione di tutte le carte e convenzioni internazionali, a cominciare da quella sui diritti civili e politici che anche l'Iran ha ratificato;
la democrazia non ammette l'esistenza di prigionieri politici, vale a dire di individui arrestati o condannati per avere espresso in forma pacifica il proprio pensiero;
l'Italia si oppone alla pena di morte, alle torture, alle violenze contro i detenuti e ai processi sommari, senza possibilità di difesa e in assenza di Stato di diritto;
la strada per affrontare una crisi così profonda come quella che sta attraversando la società iraniana non può essere quella della forza ma quella della politica e del dialogo;
il punto di vista italiano in tema di tutela dei diritti umani non è frutto di pregiudizio ma di amicizia per l'Iran e di un maturato e profondo convincimento che unisce tutto il popolo italiano, che questa vicinanza non può essere intesa come ingerente o interferente negli affari interni di quel Paese e che lo stesso concetto di sovranità nazionale trova il suo limite nel diritto internazionale;
lo stesso movimento di opposizione si presenta come una realtà plurale nella quale confluiscono una profonda domanda di libertà e di cambiamento che proviene dalla società civile, le preoccupazioni di una parte importante del clero che considera in pericolo quegli stessi principi che furono alla base della rivoluzione che nel 1979 abbatté la dittatura militare dello Scià e la posizione di settori dello stesso establishment che non condividono la svolta originata negli anni scorsi dalla presidenza di Ahmadinejad;
il rispetto di questa pluralità che può essere risolta solo nel dialogo e nel confronto interno alla società iraniana è uno dei capisaldi per un sostegno alla lotta per la democrazia rispettosa dell'autonomia di quel Paese e della maturità dei suoi cittadini;
l'Italia, coerentemente con la posizione europea, sostiene la prospettiva di un accordo equo che garantisca al tempo stesso il diritto e la sovranità dell'Iran e quello della comunità internazionale a contrastare la proliferazione di armamenti nucleari,
impegna il Governo, nel quadro di una ripresa di iniziativa dell'Unione europea e in coerenza con gli orientamenti dell'insieme della comunità internazionale:
a dispiegare, sia attraverso le vie multilaterali e il sostegno all'azione delle Nazioni Unite e delle sue agenzie, che attraverso le relazioni bilaterali dell'Italia con tutti i Paesi della regione, il massimo di iniziativa per contribuire al superamento delle difficoltà presenti, alla ripresa dei negoziati e al rilancio del processo di pace.
Impegna altresì il Governo:
ad esercitare, di concerto con l'Unione europea e con la comunità internazionale, la massima pressione perché siano sospese le condanne a morte e le esecuzioni capitali e perché tutti i prigionieri politici e coloro che sono stati arrestati in seguito alle proteste e alle manifestazioni siano rimessi in libertà;
a contribuire con coerenza all'azione della comunità internazionale per spingere le autorità iraniane a modificare le scelte compiute fino ad oggi sia sul piano della "questione nucleare" che su quello del rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti dalle convenzioni firmate e ratificate;
ad adottare le misure utili ed efficaci per raggiungere questo obiettivo concordate con la comunità internazionale, ivi comprese eventuali sanzioni politiche ed economiche;
a mirare le misure restrittive politiche ed economiche in primo luogo sui gruppi dirigenti che hanno la massima e diretta responsabilità della presente situazione ed in particolare su quelle strutture di potere economiche e militari e sui loro esponenti che dominano la società iraniana e hanno responsabilità diretta nell'azione repressiva;
ad ascoltare e tener conto a questo proposito, prima di una decisione definitiva, delle opinioni espresse da quanti si battono per la democrazia e la libertà;
a graduare le eventuali sanzioni non solo in relazione al negoziato nucleare ma anche all'evoluzione della situazione dei diritti umani;
a sostenere con determinazione la linea del dialogo e della non violenza come scelta essenziale alla quale ispirarsi non solo nei rapporti col Governo iraniano, ma anche in quelli con le opposizioni. La rottura di una spirale di violenza che da molti e molti decenni insanguina ciclicamente l'Iran e accompagna ogni cambiamento di regime è non solo un obiettivo in sé ma una condizione imprescindibile per l'affermazione della democrazia. Non violenza significa che anche con l'avversario più crudele non c'è alternativa al dialogo e al confronto pacifico, se non si vuole ricadere prima o poi nella stessa situazione. È stata d'altronde questa la scelta fondamentale compiuta in questi mesi dal movimento dell'Onda verde;
a contribuire nell'ambito delle istituzioni internazionali ad inquadrare l'iniziativa sulla questione nucleare nei confronti dell'Iran nell'ambito di una più generale iniziativa per il disarmo nucleare, come previsto dalla stessa deliberazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del settembre 2009 e come riaffermato anche recentemente dalla Presidenza degli Stati Uniti d'America;
a farsi parte attiva dei futuri negoziati previsti nel mese di maggio 2010 per il rinnovo del Trattato di non proliferazione e a sostenere con forza la firma del nuovo trattato e dell'assunzione delle obbligazioni conseguenti anche da parte di quei Paesi come India, Pakistan e Israele che, pur disponendo di armi nucleari, fino ad oggi non vi hanno aderito.