Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 041 del 28/09/2006
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BUCCICO (AN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BUCCICO (AN). Signor Presidente, le considerazioni svolte dal collega Manzione ci trovano ovviamente annuenti. Anche l'altra sera, nel corso della discussione generale, il senatore Manzione ha sostenuto le stesse tesi ed ha argomentato come oggi. Mi permetterà di dissentire soltanto su una considerazione di carattere generale.
Il senatore Manzione ritiene che, nel condizionamento del dibattito e nello scontro sui problemi della giustizia, la voce dei magistrati sia indifferente e neutrale. Così non è, è una visione idilliaca. Purtroppo, il terreno di scontro che anima il dibattito sulla giustizia è fortemente condizionato dalle prese di posizione dei magistrati. Del resto, è sufficiente leggere quanto ha prodotto il direttivo dell'Associazione nazionale magistrati tre giorni fa, con la proclamazione, da ora al 28 ottobre, di una serie di manifestazioni grandemente contestatrici, nell'ipotesi in cui il disegno di legge dovesse subire il tracollo nell'Aula del Senato. Questa è la verità sacrosanta.
Quindi noi dobbiamo sì restituire a tutti quanti il proprio ruolo, la necessità e la capacità dell'interlocuzione dialettica, ma è necessario che condizionamenti straripanti e tracimanti non vi siano più. Il Parlamento non può essere condizionato da questi ultimatum e neppure da quei pareri che, al di là dei limiti, il Consiglio superiore della magistratura, organo di autogoverno o di governo (è poco importante) della magistratura, spesso dà, ponendosi addirittura come terza camera parlamentare.
Il problema che oggi ci poniamo è molto semplice e mi pare sia stato ricondotto a grandissima ragionevolezza dagli interventi dei senatori Palma e Manzione. Si tratta del problema dell'ufficio della procura della Repubblica, così come ridisegnato. Ho grande stima del collega Di Lello Finuoli, ma egli ha secondo me una visione datata e storicamente superata degli uffici della procura. Ha fatto dei riferimenti di carattere storicamente suggestivo, quando ha voluto ricordare la definizione con cui era denominata la procura di Roma, ma non possiamo porre in alternativa questi modelli.
Dobbiamo considerare quello che avviene oggi nelle procure, quello che avviene oggi nell'amministrazione quotidiana della giustizia, quello che avviene oggi fra l'uso a volte distorto della misura cautelare reale o personale e i cittadini; dobbiamo misurare oggi quanta incidenza ha sui diritti di libertà fondamentale, alcune volte, la asincronia che vige in tantissime procure.
Non si tratta purtroppo di riferimenti che riguardano soltanto la Basilicata; basterebbe andare, per un secondo soltanto, a quello che ci viene propinato, in tema di incompetenza ubiqua ed ecumenica, dalla procura di Torino per renderci conto di come siamo stati da anni abituati ad assistere a questi straripamenti e a questi scippi di competenza, per determinare poi affermazioni di presenza sul piano dell'agone giudiziario e quindi di grandissima visibilità.
Guardate, il problema è molto serio e molto semplice: dobbiamo porre rimedio ad una serie di gravissime distorsioni nell'uso quotidiano della giustizia. Allora questo decreto, razionale e compatto, è un decreto che nel contesto si inserisce perfettamente. Non stiamo a distinguere sulla necessità di definizione della titolarità dell'esercizio dell'azione penale! Io sostengo che l'aggettivo «esclusivo», che si accoppia a «titolare» nel testo del decreto legislativo, è addirittura superfluo; è sufficiente dire che è titolare dell'azione penale per qualificare e, nello stesso tempo, perimetrare e determinare la somma di potestà che sono in capo al procuratore della Repubblica. Ma un'esigenza di razionalizzazione è necessaria.
Io definirei ed ispirerei questo decreto, di cui vogliamo la vigenza e la permanenza, al criterio della unitarietà.
È necessario che vi sia un'unitarietà, pur ferma la libertà del singolo magistrato.
Debbo dire al collega Di Lello Finuoli che qui non c'entra la mera suddivisione per funzioni, prevista ontologicamente e naturalmente nella Carta costituzionale a tutela della libertà dei magistrati. Una cosa sono le funzioni e altra cosa è la necessità di organizzazione degli uffici con la suddivisione dei compiti. Del resto, non può sfuggire a nessuno - soprattutto a molti magistrati - come in tante procure italiane già si sia realizzata questa suddivisione. È sotto gli occhi di tutti l'intervista che ha concesso il procuratore capo della Repubblica di Napoli in cui ha affermato di aver già attuato questo decreto legislativo. Da noi si fa proprio così. È una verità sacrosanta.
Pertanto, abbiamo bisogno di recuperare questo spirito unitario di razionalità che non si esprime soltanto nella necessità di maggiori garanzie per la libertà personale. È senza significato la lunghissima discussione che ha avuto luogo fra gli operatori del diritto sulla titolarità del giudice ad emettere la misura cautelare. Siamo stati a discutere anni se debba farlo un giudice monocratico, com'è oggi il Gip, o debba essere demandata tale funzione, considerato il bene supremo che è la libertà, a un organo collegiale come un tribunale ad hoc o il tribunale del riesame.
Com'è previsto dalla legge, questo criterio di organizzazione, non gerarchica ma dialogica, deve valere anche nelle procure. Nel momento in cui partono queste richieste, si innesca il meccanismo che può portare alla privazione della libertà, alla delimitazione anche forzosa di beni di proprietà, senza far riferimento poi all'aspetto della spettacolarizzazione legata all'uso frequente delle conferenze stampa. In Italia si diventa magistrati così: dopo l'uditorato, si diventa sostituti procuratori e il giorno dopo già si fa la conferenza stampa, attorniati dalla polizia giudiziaria, con cortei di macchine e celebrazioni di interviste. È ora di finirla, perché dobbiamo restituire alla giustizia un tasso di serietà! (Applausi dai Gruppi AN e FI).
PASTORE (FI). Bravo!
BUCCICO (AN). Questa è la verità! Dobbiamo restituirlo questo tasso di serietà! Se questo principio unitario interviene nell'organizzazione delle procure e se viene razionalizzato anche nelle esternazioni con i mass media, senza conculcare i sacri principi del diritto di libertà e di stampa, è un bene. Possiamo continuare ad assistere quotidianamente agli scioperi, agli scenari cui siamo abituati, alle macchine che bruciano l'asfalto, a magistrati che pontificano dalla mattina alla sera? No!
Il bene principale da tutelare non è l'attività del magistrato, è certamente la libertà di condizioni nelle quali il magistrato deve operare. Il bene principale è la serietà, la libertà dei cittadini, che sono poi gli interlocutori essenziali. (Applausi dai Gruppi AN e FI).
È su questo tema che ci dobbiamo confrontare. Perciò, non posso non dire al collega Manzione ciò che ho già sostenuto all'inizio: tutti hanno diritto di intervenire nel dibattito sulla giustizia. Guai se non fosse così! Se i tassisti, giustamente colpiti, possono intervenire e rivendicare l'interlocuzione con il ministro Bersani, se i lavoratori dell'industria possono interloquire, giustamente, con i datori di lavoro e con i Ministri competenti, è giusto che anche i magistrati facciano sentire il loro punto di vista. È addirittura indispensabile conoscere il punto di vista dei magistrati ed è assolutamente indispensabile non subire questo punto di vista! (Applausi dai Gruppi AN e FI). Qui è il sistema di garanzia e di libertà. Questa è la coralità delle voci che debbono essere poi metabolizzate e filtrate, in piena libertà, dalle Assemblee parlamentari.
I magistrati li conosciamo bene. Nella maggior parte dei casi, sono ottime persone: è la verità sacrosanta. Il sistema di accesso alla magistratura è molto datato, perché è un mero concorso mnemonico che porta al più alto esercizio che vi possa essere in un Paese. Spesso si tratta di giovani che hanno lasciato le aule del liceo e hanno superato con il facilissimo cento dieci e lode degli ultimi anni il corso universitario. L'esame è mnemonico, è scolastico! I sistemi di accelerazione delle loro carriere sono sistemi - purtroppo - di filtro corporativo. Restituiamo una volta tanto condizioni di ragionevolezza, di serietà e di unitarietà - come dice il ministro Mastella - a questo decreto legislativo, che deve essere mantenuto, per i magistrati, per il miglior funzionamento della giustizia e per la tutela dei diritti di libertà e di garanzia dei cittadini. (Applausi dai Gruppi AN e FI).