Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 041 del 28/09/2006
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BIONDI (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIONDI (FI). Signor Presidente, sarà per il mio inesauribile ottimismo, ma continuo a rivolgermi a tutti i colleghi - ovviamente, nessuno escluso, perché a tutti porto rispetto e a taluni anche qualcosa di più, per consuetudine di vita - sperando che le argomentazioni espresse non siano frutto di una valutazione aprioristica, sia da un lato che dall'altro.
Sono stato Ministro della giustizia, ho incontrato tante difficoltà anche con alcuni degli amici qui presenti, ma ho sempre ritenuto che il valore della funzione che si svolge in questi campi debba consentire, ovviamente, la facoltà di critica e la scelta anche di temi aspri: nei miei confronti sono stati asperrimi. Pertanto, non me la prendo se vengono sollevate delle polemiche.
Tuttavia, sul tema della segretezza credo sinceramente che dovremmo essere d'accordo, perché - come ha detto benissimo il senatore Valentino - la segretezza non è un bene che appartiene ad una casta che vuol essere segreta per poter fare ciò che vuole. La segretezza attiene ad un'impostazione che nel processo penale è necessaria perché una parte delle indagini non venga resa nota e perché i soggetti interessati siano tutelati nella loro reputazione in funzione di ciò che la Costituzione, non a parole e non formalmente, dice essere la presunzione, non di innocenza, ma di non colpevolezza; l'innocenza è un'altra cosa, è qualcosa di più della non colpevolezza.
C'è un segreto che riguarda il cittadino e l'indagine. Vogliamo tutelarlo? Come originano questi fiumi carsici che partono dagli uffici e arrivano sempre ai giornali? Io faccio l'avvocato da tantissimi, troppi anni, e mi è capitato di non avere avuto ancora un verbale e di leggerlo invece su un settimanale che è sempre informato, che offre gli stessi nomi e gli stessi soggetti. Perché? Non credo che la responsabilità sia dei giudici. Sono questi grandi indagatori, questi soggetti capaci di controllare tutto e di vedere nell'indagine la proiezione di ciò che Calamandrei chiamava «istinto venatorio»: si arriva a colpire la vittima nella speranza che sia poi quella giusta. Vedremo poi: provideant iudices. Dopo si vedrà se era destinata o no all'iniziativa penale. Questi stessi soggetti, dotati di un tale dono di natura, non riescono mai a scoprire chi nel loro ufficio non svolge un'azione di verifica, di controllo.
Come mai? Come si fa a ritenere che non ci sia questo controllo? Se anche qualcuno sollecita, si va a Brescia, tanto per non fare nomi, e si a vedere che gli stessi che controllano i controllori non trovano mai nulla. Perché? La domanda non è rivolta ad una illegittima suspicione nei confronti dei magistrati. È una domanda che ci dobbiamo porre per capire come far sì che la garanzia sia uguale all'andata e al ritorno, per il cittadino e per l'ufficio, perché la giustizia a questo tende: stabilire un rapporto credibile tra chi accusa, chi si difende e chi giudica. Se gli elementi fuoriescono e hanno quindi nell'indagine una loro capacità aggressiva, qualche volta depistante, il rischio c'è. Se si individua un unico soggetto che abbia la responsabilità del rapporto con la stampa, è meglio.
Parliamoci chiaro. Qui nessuno vuole fare «Alice nel paese delle meraviglie». Ci sono nelle procure dei giornalisti, magari fortunati, che hanno un naso per cui entrano nei fascicoli e li conoscono in anteprima; che hanno un rapporto di amicizia, un rapporto di confidenza, nel senso latino del termine; che godono della fiducia di chi non dovrebbe accordargliela. Questa confidenza dà poca riverenza, quindi si può avere quel rapporto. Con un solo soggetto responsabile, forse non verrebbe nemmeno la tentazione di farsi un nome con il processo, di diventare famosi perché è famoso l'inquisito.
L'operazione è nota: siccome l'azione penale è obbligatoria, ma la scelta del fascicolo è facoltativa, si individua il fascicolo che fa più nomea rispetto a quello più anonimo che magari riguarda il cittadino qualsiasi. D'altronde, è vero che la legge è uguale per tutti, ma fa più notizia, favorisce un rapporto, una relazione col giornale, se la vicenda si riferisce a chi abbia un certo nome, un certo ruolo, una certa funzione e perciò sia destinatario della legittima curiosità del giornalista.
Sono un vecchio liberale. Credo che la libertà di stampa sia una garanzia assoluta per tutti e che nella libertà ci sia il rischio della libertà. La libertà è rischiosa, non è comoda. Penso che su questo dobbiamo stabilire, non una criminalizzazione di chi utilizza, ma semmai un motivo di attenzione su chi consente o non impedisce un evento che ha l'obbligo giuridico di impedire. Perciò mi permetto di dire che, approvando l'emendamento 1.7, non si fa un salto da una parte all'altra di questo piacevole emiciclo, ma soltanto quel che è giusto, ossia vedere se una norma realizzi meglio la finalità per la quale la segretezza si pone come garanzia della giustizia prima di tutto e del cittadino poi, non sotto l'aspetto della sua soggettività, ma della sua costituzionale illibatezza fino alla sentenza definitiva di condanna.
Può darsi che sia io ottimista, può darsi che sia fiato buttato al vento. Confido sulla benevolenza di chi ascolta e sull'intelligenza di chi capisce. (Applausi dai Gruppi FI e AN e del senatore Stiffoni).