Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 991 del 20/12/2000
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GUBERT. Signor Presidente, credo che alcune valutazioni di sintesi possano essere riassunte in tre o quattro punti che voglio trattare molto brevemente.
Le proposte che il Governo ha elaborato nel documento, rispetto ad una dialettica tra un processo di crescente omogeneità a livello europeo delle modalità e dei contenuti formativi e, invece, il mantenimento di una specificità dei percorsi nazionali e anche sub-nazionali, scelgono decisamente il polo dell'omologazione.
Mi domando se fosse proprio il caso. Come mai c'è tanta volontà di mantenere un riferimento nazionale e poi, quando si tratta, in ambito europeo, di mantenere una propria specificità di percorsi, di contenuti e di prospettive, non si sceglie questa strada? E' come se fosse un di meno rispetto a un di più, è come se l'omogeneità fosse qualcosa di più o di meglio rispetto alla specificità nazionale.
Questo è un primo limite: di fronte alle tensioni e alla ricerca di radicamento locale, che la nostra gente sta esprimendo e che anche il dibattito di questi giorni in relazione al caso Haider fa riemergere, il documento tende più a criticare tale radicamento difensivo anziché renderne conto e dare una risposta ai problemi che ne sono alla base.
Il secondo punto su cui voglio far convergere l'attenzione è rappresentato da una sorta di eccesso di "scuola-centrismo". Non ci si è resi conto che la scuola nella società moderna diventa sempre più una delle agenzie di formazione della persona e non può più essere la principale istituzione attraverso la quale le generazioni presenti trasmettono la loro esperienza culturale e scientifica a quelle future.
Presidenza del vice presidente ROGNONI
(Segue GUBERT). Quando è previsto un minimo di trenta ore di attività scolastica, estensibili in qualche caso fino a quaranta ore, e l'orario normale di un lavoratore è ormai di trentacinque ore, ma si va verso una riduzione, mi domando se non tendiamo a rendere i ragazzi più lavoratori di quanto non lo saranno da grandi.
Nel documento è scritto che si tende ad una riduzione, però quest’ultima mi sembra molto evanescente, perché - come dicevo - si va da un minimo di 30 ore ad un massimo di 40.
Il Ministro è qui presente e lo ringrazio. Ricordo che quando ero bambino, e frequentavo la scuola elementare, avevo tre ore il mattino e due il pomeriggio di lezioni, con un’interruzione; il giovedì era libero, il famoso giovedì di Pinocchio di Collodi. Ormai siamo di fronte ad una macchina formativa in cui vogliamo mettere dentro di tutto.
Mi sembra che ci sia un eccessivo "scuola-centrismo", che si riflette anche nell’estendere alla scuola materna, alla scuola dell’infanzia, la natura di scuola vera e propria, integrata in un processo. Noi sappiamo che la scuola materna, la scuola dell’infanzia, non è obbligatoria, però nel documento è trattata come se lo fosse, tant’è vero che per la scuola di base, ad esempio, si indica come criterio di riferimento metodologico, per i primi due anni, l’obbligo di raccordarsi con la scuola materna. Ma allora quelle famiglie che decidessero di non servirsene sono escluse? Il bambino che per qualche ragione si decide di far rimanere in famiglia, non penso debba essere considerato un minus habens. Allora, per favore, la scuola materna lasciatela tale; lasciatela scuola dell’infanzia in cui il bambino non sia una macchina, qualcosa da riempire di contenuti, perché dopo su quei contenuti si deve costruire quello che verrà nella scuola successiva.
Signor Ministro, nella scuola materna ci sono 35 ore di attività estensibili fino a 40. Mi domando: è scuola materna o sostituzione della famiglia, del vicinato, del gruppo amicale? Ritengo che su questi problemi non possiamo tacere. A mio avviso, quando un bambino rimane per 40 ore settimanali in una scuola materna, in una scuola dell’infanzia, non è più un bambino della sua famiglia, ma altro. Vogliamo fare i parcheggi? Vogliamo dire che è scuola, ma usarla come parcheggio o come struttura assistenziale per i genitori che lavorano? Può essere una soluzione pratica, però non credo sia il modo migliore per prestare un servizio al bambino. Il bambino ha bisogno di un ambiente molto più ricco, molto più vario. Dopo 35-40 ore di scuola probabilmente è uno "straccio vuoto".
Per quanto riguarda il rapporto con la famiglia, si dice che ci deve essere un dialogo. Credo che si dovrebbe rovesciare la prospettiva e rispondere alla domanda: di chi è la scuola? Io penso che, proprio per il mandato costituzionale ai genitori della responsabilità primaria nell’educazione, prima di tutto sia dei genitori, poi può essere anche di tutta la realtà collettiva, locale, nazionale e sovranazionale, che è interessata alla formazione. Non basta dire che la scuola deve dialogare con i genitori come fosse una realtà esterna; la scuola deve incorporare negli organi dell’autonomia la capacità dei genitori di decidere in merito.
Non mi piace, signor Ministro, l’idea del campus per la scuola di base. Mi domando dove vive la gente che ha scritto questa cosa? Ha provato ad andare nelle realtà dove la densità demografica è bassa e dove è tanto se c'è un edificio che regge la scuola elementare? A mio avviso, se dietro il campus c’è l'idea di costruire una scuola concentrata, meno dispersa di quella attuale, è un errore. Laddove è possibile, si possono anche costruire questi complessi in cui c’è tutto, la palestra e così via, e va benissimo; ma dove non si possono realizzare facilmente credo sia meglio lasciare le cose in modo più disperso, anziché concentrarle per realizzare un modello che non mi convince.
La terza osservazione riguarda la scuola di base, la cui natura è smentita dalla stessa definizione. Se è una scuola intermedia tra la scuola materna e la scuola superiore, perché è di base? Perché la scuola materna è assunta come parte integrante di un normale percorso scolastico; secondo me, invece, la scuola di base dovrebbe essere davvero tale.
La legge contiene un'ambivalenza, perché parla di scuola unitaria però con possibilità di articolazione interna. È accaduto in realtà che l'unitarietà è prevalsa di gran lunga sull'articolazione interna, che è stata ridotta ad un modello 2+3+2 perché i modelli alternativi (5+2 o 4+3) avrebbero creato problemi per capire se la demarcazione avrebbe dovuto coincidere con l'ultima classe delle elementari o con la prima classe delle scuole medie.
Credo che questa unitarietà non tenga conto della natura del processo di apprendimento. Il Ministro è probabilmente più esperto di me in questo campo, ma a me consta che l'apprendimento si può rappresentare come un processo a spirale: si incrementa di continuo tornando, su basi diverse, agli stessi argomenti. Sebbene il documento affermi il contrario, il modello prevalente è meccanico. Si configura un'articolazione meccanica dei contenuti che, a mio avviso, non è produttiva. È opportuno che, nell'evoluzione del bambino da sei a tredici anni, vi sia una ripresa progressiva di contenuti, anziché una progressiva specializzazione, come prevede lo schema. Le 40 ore, inoltre, potevano avere qualche giustificazione per la scuola materna, in considerazione del fatto che i genitori lavorano, ma in questo caso non ne hanno alcuna. L'orario è eccessivo; non lo vogliamo per i lavoratori, non capisco perché debba essere previsto per i ragazzi.
Non mi dilungherò sulla scuola secondaria; secondo me l'aver mescolato l'obbligatorietà con il livello secondario non agevola l'approfondimento e l'arricchimento di questo tipo di scuola; ma si tratta di una scelta precedente al documento. A me sembra che assisteremo ad un impoverimento del contenuto delle scuole superiori.
Vorrei soffermarmi sull'ultimo punto, riguardante i contenuti dell'insegnamento e il profilo professionale dell'insegnante. Il documento afferma che l'insegnante deve essere colto, capace di fare ricerca, competente, capace di interagire. Questi requisiti possono andar bene per un professore universitario, possono andare abbastanza bene per un professore di scuola secondaria, ma in relazione ad un bambino di sei anni, signor Ministro, come è possibile trascurare l'aspetto educativo, di testimonianza, di coerenza di vita? Non bastano professori colti, competenti e capaci di relazioni; occorre che i professori diano un esempio di vita, rappresentino un punto di riferimento alternativo o complementare alle figure della madre e del padre, della famiglia. Di ciò non vi è traccia; a me sembra un po' poco.
Così come non vi è alcuna traccia dei contenuti etici e religiosi all'interno della scuola. Negli orientamenti educativi della scuola materna, l'aspetto etico-religioso era presente. In sede di revisione del Concordato, è stato stabilito che ci si possa avvalere o no di tale insegnamento, ma non è misconosciuto il carattere curriculare della formazione religiosa ed etica. Nel documento in esame tale formazione è scomparsa completamente. Così come è scomparsa la filosofia: nel liceo ad indirizzo umanistico è citata la letteratura, ma non la filosofia. Come mai questa carenza? Molti studi accompagnatori sono ricchi e apprezzabili dal punto di vista dell'impianto; ma il documento mi è sembrato un impoverimento. Vorrei sbagliarmi, Ministro, vorrei avere letto male o aver trascurato alcuni aspetti, ma se avessi ragione dovremmo recuperare l'aspetto formativo della scuola che è centrale.
Certo, forse con valenze diverse tra la scuola elementare e quella superiore. Tuttavia se guardo alla mia esperienza di studente, devo dire che la formazione fondamentale l'ho ricevuta dagli insegnanti a tutti i livelli, dalle elementari fino alle scuole superiori, un po’ meno all'università ma comunque anche in quest'ultima.
Credo che tale aspetto debba essere tenuto in considerazione, senza rendere l'insegnante soltanto una persona competente, colta e capace di interagire.
Ci sono poi problemi che riguardano il mondo degli insegnanti: sono problemi tecnici, di recupero della professionalità. Ad esempio, ci sono giunte sollecitazioni dagli insegnanti degli istituti tecnici alberghieri che sostengono che la loro capacità non è tenuta in conto. Credo che questi problemi pratici possano trovare una soluzione, ma mi premono soprattutto i problemi di impianto.
In breve, occorre avere l'orgoglio della specificità della scuola italiana e non considerarla un di meno, non rendere troppo forte e duraturo l'impegno scolastico ma lasciare spazio alla multiformità delle esperienze formative presenti nel corpo sociale: una scuola meno ridotta ad aspetti tecnici e, invece, attenta all'aspetto formativo. In molte dichiarazioni si parla di aspetto formativo e della crescita umana della scuola: questo è un fatto positivo, però che cosa vuol dire formazione umana? L'aspetto etico, religioso, filosofico è trascurato. Sarei molto lieto se si potesse migliorare il documento su questi punti.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bergonzi. Ne ha facoltà.
BERGONZI. Signor Presidente, rinuncio ad intervenire.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lombardi Satriani. Ne ha facoltà.