Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 991 del 20/12/2000
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DANZI, relatore di minoranza. Signora Presidente, il Gruppo CCD è contrario alle scelte operate dal Governo per quel che concerne la riforma dei cicli scolastici. Riteniamo, in questa scelta di contrarietà, di avere l'ideale sostegno della maggioranza degli operatori scolastici. Questi, d'altra parte, hanno espresso il loro malessere ed il loro disappunto negli ultimi giorni, caratterizzati da proteste vibranti che solo superficialmente potrebbero essere ricondotte all'esclusiva questione economica, ma che sicuramente vedono il mondo della scuola, i diretti interessati, particolarmente preoccupati per quella che appare una normativa confusa, una riforma non lineare, non omogenea. Tutto ciò desta delle preoccupazioni considerevoli di cui ritengo non si possa non tener conto. Pertanto, riteniamo di essere in buona compagnia.
Perché questa riforma non è lineare? Perché essa non discende da un disegno organico nel quale possa agevolmente leggersi un'idea di uomo, di società, di scuola. E' stata attuata attraverso una serie disparata di provvedimenti; cito l'articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59; il decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, per quanto concerne l'autonomia; la legge 20 gennaio 1999, n. 9, relativa al prolungamento dell'obbligo scolastico; la legge sulla parità del 2 marzo 2000; il decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n. 323, recante modifica degli esami di Stato; la legge n. 144 del 1999, articolo 68, con il passaggio dal sistema della formazione professionale e dell'apprendistato a quello scolastico.
Come si rileva, si tratta di una riforma realizzata a piccoli passi; una riforma a mosaico, nella quale francamente appare difficile districarsi ed ancor più difficile soprattutto interpretare, leggere un profilo globale ordinato. Questa riforma, per essere compresa, richiede una lettura a più livelli.
La riforma prevede due cicli: il primo ciclo della durata di sette anni, la scuola di base, ed il secondo della durata di cinque anni, la scuola secondaria.
Per il primo ciclo si prevede la seguente struttura: un primo biennio, un triennio successivo ed un secondo biennio. Nel primo biennio l'insegnamento è affidato ai maestri, nell'ultimo biennio ai professori, nel triennio intermedio agli uni e agli altri in maniera indifferente.
Sparisce quindi ogni differenziazione fra scuola elementare e media, soprattutto sparisce ogni identità professionale dei docenti. A noi pare che in questo modo il ciclo scolastico non sia neanche rispettoso delle caratteristiche intellettive e psico-affettive degli alunni.
Poiché riteniamo di non dover fare solo ed esclusivamente delle critiche in qualche modo distruttive (rendendoci anche conto della complessità della materia e di come questa invariabilmente ogni volta che se ne parla comporti un conflitto fra quelli che ci piace definire i politici riformisti, cioè coloro i quali nel mondo della scuola e quando si parla di mondo della scuola sono per il cambiamento purchessia, a tutti i costi, secondo un malinteso concetto di modernità, e quelli che sono invece i politici riformatori, i quali ritengono che dalle migliori esperienze del passato debba derivare un cambiamento intelligente, razionale e di ottima prospettiva), ma si debba offrire un contributo, noi del CCD abbiamo fatto interamente nostra l'elaborazione svolta dalla Fondazione Nova Spes, in collaborazione con il Centro studi della Gilda, con l'Istituto italiano per gli studi filosofici, con la Fondazione Liberal, con Società Libera, con l'Associazione genitori scuole cattoliche, con il Movimento per l'Europa popolare, per una proposta alternativa di qualificazione culturale della scuola.
Noi proponiamo, per quel che riguarda la scuola di base, criteri ispirati ai due principi della unitarietà del percorso e della distinzione delle fasi al suo interno, cui va riferito anche il passaggio dagli ambiti disciplinari alle discipline. Rifiutiamo, quindi, l'ipotesi del docente unico e, di conseguenza, alla differenziazione del ciclo scolastico si chiede che corrisponda la specificità del titolo di studio dell'insegnante.
Facciamo due ipotesi. Fermo restando che la scuola dell'obbligo debba arrivare a 18 anni, pensiamo che si potrebbe conservare il vecchio schema di cinque anni più tre, cioè di una scuola elementare e una media, anticipando a cinque anni l'età di accesso alla scuola elementare. Oltretutto riteniamo che oggi i bambini a cinque anni, sotto gli stimoli e gli impulsi delle playstation e di Internet, che purtroppo non abbiamo avuto noi da ragazzi, siano sicuramente più pronti, di quanto non lo fossero le precedenti generazioni, ad accedere al mondo scolastico.
In alternativa, potremmo anche considerare l'ipotesi 1+4+3. Sembrano degli schemi calcistici, ma si tratta sostanzialmente di ridurre di un anno la scuola elementare facendo però in modo che il quadriennio della scuola elementare stessa venga preceduto obbligatoriamente da un anno di frequenza della scuola per l'infanzia.
Per quel che riguarda invece il triennio terminale, noi riteniamo che esso debba essere articolato in riferimento ad alcuni criteri (cioè la specificità di questo triennio, un orientamento e un progressivo autorientamento attraverso i percorsi disciplinari) che però richiedono alcune condizioni: il passaggio dagli ambiti disciplinari alle discipline, cui deve necessariamente corrispondere la specificità del titolo di studio degli insegnanti; una differenziazione di livelli di crescente complessità delle materie, finalizzate all'orientamento dello studente; l'inserimento degli alunni in livelli di competenza; la periodica rivedibilità di questi livelli in base ai risultati conseguiti.
Non mi attardo sulla presentazione di queste proposte, perché sono riportate nella relazione.
Per la scuola secondaria, pensiamo che l'orientamento teorico possa essere individuato in tre aree e non nelle quattro proposte dal Governo. Riteniamo, cioè, sulla base di considerazioni sostenute da eminenti studiosi, che si possa considerare un'area classico-scientifica, un'area tecnico-tecnologica e un'area artistica e musicale.
Evidentemente, all’interno di ciascuna area, ogni scuola può proporre in modo autonomo dei curricoli, però - ripeto - non intendo dilungarmi nel mio intervento perché questo aspetto si può evincere dalla relazione.
L’obbligo della formazione, che oggi è protratto fino ai 18 anni, attualmente è assicurato, in alternativa alla frequenza di un liceo, da tre canali: gli istituti professionali di Stato, i corsi di formazione professionale organizzati dalle regioni e l’apprendistato. Questo capitolo richiede un’ampia riflessione, che coinvolge il mondo della scuola, i sindacati, gli enti territoriali e il mondo produttivo. È assolutamente necessario che accanto al corso teorico vi sia anche la possibilità di orientare concretamente gli studenti verso il mondo del lavoro. Questa è una considerazione molto importante e un po’ sottaciuta.
Vorrei sottolineare che la nostra posizione può essere riassunta sostanzialmente in alcuni punti fondanti: una chiara definizione della natura e della finalità della scuola; un’articolazione del sistema scolastico in cicli rispettosi dell’evoluzione intellettuale, psicologica, emotiva ed affettiva dell’alunno; un’offerta formativa trasparente, la quale, sin dall’inizio della scuola secondaria superiore, distingua appunto i canali formativi orientati allo studio teorico da quelli orientati al lavoro, onde garantire agli studenti un’effettiva libertà di scelta; il riconoscimento delle specificità delle singole discipline e del loro valore formativo nell’unità del sapere; una gestione dell’autonomia che non ingabbi la scuola con la prescrittività delle procedure e che riconosca le diverse opzioni metodologiche e culturali dei singoli docenti; l’impegno a salvaguardare l’importanza culturale ed educativa della scuola secondaria superiore in quanto tale; una riconsiderazione delle tecnologie informatiche in chiave di supporti didattici importanti ma non strumentali.
Vorrei concludere dicendo che evidentemente, insieme agli amici della Casa delle libertà, noi del CCD siamo assolutamente d’accordo sulla richiesta della reale mancanza di costi per questa riforma. Non crediamo che sia così e vogliamo capire quanto possa costare tale riforma, tanto per il personale quanto soprattutto per l’edilizia scolastica. Allora riteniamo che temi così importanti, temi che non possono essere approvati a colpi di maggioranza perché riguardano questioni che interessano tutti, signor Ministro, vadano riformulati o quantomeno pensiamo che sarebbe utile ed opportuno un rinvio nell’attuazione della riforma. (Applausi dai Gruppi CCD, FI, AN e LFNP).