Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 991 del 20/12/2000
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Discussione del documento:
(Doc. XVI-ter) Programma quinquennale di progressiva attuazione della legge concernente il riordino dei cicli di istruzione
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del Programma quinquennale di progressiva attuazione della legge concernente il riordino dei cicli di istruzione.
Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Donise, per integrare la relazione scritta.
DONISE, relatore. Signora Presidente, colleghi, signor Ministro, credo sia innanzitutto doveroso porgere un ringraziamento alle forze di opposizione (dalla Lega Nord ad Alleanza Nazionale, da Forza Italia al CCD) che in Commissione hanno consentito di giungere in tempi rapidi all'esame del provvedimento in Aula.
La legge-quadro n. 30 sul riordino dei cicli dell'istruzione, che il Parlamento ha approvato il 10 febbraio di quest'anno, all'articolo 6 prevede una complessa e graduale procedura per la sua attuazione; prevede infatti la presentazione da parte del Governo di un programma quinquennale di progressiva attuazione, oggetto appunto della discussione odierna. Si tratta di un ponderoso fascicolo su cui il Senato oggi adotta una risoluzione che reca indirizzi specificamente riferiti alle singoli parti del programma.
Si tratta, quindi, di un passaggio impegnativo: il Senato è infatti chiamato a dare un contributo, che è parte integrante del programma di attuazione della riforma. Il programma, infatti, consente e propone di avviare il meccanismo di attuazione della legge in maniera graduale, anche con una scelta tra modi e tempi diversi prima della messa a regime: gradualità e prudenza. Tuttavia, il programma chiede che si decida e si dia così, da un lato conclusione ad un intenso ed ampio programma riformatore, dall'altro un ulteriore sviluppo.
Credo sia giusto riconoscere che al Senato, nella discussione in Commissione, anche da parte dell'opposizione non vi è stata una linea di pura e semplice resistenza; non si è scelta la strada di bloccare la legge, correndo così il rischio di paralizzare l'istituzione scolastica. Le pur legittime e anche pesanti critiche e le argomentate preoccupazioni sono state espresse in termini di riflessione approfondita e di contributo propositivo.
Il Governo, sulla base delle risoluzioni che tra l'altro la Camera ha già adottato e di quella che oggi dovrà adottare il Senato, è impegnato a presentare successivamente - credo sia importante fare attenzione a questi passaggi - i regolamenti di attuazione, i regolamenti per la definizione di nuovi curricula, il regolamento per il reclutamento degli insegnanti. Insomma, ci sarà poi la verifica triennale; in sostanza, a conclusione dei tre anni si dovrà rilevare a che punto e come è il processo di riforma ed eventualmente introdurre anche disposizioni correttive e modificative del programma.
Il mio auspicio è che ci sia, anche al di là della verifica triennale, un confronto continuo tra il Governo, il Parlamento e l'insieme del mondo della scuola, perché siamo di fronte ad una fase complessa e difficile ed anche a molte questioni non del tutto risolte. Dobbiamo esserne - io credo - tutti quanti consapevoli.
Illustrerò in termini rapidissimi - vi assicuro - e molto stringati i contenuti dei sette capitoli in cui si articola questo programma.
Il primo capitolo riguarda in generale le finalità, le ragioni, le condizioni e i soggetti della riforma; riassume i criteri orientativi della legge. Sottolineo in particolare i seguenti aspetti: la centralità dell'alunno, la dimensione europea ed internazionale e l'esperienza italiana, aspetto sul quale vorrei soffermarmi.
A metà degli anni Cinquanta - lo ricorda spesso il ministro De Mauro, che citerò anche altre volte nel corso del mio intervento - il 60 per cento degli italiani non aveva alcun titolo di studio. Oggi tale percentuale si è ridotta al 10 per cento: il 90 per cento degli italiani possiede un titolo di studio. La scolarità media dai tre anni del 1950 è passata ai nove anni del 2000. Un lavoro immenso è stato fatto. Credo che questo sia il primo punto che dobbiamo proprio oggi sottolineare.
Il ministro De Mauro ha detto, in occasione dell'insediamento della commissione preparatoria del programma dei cicli: "L'immenso lavoro che scuole e insegnanti hanno compiuto in questi anni rappresenta, probabilmente insieme - non è una dichiarazione enfatica - allo Statuto dei lavoratori, lo sforzo meglio riuscito per tradurre espressioni formali come "libero sviluppo delle persone" e "pari condizioni di partecipazione alla vita del Paese", contenute nella Costituzione, in una realtà concreta, per lo meno per le giovani generazioni". Poi il ministro De Mauro ha rivolto una espressione di riconoscenza che ritengo molto importante. Egli ha detto: "Grazie al lavoro delle scuole alcuni dei segmenti più alti della Costituzione formale sono diventati realtà operante. Lo ricordo non solo" - e io mi associo al Ministro - "per segnare un esplicito debito di riconoscenza che Governo, Parlamento, Nazione devono sapere di avere verso la scuola, ma perché questo lavoro ha sedimentato un patrimonio enorme di esperienze, di progetti, di disegni didattici, di offerte e di sperimentazioni formative".
Proprio a partire dalla consapevolezza di questa realtà, oggi possiamo affrontare con maggiore decisione i ritardi, i limiti, i problemi aperti dinanzi a noi. Infatti, i problemi non sono risolti e anzi la situazione della scuola nel nostro Paese, dell'insieme del sistema formativo, ha problemi gravissimi ancora da risolvere.
Considerando la fascia di età compresa tra i 24 ed i 64 anni, si constata che in Italia - sono dati del 1998 - solo il 38 per cento della popolazione ha conseguito un diploma. Il rapporto 2000 dell'OCSE dimostra che l'Italia occupa uno degli ultimi posti nella classifica in fatto di durata della scolarità, anche se riconosce i passi avanti compiuti in questi anni.
Permettetemi di ricordare che anche nella formazione si evidenzia il divario drammatico fra Centro-Nord d'Italia e Mezzogiorno; i dati sull'evasione dell'obbligo, sul basso livello di scolarizzazione e sull'abbandono rappresentano un rischio e un limite gravissimo per tutto il Paese, ma soprattutto per il Mezzogiorno.
Ecco perché il tentativo di dare risposta ai problemi sopra descritti, di affrontare i nodi dell'evasione, dell'abbandono e dell'insuccesso scolastico hanno motivato l'accelerazione impressa in questi anni da Berlinguer al processo riformatore. Ecco il senso e il valore della riforma dei cicli, della sua attuazione con il programma che oggi giunge all'esame dell'Assemblea. Il riordino dei cicli tende a ricomporre unitariamente tutte le esigenze di ordine educativo e sociale che richiedono, appunto, una formazione in grado di realizzare pienamente la persona umana e di preparare, con il più ampio spessore culturale e critico, il futuro cittadino.
Il terzo capitolo riguarda i curricula. In particolare, per la scuola dell'infanzia sono ribaditi l'obiettivo della generalizzazione e della sua collocazione quale primo segmento del percorso scolastico.
Per quanto riguarda la scuola di base, che è il centro della riforma, si cerca di superare la frattura in quella età delicata di passaggio tra l'infanzia e la preadolescenza, accompagnando la crescita con uno sviluppo progressivo, coerente, unitario della scuola, senza quelle forzature e rotture che la separazione tra scuola elementare e media ancora realizza. In questo modo si intende valorizzare anche la collaborazione di docenti diversi, così come avviene nelle scuole più avanzate d'Italia e di tutto il mondo, private e pubbliche.
La scuola secondaria si articola in due percorsi, ma in estrema sintesi il tentativo è quello di superare la frantumazione eccessiva di indirizzi di fronte ai quali ci troviamo con la scuola di oggi (il liceo, gli istituti tecnici, professionali ed altri), quindi la rigidità di percorsi tra loro separati e incomunicanti, con il dato drammatico della dispersione, che si ritrova anche nel primo anno dell'università.
Il quarto capitolo riguarda il tema importantissimo della valorizzazione delle professionalità degli insegnanti.
Il quinto e il sesto capitolo recano i temi delle modalità e dei tempi di attuazione della riforma, sui quali si svolgerà anche qui un dibattito.
Venendo rapidamente alla conclusione, credo che sulla questione dei tempi e delle modalità la scuola, pur attraversata da tensioni critiche e da dubbi, si domandi perché iniziare oggi e non aspettare ancora un poco.
Ritengo che ci siano due argomenti importanti sui quali riflettere. Già circa il 40 per cento delle scuole, i cosiddetti istituti comprensivi, sperimentano un percorso unitario della scuola di base; la scuola superiore è stata attraversata in questi anni (credo più di trenta, i senatori più anziani di me ricorderanno i progetti da Biasini a Brocca) da vari tentativi di rinnovare e riorganizzare il ciclo superiore dell'istruzione.
Per molti aspetti la scuola è già cambiata, anche rispetto alle leggi che sono in vigore. Ecco pertanto da dove nasce la necessità oggettiva ed ineludibile dell’accelerazione: rispondere a questi problemi, a queste esperienze, a queste realtà già in corso nella pratica quotidiana della scuola.
Però voglio sottolineare un punto: il nocciolo del problema - diciamocelo - è stato nell’incapacità del Parlamento, in particolare, e dei Governi che si sono succeduti (anche se i Governi hanno fatto tentativi importanti) di rinnovare con una legge l’organizzazione degli studi secondari, dando così una visione d’insieme, un progetto complessivo alla scuola italiana. È questa la novità che oggi noi come Parlamento dobbiamo introdurre per rispondere ai bisogni della scuola e della società italiana.
Sulla realizzazione dei cicli, sull’insieme delle leggi di riforma della scuola non ci sottraiamo agli interrogativi, ai problemi non ancora risolti, ai rischi che corriamo. Ci sono i limiti di spesa, c’è la non ancora definita revisione dei programmi di insegnamento, il riassetto della docenza, la previsione di una inevitabile fase di difficoltà organizzativa, lo sforzo necessario per radicare nel costume e nella mentalità la pratica difficile, ma straordinaria, dell’autonomia che già coinvolge e interessa la gran parte delle scuole del nostro Paese.
Il punto vero, politico, è questo: noi dobbiamo decidere stasera - e possiamo deciderlo - di andare avanti, di non restare fermi. Ormai tutti riconoscono che gli obiettivi della riforma sono ineccepibili: costruire un sistema scolastico più giusto e più efficiente, che sia teso ad eliminare o a ridurre al minimo gli insuccessi e gli abbandoni, che sia capace di farci tenere il passo dei Paesi più avanzati e che sia più rispondente agli sviluppi della scienza, alle trasformazioni della società, che sia in grado di valorizzare la capacità critica della persona e la funzione civile del cittadino.
Credo che noi dobbiamo assolvere a questo compito con la decisione di questa sera. (Applausi dai Gruppi DS, PPI, UDEUR e Misto-Com).
PRESIDENTE. Il relatore di minoranza, senatore Bevilacqua, ha chiesto di integrare la relazione scritta. Ne ha facoltà.
BEVILACQUA, relatore di minoranza. Signora Presidente, colleghi, signor Ministro, vorrei innanzitutto sottolineare l’intempestività con la quale la maggioranza e il Governo si stanno muovendo a proposito del complessivo iter legislativo della riforma. Mi permetto di ricordare che già approvammo la legge in piena emergenza, con una restrizione dei tempi perché si avvicinavano le vacanze estive e bisognava approvarla prima della chiusura. Oggi ci troviamo ad approvare il piano quinquennale di progressiva attuazione della riforma sempre in piena emergenza temporale, perché altrimenti scadono i 45 giorni assegnatici dalla legge, termine entro il quale va espresso il parere e devono essere presentate le relazioni.
Voglio ringraziare, da parte mia, anche il relatore di maggioranza, il senatore Donise, perché ha avuto la sensibilità di dire che se oggi possiamo venire qui in Aula con delle relazioni di maggioranza e di minoranza, dopo aver concluso di fatto i lavori in Commissione, ciò è dovuto alla responsabilità dimostrata dalle forze del Polo in Commissione, ritenendo che fosse giusto presentarci al Parlamento ed al Paese con un provvedimento il cui iter in Commissione si è già concluso.
Signor Ministro, esprimiamo il nostro forte dissenso sul piano di attuazione della riforma, sulla falsariga del dissenso che esprimemmo già in occasione della presentazione del disegno di legge. È vero, in quella circostanza non facemmo un'opposizione dura, violenta ma, al di là di ciò che lei segnalò come un atteggiamento positivo per la maggioranza, non è vero che l'opposizione non mosse alcun tipo di obiezione. Infatti, già in occasione della discussione del disegno di legge sul riordino dei cicli scolastici il Polo per le libertà presentò un testo alternativo, più flessibile, per cercare di intercettare un punto di convergenza, per vedere se era possibile salvare qualche aspetto. La maggioranza, sorda alle richieste dell'opposizione, blindò il provvedimento che fu approvato con il nostro voto contrario. L'opposizione si limitò a criticare l'impalcatura perché di essa, e non del progetto, trattava il disegno di legge.
Oggi cominciamo a conoscere qualcosa di più ed esprimiamo in maniera più forte il nostro dissenso, convinto e motivato. Emerge, infatti, un'impostazione ingegneristica, della quale cominciamo ad avere un'idea chiara: l'articolazione è 7+2+3; i sette anni della scuola di base non costituiscono un unico blocco, come sembrava in un primo momento, ma diventano di fatto 2+3+2. Nei primi due anni i maestri elementari operano in stretta connessione con la scuola materna; gli ultimi due anni preparano al passaggio alla scuola superiore, una scuola superiore che, a nostro avviso, peggiora anch'essa la situazione esistente, ma su tale aspetto ci soffermeremo in seguito.
I sette anni sono gestiti in maniera ingegneristica; non si dice nulla dei curricula; dei programmi si dice soltanto che essi saranno gestiti per il 75 per cento a livello nazionale, per il 25 per cento a livello di singoli istituti. Tra l'altro queste percentuali, nell'ambito del piano, sono spesso modificate.
Il lavoro è stato prodotto da una commissione di 300 esperti. Signor Ministro, gradiremmo sapere come sono stati scelti e se hanno lavorato davvero senza ricevere alcun tipo di retribuzione. Se ciò fosse vero si comprenderebbe l'esito; se invece sono stati pagati vorremmo sapere quanto è costato questo lavoro.
Il programma è stato elaborato all'interno del Ministero, senza alcun rapporto con la società civile: non è stato sottoposto alla valutazione della scuola, dei docenti e dei ragazzi. Avete preparato il documento in solitudine; il nostro parere sarà assolutamente contrario, ma sarà portato avanti con i voti della maggioranza e si arrecherà così un ulteriore danno alla scuola italiana.
Abbiamo soppresso gli otto anni delle scuole elementari e medie, sostituendoli con i sette di questa indistinta scuola di base. Non si dice bene come interagiranno tra loro i maestri ed i professori di scuola media; si parla di un ruolo unico e quindi di una anagrafe professionale dei docenti divisi per ambiti disciplinari e non solo per materie. Inoltre, per il momento l'unicità del ruolo è prevista solo per la scuola di base ma non è escluso anche il coinvolgimento della scuola superiore, sicché si pensa che, alla fine, un'unica figura di docente potrà insegnare nelle scuole elementari, nella scuola di base o nelle scuole superiori. A noi questo percorso appare assolutamente non condivisibile. Ci sembra impensabile dar vita a una sola figura di docente che vada bene dal primo anno fino all'ultimo anno della scuola superiore: inserire maestri e professori con le loro formazioni così differenziate in un'unica docenza significa rendere difficile, se non impossibile, l'educazione.
A monte di questa deformazione della scuola c'è una pedagogia del vuoto, materialista e debole, insensibile alla formazione e alla criticità degli alunni.
Per non parlare poi delle necessità dell'impianto strutturale, signor Ministro. Gli edifici già pronti ad ospitare la nuova scuola - lo dite voi - sono il 43 per cento, sicché il 57 per cento degli edifici scolastici va ammodernato o costruito ex novo, tutto questo però nell'ambito di una riforma che si prevede essere a costo zero. Non sappiamo come si farà a gestire la situazione strutturale in questo nuovo corso, senza voler sottolineare che quella che avrebbe dovuto essere la norma in questa riforma comincia ad essere eccezione. Infatti quando la maggioranza degli edifici non è adatta vuol dire che partiamo con una norma che rappresenta l'eccezione. Riteniamo che ciò debba essere davvero sottolineato.
Un altro aspetto che sembra dimenticato è quello dell'aggiornamento degli insegnanti, che riteniamo vada fatto prima dell'inizio del nuovo corso di scuola e non dopo. Invece, nel programma di attuazione non si dice nulla, o per lo meno non ho trovato nulla al riguardo.
Ci sembra inoltre che non si tenga conto delle esigenze di tutti i piccoli centri in cui avevano sede soltanto le scuole elementari e medie. Con l'innalzamento dell'obbligo i ragazzi che, finita la scuola di base, devono concludere l'obbligo nelle scuole superiori che cosa faranno? Abbandoneranno i loro paesi per andare a frequentare anche la scuola dell'obbligo in altre realtà? Mi rendo conto che questo problema già esiste con la sola previsione dell'innalzamento dell'obbligo, anche a prescindere dalla riforma dei cicli, ma è un aspetto da non sottovalutare e sul quale dovremmo interrogarci e dare una risposta che, invece, non sembra essere presente nel vostro programma di attuazione.
Prima di concludere vorrei affrontare la questione della cosiddetta "onda anomala", che altro non è che il concomitante afflusso al corso di studi superiori della vecchia scuola e della nuova scuola di base. Nel 2007 si prevede un raddoppio degli alunni, che nelle scuole superiori passeranno dai 500.000 attuali a circa 1 milione, insieme a un quasi raddoppio delle classi, che passeranno da 24.000 a 46.000, con un conseguente aumento del fabbisogno dei docenti che sarà necessario reperire fino al 2012.
Poi cosa faremo, signor Ministro, dei docenti che andremo a reperire? Il Governo ha immaginato di frantumare l'onda anomala attraverso un meccanismo di immissione anticipata del 20-25 per cento degli alunni del vecchio ordinamento, che potrebbero anticipare di un anno l'accesso alla scuola secondaria. Allora, mi chiedo chi dovrebbe governare questa operazione, come saranno selezionati i "saltanti", con quali modalità organizzative e didattiche, e come reagiranno gli esclusi.
Credo, signor Ministro, che nel suo programma o in quello di attuazione non ci sia assolutamente alcuna risposta a tali interrogativi, che ritengo siano di grande rilevanza. Tutto questo, infatti, riconduce al problema dei docenti, delle nuove assunzioni e dei licenziamenti, sui quali vorremmo sapere e capire di più.
Dallo studio che abbiamo svolto, che non pretendiamo – per carità – sia perfetto, riteniamo vi sarà una diminuzione del numero dei docenti e, quindi, che vi saranno licenziamenti: ci volete dire se sono previsti dei licenziamenti e se questa riforma che voi definite "a costo zero" si fa licenziando i docenti, cioè con il risparmio realizzato con il licenziamento di personale? Questi sono aspetti che ci preoccupano, sui quali vorremmo davvero avere risposte.
Mi avvio rapidamente alla conclusione del mio intervento, non senza aver rilevato, ad esempio, che nella scuola superiore non si rilasciano più titoli: i titoli di geometra, di ragioniere e di perito vengono rinviati a 21 anni, con le lauree brevi e, quindi, con il pagamento di tasse universitarie; a 18 anni, invece di studiare, facciamo lavorare i ragazzi senza prevedere per loro alcun tipo di paga.
Questo, quindi, è tutto: nulla sui programmi, sugli obiettivi e sulle competenze da raggiungere. Dopo dieci mesi di lavoro, il contenitore vuoto è stato riempito con il vuoto!
Per le motivazioni che ho tentato di esporre, signor Ministro, vi invitiamo a ritirare il progetto di attuazione della riforma dei cicli di istruzione e, se ciò non fosse possibile, almeno ad attuarlo in via sperimentale o comunque soltanto per il primo anno.
Siamo seriamente preoccupati per il destino del nostro Paese a seguito di tale riforma che ha smantellato completamente l'esistente e, a nostro avviso, ci fa compiere un salto nel buio. Pensiamo che anche voi dobbiate essere preoccupati dei destini della nuova generazione e del Paese. (Applausi dai Gruppi FI, AN e LFNP).
PRESIDENTE. Il relatore di minoranza, senatore Asciutti, ha chiesto di integrare la relazione scritta. Ne ha facoltà.
ASCIUTTI, relatore di minoranza. Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, come è noto il Governo ha eluso qualsiasi forma di informazione e di confronto. Dico ciò, signora Presidente, perché quanto è accaduto si è verificato soprattutto nei confronti di questo Parlamento.
Non voglio fare polemica, signor Ministro, ma le ricordo che nella 7a Commissione del Senato, nella seduta dell'11 luglio 2000, lei ha affermato, proprio in merito a quel confronto che poc'anzi dicevo, le seguenti parole che, per chiarezza, leggo dal resoconto: "Il Ministro si sofferma poi sulla problematica del riordino dei cicli scolastici, richiamata in molteplici interventi: al riguardo, ricorda di aver già consegnato alla Commissione, nella seduta del 4 luglio, una documentazione relativa all'istituzione della commissione per il programma di riordino, all'articolazione e coordinamento dei gruppi al suo interno, nonché all'istituzione di un gruppo di lavoro ministeriale su taluni aspetti del programma quinquennale di attuazione della riforma. Ritiene altresì che, già dalle prossime settimane" - è questo il punto importante - "gli sarà possibile inviare alla Camera i verbali delle riunioni della commissione per il riordino, i documenti più significativi da quest'ultima prodotti, nonché le eventuali elaborazioni del gruppo di lavoro ministeriale (impegnato in particolare sui temi dell'edilizia, del riassetto del personale e su quelli finanziari).
Conferma peraltro il pieno impegno del Ministero a sviluppare il più ampio confronto parlamentare anche prima della scadenza del termine per la presentazione del programma quinquennale di attuazione della riforma alle Camere". Allora, signor Ministro, perché non ha dato seguito a questi suoi propositi? Forse perché quello che si andava mano a mano elaborando cominciava a spaventarla? Non capisco perché. Altrimenti, ci avrebbe comunicato qualcosa e avrebbe interloquito con il Parlamento, cosa che non ha voluto fare.
Il Governo ha avuto una delega completa su questa riforma. Mi ricordo che Berlinguer disse all'opposizione - ma anche alla maggioranza - che la vera riforma si sarebbe fatta con questo piano di attuazione e sarebbe stata discussa con tutto il Paese, quindi con tutto il Parlamento. Probabilmente il ministro De Mauro, cambiando, ha preferito seguire linee diverse; tant'è che non solo questo Governo non ha tenuto fede ai sei mesi previsti, ma ci ha portato all'esame questo piano di attuazione della riforma della scuola - che non è cosa da poco - in sede di finanziaria; tant'è che (come ha detto poc'anzi il collega Bevilacqua) è solo grazie all'opposizione, che ha rinunciato ai suoi interventi in sede di Commissione, che siamo qui oggi, con il tempo che ci rimane a disposizione, a discutere di questo piano di attuazione.
Per la verità voglio ringraziare il senatore Donise, relatore sul provvedimento, per la correttezza intellettuale che ha dimostrato in sede di Commissione e che ha ribadito anche qui, in sede di esame dell'Assemblea.
Ma vado avanti nell'illustrazione della mia relazione, per spiegare alcuni punti fondamentali. Siamo convinti che il programma appare confuso, equivoco, aleatorio; a noi sembra, insomma, più un documento istruttorio che un piano che dia certezza del diritto e garanzie sul piano dell'efficacia educativa e didattica.
Rispetto a questo sentire comune sulle proposte del ministro De Mauro, noi membri del Parlamento dobbiamo avvertire un'altra responsabilità, quella cioè legata alla non conformità dei contenuti rispetto alla legge-quadro, visto che il programma, su molti punti, non indica soluzioni, come ci attendevamo, ma solamente problematicità: si può far questo e si potrebbe fare il contrario di questo; si dice questo e si dice quest'altro. Ebbene, un piano di attuazione deve essere chiaro e deve indicare come intende riformare questa scuola. Ma questo non c'è. Dovremo attendere la successiva emanazione dei regolamenti.
Ad esempio, un punto nevralgico, sul quale nulla si dice, riguarda la formazione dei nuovi insegnanti: su questo, ripeto, non è scritto nulla. Ci sono dei "si potrebbe": tutto al condizionale. La domanda che ci poniamo è la seguente. Come è possibile che il Parlamento oggi possa esprimere ragionate opinioni di consenso o anche di dissenso? Su che cosa? Su un piano non chiaro, non preciso, su vaghe ipotesi tra loro contraddittorie?
Prima ancora di esprimere un giudizio di merito sulle scelte, sarebbe preferibile avere il coraggio di ritirare tutto e di ripresentare il piano. Il Parlamento ha aspettato non i sei mesi previsti, ma nove mesi: ebbene, ne può aspettare anche dodici, perché no? Ma il Governo sia almeno corretto nel presentare un piano e si assuma le sue responsabilità. Fissi chiaramente come vuole porre in atto la riforma e ce lo comunichi. Poi potremo essere d'accordo o meno, ma è altra cosa.
Poche parole per chiarire meglio quello che si fa per quanto riguarda la scuola di base. Si è preferito un percorso completamente diverso da quello che la commissione preposta (più precisamente il sottogruppo n. 7B) aveva tra gli altri ipotizzato. Non mi scandalizzo, perché il Governo, sentita la commissione, decide. Forse sarebbe stato preferibile non istituirla, considerato che il Governo ha poi deciso diversamente. Il gruppo di lavoro ha avanzato l'ipotesi di un modello 2 + 3 + 2, con una miscellanea tra maestri e professori di scuola media. In questa miscellanea, che avviene soprattutto nei tre anni centrali, non si comprende quale sia il rapporto tra le due figure. Si tratta di un rapporto terribile perché alcuni rimarranno con l'orario di sempre (22 ore) e con lo stipendio di sempre, inferiore a quello dei maestri, mentre avremo professori che insegneranno nelle stesse classi materie analoghe con pari dignità, con uno stipendio superiore e con un minor numero di ore settimanali. In base al piano di attuazione, si ipotizza di realizzare una riforma a costo zero entro il 2005-2006, quando sarà il momento, dimenticando tra l'altro un fatto molto semplice e cioè che fra tre anni scade il contratto.
Mi chiedo allora come sia possibile ipotizzare che alla scadenza del contratto le categorie non rivendichino pari dignità. Nel piano di attuazione questo aspetto si elude, ma quello che è peggio è che i maestri oggi insegnano materie non per discipline, ma per aree disciplinari. I professori invece oggi insegnano per discipline, allora quello che si prevede per domani non importa, in fondo sono semplici impiegati di un qualunque Ministero che oggi stanno su quel tavolino e domani staranno su un altro. Questo si prevede e nient'altro.
Non mi verrà a dire, signor Ministro, che si faranno 60 ore di aggiornamento per trasformare un insegnante che da trent'anni insegna delle discipline in un insegnante che da domani insegnerà per aree disciplinari; oppure per trasformare un professore di educazione artistica in un professore di filosofia. Sarebbe una cosa eccezionale e probabilmente i professori si troveranno su questa linea perché l'aumento di stipendio previsto da questa manovra finanziaria che si è conclusa oggi è più che significativo: 170.000 lire nette al mese. Possiamo pretendere anche di più da questi insegnanti. E perché no?
Poi, se la riforma andrà in porto, ciò non avverrà perché vi sono insegnanti che hanno la volontà di farlo accadere: basta che sono lì in cattedra! Spiegherò questo nei dettagli, quando parlerò della frantumazione dell'onda. Sembra di stare alle Hawaii, con onde alte dieci metri; bisognerà frapporre pietre o ripari per farle frangere. Anche quella è una "bucciottata" di ingegneria ministeriale, ripeto: una "bucciottata" di ingegneria ministeriale, e ne spiegherò il motivo.
Inoltre, chi deciderà quale insegnante delle medie potrà, dovrà o anche solo vorrà insegnare non più a ragazzi di 12 o 13 anni, ma a ragazzi di 8 anni? Il problema si pone perché qualcuno andrà negli anni terminali dove si arriva ancora per insegnamento. Forse coloro che entreranno nelle aree disciplinari saranno gli ultimi della graduatoria o quelli che non ritroveranno una cattedra, una materia? Chi? Come? Che cosa? Il piano non ne parla, è completamente assente e non è un aspetto da poco.
Parliamo della scuola secondaria. Siamo contenti che finalmente i nostri diplomati sono tutti liceali. Questo, però, non vuol dire niente, perché il biennio, che viene trasformato in verticale e in orizzontale, in parole semplici vuol dire che deve valere un po' per tutti per permettere il passaggio sull'orientamento ma deve essere anche verticale per consentire già una preparazione per il futuro. Ma di quali licei parliamo? Forse di un ginnasio che prepara ad un liceo classico, signor Presidente? Assolutamente no, parliamo di un'area umanistica ma non sappiamo che cosa sarà. Sicuramente non i nostri licei classico e scientifico, sarà un'altra cosa.
Ad ogni modo, avremo tutti liceali: dopo, cosa accadrà? O questi liceali andranno alla formazione professionale superiore, oppure saranno obbligati ad iscriversi all'università, perché a 18 anni hanno un titolo che non serve assolutamente a niente. Infatti, i futuri ragionieri saranno quelli con la laurea a tre anni (il ministro Zecchino si offende se la chiamo "laurea breve", ma breve rispetto a prima lo è perché c'è un anno di corso in meno, non me ne voglia), così come i periti chimici dovranno prendere la laurea in chimica di tre anni, e via dicendo. Quindi, se questi liceali vorranno spendere un titolo di studio dovranno continuare per altri tre anni.
Nel Paese si avrà un effetto significativo: raggiungeremo livelli superiori di cultura, perché il numero di diplomati supererà quello attuale; il numero, ma assolutamente non la qualità che scenderà.
Veniamo agli aspetti concreti: le risorse e i tempi di attuazione. Quello che mi interessa sottolineare è l'affermazione del il Governo e della coalizione di maggioranza secondo cui questa riforma può avvenire a costo zero. Si tratta di un falso, di cui il Ministro è già a conoscenza e non può far finta di non saperlo. I dati sulle tabelle del piano di attuazione sono falsi, perché l'ingegneria ministeriale li ha falsificati, si fa un discorso medio di 12 anni, e in questo caso i conti tornano. Ma prendiamo un anno qualsiasi, il 2003 oppure il 2004: o si licenziano migliaia di insegnanti o li si paga. Allora, se li si paga, il costo non è zero, se li si licenzia il costo è personale umano. Si dice che non verranno licenziati perché si tiene conto dei 100.000 insegnanti con nomina a tempo determinato, che sono - tanto per spiegarci - i precari che come minimo dal 1990, se non da prima, insegnano attualmente nella scuola. Il Tesoro, non io, ha già dichiarato che ne verranno assunti solo 40.000, di conseguenza 60.000 saranno licenziati: non verranno mai assunti, saranno licenziati rispetto alla nomina all'incarico a tempo determinato.
Ma andiamo al fatto più interessante, l'onda frantumata. Nel 2007 - come il collega precedentemente intervenuto ha dichiarato giustamente - accadrà che, se non si farà niente, ci saranno (lo dice la relazione) circa 550.000 studenti in più in prima superiore.
Che si pensa di fare allora? Si ipotizza questo marchingegno. Nella attuale scuola elementare e media si individua ogni anno circa un 25 per cento di ragazzi che, ad esempio frequentano la prima e la seconda media, da mandare direttamente al primo anno delle scuole superiori, saltando la terza media. Nel 2007 questi studenti frequenteranno la quinta classe della scuola secondaria e non la prima, avendo anticipato di un anno il loro percorso scolastico.
Decidiamo tutto questo d'imperio? Obblighiamo la famiglia ad assumere la decisione, poiché il figlio è bravo, di fargli saltare la terza media? Da padre, mi rifiuterei di prendere una tale decisione e opterei per il percorso scolastico regolare. Perché dico questo? Anche se mio figlio è bravo, personalmente vorrei che continuasse a seguire il percorso scolastico completo; altrimenti la sua preparazione complessiva risentirebbe comunque di un anno in meno di corso scolastico. Non ci prendiamo in giro: i corsettini semiestivi di qualche ora non servono a niente e chi vive quotidianamente la realtà della scuola lo sa bene, considerato che i tempi di apprendimento sono quelli che sono. Di conseguenza, sarà impossibile che accada tutto ciò.
Voglio però venire incontro al Governo ipotizzando che tutto questo progetto si concretizzi: i 550.000 studenti saranno - come dice giustamente il piano di attuazione - spalmati tra la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta classe della scuola superiore. Ma sempre 550.000 rimarranno; non verranno di certo soppressi.
L'altra falsità è che si dice - e il relatore giustamente lo ha sottolineato - che si dà attuazione alla riforma per ridurre le bocciature perché l'auspicio è che lo studente vada avanti. Chi non è d'accordo con questo?
Se con la riforma riduciamo le bocciature, come si utilizza in questo piano di fattibilità lo stesso tasso di ripetenza attuale? Il milione e oltre di studenti che frequenta oggi la prima classe delle scuole superiori si ridurrà in quinta ad 800.000 unità. Anche se il numero degli studenti verrà spalmato, il numero dei docenti necessari, da utilizzare non nelle prime due classi di scuola superiore ma nell'arco dei cinque anni, rimarrà lo stesso; occorrerà inoltre il medesimo numero di aule, a meno che qualcuno non pensi di formare, all'improvviso, classi di 40 alunni ciascuna.
Se è questa la volontà, allora il Governo lo dica chiaramente. Solo in tal caso si comprende il risparmio derivante dal piano, e non ce ne scandalizzeremmo, signor Ministro. Ma allora sarebbe stato più semplice, più corretto e più onesto dire al Paese quanto costa questa riforma, e non continuare a dire che è a costo zero prevedendo poi, nel caso in itinere, degli interventi in presenza di eventuali costi. Sin da oggi è possibile fare i calcoli in modo più corretto, con minore ingegneria ministeriale per dire al Paese quanto costa questa riforma.
Concludo il mio intervento, signor Presidente, affrontando il problema della formazione dei docenti. Nel leggere il piano di attuazione abbiamo constatato innanzitutto che l'attuale personale docente domani sarà in esubero, per ovvi motivi, e che i pensionamenti saranno insufficienti a coprire tale esubero. Ma quand'anche i pensionamenti fossero sufficienti, signor Ministro, il Governo ha tenuto presente che per i prossimi 12 anni - e non per i prossimi due, sicuramente insufficienti a tal fine - gli studenti universitari che attualmente cominciano a pensare al loro futuro lavorativo nel mondo della scuola (seguono infatti corsi specifici, propedeutici all'insegnamento, come prima del resto; corsi che l'università poi si preoccuperà di modificare) non potranno essere assunti? Questi sono i dati che si possono trarre dal piano di attuazione.
Sulla cosiddetta onda anomala infine riprendo un documento non mio per tornare a parlare delle tanto decantate economie. Vede, signora Presidente, se si fa una semplice lettura del dossier predisposto dal Servizio bilancio del Senato, inerente al programma quinquennale di progressiva attuazione della legge n. 30 del 2000 di riordino dei cicli scolastici, si apprende che: "l'ipotesi formulata nella relazione di fattibilità che prevede la frammentazione "dell'onda anomala" e che, per le ragioni citate ed esplicitate nella relazione stessa, appare l'unica in grado di non compromettere gli equilibri della riforma, non appare supportata da alcun elemento di certezza. Infatti, non risultano precostituiti i necessari meccanismi normativi per attuare tale frammentazione, la quale rimane, pertanto, sostanzialmente demandata alle responsabilità dei singoli istituti scolastici." E ancora, nella successiva pagina 10, si legge: "Dalla colonna dei saldi si evince che nell'anno 2002 e nel periodo 2004-2007 saranno necessari stanziamenti finanziari a fini di copertura".
PRESIDENTE. Senatore Asciutti, lei ha già superato di tre minuti il tempo a sua disposizione. Deve concludere il suo intervento.
ASCIUTTI, relatore di minoranza. Bastano semplici calcoli per verificare che entro il 2007 occorreranno spese aggiuntive per circa 4.000 miliardi.
La proposta che fa il Polo è di prestare particolare attenzione oggi all'attuazione del programma. Voi volete condurre in porto un risultato politico. Fatelo pure! Iniziate però non maldestramente, ma con i piedi di piombo, con ragionamenti seri che si possono svolgere nel tempo in maniera tale da poter sopperire ad un qualcosa che per noi, così com'è, non va. Infatti, essendo noi rispettosi della legge n. 30, in Parlamento votata, vorremmo che essa camminasse in maniera significativa, cosa che non può fare con questo programma di attuazione. (Applausi dai Gruppi FI, AN e CCD).
PRESIDENTE. Il relatore di minoranza, senatore Danzi, ha chiesto di integrare la relazione scritta. Ne ha facoltà.
DANZI, relatore di minoranza. Signora Presidente, il Gruppo CCD è contrario alle scelte operate dal Governo per quel che concerne la riforma dei cicli scolastici. Riteniamo, in questa scelta di contrarietà, di avere l'ideale sostegno della maggioranza degli operatori scolastici. Questi, d'altra parte, hanno espresso il loro malessere ed il loro disappunto negli ultimi giorni, caratterizzati da proteste vibranti che solo superficialmente potrebbero essere ricondotte all'esclusiva questione economica, ma che sicuramente vedono il mondo della scuola, i diretti interessati, particolarmente preoccupati per quella che appare una normativa confusa, una riforma non lineare, non omogenea. Tutto ciò desta delle preoccupazioni considerevoli di cui ritengo non si possa non tener conto. Pertanto, riteniamo di essere in buona compagnia.
Perché questa riforma non è lineare? Perché essa non discende da un disegno organico nel quale possa agevolmente leggersi un'idea di uomo, di società, di scuola. E' stata attuata attraverso una serie disparata di provvedimenti; cito l'articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59; il decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, per quanto concerne l'autonomia; la legge 20 gennaio 1999, n. 9, relativa al prolungamento dell'obbligo scolastico; la legge sulla parità del 2 marzo 2000; il decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n. 323, recante modifica degli esami di Stato; la legge n. 144 del 1999, articolo 68, con il passaggio dal sistema della formazione professionale e dell'apprendistato a quello scolastico.
Come si rileva, si tratta di una riforma realizzata a piccoli passi; una riforma a mosaico, nella quale francamente appare difficile districarsi ed ancor più difficile soprattutto interpretare, leggere un profilo globale ordinato. Questa riforma, per essere compresa, richiede una lettura a più livelli.
La riforma prevede due cicli: il primo ciclo della durata di sette anni, la scuola di base, ed il secondo della durata di cinque anni, la scuola secondaria.
Per il primo ciclo si prevede la seguente struttura: un primo biennio, un triennio successivo ed un secondo biennio. Nel primo biennio l'insegnamento è affidato ai maestri, nell'ultimo biennio ai professori, nel triennio intermedio agli uni e agli altri in maniera indifferente.
Sparisce quindi ogni differenziazione fra scuola elementare e media, soprattutto sparisce ogni identità professionale dei docenti. A noi pare che in questo modo il ciclo scolastico non sia neanche rispettoso delle caratteristiche intellettive e psico-affettive degli alunni.
Poiché riteniamo di non dover fare solo ed esclusivamente delle critiche in qualche modo distruttive (rendendoci anche conto della complessità della materia e di come questa invariabilmente ogni volta che se ne parla comporti un conflitto fra quelli che ci piace definire i politici riformisti, cioè coloro i quali nel mondo della scuola e quando si parla di mondo della scuola sono per il cambiamento purchessia, a tutti i costi, secondo un malinteso concetto di modernità, e quelli che sono invece i politici riformatori, i quali ritengono che dalle migliori esperienze del passato debba derivare un cambiamento intelligente, razionale e di ottima prospettiva), ma si debba offrire un contributo, noi del CCD abbiamo fatto interamente nostra l'elaborazione svolta dalla Fondazione Nova Spes, in collaborazione con il Centro studi della Gilda, con l'Istituto italiano per gli studi filosofici, con la Fondazione Liberal, con Società Libera, con l'Associazione genitori scuole cattoliche, con il Movimento per l'Europa popolare, per una proposta alternativa di qualificazione culturale della scuola.
Noi proponiamo, per quel che riguarda la scuola di base, criteri ispirati ai due principi della unitarietà del percorso e della distinzione delle fasi al suo interno, cui va riferito anche il passaggio dagli ambiti disciplinari alle discipline. Rifiutiamo, quindi, l'ipotesi del docente unico e, di conseguenza, alla differenziazione del ciclo scolastico si chiede che corrisponda la specificità del titolo di studio dell'insegnante.
Facciamo due ipotesi. Fermo restando che la scuola dell'obbligo debba arrivare a 18 anni, pensiamo che si potrebbe conservare il vecchio schema di cinque anni più tre, cioè di una scuola elementare e una media, anticipando a cinque anni l'età di accesso alla scuola elementare. Oltretutto riteniamo che oggi i bambini a cinque anni, sotto gli stimoli e gli impulsi delle playstation e di Internet, che purtroppo non abbiamo avuto noi da ragazzi, siano sicuramente più pronti, di quanto non lo fossero le precedenti generazioni, ad accedere al mondo scolastico.
In alternativa, potremmo anche considerare l'ipotesi 1+4+3. Sembrano degli schemi calcistici, ma si tratta sostanzialmente di ridurre di un anno la scuola elementare facendo però in modo che il quadriennio della scuola elementare stessa venga preceduto obbligatoriamente da un anno di frequenza della scuola per l'infanzia.
Per quel che riguarda invece il triennio terminale, noi riteniamo che esso debba essere articolato in riferimento ad alcuni criteri (cioè la specificità di questo triennio, un orientamento e un progressivo autorientamento attraverso i percorsi disciplinari) che però richiedono alcune condizioni: il passaggio dagli ambiti disciplinari alle discipline, cui deve necessariamente corrispondere la specificità del titolo di studio degli insegnanti; una differenziazione di livelli di crescente complessità delle materie, finalizzate all'orientamento dello studente; l'inserimento degli alunni in livelli di competenza; la periodica rivedibilità di questi livelli in base ai risultati conseguiti.
Non mi attardo sulla presentazione di queste proposte, perché sono riportate nella relazione.
Per la scuola secondaria, pensiamo che l'orientamento teorico possa essere individuato in tre aree e non nelle quattro proposte dal Governo. Riteniamo, cioè, sulla base di considerazioni sostenute da eminenti studiosi, che si possa considerare un'area classico-scientifica, un'area tecnico-tecnologica e un'area artistica e musicale.
Evidentemente, all’interno di ciascuna area, ogni scuola può proporre in modo autonomo dei curricoli, però - ripeto - non intendo dilungarmi nel mio intervento perché questo aspetto si può evincere dalla relazione.
L’obbligo della formazione, che oggi è protratto fino ai 18 anni, attualmente è assicurato, in alternativa alla frequenza di un liceo, da tre canali: gli istituti professionali di Stato, i corsi di formazione professionale organizzati dalle regioni e l’apprendistato. Questo capitolo richiede un’ampia riflessione, che coinvolge il mondo della scuola, i sindacati, gli enti territoriali e il mondo produttivo. È assolutamente necessario che accanto al corso teorico vi sia anche la possibilità di orientare concretamente gli studenti verso il mondo del lavoro. Questa è una considerazione molto importante e un po’ sottaciuta.
Vorrei sottolineare che la nostra posizione può essere riassunta sostanzialmente in alcuni punti fondanti: una chiara definizione della natura e della finalità della scuola; un’articolazione del sistema scolastico in cicli rispettosi dell’evoluzione intellettuale, psicologica, emotiva ed affettiva dell’alunno; un’offerta formativa trasparente, la quale, sin dall’inizio della scuola secondaria superiore, distingua appunto i canali formativi orientati allo studio teorico da quelli orientati al lavoro, onde garantire agli studenti un’effettiva libertà di scelta; il riconoscimento delle specificità delle singole discipline e del loro valore formativo nell’unità del sapere; una gestione dell’autonomia che non ingabbi la scuola con la prescrittività delle procedure e che riconosca le diverse opzioni metodologiche e culturali dei singoli docenti; l’impegno a salvaguardare l’importanza culturale ed educativa della scuola secondaria superiore in quanto tale; una riconsiderazione delle tecnologie informatiche in chiave di supporti didattici importanti ma non strumentali.
Vorrei concludere dicendo che evidentemente, insieme agli amici della Casa delle libertà, noi del CCD siamo assolutamente d’accordo sulla richiesta della reale mancanza di costi per questa riforma. Non crediamo che sia così e vogliamo capire quanto possa costare tale riforma, tanto per il personale quanto soprattutto per l’edilizia scolastica. Allora riteniamo che temi così importanti, temi che non possono essere approvati a colpi di maggioranza perché riguardano questioni che interessano tutti, signor Ministro, vadano riformulati o quantomeno pensiamo che sarebbe utile ed opportuno un rinvio nell’attuazione della riforma. (Applausi dai Gruppi CCD, FI, AN e LFNP).
PERUZZOTTI. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERUZZOTTI. Signora Presidente, vorrei avanzare, a termini di Regolamento, una richiesta di sospensiva di almeno una settimana (se poi le festività natalizie impediranno di trovarci qui tra una settimana va bene anche un mese) affinché il provvedimento in esame possa tornare all’esame della Commissione, dal momento che mi è parso di comprendere, ascoltando gli interventi dei relatori di minoranza, che diversi punti devono essere chiariti.
Signora Presidente, nell’avanzare tale richiesta, la invito a verificare nell’Aula la presenza del numero legale.