Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 991 del 20/12/2000

SENATO DELLA REPUBBLICA
—————— XIII LEGISLATURA ——————

991a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 20 DICEMBRE 2000

(Pomeridiana)

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Presidenza della vice presidente SALVATO,

indi del presidente MANCINO

e del vice presidente ROGNONI



RESOCONTO SOMMARIO

Presidenza della vice presidente SALVATO

La seduta inizia alle ore 16,30.

Il Senato approva il processo verbale della seduta pomeridiana di ieri.

Comunicazioni all'Assemblea

PRESIDENTE. Dà comunicazione dei senatori che risultano in congedo o assenti per incarico avuto dal Senato. (v. Resoconto stenografico).

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverte che dalle ore 16,35 decorre il termine regolamentare di preavviso per eventuali votazioni mediante procedimento elettronico.

Discussione del documento:

(Doc. XVI-ter) Programma quinquennale di progressiva attuazione della legge concernente il riordino dei cicli di istruzione

DONISE, relatore. La legge-quadro sul riordino dei cicli scolastici richiedeva un programma di progressiva attuazione. Una risoluzione dei due rami del Parlamento deve ora impegnare il Governo sia all'emanazione dei regolamenti previsti dal programma, sia alla verifica triennale ed all'eventuale predisposizione delle necessarie modifiche. Come ha sostenuto recentemente il ministro De Mauro, dal dopoguerra si è indubbiamente compiuto un enorme lavoro in termini di aumento del livello di scolarizzazione e di alfabetismo nel Paese, consentendo peraltro il radicamento nella società di principi costituzionali e di civiltà. Restano però problemi gravi da risolvere nella scuola, anche in relazione alla forte differenza tra Nord e Sud. Nella scuola di base il programma si propone di evitare fratture nel passaggio dall'infanzia alla preadolescenza, mentre nella fascia secondaria mira a limitare il processo di eccessiva diversificazione nelle opzioni di studio, che favorisce la dispersione. Una riforma doveva necessariamente intervenire, sia per recepire i cambiamenti già avvenuti nella scuola, sia per adeguarla alle più moderne esigenze della società contemporanea, favorendone nel contempo i processi di autonomia. (Applausi dai Gruppi DS, PPI, Misto-Com e UDEUR).

BEVILACQUA, relatore di minoranza. È evidente l'assoluta intempestività delle scelte del Governo. La maggioranza ha blindato il provvedimento legislativo ed oggi procede, senza recepire le indicazioni delle opposizioni, tanto meno quelle del mondo della scuola, dei giovani e delle famiglie, con un piano quinquennale viziato da eccessivo ingegnerismo, che sostanzialmente peggiora la situazione esistente. Vengono peraltro trascurati i programmi, si prevede un ruolo unico dei docenti che appare inadeguato a garantire un insegnamento consono alle necessità, si trascura del tutto il problema strutturale degli edifici scolastici, così come quello dell'aggiornamento degli insegnanti, si ignorano del tutto le situazioni dei piccoli comuni. Non si può peraltro nascondere il problema della cosiddetta onda anomala, che potrebbe paralizzare la scuola secondaria nel 2007, così come il rischio della necessità di ricorrere a massicci licenziamenti. Invita pertanto a ritirare il programma, o quanto meno a prevederne un'introduzione in via sperimentale. (Applausi dai Gruppi AN, FI e LFNP).

ASCIUTTI, relatore di minoranza. Nel predisporre la legge sui cicli scolastici e il programma quinquennale, il Governo ha voluto procedere, peraltro molto lentamente, senza informare il Parlamento. Il documento in esame si limita a indicare le problematiche, senza addentrarsi nel fornire soluzioni, per cui appare difficile una pronuncia del Parlamento. Per la scuola di base viene ipotizzata una distribuzione degli anni assolutamente confusa, che trascura completamente la questione dello status degli insegnanti e del loro trattamento economico. Nella scuola superiore è invece difficile comprendere la suddivisione in aree, mentre la cancellazione del diploma rende praticamente obbligatoria l'iscrizione all'università. La possibile alternativa tra il licenziamento di un certo numero di insegnanti, o quanto meno un totale blocco delle assunzioni, e un aumento delle loro retribuzioni smentisce poi la possibilità di realizzare la riforma a costo zero, mentre l'ipotesi di frantumazione della cosiddetta onda anomala presuppone comunque un aumento notevole dell'impatto sulle scuole superiori, con i conseguenti problemi anche di tipo strutturale. (Applausi dai Gruppi FI, AN e CCD).

DANZI, relatore di minoranza. Manifesta la contrarietà del CCD al piano di attuazione dei cicli scolastici, riforma disorganica e preoccupante per il mondo della scuola. Per rispettare il termine dell'obbligo di istruzione al diciottesimo anno di età si propone, mantenendo l'articolazione attualmente esistente, l'anticipo della scuola dell'obbligo a cinque anni oppure in alternativa un quadriennio di scuola elementare obbligatoriamente preceduto da un anno di frequenza nella scuola dell'infanzia. Al triennio terminale del ciclo di base verrebbe garantita identità, con il passaggio dagli ambiti disciplinari alle discipline cui corrisponda la specificità del titolo di studio degli insegnanti. Per quanto riguarda la scuola superiore, vengono proposte tre aree: la classico-scientifica, la tecnico-tecnologica e la artistica e musicale. Chiedendo che vengano quantificati i costi relativi all'edilizia scolastica ed al personale, invita la maggioranza ad un ripensamento o quanto meno ad un rinvio dell'attuazione della riforma. (Applausi dai Gruppi CCD, FI, AN e LFNP).

PERUZZOTTI (LFNP). Pone una questione sospensiva, chiedendo che sulla relativa votazione venga verificata la presenza del numero legale.

PRESIDENTE. Dispone la verifica. Avverte che il Senato non è in numero legale e sospende la seduta per venti minuti.

La seduta, sospesa alle ore 17,42, è ripresa alle ore 18,02.

PERUZZOTTI (LFNP). Ribadisce la richiesta di sospendere l'esame del Documento XVI-ter e di verificare la presenza del numero legale.

PRESIDENTE. Dispone la verifica. Avverte che il Senato non è in numero legale e sospende la seduta per venti minuti.

La seduta, sospesa alle ore 18,05, è ripresa alle ore 18,34.

Presidenza del presidente MANCINO

PRESIDENTE. Riprende i lavori.

PERUZZOTTI (LFNP). Reitera la richiesta di verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Dispone la verifica e avverte che il Senato non è in numero legale. Sospende quindi la seduta per venti minuti.

La seduta, sospesa alle ore 18,37, è ripresa alle ore 18,58.

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. Comunica che l'ordine del giorno della seduta odierna e delle altre previste per la settimana è integrato con la discussione del disegno di legge n. 4732, sulle professioni sanitarie. Comunica altresì l'organizzazione dei lavori previsto per le sedute dal 9 al 19 gennaio 2001, nonché il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge n. 3812, riguardante la riforma della legge elettorale. (v. Resoconto stenografico). Poiché non si fanno osservazioni, così rimane stabilito.

Ripresa della discussione del Documento XVI-ter

PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione.

Presidenza del vice presidente ROGNONI

GUBERT (Misto-Centro). Stupisce una scelta di programma improntata a danneggiare la specificità della scuola italiana, così come la conferma di un orario estremamente lungo da imporre agli studenti. Sarebbe altresì necessario evitare che la scuola materna diventi soltanto un parcheggio sostitutivo del ruolo della famiglia. Il programma presentato propone un insegnamento di tipo meccanicistico, mentre tra i requisiti degli insegnanti non viene considerato l'aspetto educativo, essenziale soprattutto per i bambini più piccoli. I programmi scolastici sembrano invece impoverirsi, per cui la scuola viene sostanzialmente danneggiata da riforme di questo tipo.

LOMBARDI SATRIANI (DS). Consegna il testo del proprio intervento affinché venga pubblicato in allegato. (v. Allegato B). (Applausi dal Gruppo DS).

LORENZI (Misto-APE). Il disegno di legge n. 560 costituiva una soluzione migliore rispetto alla legge n. 30 del 2000, che, oltre a non prevedere norme di delegificazione, viene attuata in modo inadeguato dal programma quinquennale in discussione, innanzi tutto in relazione agli enormi problemi connessi all'edilizia scolastica, in particolare per la scuola di base. Un'idea più adatta sembrava quella di privilegiare un accorciamento verso il basso del processo formativo obbligatorio e di lasciare inalterata la struttura della scuola elementare, evitando così i problemi logistici e quelli connessi ad un eventuale sovrannumero degli insegnanti. Ciò consentirebbe peraltro di rispettare più alla lettera il dettato costituzionale. Data la non condivisione generale del programma, il Governo dovrebbe porre mano ad una sua revisione, mentre sull'altro fronte dovrebbe finalmente garantire dei riconoscimenti alla classe docente, sia di tipo giuridico, sia di tipo economico, eventualmente privilegiando l'anzianità.

BRIGNONE (LFNP). Il sistema scolastico italiano manifesta alcune sofferenze profondamente radicate, quali la carenza di una qualità diffusa ed omogenea, la scarsa valorizzazione delle risorse umane, lo svilimento dei titoli di studio, la vetustà del patrimonio edilizio e le insufficienze della scuola media inferiore. A fronte di questi problemi si è diffusa la convinzione della necessità di una riforma radicale che però non è riuscita basarsi su un progetto globale e condiviso. Occorre allora affrontare il problema dei cicli scolastici coinvolgendo i soggetti interessati - primi tra tutti insegnanti e famiglieattuando il decentramento, affermando definitivamente il principio dell'autonomia didattica degli istituti, valorizzando le risorse umane oltre gli aumenti retributivi proposti, investendo nelle infrastrutture scolastiche. (Applausi dal Gruppo LFNP e del senatore Donise. Congratulazioni).

PAPPALARDO (DS). Consegna il testo scritto del suo intervento alla Presidenza affinché venga pubblicato in allegato ai Resoconti della seduta odierna. (v. Allegato B).

RUSSO SPENA (Misto-RCP). Il programma presentato dal Governo conferma la valutazione negativa di Rifondazione comunista sulla legge n. 30, dalla quale emerge una scuola di classe, fondata non sul valore dell'autonomia e dell'unicità del sapere critico ma su una cultura canalizzata in funzione del mercato, all'interno della quale si afferma la suddivisione tra una formazione di élite privatizzata ed aziendalizzata ed una formazione intesa come apprendistato in vista dell'ingresso nel mondo del lavoro. Appare pertanto necessario riconsiderare a fondo il progetto, salvaguardandone gli aspetti positivi e coinvolgendo nel dibattito i soggetti interessati.

D'ONOFRIO (CCD). Chiede che il seguito della discussione venga rinviato alla seduta antimeridiana di domani.

PRESIDENTE. Prende atto della richiesta del senatore D'Onofrio e rinvia il seguito della discussione ad altra seduta. Non essendovi accordo unanime sull'ipotesi di anticipare la discussione del disegno di legge n. 4903, toglie la seduta.

MANCONI, segretario. Dà annunzio dell'interpellanza e delle interrogazioni pervenute alla Presidenza. (v. Allegato B).

PRESIDENTE. Comunica l’ordine del giorno delle sedute del 21 dicembre. (v. Resoconto stenografico).

La seduta termina alle ore 20.11.

 



RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza della vice presidente SALVATO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,30).

Si dia lettura del processo verbale.

MANCONI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Congedi e missioni

PRESIDENTE. Sono in congedo i senatori: Agnelli, Angius, Bo, Bobbio, Cioni, De Martino Francesco, Duva, Fumagalli Carulli, Lauria Michele, Leone, Passigli, Piloni e Taviani.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Barrile, Monteleone e Pianetta, per partecipare alla settimana dell'amicizia dell'Associazione parlamentare tra Italia e Venezuela; Conte, per attività dell'Assemblea dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. Le comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,35).

Discussione del documento:

(Doc. XVI-ter) Programma quinquennale di progressiva attuazione della legge concernente il riordino dei cicli di istruzione

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del Programma quinquennale di progressiva attuazione della legge concernente il riordino dei cicli di istruzione.

Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Donise, per integrare la relazione scritta.

DONISE, relatore. Signora Presidente, colleghi, signor Ministro, credo sia innanzitutto doveroso porgere un ringraziamento alle forze di opposizione (dalla Lega Nord ad Alleanza Nazionale, da Forza Italia al CCD) che in Commissione hanno consentito di giungere in tempi rapidi all'esame del provvedimento in Aula.

La legge-quadro n. 30 sul riordino dei cicli dell'istruzione, che il Parlamento ha approvato il 10 febbraio di quest'anno, all'articolo 6 prevede una complessa e graduale procedura per la sua attuazione; prevede infatti la presentazione da parte del Governo di un programma quinquennale di progressiva attuazione, oggetto appunto della discussione odierna. Si tratta di un ponderoso fascicolo su cui il Senato oggi adotta una risoluzione che reca indirizzi specificamente riferiti alle singoli parti del programma.

Si tratta, quindi, di un passaggio impegnativo: il Senato è infatti chiamato a dare un contributo, che è parte integrante del programma di attuazione della riforma. Il programma, infatti, consente e propone di avviare il meccanismo di attuazione della legge in maniera graduale, anche con una scelta tra modi e tempi diversi prima della messa a regime: gradualità e prudenza. Tuttavia, il programma chiede che si decida e si dia così, da un lato conclusione ad un intenso ed ampio programma riformatore, dall'altro un ulteriore sviluppo.

Credo sia giusto riconoscere che al Senato, nella discussione in Commissione, anche da parte dell'opposizione non vi è stata una linea di pura e semplice resistenza; non si è scelta la strada di bloccare la legge, correndo così il rischio di paralizzare l'istituzione scolastica. Le pur legittime e anche pesanti critiche e le argomentate preoccupazioni sono state espresse in termini di riflessione approfondita e di contributo propositivo.

Il Governo, sulla base delle risoluzioni che tra l'altro la Camera ha già adottato e di quella che oggi dovrà adottare il Senato, è impegnato a presentare successivamente - credo sia importante fare attenzione a questi passaggi - i regolamenti di attuazione, i regolamenti per la definizione di nuovi curricula, il regolamento per il reclutamento degli insegnanti. Insomma, ci sarà poi la verifica triennale; in sostanza, a conclusione dei tre anni si dovrà rilevare a che punto e come è il processo di riforma ed eventualmente introdurre anche disposizioni correttive e modificative del programma.

Il mio auspicio è che ci sia, anche al di là della verifica triennale, un confronto continuo tra il Governo, il Parlamento e l'insieme del mondo della scuola, perché siamo di fronte ad una fase complessa e difficile ed anche a molte questioni non del tutto risolte. Dobbiamo esserne - io credo - tutti quanti consapevoli.

Illustrerò in termini rapidissimi - vi assicuro - e molto stringati i contenuti dei sette capitoli in cui si articola questo programma.

Il primo capitolo riguarda in generale le finalità, le ragioni, le condizioni e i soggetti della riforma; riassume i criteri orientativi della legge. Sottolineo in particolare i seguenti aspetti: la centralità dell'alunno, la dimensione europea ed internazionale e l'esperienza italiana, aspetto sul quale vorrei soffermarmi.

A metà degli anni Cinquanta - lo ricorda spesso il ministro De Mauro, che citerò anche altre volte nel corso del mio intervento - il 60 per cento degli italiani non aveva alcun titolo di studio. Oggi tale percentuale si è ridotta al 10 per cento: il 90 per cento degli italiani possiede un titolo di studio. La scolarità media dai tre anni del 1950 è passata ai nove anni del 2000. Un lavoro immenso è stato fatto. Credo che questo sia il primo punto che dobbiamo proprio oggi sottolineare.

Il ministro De Mauro ha detto, in occasione dell'insediamento della commissione preparatoria del programma dei cicli: "L'immenso lavoro che scuole e insegnanti hanno compiuto in questi anni rappresenta, probabilmente insieme - non è una dichiarazione enfatica - allo Statuto dei lavoratori, lo sforzo meglio riuscito per tradurre espressioni formali come "libero sviluppo delle persone" e "pari condizioni di partecipazione alla vita del Paese", contenute nella Costituzione, in una realtà concreta, per lo meno per le giovani generazioni". Poi il ministro De Mauro ha rivolto una espressione di riconoscenza che ritengo molto importante. Egli ha detto: "Grazie al lavoro delle scuole alcuni dei segmenti più alti della Costituzione formale sono diventati realtà operante. Lo ricordo non solo" - e io mi associo al Ministro - "per segnare un esplicito debito di riconoscenza che Governo, Parlamento, Nazione devono sapere di avere verso la scuola, ma perché questo lavoro ha sedimentato un patrimonio enorme di esperienze, di progetti, di disegni didattici, di offerte e di sperimentazioni formative".

Proprio a partire dalla consapevolezza di questa realtà, oggi possiamo affrontare con maggiore decisione i ritardi, i limiti, i problemi aperti dinanzi a noi. Infatti, i problemi non sono risolti e anzi la situazione della scuola nel nostro Paese, dell'insieme del sistema formativo, ha problemi gravissimi ancora da risolvere.

Considerando la fascia di età compresa tra i 24 ed i 64 anni, si constata che in Italia - sono dati del 1998 - solo il 38 per cento della popolazione ha conseguito un diploma. Il rapporto 2000 dell'OCSE dimostra che l'Italia occupa uno degli ultimi posti nella classifica in fatto di durata della scolarità, anche se riconosce i passi avanti compiuti in questi anni.

Permettetemi di ricordare che anche nella formazione si evidenzia il divario drammatico fra Centro-Nord d'Italia e Mezzogiorno; i dati sull'evasione dell'obbligo, sul basso livello di scolarizzazione e sull'abbandono rappresentano un rischio e un limite gravissimo per tutto il Paese, ma soprattutto per il Mezzogiorno.

Ecco perché il tentativo di dare risposta ai problemi sopra descritti, di affrontare i nodi dell'evasione, dell'abbandono e dell'insuccesso scolastico hanno motivato l'accelerazione impressa in questi anni da Berlinguer al processo riformatore. Ecco il senso e il valore della riforma dei cicli, della sua attuazione con il programma che oggi giunge all'esame dell'Assemblea. Il riordino dei cicli tende a ricomporre unitariamente tutte le esigenze di ordine educativo e sociale che richiedono, appunto, una formazione in grado di realizzare pienamente la persona umana e di preparare, con il più ampio spessore culturale e critico, il futuro cittadino.

Il terzo capitolo riguarda i curricula. In particolare, per la scuola dell'infanzia sono ribaditi l'obiettivo della generalizzazione e della sua collocazione quale primo segmento del percorso scolastico.

Per quanto riguarda la scuola di base, che è il centro della riforma, si cerca di superare la frattura in quella età delicata di passaggio tra l'infanzia e la preadolescenza, accompagnando la crescita con uno sviluppo progressivo, coerente, unitario della scuola, senza quelle forzature e rotture che la separazione tra scuola elementare e media ancora realizza. In questo modo si intende valorizzare anche la collaborazione di docenti diversi, così come avviene nelle scuole più avanzate d'Italia e di tutto il mondo, private e pubbliche.

La scuola secondaria si articola in due percorsi, ma in estrema sintesi il tentativo è quello di superare la frantumazione eccessiva di indirizzi di fronte ai quali ci troviamo con la scuola di oggi (il liceo, gli istituti tecnici, professionali ed altri), quindi la rigidità di percorsi tra loro separati e incomunicanti, con il dato drammatico della dispersione, che si ritrova anche nel primo anno dell'università.

Il quarto capitolo riguarda il tema importantissimo della valorizzazione delle professionalità degli insegnanti.

Il quinto e il sesto capitolo recano i temi delle modalità e dei tempi di attuazione della riforma, sui quali si svolgerà anche qui un dibattito.

Venendo rapidamente alla conclusione, credo che sulla questione dei tempi e delle modalità la scuola, pur attraversata da tensioni critiche e da dubbi, si domandi perché iniziare oggi e non aspettare ancora un poco.

Ritengo che ci siano due argomenti importanti sui quali riflettere. Già circa il 40 per cento delle scuole, i cosiddetti istituti comprensivi, sperimentano un percorso unitario della scuola di base; la scuola superiore è stata attraversata in questi anni (credo più di trenta, i senatori più anziani di me ricorderanno i progetti da Biasini a Brocca) da vari tentativi di rinnovare e riorganizzare il ciclo superiore dell'istruzione.

Per molti aspetti la scuola è già cambiata, anche rispetto alle leggi che sono in vigore. Ecco pertanto da dove nasce la necessità oggettiva ed ineludibile dell’accelerazione: rispondere a questi problemi, a queste esperienze, a queste realtà già in corso nella pratica quotidiana della scuola.

Però voglio sottolineare un punto: il nocciolo del problema - diciamocelo - è stato nell’incapacità del Parlamento, in particolare, e dei Governi che si sono succeduti (anche se i Governi hanno fatto tentativi importanti) di rinnovare con una legge l’organizzazione degli studi secondari, dando così una visione d’insieme, un progetto complessivo alla scuola italiana. È questa la novità che oggi noi come Parlamento dobbiamo introdurre per rispondere ai bisogni della scuola e della società italiana.

Sulla realizzazione dei cicli, sull’insieme delle leggi di riforma della scuola non ci sottraiamo agli interrogativi, ai problemi non ancora risolti, ai rischi che corriamo. Ci sono i limiti di spesa, c’è la non ancora definita revisione dei programmi di insegnamento, il riassetto della docenza, la previsione di una inevitabile fase di difficoltà organizzativa, lo sforzo necessario per radicare nel costume e nella mentalità la pratica difficile, ma straordinaria, dell’autonomia che già coinvolge e interessa la gran parte delle scuole del nostro Paese.

Il punto vero, politico, è questo: noi dobbiamo decidere stasera - e possiamo deciderlo - di andare avanti, di non restare fermi. Ormai tutti riconoscono che gli obiettivi della riforma sono ineccepibili: costruire un sistema scolastico più giusto e più efficiente, che sia teso ad eliminare o a ridurre al minimo gli insuccessi e gli abbandoni, che sia capace di farci tenere il passo dei Paesi più avanzati e che sia più rispondente agli sviluppi della scienza, alle trasformazioni della società, che sia in grado di valorizzare la capacità critica della persona e la funzione civile del cittadino.

Credo che noi dobbiamo assolvere a questo compito con la decisione di questa sera. (Applausi dai Gruppi DS, PPI, UDEUR e Misto-Com).

PRESIDENTE. Il relatore di minoranza, senatore Bevilacqua, ha chiesto di integrare la relazione scritta. Ne ha facoltà.

BEVILACQUA, relatore di minoranza. Signora Presidente, colleghi, signor Ministro, vorrei innanzitutto sottolineare l’intempestività con la quale la maggioranza e il Governo si stanno muovendo a proposito del complessivo iter legislativo della riforma. Mi permetto di ricordare che già approvammo la legge in piena emergenza, con una restrizione dei tempi perché si avvicinavano le vacanze estive e bisognava approvarla prima della chiusura. Oggi ci troviamo ad approvare il piano quinquennale di progressiva attuazione della riforma sempre in piena emergenza temporale, perché altrimenti scadono i 45 giorni assegnatici dalla legge, termine entro il quale va espresso il parere e devono essere presentate le relazioni.

Voglio ringraziare, da parte mia, anche il relatore di maggioranza, il senatore Donise, perché ha avuto la sensibilità di dire che se oggi possiamo venire qui in Aula con delle relazioni di maggioranza e di minoranza, dopo aver concluso di fatto i lavori in Commissione, ciò è dovuto alla responsabilità dimostrata dalle forze del Polo in Commissione, ritenendo che fosse giusto presentarci al Parlamento ed al Paese con un provvedimento il cui iter in Commissione si è già concluso.

Signor Ministro, esprimiamo il nostro forte dissenso sul piano di attuazione della riforma, sulla falsariga del dissenso che esprimemmo già in occasione della presentazione del disegno di legge. È vero, in quella circostanza non facemmo un'opposizione dura, violenta ma, al di là di ciò che lei segnalò come un atteggiamento positivo per la maggioranza, non è vero che l'opposizione non mosse alcun tipo di obiezione. Infatti, già in occasione della discussione del disegno di legge sul riordino dei cicli scolastici il Polo per le libertà presentò un testo alternativo, più flessibile, per cercare di intercettare un punto di convergenza, per vedere se era possibile salvare qualche aspetto. La maggioranza, sorda alle richieste dell'opposizione, blindò il provvedimento che fu approvato con il nostro voto contrario. L'opposizione si limitò a criticare l'impalcatura perché di essa, e non del progetto, trattava il disegno di legge.

Oggi cominciamo a conoscere qualcosa di più ed esprimiamo in maniera più forte il nostro dissenso, convinto e motivato. Emerge, infatti, un'impostazione ingegneristica, della quale cominciamo ad avere un'idea chiara: l'articolazione è 7+2+3; i sette anni della scuola di base non costituiscono un unico blocco, come sembrava in un primo momento, ma diventano di fatto 2+3+2. Nei primi due anni i maestri elementari operano in stretta connessione con la scuola materna; gli ultimi due anni preparano al passaggio alla scuola superiore, una scuola superiore che, a nostro avviso, peggiora anch'essa la situazione esistente, ma su tale aspetto ci soffermeremo in seguito.

I sette anni sono gestiti in maniera ingegneristica; non si dice nulla dei curricula; dei programmi si dice soltanto che essi saranno gestiti per il 75 per cento a livello nazionale, per il 25 per cento a livello di singoli istituti. Tra l'altro queste percentuali, nell'ambito del piano, sono spesso modificate.

Il lavoro è stato prodotto da una commissione di 300 esperti. Signor Ministro, gradiremmo sapere come sono stati scelti e se hanno lavorato davvero senza ricevere alcun tipo di retribuzione. Se ciò fosse vero si comprenderebbe l'esito; se invece sono stati pagati vorremmo sapere quanto è costato questo lavoro.

Il programma è stato elaborato all'interno del Ministero, senza alcun rapporto con la società civile: non è stato sottoposto alla valutazione della scuola, dei docenti e dei ragazzi. Avete preparato il documento in solitudine; il nostro parere sarà assolutamente contrario, ma sarà portato avanti con i voti della maggioranza e si arrecherà così un ulteriore danno alla scuola italiana.

Abbiamo soppresso gli otto anni delle scuole elementari e medie, sostituendoli con i sette di questa indistinta scuola di base. Non si dice bene come interagiranno tra loro i maestri ed i professori di scuola media; si parla di un ruolo unico e quindi di una anagrafe professionale dei docenti divisi per ambiti disciplinari e non solo per materie. Inoltre, per il momento l'unicità del ruolo è prevista solo per la scuola di base ma non è escluso anche il coinvolgimento della scuola superiore, sicché si pensa che, alla fine, un'unica figura di docente potrà insegnare nelle scuole elementari, nella scuola di base o nelle scuole superiori. A noi questo percorso appare assolutamente non condivisibile. Ci sembra impensabile dar vita a una sola figura di docente che vada bene dal primo anno fino all'ultimo anno della scuola superiore: inserire maestri e professori con le loro formazioni così differenziate in un'unica docenza significa rendere difficile, se non impossibile, l'educazione.

A monte di questa deformazione della scuola c'è una pedagogia del vuoto, materialista e debole, insensibile alla formazione e alla criticità degli alunni.

Per non parlare poi delle necessità dell'impianto strutturale, signor Ministro. Gli edifici già pronti ad ospitare la nuova scuola - lo dite voi - sono il 43 per cento, sicché il 57 per cento degli edifici scolastici va ammodernato o costruito ex novo, tutto questo però nell'ambito di una riforma che si prevede essere a costo zero. Non sappiamo come si farà a gestire la situazione strutturale in questo nuovo corso, senza voler sottolineare che quella che avrebbe dovuto essere la norma in questa riforma comincia ad essere eccezione. Infatti quando la maggioranza degli edifici non è adatta vuol dire che partiamo con una norma che rappresenta l'eccezione. Riteniamo che ciò debba essere davvero sottolineato.

Un altro aspetto che sembra dimenticato è quello dell'aggiornamento degli insegnanti, che riteniamo vada fatto prima dell'inizio del nuovo corso di scuola e non dopo. Invece, nel programma di attuazione non si dice nulla, o per lo meno non ho trovato nulla al riguardo.

Ci sembra inoltre che non si tenga conto delle esigenze di tutti i piccoli centri in cui avevano sede soltanto le scuole elementari e medie. Con l'innalzamento dell'obbligo i ragazzi che, finita la scuola di base, devono concludere l'obbligo nelle scuole superiori che cosa faranno? Abbandoneranno i loro paesi per andare a frequentare anche la scuola dell'obbligo in altre realtà? Mi rendo conto che questo problema già esiste con la sola previsione dell'innalzamento dell'obbligo, anche a prescindere dalla riforma dei cicli, ma è un aspetto da non sottovalutare e sul quale dovremmo interrogarci e dare una risposta che, invece, non sembra essere presente nel vostro programma di attuazione.

Prima di concludere vorrei affrontare la questione della cosiddetta "onda anomala", che altro non è che il concomitante afflusso al corso di studi superiori della vecchia scuola e della nuova scuola di base. Nel 2007 si prevede un raddoppio degli alunni, che nelle scuole superiori passeranno dai 500.000 attuali a circa 1 milione, insieme a un quasi raddoppio delle classi, che passeranno da 24.000 a 46.000, con un conseguente aumento del fabbisogno dei docenti che sarà necessario reperire fino al 2012.

Poi cosa faremo, signor Ministro, dei docenti che andremo a reperire? Il Governo ha immaginato di frantumare l'onda anomala attraverso un meccanismo di immissione anticipata del 20-25 per cento degli alunni del vecchio ordinamento, che potrebbero anticipare di un anno l'accesso alla scuola secondaria. Allora, mi chiedo chi dovrebbe governare questa operazione, come saranno selezionati i "saltanti", con quali modalità organizzative e didattiche, e come reagiranno gli esclusi.

Credo, signor Ministro, che nel suo programma o in quello di attuazione non ci sia assolutamente alcuna risposta a tali interrogativi, che ritengo siano di grande rilevanza. Tutto questo, infatti, riconduce al problema dei docenti, delle nuove assunzioni e dei licenziamenti, sui quali vorremmo sapere e capire di più.

Dallo studio che abbiamo svolto, che non pretendiamo – per carità – sia perfetto, riteniamo vi sarà una diminuzione del numero dei docenti e, quindi, che vi saranno licenziamenti: ci volete dire se sono previsti dei licenziamenti e se questa riforma che voi definite "a costo zero" si fa licenziando i docenti, cioè con il risparmio realizzato con il licenziamento di personale? Questi sono aspetti che ci preoccupano, sui quali vorremmo davvero avere risposte.

Mi avvio rapidamente alla conclusione del mio intervento, non senza aver rilevato, ad esempio, che nella scuola superiore non si rilasciano più titoli: i titoli di geometra, di ragioniere e di perito vengono rinviati a 21 anni, con le lauree brevi e, quindi, con il pagamento di tasse universitarie; a 18 anni, invece di studiare, facciamo lavorare i ragazzi senza prevedere per loro alcun tipo di paga.

Questo, quindi, è tutto: nulla sui programmi, sugli obiettivi e sulle competenze da raggiungere. Dopo dieci mesi di lavoro, il contenitore vuoto è stato riempito con il vuoto!

Per le motivazioni che ho tentato di esporre, signor Ministro, vi invitiamo a ritirare il progetto di attuazione della riforma dei cicli di istruzione e, se ciò non fosse possibile, almeno ad attuarlo in via sperimentale o comunque soltanto per il primo anno.

Siamo seriamente preoccupati per il destino del nostro Paese a seguito di tale riforma che ha smantellato completamente l'esistente e, a nostro avviso, ci fa compiere un salto nel buio. Pensiamo che anche voi dobbiate essere preoccupati dei destini della nuova generazione e del Paese. (Applausi dai Gruppi FI, AN e LFNP).

PRESIDENTE. Il relatore di minoranza, senatore Asciutti, ha chiesto di integrare la relazione scritta. Ne ha facoltà.

ASCIUTTI, relatore di minoranza. Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, come è noto il Governo ha eluso qualsiasi forma di informazione e di confronto. Dico ciò, signora Presidente, perché quanto è accaduto si è verificato soprattutto nei confronti di questo Parlamento.

Non voglio fare polemica, signor Ministro, ma le ricordo che nella 7a Commissione del Senato, nella seduta dell'11 luglio 2000, lei ha affermato, proprio in merito a quel confronto che poc'anzi dicevo, le seguenti parole che, per chiarezza, leggo dal resoconto: "Il Ministro si sofferma poi sulla problematica del riordino dei cicli scolastici, richiamata in molteplici interventi: al riguardo, ricorda di aver già consegnato alla Commissione, nella seduta del 4 luglio, una documentazione relativa all'istituzione della commissione per il programma di riordino, all'articolazione e coordinamento dei gruppi al suo interno, nonché all'istituzione di un gruppo di lavoro ministeriale su taluni aspetti del programma quinquennale di attuazione della riforma. Ritiene altresì che, già dalle prossime settimane" - è questo il punto importante - "gli sarà possibile inviare alla Camera i verbali delle riunioni della commissione per il riordino, i documenti più significativi da quest'ultima prodotti, nonché le eventuali elaborazioni del gruppo di lavoro ministeriale (impegnato in particolare sui temi dell'edilizia, del riassetto del personale e su quelli finanziari).

Conferma peraltro il pieno impegno del Ministero a sviluppare il più ampio confronto parlamentare anche prima della scadenza del termine per la presentazione del programma quinquennale di attuazione della riforma alle Camere". Allora, signor Ministro, perché non ha dato seguito a questi suoi propositi? Forse perché quello che si andava mano a mano elaborando cominciava a spaventarla? Non capisco perché. Altrimenti, ci avrebbe comunicato qualcosa e avrebbe interloquito con il Parlamento, cosa che non ha voluto fare.

Il Governo ha avuto una delega completa su questa riforma. Mi ricordo che Berlinguer disse all'opposizione - ma anche alla maggioranza - che la vera riforma si sarebbe fatta con questo piano di attuazione e sarebbe stata discussa con tutto il Paese, quindi con tutto il Parlamento. Probabilmente il ministro De Mauro, cambiando, ha preferito seguire linee diverse; tant'è che non solo questo Governo non ha tenuto fede ai sei mesi previsti, ma ci ha portato all'esame questo piano di attuazione della riforma della scuola - che non è cosa da poco - in sede di finanziaria; tant'è che (come ha detto poc'anzi il collega Bevilacqua) è solo grazie all'opposizione, che ha rinunciato ai suoi interventi in sede di Commissione, che siamo qui oggi, con il tempo che ci rimane a disposizione, a discutere di questo piano di attuazione.

Per la verità voglio ringraziare il senatore Donise, relatore sul provvedimento, per la correttezza intellettuale che ha dimostrato in sede di Commissione e che ha ribadito anche qui, in sede di esame dell'Assemblea.

Ma vado avanti nell'illustrazione della mia relazione, per spiegare alcuni punti fondamentali. Siamo convinti che il programma appare confuso, equivoco, aleatorio; a noi sembra, insomma, più un documento istruttorio che un piano che dia certezza del diritto e garanzie sul piano dell'efficacia educativa e didattica.

Rispetto a questo sentire comune sulle proposte del ministro De Mauro, noi membri del Parlamento dobbiamo avvertire un'altra responsabilità, quella cioè legata alla non conformità dei contenuti rispetto alla legge-quadro, visto che il programma, su molti punti, non indica soluzioni, come ci attendevamo, ma solamente problematicità: si può far questo e si potrebbe fare il contrario di questo; si dice questo e si dice quest'altro. Ebbene, un piano di attuazione deve essere chiaro e deve indicare come intende riformare questa scuola. Ma questo non c'è. Dovremo attendere la successiva emanazione dei regolamenti.

Ad esempio, un punto nevralgico, sul quale nulla si dice, riguarda la formazione dei nuovi insegnanti: su questo, ripeto, non è scritto nulla. Ci sono dei "si potrebbe": tutto al condizionale. La domanda che ci poniamo è la seguente. Come è possibile che il Parlamento oggi possa esprimere ragionate opinioni di consenso o anche di dissenso? Su che cosa? Su un piano non chiaro, non preciso, su vaghe ipotesi tra loro contraddittorie?

Prima ancora di esprimere un giudizio di merito sulle scelte, sarebbe preferibile avere il coraggio di ritirare tutto e di ripresentare il piano. Il Parlamento ha aspettato non i sei mesi previsti, ma nove mesi: ebbene, ne può aspettare anche dodici, perché no? Ma il Governo sia almeno corretto nel presentare un piano e si assuma le sue responsabilità. Fissi chiaramente come vuole porre in atto la riforma e ce lo comunichi. Poi potremo essere d'accordo o meno, ma è altra cosa.

Poche parole per chiarire meglio quello che si fa per quanto riguarda la scuola di base. Si è preferito un percorso completamente diverso da quello che la commissione preposta (più precisamente il sottogruppo n. 7B) aveva tra gli altri ipotizzato. Non mi scandalizzo, perché il Governo, sentita la commissione, decide. Forse sarebbe stato preferibile non istituirla, considerato che il Governo ha poi deciso diversamente. Il gruppo di lavoro ha avanzato l'ipotesi di un modello 2 + 3 + 2, con una miscellanea tra maestri e professori di scuola media. In questa miscellanea, che avviene soprattutto nei tre anni centrali, non si comprende quale sia il rapporto tra le due figure. Si tratta di un rapporto terribile perché alcuni rimarranno con l'orario di sempre (22 ore) e con lo stipendio di sempre, inferiore a quello dei maestri, mentre avremo professori che insegneranno nelle stesse classi materie analoghe con pari dignità, con uno stipendio superiore e con un minor numero di ore settimanali. In base al piano di attuazione, si ipotizza di realizzare una riforma a costo zero entro il 2005-2006, quando sarà il momento, dimenticando tra l'altro un fatto molto semplice e cioè che fra tre anni scade il contratto.

Mi chiedo allora come sia possibile ipotizzare che alla scadenza del contratto le categorie non rivendichino pari dignità. Nel piano di attuazione questo aspetto si elude, ma quello che è peggio è che i maestri oggi insegnano materie non per discipline, ma per aree disciplinari. I professori invece oggi insegnano per discipline, allora quello che si prevede per domani non importa, in fondo sono semplici impiegati di un qualunque Ministero che oggi stanno su quel tavolino e domani staranno su un altro. Questo si prevede e nient'altro.

Non mi verrà a dire, signor Ministro, che si faranno 60 ore di aggiornamento per trasformare un insegnante che da trent'anni insegna delle discipline in un insegnante che da domani insegnerà per aree disciplinari; oppure per trasformare un professore di educazione artistica in un professore di filosofia. Sarebbe una cosa eccezionale e probabilmente i professori si troveranno su questa linea perché l'aumento di stipendio previsto da questa manovra finanziaria che si è conclusa oggi è più che significativo: 170.000 lire nette al mese. Possiamo pretendere anche di più da questi insegnanti. E perché no?

Poi, se la riforma andrà in porto, ciò non avverrà perché vi sono insegnanti che hanno la volontà di farlo accadere: basta che sono lì in cattedra! Spiegherò questo nei dettagli, quando parlerò della frantumazione dell'onda. Sembra di stare alle Hawaii, con onde alte dieci metri; bisognerà frapporre pietre o ripari per farle frangere. Anche quella è una "bucciottata" di ingegneria ministeriale, ripeto: una "bucciottata" di ingegneria ministeriale, e ne spiegherò il motivo.

Inoltre, chi deciderà quale insegnante delle medie potrà, dovrà o anche solo vorrà insegnare non più a ragazzi di 12 o 13 anni, ma a ragazzi di 8 anni? Il problema si pone perché qualcuno andrà negli anni terminali dove si arriva ancora per insegnamento. Forse coloro che entreranno nelle aree disciplinari saranno gli ultimi della graduatoria o quelli che non ritroveranno una cattedra, una materia? Chi? Come? Che cosa? Il piano non ne parla, è completamente assente e non è un aspetto da poco.

Parliamo della scuola secondaria. Siamo contenti che finalmente i nostri diplomati sono tutti liceali. Questo, però, non vuol dire niente, perché il biennio, che viene trasformato in verticale e in orizzontale, in parole semplici vuol dire che deve valere un po' per tutti per permettere il passaggio sull'orientamento ma deve essere anche verticale per consentire già una preparazione per il futuro. Ma di quali licei parliamo? Forse di un ginnasio che prepara ad un liceo classico, signor Presidente? Assolutamente no, parliamo di un'area umanistica ma non sappiamo che cosa sarà. Sicuramente non i nostri licei classico e scientifico, sarà un'altra cosa.

Ad ogni modo, avremo tutti liceali: dopo, cosa accadrà? O questi liceali andranno alla formazione professionale superiore, oppure saranno obbligati ad iscriversi all'università, perché a 18 anni hanno un titolo che non serve assolutamente a niente. Infatti, i futuri ragionieri saranno quelli con la laurea a tre anni (il ministro Zecchino si offende se la chiamo "laurea breve", ma breve rispetto a prima lo è perché c'è un anno di corso in meno, non me ne voglia), così come i periti chimici dovranno prendere la laurea in chimica di tre anni, e via dicendo. Quindi, se questi liceali vorranno spendere un titolo di studio dovranno continuare per altri tre anni.

Nel Paese si avrà un effetto significativo: raggiungeremo livelli superiori di cultura, perché il numero di diplomati supererà quello attuale; il numero, ma assolutamente non la qualità che scenderà.

Veniamo agli aspetti concreti: le risorse e i tempi di attuazione. Quello che mi interessa sottolineare è l'affermazione del il Governo e della coalizione di maggioranza secondo cui questa riforma può avvenire a costo zero. Si tratta di un falso, di cui il Ministro è già a conoscenza e non può far finta di non saperlo. I dati sulle tabelle del piano di attuazione sono falsi, perché l'ingegneria ministeriale li ha falsificati, si fa un discorso medio di 12 anni, e in questo caso i conti tornano. Ma prendiamo un anno qualsiasi, il 2003 oppure il 2004: o si licenziano migliaia di insegnanti o li si paga. Allora, se li si paga, il costo non è zero, se li si licenzia il costo è personale umano. Si dice che non verranno licenziati perché si tiene conto dei 100.000 insegnanti con nomina a tempo determinato, che sono - tanto per spiegarci - i precari che come minimo dal 1990, se non da prima, insegnano attualmente nella scuola. Il Tesoro, non io, ha già dichiarato che ne verranno assunti solo 40.000, di conseguenza 60.000 saranno licenziati: non verranno mai assunti, saranno licenziati rispetto alla nomina all'incarico a tempo determinato.

Ma andiamo al fatto più interessante, l'onda frantumata. Nel 2007 - come il collega precedentemente intervenuto ha dichiarato giustamente - accadrà che, se non si farà niente, ci saranno (lo dice la relazione) circa 550.000 studenti in più in prima superiore.

Che si pensa di fare allora? Si ipotizza questo marchingegno. Nella attuale scuola elementare e media si individua ogni anno circa un 25 per cento di ragazzi che, ad esempio frequentano la prima e la seconda media, da mandare direttamente al primo anno delle scuole superiori, saltando la terza media. Nel 2007 questi studenti frequenteranno la quinta classe della scuola secondaria e non la prima, avendo anticipato di un anno il loro percorso scolastico.

Decidiamo tutto questo d'imperio? Obblighiamo la famiglia ad assumere la decisione, poiché il figlio è bravo, di fargli saltare la terza media? Da padre, mi rifiuterei di prendere una tale decisione e opterei per il percorso scolastico regolare. Perché dico questo? Anche se mio figlio è bravo, personalmente vorrei che continuasse a seguire il percorso scolastico completo; altrimenti la sua preparazione complessiva risentirebbe comunque di un anno in meno di corso scolastico. Non ci prendiamo in giro: i corsettini semiestivi di qualche ora non servono a niente e chi vive quotidianamente la realtà della scuola lo sa bene, considerato che i tempi di apprendimento sono quelli che sono. Di conseguenza, sarà impossibile che accada tutto ciò.

Voglio però venire incontro al Governo ipotizzando che tutto questo progetto si concretizzi: i 550.000 studenti saranno - come dice giustamente il piano di attuazione - spalmati tra la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta classe della scuola superiore. Ma sempre 550.000 rimarranno; non verranno di certo soppressi.

L'altra falsità è che si dice - e il relatore giustamente lo ha sottolineato - che si dà attuazione alla riforma per ridurre le bocciature perché l'auspicio è che lo studente vada avanti. Chi non è d'accordo con questo?

Se con la riforma riduciamo le bocciature, come si utilizza in questo piano di fattibilità lo stesso tasso di ripetenza attuale? Il milione e oltre di studenti che frequenta oggi la prima classe delle scuole superiori si ridurrà in quinta ad 800.000 unità. Anche se il numero degli studenti verrà spalmato, il numero dei docenti necessari, da utilizzare non nelle prime due classi di scuola superiore ma nell'arco dei cinque anni, rimarrà lo stesso; occorrerà inoltre il medesimo numero di aule, a meno che qualcuno non pensi di formare, all'improvviso, classi di 40 alunni ciascuna.

Se è questa la volontà, allora il Governo lo dica chiaramente. Solo in tal caso si comprende il risparmio derivante dal piano, e non ce ne scandalizzeremmo, signor Ministro. Ma allora sarebbe stato più semplice, più corretto e più onesto dire al Paese quanto costa questa riforma, e non continuare a dire che è a costo zero prevedendo poi, nel caso in itinere, degli interventi in presenza di eventuali costi. Sin da oggi è possibile fare i calcoli in modo più corretto, con minore ingegneria ministeriale per dire al Paese quanto costa questa riforma.

Concludo il mio intervento, signor Presidente, affrontando il problema della formazione dei docenti. Nel leggere il piano di attuazione abbiamo constatato innanzitutto che l'attuale personale docente domani sarà in esubero, per ovvi motivi, e che i pensionamenti saranno insufficienti a coprire tale esubero. Ma quand'anche i pensionamenti fossero sufficienti, signor Ministro, il Governo ha tenuto presente che per i prossimi 12 anni - e non per i prossimi due, sicuramente insufficienti a tal fine - gli studenti universitari che attualmente cominciano a pensare al loro futuro lavorativo nel mondo della scuola (seguono infatti corsi specifici, propedeutici all'insegnamento, come prima del resto; corsi che l'università poi si preoccuperà di modificare) non potranno essere assunti? Questi sono i dati che si possono trarre dal piano di attuazione.

Sulla cosiddetta onda anomala infine riprendo un documento non mio per tornare a parlare delle tanto decantate economie. Vede, signora Presidente, se si fa una semplice lettura del dossier predisposto dal Servizio bilancio del Senato, inerente al programma quinquennale di progressiva attuazione della legge n. 30 del 2000 di riordino dei cicli scolastici, si apprende che: "l'ipotesi formulata nella relazione di fattibilità che prevede la frammentazione "dell'onda anomala" e che, per le ragioni citate ed esplicitate nella relazione stessa, appare l'unica in grado di non compromettere gli equilibri della riforma, non appare supportata da alcun elemento di certezza. Infatti, non risultano precostituiti i necessari meccanismi normativi per attuare tale frammentazione, la quale rimane, pertanto, sostanzialmente demandata alle responsabilità dei singoli istituti scolastici." E ancora, nella successiva pagina 10, si legge: "Dalla colonna dei saldi si evince che nell'anno 2002 e nel periodo 2004-2007 saranno necessari stanziamenti finanziari a fini di copertura".

PRESIDENTE. Senatore Asciutti, lei ha già superato di tre minuti il tempo a sua disposizione. Deve concludere il suo intervento.

ASCIUTTI, relatore di minoranza. Bastano semplici calcoli per verificare che entro il 2007 occorreranno spese aggiuntive per circa 4.000 miliardi.

La proposta che fa il Polo è di prestare particolare attenzione oggi all'attuazione del programma. Voi volete condurre in porto un risultato politico. Fatelo pure! Iniziate però non maldestramente, ma con i piedi di piombo, con ragionamenti seri che si possono svolgere nel tempo in maniera tale da poter sopperire ad un qualcosa che per noi, così com'è, non va. Infatti, essendo noi rispettosi della legge n. 30, in Parlamento votata, vorremmo che essa camminasse in maniera significativa, cosa che non può fare con questo programma di attuazione. (Applausi dai Gruppi FI, AN e CCD).

PRESIDENTE. Il relatore di minoranza, senatore Danzi, ha chiesto di integrare la relazione scritta. Ne ha facoltà.

DANZI, relatore di minoranza. Signora Presidente, il Gruppo CCD è contrario alle scelte operate dal Governo per quel che concerne la riforma dei cicli scolastici. Riteniamo, in questa scelta di contrarietà, di avere l'ideale sostegno della maggioranza degli operatori scolastici. Questi, d'altra parte, hanno espresso il loro malessere ed il loro disappunto negli ultimi giorni, caratterizzati da proteste vibranti che solo superficialmente potrebbero essere ricondotte all'esclusiva questione economica, ma che sicuramente vedono il mondo della scuola, i diretti interessati, particolarmente preoccupati per quella che appare una normativa confusa, una riforma non lineare, non omogenea. Tutto ciò desta delle preoccupazioni considerevoli di cui ritengo non si possa non tener conto. Pertanto, riteniamo di essere in buona compagnia.

Perché questa riforma non è lineare? Perché essa non discende da un disegno organico nel quale possa agevolmente leggersi un'idea di uomo, di società, di scuola. E' stata attuata attraverso una serie disparata di provvedimenti; cito l'articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59; il decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, per quanto concerne l'autonomia; la legge 20 gennaio 1999, n. 9, relativa al prolungamento dell'obbligo scolastico; la legge sulla parità del 2 marzo 2000; il decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n. 323, recante modifica degli esami di Stato; la legge n. 144 del 1999, articolo 68, con il passaggio dal sistema della formazione professionale e dell'apprendistato a quello scolastico.

Come si rileva, si tratta di una riforma realizzata a piccoli passi; una riforma a mosaico, nella quale francamente appare difficile districarsi ed ancor più difficile soprattutto interpretare, leggere un profilo globale ordinato. Questa riforma, per essere compresa, richiede una lettura a più livelli.

La riforma prevede due cicli: il primo ciclo della durata di sette anni, la scuola di base, ed il secondo della durata di cinque anni, la scuola secondaria.

Per il primo ciclo si prevede la seguente struttura: un primo biennio, un triennio successivo ed un secondo biennio. Nel primo biennio l'insegnamento è affidato ai maestri, nell'ultimo biennio ai professori, nel triennio intermedio agli uni e agli altri in maniera indifferente.

Sparisce quindi ogni differenziazione fra scuola elementare e media, soprattutto sparisce ogni identità professionale dei docenti. A noi pare che in questo modo il ciclo scolastico non sia neanche rispettoso delle caratteristiche intellettive e psico-affettive degli alunni.

Poiché riteniamo di non dover fare solo ed esclusivamente delle critiche in qualche modo distruttive (rendendoci anche conto della complessità della materia e di come questa invariabilmente ogni volta che se ne parla comporti un conflitto fra quelli che ci piace definire i politici riformisti, cioè coloro i quali nel mondo della scuola e quando si parla di mondo della scuola sono per il cambiamento purchessia, a tutti i costi, secondo un malinteso concetto di modernità, e quelli che sono invece i politici riformatori, i quali ritengono che dalle migliori esperienze del passato debba derivare un cambiamento intelligente, razionale e di ottima prospettiva), ma si debba offrire un contributo, noi del CCD abbiamo fatto interamente nostra l'elaborazione svolta dalla Fondazione Nova Spes, in collaborazione con il Centro studi della Gilda, con l'Istituto italiano per gli studi filosofici, con la Fondazione Liberal, con Società Libera, con l'Associazione genitori scuole cattoliche, con il Movimento per l'Europa popolare, per una proposta alternativa di qualificazione culturale della scuola.

Noi proponiamo, per quel che riguarda la scuola di base, criteri ispirati ai due principi della unitarietà del percorso e della distinzione delle fasi al suo interno, cui va riferito anche il passaggio dagli ambiti disciplinari alle discipline. Rifiutiamo, quindi, l'ipotesi del docente unico e, di conseguenza, alla differenziazione del ciclo scolastico si chiede che corrisponda la specificità del titolo di studio dell'insegnante.

Facciamo due ipotesi. Fermo restando che la scuola dell'obbligo debba arrivare a 18 anni, pensiamo che si potrebbe conservare il vecchio schema di cinque anni più tre, cioè di una scuola elementare e una media, anticipando a cinque anni l'età di accesso alla scuola elementare. Oltretutto riteniamo che oggi i bambini a cinque anni, sotto gli stimoli e gli impulsi delle playstation e di Internet, che purtroppo non abbiamo avuto noi da ragazzi, siano sicuramente più pronti, di quanto non lo fossero le precedenti generazioni, ad accedere al mondo scolastico.

In alternativa, potremmo anche considerare l'ipotesi 1+4+3. Sembrano degli schemi calcistici, ma si tratta sostanzialmente di ridurre di un anno la scuola elementare facendo però in modo che il quadriennio della scuola elementare stessa venga preceduto obbligatoriamente da un anno di frequenza della scuola per l'infanzia.

Per quel che riguarda invece il triennio terminale, noi riteniamo che esso debba essere articolato in riferimento ad alcuni criteri (cioè la specificità di questo triennio, un orientamento e un progressivo autorientamento attraverso i percorsi disciplinari) che però richiedono alcune condizioni: il passaggio dagli ambiti disciplinari alle discipline, cui deve necessariamente corrispondere la specificità del titolo di studio degli insegnanti; una differenziazione di livelli di crescente complessità delle materie, finalizzate all'orientamento dello studente; l'inserimento degli alunni in livelli di competenza; la periodica rivedibilità di questi livelli in base ai risultati conseguiti.

Non mi attardo sulla presentazione di queste proposte, perché sono riportate nella relazione.

Per la scuola secondaria, pensiamo che l'orientamento teorico possa essere individuato in tre aree e non nelle quattro proposte dal Governo. Riteniamo, cioè, sulla base di considerazioni sostenute da eminenti studiosi, che si possa considerare un'area classico-scientifica, un'area tecnico-tecnologica e un'area artistica e musicale.

Evidentemente, all’interno di ciascuna area, ogni scuola può proporre in modo autonomo dei curricoli, però - ripeto - non intendo dilungarmi nel mio intervento perché questo aspetto si può evincere dalla relazione.

L’obbligo della formazione, che oggi è protratto fino ai 18 anni, attualmente è assicurato, in alternativa alla frequenza di un liceo, da tre canali: gli istituti professionali di Stato, i corsi di formazione professionale organizzati dalle regioni e l’apprendistato. Questo capitolo richiede un’ampia riflessione, che coinvolge il mondo della scuola, i sindacati, gli enti territoriali e il mondo produttivo. È assolutamente necessario che accanto al corso teorico vi sia anche la possibilità di orientare concretamente gli studenti verso il mondo del lavoro. Questa è una considerazione molto importante e un po’ sottaciuta.

Vorrei sottolineare che la nostra posizione può essere riassunta sostanzialmente in alcuni punti fondanti: una chiara definizione della natura e della finalità della scuola; un’articolazione del sistema scolastico in cicli rispettosi dell’evoluzione intellettuale, psicologica, emotiva ed affettiva dell’alunno; un’offerta formativa trasparente, la quale, sin dall’inizio della scuola secondaria superiore, distingua appunto i canali formativi orientati allo studio teorico da quelli orientati al lavoro, onde garantire agli studenti un’effettiva libertà di scelta; il riconoscimento delle specificità delle singole discipline e del loro valore formativo nell’unità del sapere; una gestione dell’autonomia che non ingabbi la scuola con la prescrittività delle procedure e che riconosca le diverse opzioni metodologiche e culturali dei singoli docenti; l’impegno a salvaguardare l’importanza culturale ed educativa della scuola secondaria superiore in quanto tale; una riconsiderazione delle tecnologie informatiche in chiave di supporti didattici importanti ma non strumentali.

Vorrei concludere dicendo che evidentemente, insieme agli amici della Casa delle libertà, noi del CCD siamo assolutamente d’accordo sulla richiesta della reale mancanza di costi per questa riforma. Non crediamo che sia così e vogliamo capire quanto possa costare tale riforma, tanto per il personale quanto soprattutto per l’edilizia scolastica. Allora riteniamo che temi così importanti, temi che non possono essere approvati a colpi di maggioranza perché riguardano questioni che interessano tutti, signor Ministro, vadano riformulati o quantomeno pensiamo che sarebbe utile ed opportuno un rinvio nell’attuazione della riforma. (Applausi dai Gruppi CCD, FI, AN e LFNP).

PERUZZOTTI. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERUZZOTTI. Signora Presidente, vorrei avanzare, a termini di Regolamento, una richiesta di sospensiva di almeno una settimana (se poi le festività natalizie impediranno di trovarci qui tra una settimana va bene anche un mese) affinché il provvedimento in esame possa tornare all’esame della Commissione, dal momento che mi è parso di comprendere, ascoltando gli interventi dei relatori di minoranza, che diversi punti devono essere chiariti.

Signora Presidente, nell’avanzare tale richiesta, la invito a verificare nell’Aula la presenza del numero legale.

Verifica del numero legale

PRESIDENTE. Poiché nessuno domanda di parlare sulla proposta avanzata dal senatore Peruzzotti, invito il senatore segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato non è in numero legale.

Sospendo pertanto la seduta per venti minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 17,42, è ripresa alle ore 18,02).

Ripresa della discussione del Documento XVI-ter

PRESIDENTE. Passiamo nuovamente alla votazione della questione sospensiva avanzata dal senatore Peruzzotti.

Verifica del numero legale

PERUZZOTTI. Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato non è in numero legale.

Sospendo pertanto la seduta per venti minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 18,05, è ripresa alle ore 18,34).

Ripresa della discussione del Documento XVI-ter

Presidenza del presidente MANCINO

PRESIDENTE. La seduta è ripresa.

PERUZZOTTI. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Senatore Peruzzotti, vedo che è allegro. Ne ha facoltà.

PERUZZOTTI. Anche se non siamo stati al Quirinale ci siamo divertiti lo stesso, signor Presidente.

PRESIDENTE. Immagino che ognuno trovi il suo luogo per divertirsi.

PERUZZOTTI. Signor Presidente, ribadisco la nostra richiesta di sospensiva e per chiedere che prima della votazione venga verificata nell'Aula la presenza del numero legale.

Verifica del numero legale

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato non è in numero legale.

Questo calendario fu votato con entusiasmo all'unanimità, senatore Peruzzotti.

BEVILACQUA. Signor Presidente, al senatore Peruzzotti l'entusiasmo è passato.

PRESIDENTE. Sospendo la seduta per venti minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 18,37, è ripresa alle ore 18,58).

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. La seduta è ripresa.

Do comunicazione all'Aula dell'integrazione del programma dei lavori delle sedute di mercoledì, giovedì e venerdì della corrente settimana. Molto dipenderà dalla capacità dell'Aula di accelerare i lavori, se vogliamo esaminare il disegno di legge sulle professioni sanitarie che è stato sollecitato alla Presidenza da numerosi Gruppi parlamentari, rispetto al quale ci sarebbe una convergenza da parte dei Gruppi stessi.

Quindi, i lavori proseguiranno con l'esame del programma quinquennale di progressiva attuazione della legge concernente il riordino dei cicli di istruzione; del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 295 sulla Repubblica federale di Jugoslavia; del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 311 per il rinnovo del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria e con l'esame del disegno di legge sulle professioni sanitarie, confermando quant'altro previsto in calendario.

Alla ripresa delle attività nel 2001, l'Aula è chiamata a riunirsi nelle giornate di martedì 9, mercoledì 10, giovedì 11 e venerdì 12 gennaio per la discussione del disegno di legge n. 3812 e connessi in materia elettorale.

Ricordo al riguardo che non è stato ancora fissato il termine per la presentazione dei subemendamenti. Si prevede che il testo base per la discussione possa essere quello del Governo D'Alema-Amato, come in precedenza annunciato. Poiché la materia potrebbe incontrare molti contrasti in Assemblea, confermo che la discussione generale avrà termine nella giornata di venerdì 12 gennaio 2001 e che per le ore 19 di tale giorno è fissato il termine per la presentazione dei subemendamenti, correlati a emendamenti presentati dalla maggioranza. Se la maggioranza presenterà tempestivamente emendamenti, resterà confermata la data ultima del 12 gennaio 2001 alle ore 19.

La settimana successiva sarà dedicata all'illustrazione, alla votazione degli emendamenti e - mi auguro - del provvedimento nel suo complesso.

Questo al fine di dare certezza di date sia ai rappresentanti della maggioranza che a quelli dell'opposizione. Molto dipende dal lavoro che sarà effettuato nei giorni che vanno dall'inizio di gennaio all'apertura della discussione prevista per il 9 gennaio 2001 alle ore 16.30.

Se la maggioranza presenterà, come previsto, un maxiemendamento, sarà fissato un termine per la presentazione di subemendamenti da parte dell'opposizione, che in ogni caso è quello del 12 gennaio 2001 alle ore 19.

Mi auguro, avendo indicato date certe all'Assemblea, che si possano riprendere i nostri lavori con il contributo di tutti per ultimare al più presto la discussione generale sul programma quinquennale di progressiva attuazione della legge concernente il riordino dei cicli di istruzione, per passare poi all'esame dei due decreti-legge e del disegno di legge sulle professioni sanitarie.

Poiché non si fanno osservazioni, così rimane stabilito.

Ripresa della discussione del Documento XVI-ter

PRESIDENTE. Riprendiamo la discussione del Documento XVI-ter.

PERUZZOTI. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà, ma faccia il buono. (Ilarità).

PERUZZOTTI. Signor Presidente, siccome mancherà altra occasione per avere tanti colleghi presenti in Aula, voglio augurare a lei e a tutti buon Natale. (Generali applausi).

PRESIDENTE. Ricambio gli auguri, senatore Peruzzotti.

Dichiaro aperta la discussione.

È iscritto a parlare il senatore Gubert. Ne ha facoltà.

GUBERT. Signor Presidente, credo che alcune valutazioni di sintesi possano essere riassunte in tre o quattro punti che voglio trattare molto brevemente.

Le proposte che il Governo ha elaborato nel documento, rispetto ad una dialettica tra un processo di crescente omogeneità a livello europeo delle modalità e dei contenuti formativi e, invece, il mantenimento di una specificità dei percorsi nazionali e anche sub-nazionali, scelgono decisamente il polo dell'omologazione.

Mi domando se fosse proprio il caso. Come mai c'è tanta volontà di mantenere un riferimento nazionale e poi, quando si tratta, in ambito europeo, di mantenere una propria specificità di percorsi, di contenuti e di prospettive, non si sceglie questa strada? E' come se fosse un di meno rispetto a un di più, è come se l'omogeneità fosse qualcosa di più o di meglio rispetto alla specificità nazionale.

Questo è un primo limite: di fronte alle tensioni e alla ricerca di radicamento locale, che la nostra gente sta esprimendo e che anche il dibattito di questi giorni in relazione al caso Haider fa riemergere, il documento tende più a criticare tale radicamento difensivo anziché renderne conto e dare una risposta ai problemi che ne sono alla base.

Il secondo punto su cui voglio far convergere l'attenzione è rappresentato da una sorta di eccesso di "scuola-centrismo". Non ci si è resi conto che la scuola nella società moderna diventa sempre più una delle agenzie di formazione della persona e non può più essere la principale istituzione attraverso la quale le generazioni presenti trasmettono la loro esperienza culturale e scientifica a quelle future.

Presidenza del vice presidente ROGNONI

(Segue GUBERT). Quando è previsto un minimo di trenta ore di attività scolastica, estensibili in qualche caso fino a quaranta ore, e l'orario normale di un lavoratore è ormai di trentacinque ore, ma si va verso una riduzione, mi domando se non tendiamo a rendere i ragazzi più lavoratori di quanto non lo saranno da grandi.

Nel documento è scritto che si tende ad una riduzione, però quest’ultima mi sembra molto evanescente, perché - come dicevo - si va da un minimo di 30 ore ad un massimo di 40.

Il Ministro è qui presente e lo ringrazio. Ricordo che quando ero bambino, e frequentavo la scuola elementare, avevo tre ore il mattino e due il pomeriggio di lezioni, con un’interruzione; il giovedì era libero, il famoso giovedì di Pinocchio di Collodi. Ormai siamo di fronte ad una macchina formativa in cui vogliamo mettere dentro di tutto.

Mi sembra che ci sia un eccessivo "scuola-centrismo", che si riflette anche nell’estendere alla scuola materna, alla scuola dell’infanzia, la natura di scuola vera e propria, integrata in un processo. Noi sappiamo che la scuola materna, la scuola dell’infanzia, non è obbligatoria, però nel documento è trattata come se lo fosse, tant’è vero che per la scuola di base, ad esempio, si indica come criterio di riferimento metodologico, per i primi due anni, l’obbligo di raccordarsi con la scuola materna. Ma allora quelle famiglie che decidessero di non servirsene sono escluse? Il bambino che per qualche ragione si decide di far rimanere in famiglia, non penso debba essere considerato un minus habens. Allora, per favore, la scuola materna lasciatela tale; lasciatela scuola dell’infanzia in cui il bambino non sia una macchina, qualcosa da riempire di contenuti, perché dopo su quei contenuti si deve costruire quello che verrà nella scuola successiva.

Signor Ministro, nella scuola materna ci sono 35 ore di attività estensibili fino a 40. Mi domando: è scuola materna o sostituzione della famiglia, del vicinato, del gruppo amicale? Ritengo che su questi problemi non possiamo tacere. A mio avviso, quando un bambino rimane per 40 ore settimanali in una scuola materna, in una scuola dell’infanzia, non è più un bambino della sua famiglia, ma altro. Vogliamo fare i parcheggi? Vogliamo dire che è scuola, ma usarla come parcheggio o come struttura assistenziale per i genitori che lavorano? Può essere una soluzione pratica, però non credo sia il modo migliore per prestare un servizio al bambino. Il bambino ha bisogno di un ambiente molto più ricco, molto più vario. Dopo 35-40 ore di scuola probabilmente è uno "straccio vuoto".

Per quanto riguarda il rapporto con la famiglia, si dice che ci deve essere un dialogo. Credo che si dovrebbe rovesciare la prospettiva e rispondere alla domanda: di chi è la scuola? Io penso che, proprio per il mandato costituzionale ai genitori della responsabilità primaria nell’educazione, prima di tutto sia dei genitori, poi può essere anche di tutta la realtà collettiva, locale, nazionale e sovranazionale, che è interessata alla formazione. Non basta dire che la scuola deve dialogare con i genitori come fosse una realtà esterna; la scuola deve incorporare negli organi dell’autonomia la capacità dei genitori di decidere in merito.

Non mi piace, signor Ministro, l’idea del campus per la scuola di base. Mi domando dove vive la gente che ha scritto questa cosa? Ha provato ad andare nelle realtà dove la densità demografica è bassa e dove è tanto se c'è un edificio che regge la scuola elementare? A mio avviso, se dietro il campus c’è l'idea di costruire una scuola concentrata, meno dispersa di quella attuale, è un errore. Laddove è possibile, si possono anche costruire questi complessi in cui c’è tutto, la palestra e così via, e va benissimo; ma dove non si possono realizzare facilmente credo sia meglio lasciare le cose in modo più disperso, anziché concentrarle per realizzare un modello che non mi convince.

La terza osservazione riguarda la scuola di base, la cui natura è smentita dalla stessa definizione. Se è una scuola intermedia tra la scuola materna e la scuola superiore, perché è di base? Perché la scuola materna è assunta come parte integrante di un normale percorso scolastico; secondo me, invece, la scuola di base dovrebbe essere davvero tale.

La legge contiene un'ambivalenza, perché parla di scuola unitaria però con possibilità di articolazione interna. È accaduto in realtà che l'unitarietà è prevalsa di gran lunga sull'articolazione interna, che è stata ridotta ad un modello 2+3+2 perché i modelli alternativi (5+2 o 4+3) avrebbero creato problemi per capire se la demarcazione avrebbe dovuto coincidere con l'ultima classe delle elementari o con la prima classe delle scuole medie.

Credo che questa unitarietà non tenga conto della natura del processo di apprendimento. Il Ministro è probabilmente più esperto di me in questo campo, ma a me consta che l'apprendimento si può rappresentare come un processo a spirale: si incrementa di continuo tornando, su basi diverse, agli stessi argomenti. Sebbene il documento affermi il contrario, il modello prevalente è meccanico. Si configura un'articolazione meccanica dei contenuti che, a mio avviso, non è produttiva. È opportuno che, nell'evoluzione del bambino da sei a tredici anni, vi sia una ripresa progressiva di contenuti, anziché una progressiva specializzazione, come prevede lo schema. Le 40 ore, inoltre, potevano avere qualche giustificazione per la scuola materna, in considerazione del fatto che i genitori lavorano, ma in questo caso non ne hanno alcuna. L'orario è eccessivo; non lo vogliamo per i lavoratori, non capisco perché debba essere previsto per i ragazzi.

Non mi dilungherò sulla scuola secondaria; secondo me l'aver mescolato l'obbligatorietà con il livello secondario non agevola l'approfondimento e l'arricchimento di questo tipo di scuola; ma si tratta di una scelta precedente al documento. A me sembra che assisteremo ad un impoverimento del contenuto delle scuole superiori.

Vorrei soffermarmi sull'ultimo punto, riguardante i contenuti dell'insegnamento e il profilo professionale dell'insegnante. Il documento afferma che l'insegnante deve essere colto, capace di fare ricerca, competente, capace di interagire. Questi requisiti possono andar bene per un professore universitario, possono andare abbastanza bene per un professore di scuola secondaria, ma in relazione ad un bambino di sei anni, signor Ministro, come è possibile trascurare l'aspetto educativo, di testimonianza, di coerenza di vita? Non bastano professori colti, competenti e capaci di relazioni; occorre che i professori diano un esempio di vita, rappresentino un punto di riferimento alternativo o complementare alle figure della madre e del padre, della famiglia. Di ciò non vi è traccia; a me sembra un po' poco.

Così come non vi è alcuna traccia dei contenuti etici e religiosi all'interno della scuola. Negli orientamenti educativi della scuola materna, l'aspetto etico-religioso era presente. In sede di revisione del Concordato, è stato stabilito che ci si possa avvalere o no di tale insegnamento, ma non è misconosciuto il carattere curriculare della formazione religiosa ed etica. Nel documento in esame tale formazione è scomparsa completamente. Così come è scomparsa la filosofia: nel liceo ad indirizzo umanistico è citata la letteratura, ma non la filosofia. Come mai questa carenza? Molti studi accompagnatori sono ricchi e apprezzabili dal punto di vista dell'impianto; ma il documento mi è sembrato un impoverimento. Vorrei sbagliarmi, Ministro, vorrei avere letto male o aver trascurato alcuni aspetti, ma se avessi ragione dovremmo recuperare l'aspetto formativo della scuola che è centrale.

Certo, forse con valenze diverse tra la scuola elementare e quella superiore. Tuttavia se guardo alla mia esperienza di studente, devo dire che la formazione fondamentale l'ho ricevuta dagli insegnanti a tutti i livelli, dalle elementari fino alle scuole superiori, un po’ meno all'università ma comunque anche in quest'ultima.

Credo che tale aspetto debba essere tenuto in considerazione, senza rendere l'insegnante soltanto una persona competente, colta e capace di interagire.

Ci sono poi problemi che riguardano il mondo degli insegnanti: sono problemi tecnici, di recupero della professionalità. Ad esempio, ci sono giunte sollecitazioni dagli insegnanti degli istituti tecnici alberghieri che sostengono che la loro capacità non è tenuta in conto. Credo che questi problemi pratici possano trovare una soluzione, ma mi premono soprattutto i problemi di impianto.

In breve, occorre avere l'orgoglio della specificità della scuola italiana e non considerarla un di meno, non rendere troppo forte e duraturo l'impegno scolastico ma lasciare spazio alla multiformità delle esperienze formative presenti nel corpo sociale: una scuola meno ridotta ad aspetti tecnici e, invece, attenta all'aspetto formativo. In molte dichiarazioni si parla di aspetto formativo e della crescita umana della scuola: questo è un fatto positivo, però che cosa vuol dire formazione umana? L'aspetto etico, religioso, filosofico è trascurato. Sarei molto lieto se si potesse migliorare il documento su questi punti.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bergonzi. Ne ha facoltà.

BERGONZI. Signor Presidente, rinuncio ad intervenire.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lombardi Satriani. Ne ha facoltà.

LOMBARDI SATRIANI. Signor Presidente, come contributo alla rapidità dei lavori rinuncio ad intervenire. Mi riservo di consegnare alla Presidenza il testo scritto del mio intervento. (Applausi dal Gruppo DS).

PRESIDENTE. Ne prendo atto.

È iscritto a parlare il senatore Lorenzi. Ne ha facoltà.

LORENZI. Signor Presidente, io non rinuncio e anzi intendo utilizzare tutto il tempo a mia disposizione. Chiedo scusa per questo, almeno cercherò di essere interessante.

Vorrei innanzitutto ringraziare il relatore Donise per il lavoro svolto e la criticità avuta nell'impegno, criticità che sembra comunque non trapelare nello sforzo governativo di traduzione del programma quinquennale di progressiva attuazione della legge n. 30 del 2000 che, oltre tutto, è stato presentato con ritardo perché la stessa legge prevedeva la scadenza del 9 settembre e, invece, è stato presentato il 16 novembre. Questo primo motivo di critica già giustificherebbe un rinvio per mancanza di osservazione dei termini ordinatori contenuti nella legge.

Un'altra considerazione si riferisce alla mancanza di norme di delegificazione nella legge; in altre parole, la legge n. 30 non prevede norme di delegificazione, a norma dell'articolo 17, comma 2, della legge n. 400 del 1988. Pertanto, non essendo previste tali norme, il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento sembra incontrare una difficoltà legislativa non indifferente.

Signor Ministro, vorrei cercare in pochi minuti di poterle palesare qual è il complesso di opposizioni che provengono da tante parti su questo momento attuativo. Mi riferisco in particolare alla posizione complessiva che emerge dal manifesto della CISL, a quella maturata e mutata in senso negativo nel sindacato SNALS, alla posizione di una fondazione internazionale come "Nova spes", mi riferisco all'Associazione della scuola secondaria italiana che, addirittura, presenta ricorso contro il Ministero per la dichiarazione di incostituzionalità della legge stessa. E ci sono tanti altri passaggi.

Effettivamente, sembra avere ragione "Nova Spes" quando parla di "muro contro muro" e di una situazione da "tamburi di guerra" che sembrano tuonare in un momento in cui comunque c'è sordità assoluta.

Ho la pretesa, signor Ministro, di insistere testardamente, perché mi sento fortemente ancorato al disegno di legge n. 560, presentato in questa legislatura, già n. 1560, presentato il 30 marzo 1995; in esso si prevedeva – leggo alcuni capoversi della relazione – una "riorganizzazione della scuola dell'obbligo in cicli di studio triennali": sei anni fa! Un altro capoverso recitava: "strutturazione finalizzata del ciclo triennale superiore" ed un altro "ciclo universitario in due trienni di laurea e di dottorato".

Non lo dico per presunzione, ma per fedeltà ed innamoramento nei confronti di una creazione (ci si innamora sempre di quello che si fa, dopodiché non lo si abbandona e lo si considera l'oggetto più bello di tanti altri); però viene il sospetto che l'appropriazione, forse legittima dal punto di vista generale, possa in qualche modo essere deturpatrice di un qualcosa che si considera un prodotto creativo e, quindi, artistico.

Ebbene, signor Ministro, devo dire che, pur avendo votato a favore il 2 febbraio della legge n. 30, oggi sono in fortissimo imbarazzo, perché nella forma attuativa, diventerà una brutta legge, se non riesce ad emergere con quelle caratteristiche di razionalità e di economicità che assolutamente dovrebbe portate con sé.

Si fa finta di nulla di fronte alla questione edilizia che è enorme. Sappiamo – il relatore lo ha ammesso candidamente – che per uniformare le strutture edilizie del settennio di base ci vorrà uno sforzo economico-finanziario enorme, perché soltanto il 53 per cento dei comuni italiani attualmente è in grado di ospitare in una stessa struttura tutto il ciclo settennale della scuola di base.

Ritengo che questa non sia una considerazione di poco conto, perché vuol dire fare i conti con una spesa dell'ordine del milione di miliardi; probabilmente si potrebbe risparmiare e dedicare, invece, in parte, ad un'opera, questa sì urgente ed importante, costruire immediatamente il 10-20 per cento della scuola materna, oggi scuola dell'infanzia, che manca, al fine di renderla effettivamente obbligatoria, introducendola nella scuola di base, in modo da far crescere, lievitare, l'obbligo non soltanto di un anno verso l'alto, ma anche di tre anni verso il basso…(Commenti del ministro De Mauro). No, è molto meno costoso, signor Ministro, che ristrutturare a spese degli enti locali tutte le strutture esistenti. Lei lo sa molto bene, anche perché abbiamo una copertura quasi totale sul territorio nazionale; e poi si potrebbe rendere obbligatorio soltanto l'ultimo anno del triennio ed inserire un minimo di gradualità. In tal modo, riusciremmo a raggiungere quest'ottimo risultato, che rappresenterebbe realmente un accrescimento qualitativo e lo sforzo di una nazione del G8 che intende prendere atto del fatto che il periodo 0-3 anni, declamato dall'UNICEF come prima infanzia, è fondamentale per il processo formativo, scientificamente riconosciuto a livello internazionale come un momento cruciale; questo periodo, trasferito dai 3 ai 6 anni, viene riprodotto per diventare formazione di base, essenziale, preliminare e propedeutica, non obbligatoria, ma doverosamente obbligatoria per lo Stato, per le istituzioni, per i nostri fanciulli, al fine di farli diventare quelli che potenzialmente possono essere.

Questo, pertanto, è ciò che continuo testardamente a riproporle, la lievitazione verso il basso (mi ha fatto molto piacere sentire la CISL difendere con forza tale posizione) del processo formativo dell'obbligo e lo stop al quindicesimo anno; questo è il motivo per cui votai convintamente a favore della legge n. 30, che contiene due risultati fondamentali, ineludibili a livello europeo: la lievitazione del periodo dell'obbligo a 15 anni e l'abbassamento di un anno dell'età del diploma, a 18 anni.

Questi sono i due pilastri portanti e tutto il resto è modificabile, signor Ministro, e lei lo sa. Ma non si può intervenire con una deturpazione come quella del settennio con il 2+3+2: questa è una vera deturpazione in tutti i modi possibili la si voglia vedere. Ad esempio "Nova spes" fa delle altre proposte, che tra l'altro non condivido, e suggerisce altre possibilità: al posto di un 2+3+2 propone un 5+3 classico, oppure un 1+4+3. Io, invece, continuo ad insistere con la mia legge del 3, signor Ministro, secondo la quale è possibile razionalizzare ed economizzare al massimo, facendo sì che l'edificio possa ospitare quello che è sempre stato considerato un passo in avanti e un fiore all'occhiello di tutta l'Italia.

L'edificio e la struttura elementare rimangano tali. E' possibile che non riusciamo a capire che se interveniamo con una sola contrazione, da 5 a 3 anni, di questa struttura elementare che ha dato tanti buoni frutti possiamo lasciare il numero di aule intatto nel nostro edificio, dimezzare fisicamente il numero di alunni per ogni classe e lasciare intatto il numero dei nostri maestri, i quali si potranno dedicare ad un minor numero di alunni, e quindi dare un pregevole servizio, molto migliorato, ai nostri fanciulli dai 6 ai 9 anni per la classica scuola elementare tanto amata dagli italiani? E' chiaro che dopo decenni e decenni le famiglie si innamorino anche di quello con cui sono state abituate a convivere, per cui non sembra loro nemmeno vero che la scuola elementare possa essere cancellata e la vogliono mantenere: trovo anche questo ragionevole. Con ciò la scuola media può rimanere dove è e come è in tutto e per tutto, tranne che per il ringiovanimento, chiaramente, dell'età dei frequentatori, degli studenti.

Ecco quello che continuo a proporre: la contrazione da 5 a 3 per le elementari, che rimangono tali, un triennio; le medie che rimangono tali, al di là del loro ringiovanimento e ridefinizione; il settimo anno (che possiamo pur chiamare ancora anno della scuola di base, perché di orientamento, in qualche modo propedeutico alla scelta definitiva del percorso professionalizzante e quindi formativo per il diploma) può benissimo essere ospitato negli edifici (e mi riferisco alle strutture) quinquennali, che conosciamo, della nostra scuola secondaria.

Oltretutto in questo modo avremo la grande possibilità (e qui ritorno sulla questione in modo assolutamente pesante, signor Ministro) di non offendere la Costituzione. Infatti, come lei sa, la Costituzione prevede, all'articolo 34, che la scuola di base abbia una durata minima di otto anni (come è attualmente) e, oltretutto ordini e gradi, in modo ripetuto. Ebbene, credo che passando a questa impostazione i gradi verrebbero mantenuti, perché chiaramente la scuola media, che sarebbe questo ciclo triennale, rimarrebbe di primo grado, mentre quella conclusiva dell'obbligo sarebbe il secondo grado, che farebbe completare quanto è stato intrapreso.

Oltretutto c'è una forte richiesta (e lei lo sa, signor Ministro) da parte di tanti ordini professionali, di tanti istituti professionali soprattutto, ma anche di licei classici, di incrementare la potenzialità della scuola secondaria e l'unico modo che sembra possibile percorrere per un tale potenziamento è quello di passare dai cinque ai sei anni, appunto, del percorso secondario. Certo io praticamente, delineando questo percorso, non faccio altro che riproporre quanto era stato in qualche modo recepito in un primo momento dal ministro Berlinguer il quale, secondo il mio modesto parere, aveva visto senz'altro molto giusto nel considerare il tutto divisibile in due sessenni, che chiaramente facevano i conti con la realtà attuale, la realtà edilizia, delle strutture e delle istituzioni.

Ora, signor Ministro, io ho già più volte insistito in Commissione e ho ricordato l'articolo 34 della Costituzione, che prevede che l'istruzione inferiore sia impartita per almeno 8 anni, e l'articolo 33 della stessa Carta, che parla dei vari ordini e gradi di scuole. È chiaro che se facessimo il passo modificativo di questa lievitazione non solo verso l'alto, ma anche verso il basso, potremmo rientrare benissimo nell'ambito della Costituzione perché passeremmo da 8 a 9 anni, addirittura a 10 anni se consideriamo il settimo anno, propedeutico delle scuole secondarie, come facente parte del percorso di base. Quindi, non violeremmo la Costituzione solo se considerassimo la scuola materna o d'infanzia come scuola obbligatoria.

Per quanto riguarda il resto, mi rimetto al discorso che è stato già fatto con riguardo alla spesa. La spesa che dovremo affrontare sarà indubbiamente molto importante e di vario genere. La difficoltà tecnica dell'attuazione della riforma è un altro ostacolo che si unisce a quelli posti nel percorso da parte delle organizzazioni sindacali e di tutti coloro che, in qualche modo, cercano e cercheranno di ostacolare questo processo.

Allo stato attuale delle cose credo che un momento di ripensamento sia come minimo dovuto, considerato l'ampio dibattito sul tema svoltosi nel Paese e la grande volontà di partecipazione: la presenza di tre relatori di minoranza ne sono una forte testimonianza, signor Ministro. Per non bloccare questo processo sarebbe opportuno dare un segnale da parte governativa che indichi un minimo sforzo e una minima volontà di rivedere in senso migliorativo tale percorso, per andare incontro alle esigenze di coloro che credono di non essere stati ascoltati e che ritengono di avere diritto di esprimere la loro opinione.

Nel dire ciò, certamente, continuo a difendere - come ho affermato all'inizio del mio intervento - la proposta che mi ero permesso, con molta presunzione (e di questo chiedo venia perché credo di aver peccato di orgoglio), di avanzare diversi anni fa. Oggi sono contento che la scuola abbia preso atto della necessità di un ridimensionamento, di una riformulazione e di una ristrutturazione, per dare ai giovani più possibilità e l'opportunità di uscire dal percorso formativo nel momento che ritengono più opportuno. Sono contento e compiaciuto per il fatto che questo meccanismo, a partire dal quindicesimo anno, possa permettere nei vari passaggi l'uscita felice e con successo dal processo formativo, e non invece il ripetersi di insuccessi, di accumuli di abbandono, di fuori corso e di tutto quanto già conosciamo. Chiaramente il discorso non interessa soltanto la scuola dell'obbligo e il dovere formativo, ma tutta l'università (come sappiamo è stata prevista la laurea triennale più un altro triennio, con un biennio specialistico più abilitazioni varie).

Il mio auspicio finale, signor Ministro, è che lei, con tutto l'Esecutivo, possa prendere atto di questa necessità nell'interesse di tutto il Paese e della scuola. Mi auguro che lei possa compiere quello sforzo - che senz'altro ha già fatto e che sono certo continuerà a fare - per dare al corpo docente il riconoscimento della dignità che esso merita: riconoscimento professionale, finanziario ed economico, che si potrà anche espletare attraverso l'introduzione di categorie di merito.

Ricordiamoci, la torta è quella che è, ma se noi la dividiamo tra chi forse necessita di un po' di meno, anche perché è all'inizio, e chi invece si ritiene mal pagato, mal considerato, mal stimato, se facciamo una riformulazione di tutto ciò è chiaro che potremo addivenire ad un'accettazione indubbiamente più convinta anche da parte del mondo della scuola di tutto il complesso di questa riforma, di questa grande rivoluzione che è iniziata, che non è ancora terminata e che si potrà soltanto completare nel corso di alcuni anni.

Le auguro, signor Ministro, di lavorare bene, però le rinnovo il mio giudizio fortissimamente critico in questo momento di attuazione, in questo momento di sistemazione del programma quinquennale così come è stato presentato.

Ringrazio tutti per l'attenzione e la pazienza veramente encomiabili.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Brignone. Ne ha facoltà.

BRIGNONE. Signor Presidente, signor Ministro, la massiccia ma anche prevedibile voce di protesta che si è levata ed il cospicuo contributo di argomentazioni scritte giunto ai parlamentari da forze sindacali, associazioni, enti più o meno direttamente coinvolti e anche da insegnanti, ha trovato spazio negli interventi dell'opposizione. Siccome tutti questi argomenti sono ampiamente noti - tutti abbiamo ricevuto queste lettere - tralascio tali argomenti già evidenziati più volte per esporre, invece, alcune riflessioni di approfondimento.

Questa legge in materia di riordino dei cicli dell'istruzione detta la specifica disciplina relativa alla sua attuazione con una scansione procedimentale che prevede, in primo luogo, la presentazione entro sei mesi al Parlamento da parte del Governo del programma quinquennale di progressiva attuazione della riforma. Le Camere, quindi, deliberano gli indirizzi riferiti alle singole parti, il Governo presenta gli schemi di regolamenti attuativi, sui quali si pronunciano le Commissioni, e infine, vengono emanati i regolamenti definitivi, corredati delle opportune ricognizioni e disposizioni transitorie. Solo a questo punto verranno definiti veramente i nuovi curricula, che rappresentano però la sostanza ancora incognita della riforma, insieme ai programmi di studio.

Si tratta di un percorso laborioso, che già si stava caratterizzando per ritardi e l'insorgere di questioni soprattutto tecniche. Ora il Governo, nella prospettiva elettorale, vedo che ha stretto i tempi. In verità, il ministro Berlinguer si era impegnato altresì a riferire in itinere alle Commissioni parlamentari competenti, ma questo impegno è stato disatteso e solo parzialmente sostituito da alcuni atti trasmessi ai senatori della 7a Commissione, quali, per esempio, gli esiti del forum Internet "Professione docente, come valorizzarla", pubblicati negli annali della pubblica istruzione, e la documentazione consegnata dal Ministro nella seduta del 4 luglio 2000 contenente informazioni sull'attuazione del decreto ministeriale 15 giugno 2000, recante l'istruzione e l'articolazione della commissione per il programma del riordino dei cicli. Questi documenti testimoniano l'acquisita consapevolezza di ciò che più volte era stato sottolineato dall'opposizione, cioè la necessità di coinvolgere nella riforma anzitutto i soggetti protagonisti: i docenti, il personale ATA, le famiglie, ma anche gli enti e gli agenti coinvolti nella gestione della scuola per quanto concerne l'obbligo formativo, il sistema e i progetti integrati, le razionalizzazioni, la formazione professionale, le questioni edilizie, di trasporto, di mensa.

Occorre però tenere conto che la lettura delle classificazioni di ciò che è emerso dai nuovi strumenti di ascolto posti in essere, seppure interessante, potrebbe focalizzare erroneamente le questioni. Infatti, i 6.000 utenti che hanno visitato il forum telematico rappresentano una fascia ristretta dei docenti e dei dirigenti, anche se chiaramente interessata allo sviluppo e alla valorizzazione della funzione docente; fascia che dovrebbe costituire, però, il primo strumento operativo per l'attuazione della riforma. Nel momento in cui costoro si sono trovati coinvolti in una fase di confronto interattivo, grazie alle risposte e-mail del Ministro, gli interventi di pura critica sono fortemente diminuiti a vantaggio di interventi costruttivi.

Tutto ciò andrebbe quindi nella direzione di superamento dell'implementazione delle riforme generate dall'alto ed anche nell'ottica di una scuola realmente dell'autonomia, ma che in realtà arbitrariamente presuppone un corpo docente omogeneo, che vive l'insegnamento come funzione sociale fra le più elevate, anche se non adeguatamente remunerata sia sotto il profilo economico, sia sotto quello della reputazione.

Noi tutti sappiamo che la spesa per l'istruzione in Italia non è elevata, ma neppure modesta, e che il rapporto allievo-docente, fra i più bassi dei paesi OCSE, determina una spesa per studente al di sopra della media, con la conseguenza che la quasi totalità delle risorse è destinata a spese correnti. Sappiamo inoltre che gli aumenti di stipendio concordati in questi giorni avvicinano le retribuzioni degli insegnanti alla media europea, ma al contempo non garantiscono di per sé un miglioramento automatico della qualità del servizio erogato dalla scuola. Temo infatti che questo sforzo finanziario sia volto più che altro a blandire una categoria numerosa, tale da costituire una forza elettorale non indifferente, in critica attesa dell'attuazione per il riordino dei cicli, non così condiviso come auspicava il Governo e come emergerebbe dalle statistiche (rilevazione novembre 1999) elaborate dall'ISTAT in convenzione con il Ministero della pubblica istruzione.

Da esse risulta che quasi il 25 per cento dei cittadini intervistati ritiene che il sistema scolastico italiano negli ultimi anni sia migliorato, a fronte di un 16 per cento che pensa il contrario, mentre un terzo giudica la situazione stabile. Ovviamente, la percentuale di coloro che non esprimono una valutazione diviene ridottissima fra gli insegnanti, dei quali ben il 40 per cento ravvisa che il sistema sta migliorando, a fronte di una quota consistente (oltre il 38 per cento) di studenti delle scuole superiori che pensa invece che la scuola sia rimasta uguale al passato. I genitori hanno espresso un giudizio abbastanza simile a quello dei figli, però è elevata la percentuale dei "non so", a testimonianza che la partecipazione dei genitori alla scuola in Italia rimane quantitativamente e qualitativamente modesta e che di fatto gli organi collegiali, soprattutto nella componente genitori, non hanno assolto il compito che era stato loro affidato. In compenso le statistiche rilevano informazioni, interesse ed adesioni in merito a temi quali l'elevamento dell'obbligo, la diffusione dell'informatica nelle scuole - spero intesa in chiave strumentale - l'autonomia.

La questione del debito e del credito formativo appare nota soltanto ai diretti interessati: cioè docenti ed allievi. Se ne evince che la realizzazione di un sistema formativo integrato è per ora semplicemente un progetto, forse soltanto un'utopia.

Le rilevazioni condotte invece dal professor Mannhemer nel mese di marzo 2000 propongono altri spunti di riflessione. Poiché alla domanda su quale debba essere l'obiettivo prioritario della scuola secondaria oltre la metà degli intervistati ha risposto che deve essere quello di preparare ad entrare nel mondo del lavoro con netta preponderanza sugli obiettivi a sfondo più umanistico, devo constatare che purtroppo è ancora diffusa una concezione utilitaristica della scuola, intesa semplicemente come uno strumento propedeutico al mondo produttivo, come un ruolo di gregarietà alla dimensione produttiva economicistica o, peggio ancora, come semplice dispensatrice di titoli di studio sviliti. Purtroppo l'obiettivo prevalentemente pragmatico, indicato come prioritario nella significativa percentuale di oltre due terzi da chi è in cerca di occupazione, e quindi delle aree meno sviluppate del Paese, sottolinea ulteriormente la concezione prevalentemente funzionale ed utilitaristica del percorso educativo. In tal senso ritengo vada considerata anche l'adesione all'accorciamento degli anni di studio necessari per accedere all'università.

Ho molti dubbi che vi sia, però, una diffusa ed approfondita conoscenza delle principali novità introdotte nella scuola. Anche qui le statistiche evidenziano, infatti, che oltre tre italiani su quattro ne sanno nulla o poco, o ne hanno appena sentito parlare, pur concordando in via di principio sulla questione della maggiore autonomia delle scuole.

Probabilmente ciò è dovuto al riferimento ad un'idea guida, che è quella del decentramento, oggi prevalente, dopo che per molto tempo il sistema scolastico italiano, per ragioni storico-politico-sociali, è stato eccessivamente rigido e centralizzato. Sarebbe però un gravissimo errore sperare che un'autonomia fine a se stessa, non mirata al miglioramento della qualità del servizio scolastico e alla valorizzazione dei docenti, possa risolvere alcunché. Inoltre l'autonomia, se da una parte valorizza le aree dove vari agenti possono mobilitare maggiori risorse, dall'altra potrebbe far soccombere le realtà più deboli.

Nel progetto complessivo di riordino dei cicli, i concetti di autonomia e di decentramento a volte si sovrappongono, altre volte si confondono. L'autonomia didattica e organizzativa rimane ancor sempre assoggettata alla prescrittività delle procedure, al fatto che i poteri decisionali anche in merito alla gestione delle risorse fanno pur sempre capo al sistema centralistico che determina parametri dimensionali, organici, curricula, tempi di attuazione, reclutamento. Tale principio, tra l'altro, è stato ribadito da un ordine del giorno della maggioranza nel corso dell'esame del titolo V, parte II, della Costituzione, relativamente alle competenze dello Stato in materia di istruzione pubblica.

Con detti vincoli diviene difficile per regioni, provincie e comuni programmare una rete di servizio formativo integrato in un contesto socio-economico territoriale. Risulta anche piuttosto semplicistico ipotizzare, come auspica il Ministro, che le responsabilità di programmazione e gestionali debbano interagire sistematicamente in una logica di scambio tra centro e periferia, attraverso strategie di comunicazione interattiva, per addivenire ad un'offerta formativa e ad una qualità del servizio omogenea in tutto il Paese.

Il cammino notevolissimo - più volte richiamato dal Ministro - compiuto dalla scuola italiana dal 1955 ad oggi ha portato - è vero - a grandi risultati complessivi, riallineando mediamente il nostro Paese all'Europa, ma la realtà interna è estremamente variegata e talvolta del tutto insoddisfacente. Probabilmente le forze di Governo a questo punto hanno ritenuto che fosse preferibile una radicale riforma complessiva che rimetta tutti allo stesso punto di partenza e con le stesse possibilità, piuttosto che cercare di colmare i divari. In tal senso, forse, ha spinto anche l'opposizione, determinando una diffusa convinzione della necessità improrogabile di una riforma, anche senza una preventiva e condivisa idea ispiratrice o un consenso politico su un progetto globale.

Per giustificare questa scelta, il Ministro ricordava che in passato l'estensione dell'obbligo ad otto anni di scolarità e l'introduzione della media unificata avevano determinato un contrasto profondo nella maggioranza e nell'opposizione. Da allora la nostra scuola ha compiuto progressi giganteschi, ma grazie soprattutto agli sforzi e all'impegno di numerosissimi docenti, che in vari luoghi del Paese quotidianamente si prodigano nell'esercizio della loro nobile professione e che non meritano i giudizi talvolta diffusi e generici di segno negativo sulla scuola.

Si è ingenerata così una diffusa convinzione della necessità di un cambiamento radicale. In realtà il sistema, a mio avviso, non soffre di una globale malattia incurabile, ma di alcuni mali profondamente radicati, quali la carenza di una qualità diffusa ed omogenea, la scarsa valorizzazione delle risorse umane, lo svilimento dei titoli di studio, pur persistendo il loro ruolo sociale, un patrimonio edilizio spesso vetusto ed inadeguato, una scuola media inferiore che arranca, specie se confrontiamo i risultati in ambito OCSE.

Non credo che la scuola possa con la forza dei suoi valori migliorare sul piano della qualità; lo può fare attraverso sinergie, aprendosi al mondo circostante e con il sostegno di provvedimenti legislativi atti a correggere e ad incentivare, non a distruggere per ricostruire in modo più fragile, determinando nel frattempo lunghi anni di provvisorietà, quando invece sarebbero necessarie certezze, stabilità, autonomia non solo didattica ed organizzativa.

L'offerta formativa appare più congrua, organizzata, di qualità dove è strettamente connessa con un tessuto socio-economico altrettanto vivace; appare invece modesta e scarsa dove, in un clima di deresponsabilizzazione collettiva e di autoreferenza, ci si limita al semplice adempimento di compiti, come troppo spesso avviene nella pubblica amministrazione.

I persistenti vincoli centralistici, che potrebbero essere definitivamente superati in una dimensione federale, mortificano di fatto le eccellenze, senza peraltro colmare le lacune, pur in presenza di alcuni progetti circoscritti, dove comunque i risultati, pur positivi appaiono non adeguati all'impegno anche economico profuso. Mi riferisco, per esempio, agli interventi perequativi, ai progetti per le aree a rischio di devianza o alla lotta all'evasione dell'elevamento dell'obbligo.

Per quanto concerne la valorizzazione delle risorse umane, non si può sottacere che nella maggioranza dei docenti il progetto di riordino ha determinato un forte disorientamento, se non sconcerto. I motivi, peraltro noti, sono stati esposti nel corso del dibattito.

Il Governo ha scelto, per superare questo scoglio, tre strade: l'aumento delle retribuzioni; l'aggiornamento-convincimento; il pensionamento nei prossimi cinque anni dei docenti ormai troppo consolidati nel solco della tradizione, anche se professionalmente validi, da sostituire con nuove leve appositamente addestrate.

Per ovviare allo svilimento dei titoli di studio, occorre non solo disegnare curricula aggiornati e di adeguato spessore, ma anche monitorare la loro effettiva attuazione e introdurre finalmente il sistema nazionale di valutazione, stante la vigenza del valore legale dei diplomi.

Sul patrimonio edilizio è già stato detto molto negli ultimi anni; incredibilmente è stato detto troppo poco prima del varo della legge n. 23 del 1996. Non possono essere adottati quali indicatori oggettivi gli istituti comprensivi e le verticalizzazioni. Essi infatti sono sperimentazioni e soluzioni idonee a contesti peculiari, quali realtà montane minacciate dalla razionalizzazione e aree suburbane a rischio di devianza. Curiosamente risultano adeguate ai bisogni soprattutto le scuole cattoliche, desertificate da una politica di fatto persecutoria nei loro confronti.

Poiché il tempo a disposizione per il mio intervento è ormai quasi terminato, vorrei aggiungere solo alcune considerazioni conclusive.

Nella scuola italiana siamo in presenza di due fenomeni, per certi versi contraddittori: la scolarizzazione quasi totale nel ciclo secondario, dovuta anche all'elevamento dell'obbligo; il calo demografico nel futuro ciclo di base, con importanti inserimenti della nuova utenza extracomunitaria. Ciò determina la necessità di introdurre nuovi fattori di valutazione anche nell'offerta formativa, ma anche la possibilità di differenziare le funzioni degli insegnanti, considerato che un'eventuale loro massiccia riduzione non è semplice. Ci sono molte questioni che richiedono ancora lunghi anni di assimilazione, come i moduli di formazione, il lavoro di gruppo per obiettivi, che comportano una diversa mentalità docente.

Un'altra necessità sarebbe stata quella di valorizzare la scuola media, concentrando su di essa ogni sforzo, poiché proprio nella sua fascia di utenza si creano le premesse per i successi futuri e le situazioni di abbandono e di devianza. Di fatto invece è stata cancellata: me ne rammarico. Purtroppo, la valutazione della bontà delle scelte potrà essere fatta solo fra diversi anni. Se si riveleranno scelte errate, ahimè, sarà arduo correggerle.

La diffusa vetustà degli impianti scolastici europei dimostra che è difficile ovunque cambiare radicalmente la scuola e che, invece di effettuare scelte radicali di cui non si possono prevedere le conseguenze, forse sarebbe stato meglio modificare semplicemente ciò che non funziona, ma lasciare intatto ciò che appare ancora valido nel confronto internazionale. (Applausi dal Gruppo LFNP e del senatore Donise. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pappalardo. Ne ha facoltà.

PAPPALARDO. Signor Presidente, le chiedo il permesso di consegnare agli Uffici il testo scritto del mio intervento.

PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto e la autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Russo Spena. Ne ha facoltà.

RUSSO SPENA. Signor Presidente, questo mio breve intervento vale anche come dichiarazione di voto e spero di utilizzare soltanto pochi minuti.

Se al momento dell’approvazione della legge n. 30 del 2000 avevamo espresso - come il signor Ministro ricorderà - tutte le nostre contrarietà su un testo scarno, di delega, ma che già aveva dei punti fermi che prefiguravano il progetto oggi al nostro esame, la presentazione del Programma quinquennale di progressiva attuazione della legge concernente il riordino dei cicli di istruzione rafforza il nostro convincimento che questo progetto di riforma sia inaccettabile. Noi ovviamente non eravamo e non siamo contrari ad una riforma, ma contestiamo la priorità della stessa collegata ai contenuti. Noi riteniamo che vi siano alcune priorità relative alla scuola ed al personale insegnante che in qualche modo devono necessariamente precedere una riforma complessiva.

Oggi la scuola necessita di un irrobustimento culturale di presenze, di strutture, di innovazioni, di un personale certamente più qualificato, così come di laboratori, di palestre, di biblioteche, cioè di operatori e strutture in grado di rivitalizzare il contatto con la cultura, con la lettura, con la critica, con la riflessione; un punto di vista critico sulla società, su noi stessi, sulla nostra collocazione all’interno e all’esterno di tutto ciò che può e deve avvenire. Quindi, una criticità che riguarda il vivere, l’operare, il lavorare.

A me pare un progetto probabilmente affrettato e lo dimostrano le critiche ampie che gli sono state rivolte da parte dei docenti e anche di vari intellettuali. Ricordo che lo stesso ministro De Mauro aveva affermato che i tempi potevano essere diversi; credo che poi, al di là della volontà del Ministro, sia prevalsa all’interno del Governo - forse anche per motivi meramente di sistema politico, di elezioni - una volontà di condurre ad ogni costo a compimento questa che viene ritenuta una riforma, con un significato che non condivido dato alla parola. Credo che la scuola che emerge dal progetto del Governo sia di fatto una scuola di classe, perché seleziona a priori, non riconosce l’eguaglianza e i diritti, non riconosce alcune possibilità che vanno date fondamentalmente a tutte e a tutti.

Penso ad alcuni punti fondamentali che richiamano le mie istanze critiche. La scuola dell’infanzia entra a far parte del sistema di istruzione, è nominata come tale, ma non si investe su di essa, lasciandola tra l’altro nelle mani dei privati o di chi vorrà occuparsene con una legge sulla parità che io credo presenti forti profili di incostituzionalità. La scuola dell’obbligo diventa unica, di 7 anni, ignorando - a me pare - le differenze psicologiche e di apprendimento e le scale intellettive che fanno dell’infanzia e dell’adolescenza due età diverse, che richiedono diversi insegnanti, differenti contenuti e metodologie didattiche. Invece, si presuppone addirittura che per due o tre anni vi sia la presenza di maestri e di professori: una torsione psicologicamente troppo forte e aspra, un ventaglio di riferimenti diversi per quell'età.

Il biennio appare più un gradino di orientamento che un momento di approfondimento, sicché il processo di istruzione e di acquisizione viene sempre più spostato e rimandato, tant'è vero che l'obbligo può essere espletato anche in centri di formazione professionale. Mi sembra, questo, un punto molto critico del progetto, perché rappresenta implicitamente un'enorme apertura ai centri privati e agli enti regionali, che assorbono le energie finanziarie in cambio di poche garanzie.

Signor Ministro, rispetto a tanti altri docenti e a giovani ragazzi, comincio ad avere un'età e posso mettere a frutto, tra i tanti difetti, una memoria storica nel campo dell'apprendimento e nel campo dell'istruzione. Per quanto mi riguarda sono ormai ai limiti della pensione, per quanto riguarda il Ministro non penso all'età anagrafica bensì alla memoria storica. Ebbene, a me pare che, da una parte, si stia istituendo una fascia di istruzione di élite, che non a caso è sempre più privatizzata e aziendalizzata dentro i mercati globali – mi si passi l'espressione certamente brutta –, e dall'altra parte si torni, quasi come a fine '800, ad una scuola di serie B, al cui centro è l'apprendistato.

Credo vi sia una grave mancanza tra la scuola di élite che si profila e l'apprendistato che si ricollega al mercato del lavoro. Non voglio fare la parte dell'umanista da amarcord, ma penso che una forma di neoumanesimo sia una griglia fondamentale anche per chi vuole cambiare questa società. Credo che sia essenziale un sapere critico, una criticità derivante dal sapere in quanto tale, una criticità trasmessa dall'insegnamento e dalla cultura, non necessariamente canalizzata verso il mercato del lavoro. Penso a fenomeni come l'analfabetismo di ritorno in alcune zone, non a caso particolarmente industrializzate, come il Nord-Est. Il nostro problema è quello di una scuola che in maniera unitaria, autonoma, pubblica - come grande scuola repubblicana, direbbe la cultura francese - ricollochi il sapere critico al centro. Sto pensando proprio alla scuola repubblicana francese.

Credo che questo progetto neghi invece il sapere critico di base, attraverso la suddivisione tra scuola di élite e apprendistato. Non avanzo critiche puramente distruttive; parto da un'esigenza che sento, cui alludo con i concetti di scuola repubblicana e di neoumanesimo, per dire che a mio avviso si potrebbe riconsiderare a fondo il progetto, cogliendone anche le parti positive, in ordine ai titoli che ho esposto criticamente. Mi rendo conto che per brevità ho semplicemente alluso ad alcuni titoli. Abbiamo il tempo per una riconsiderazione più attenta, signor Ministro; perché fare una riforma così affrettata e così criticata, a volte giustamente e a volte ingiustamente, come ho sentito fare dai colleghi del Polo? Non assimilo le mie posizioni alle critiche del Polo, ma un progetto alternativo che rimetta al centro l'autonomia, l'unicità, l'unitarietà del sapere critico potrebbe incontrare un'attenzione maggiore da parte nostra.

Proponiamo, in conclusione, l'espressione di un parere negativo sul progetto in esame. Occorrerebbe intraprendere un percorso che implichi un coinvolgimento reale - che non vi è stato - degli insegnanti e, ove possibile, dei genitori e dei discenti, un percorso alternativo sul piano dei metodi e dei contenuti, che coinvolga nella riforma anche gli enti locali, ponendo alla base la criticità del sapere autonomo e unico cui ho fatto riferimento. In questo senso il nostro è un parere negativo, per un percorso alternativo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Onofrio. Ne ha facoltà.

D'ONOFRIO. Signor Presidente, poiché la vicenda è seria e la maggioranza ha presentato una proposta di risoluzione seria, dimostrando di voler seriamente ritenere che questo Parlamento si pronunci seriamente, credo che non succederà niente se termineremo la discussione domani mattina.

Se i colleghi non ci saranno non importa, basta che ci siano il Ministro e i colleghi della 7a Commissione. Non è un problema di folla o di pubblico. Possiamo tranquillamente rinviare a domani mattina, anche perché avevo sentito dire dal Presidente che alle 20 la seduta sarebbe terminata e io ho degli impegni per cui devo recarmi fuori.

Per carità, posso anche non parlare, non succede nulla, però se devo intervenire lo devo fare non adesso e non a casaccio. Domani mattina alle 9,30 avremo tutti la possibilità di parlare, di discutere il documento della maggioranza - che non è cosa banale, ma è cosa molto seria - e di votare. Affronteremo i decreti-legge domani mattina: non credo che accadrà nulla.

PRESIDENTE. A questo punto, rinvio il seguito della discussione del Documento XVI-ter ad altra seduta.

Potremmo anticipare l'esame del punto successivo all'ordine del giorno, il decreto sulla Jugoslavia, per concludere un punto.

Ci sono delle opinioni contrarie a questa proposta?

Potremmo sospendere la discussione generale sul Documento XVI-ter, che riprenderà domani mattina con il senatore D'Onofrio primo iscritto a parlare; nel frattempo, però, se c'è l'accordo di tutti, potremmo guadagnare del tempo perché naturalmente io posso procedere in tal senso solo se sono tutti concordi.

BERGONZI. Manca il Governo, Presidente!

PAGANO. Non c'è nemmeno il Ministro competente.

PRESIDENTE. E' sufficiente che un senatore dell'opposizione chieda di sospendere, ne ha diritto visto che l'impegno era di chiudere alle 20. Si va avanti soltanto se c'è l'accordo di tutti: in caso contrario, devo rispettare le minoranze più della maggioranza perché devono pur poter parlare. (Commenti dai banchi del Gruppo DS).

RUSSO SPENA. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUSSO SPENA. Signor Presidente, per quanto mi riguarda io sono d'accordo a che si esamini il decreto-legge n. 295, ma in tal caso avrei bisogno di alcuni minuti per una brevissima dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Colleghi senatori, poiché un Gruppo politico ha manifestato il suo dissenso ad anticipare l'esame del disegno di legge n. 4903, lo rinviamo a domani mattina.

Interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a dare annunzio dell'interpellanza e delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

MANCONI, segretario, dà annunzio dell'interpellanza e delle interrogazioni pervenute alla Presidenza, che sono pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno

per le sedute di giovedì 21 dicembre 2000

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, giovedì 21 dicembre, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:

(vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 20,11).