Legislatura 17ª - Dossier n. 9

2. Il quadro macroeconomico

2.1 La congiuntura internazionale

Il DEF 2015, nella prima sezione relativa al Programma di Stabilità, evidenza come nel 2014 il ritmo di crescita dell'economia mondiale si sia mantenuto stabile rispetto al 2013, attestandosi ad un tasso del 3,4 per cento; anche la crescita del commercio mondiale è risultata moderata nel 2014, attestandosi al 3,2 per cento, restando inferiore a quella del PIL, come evidenziato nella tabella che segue:

Tabella 2.1

Andamento del PIL e del commercio mondiale

(variazioni percentuali)

2013

2014

2015

2016

2017

2018

2019

PIL mondiale
(dati FMI)

3,4

3,4

3,5

3,8

Prezzo del petrolio
(Drent FOB dollari/Barile)

108,6

99,0

56,7

57,4

57,4

57,4

57,4

Commercio mondiale

3,4

3,2

4,0

5,3

5,3

5,4

5,4

Cambio dollaro/euro

1,328

1,329

1,081

1,068

1,068

1,068

1,068

Fonte:PIL mondiale: FMI, WEO (14 aprile 2015); prezzo del petrolio, commercio mondiale e cambio dollaro/euro: DEF 2015 (aprile 2015). Per il 2013, dati FMI.

Nonostante il sostegno fornito dal calo dei corsi petroliferi, la ripresa dell’economia mondiale nel 2014 è stata moderata.

La crescita globale è stata sostenuta principalmente dall’attività economica degli Stati Uniti, in forte accelerazione nell’ultima parte dell’anno: nel complesso, l’economia statunitense è cresciuta, su base annua, del 2,4 per cento con un’ulteriore contrazione del tasso di disoccupazione (sceso al 5,6 per cento). In Giappone il PIL nel 2014 è rimasto stabile, sebbene in ripresa nell’ultimo trimestre dell’anno; in Russia le condizioni economiche si sono ulteriormente deteriorate nel corso dell’anno.

Anche l’andamento della crescita nei mercati emergenti continua a risultare ancora rallentato rispetto ai ritmi del passato. I paesi emergenti dell’area asiatica, in particolare, continuano ad avere tassi di crescita superiori a quelli dei paesi avanzati (la Cina e l’India sono crescite entrambe del 7,4 per cento nel 2014), ma significativamente inferiori a quelli di qualche anno fa.

Le prospettive di crescita dell’economia globale si inseriscono in uno scenario di ripresa internazionale, sebbene caratterizzata da andamenti disomogenei nei paesi avanzati e in quelli emergenti, in cui il contributo maggiore proviene dalla forte contrazione del prezzo del petrolio che, riducendo l’inflazione, aumenta il potere di acquisto dei consumatori.

Le osservazioni di fondo contenute nel documento governativo ricalcano, in sostanza, le considerazioni contenute nel WEO di aprile 2015 dell’FMI. La crescita modesta del 2014, pari al 3,4 per cento, riflette una accelerazione della crescita nelle economie avanzate, rispetto alle previsioni annuali, ed un rallentamento dei mercati e delle economie emergenti. Peraltro, in proiezione, la crescita del prodotto di tali economie si prospetta ancora rallentata, riflettendo soprattutto le difficoltà dei paesi esportatori di petrolio.

Analoghe considerazioni sul quadro macroeconomico internazionale sono state avanzate dalla Banca Centrale europea, nel Bollettino economico di marzo 2015, che mette in evidenza il rafforzamento graduale dell’economia mondiale, ma a ritmi diversi nelle varie economie. Da un lato, il calo significativo dei corsi petroliferi funge da stimo all’attività globale, con il sostegno delle prospettive di espansione vigorosa soprattutto negli Stati Uniti. Dall’altro, il deterioramento della situazione in alcuni mercati emergenti pesa sulle prospettive per la crescita internazionale. Più specificamente, le prospettive a breve termine sono positive soltanto per alcune economie emergenti, e specialmente per quelle importatrici di petrolio. Nel resto del mondo, invece, le prospettive si sono indebolite. In particolare, il calo dei corsi petroliferi sta pesando sull’ economia dei paesi esportatori. In Russia, si prefigura l’ipotesi, per le recenti turbolenze nei mercati finanziari, di una recessione nel 2015.

Secondo le previsioni riportate nel DEF 2015, si prospetta una crescita dell’economia internazionale nel 2015 del 3,6 per cento ed un’espansione del commercio mondiale del 4,0 per cento. Nel 2016, il PIL dell’economia mondiale è atteso crescere al 4,1 per cento, con un aumento del commercio del 5,3 per cento.

In particolare, per gli Stati Uniti la FED stima per il 2015 una crescita del 2,3-2,7 per cento e per il Giappone la Banca centrale prevede un incremento del PIL del 2,1 per cento. Per l’Area dell’euro, la BCE prospetta un aumento del PIL dell’1,5 per cento.

In relazione alle prospettive generali di crescita, i principali fattori di rischio sul quadro internazionale restano legati ai diversi tassi di crescita negli Stati Uniti e nell’area dell’euro - che il DEF segnala essersi già tradotti in significativi aggiustamenti del tasso di cambio e rischiano di provocare una “guerra delle valute” - e alla possibile reazione dei mercati finanziari, ora ai massimi, ad un aumento futuro dei tassi di interesse, che potrebbe destabilizzare e spingere nuovamente l’economia mondiale verso una fase recessiva. Sussistono inoltre i fattori di rischio legati alla caduta del prezzo del petrolio per la stabilità finanziaria dei paesi esportatori.

Il graduale rafforzamento della ripresa mondiale indicato nel DEF rispecchia le proiezioni macroeconomiche riportate dagli esperti della BCE a marzo 2015(5) , che prevedono, appunto, un incremento della crescita in termini reali del PIL mondiale (esclusa l’area dell’euro) dal 3,6 per cento del 2014 al 3,8 per cento nel 2015 e a poco più del 4 per cento nel 2016-2017 in considerazione del fatto che lo stimolo per la domanda mondiale fornito dal calo dei corsi petroliferi sarà in generale più che compensato dalle prospettive meno favorevoli in alcuni mercati emergenti.

Secondo quanto messo in rilievo dagli esperti della BCE, le prospettive per l’economia mondiale riflettono una serie di fattori favorevoli, tra cui a) il significativo calo delle quotazioni petrolifere – che si ritiene indotto soprattutto dalle condizioni dell’offerta e che avrebbe un effetto nel complesso positivo sull’attività mondiale – e b) il perdurare della ripresa e le prospettive favorevoli negli Stati Uniti. Esistono però anche fattori avversi quali 1) le ripercussioni negative sulla Russia degli shock derivanti dalle sanzioni economiche e dal calo delle quotazioni petrolifere, 2) le brusche oscillazioni dei cambi, dovute in parte alle differenze sempre più accentuate tra politiche monetarie, e 3) la deludente dinamica del prodotto nelle economie emergenti, responsabile delle revisioni al ribasso della loro crescita potenziale.

Il commercio mondiale, che sembra aver perso lievemente slancio verso la fine del 2014, dovrebbe riprendersi gradualmente, in un contesto in cui la fase di debolezza ciclica dovrebbe venir meno e gli investimenti globali dovrebbero registrare una ripresa.

Nel WEO dell’FMI si confermano le medesime osservazioni circa la spinta offerta dai bassi prezzi del petrolio per una accelerazione della crescita mondiale, compensata tuttavia da fattori negativi, quali la debolezza degli investimenti, che comporteranno un ridimensionamento delle aspettative di crescita a medio termine anche nelle economie avanziate, l’andamento dell’inflazione che in molte economie avanzate è sceso al di sotto dei target e in molti casi declina ancora – in particolare nei paesi con alto debito e bassa crescita e in cui la politica monetaria non riesce a dare sollievo -, la caduta del prezzo del petrolio, che costituisce una spinta alla crescita globale e di molti paesi importatori ma peserà sull’attività di quelli esportatori, contribuendo al ribasso delle prospettive di crescita dei mercati emergenti. Le tensioni geopolitiche continuano inoltre a costituire una minaccia. Nel complesso, le previsioni di crescita del PIL mondiale formulate dal Fondo monetario, pari al 3,5 per cento nel 205 e al 3,8 per cento nel 2016, risultano più contenute di quanto indicato nel DEF.

Per quel che concerne l’Area dell’euro, l’andamento modesto del tasso di crescita dell’economia nel 2014, intorno allo 0,9 per cento, trova le sue cause – osserva il DEF – innanzitutto nella debolezza della domanda interna, che colpisce soprattutto gli investimenti, e nella persistente difficoltà di aumentare l’offerta di credito alle imprese nonostante la politica monetaria espansiva adottata dalla Banca Centrale europea. A ciò si aggiunge il costante declino del tasso di inflazione.

Al fine di combattere il rischio deflazione e rendere più agevole la concessione del credito all’economia reale, la BCE ha proceduto ad ampliare la dimensione del bilancio dell’Eurosistema, per riportarlo in prossimità dei livelli registrati nel marzo 2012, avviando un quantitative easing (QE) di ampie dimensioni

Per combattere le tendenze deflazionistiche (si ricorda che nel corso del 2014 nell’area dell’euro l’inflazione, anche al netto delle componenti più volatili come energia e alimentari, si è portata significativamente al di sotto della definizione di stabilità dei prezzi, che consiste in un tasso di crescita al di sotto ma vicino, al 2%) e rendere più agevole la concessione di credito all’economia reale, la BCE ha proceduto, a più riprese, alla riduzione dei tassi ufficiali (che in settembre 2014 sono scesi intorno allo zero) e all’avvio di operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Targeted Longer-Term Refinancing Operations, TLTRO) e in settembre quello di un programma di acquisto di ABS emessi in seguito alla cartolarizzazione di crediti bancari a imprese e famiglie (Asset-Backed Securities Purchase Programme, ABSPP) e di obbligazioni bancarie garantite (Covered Bond Purchase Programme, CBPP3), con l’obiettivo di favorire il credito all’economia reale e di stimolare la crescita attraverso un aumento della dimensione del bilancio dell’Eurosistema.

Nel gennaio 2015, ritenuto insufficiente lo stimolo monetario conseguito mediante le misure di politica monetaria adottate fra giugno e settembre 2014, la BCE ha deciso di ampliare la dimensione del programma di acquisto di titoli per finalità di politica monetaria, includendovi anche quelli pubblici (Asset Purchase Programme, APP), per un ammontare complessivo di 60 miliardi mensili fino a settembre 2016 (Quantitative Easing, QE).

Il 9 marzo la BCE ha avviato il programma di Quantitative Easing (QE), già annunciato a inizio d’anno. L’intervento mira ad arrestare la fase di deflazione che interessa l’Eurozona e a favorire il ripristino di normali condizioni di funzionamento del mercato creditizio in molti paesi dell’area euro.

L’acquisto di titoli pubblici previsto dal QE avrebbe effetti espansivi sul sistema economico in quanto, oltre ad influire sulla curva dei tassi e sul cambio dell’euro, determinerebbe un riaggiustamento indotto nei portafogli degli operatori finanziari, verso altre attività finanziarie più redditizie, non direttamente interessate dagli interventi della Banca centrale, trasmettendo così l’impulso monetario a un ampio ventaglio di strumenti di finanziamento del settore privato. Inoltre, l’incremento del valore della ricchezza delle famiglie indotto dall’aumento dei prezzi delle attività finanziarie, e in prospettiva di quelle reali, potrà riflettersi in una maggiore crescita dei consumi.

La Commissione europea, nel Winter Forecast di febbraio 2015(6) , osserva come nell’Area dell’euro la ripresa abbia avuto un andamento lento nel 2014, dimostrandosi modesta a livello complessivo e non omogenea.

Tabella 2.2

Andamento congiunturale del PIL 2014 in termini reali nell’Area dell’euro

(valori percentuali)

2014

I trim.

II trim.

III trim.

IV trim.

Italia

0,0

-0,2

-0,1

0,0

Francia

0,0

-0,1

0,3

0,1

Germania

0,8

-0,1

0,1

0,3

Spagna

0,3

0,5

0,5

0,6

AREA EURO

0,3

0,1

0,2

0,2

Regno Unito

0,6

0,8

0,7

0,6

Con riferimento ai risultati congiunturali, nel Bollettino di marzo 2015 la Banca Centrale Europea osserva che nel secondo semestre del 2014 la domanda interna ha mostrato comunque un graduale consolidamento e il PIL dell’area dell’euro, dopo sette trimestri consecutivi di crescita, è tornato nel quarto trimestre del 2014 sui livelli registrati nel primo trimestre del 2011, circa due punti percentuali al di sotto dei livelli precedenti la crisi del 2008. L'attività nell’area dell’euro sarebbe stata sorretta dal calo significativo dei corsi petroliferi a partire da luglio 2014. Il calo dei prezzi del petrolio, infatti, rafforza il reddito reale disponibile sostenendo i consumi privati; l'attuale deprezzamento del tasso di cambio dell’euro favorisce le esportazioni. Tuttavia, l’intensità della ripresa si conferma disomogenea tra gli Stati membri.

La BCE sottolinea come fattore di ulteriore consolidamento della domanda interna l’orientamento accomodante della politica monetaria (con particolare riferimento all’espansione del programma di acquisto degli asset), che dovrebbe portare a miglioramenti delle condizioni finanziarie e delle condizioni di offerta del credito, favorendo l’emergere di andamenti economici più favorevoli nell’area dell’euro, sorreggendo la crescita del PIL in termini reali sia a breve termine sia su un orizzonte temporale più lungo. Si prevede inoltre che l'economia reale possa trarre gradualmente beneficio dai progressi compiuti in materia di riforme strutturali e risanamento dei conti pubblici.

Questi sviluppi positivi si riflettono nelle proiezioni macroeconomiche per l’Area dell’euro formulate dagli esperti della BCE(7) che prevedono un incremento della crescita del PIL in termini reali dell’1,5 per cento nel 2015, dell’1,9 nel 2016 e del 2,1 nel 2017.

Secondo la BCE, vari fattori continuano tuttavia ad ostacolare una ripresa più robusta dell’attività. Tra questi figurano principalmente il processo di aggiustamento dei bilanci in corso in diversi settori e il ritmo piuttosto lento di attuazione delle riforme strutturali. Inoltre, l'incertezza perdurante, ancorché in diminuzione, connessa alla crisi del debito sovrano a livello europeo e fattori geopolitici frenano la crescita nell’area dell’euro.

Secondo il WEO dell’FMI di aprile 2015 - che ha rivisto al rialzo le prospettive di crescita della zona dell’Euro di 0,3 punti percentuali per il 2015 e di 0,2 punti per il 2016, rispetto alle previsioni di gennaio, portandole all’1,2% nel 2015 - la crescita negli ultimi mesi del 2014 è stata più lenta del previsto principalmente, a causa della debolezza degli investimenti e del continuo declino delle prospettive dell’inflazione. Il recupero dell’economia dell’Area euro, secondo l’FMI, dovrà essere sostenuto principalmente dal ribasso dei prezzi del petrolio, dalle misure di politica monetaria e dal deprezzamento dell’euro.


5) https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ecbstaffprojections201503.it.pdf (cfr. Riquadro 2)

6) http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/european_economy/2015/pdf/ee1_en.pdf

7) https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ecbstaffprojections201503.it.pdf

2.2 Lo scenario macroeconomico nazionale

Il DEF 2015 espone l’analisi del quadro macroeconomico italiano relativo all’anno 2014 e le previsioni per l’anno in corso e per il periodo 2016-2019, che riflettono i primi segnali di graduale ripresa dell’economia, nonostante gli elementi d’incertezza che ancora caratterizzano le prospettive di crescita globali.

I risultati nel 2014

Con riferimento al 2014, il DEF evidenzia come nella seconda metà dell’anno sono emersi segnali di stabilizzazione del quadro economico e nel quarto trimestre dell’anno si sia interrotta la caduta dei livelli generali d’attività dopo tre flessioni trimestrali consecutive.

Come rilevato dall’ISTAT, nel IV trimestre 2014(8) il prodotto interno lordo ha registrato una variazione nulla rispetto al trimestre precedente. I principali aggregati della domanda interna hanno però segnato una lieve risalita. In particolare, rispetto al trimestre precedente, si è registrata una crescita dello 0,2% sia dei consumi finali nazionali, sia degli investimenti fissi lordi. Anche le importazioni e le esportazioni sono aumentate, con incrementi rispettivamente dello 0,3% e dell'1,6%. Nell’ambito dei consumi finali, la spesa delle famiglie residenti e delle ISP in particolare è aumentata dello 0,1% e quella della PA dello 0,4%. La crescita degli investimenti è stata determinata da una risalita della spesa in macchine, attrezzature e prodotti vari (0,2%) e di quella in mezzi di trasporto (7,7%), mentre gli investimenti in costruzioni sono diminuiti ancora, dello 0,6%.

L’andamento dell’attività economica dell’Italia nell’ultimo trimestre dell’anno è risultato peraltro inferiore a quello registrato nell’Area dell’euro nello stesso periodo (+0,3 per cento) e nei principali paesi europei, i quali hanno riportato tutti variazioni positive rispetto al terzo trimestre, in particolare, Germania (+0,7 per cento), Francia (+0,1 per cento), Regno Unito (+0,5 per cento). Negli Stati Uniti, nel quarto trimestre, il PIL è aumentato in termini congiunturali dello 0,7%.

Nel complesso, tuttavia, nel 2014 il PIL ha registrato una contrazione dello 0,4 per cento, a fronte della contrazione dell’1,7 per cento registrata nel 2013.

La contrazione del prodotto nel 2014 è risultata sostanzialmente in linea con le previsioni formulate all’interno del Documento Programmatico di Bilancio (-0,3 per cento), presentato ad ottobre 2014(9) , e della Nota di aggiornamento del DEF, di settembre 2014(10) .

I dati disponibili per i maggiori paesi sviluppati indicano un aumento del PIL in volume nel 2014 negli Stati Uniti (2,4%), in Germania (1,6%) e in Francia (0,4%).

Sul risultato negativo del 2014 ha inciso, in maniera rilevante, - si osserva nel DEF - la debolezza della domanda interna, ed in particolare degli investimenti, il cui contributo negativo alla variazione del PIL è stato pari a -0,6 punti percentuali.

Un apporto positivo è, invece, disceso dalla domanda estera (0,3 punti percentuali), seppure in misura più contenuta rispetto al 2013 (+0,8 per cento). In particolare, le esportazioni hanno beneficiato della favorevole dinamica della domanda mondiale e del miglioramento di competitività indotto, a fine 2014, dal deprezzamento dell’euro.

Per quanto concerne i risultati del 2014, l’ISTAT(11) rileva che nel 214 si è registrato, dal lato della domanda interna, in termini di volume, una variazione nulla dei consumi finali nazionali e un calo del 3,3% degli investimenti fissi lordi.

Per quanto concerne i consumi, la spesa delle famiglie residenti è cresciuta in volume dello 0,3%, segnando un lieve recupero rispetto all’accentuata diminuzione del 2013 (-2,9%). Sul punto il DEF evidenzia come nel 2014 il graduale recupero dei consumi privati in corso d’anno sia stato sostenuto dall’aumento della propensione al consumo, a fronte di una stabilità del reddito disponibile in termini reali. Al contrario, le misure di contenimento della spesa per redditi e per consumi intermedi nelle Pubbliche Amministrazioni, hanno comportato una flessione dei consumi pubblici (-0,9 per cento in termini reali). Per quanto concerne gli investimenti fissi lordi, nel 2014, si è verificata ancora una flessione del 3,3 per cento, ma di intensità inferiore a quella dell’anno precedente (-5,8%). Il calo maggiore ha riguardato la componente delle costruzioni (-4,9%), mentre gli investimenti in macchinari e attrezzature sono diminuiti del 2,7% e quelli in mezzi di trasporto dell’1,2%.

A livello settoriale, la caduta del PIL è riconducibile a cali in volume nell’agricoltura, silvicoltura e pesca (- 2,2%), nell’industria in senso stretto (-1,1%) e nelle costruzioni (-3,8%).

Per l’industria in senso stretto, il DEF rimarca come la caduta della produzione industriale si sia arrestata nell’ultimo trimestre dell’anno. Secondo l’ultimo Comunicato ISTAT(12) , dopo la stazionarietà registrata a ottobre, la produzione industriale ha mostrato incrementi sia a novembre sia a dicembre. Nella media del trimestre ottobre-dicembre 2014 la produzione è diminuita dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.

Per il settore delle costruzioni si registra, ancora, nel 2014, per il settimo anno consecutivo, un valore negativo. Si rilevano tendenze negative anche nei prezzi delle abitazioni. Come rilevato nel recente Comunicato ISTAT(13) , nel IV trimestre 2014, sulla base delle stime preliminari, l'indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) acquistate dalle famiglie, sia per fini abitativi sia per investimento, diminuisce dello 0,8% rispetto al trimestre precedente e del 2,9% nei confronti dello stesso periodo del 2013. Questo dato conferma la tendenza al ribasso dei prezzi delle abitazioni in atto da tre anni. È la prima volta, inoltre, da quando è disponibile la serie storica dell'IPAB, che per le abitazioni nuove i prezzi risultano al di sotto di quelli medi del 2010. In media, nel 2014, i prezzi delle abitazioni sono diminuite del 4,2% rispetto al 2013 (quando la variazione media annua era stata del -5,7%). I primi segnali di inversione di tendenza si registrano però nelle compravendite di case, in graduale risalita rispetto ai recenti livelli storicamente molto bassi.

Come già detto, la dinamica delle esportazioni si è invece mantenuta positiva. Le esportazioni hanno mostrato un profilo di crescita progressivo nel corso dell’anno supportate dal favorevole andamento della domanda mondiale e del miglioramento di competitività derivante dal deprezzamento dell’euro.

Per quanto concerne, in particolare, il commercio con l’estero, il DEF evidenzia che nell’anno 2014 l’interscambio ha mostrato una accelerazione, in linea con l’andamento positivo del commercio e della produzione industriale globali. Nel complesso, il saldo commerciale è risultato in avanzo per circa 42,9 miliardi (2,8 per cento del PIL), in miglioramento rispetto a quello registrato lo scorso anno (29,2 miliardi), risultando – illustra il DEF - tra i più elevati dell’Unione europea, dopo la Germania e i Paesi Bassi.

Tale risultato – sottolinea il DEF - è l’effetto della crescita delle esportazioni (2,0 per cento) e della riduzione delle importazioni (-1,6 per cento) in valore. Sul piano geografico, entrambi i flussi commerciali sono risultati più dinamici verso l’area europea, mentre le importazioni dai paesi non europei hanno mostrato una evoluzione negativa per effetto dei minori acquisti di prodotti energetici. Il contributo al miglioramento del saldo è stato fornito, in particolare, dai flussi verso l’area extra-europea. In particolare, le esportazioni sono cresciute soprattutto verso gli Stati Uniti (7,8 per cento) e i paesi EDA Economie Dinamiche Asiatiche (6,3 per cento). Tra i paesi europei, le esportazioni verso la Spagna hanno registrato l’incremento maggiore (4,2 per cento).

Quanto al mercato del lavoro, il DEF rileva come l’occupazione complessiva misurata in ULA (unità di lavoro standard) ha registrato nel 2014 un aumento dello 0,2 per cento grazie ai favorevoli andamenti nei servizi e nel manifatturiero. La crescita ha interessato tutti i macro-settori, ad eccezione delle costruzioni, dove si è registrato un calo del 4,5%; l’occupazione è aumentata dell’1,4% per l’agricoltura, silvicoltura e pesca, dello 0,6% per l’industria in senso stretto e dello 0,5% per i servizi.

Il DEF sottolinea che secondo le rilevazioni sulle forze di lavoro, l’occupazione è aumentata ad un ritmo lievemente superiore (0,3 per cento), ma il tasso di disoccupazione è aumentato al 12,7 per cento della forza lavoro (da 12,2 per cento nel 2013), in conseguenza di una maggiore partecipazione al mercato del lavoro.

Con riferimento all’evoluzione dei prezzi, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo è sceso nel 2014 allo 0,2 per cento rispetto all’1,3 per cento registrato nel 2013. Il DEF evidenzia come la dinamica dei prezzi è stata frenata oltre che dalla moderazione salariale, anche dalla debolezza della domanda aggregata e dalla consistente diminuzione del prezzo del petrolio.

Quanto al mercato del lavoro e all’inflazione, si rinvia anche agli approfondimenti riportati più avanti.

Le prospettive dell’economia italiana

Con riferimento alle prospettive di crescita dell’economia italiana a partire dall’anno 2015, si segnala che il DEF 2015 presenta due scenari di previsioni macroeconomiche, uno tendenziale e l’altro programmatico, che, fermo restando le assunzioni relative al quadro macroeconomico internazionale, coerenti con le più recenti previsioni delle principali istituzioni internazionali, differiscono per le assunzioni relative alle riforme economiche.

In particolare, le previsioni del quadro tendenziale incorporano gli effetti sull’economia delle azioni di politica economica, delle riforme e della politica fiscale messe in atto precedentemente alla presentazione del Documento stesso.

Il quadro macroeconomico programmatico, invece, include l’impatto sull’economia delle politiche economiche prospettate all’interno del Programma di Stabilità e del Piano Nazionale delle Riforme, che saranno concretamente definite nella Nota di aggiornamento che sarà presentata a settembre 2015 e adottate con la prossima legge di stabilità.

In particolare, il quadro macroeconomico programmatico assume la completa disattivazione degli aumenti di imposte indirette previsti per il 2016, pari ad un punto percentuale di PIL, e misure di contenimento della spesa e altre coperture per un importo pari a 0,6 decimi di PIL. Per il 2017 sono previste ulteriori moderate misure espansive. Il tasso di crescita dell’economia si gioverà dell’impatto delle riforme strutturali che sono state considerate in maniera estremamente prudenziale.

Le due previsioni coincidono per l’anno in corso, mentre si differenziano gradualmente negli anni successivi (si veda più avanti la Tabella 2.8).

Si ricorda, inoltre, che, nel rispetto dei regolamenti europei(14) , le previsioni macroeconomiche tendenziali e programmatiche presentate nel DEF 2015 sono sottoposte alla validazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, costituito nell’aprile 2014 secondo quanto previsto dalla legge n. 243/2012 di attuazione del principio del pareggio del bilancio(15) .

Come sottolineato nel DEF, lo scenario macroeconomico tendenziale ha già ottenuto la validazione dell’Ufficio, il 31 marzo 2015.

Il quadro programmatico otterrà la validazione entro il 30 di aprile, in tempo utile per la presentazione del DEF 2015 alla Commissione europea.

Il quadro macroeconomico tendenziale

Il DEF 2015 evidenzia come nel 2015 l’economia italiana sia entrata in una fase di moderata ripresa, contrassegnata in prospettiva da dinamiche favorevoli del commercio estero e da una graduale stabilizzazione della domanda interna.

Il documento mette in evidenza come il contributo decisivo alla ripresa dell’economia italiana venga dalla domanda internazionale. La svalutazione del cambio, in primis, e la ripresa del commercio internazionale, che si attende più sostenuta a partire dal 2016, dovrebbe, secondo il DEF, riflettersi positivamente sulla crescita delle esportazioni italiane.

Al contempo, il Governo prefigura un graduale superamento dei fattori negativi che hanno condizionato finora l’andamento della domanda interna. Si prevede sia una ripresa graduale dei consumi, favorita dall’aumentato potere d’acquisto in termini di reddito reale, che degli investimenti, in conseguenza delle migliorate condizioni finanziarie e del cambiamento di clima reso visibile dagli indicatori di fiducia.

La domanda interna, nel suo insieme, viene considerata dal DEF un “rischio positivo”, che potrebbe manifestare livelli più elevati del previsto in corrispondenza di sviluppi favorevoli nel mercato del lavoro.

Gli indicatori congiunturali più recenti evidenziano, secondo il DEF, una tendenza moderatamente favorevole per l'economia italiana, prospettando una prima variazione positiva del prodotto interno lordo già nel primo trimestre 2015 ed una accelerazione più sostenuta della ripresa nei trimestri successivi.

I dati congiunturali disponibili confermano – osserva il Governo - il superamento del punto di minimo del ciclo economico e l’avvio di una fase ciclica moderatamente espansiva, che sta beneficiando di diversi fattori quali il deprezzamento dell’euro e l’ampia flessione del prezzo del petrolio. Inoltre, nel medio termine, il complesso delle misure espansive implementate dalla BCE dovrebbe favorire una ripartenza del credito al settore privato e, conseguentemente, la crescita di consumi e investimenti, e una graduale risalita dell’inflazione al consumo verso l’obiettivo di medio termine. I livelli degli indicatori di fiducia, in particolare, si sono portati nel corso degli ultimi mesi su livelli storicamente elevati.

I dati congiunturali diffusi dall’ISTAT relativi ai primi mesi dell’anno confermano i segnali di una ripresa. Il Comunicato del 13 aprile scorso, relativo alla produzione industriale, indica che a febbraio 2015 l'indice destagionalizzato della produzione industriale è aumentato dello 0,6% rispetto a gennaio. Nella media del trimestre dicembre 2014-febbraio 2015 la produzione è aumentata dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Corretto per gli effetti di calendario, a febbraio 2015, l’indice è tuttavia leggermente diminuito in termini tendenziali dello 0,2%.

Per quanto attiene al clima di fiducia delle imprese, a marzo l’indice ha mostrato un significativo aumento. Secondo il Comunicato ISTAT diffuso il 30 marzo scorso, esso cresce a 103,0 da 97,5 di febbraio. Gli incrementi più rilevanti hanno riguardato il settore delle costruzioni (a seguito del miglioramento dei giudizi sugli ordini e/o i piani di costruzione) e i servizi di mercato (per il balzo in avanti delle valutazioni sulla situazione generale dell’economia) e, più lievemente, il settore delle imprese manifatturiere.

Anche l'indice del clima di fiducia dei consumatori registra a marzo, per il terzo mese consecutivo, un significativo incremento, raggiungendo il valore di 110,9 da 107,7 del mese precedente (Comunicato ISTAT, 30 marzo 2015).

A gennaio, l’indicatore composito anticipatore dell’economia italiana è risultato positivo per il terzo mese consecutivo, confermando le indicazioni a supporto di un miglioramento dell’attività economica nel primo trimestre.

In considerazione del più favorevole quadro internazionale, il DEF fissa le stime tendenziali di crescita del PIL per il 2015 allo 0,7 per cento, al rialzo rispetto alla crescita dello 0,6 per cento prevista, in termini programmatici, ad ottobre 2014 nel Documento programmatico di bilancio 2015 (DPB).

Nel DEF si sottolinea che si tratta di una stima di crescita prudenziale, in quanto il mutato quadro internazionale giustificherebbe una previsione più ottimistica.

Per il 2016 si prevede una crescita tendenziale del PIL dell’1,3 per cento, superiore rispetto alle previsioni programmatiche elaborate ad ottobre scorso, contenute nella Nota di aggiornamento del precedente DEF e nel Documento Programmatico di bilancio, in ragione del rapido miglioramento del ciclo economico.

Tabella 2.3

Confronto sulle previsioni di crescita del PIL

(variazioni percentuali)

Nota agg. DEF 2014
settembre 2014

DPB
ott. 2014

DEF 2015 – Previsioni Tendenziali
aprile 2015

2015

2016

2017

2018

2015

2015

2016

2017

2018

2019

PIL

0,6

1,0

1,3

1,4

0,6

0,7

1,3

1,2

1,1

1,1

Per gli anni successivi, il DEF evidenzia una crescita tendenziale del PIL più contenuta, pari nel 2017 all’1,2 per cento e pari in media dell’1,1 per cento nel biennio successivo, inferiore a quanto previsto ad ottobre.

Le nuove previsioni rifletterebbero – secondo quanto illustrato nel DEF - un principio di cautela sulla valutazione delle principali variabili di finanza pubblica. In particolare, il Governo ha sottratto dalla previsione del tasso di crescita tendenziale del PIL l’impatto positivo sulla crescita che il Governo stima, a partire dal 2016, provenire da alcune riforme strutturali già avviate.

Tale impatto è stato, invece, considerato nella formulazione delle previsioni programmatiche di crescita a partire dall’anno 2018, in via prudenziale, come si precisa meglio più avanti.

Nel DEF sono analiticamente illustrate – nella Sezione I relativa al Programma di stabilità, nel FOCUS relativo alla “Revisione delle stime di crescita” - le motivazioni di base che giustificano una revisione al rialzo del tasso di crescita dell’economia per il biennio 2015-2016 e ad un ridimensionamento delle prospettive di crescita nel medio periodo (2017-2018).

Le nuove stime di crescita tendenziale di breve periodo (2015-2016) sono state in particolare influenzate da inaspettati andamenti positivi del mercato del lavoro (l’occupazione ha mostrato, contrariamente alle aspettative, una tenuta già sul finire del 2014) e, soprattutto, dal miglioramento del quadro esogeno internazionale rispetto a quanto ipotizzabile in autunno. Gli impatti sulla crescita di tale miglioramento del quadro internazionale sono riportati in una apposita tabella, in cui si mostrano gli scostamenti dei valori di PIL attribuibili alle principali esogene e il valore totale. In maniera sintetica si mostra che la variazione del cambio dell’euro ha un effetto più immediato, mentre la crescita della domanda mondiale diventa più rilevante nel secondo anno. Positivo è, naturalmente, anche l’impatto della riduzione del prezzo del greggio, che aumenta il reddito disponibile delle famiglie. La riduzione nei tassi d’interesse agisce in maniera molto più graduale, fornendo effetti più rilevanti nel medio termine.

Effetto stimato sul PIL delle esogene internazionali (impatto su tassi di crescita previsti)

(variazioni percentuali)

2015

2016

2017

2018

2019

Prezzo del petrolio

0,2

0,1

0,0

-0,1

-0,1

Domanda mondiale pesata per l’Italia

0,0

0,1

0,1

0,0

0,0

Tasso di cambio nominale effettivo, prezzo dei manufatti

0,3

0,2

0,0

0,0

0,0

Prezzo delle materie prime non combustibili, dollari

0,0

0,0

0,0

0,0

0,0

Tassi di interesse

0,

0,1

0,1

0,2

0,2

Totale

0,6

0,5

0,1

0,1

0,1

Secondo quanto illustrato nel DEF, dunque, nel complesso per il biennio 2015-2016 la spinta verso la revisione al rialzo delle previsioni avrebbe potuto essere maggiore di quella effettivamente effettuata, per motivi prudenziali.

Contrariamente alle previsioni per il 2015 e 2016 (di breve periodo), il DEF ha operato una revisione verso il basso delle previsioni tendenziali del PIL per il medio periodo, a partire dal 2016, in quanto, come sopra illustrato, è stato sottratto rispetto alla previsione pubblicata nella Nota di Aggiornamento del DEF, l’impatto positivo sulla crescita che il Governo stima provenire da alcune riforme strutturali già avviate.

Si ricorda, al riguardo, che la Nota di aggiornamento del DEF 2014, stimava un impatto sull’economia dei provvedimenti di riforma – il DEF 2015 in esame si riferisce a quelli volti a migliorare l’efficienza del sistema giustizia e della PA, nonché a favorire il lavoro - valutato nell’ordine di un aumento complessivo del PIL, a partire dal 2016, dello 0,2 per cento nel 2016 e dello 0,4 per cento negli anni 2017 e 2018 (tale impatto è stato, come detto, considerato nella formulazione delle previsioni programmatiche di crescita a partire dall’anno 2018). Secondo quanto illustrato nel DEF, restano nel tasso di crescita tendenziale gli impatti stimati di alcuni provvedimenti fiscali, anch’essi a carattere strutturale, quali la riduzione dell’IRAP e il provvedimento degli 80 euro e pari a 0.4 decimi di PIL nel 2016.

Si ritiene utile, infine, riportare nella tabella che segue un confronto tra le previsioni di crescita recate nel DEF e quelle più recenti dei principali istituti di ricerca nazionali e internazionali, che stimano per l’anno in corso una crescita del PIL tra 0,5–0,7 punti percentuali, lievemente inferiore rispetto a quella del Governo (con l’eccezione del CER, che stima una crescita dello 0,9%). Per il 2016, le previsioni disponibili degli istituti si presentano, in media, anch’esse leggermente inferiori rispetto a quelle del Governo.


Tabella 2.4

Previsioni degli istituti nazionali e internazionali sulla crescita del PIL italiano

(variazioni percentuali)

2015

2016

GOVERNO (aprile ’15)

0,7

1,3

CER (aprile ’15)

0,9

1,3

PROMETEIA (marzo ’15)

0,7

1,4

REF.IRS (gennaio ’15)

0,7

1,1

BANCA D’ITALIA (gennaio ’15)

0,4

1,2

FMI - WEO (14 aprile ‘15)

0,5

1,1

COMMISSIONE UE – Spring Forecast (febbraio ‘15)

0,6

1,3

Analisi delle componenti del quadro macroeconomico tendenziale

La tabella che segue riporta le previsioni tendenziali per gli anni 2015-2019 dei principali indicatori del quadro macroeconomico complessivo esposto nel DEF 2015, posti a raffronto con i dati di consuntivo del 2014.

Tabella 2.5

Il quadro macroeconomico tendenziale

(variazioni percentuali)

Consuntivo

Previsioni tendenziali

2014

2015

2016

2017

2018

2019

PIL

-0,4

0,7

1,3

1,2

1,1

1,1

Importazioni

1,8

2,9

3,5

3,8

3,9

3,6

Consumi finali nazionali

0,0

0,3

0,7

0,7

0,8

0,8

- spesa delle famiglie e I.S.P

0,3

0,8

0,8

0,9

1,0

1,0

- spesa delle P.A.

-0,9

-1,3

0,4

-0,1

0,0

0,3

Investimenti fissi lordi

-3,3

1,1

2,1

2,3

2,2

2,1

- macchinari, attrezzature e vari*

-1,7

2,5

3,0

2,9

2,8

2,7

- costruzioni

-4,9

-0,3

1,2

1,6

1,6

1,4

Esportazioni

2,7

3,8

4,0

4,0

3,8

3,6

PIL nominale (miliardi di euro)

1.616,0

1.639,0

1.687,7

1.738,4

1.788,6

1.840,9

* Tale voce ricomprende gli investimenti in macchinari e attrezzature, in trasporti e in beni immateriali.

Fonte: DEF 2015, Sezione I: Programma di stabilità, Tab. II.1.

Come si evince dalla tabella, tutti i principali indicatori macroeconomici manifestano nell’anno 2015 un valore positivo rispetto al 2014, salvo l’andamento negativo indicato per la spesa delle PA (-1,3 per cento), che sconta gli effetti negativi delle misure di contenimento della spesa per redditi e per consumi intermedi nelle Pubbliche Amministrazioni, e per gli investimenti nel settore delle costruzioni (-0,3 per cento).

Nel medio termine, il complesso delle misure espansive implementate dalla BCE dovrebbe favorire una ripartenza del credito al settore privato e, conseguentemente, la crescita di consumi e investimenti, e una graduale risalita dell’inflazione al consumo verso l’obiettivo di medio termine.

In particolare, l’andamento dei consumi privati torna positivo nel 2015 (+0,3 per cento), evidenziando una progressiva crescita negli anni successivi, favoriti dall’aumentato potere d’acquisto in termini di reddito reale. In tale ambito, i consumi delle famiglie e delle I.S.P.(Istituzioni sociali private) manifestano un recupero di 0,5 punti percentuali nel 2015, con una crescita dello 0,8 per cento, via via sempre più sostenuta intorno all’1,0 per cento a fine periodo.

Anche gli investimenti fissi lordi sono previsti in sensibile aumento, dopo gli andamenti fortemente negativi degli ultimi anni (-8,0 per cento nel 2012, -4,7 per cento nel 2013, -3,3 per cento nel 2014), evidenziando nell’anno in corso una crescita dell’1,1 per cento rispetto al 2014, che prosegue a ritmi sostenuti anche nel periodo successivo, intorno a valori medi di crescita superiori al 2 per cento. In particolare nel DEF si evidenzia l’andamento particolarmente positivo degli investimenti in macchinari, grazie alle migliorate condizioni finanziarie.

Mantiene una dinamica ancora negativa nel 2015 il settore delle costruzioni, per il quale si prevede ancora un calo dello 0,3 per cento. Anche tale settore, tuttavia, è previsto in ripresa a partire dal 2015, e destinato a stabilizzarsi su valori positivi pari in media all’1,5 per cento nel triennio 2016-2019.

Per quanto concerne le esportazioni che hanno costituito l’unico apporto positivo alla crescita del PIL negli ultimi due anni – continuerebbero a manifestare un andamento positivo anche nell’anno in corso, raggiungerebbero una crescita del 3,8-4 per cento nel periodo successivo. Come già ricordato, la svalutazione del cambio e la ripresa del commercio internazionale a partire dal 2016, dovrebbe, secondo il DEF, sospingere verso l’alto le esportazioni italiane. Anche le importazioni manifestano un andamento positivo per tutto il periodo, trainate dalla ripresa della domanda interna.

Il grafico seguente indica l’andamento delle principali variabili del quadro macroeconomico a partire dal 2008 sino alla fine del periodo di previsione indicato del DEF 2015.

Grafico 2.1

Conto economico delle risorse e degli impieghi – Previsioni tendenziali

(variazioni % a prezzi costanti)

2013-2015 obiettivi Governo

Mercato del lavoro

Per quanto concerne il mercato del lavoro, il DEF stima per l’anno 2015 una moderata crescita dell’occupazione, in termini di ULA, dello 0,6 per cento, rispetto all’anno precedente, anno in cui l’occupazione ha manifestato un andamento positivo, con un incremento dello 0,2 per cento. Il tasso di occupazione è previsto in accelerazione nel 2016 (+0,9 per cento), per poi stabilizzarsi intorno allo 0,6-0,5 negli anni successivi.

Tabella 2.6

Il mercato dl lavoro

(variazioni percentuali)

Consuntivo

Previsioni Tendenziali

2014

2015

2016

2017

2018

2019

Occupazione (ULA)

0,2

0,6

0,9

0,6

0,5

0,5

Tasso di disoccupazione

12,7

12,3

11,8

11,4

11,1

10,9

Tasso di occupazione (15-64 anni)

55,7

55,8

56,2

56,5

56,8

5,70

CLUP

1,2

0,4

1,1

0,9

1,3

0,9

Il DEF rileva come l’andamento del mercato del lavoro nel corso del 2014 ha rappresentato una sorpresa positiva in termini di occupazione. Le previsioni formulate fino ad ottobre 2014, nel Documento programmatico di bilancio, assumevano, infatti, un leggero calo di occupazione a fine 2014 e una sua ripresa soltanto a partire dal 2015. La crescita dell’occupazione misurata in termini di unità di lavoro (ULA) è aumentata dello 0,2 per cento, grazie ai favorevoli andamenti registrati nei servizi e nel manifatturiero.

Dopo la consistente perdita di posti di lavoro nel 2012 e nel 2013 (che hanno registrato, rispettivamente, una contrazione dell’occupazione dell’1,4 e dell’1,9 per cento), il numero degli occupati si è dunque sostanzialmente stabilizzato nel 2014.

Il grafico seguente mostra l’andamento dell’occupazione in Italia a partire dal 2008, con le previsioni 2015-2019 contenute nel DEF.

Grafico 2.2

Andamento dell’occupazione

(variazione percentuale)

Pur in presenza della crescita dell’occupazione, il tasso di disoccupazione ha tuttavia presentato, anch’esso, un aumento nel 2014, raggiungendo il 12,7 per cento (dal 12,2 per cento del 2013), in conseguenza di una maggiore partecipazione al mercato del lavoro.

A partire dal 2015, il DEF prevede una graduale riduzione del tasso di disoccupazione al 12,3 per cento nel 2015 fino al 10,9 per cento di fine periodo.

Tuttavia, nel contempo il Documento rileva come il miglioramento delle prospettive di occupazione e di ripresa economica ipotizzate dal DEF, potendo implicare, quale reazione positiva, un incremento più deciso della partecipazione al mercato del lavoro, risulterebbe suscettibile di comportare una discesa più contenuta del tasso di disoccupazione rispetto a quella prospettata nel periodo considerato.

Sul punto si evidenzia come la Commissione europea, nel Documento sugli squilibri macroeconomici del 18 marzo 2015(16) , attribuisce l’aumento del tasso di disoccupazione registrato nel 2014 quasi esclusivamente alla crescita del tasso di partecipazione. Il contributo maggiore all’aumento della forza lavoro è venuto dalle donne, probabilmente a causa delle più pressanti necessità economiche delle famiglie(17) .

I più recenti dati congiunturali forniti dall’ISTAT(18) sull’andamento del mercato del lavoro nei primi mesi del 2015 indicano a febbraio 2015 una diminuzione degli occupati dello 0,2% (-44 mila) rispetto al mese precedente e un aumento dei disoccupati su base mensile dello 0,7% (+23 mila). Dopo il calo registrato a dicembre e a gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione sale di 0,1 punti percentuali, tornando al 12,7%, lo stesso livello di dicembre.

Rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo dicembre-febbraio l'occupazione è rimasta sostanzialmente stabile, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti percentuali, in larga misura per la risalita del tasso di inattività (+0,3 punti).

In particolare, il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati o disoccupati) è pari al 42,6 per cento, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al mese precedente. Il numero di giovani disoccupati, aumenta dell’1,7% su base mensile (+11 mila). L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari al 10,8% (cioè poco più di un giovane su 10 è disoccupato). Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono esclusi i giovani inattivi, cioè quelli che non sono occupati e non cercano lavoro, perché ad esempio impegnati negli studi.

Si ricorda, infine, che secondo le previsioni della Commissione europea di febbraio 2015, il tasso di disoccupazione in Italia dovrebbe rimanere al di sopra del 12 per cento nel biennio 2015-2016 (rispettivamente, 12,8 e 12,6 per cento).

La Commissione rileva, inoltre, il rischio di un ulteriore aumento della disoccupazione, nella misura in cui le riforme del mercato del lavoro del 2012 e del 2014 mirano a limitare l’uso della cassa integrazione guadagni straordinaria per consentire la riallocazione della forza lavoro, per cui i lavoratori che potevano in precedenza beneficiarne divengono disoccupati. Tuttavia, secondo la Commissione europea, le misure adottate di recente per sostenere la creazione di posti di lavoro potrebbero favorire nuove assunzioni e pertanto influire in senso positivo sulle previsioni.

Anche il Fondo Monetario Internazionale, nelle recenti previsioni di aprile, reca una previsione del tasso di disoccupazione per l’Italia superiore a quello previsto dal Governo nel DEF 2015, pari al 12,6 per cento per il 2015 e al 12,3 per cento per il 2016 (12,3 e 11,8 nelle stime del Governo) .

Il grafico che segue mostra l’andamento del tasso di disoccupazione a partire dal 2005 per i principali paesi della UE e per gli Stati Uniti, tratte dal recente rapporto del Fondo monetario internazionale (Word Economic Outlook, aprile 2015).

Grafico 2.3

Andamento del tasso di disoccupazione

(variazione percentuale)

Fonte: Per i consuntivi dei paesi della UE, dati della Commissione Europea, per USA, dati FMI. Per le previsioni, FMI, Word Economic Outlook (aprile 2015)

Con una quota di persone in cerca di lavoro del 12,7 per cento nel 2014, il nostro Paese si pone al di sopra della media dell’Area Euro (pari all’11,6 per cento), mentre nel 2007, prima della crisi, il dato italiano era pari al 6,1 per cento contro una media dell’Area del 7,6 per cento.

Nel confronto con i principali Paesi europei, emerge che nel 2014 il tasso di disoccupazione italiano è risultato superiore a quello di Germania (5,0 per cento), Regno Unito (6,3 per cento) e Francia (9,7 per cento), inferiore solo al dato della Spagna (24,7 per cento).

La dinamica reddituale si è attestata su ritmi moderati. I redditi unitari da lavoro dipendente sono cresciuti in media annua di appena lo 0,6 per cento, mentre la produttività del lavoro è diminuita dello 0,6 per cento; conseguentemente, il costo del lavoro per unità prodotta (CLUP) ha segnato una variazione dell’1,2 per cento per l’economia nel suo complesso. Se si limita l’analisi alle attività manifatturiere che sono più direttamente esposte alla concorrenza internazionale, si rileva una flessione del CLUP dell’1,1 per cento.

Si osservi che le riforme programmate, secondo le stime del Governo - come illustrate di seguito, nel paragrafo sul quando macroeconomico programmatico - avrebbero effetto anche sull’occupazione, a decorrere dall’anno 2016: l’effetto cumulato di esse sarebbe un incremento dello 0,5 per cento nel 2016, dell’1,6 nel 2020, per poi giungere, nel 2025, ad un incremento del 2,2 per cento (cfr. Tavola a pag. 49 della Sez. I - Programma di stabilità del DEF). Come già segnalato, tuttavia, il quadro programmatico include (parzialmente) gli effetti delle riforme solo a partire dal 2018 in poi, sebbene lo scenario programmatico evidenzia comunque una evoluzione più favorevole dell’occupazione e un minor livello di disoccupazione nel periodo considerato rispetto all’andamento tendenziale.

La dinamica dei prezzi

Quanto all’andamento dei prezzi, il deflatore del PIL è stimato in aumento nell’anno in corso, pari all’1,4 per cento (rispetto allo 0,4 del 2014).

L’aumento dei prezzi al consumo è stato modesto nel 2014.

Secondo il DEF, la dinamica dei prezzi è stata frenata, oltre che dalla moderazione salariale, anche dalla debolezza della domanda aggregata e dalla consistente diminuzione del prezzo del petrolio.

Su base annua l’inflazione armonizzata al consumo è scesa allo 0,2 per cento (da 1,3 per cento nel 2013). A tassazione costante si è misurata un’inflazione lievemente negativa (-0,1 per cento, da 1,1 per cento nel 2013).

A livello tendenziale, si prevede che le misure espansive di QE implementate dalla Banca Centrale Europea siano in grado di conseguire una graduale risalita dell’inflazione al consumo verso l’obiettivo statutario, sostenuta anche dall’aumento delle imposte indirette.

I dati congiunturali dei primi mesi del 2015 forniti dall’ISTAT, confermano l’andamento in declino dell’inflazione. Nel Comunicato sui prezzi al consumo del 30 marzo 2015, si rileva che mese di marzo l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC), ha registrato una diminuzione su base annua pari a -0,1%.

L'indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta del 2,1% su base mensile mentre fa registrare un tasso tendenziale nullo (la stima provvisoria era -0,1%), dopo la lieve ripresa rilevata a febbraio (+0,1%).

Tabella 2.7

Andamento dei prezzi

(variazioni percentuali)

2014

2015

2016

2017

2018

2019

Deflatore del PIL

0,8

0,7

1,7

1,8

1,8

1,8

Deflatore dei consumi

0,2

0,4

1,8

1,9

1,6

1,7

Inflazione programmata

0,2

0,3

1,0

1,5

Inflazione IPCA (al netto degli energetici importati)

0,8

1,3

1,5

1,6

Fonte: DEF 2015 (aprile 2015).

Sul punto, si rileva che la Commissione europea, sia nel Winter Forecast di febbraio 2015(19) che nel Documento sugli squilibri macroeconomici, prevede che l’inflazione scenda su livelli negativi nel 2015, a causa del calo dei prezzi del petrolio, dell'elevata disoccupazione e della debole domanda interna.

Più precisamente, la Commissione sottolinea come l'inflazione IPCA (cioè l’indice armonizzato europeo) sia in calo dalla metà del 2012; nel 2014 si è attestata in media allo 0,2% nel 2014, ad un livello percentuale inferiore a quella della zona euro, spinta al ribasso, nell’ultima parte dell’anno, dal crollo dei prezzi del petrolio, che hanno fatto scendere l’indice su livelli negativi nel dicembre 2014 e nel gennaio 2015

Secondo le previsioni d'inverno, il calo dei prezzi del petrolio dovrebbe farsi rapidamente sentire sulla componente energetica dell'inflazione IPCA, la quale, secondo le proiezioni, dovrebbe essere in media negativa nel corso del 2015 e aumentare molto gradualmente successivamente con il miglioramento delle prospettive economiche e l'aumento marginale del prezzo del petrolio.

L'aumento dell'IVA di 2 punti percentuali a decorrere dal gennaio 2016, previsto dalla legge di stabilità 2015, dovrebbe aumentare l'inflazione IAPC nel 2016 all'1,5%.

Secondo la Commissione, la politica monetaria espansionistica annunciata di recente dalla Banca centrale europea dovrebbe diminuire notevolmente il rischio di una spirale deflazionistica.

Il grafico che segue mostra l’andamento dell’inflazione a partire dal 2005 per i principali paesi della UE e per gli Stati Uniti.


Grafico 2.4

Inflazione – Confronti internazionali

(variazione percentuale)

Fonte: per i paesi della UE: indice armonizzato dei prezzi al consumo (Commissione Europea), per USA: indice dei prezzi al consumo (FMI).

2015-2016 Previsioni

Il quadro macroeconomico programmatico

Lo scenario previsivo tendenziale è affiancato nel DEF, come già ricordato, dallo scenario programmatico che, ferme restando le componenti derivanti dagli andamenti economici internazionali (vale a dire le c.d. “esogene internazionali” considerate nel quadro tendenziale: commercio internazionale, prezzo del petrolio e cambio dollaro/euro), include gli effetti sull’economia prodotti dalle politiche governative previste nel Documento.

Ne deriva un andamento programmatico che per il primo anno del periodo di previsione – il 2015 – conferma il risultato del tendenziale, mentre risulta più elevato per il periodo successivo, rispettivamente di 0,1, 0,3, 0,3 e 0,2 punti percentuali di PIL per ciascuno degli anni 2016-2019.

Come espone la tabella che segue, l’incremento deriva da un andamento più positivo, rispetto al tendenziale, di tutte le componenti (tranne le esportazioni), che si riflette su una più favorevole evoluzione dell’occupazione e su un minor livello di disoccupazione nel periodo considerato.

Tabella 2.8

Il quadro macroeconomico tendenziale e programmatico

(variazioni percentuali)

Previsioni tendenziali

Previsioni Programmatiche

2015

2016

2017

2018

2019

2015

2016

2017

2018

2019

PIL

0,7

1,3

1,2

1,1

1,1

0,7

1,4

1,5

1,4

1,3

Importazioni

2,9

3,5

3,8

3,9

3,6

2,9

3,8

4,6

4,2

3,8

Consumi finali nazionali

0,3

0,7

0,7

0,8

0,8

0,3

0,8

1,0

1,0

1,0

- spesa delle famiglie e I.S.P

0,8

0,8

0,9

1,0

1,0

0,8

1,2

1,4

1,3

1,2

- spesa delle P.A.

-1,3

0,4

-0,1

0,0

0,3

-1,3

-0,5

0,0

0,0

0,3

Investimenti fissi lordi

1,1

2,1

2,3

2,2

2,1

1,1

2,7

3,0

2,8

2,4

- macchinari, attrezzature e vari*

2,5

3,0

2,9

2,8

2,7

2,5

4,1

4,1

3,5

3,2

- costruzioni

-0,3

1,2

1,6

1,6

1,4

-0,3

1,4

1,9

2,0

1,6

Esportazioni

3,8

4,0

4,0

3,8

3,6

3,8

4,0

3,9

3,7

3,6

Occupazione (ULA)

0,6

0,9

0,6

0,5

0,5

0,6

1,0

0,8

0,7

0,7

Tasso di disoccupazione

12,3

11,8

11,4

11,1

10,9

12,3

11,7

11,2

10,9

10,5

Deflatore PIL

0,7

1,7

1,8

1,8

1,8

0,7

1,2

1,8

1,9

1,8

Inflazione programmata

0,3

1,0

1,5

0,3

1,0

1,5

* Tale voce ricomprende gli investimenti in macchinari e attrezzature, in trasporti e in beni immateriali.

Fonte: DEF 2015, Sezione II: Analisi e tendenze della Finanza pubblica, Tab. I.1-1 e I.1-2.

Il più favorevole quadro macroeconomico esposto nello scenario programmatico deriva da:

  • la piena disattivazione degli aumenti di imposte indirette previste per il 2016. Si tratta degli aumenti connessi alle c.d. clausole di salvaguardia recate dalle due ultime leggi di stabilità – in particolare dall’articolo 1, comma 430 della L.n.147/2013 e dall’articolo 1, commi 718-719 della L.n.190/2014 - che, tenuto conto della parziale sterilizzazione recentemente intervenuta della prima clausola, comporta, perché non si proceda nel 2016 a dar corso alle stesse, il reperimento di risorse per circa 16 miliardi di euro (1 punto percentuale di PIL);
  • misure di contenimento della spesa pari a circa 10 miliardi (0,6 punti di PIL), secondo quanto prefigurato nel DEF in esame per quanto concerne l’attività di revisione della spesa;
  • gli effetti positivi di medio periodo connessi alla politica di bilancio esposta nel Documento, ed in particolare all’obiettivo di ridurre la pressione fiscale mediante riduzioni di spesa. Effetti che derivano dalla temporaneità dell’impatto riduttivo del PIL prodotto dai tagli di spesa, a fronte degli effetti positivi permanenti connessi al mancato aumento delle imposte indirette richiesto dalle clausole suddette;
  • l’impatto sulla crescita del PIL prodotto dalle riforme strutturali, che sulla base di criteri prudenziali viene incluso nello scenario programmatico limitatamente agli ultimi due anni del periodo di previsione e per valori circoscritti a 0,1 punto di PIL nel 2018 ed a 0,2 punti nel 2019.

In ordine a tale ultimo fattore (su cui si rinvia più approfonditamente nella parte del dossier relativa alle Analisi speciali) le stime dell’impatto macroeconomico delle riforme strutturali vengono riportate nel Programma Nazionale di Riforma(20) , nel quale, pur precisandosi che le stesse dovrebbero produrre effetti già a partire dal 2016, se ne fornisce un quadro – articolato per ciascuna delle riforme - ad iniziare dal 2020, precisandosi che vengono incluse soltanto le nuove riforme già varate dall’attuale Governo ovvero in corso di approvazione. Le principali aree interessate sono la PA, la competitività, il mercato del lavoro, la giustizia, l’istruzione e la riduzione del cuneo fiscale, come riportato nella tabella che segue.

PNR Effetti macroeconomici per ciascuna riforma strutturale

2020

2025

Lungo periodo

Pubblica Amministrazione

0,4

0,7

1,2

Competitività

0,4

0,7

1,2

Mercato del lavoro

0,6

0,9

1,2

Giustizia

0,1

0,2

0,9

Istruzione

0,3

0,6

2,4

Tax shift (totale)

0,2

0,2

0,2

di cui: Riduzione del cuneo fiscale (IRAP –IRPEF)

0,4

0,4

0,4

Aumento tassazione rendite finanziarie + IVA

-0,2

-0,2

-0,2

Revisione della spesa

-0,2

-0,2

0,3

TOTALE

1,8

3,0

7,2

I medesimi effetti sono altresì riportati nel Programma di Stabilità(21) con riferimenti alle componenti del PIL su cui esse agiscono, esponendone gli effetti anche per il primo anno di impatto, vale a dire il 2016, secondo la seguente tabella. Effetti che, come sopra detto, per ragioni di prudenzialità vengono inclusi solo parzialmente nello scenario programmatico e dal 2018 in poi.


PDS Effetti delle riforme strutturali sulle componenti del Pil

2016

2020

2025

Lungo periodo

PIL

0,4

1,8

3,0

7,2

Consumi

1,4

2,3

3,7

5,4

Investimenti

0,9

2,1

3,3

8,2

Occupazione

0,5

1,6

2,2

3,7

Come sopra precisato, in presenza di effetti che sulla base delle risultanze esposte nelle tabelle decorrono dal 2016, con un impatto poi crescente negli anni successivi, le stime recate dal quadro programmatico includono gli effetti in questione nel periodo di previsione del DEF solo nel biennio 2018-2019, per complessivi 0,3 punti percentuali di incremento sul PIL.


8) Comunicato ISTAT, “Conti economici trimestrali” (5 marzo 2015).

9) Si ricorda che il Regolamento UE n. 473/2013, recante disposizioni per il monitoraggio e la valutazione dei documenti programmatici di bilancio degli Stati membri della zona euro, fissa un calendario comune di bilancio e introduce l’obbligo per gli Stati membri di trasmettere annualmente, entro il 15 ottobre, alla Commissione europea e all’Eurogruppo, il documento programmatico di bilancio, che contiene l’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica indicate nel Programma di stabilità presentato nel mese di aprile e i dettagli della manovra di finanza pubblica finalizzata al raggiungimento degli obiettivi dei saldi di bilancio coerenti con il ciclo annuale di sorveglianza, compresa la procedura sugli squilibri macroeconomici, e con le raccomandazioni formulate dalle Istituzioni europee sul suddetto Programma di stabilità. Sul documento programmatico, e dunque sulle previsioni formulate dagli Stati membri, la Commissione europea procede ad una valutazione entro il 30 novembre e successivamente l’Eurogruppo si pronuncia sulla base delle valutazioni espresse della Commissione. Tale procedura ha trovato attuazione in occasione dell’esame dei disegni di legge di bilancio e di stabilità per il 2014. La misura di osservanza da parte degli Stati membri dei pareri elaborati dalla Commissione è tenuta in considerazione dal Consiglio al momento di decidere se esiste un disavanzo eccessivo per il Paese e dalla Commissione al momento di raccomandare le conseguenti sanzioni.

10) Si ricorda che la Nota di aggiornamento del DEF 2014, in considerazione dell’andamento negativo dell’economia italiana nella prima parte dell’anno, conteneva una revisione al ribasso degli indicatori del quadro macroeconomico, prevedendo, per il 2014, una contrazione del PIL dello 0,3 per cento rispetto ad una crescita dello 0,8 per cento precedentemente indicata dal DEF di aprile.

11) Comunicato ISTAT, “PIL e indebitamento AP – Anni 2012-2014” (1 marzo 2015).

12) Comunicato ISTAT, “Produzione industriale”, del 10 febbraio 2015.

13) Comunicato ISTAT “Prezzi delle abitazioni – IV Trimestre 2014”, del 3 aprile 2015

14) Si veda, in particolare, il Reg. (EU) 473/2013, facente part del c.d.d Two-Pack.

15) La legge costituzionale n. 1/2012 ha previsto l'istituzione presso le Camere, nel rispetto della relativa autonomia costituzionale, di un organismo indipendente al quale attribuire compiti di analisi e verifica degli andamenti di finanza pubblica e di valutazione dell'osservanza delle regole di bilancio. Il Protocollo d’intesa tra il Ministero dell’economia e delle finanza e l’UPB, che disciplina il processo di validazione delle previsioni macroeconomiche è stato siglato il 15 settembre 2014.

16) Relazione per paese relativa all'Italia 2015 comprensiva dell'esame approfondito sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici, ( COM(2015) 85 final).

17) Questa interpretazione sembra confermata dai dati derivanti dall’indagine sulle forze lavoro nel 2014, secondo cui il tasso di inattività ha fatto registrare nel 2014 una diminuzione di 0,6 punti percentuali rispetto al 2013, e tale flessione ha riguardato, in particolare, la componente femminile (-0,8 pp). Nonostante la crisi, tra il 2007 e il 2014 è aumentata la partecipazione complessiva la mercato del lavoro, particolarmente per la componente femminile. Il tasso di inattività si infatti è ridotto complessivamente di 1,5 pp con una flessione di 3,8 pp per le donne e un incremento di 0,7 pp per gli uomini. La crisi economica sembra dunque aver spinto i second-earner (soprattutto le donne) sul mercato del lavoro, a fronte delle difficoltà occupazionali dei capi-famiglia (soprattutto uomini).

18) Comunicato ITAT, “Occupati e disoccupati (mensili)” del 30 marzo 2015.

19) http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/european_economy/2015/pdf/ee1_en.pdf

20) PNR, paragrafo II.2

21) PDS, Sezione I, paragrafo III.3

2.3 Confronti internazionali

Nel recentissimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale presentato il 14 aprile scorso (Word economic outlook – aprile 2015), le previsioni per l’economia dell’Area dell’euro risultano riviste lievemente al rialzo, di 0,3 punti percentuali per il 2015 e di 0,2 punti per il 2016, rispetto alle previsioni di gennaio.

Nel complesso, nell’Area euro l’FMI prevede una crescita del prodotto pari all’1,5 per cento nel 2015 e all’1,6 nel 2016.

Le revisioni rispetto alle precedenti stime hanno riguardato, nei medesimi importi indicati per l’aera euro, la Germania, stimata crescere intorno all’1,6 per cento nel 2015 (rispetto all’1,3 stimato a gennaio) e la Francia, per la quale si prevede una crescita dell’1,2 per cento nel 2015 (rispetto al precedente 0,9). Per la Spagna è indicata una revisione al rialzo ancora più consistente, di 0,5 punti percentuali per il 2105, prevedendosi una crescita intorno al 2,5 per cento nel 2015.

Le previsioni dell’FMI per l’Italia, pur riviste al rialzo rispetto al precedente Rapporto di 0,1 punti percentuali, stimano per il 2015 una crescita dello 0,5 per cento, più modesta di quanto prospettato dalla Commissione Europea nel Winter Forecast di febbraio 2015 ed anche di quanto previsto dal Governo nel DEF 2015.

Nonostante il recupero delle prospettive economiche, il tasso di crescita del PIL per l’Italia si mantiene ben al di sotto della media dell’Area euro.

Nella tabella che segue sono riportate le previsioni di crescita del PIL dei principali paesi europei formulate dalla Commissione europea a febbraio 2015, nel Winter Forecast, e dal FMI nel recente Word economic outlook del 14 aprile 2015.

Tabella 2.9

Prodotto interno lordo – Confronti internazionali

(variazioni %)

DEF 2015
aprile 2015

Commissione Europea
febbraio 2015

FMI
aprile 2015

2015

2016

2015

2016

2015

2016

Economie avanzate

Italia

0,7

1,3

0,6

1,3

0,5

1,1

Francia

1,0

1,8

1,2

1,5

Germania

1,5

2,0

1,6

1,7

Spagna

2,3

2,5

2,5

2,0

area euro

1,3

1,9

1,5

1,6

Regno Unito

2,6

2,4

2,7

2,3

Usa

3,5

3,2

3,1

3,1

Giappone

1,3

1,3

1,0

1,2

Economie emergenti

cina

6,8

6,3

india

7,5

7,5

brasile

-1,0

1,0

russia

-3,8

-1,1

Con riferimento alla crescita economica dell’Area dell’Euro, si sottolinea come nel Winter Forecast la Commissione europea metta in evidenza che, da quest'anno - e per la prima volta da quando è iniziata la crisi economica e finanziaria - tutti gli Stati membri dell'UE dovrebbero registrare una crescita positiva del PIL.

Tuttavia, secondo la Commissione, la diversità dei risultati economici è probabile persista fino a quando le caratteristiche peculiari influenzeranno la performance di crescita. La crescita infatti è anche collegata al diverso progresso nella lotta alle debolezze strutturali e all’attuazione delle riforme. Più recentemente, il diverso sfruttamento della discesa dei prezzi del petrolio è diventato un ulteriore fattore di differenziazione. Esso si aggiunge ad altri fattori quali le differenze nella regolazione del bilancio pubblico, gli sforzi di deleveraging del settore privato e di consolidamento della settore pubblico.

Tra gli Stati membri più grandi, l'attività economica è prevista – secondo la Commissione UE – molto dinamica in Spagna e nel Regno Unito con tassi di crescita ben al di sopra della media UE. Si rileva, peraltro, che mentre la crescita nel Regno Unito si è mostrata piuttosto forte già dalla fine della recessione del 2008-09, con un moderato rallentamento nel 2012, in Spagna, la ripresa è iniziata soltanto lo scorso anno, sostenuta da un migliore mercato del lavoro e da migliori condizioni di finanziamento.

La crescita economica in Germania, in linea con la media UE nel 2015 e nel 2016, è sostenuta fortemente dalla domanda interna, che dovrebbe crescere più velocemente che nel resto della zona euro, ma con un minor ausilio dalle esportazioni nette, che sono previste in calo e potrebbero girare in negativo nel 2016. L'attività economica in Francia è prevista riprendere lentamente slancio nel 2015 e poi nel 2016, trainata principalmente dai consumi delle famiglie, mentre gli investimenti appaiono impostati a rimanere contenuti quest'anno.

In Italia, l'economia, dopo essersi contratta nuovamente nel 2014, dovrebbe recuperare gradualmente quest’anno e tornare positiva, trainata dal rafforzamento della domanda interna ed esterna. Per il 2015, il PIL reale è previsto in espansione dello 0,6% sostenuto dalle esportazioni e solo da un lieve miglioramento della domanda interna.

Il previsto aumento del reddito reale disponibile delle famiglie derivante dal calo dei prezzi dell'energia si tradurrà – secondo la Commissione UE - solo in parte in maggiori consumi. Infatti, le condizioni del mercato del lavoro restano deboli.

Il graduale declino dei tassi di interesse nominali si prevede sostenere gli investimenti nel 2015 e più significativamente nel 2016. La domanda estera è prevista in crescita grazie al deprezzamento dell’euro, alla migliorata competitività dovuta al minore costo unitario del lavoro, alla crescita e al miglioramento della domanda mondiale. Complessivamente, la crescita del PIL reale è prevista all’1,3% nel 2016. Le importazioni dovrebbero aumentare più lentamente delle esportazioni.

Un eventuale ritardo della ripresa della domanda estera è il rischio principale di ribasso per le previsioni di crescita, mentre il successo delle riforme strutturali e del piano di investimenti UE rappresentano i principali fattori di rischio al rialzo verso la fine dell’orizzonte delle previsioni.