Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 383 del 21/01/2026
Azioni disponibili
RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente RONZULLI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 10,13).
Si dia lettura del processo verbale.
PAGANELLA, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Sulla scomparsa di Roland Riz
PRESIDENTE. (Il Presidente e l'Assemblea si levano in piedi). Onorevoli senatori, desidero invitare l'Assemblea a rivolgere un commosso pensiero al ricordo del senatore Roland Riz, scomparso lo scorso 12 gennaio all'età di 98 anni.
Avvocato, professore universitario, parlamentare di lungo corso, Roland Riz è stato per oltre mezzo secolo uno dei più significativi protagonisti della vita istituzionale italiana e in particolare del Trentino-Alto Adige. Accademico di fine intelligenza, nel corso della sua lunga e brillante carriera universitaria, Roland Riz è stato professore di diritto penale all'Università di Modena e all'Università di Padova, di diritto comparato alla Pontificia Università Lateranense di Roma e di diritto costituzionale e delle autonomie presso l'Università di Innsbruck.
Eletto per la prima volta alla Camera nel 1958, Roland Riz è stato deputato in 6 legislature e poi senatore dalla X alla XII legislatura, legando indissolubilmente il suo nome alla storia dell'SVP, di cui fu anche il Presidente tra il 1991 e il 1992, e dell'autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol.
Nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera politica, Roland Riz ha ricoperto molti importanti e delicati incarichi, tra cui la Presidenza delle Commissioni affari costituzionali e giustizia della Camera dei deputati e, successivamente, nell'XI legislatura, la Presidenza della Commissione giustizia del Senato.
La sua capacità di coniugare al meglio l'autorevolezza del fine giurista e il rigoroso rispetto delle istituzioni, con la difesa appassionata delle istanze dei cittadini e del territorio, lo rendevano uomo di dialogo costantemente aperto all'ascolto e al confronto costruttivo con tutte le forze politiche. Il suo impegno instancabile per la tutela dei diritti e lo sviluppo della sua Regione ha lasciato un segno profondo, ispirando generazioni di politici e amministratori.
Nel rinnovare i sentimenti di cordoglio e vicinanza ai familiari e agli amici del senatore Roland Riz, invito l'Assemblea a osservare un minuto di silenzio. (L'Assemblea osserva un minuto di silenzio). (Applausi).
Prima di passare agli interventi per la commemorazione del senatore Roland Riz, desidero rivolgere un saluto al presidente Kompatscher, al segretario del SVP Steger e all'onorevole Gebhard, che sono in tribuna. (Applausi).
DURNWALDER (Aut (SVP-PATT, Cb)). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DURNWALDER (Aut (SVP-PATT, Cb)). Signor Presidente, Roland Riz è stato uno dei protagonisti più autorevoli della politica altoatesina del secondo Dopoguerra, un giurista di straordinaria competenza che, con il suo ingegno e la sua visione, ha contribuito in maniera determinante a costruire l'architettura giuridica della nostra autonomia. Se oggi il Sud Tirolo è una terra di convivenza pacifica e di solide competenze legislative e amministrative lo dobbiamo a uomini come lui, a chi ha creduto nel dialogo, nella precisione del diritto e nella forza della ragione.
Come politico e giurista, Riz fu tra i padri del "Pacchetto", il piano normativo alla base del Secondo Statuto di autonomia. Con rigore e pazienza, seppe tradurre questioni politiche complesse in norme giuridiche durature, capaci di garantire equilibrio e stabilità nel tempo. Il suo contributo fu decisivo in tutte le Commissioni competenti in materia, quelle dei diciannove e dei tredici, così come le Commissioni dei sei e dei dodici, che permisero alla Provincia di Bolzano di ampliare le proprie competenze e di consolidare il percorso autonomistico.
Tra i suoi traguardi più rilevanti va ricordata la fine della controversia sulla questione sudtirolese, culminata nel 1992 con la quietanza liberatoria alle Nazioni Unite, un atto che suggellò la pace e segnò un punto di svolta nella storia del nostro territorio. Da Obmann della Südtiroler Volkspartei, Riz guidò con intelligenza ed equilibrio una fase decisiva sancendo, grazie al suo talento negoziale e al suo intuito politico, la piena collocazione dell'autonomia altoatesina all'interno dell'ordinamento italiano e dei suoi ancoraggi internazionali. Era un Realpolitiker nel senso più nobile del termine, lontano dal populismo e dalla ricerca dell'applauso facile, capace di trattare con Roma con fermezza e rispetto, unendo lucidità giuridica e sensibilità istituzionale. Sapeva esattamente fin dove si potesse spingere senza mai compromettere quanto conquistato. Con la sua visione lungimirante, ha tracciato la via di un'autonomia solida, fatta di competenze concrete, di paziente costruzione e di profonda serietà. La sua autorevolezza gli valse una stima ampia e trasversale. Ricoprì incarichi di altissimo rilievo, come la Presidenza della Commissione affari costituzionali della Camera e della Commissione giustizia del Senato, e legò il suo nome al "Progetto Riz", il tentativo di riforma del codice penale italiano.
Ho avuto il pregio di conoscerlo personalmente, anche nella sua veste di docente all'Università di Innsbruck, dove sapeva rendere il diritto una materia viva ed appassionante. Insegnava che il diritto non è solo un insieme di regole, ma un linguaggio della dignità umana. Dopo gli studi, ebbi l'onore di muovere i primi passi nel suo studio legale. Quegli anni sono stati per me una vera scuola di vita. Con lui ho imparato che la precisione è un atto di rispetto, che la dedizione non conosce orari e che la giustizia, prima di essere un principio, è una responsabilità quotidiana. Come maestro era esigente, ma sempre giusto.
La sua forza era la costanza, la voglia inesauribile di capire e di trovare una soluzione; anche nei momenti difficili riusciva infondere calma e fiducia, con quella sua presenza forte ed autorevole. Fino all'ultimo Roland Riz è rimasto un osservatore attento del nostro tempo. I suoi consigli, mai invadenti ma sempre ponderati, rivelavano la stessa lucidità che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Riz ha dedicato ogni sua energia a servire il Sud Tirolo, le minoranze tedesca e ladina e, più in generale, l'idea stessa di un'Italia capace di convivere nelle sue diversità.
Credeva nel diritto come strumento di pace, di mediazione e di costruzione comune. Ci lascia un'eredità preziosa. All'Alto Adige, quella di un'autonomia viva, che va custodita, ma anche continuamente sviluppata con competenza, pazienza e solidità giuridica. All'Italia, quella di un uomo che ha servito le istituzioni con integrità, dimostrando che esse sono il luogo dove si possono e si devono affrontare i problemi, costruire soluzioni e progredire tutti insieme. Con gratitudine e rispetto, lo ricordiamo come un maestro, un servitore delle istituzioni e soprattutto un grande uomo. Grazie, Roland. (Applausi).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto di tecnico industriale «Giovanni XXIII» di Roma, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).
Sulla scomparsa di Roland Riz
BORGHI Enrico (IV-C-RE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BORGHI Enrico (IV-C-RE). Signora Presidente, onorevoli colleghi, è molto giusto che oggi l'Aula del Senato si soffermi nel ricordo della figura del senatore Riz. È giusto in termini generali, ma è giusto anche in termini particolari. In termini generali perché, ogniqualvolta ci lascia una personalità che ha servito il Paese, espressione di valori, di territori, di comunità, ciò rappresenta al tempo stesso una perdita e un valore della memoria. Quindi spendere qualche minuto, nell'Aula all'interno della quale il senatore Riz svolse con intensità, competenza e passione il suo mandato, è il modo migliore per rendere merito al suo lavoro, al suo impegno, al suo servizio alle nostre istituzioni repubblicane.
Ma c'è qualcosa di più di questo elemento di cornice e riguarda il merito dell'impegno del senatore Riz e, più in generale, del lascito che oggi ci consegna, che è di un'attualità tremenda, signora Presidente. Uso volutamente questo termine, perché Roland Riz venne in questo Parlamento sull'onda di una vicenda che oggi, grazie alla politica, grazie alle istituzioni, grazie all'impegno di donne e di uomini, rimarginò ferite del passato che sanguinavano in maniera non soltanto letterale e metaforica. Questa attività trovò Roland Riz, insieme con altre figure (penso a Silvius Magnago), attuatori di quel patto costituzionale De Gasperi-Gruber che consentì la soluzione altoatesina sud tirolese, che rischiava, all'indomani della fine della Seconda guerra mondiale, di riaprire tensioni, problematiche, lutti. Bene, quel tipo di attività, a nostro giudizio, può essere guardata con grande attenzione, in un mondo nel quale i nazionalismi, le tensioni etniche, l'idea che le diversità non siano un elemento di valore, ma un elemento di scontro, sono tornati ad essere al centro delle questioni di cui ci occupiamo. Basta guardarci attorno, dal Caucaso all'Ucraina, senza andare molto distanti.
Oggi è tornata di tremenda attualità quella frase che François Mitterrand lasciò come proprio lascito nel suo ultimo intervento da Presidente della Francia al Parlamento europeo, quando disse, rivolto alle giovani generazioni: «il nazionalismo è la guerra».
Roland Riz faceva parte di una generazione che sapeva qual era la conseguenza degli scontri interetnici che avevano portato alle guerre e sapeva che sarebbe stata la politica a risolvere quei problemi, non le asserzioni generali, non i nazionalismi o i ritorni delle demagogie, ma la capacità di attuare un'intesa che consentisse a quel territorio di mantenere la propria identità nel quadro di una Repubblica che andava costruendosi. Questo elemento, signora Presidente, a mio giudizio è uno straordinario lascito insieme al secondo aspetto, ossia che il senatore Riz è stato un uomo di diritto. Nel mondo nel quale qualcuno pretende che alla forza del diritto si debba sostituire il diritto della forza, io credo che recuperare questa lezione significhi anche inverarla per le future generazioni, che si meritano che questi testimoni non passino inascoltati.
Al suo partito, alla sua comunità, vanno le condoglianze di Italia Viva. (Applausi).
BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Signor Presidente, saluto i colleghi della Südtiroler Volkspartei e il Presidente della mia Provincia, Arno Kompatscher, e faccio ovviamente le condoglianze alla famiglia del senatore Roland Riz, una rappresentanza della quale credo sia presente in quest'Aula.
È stato detto giustamente da chi mi ha preceduta che è giusto e corretto ‑ ed è ovviamente un atto dovuto ‑ ricordare in quest'Aula il senatore Roland Riz, che personalmente ebbi l'onore di incontrare agli albori della mia carriera politica: ero allora un infante della politica e lo guardavo come se fosse un mostro sacro, perché tale egli era. Il senatore Riz apparteneva a quella generazione di uomini che oggi, secondo me, purtroppo non ci sono più, che non solo erano colti, forbiti e preparati, ma soprattutto avevano una lucidità mentale e un approccio politico positivo e mai scontroso nei confronti dell'altro.
Roland Riz lo ricordo con grandissima simpatia perché, per chi non lo sapesse, era solito frequentare talvolta di nascosto, nei meandri della politica altoatesina, anche il mio compianto fratello putativo, altro giurista di estremo rilievo, Franco Frattini, in anni in cui purtroppo c'era un contenzioso molto forte e per certi versi assolutamente incomprensibile tra la Südtiroler Volkspartei e appunto la politica che noi rappresentavamo, ovvero il Polo delle Libertà, di cui faceva parte anche Franco Frattini, che fu autore di quella frase, molto discussa anche in questi giorni, sul disagio della comunità italiana in Alto Adige. È paradossale, quasi un'ironia della sorte che sia scomparso in questi giorni Roland Riz e che lo ricordiamo proprio oggi, nella giornata in cui si riforma lo Statuto del Trentino-Alto Adige, mettendo così fine ‑ spero per sempre ‑ a una sorta di guerra fredda all'interno della mia terra, una guerra che Roland Riz ha in realtà sempre ben combattuto. Svelo anche un particolare, perché me lo confidò lui stesso: si dispiacque molto quando, fra il 1994 e il 1995, la Südtiroler Volkspartei, non più guidata da lui, ma dai suoi successori, fece una svolta che lui non apprezzò, andando verso la sinistra del Parlamento italiano. Lui era un uomo di centro, un uomo della cosiddetta Democrazia Cristiana, della storia della Südtiroler Volkspartei, che era tradizionalmente equidistante dai poli e non apprezzò quella svolta.
Mi diceva sempre, in camera caritatis (perché erano anni di forte contenzioso), che lui si sentiva, con mio grande orgoglio, molto vicino all'area berlusconiana; non a caso fu anche l'autore della riforma del codice penale, che poi non so se fu portata a termine - altra ironia della sorte - e che stiamo affrontando in questi giorni e in queste ore in Parlamento.
Roland Riz lascia un grande vuoto secondo me, ma lo aveva già lasciato da tempo, a livello istituzionale e nei rapporti all'interno dell'Alto Adige. Devo però dire che l'evoluzione in questa legislatura è stata talmente positiva e lascia alle spalle anni e anni di guerriglia sotterranea incomprensibile, proprio alla luce di quel citato accordo Degasperi-Gruber, proprio alla luce del fatto che il Parlamento italiano, i Governi italiani hanno sempre accompagnato, nessuno mai si è posto contro gli articoli 5 e 6 della Costituzione; hanno sempre accompagnato e riconosciuto le caratteristiche peculiari della mia terra e l'autonomia intesa come la intendiamo noi, cioè come libertà.
Oggi Roland Riz sarebbe quindi particolarmente felice di quello che accadrà oggi in quest'Aula e a lui voglio rendere onore e dire che nel suo segno, come nel segno di Franco Frattini, di De Gasperi e di Gruber, di tutti i grandi uomini che hanno solcato e scritto la storia della nostra terra, oggi questa terra li può rendere orgogliosi.
ZANETTIN (FI-BP-PPE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZANETTIN (FI-BP-PPE). Signora Presidente, desidero anch'io unirmi ai sentimenti di cordoglio dell'Assemblea per la scomparsa del senatore Roland Riz, che è stato una figura davvero straordinaria nella politica e anche nella cultura giuridica di questo Paese. Io ho avuto la ventura di incontrarlo nell'attività professionale; egli insegnava, oltre che nelle università tedesche e presso l'Università di Modena, anche presso l'Università di Padova, dove anch'io ho studiato e ho avuto qualche rara occasione di incontrarlo. Certamente sono sempre rimasto colpito dalla straordinaria capacità di coniugare il suo essere altoatesino, sudtirolese, con il fatto anche di essere italiano, tant'è che ha insegnato sia nelle università austriache sia nelle università italiane.
È stato un gigante del diritto penale e ha lavorato in Senato anche per la modifica del codice penale, come è stato ricordato poc'anzi, ma credo che forse l'aspetto più importante da sottolineare oggi, anche alla luce dell'attualità geopolitica che stiamo vivendo, è la sua capacità straordinaria di essere cerniera fra il mondo altoatesino e quello italiano e di essere stato tra quanti sono riusciti a impedire una deriva estremista per quanto riguarda gli irredentisti altoatesini. Egli è riuscito a chiudere la famosa quietanza liberatoria per quanto riguarda l'Alto Adige e a tessere uno statuto di autonomia che è, a nostro giudizio, forse il migliore al mondo, quello che a livello globale il nostro Paese dovrebbe essere in grado di proporre in tutte quelle aree in cui ci sono contrasti e in cui si cerca, alla luce della geopolitica attuale, di modificare le frontiere tracciate dai conflitti mondiali.
Desidero quindi tributare, a nome del partito Forza Italia, che tra l'altro ha un rapporto speciale con la Südtiroler Volkspartei, con cui c'è, soprattutto a livello di Parlamento europeo, un'unità anche nei Gruppi, le condoglianze mie personali, del Gruppo Forza Italia del Senato e del partito intero alla famiglia e al partito della Südtiroler Volkspartei, che oggi così autorevolmente è rappresentato in quest'Aula. (Applausi).
ROJC (PD-IDP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROJC (PD-IDP). Signora Presidente, la scomparsa di Roland Riz chiude una stagione fondamentale della storia politica dell'Alto Adige e, più in generale, della Repubblica italiana. Uomo delle istituzioni, come è stato detto, parlamentare per lungo tempo alla Camera e al Senato, vicesindaco di Bolzano negli anni delicati del dopoguerra, dirigente di primo piano della Südtiroler Volkspartei, Riz è stato soprattutto uno dei protagonisti della costruzione dell'autonomia speciale come strumento di convivenza, tutela delle minoranze e pacificazione civile.
La sua vicenda politica si intreccia con quella di una terra segnata da fratture profonde, linguistiche e culturali, che nel secondo dopoguerra cercava una via democratica per trasformare il conflitto in dialogo e le rivendicazioni in diritti riconosciuti.
In questo percorso Roland Riz rappresentò una figura di equilibrio e di fermezza insieme, radicata nella comunità di lingua tedesca, consapevole che la tutela di una minoranza può mai fondarsi non sulla contrapposizione, bensì sulla costruzione di regole condivise e su istituzioni capaci di garantire a tutti pari dignità. Da vice sindaco di Bolzano e poi da parlamentare lavorò con costanza perché l'autonomia fosse non solo un insieme di competenze amministrative, ma anche un vero patto costituzionale tra gruppi linguistici, fondato sul rispetto reciproco e sulla responsabilità.
In Parlamento portò la voce dell'Alto Adige in anni cruciali, quelli della definizione e dell'attuazione del secondo Statuto di autonomia, della chiusura della questione altoatesina in sede internazionale, del consolidamento di un modello che avrebbe poi fatto scuola anche in Europa per la protezione delle minoranze.
Riz interpretò il ruolo della SVP non come forza di semplice rappresentanza identitaria, ma come soggetto politico chiamato a misurarsi con l'interesse generale del Paese, contribuendo alla stabilità democratica e al rafforzamento del regionalismo italiano. La sua azione fu sempre improntata a una concezione alta delle autonomie: non privilegi, ma strumenti di autogoverno responsabile; non fattori di divisione, ma ponti tra comunità diverse; non chiusure localistiche, ma tasselli di un ordinamento repubblicano più ricco e plurale.
In un'epoca segnata da tensioni e da tentazioni radicali, seppe difendere la via istituzionale, il primato della politica, convinto che solo il dialogo e il diritto potessero garantire una pace duratura tra i gruppi linguistici. La sua lunga esperienza parlamentare testimonia una fedeltà costante ai valori dell'autonomia, del federalismo cooperativo, della tutela delle minoranze come patrimonio di tutta la democrazia italiana.
Con Roland Riz scompare non solo un protagonista della storia sudtirolese, ma anche un interprete rigoroso di una cultura politica che ha fatto dell'autonomia un progetto di convivenza e non di separazione. Il suo lascito è quello di un uomo che ha creduto nelle istituzioni come luogo di composizione dei conflitti e nella diversità linguistica e culturale come ricchezza da proteggere con regole chiare e con uno spirito autenticamente europeo.
Come Gruppo Partito Democratico ci uniamo al cordoglio al quale si unisce anche quello della comunità linguistica slovena del Friuli-Venezia Giulia, che mi onoro di rappresentare. (Applausi).
MALAN (FdI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MALAN (FdI). Signor Presidente, il Gruppo Fratelli d'Italia si unisce a tutti i colleghi che hanno ricordato la figura del senatore Roland Riz. Credo che sia significativo il fatto che questa commemorazione avvenga nella stessa seduta in cui abbiamo all'ordine del giorno modifiche allo Statuto della Regione che la Costituzione denomina Trentino-Alto Adige/Südtirol e anche nello stesso giorno in cui c'è la Relazione sulla giustizia del ministro Nordio.
Il senatore Riz fu protagonista della autonomia per la sua Regione, per lo Statuto speciale della sua Regione, e fu anche un grande protagonista nel mondo del diritto, sia come docente, sia come giurista, sia come parlamentare. Fu anche presentatore di una riforma del codice penale frutto della sua profonda conoscenza della materia e anche, naturalmente, dei meccanismi parlamentari, conoscenza dovuta alla sua presenza in queste Aule, tra quest'Aula e l'altro ramo del Parlamento per ben nove legislature.
Pertanto, ci uniamo al cordoglio dei suoi familiari, di coloro che gli sono stati vicini e che l'hanno conosciuto. (Applausi).
Discussione e approvazione, in seconda deliberazione, del disegno di legge costituzionale:
(1279-B) CONSIGLIO REGIONALE DEL FRIULI-VENEZIA GIULIA. - Modifiche alla legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, recante Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia (Approvato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; approvato senza modificazioni in prima deliberazione dal Senato; approvato in seconda deliberazione dalla Camera dei deputati) (Seconda deliberazione del Senato) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 10,44)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge costituzionale n. 1279-B, approvato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; approvato senza modificazioni in prima deliberazione dal Senato; approvato in seconda deliberazione dalla Camera dei deputati.
Ricordo che, ai sensi dell'articolo 123 del Regolamento, in sede di seconda deliberazione, il disegno di legge costituzionale, dopo la discussione generale, sarà sottoposto solo alla votazione finale per l'approvazione nel suo complesso, previe dichiarazioni di voto.
Avverto altresì che, ai sensi dell'articolo 138, primo comma, della Costituzione, in seconda deliberazione, il disegno di legge costituzionale sarà approvato se nella votazione finale otterrà il voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti del Senato.
La relatrice, senatrice Pirovano, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare la relatrice.
PIROVANO, relatrice. Signora Presidente, signor Ministro, signor Sottosegretario, per me è un onore essere relatrice di questo provvedimento, che è alla sua quarta lettura, la seconda qui in Senato. È fondamentale per la Regione Friuli-Venezia Giulia, ma è anche un segnale importante per il resto del Paese. Ho il piacere di concludere l'iter come relatrice almeno di questo provvedimento, visto che sono relatrice anche della riforma delle Province, che purtroppo non ha potuto ancora proseguire il suo iter, ma speriamo che questa votazione sia di buon auspicio.
Come ricordiamo, la riforma Delrio nel 2014 non ha potuto abolire le Province nel nostro Paese, essendo enti previsti dall'articolo 114 della Costituzione, ma le ha svuotate di poteri e competenze, nonostante si continui a considerarle un ente indispensabile per il buon funzionamento democratico del Paese. Il referendum costituzionale - come tutti sappiamo - ha visto il voto contrario della maggioranza dei cittadini di questo Paese, ma in Friuli-Venezia Giulia, vigendo uno Statuto speciale, le cose sono andate diversamente. Nel Friuli-Venezia Giulia - e solo lì - le Province sono state davvero abolite.
Quello che è successo tra il 2016 e il 2018 ha visto l'abolizione completa delle Province in Friuli-Venezia Giulia, che sono state poi sopperite in altro modo, in particolare con Unioni territoriali intercomunali (UTI), che però non hanno funzionato. E anche per il sistema delle UTI si è decretato il fallimento. Questo è un caso unico in Italia e con la riforma, che nasce da una richiesta della Regione Friuli-Venezia Giulia (riforma costituzionale, ma di iniziativa della Regione Friuli-Venezia Giulia), andiamo a ripristinare quegli enti, che si chiamano in questo caso non Province, ma enti di Area vasta.
D'iniziativa del Consiglio regionale, il provvedimento al nostro esame è composto da 10 articoli. Viene reintrodotta la previsione degli enti di Area vasta come titolari di funzioni amministrative proprie e con organi a elezione diretta.
Nell'articolo 1, così come modificato nella prima deliberazione della Camera, si modifica l'articolo 5 dello Statuto, che individua le materie in cui la Regione esercita una potestà legislativa concorrente.
L'articolo 2 modifica l'articolo 7 e aggiunge, tra gli ambiti di potestà legislativa regionale, la possibilità di istituire nuovi enti di Area vasta e di modificare la loro circoscrizione e denominazione, d'intesa con le popolazioni interessate.
L'articolo 3, introdotto alla Camera in prima deliberazione, sostituisce l'articolo 8, stabilendo che la Regione esercita funzioni di programmazione, nonché funzioni amministrative nelle materie in cui ha potestà legislativa a norma degli articoli 4 e 5, in conformità con i princìpi della Costituzione e dello Statuto.
L'articolo 4 modifica l'articolo 11, affermando che gli enti di Area vasta sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge regionale.
L'articolo 5, sempre introdotto nell'esame in prima deliberazione alla Camera, modifica l'articolo 12 dello Statuto, sostituendo il quarto comma e abrogando il quinto comma. In pratica, a seguito di queste modifiche, si stabilisce che la legge sulla forma di governo e sul sistema elettorale regionale possa essere sottoposta a referendum regionale confermativo, secondo la disciplina prevista da apposita legge regionale. Pertanto sono abrogati gli attuali quorum e i tempi previsti dallo Statuto e i presupposti, oltre che le modalità di svolgimento del referendum regionale sulla legge in questione, sono interamente rimessi alla legislazione regionale.
L'articolo 6, che interviene sull'articolo 13 dello Statuto, stabilisce che il Consiglio regionale si componga di un numero fisso di 49 consiglieri, in luogo dell'attuale previsione, per cui il numero dei consiglieri è determinato in base alla popolazione.
L'articolo 7 interviene sull'articolo 54, reintroducendo la possibilità per la Regione di assegnare agli enti di Area vasta una quota delle entrate regionali.
L'articolo 8 sostituisce l'articolo 59 e inserisce nella definizione di enti locali anche gli enti di Area vasta a elezione diretta e introduce la previsione per la quale spetta alla legge regionale disciplinare la prima istituzione, le circoscrizioni, le funzioni, la forma di governo e le modalità di elezione degli organi di Area vasta.
L'articolo 9 sopprime alcune norme dello Statuto che risultano superate, in attuazione della clausola di maggior favore.
Infine, l'articolo 10, come coordinamento finale, prevede che agli enti di Area vasta, come previsti nella riforma statutaria, si applichino in quanto compatibili le norme di attuazione statutaria previste per gli enti locali.
Ringrazio i colleghi della 1a Commissione, il presidente Balboni, il ministro Calderoli, il sottosegretario Vannia Gava, che è qui presente.
Lascio ai colleghi la discussione sulla parte più politica. Credo che questo provvedimento sia davvero fondamentale e - spero - costituisca un punto di partenza per il prosieguo dei lavori sulle Province anche nelle altre Regioni. (Applausi).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Cataldi. Ne ha facoltà.
CATALDI (M5S). Signora Presidente, colleghi, ci risiamo. Siamo al solito gioco di questo Governo, che cambia il nome delle cose per cercare di nascondere la realtà dei suoi provvedimenti. Chiamano armonizzazione l'aumento delle accise. Chiamano riforma della giustizia quello che sostanzialmente è un "salva casta". Chiamano riforma della Corte dei conti l'impunità per chi spreca i soldi dei cittadini. Oggi chiamate enti di Area vasta il ritorno alle vecchie Province nel Friuli-Venezia Giulia. Non so, Presidente, è un po' come scrivere "salmone norvegese" su una scatola di sardine. Perché continuate a prendere in giro i cittadini? (Applausi).
Presidente, se volete tornare alle vecchie Province, potete farlo, ma siate chiari. Ci siamo già visti a maggio dello scorso anno e vi abbiamo detto di farlo, ma di essere trasparenti, perché state spendendo i soldi dei cittadini e i cittadini hanno diritto di sapere come li volete spendere. Anche gli auditi in Commissione ve lo hanno detto. Presidente, voi state mentendo sapendo di mentire. Parliamoci chiaro: voi sapete benissimo che questo è un inutile moltiplicatore di poltrone.
Parliamo di numeri, perché, Presidente, almeno quelli non mentono. Stiamo parlando del Friuli-Venezia Giulia, che è una Regione con poco più di un milione di abitanti; per capirci, meno della metà della città di Roma, meno di Milano: un'intera Regione che entrerebbe dentro una città. Mi sapete allora dire per quale motivo volete inserire nuove strutture? Che bisogno c'è? Ve l'hanno chiesto i cittadini? No. C'è un'emergenza amministrativa? No. Vi interessa soltanto creare nuove strutture e nuove poltrone.
Ciò è dimostrato anche dal resto dell'impianto di questo provvedimento, perché non vi siete limitati a resuscitare le Province con un sotterfugio semantico. No: voi avete anche blindato il numero dei consiglieri regionali. C'era un criterio proporzionale e voi vi siete accorti che così rischiavate di perdere qualche poltrona in più. Allora che avete fatto? Avete blindato il numero.
Di fronte a un declino demografico, una politica seria si dovrebbe però interessare di come invertire la tendenza, non di come proteggere i posti, perché quei posti comunque li pagano i cittadini.
Non è finita, perché dobbiamo guardare al provvedimento nel suo insieme. Avete tolto dallo Statuto anche il referendum confermativo sulle modifiche della forma di governo della Regione. Come dire - dato che parliamo di giochi di parole - avete trasformato un deve in un può: sostanzialmente, sarà una futura legge regionale della maggioranza di turno che deciderà se, come e quando i cittadini potranno essere chiamati a dare conferma.
Signor Presidente, devo però riconoscere che questa è una riforma lungimirante, perché alla fine guarda al futuro, non dei cittadini, bensì della politica. (Applausi). Mentre i giovani se ne vanno e i paesi si spopolano, voi pensate a salvare voi stessi. Mi viene in mente che siete un po' come il capitano che si mette in salvo mentre la nave affonda e noi del MoVimento 5 Stelle non saremo mai complici. (Applausi).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
La relatrice e il rappresentante del Governo non intendono intervenire in sede di replica.
Passiamo alla votazione finale.
SCALFAROTTO (IV-C-RE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCALFAROTTO (IV-C-RE). Signor Presidente, poiché siamo all'ultima lettura e il dibattito parlamentare si è già abbondantemente svolto nei due rami del Parlamento, sarò molto breve nel confermare il voto di astensione che abbiamo già espresso nelle precedenti tornate di voto e nel ricordare a me stesso e a chi ci ascolta che il nostro voto di astensione è legato soprattutto al metodo.
Il cuore, dal punto di vista procedurale, di questo disegno di legge costituzionale è che elementi che dovrebbero - a nostro avviso - essere parte dello Statuto e avere rango costituzionale vengono declassati e possono essere determinati e indirizzati attraverso una legge ordinaria della Regione Friuli-Venezia Giulia. Questo significa che le procedure per adottare questo tipo di normative saranno a disposizione della maggioranza semplice e, quindi, le garanzie per le minoranze oggettivamente andranno a diminuire.
Si aggiunge l'ulteriore complicazione del fatto che il Friuli-Venezia Giulia, con l'adozione di queste simil Province, aree vaste, procede a prendere delle decisioni su una questione che è aperta nel nostro Paese. Sappiamo che - ahimè - ciò che io considero la disgraziata bocciatura del referendum costituzionale del 2016 ha lasciato aperto questo tema, non essendovi stata una riflessione sufficiente.
Una singola Regione a Statuto speciale prende delle decisioni in modo piuttosto isolato, all'esterno di una riflessione più approfondita e condivisa. Non nascondiamoci che esistono opinioni molto differenti sul tema Province: c'è chi pensa che debbano essere nuovamente elette direttamente dal popolo e chi - io sono tra questi - ritiene invece che un po' con lo stellone italiano le Province, sebbene claudicanti, abbiano comunque trovato una loro ragione di essere e, depoliticizzandosi, in realtà siano diventate una sorta di centro di erogazione di servizi ai Comuni più piccoli, che io credo essere molto utile e positivo. Forse le Province dovrebbero essere aiutate, per esempio dal punto di vista finanziario, e avere delle dotazioni e delle competenze più chiare. Tutto questo grande dibattito è un po' come un fiume carsico, che in alcuni momenti acquisisce il centro della scena, mentre in altri è trattato un po' meno.
La Regione Friuli-Venezia Giulia porta qui in Aula una decisione che però - ripeto - costituisce un po' un'occasione mancata, perché forse si sarebbe potuto approfittare di questa occasione per capire esattamente dove stiamo andando, fare anche un po' un punto, a distanza di più di dieci anni da quella riforma, sullo stato dell'arte. Al contrario, ci limitiamo a occuparci di una Regione meravigliosa, estremamente affascinante, piena di cultura, ma che costituisce soltanto una porzione della nostra Repubblica.
Di conseguenza, rispettosi anche delle autonomie locali e rispettosi in particolare delle autonomie speciali previste dalla nostra Carta costituzionale, non esprimeremo un voto contrario. Ribadisco, però, che non c'è una piena adesione al metodo che è stato adottato in questo caso. Quindi il Gruppo Italia Viva anche in questa ultima votazione esprimerà un voto di astensione alla riforma. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Signor Presidente, come sempre, quando si interviene su temi come questo che toccano direttamente i diritti dei cittadini a partecipare alla gestione della propria Regione e del proprio territorio, si entra nel cuore della democrazia, se posso dire così. È la ragione per cui ritengo che il lavoro che è stato svolto in Friuli-Venezia Giulia sulla modifica dello Statuto sia importante. Credo che rappresenti e possa rappresentare anche un'esperienza che si possa anche mutuare da altre parti nel nostro Paese. Penso che uno dei temi attorno ai quali si è provato a ragionare sia una questione centrale degli assetti democratici di oggi, e sia esattamente un tema - i miei colleghi della Commissione affari costituzionali lo sanno, perché ci torno spesso nelle discussioni che facciamo in quella sede - che ruota attorno alla definizione e alla questione della partecipazione democratica.
Le istituzioni devono essere più vicine alle persone, debbono provare a costruire con il consenso l'ascolto dei cittadini, e io credo peraltro che, in particolare, il rapporto tra le istituzioni regionali e i territori vada rafforzato, e non vada ovviamente indebolito. Sarebbe banale dirlo se negli anni non fosse invece accaduto esattamente il contrario, e cioè se non si fosse affermata una tendenza opposta che poi penso abbia prodotto un crescente distacco tra i cittadini e le istituzioni, ed ha anche concorso a far diventare l'astensionismo uno dei grandi temi del nostro tempo. Ad esempio, penso alla scelta, che ho sempre considerato sbagliata e ho sempre giudicato come un grave errore, di istituire le Province con il meccanismo dell'elezione indiretta. Un intervento come questo, al di là delle buone volontà di chi lo aveva proposto, ha però finito con l'allontanare i cittadini dalla rappresentanza democratica, esattamente come è successo con leggi elettorali che sono state determinate nel corso degli anni, fondate su premi di maggioranza da una parte e sbarramenti dall'altra, che hanno determinato una situazione per cui, ad esempio, alle elezioni comunali ormai una lista che si presenta in autonomia dalle coalizioni, a meno che non ottenga un risultato davvero molto significativo, rischia di non avere alcuna rappresentanza.
Peraltro, penso che questa vicenda sia anche aggravata da una questione su cui si è discusso molto poco e su cui l'istinto ha prevalso sulla ragione, cioè la scellerata decisione - secondo me - del taglio lineare del numero dei parlamentari: un errore gravissimo, fatto peraltro con larghissime maggioranze, perché va molto di moda nel nostro Paese, ma che però penso sia stato portato avanti senza ragionare seriamente sulle conseguenze che quel taglio lineare avrebbe prodotto, ad esempio in termini di rappresentanza e di pluralismo. Peraltro, è la stessa cosa che succede a livello dei consigli comunali e a livello regionale. Penso che, se possibile, questa situazione già difficile di suo si aggravi ancora di più nelle Province, dove per l'appunto il doppio livello fa sì che i cittadini non eleggono più - come sappiamo - i propri rappresentanti.
È una situazione che peraltro nelle Province io non condivido, perché sono invece favorevole all'elezione diretta, e che però diventa davvero del tutto paradossale nelle aree metropolitane. Come sappiamo, il sindaco del capoluogo è anche il sindaco metropolitano, ma naturalmente i cittadini esterni al principale Comune non hanno la possibilità di scegliere il presidente e, quindi, siamo dinanzi a una serie di assetti come questo a mio avviso - ma ciò è stato rilevato anche dalla Corte costituzionale - non pienamente coerente con la nostra Costituzione.
Io penso, da questo punto di vista, che i livelli di partecipazione democratica invece contino molto e in questo senso - secondo me - la riforma dello Statuto del Friuli-Venezia Giulia cerca perlomeno di dare una qualche risposta ad un problema molto concreto, cioè l'istituzione delle aree vaste, che mira a ricostruire un rapporto più diretto tra cittadini e Regione, per esempio garantendo una struttura intermedia capace di leggere meglio i bisogni dei territori e di intervenire in maniera più efficace. Si tratta di strutture che di fatto richiamano i ruoli che avevano un tempo le Province. Lo ripeto e l'ho detto tante volte: io continuo a pensare che le Province siano state eliminate in modo frettoloso e mal gestito. Se si fosse davvero voluto superarle, sarebbe stato francamente molto più giusto abrogarle, piuttosto che abrogare semplicemente il meccanismo elettorale. Ma naturalmente sappiamo anche bene che sono previste dalla Costituzione e, quindi, si è creato un sistema che potremmo definire ibrido, che però funziona molto poco e per cui per l'appunto non c'è l'elezione diretta. Ci sono degli accordi tra i partiti nell'elezione indiretta, che molto spesso, anzi quasi sempre, sono del tutto incomprensibili ai cittadini; in molte zone d'Italia, purtroppo, diventano anche un vero e proprio mercato del voto. Naturalmente parliamo di un corpo elettorale - come è noto - ristretto ai soli consiglieri comunali, che finiscono per scegliere sé stessi, mentre le persone e i cittadini restano completamente esclusi da questi processi.
Nel frattempo le Province sono state anche svuotate di funzioni fondamentali, dalla viabilità all'ambiente, all'edilizia scolastica, alla gestione delle scuole superiori. A questo si è anche aggiunto un drastico taglio delle risorse. Il risultato di tutto questo percorso che è stato compiuto nel corso degli anni è - a nostro avviso - molto facile da osservare e si traduce in territori in clamorosa difficoltà e in servizi essenziali sempre più fragili.
Io auspico davvero che questo possa essere l'inizio di una riflessione più ampia. Ho già detto in altre occasioni e ribadisco in questo caso il dato che ci vede favorevoli al ripristino dell'elezione diretta delle Province e alla riforma della legge sulle aree metropolitane, che oggi non garantisce né piena democrazia, né reale efficacia amministrativa. Spero che il dibattito possa partire non dentro una dinamica tra maggioranza e opposizione, ma dentro una riflessione più ampia che spero possa trasversalmente interessare il Parlamento.
Per tutte queste ragioni, annuncio il voto favorevole alle modifiche dello Statuto del Friuli-Venezia Giulia.
ZANETTIN (FI-BP-PPE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZANETTIN (FI-BP-PPE). Signor Presidente, siamo alla seconda deliberazione del Senato sul disegno di legge costituzionale di iniziativa del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia. Il voto di Forza Italia sarà ancora una volta favorevole. È un testo che reca modifiche allo Statuto della Regione Friuli, contenuto nella legge costituzionale n. 1 del 1963, volto a reintrodurre nello Statuto gli enti di area vasta, dopo che la riforma delle Province li aveva soppressi. Questi quindi saranno enti titolari di proprie funzioni amministrative, avranno organi di governo eletti direttamente e verranno formati con il consenso delle popolazioni interessate; si uniranno quindi ai Comuni, alle Città metropolitane e alla stessa Regione.
Una volta istituiti gli enti di area vasta, il loro funzionamento verrà disciplinato ovviamente da una legge attuativa regionale, che dovrà individuarne anche le funzioni amministrative, cioè concretamente di quali temi e di quali materie dovranno occuparsi. Avranno apposite entrate regionali, che saranno adeguate alle funzioni loro attribuite, come avviene già oggi per i Comuni.
Vengono modificati anche istituti di democrazia diretta, come la legge elettorale regionale e il referendum popolare consultivo,la cui definizione viene ora rimessa alla disciplina regionale e non a specifici quorum o a disposizioni attualmente previste dallo Statuto. Quindi, le leggi sulla forma di governo e sul sistema elettorale regionale potranno essere sottoposte a referendum regionale confermativo, ma secondo le norme previste da opportuna legge regionale.
Viene inoltre fissato in 49 il numero dei consiglieri regionali, mentre oggi il numero dei consiglieri è determinato in base alla popolazione, cioè i cittadini, le loro scelte, le loro esigenze saranno al centro delle decisioni politiche degli eletti in Consiglio regionale. Sono state inoltre soppresse le norme dello Statuto che risultano di fatto superate, in attuazione della clausola di maggior favore, cioè di maggiore autonomia introdotta dalla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001.
Da ultimo, vengono introdotte disposizioni di coordinamento che prevedono che agli enti di area vasta si applichino, in quanto compatibili, le norme di attuazione statutaria già previste per gli enti locali. Rafforzare le istituzioni e l'autonomia di una Regione che vede ai propri confini Paesi in forte crescita economica, pur all'interno dell'Unione europea, significa aiutarla a meglio competere sui mercati. Peraltro i nuovi enti immaginati da questa nuova disciplina costituzionale potranno fare ricorso agli appositi fondi europei o ai gruppi europei di cooperazione territoriale, che sono stati creati all'interno dell'Unione europea proprio per favorire la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale. Si potrà, in questo modo, sia attuare i progetti comuni, sia migliorare il coordinamento della pianificazione territoriale, cioè si potrà dare una più puntuale attuazione al principio di coesione, che è uno dei valori fondanti dell'Unione europea.
Con queste modifiche, la legge costituzionale sancisce una migliore democrazia, gli enti che avranno una distribuzione di competenze e di risorse più congeniale ai territori, nel pieno rispetto dell'autonomia già sancita dalla nostra Costituzione.
Per queste ragioni, confermo il voto convintamente favorevole dei senatori di Forza Italia al disegno di legge costituzionale, alla sua seconda e definitiva deliberazione. (Applausi).
PATUANELLI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PATUANELLI (M5S). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, preliminarmente per il suo tramite, signor Presidente, vorrei ricordare al senatore Zanettin che il nome della Regione non è Friuli, ma Friuli-Venezia Giulia e, quindi, ha omesso un pezzo quando l'ha citata, abbreviandone il nome.
Il mio Gruppo conferma il suo voto contrario rispetto a una modifica alla legge costituzionale n. 1 del 1963, recante lo Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia, che al netto di alcune manutenzioni ordinarie e di coordinamento fa sostanzialmente tre cose, come giustamente ha detto la relatrice, la senatrice Pirovano.
In primo luogo, partendo dalla cosa più semplice, fissa il numero dei consiglieri regionali a prescindere dall'andamento demografico, mentre noi avremmo ritenuto più opportuno mantenere, magari con una forbice più ampia, un legame tra la rappresentanza e la demografia. La mia Regione conta circa 1,2 milioni di abitanti e mantenere fisso il numero di consiglieri regionali è a nostro avviso sbagliato.
Il secondo elemento di modifica della legge riguarda l'istituto referendario di referendum su leggi di forma di governo e sistema elettorale regionale. Ricordo che oggi la previsione è che, se la riforma del sistema di governo o della legge elettorale viene approvata con una maggioranza non qualificata, e quindi a maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio, a referendum si va su richiesta di un cinquantesimo degli elettori o di un quinto dei Consiglieri; se la norma viene approvata dai due terzi del Consiglio regionale, si va a referendum esclusivamente se perviene una richiesta da parte di un trentesimo degli aventi diritto al voto. Con la riforma attuale, il referendum è normato con legge semplice ordinaria da parte del Consiglio regionale, ma viene modificato un passaggio fondamentale: allo stato attuale il referendum «deve» essere previsto, mentre con questa modifica la legge regionale «può» prevedere il referendum. A maggioranza semplice, quindi, essendo una legge ordinaria, può anche venire completamente stralciata la previsione referendaria su materie come il riordino degli enti locali e la materia elettorale, che credo richiederebbero un'ampia condivisione tra le parti politiche e i cittadini. Magari non lo farà nessuno, ma anche solo prevedere la possibilità che la legge regionale dica semplicemente che non si fa il referendum lo ritengo un errore e, quindi, vi è un elemento di contrarietà anche su questo secondo punto focale della riforma.
Ovviamente il cuore della modifica dello Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia riguarda la reintroduzione dei cosiddetti enti di Area vasta, che vengono chiamati così ma che di fatto, per una Regione come la mia, che ha 1,2 milioni di abitanti e ha storicamente quattro Province, significa ritornare con un nome diverso all'istituto delle Province, con competenze quasi identiche a quelle che avevano, fatti salvi alcuni elementi.
Siamo contrari al fatto di tornare alle Province elettive perché è la terza riforma che viene fatta sulla gestione del territorio e sull'ordinamento degli enti territoriali dal 2016, dalla legge costituzionale n. 1 del 28 luglio 2016, fatta dall'allora presidente Debora Serracchiani, a oggi. In dieci anni, quindi, per tre volte cambiamo sistema di governo della Regione. Sono state abolite le Province nel 2016 con l'introduzione del concetto - a nostro avviso sbagliato - delle unioni territoriali intercomunali (UTI), che non hanno funzionato, che hanno lasciato nel limbo anche molta parte del personale delle ex Province, che sono state - a nostro avviso - un fallimento. Si è superato il concetto delle UTI con la riforma del presidente Fedriga del 29 novembre 2019, con l'introduzione delle convenzioni, delle comunità di comuni e delle comunità montane - percorso secondo noi più razionale e condivisibile - e oggi, invece, si reintroduce il concetto di ente di area vasta e sostanzialmente di Provincia.
Ciò comporta dei costi, perché è evidente che cambiare forma di governo ha un costo in termini di trasferimento di personale e minore certezza per i ruoli del personale della pubblica amministrazione, del comparto unico che abbiamo in Friuli-Venezia Giulia. Al netto di ciò, secondo noi determina soprattutto confusione amministrativa, cioè i cittadini che, fino a quando c'erano le Province, avevano certezze su dove dover andare in presenza di un problema di manutenzione alla strada; su dove dover andare se la scuola dei figli ha un problema di manutenzione e su chi gestisce le strade, con queste riforme e con la terza riforma in tre anni, anche un imprenditore che vuole fare un investimento e ha bisogno di un incentivo non sa a chi rivolgersi.
Riteniamo quindi che cambiare nuovamente forma di governo sia un errore e lo diciamo, peraltro, essendo da sempre chiaramente collocati rispetto al fatto che le Province andavano abrogate, come peraltro doveva accadere già dal 2014, cosa che invece non è mai stata fatta. Andava fatto per le Regioni a Statuto speciale e per le Regioni a statuto ordinario.
Per queste ragioni, confermiamo convintamente il voto contrario del MoVimento 5 Stelle alla riforma dello Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia. (Applausi).
DREOSTO (LSP-PSd'Az). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DREOSTO (LSP-PSd'Az). Signora Presidente, colleghi senatori, signor Ministro, vice ministro Vannia Gava, quest'oggi l'Assemblea non è chiamata a votare una semplice modifica normativa. Oggi il Senato della Repubblica è chiamato a restituire un pezzo di democrazia e di identità a un territorio, il Friuli-Venezia Giulia che, da sempre, ha fatto della propria responsabilità, dell'autonomia e della vicinanza ai cittadini, la propria forza.
Parlo, sì, da senatore, ma soprattutto da uomo di quel territorio. Parlo anche da segretario della Lega del Friuli-Venezia Giulia, da chi in questi anni ha seguito, assieme ai colleghi, passo dopo passo, in Parlamento, un lavoro serio, complesso, a volte silenzioso, ma sempre orientato a un obiettivo chiaro: ridare dignità istituzionale a un ente di area vasta vicino ai nostri cittadini. (Applausi).
Colleghi, le Province non sono un retaggio del passato, anzi, sono comunità amministrative vive, sono strutture di prossimità, sono strumenti concreti che servono ai cittadini, ai sindaci, alle imprese, ai territori e in particolare a quelli più periferici e più fragili. In Friuli-Venezia Giulia questo noi lo sappiamo molto bene. Lo sanno i sindaci che ogni giorno affrontano il tema delle strade, delle scuole, della manutenzione del territorio. Lo sanno le comunità montane, le aree interne, i piccoli Comuni, che hanno bisogno di un livello istituzionale intermedio, forte, responsabile, riconoscibile ed eletto.
La soppressione delle Province, voluta molti anni fa dall'allora presidente Debora Serracchiani, fu fatta, voglio dirlo con chiarezza, sull'onda di uno slogan di semplificazione e, come abbiamo ascoltato oggi, di uno slogan, che continua ad esserci, di antipolitica. Tale soppressione non ha prodotto maggiore efficienza; ha prodotto, invece, confusione di competenze, scaricabarili, vuoti amministrativi pagati dai cittadini. (Applausi).
Così come, lo dico con chiarezza, sono stati pagati dai cittadini tutti i costi di quelle UTI, unioni territoriali intercomunali, volute sempre dall'amministrazione di sinistra della nostra Regione, che avevano creato una serie di costi insostenibili e di disservizi per le nostre comunità, che sono sempre stati a carico dei cittadini.
Ho sentito che qualcuno ha voluto far intendere, anche in quest'Aula, e non solo quest'oggi, che quella norma del 2014, votata dal Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, fu approvata all'unanimità. Ebbene, nulla di più falso. Certo, un tecnicismo dice che ci furono trentasette voti favorevoli su trentasette consiglieri presenti, ma voglio sottolineare che i consiglieri della Regione erano più di quei trentasette. Erano cinquanta ed i rappresentanti della Lega, come alcuni rappresentanti dell'allora PdL, si rifiutarono di votare, di partecipare ad un voto che era esclusivamente politico e che, nei fatti, avrebbe condizionato in negativo il percorso delle autonomie e la specialità del Friuli-Venezia Giulia. (Applausi).
Noi abbiamo scelto, allora, una strada diversa. Abbiamo scelto la strada del buonsenso, la strada del radicamento, del rispetto delle autonomie speciali, come quella della nostra Regione, del Friuli-Venezia Giulia. Abbiamo lavorato affinché lo statuto potesse essere poi ulteriormente rafforzato.
Anche qui, voglio fare un inciso. Qualcuno ha detto che addirittura abbiamo eliminato la possibilità del referendum: assolutamente falso. Si dà la possibilità alla Regione di normare i tempi, i metodi, le condizionalità del referendum per l'approvazione delle norme che si occupano di legge elettorale.
Oggi, con questo voto finale, chiudiamo con grande soddisfazione un percorso, ma non finisce qui. Anzi, oggi ne apriamo uno nuovo: un percorso che riporta certamente gli enti di area vasta, per noi le Province, al centro della vita istituzionale della Regione, restituendo loro legittimazione democratica, chiarezza di funzioni e responsabilità politica.
Voglio anche chiarire che questo non è contro qualcuno. Questo voto è per i cittadini, per chi difende le istituzioni che funzionano, come quelle del Friuli-Venezia Giulia, e per chi vuole amministratori che rispondono del proprio operato. Proprio per questo, le Province e gli enti di area vasta dovranno avere un'elezione di primo grado. (Applausi).
Questo voto, poi, è per un Friuli-Venezia Giulia che, evidentemente, come sempre, umilmente, non chiede privilegi, ma rispetto della propria storia e della propria capacità di autogestirsi, come ha sempre dimostrato.
Consentitemi, infine, un ringraziamento sincero, particolare, non dovuto, ma sentito, a tutti i livelli istituzionali che hanno contribuito a questo risultato: certamente al Governo, ai colleghi parlamentari, che ringrazio davvero di cuore per aver seguito in maniera puntuale questo percorso, alla Regione Friuli-Venezia Giulia, al presidente Massimiliano Fedriga, a tutto il Consiglio regionale.
Voglio ricordare che questa norma nasce da una richiesta del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia. Ringrazio i sindaci, che sono il cuore pulsante, le nostre sentinelle sul territorio e agli amministratori locali, che non hanno mai - e dico mai - smesso di credere in questa riforma.
Oggi ritengo che il Senato della Repubblica compia un vero e proprio atto di responsabilità, che guarda ai territori e non certamente alla moda o all'antipolitica. È un atto che rafforza la Repubblica italiana, perché una Repubblica è ancora più forte quando le sue autonomie, come previsto dalla Costituzione, funzionano. Per queste ragioni, con orgoglio, convinzione e soddisfazione mia e del mio Gruppo, annuncio il nostro voto favorevole e lo faccio pensando al Friuli, pensando alla Venezia Giulia, pensando alle nostre comunità, ma soprattutto pensando a tutti i nostri cittadini.
Vorrei anche aggiungere un altro passaggio che secondo me è estremamente importante. Non è infatti secondario che l'approvazione di questa norma arrivi proprio nell'anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli. Questo è un anno per noi davvero particolare, perché va a riportare alla memoria prima di tutto le vittime, le quasi mille vittime che hanno lasciato un vuoto immenso nelle nostre comunità (Applausi), ma sicuramente anche la capacità di un territorio e di una popolazione di rimboccarsi le maniche e dimostrare con i fatti che dalle cose peggiori, dalle tragedie più brutte, si può ripartire. Quel caso ha dimostrato la capacità dei friulani di rialzarsi e questo non può essere slegato da quello che fu il ruolo fondamentale delle istituzioni locali: Regione, Province e Comuni. Tutti assieme fecero massa sinergica per dare supporto non solo alle nostre comunità e ai nostri cittadini, ma a tutto lo Stato. Voglio ricordare che dal terremoto del 1976 nacque anche la prima idea, grazie al compianto ministro Zamberletti, della Protezione civile nazionale. Quindi, da una piccola Regione, che visse una grande tragedia, grazie all'unità d'intenti di tutte le istituzioni, si arrivò a quello straordinario meccanismo che è la Protezione civile nazionale, che oggi vantiamo come un'eccellenza in Italia e in Europa. (Applausi).
Oggi, cari amici, l'autonomia del Friuli-Venezia Giulia si rafforza. Riavremo finalmente gli enti di Area vasta, le Province di Pordenone, Trieste, Gorizia e Udine e questi nomi finalmente ritorneranno anche ad essere conosciuti, perché, come molti di voi sanno, il Friuli-Venezia Giulia era l'unica Regione in Italia a non avere le Province. Eravamo figli di nessun territorio. Noi oggi riconquistiamo questo diritto, che è un diritto dei cittadini, ma è dovere della politica quello di dare sempre risposte chiare, concrete, efficienti e soprattutto puntuali alle nostre comunità. Finalmente oggi, cari colleghi. le Province, ma dico anche i loro amministratori, che dovranno essere eletti, risponderanno ai cittadini e ai cittadini daranno risposte concrete. (Applausi).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti del Liceo scientifico sportivo «Alessandro Volta» di Colle di Val d'Elsa, in provincia di Siena, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1279-B (ore 11,29)
ROJC (PD-IDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROJC (PD-IDP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, si sta per votare, per l'ultima volta al Senato, una riforma dello Statuto della Regione Friuli-Venezia Giulia, che via via mostra, sempre più accentuata, la debolezza della sua ispirazione di base e delle ragioni per imporla.
La soppressione delle Province nel Friuli-Venezia Giulia va contestualizzata nel progetto di riforme dello Stato e dell'ordinamento di quasi dieci anni fa. L'applicazione della legge Delrio si deve, quindi, intendere come volontà di riformare il Paese, con provvedimenti ordinamentali, il cui fine ultimo sarebbe stato quello di modernizzare l'Italia.
La Regione Friuli-Venezia Giulia conta oggi poco più di 1 milione e 100.000 abitanti. Abbiamo, dunque, davvero bisogno di tre organi elettivi per governare? Noi pensiamo che sia sensato e utile ripensare l'organizzazione, sotto la regia della Regione, certo, e in stretta collaborazione con i Comuni, che sono 219, alcuni dei quali davvero di dimensioni minime, ma che sono sentiti come identificativi dei singoli territori. Territori che presentano delle specificità assai differenziate e con specifiche esigenze e criticità. Ricordo i Comuni di confine con le Repubbliche di Austria e Slovenia, che, grazie ai progetti europei (Interreg e GECT-Gruppo europeo di cooperazione territoriale), avviano assai proficue collaborazioni e servizi transfrontalieri, segno tangibile dei benefici derivanti dalla comune appartenenza all'Unione europea.
Inoltre, all'incrocio tra i due corridoi europei che attraversano il Friuli-Venezia Giulia, il sistema portuale del Mare Adriatico orientale, con Trieste e Monfalcone, è uno snodo strategico per Italia, Balcani occidentali, centro nord Europa e, a fortiori, per l'intera Regione Friuli-Venezia Giulia.
Rinnovo il pressante appello al Governo di mantenere il suo formale impegno ad applicare finalmente i trattati internazionali, che sanciscono per Trieste lo status di porto franco, estremamente importante per tutto il sistema produttivo regionale. Lo faccio con intensità, perché avverto il consolidarsi di forze contro quello che dovrebbe essere un progetto Paese, non certo una piccola richiesta di campanile. Alcuni di voi hanno ben chiara la vastità della partita. Dunque servono connessioni organizzative e condivisioni di servizi tra aree similari.
C'è un dato politico che deve avere bene in mente quest'Assemblea e cioè, senatore Dreosto, che l'abolizione delle Province è stata votata all'unanimità, 37 voti su 37. Lo dico a tutte le forze di maggioranza. Certo, ricordarlo oggi suscita il fastidio del centrodestra, perché quella non fu una decisione presa alla leggera. Il Consiglio regionale ha votato dopo un confronto molto approfondito tra le varie realtà, che ha coinvolto realtà e comunità locali. Dopo neanche dieci anni e nessuna elaborazione del sistema di governo e degli enti locali, quel vasto dibattito sarebbe già superato. Ma da cosa? In ogni caso, per la specialità regionale è una resa.
Dal punto di vista del metodo, per modificare le regole si poteva discutere in maniera diversa. Creare connessioni è necessario, ma devono deciderle il territorio e le amministrazioni comunali, secondo le proprie esigenze. La Giunta guidata da Fedriga sa bene quanto si possa fare, ma non l'ha voluto fare. Perché non si è preoccupata di dare sostegno alle amministrazioni locali senza adeguato personale tecnico per i progetti dei fondi del PNRR? Lo abbiamo chiesto a gran voce e questa non è questione di Province, ma di Governo, visto che la mancanza di personale specifico negli uffici tecnici e di segretari comunali è un problema che affligge tutto il Paese.
Il tema della specialità e dell'autonomia è uno dei più delicati. Tutta la migliore riflessione costituzionale della nostra Regione si è cimentata sulle fondamenta e sullo scopo del nostro Statuto e del rilievo costituzionale che gli è stato attribuito; un tema bypassato con leggerezza.
Il Friuli-Venezia Giulia, il cui destino del dopoguerra è stato pesantemente condizionato da questioni militari e geostrategiche, ha avuto la sua specialità anche grazie alla presenza storica della minoranza slovena autoctona e al giusto riconoscimento delle minoranze linguistiche friulana e germanofona. Il dubbio che mi sfiora è di natura squisitamente politica e riguarda l'indebolimento di questa specialità, il cui esito sarebbe la riduzione progressiva del rilievo delle minoranze, in un quadro di "normalizzazione".
Non posso evitare di riferirmi alla supponenza con cui, ancora oggi, certe forze politiche di maggioranza guardano agli sloveni e non mi sfugge che anche blandire per ottenere voti è una forma di assimilazione culturale. A quanti si fanno blandire dal profumo dell'attuale maggioranza, voglio dire che tornare alle Province come erano e dove erano non porterà nulla alla tutela e alla valorizzazione delle minoranze. Potremmo parlare di costi che saranno enormi e di reperimento del personale affatto scontato.
Le urgenze dei cittadini e il conseguente impiego di risorse sono altre. Solo per dire della sanità: il ministro Ciriani ha colto il pretesto della sua criticità in Friuli-Venezia Giulia per aprire la crisi politica che ha messo in discussione la Giunta Fedriga: sanità territoriale, personale medico e infermieristico, liste d'attesa, privatizzazione incalzante anche dei pronto soccorso sono alcuni titoli di una situazione che non migliora. Andrà meglio con le Province?
Quando ci siamo riuniti per la precedente lettura di questo testo eravamo nel pieno di una crisi di Giunta che stava scuotendo la poltrona del presidente Fedriga, allora, tra l'altro, alle prese con l'incertezza per un ipotetico terzo mandato. A premere a freddo il grilletto della crisi era stato il ministro Ciriani in una prova di forza del tutto scollegata da ogni contingenza concreta. Tra titoli di scatola sui giornali, delegazioni ritirate dalla Giunta e un pellegrinaggio di Fedriga dalla presidente Meloni, la pseudo-crisi si è esaurita, infatti, sulla base di una scarna paginetta programmatica e secondo una procedura discutibile; è stata allestita una sceneggiata per rivoltare la fiducia al presidente Fedriga. I patrioti sono stati riconosciuti come caposaldo della maggioranza e, archiviato il tema del terzo mandato, possono ambire a correre per la successione di Fedriga, che intanto sta facendo buon viso a cattivo gioco.
Perché vale la pena sapere che accade in Friuli-Venezia Giulia in questi mesi? Al momento, in otto anni di Giunta Fedriga non è stata impresso alcun segno proprietario alle due legislature: nessuna riforma, solo il declino demografico, la spesa effimera dell'abbondanza di risorse che viene dalla specialità e il tracollo della sanità che non è occultabile nemmeno dal presidio di tutti i mezzi di comunicazione.
Oggi, in un panorama accidentato, la resurrezione delle Province è l'unico punto programmatico che il centrodestra, in particolare la Lega, potrà vantare di aver realizzato. Ma quando mai un Governo, anche regionale, si è fatto ricordare per aver realizzato una controriforma?
A suo tempo ebbi occasione di parlare di una sete di potere, di un esercizio autoritario del governo che non ha alcun rispetto per i sindaci e le Giunte dei nostri 219 Comuni che lavorano in situazioni difficili. Lo ribadisco ora che non si discute più se ricostruire le Province. Ma come? Ecco che servirebbe un confronto strutturato e istituzionale tra Regione e Comuni; Comuni che devono essere protagonisti del progetto di riordino perché sono il primo presidio istituzionale, il front office dello Stato e non possono essere esclusi dalle decisioni che riguardano le autonomie locali e i servizi essenziali. Queste sono affermazioni dell'ANCI del Friuli-Venezia Giulia.
Molto ci sarebbe ancora da dire. Non ci ripenserete, tirerete dritto? Non avete voluto ascoltare nulla, non avete voluto far tesoro delle esperienze del passato; avete pensato che vincere le elezioni vi desse la facoltà di fare e disfare a prescindere dall'evoluzione che anche le istituzioni registrano nella loro parabola.
Per questo, per tenere accesa la speranza, dobbiamo votare contro. (Applausi).
TUBETTI (FdI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TUBETTI (FdI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo oggi come senatore eletto a Gorizia, ma anche come quel giovane vicesindaco che ha sempre combattuto questa scellerata riforma e tutto il sistema di posticcia sostituzione delle Province in Friuli-Venezia Giulia. Intervengo con l'emozione e con l'orgoglio dell'intero territorio che rappresento, perché abbiamo sofferto di questo taglio, di questa gamba monca, di questo metodo che utilizza l'accetta senza ascoltare i territori, a cui oggi orgogliosamente poniamo fine.
Il disegno di legge costituzionale che oggi ci apprestiamo a votare in via definitiva, come ho già avuto l'opportunità di rilevare anche nella precedente lettura, nella precedente occasione, ha l'obiettivo centrale di porre rimedio a una delle più gravi e mal concepite operazioni di ingegneria istituzionale che abbiano interessato una Regione della Repubblica nell'ultimo decennio: la soppressione delle Province del Friuli-Venezia Giulia; tengo a sottolineare: Friuli-Venezia Giulia. (Applausi). Tale scelta non era nata da un serio progetto di riforma dell'assetto degli enti territoriali, bensì da un calcolo politico, o forse partitico, legato a una riforma costituzionale nazionale, che si dava per scontata e che invece è stata nettamente e lucidamente respinta dal popolo italiano nel referendum del 4 dicembre 2016.
Dobbiamo dirlo con chiarezza, le Province in Friuli-Venezia Giulia non sono state abolite perché esisteva un modello alternativo migliore, più efficiente e più vicino ai cittadini; sono state abolite perché si pensava che di lì a poco sarebbero state eliminate ovunque in tutta Italia. Si è scelto di anticipare una riforma che non c'era per fare i primi della classe, per farsi dare dieci, per essere bravi (Applausi), trasformando una Regione a Statuto speciale in un banco di prova di una scommessa politica poi clamorosamente persa; un esperimento alle spalle sempre dei cittadini. Quella scelta assunta da Governi nazionali di centrosinistra - sottolineo centrosinistra, perché si è detto tanto, però alla fine quello era il colore - e sostenuta con altrettanta convinzione da governi regionali della stessa area politica (sempre il centrosinistra), oggi, alla luce dei risultati, si rivela per ciò che è stata: non una riforma strutturale, ma un atto ideologico dettato dalla volontà di inseguire una narrazione politica, quella della rottamazione dagli enti intermedi (Applausi). L'abbiamo sentito nell'intervento in discussione generale anche prima. Sono stati un po' precursori di quei sinistri poeti del "vi apriremo come una scatoletta di tonno", che poi si sono dimostrati il tonno, con le loro iniziative.
Una scelta fatta senza porsi seriamente il problema di cosa sarebbe accaduto il giorno dopo. Il giorno dopo, onorevoli colleghi, è durato anni, come dureranno anni le spese del loro superbonus; anni di incertezza istituzionale, anni di trasferimenti di funzioni senza un disegno organico, anni di enti sostitutivi, di modelli transitori diventati permanenti, di competenze spezzettate tra Regione e Comuni, spesso senza adeguate strutture tecniche né risorse per sostenere le carenze. Il tutto in settori che non sono marginali, ma vitali: la viabilità, l'edilizia scolastica, la pianificazione territoriale, il supporto tecnico agli enti locali, e ci aggiungo le progettazioni europee, i sistemi delle politiche giovanili. Potrei andare avanti a lungo con le attività che sostenevano le Province della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia. Si tratta di ambiti in cui l'assenza di un livello intermedio stabile non produce teorie amministrative, ma ritardi nei lavori, manutenzioni rinviate, progettazioni bloccate, difficoltà operative per i Comuni, soprattutto quelli più piccoli, i Comuni montani, i piccoli Comuni dell'area confinaria (Applausi), tutte quelle che sono le realtà uniche che hanno caratterizzato la specialità del nostro territorio.
Altro che semplificazione, chiamiamola con il nome corretto: indebolimento amministrativo. Qui sta il punto politico che non può essere eluso: si è scelto di sacrificare la funzionalità dell'amministrazione sull'altare di una riforma nazionale che non era stata ancora approvata, confidando che il referendum avrebbe fatto il resto. Quando quella riforma è stata bocciata, non si è avuto il coraggio politico di ammettere l'errore e di tornare indietro. Era ancora possibile tornare indietro, era ancora possibile dare dignità e lasciare quella dignità ai cittadini. Abbiamo fatto dei ricorsi, abbiamo cercato di interloquire con la Giunta regionale dell'epoca, abbiamo fatto manifestazioni, siamo andati sotto il Consiglio regionale (ci sono stata insieme ai tanti sindaci delle realtà del Friuli-Venezia Giulia). Ma no, ribadisco, dovevamo essere i primi della classe, dovevamo farci belli per poi essere candidati da qualche altra parte più prestigiosa rispetto alla Regione, tornando magari poi nella capitale, sperando di essere qualcosa in più, sperando di fare la storia, sperando di essere i più belli.
Presidenza del presidente LA RUSSA(ore 11,47)
(Segue TUBETTI). Ma così non è stato. È stata solo l'ennesima mancanza di coraggio politico di quel Governo di centrosinistra, ai cui danni oggi stiamo ancora cercando di porre rimedio (Applausi), danni che gridano vendetta, che tradiscono i padri fondatori dello Statuto speciale del Friuli-Venezia Giulia, tradiscono l'idea della grande Regione legislativa che ha fatto la storia delle norme per la ricostruzione, che è diventata forte grazie al terremoto, che ha ucciso un territorio, ma che in quello stesso territorio è stato fonte di energia e fonte di rinascita ancora più forte di prima.
Grazie al loro ego, all'ego di chi ha voluto mantenere quella riforma, quando ancora si poteva cambiare, hanno trascinato i nostri cittadini, privi di servizi vicini alla gente, in una lunga fase di instabilità, scaricandone - e sottolineo scaricandone - i costi sul territorio, perché anche di aumento di costi stiamo parlando. Questo non è rispetto delle autonomie, questo è utilizzo strumentale delle autonomie per finalità di politica nazionale. (Applausi). Ed è esattamente ciò che uno Statuto speciale dovrebbe impedire, non favorire, perché l'autonomia speciale non è un terreno di sperimentazione per riforme improvvisate, è una responsabilità costituzionale che richiede prudenza, competenza e visione di lungo periodo, tre elementi che in questa vicenda sono completamente mancati.
Il disegno di legge costituzionale che oggi votiamo serve prima di tutto a ricostruire una base statutaria che consenta finalmente di superare questa stagione di confusione istituzionale, serve a rimettere ordine dopo anni di scelte contraddittorie, di modelli provvisori, di continue correzioni di rotta. Con questo disegno di legge stiamo prendendo atto di un danno istituzionale che è stato prodotto e che ora deve essere sanato con gli strumenti più forti che l'ordinamento consente, cioè con una revisione dello Statuto speciale.
È bene che sia chiaro anche un altro punto: se oggi serve una legge costituzionale per intervenire è perché la scelta di abolire le Province è stata fatta proprio sul piano statutario, cioè al livello più alto dell'autonomia regionale, non con una legge ordinaria facilmente modificabile, ma con una decisione strutturale che ha inciso profondamente sull'architettura istituzionale della Regione. Questo rende ancora più grave la leggerezza con cui quella scelta è stata assunta. La Corte costituzionale ci ha ricordato più volte che ogni riordino delle funzioni amministrative deve rispettare i princìpi di continuità dell'azione pubblica, di adeguatezza organizzativa e di buon andamento, sanciti dall'articolo 97 della Costituzione. Eppure, per anni in Friuli-Venezia Giulia si è accettato un sistema che ha funzionato a regime di eccezione e di continua transizione: una Regione speciale trattata come un cantiere permanente.
Il nostro voto favorevole, dunque, è un atto di responsabilità, è il riconoscimento che quella stagione si è conclusa, che non si può più lasciare il sistema degli enti locali… (Commenti).
PRESIDENTE. Non ci siamo mai lamentati quando ho concesso un minuto in più a qualcuno e l'ho concesso a tutti i Gruppi. (Applausi). Si avvii a chiudere, senatrice.
TUBETTI (FdI). Signor Presidente, di solito sono molto più rapida.
PRESIDENTE. La prego di concludere.
TUBETTI (FdI). Andando a concludere, il Friuli-Venezia Giulia è una terra in cui la storia, la geografia e la cultura si intrecciano in modo unico: dalle Alpi alle colline, dalla pianura al mare, dai centri urbani alle comunità più piccole, fino alla convivenza secolare tra lingue, tradizioni e identità diverse.
Per questo dichiaro il voto favorevole del Gruppo Fratelli d'Italia al disegno di legge costituzionale. (Applausi. Commenti).
PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 138, primo comma della Costituzione, dovendosi procedere alla votazione di un disegno di legge costituzionale, in sede di seconda deliberazione è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti del Senato.
Prima di procedere alla votazione finale del disegno di legge n. 1279-B, dispongo, ai sensi dell'articolo 107, comma 3, del Regolamento, l'accertamento del numero dei presenti.
(Segue l'accertamento del numero dei presenti).
Stante l'esito dell'accertamento testé condotto, passiamo alla votazione.
Ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento, indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo per la seconda deliberazione sul disegno di legge costituzionale, nel suo complesso.
(Segue la votazione).
Il Senato approva in seconda deliberazione con la maggioranza dei suoi componenti. (v. Allegato B).
PATUANELLI (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PATUANELLI (M5S). Signor Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori, come le avevo comunicato ieri in via ufficiosa, rispetto alla richiesta che le opposizioni hanno portato alla sua attenzione circa la presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio straordinario che ha al centro temi che ritengo siano di rilevanza importantissima.
PRESIDENTE. Senatore, le chiedo se lei è così cortese da voler differire questo tema alla ripresa dei lavori pomeridiani, in modo che io possa preventivamente sentire il Governo, insomma il Presidente del Consiglio.
PATUANELLI (M5S). Signor Presidente, anche per la gentilezza ovviamente non posso che aderire a questa sua proposta.
PRESIDENTE. La ringrazio, è molto gentile.
Discussione e approvazione, in prima deliberazione, del disegno di legge costituzionale:
(1670) Modifiche allo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 11,55)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge costituzionale n. 1670, già approvato dalla Camera dei deputati.
I relatori, senatori Durnwalder, De Priamo e Testor, hanno chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore, senatore Durnwalder.
DURNWALDER, relatore. Signor Presidente, il disegno di legge costituzionale n. 1670, di iniziativa governativa, è stato approvato in sede di prima deliberazione dalla Camera dei deputati e licenziato, senza modificazioni, dalla Commissione affari costituzionali del Senato lo scorso 26 novembre.
Il testo, composto da un unico articolo, reca alcune modifiche al testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 670 del 1972. Nello specifico, la prima di tali modifiche, recata dalla lettera a) dell'articolo 1, modifica la denominazione della Regione contenuta nello Statuto dall'attuale Regione Trentino-Alto Adige a Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol. La lettera b) modifica la denominazione delle Province che costituiscono la Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, prevedendo che le stesse siano qualificate come Province autonome.
Ancora, in tema di denominazioni, la lettera s) modifica la specifica denominazione della Regione contenuta all'articolo 114 dello Statuto in materia di traduzione in lingua tedesca dello Statuto medesimo. Alla lettera c), numero 1), si apportano modifiche all'articolo 4 dello Statuto dedicato alle materie nelle quali la Regione ha competenza legislativa primaria, qualificando quest'ultima come competenza legislativa esclusiva. In particolare, secondo quanto previsto dalla norma in vigore, la Regione ha la potestà di emanare norme legislative in determinate materie, in armonia con la Costituzione e i princìpi dell'ordinamento giuridico della Repubblica. Per effetto della novella in esame, si specifica che tali princìpi sono quelli qualificati come generali e si prevede che la Regione debba rispettare i vincoli derivanti non solo dagli obblighi internazionali, ma anche dall'ordinamento dell'Unione europea. In ultimo, viene soppresso il vincolo delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica.
Presidenza del vice presidente RONZULLI (ore 11,57)
(Segue DURNWALDER, relatore). Il numero 2) della lettera c) prevede espressamente che nella materia di competenza legislativa esclusiva regionale relativa all'ordinamento degli uffici regionali e del personale ad essi addetto, sia ricompresa anche la disciplina del rapporto di lavoro e della relativa contrattazione collettiva.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore De Priamo.
DE PRIAMO, relatore. Signora Presidente, la lettera d) novella l'articolo 5 dello Statuto riferito alla competenza legislativa concorrente della Regione, qualificando come fondamentali i princìpi stabiliti dalle leggi dello Stato cui deve attenersi la Regione, in analogia con il dettato dell'ultimo periodo del terzo comma dell'articolo 117 della Costituzione.
Le lettere e), f) e g) intervengono invece rispettivamente sugli articoli 8, 9 e 12 dello Statuto e modificano le materie di competenza legislativa esclusiva e concorrente delle Province autonome. In particolare, viene specificato che la competenza esclusiva in materia di ordinamento degli uffici provinciali e del personale ad essi addetto comprende anche la disciplina del rapporto di lavoro e della relativa contrattazione collettiva. La competenza esclusiva in materia di urbanistica e piani regolatori è sostituita con quella in materia di governo del territorio, ivi comprese urbanistica, edilizia e piani regolatori. Il riferimento ai lavori pubblici di interesse provinciale è sostituito con quello ai contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture d'interesse provinciale. La competenza esclusiva in materia di assunzione diretta dei servizi pubblici e loro gestione a mezzo di aziende speciali viene specificata come competenza sull'assunzione diretta, istituzione, organizzazione, funzionamento e disciplina dei servizi pubblici di interesse provinciale e locale, ivi compresa la gestione del ciclo dei rifiuti. Sono introdotte la competenza esclusiva sulle piccole e medie derivazioni a scopo idroelettrico e quelle, sempre esclusive, su tutela dell'ambiente e dell'ecosistema di interesse provinciale, compresa la gestione della fauna selvatica e sul commercio.
La lettera h) interviene sulle attribuzioni dei Presidenti delle Province, oggetto dell'articolo 20 dello statuto, specificando che questi esercitano anche le attribuzioni spettanti all'autorità di pubblica sicurezza in materia di gestione della fauna selvatica, ad eccezione della disciplina relativa alle armi e alle munizioni, nonché alle connesse attività di autorizzazione e sanzionatorie.
Si tratta di una conseguenza dell'inserimento, tra le competenze esclusive, della tutela dell'ambiente e dell'ecosistema di interesse provinciale, compresa la gestione della fauna selvatica, operato dalla precedente lettera e).
La lettera i) sostituisce il secondo comma dell'articolo 25 dello statuto, riducendo il periodo minimo di residenza ininterrotta necessario per l'esercizio del diritto elettorale attivo e per l'iscrizione nelle liste elettorali. La novella dispone inoltre che, nel caso in cui l'elettore trasferisca la residenza in una delle due Province autonome, viene iscritto subito nelle liste elettorali della medesima Provincia se già precedentemente vi aveva risieduto per un periodo sufficiente a maturare il diritto di voto.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la relatrice, senatrice Testor.
TESTOR, relatrice. Signor Presidente, le lettere, l) e n), intervenendo rispettivamente sugli articoli 47 e 55 dello statuto, eliminano la previsione che il Governo possa rinviare le leggi regionali e provinciali al Consiglio regionale o ai Consigli provinciali, in conformità a quanto previsto dall'articolo 127 della Costituzione, ai sensi del quale, a seguito della riforma del Titolo V del 2001, il controllo di legittimità costituzionale delle leggi delle Regioni a statuto ordinario, da preventivo qual era, è divenuto successivo ed ha ad oggetto leggi già promulgate e pubblicate.
La lettera m) modifica l'articolo 50 dello Statuto e prevede che, previa deliberazione del Consiglio provinciale a maggioranza assoluta dei suoi componenti, la composizione della Giunta provinciale di Bolzano debba adeguarsi alla consistenza dei gruppi linguistici quale risulta dall'ultimo censimento linguistico, anziché dei gruppi linguistici in seno al Consiglio medesimo. Inoltre, qualora vi sia un rappresentante ladino nella Giunta provinciale, gli altri incarichi sono attribuiti agli altri gruppi linguistici in rapporto alla consistenza del Consiglio.
La lettera o), intervenendo all'articolo 61 dello Statuto, dispone che nei Comuni della provincia di Bolzano, nel caso in cui nel Consiglio comunale sia presente un solo Consigliere, anziché due come attualmente previsto, appartenente a un gruppo linguistico, il medesimo Consiglio comunale possa riconoscere la sua rappresentanza nella Giunta comunale con il voto della maggioranza dei suoi componenti.
La lettera p), con una modifica dell'articolo 98 dello statuto, stabilisce che le leggi statali possono essere impugnate dal presidente della Regione o della Provincia previa deliberazione della rispettiva Giunta anziché dal rispettivo Consiglio. La lettera q) interviene sull'articolo 103 dello statuto, dedicato alla procedura di modifica dello statuto stesso, introducendo l'intesa, da adottarsi a maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio regionale e dei Consigli provinciali sul testo approvato in prima deliberazione dalle Camere, ed eliminando il parere che attualmente il Consiglio regionale e i Consigli provinciali devono esprimere entro due mesi sui progetti di modificazione dello statuto di iniziativa governativa o parlamentare loro comunicati dal Governo.
La lettera r), infine, integra il dettato dell'articolo 107 dello statuto, specificando che le norme di attuazione dello statuto possono recare anche disposizioni volte ad armonizzare l'esercizio della potestà legislativa regionale e provinciale con quella statale. (Applausi).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Patton. Ne ha facoltà.
PATTON (Aut (SVP-PATT, Cb)). Signor Presidente, colleghe e colleghi, membri del Governo, discutiamo oggi di un provvedimento che interviene sullo statuto d'autonomia delle Province autonome di Trento e di Bolzano, con l'obiettivo di bloccare quel piano inclinato che nel tempo ha progressivamente ridotto gli standard di autonomia.
Per capire di cosa parliamo e dare un giudizio adeguato, occorre andare indietro di alcuni anni. Dopo il 2021, anno della riforma del Titolo V della Costituzione, si verificò un'impennata di contenziosi tra lo Stato e le Province autonome, con una serie di sentenze da parte della Corte che progressivamente restringevano il perimetro d'autonomia di Trento e di Bolzano.
Tutto questo conobbe una vera e propria esplosione negli anni della crisi finanziaria e dei Governi tecnici, non solo per i pronunciamenti della Corte, ma anche perché nel Paese cominciò a soffiare un forte vento centralista, che metteva in discussione finanche l'esistenza delle autonomie speciali, tacciate come un insopportabile privilegio. Fu un momento molto duro e delicato, le autonomie erano strette da tutti i lati, ma fortunatamente, con i Governi successivi, Letta, Renzi e Gentiloni, quel conflitto si sciolse in un rinnovato riconoscimento del ruolo e della funzione storica delle Autonomie speciali, con l'approvazione della nuova intesa finanziaria e un importante numero di norme di attuazione, che ricollocò il rapporto tra Stato centrale e Autonomie speciali sui binari di una corretta collaborazione istituzionale.
È sulla scorta di quel rinnovato rapporto che molti sperarono fossero mature le condizioni per un terzo Statuto d'autonomia, ma riscrivere lo Statuto di autonomia è un processo lungo, faticoso, per cui non basta una generica volontà, quanto una cultura politica sul valore delle autonomie locali, sul loro essere strumento in grado di costruire politiche di prossimità, sulla storia e sulla peculiarità del Trentino e dell'Alto Adige Südtirol, due terre unite da una tradizione secolare di autogoverno e dove, accanto agli italiani e ai tedeschi, vivono altre culture e altre lingue: quella ladina, quella mochena, quella cimbra e anche quella nonesa-retica della Val di Non, fino a disegnare un mosaico unico e prezioso nel contesto nazionale.
La nostra autonomia speciale - vale la pena ricordarlo - affonda infatti le sue radici in un patto costituzionale e internazionale nato per tutelare le minoranze linguistiche e culturali del territorio. Non a caso, il modello di convivenza pacifica realizzato sul nostro territorio è oggi considerato da studiosi e osservatori internazionali un esempio virtuoso di soluzione dei conflitti etnici, citato come riferimento in contesti che vanno dalla Bosnia-Erzegovina al Tibet. Questa è la cifra del senso profondo dell'autonomia: trasformare le specificità in valore aggiunto condiviso, nel quadro di un'unità nazionale che riconosce e rispetta le differenze.
Il testo che discutiamo oggi è lontano da tutto questo e, a onor del vero, non ha mai avuto l'ambizione di non esserlo. È un testo, invece, che va legittimamente iscritto nella cornice di una corretta collaborazione istituzionale su aspetti non più rimandabili. Il testo mira infatti ad arginare la progressiva erosione degli spazi di autogoverno, aggiornando alcune competenze, ripristinandone altre e introducendo meccanismi volti a prevenire i conflitti e contenziosi, il tutto con l'obiettivo importante di riportare lo standard di autonomia ai livelli del 1992, sulla cui base venne rilasciata la quietanza liberatoria che chiudeva la vertenza tra Italia e Austria sulla questione altoatesina.
Tuttavia non mancano le criticità, come quelle sulle regole chiamate a disciplinare le future modifiche allo Statuto d'autonomia. Per anni si è discusso sulla necessità di costruire un rapporto paritetico, immaginando uno strumento pattizio che tutelasse l'autonomia speciale da un'eventuale intenzione unilaterale dello Stato di modifica dello Statuto. Ebbene, nulla di tutto questo è presente nel testo; c'è solo un parere non vincolante del Consiglio regionale e dei Consigli provinciali, con la possibilità per il Parlamento di procedere unilateralmente e addirittura a maggioranza semplice.
Alla Camera, in Commissione, erano state presentate delle proposte, che però non sono state accolte: dall'introduzione della maggioranza qualificata nel voto parlamentare, alla costituzione di un tavolo paritetico per superare le eventuali difficoltà del sancire un accordo tra Stato e Autonomie speciali. È un punto, questo, su cui bisognerà vigilare con grande attenzione e che ci ricorda che l'autonomia non è mai una conquista definitiva, ma un processo dinamico da difendere e rinnovare ogni giorno, per essere sempre strumento al servizio del buon governo e delle specificità delle nostre Province, perché l'autonomia, signor Presidente, è la sfida della responsabilità. Significa essere artefici del proprio destino, rinunciando agli alibi o ad attribuire ad altri le colpe di ciò che non funziona. È l'autonomia ad avere permesso all'Alto Adige di cicatrizzare le profonde ferite che la storia gli aveva inferto ed è l'autonomia ad aver permesso al Trentino di esprimere la sua vocazione storica all'autogoverno, fino a diventare un modello di sviluppo economico e di coesione sociale.
Per questo, pur riconoscendo i passi in avanti contenuti nel provvedimento, il mio giudizio non può che essere vigile e responsabile, nella consapevolezza che la vera sfida resta quella di rafforzare e non indebolire il patto di fiducia fra lo Stato e le Autonomie speciali; un patto che va custodito con rispetto, lungimiranza e senso della storia, perché l'autonomia non è un privilegio da tollerare, ma una risorsa da valorizzare nell'interesse dell'intero Paese e delle sue popolazioni. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Gaudiano. Ne ha facoltà.
GAUDIANO (M5S). Signora Presidente, il disegno di legge di riforma dello Statuto speciale del Trentino-Alto Adige viene presentato dal Governo come un passaggio storico e come il segno di una nuova stagione dell'autonomia. Il compito del Parlamento, però, non è quello di aderire alle narrazioni politiche, ma di leggere i testi, valutarne gli effetti concreti e misurarne la coerenza con l'assetto costituzionale.
Se si guarda al contenuto normativo reale di questa riforma, emerge un dato chiaro: non siamo di fronte a un rafforzamento sostanziale dell'autonomia speciale, ma a un intervento che lavora soprattutto sul piano linguistico e formale, lasciando invariata la posizione di subordinazione delle Province autonome rispetto allo Stato.
Il primo nodo che non può essere eluso riguarda i limiti strutturali della potestà legislativa. Nel testo governativo restano saldi quei riferimenti che da decenni rappresentano il principale strumento di compressione dell'autonomia, come l'interesse nazionale e i principi generali dell'ordinamento giuridico. Questi limiti non sono formule neutre, ma clausole; clausole elastiche che, nella prassi, hanno consentito un un'interpretazione estensiva del potere statale, legittimando interventi invasivi anche in materie formalmente attribuite alle autonomie speciali. È proprio attraverso queste clausole che si è consolidata una giurisprudenza restrittiva della Corte costituzionale, che poi ha spesso ricondotto a unità statale competenze che lo Statuto qualificava come esclusive.
Il punto è evidente. Se questi limiti restano intatti, la proclamazione di nuove competenze o la loro qualificazione come esclusive rischia di restare puramente simbolica. Le limitazioni che sembrano attenuate sul piano formale possono rientrare indirettamente proprio attraverso quelle stesse clausole generali che il testo non ha avuto il coraggio di superare.
Il secondo profilo critico, invece, riguarda il ridimensionamento delle competenze rispetto al progetto originario elaborato a livello territoriale. Su questo punto il testo governativo non si limita a una razionalizzazione tecnica, ma opera vere e proprie sforbiciate.
In materia di contratti pubblici, infatti, viene eliminata la competenza provinciale sulle procedure di aggiudicazione e sulla fase di esecuzione. Si tratta di una scelta che incide direttamente sulla capacità delle Province di governare in modo autonomo la spesa pubblica e le politiche infrastrutturali, svuotando così di contenuto una competenza strategica.
In materia, poi, di servizi pubblici viene stralciata la facoltà di regolazione. Senza poteri regolatori effettivi, l'autonomia amministrativa resta monca. Questo è particolarmente evidente nel settore energetico, dove l'impossibilità di istituire e far funzionare autorità locali rende inevitabile la subordinazione a decisioni assunte a livello centrale.
Sul commercio, vengono negate le richieste relative all'urbanistica commerciale e agli orari di apertura. Anche in questo caso, si tratta di ambiti che incidono direttamente sul tessuto economico e sociale dei territori e che avrebbero richiesto una reale capacità di adattamento alle specificità locali.
Ancora più delicata, Presidente, è la materia ambientale. La nuova competenza viene limitata all'interesse provinciale, una formula che appare tutt'altro che innocua. In assenza di una definizione chiara, questa clausola rischia di diventare un ulteriore strumento di interferenza statale, con effetti concreti su questioni sensibili come la gestione della fauna selvatica e del territorio montano.
Il terzo nodo, poi, riguarda le garanzie procedurali che rappresentano l'architrave di qualsiasi autonomia reale. Il nuovo meccanismo d'intesa per le future modifiche dello Statuto viene presentato come una tutela rafforzata, ma la lettura del testo racconta sicuramente una realtà diversa. In caso di mancato accordo, il Parlamento può comunque procedere a maggioranza assoluta. Questo significa che non esiste un vero diritto di veto e non esiste una reale parità tra Stato e autonomie speciali. Lo Statuto resta modificabile unilateralmente, seppure con una soglia rafforzata che incide sulla forma, ma non sulla sostanza.
A questa criticità se ne aggiunge un'altra, spesso sottovalutata. Nel testo non è prevista una clausola di maggior favore esplicita che garantisca la salvaguardia dei livelli di autonomia già riconosciuti, come sappiamo, a seguito della riforma del Titolo V del 2001. In mancanza di questa garanzia, la riforma rischia di cristallizzare l'autonomia in un assetto che potrebbe risultare persino meno favorevole rispetto all'evoluzione maturata negli ultimi 20 anni.
In conclusione, signor Presidente, qui non è in discussione il valore dell'autonomia speciale, ma la sua effettività. Un'autonomia che vive nella definizione, ma resta compressa da limiti indefiniti, competenze ridotte e procedure sbilanciate non è certamente un'autonomia rafforzata, è un'autonomia formale aggiornata, ma sostanzialmente invariata. Se davvero si vuole parlare di riforma storica, occorre il coraggio di incidere su nodi strutturali, superare le clausole che hanno consentito uno svuotamento progressivo delle competenze e riconoscere un ruolo realmente paritario alle autonomie speciali nelle decisioni che le riguardano. Diversamente, questa riforma resterà solamente un'operazione meramente linguistica: cambiano le parole, ma non cambiano i rapporti di forza. Un'autonomia che non cambia nella sostanza prima o poi rischia di perdere anche la sua legittimazione politica. (Applausi).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Durnwalder.
DURNWALDER, relatore. Signor Presidente, intervengo per una breve replica.
Vorrei ricordare che il testo che oggi stiamo per votare è il risultato di un lungo dibattito con il coinvolgimento di tutti i partiti politici a livello locale, con molti pareri di esperti in materia e tavoli tecnici. È un testo ben ponderato.
Sento dire che è una riforma solo formale. Come territorio locale, noi siamo contenti di questa riforma, che per noi è molto utile e sostanziale, anche in vista della specificazione di molte delle competenze statutarie e ampliamenti di competenze (penso ai rifiuti, all'ambiente e all'ecosistema), anche per prevenire futuri conflitti tra Stato e Province per la restituzione delle competenze che sono state via via eliminate o modificate dalla giurisprudenza della Corte costituzionale rispetto agli standard del 1992.
Vorrei ringraziare il ministro Calderoli in prima persona che si è fatto attore anche di questa riforma. Lo ringraziamo veramente e ribadisco che riteniamo questa riforma veramente essenziale per il nostro territorio.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore De Priamo.
DE PRIAMO, relatore. Signor Presidente, al contrario di quanto sostanzialmente rilevato dai colleghi intervenuti in discussione generale, riteniamo questa riforma molto importante.
È un riordino complessivo di competenze su un tema, quello dello Statuto speciale del Trentino-Alto Adige, che rappresenta un'autonomia speciale nelle autonomie speciali, andando a riattribuire al territorio delle competenze, ad esempio in materia ambientale, che a nostro avviso è giusto che siano autodeterminate. Allo stesso tempo, si superano alcune norme antistoriche che vanno anche ad armonizzare i rapporti tra i diversi gruppi linguistici nell'ottica del dettato costituzionale e di quello europeo; ad esempio, si supera quella norma che impediva a un gruppo linguistico monogruppo di entrare in Giunta e che spesso penalizzava la componente di lingua italiana, e si modifica la norma che impediva per quattro anni l'elettorato attivo a un residente in particolar modo nella Provincia di Bolzano, portando il limite a due anni. Sostanzialmente si mantiene il principio dell'interesse nazionale, il ruolo primario e sovrano del Parlamento per le modifiche, ma allo stesso tempo si trova, come dicevo, un giusto punto di equilibrio e un giusto riconoscimento dell'autonomia, della particolarità del territorio e della dovuta attenzione alle minoranze linguistiche.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la relatrice, senatrice Testor.
TESTOR, relatrice. Signor Presidente, innanzitutto voglio ringraziare il ministro Calderoli per il grande lavoro svolto e per l'intesa raggiunta con il tavolo tecnico, come già citato dai colleghi Durnwalder e De Priamo, per essere riusciti a conciliare le modifiche. Come è stato ricordato prima, con la modifica del Titolo V del 2001 alcune sentenze hanno eroso competenze, ma di fatto la cosa importante è che sono state concesse nuove competenze. Questa credo sia anche una dimostrazione di come l'autonomia sia soprattutto un modello da replicare all'interno delle altre Regioni che in questo momento sono a statuto ordinario. Autonomia significa responsabilità e vicinanza ai cittadini; significa avvicinare le decisioni alle istanze dei cittadini. Questo è il percorso che il ministro Calderoli, insieme al Governo di centrodestra, vuole compiere.
Voglio anche sottolineare una cosa, visto che è stata più volte citata oggi l'importanza delle minoranze linguistiche. Oggi Alcide De Gasperi sarebbe contento di vedere che al tavolo dei relatori, dove vengono effettuate le modifiche dello Statuto, sono rappresentate le tre minoranze linguistiche che sono insite nei territori del Trentino-Alto Adige: la ladina, la germanofona e il gruppo di minoranza italiana. Era il 2017 la prima volta in cui sono stata in Parlamento, quando sono state effettuate le modifiche statutarie del 2017 proprio a tutela e a garanzia della minoranza ladina. Allora io ero Procuradora e devo dire che avevo ascoltato con grande entusiasmo il Parlamento parlare di un territorio così specifico. Alle volte, proprio audendo le persone all'interno del Senato, mi rendo conto che un territorio si conosce perché se ne legge, ma un territorio bisogna viverlo per comprenderne le necessità. Credo che il Ministro abbia fatto un grande percorso proprio per comprendere le esigenze del territorio e per metterle nero su bianco, affinché il Trentino-Alto Adige/Südtirol possa essere quella terra di esempio per tutte le altre Regioni a statuto ordinario. (Applausi).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
CALDEROLI, ministro per gli affari regionali e le autonomie. Signor Presidente, intervengo pochi minuti per fare qualche riflessione con un breve cenno di storia.
Questo progetto nasce da un incontro alla Conferenza delle Regioni, alla presenza del presidente Meloni, quando il Presidente e i Presidenti di tutte le Regioni a Statuto speciale hanno presentato un disegno di legge unico in cui si rivedevano tutti gli Statuti delle Regioni a Statuto speciale. Con la Presidente e con i Ministri interessati abbiamo deciso invece di procedere non con un progetto unico, ma con singoli progetti rispetto ad ogni specifica realtà. Così è stato.
Ricordava il senatore Durnwalder il lavoro che è stato fatto con la delegazione trattante della Provincia di Trento, con quella di Bolzano, con la Commissione paritetica, con un ampio contributo di esperti. Il punto di arrivo, richiesto da parte di tutti, era il reintegro dei livelli di autonomia antecedenti alla riforma del Titolo V del 2001. Come lo abbiamo raggiunto? Ristabilendo definitivamente e mettendo per iscritto che le competenze legislative sono esclusive, rimuovendo i vincoli che avevano determinato un eccesso di zelo di taluni rispetto alla limitazione dell'autonomia di queste Province, aumentando il numero delle Province e mettendoci anche quell'intesa, per la prima volta dopo la prima lettura conforme di Camera e Senato: il consiglio provinciale deve stabilire, o meglio i consigli provinciali.
Altrettanto credo sia da sottolineare il riequilibrio dei diritti rispetto alle varie componenti linguistiche. L'abbiamo realizzato intervenendo sull'elettorato attivo, sulla composizione della Giunta provinciale e sulla composizione delle Giunte comunali dei piccoli Comuni. Abbiamo aumentato e rafforzato il ruolo della Commissione paritetica. Devo dire che era stato mio impegno, dopo la prima lettura conforme che mi auguro quest'oggi si potrà realizzare, procedere anche con il confronto delle delegazioni trattanti. Partiremo probabilmente dalla Val d'Aosta e dal Friuli.
A tutti coloro che invece sono contrari all'autonomia posso rivolgere solo un invito: provate ad andare a vedere come si vive in quelle Regioni che ho citato e poi, se non siete ciechi, cambierete idea. (Applausi).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto di istruzione superiore «Matilde Serao» di Pomigliano d'Arco, in provincia di Napoli, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1670 (ore 12,26)
PRESIDENTE. Passiamo all'esame del disegno di legge costituzionale n. 1670, composto del solo articolo 1, nel testo approvato dalla Camera dei deputati, sul quale sono stati presentati emendamenti e ordini del giorno che si intendono illustrati e su cui invito i relatori e il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
DE PRIAMO, relatore. Signor Presidente, esprimo parere contrario su tutti gli emendamenti.
CALDEROLI, ministro per gli affari regionali e le autonomie. Signor Presidente, esprimo parere conforme a quello del relatore.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 1.1, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.2, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.3, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.4, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.5, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.6, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.7, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.8, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.9, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.10, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti la prima parte dell'emendamento 1.11, presentato dalla senatrice Naturale e da altri senatori, fino alle parole: «29-bis».
Non è approvata.
Risultano pertanto preclusi la restante parte e l'emendamento 1.12.
Passiamo alla votazione dell'emendamento 1.13.
SIRONI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SIRONI (M5S). Signora Presidente, intervengo anche in relazione al precedente emendamento 1.11, sul quale non ho fatto in tempo a intervenire. Qua fondamentalmente la Regione si attribuisce competenze in materia di ambiente e in materia di gestione della fauna selvatica. Ora, sappiamo che l'articolo 9 della Costituzione prevede la tutela dell'ambiente, che pertanto è un patrimonio comune di tutti gli italiani. Consentire che una singola Regione gestisca l'ambiente, per quanto di rilevanza provinciale, in modo autonomo è inammissibile, nel senso che l'ambiente è patrimonio di tutti gli italiani e deve essere gestito chiaramente a livello statale.
Sappiamo benissimo cosa accade in questa Regione, con particolare riferimento alla gestione della fauna selvatica e degli orsi nel caso specifico: il governatore è in netta contrapposizione con le associazioni ambientaliste di tutela della fauna selvatica e più di una volta è intervenuto con decisioni circa gli abbattimenti di esemplari di orsi sotto tutela. Sarebbe meglio che il governatore si occupasse in modo adeguato della messa a terra del patto che è stato fatto a livello europeo per la gestione degli orsi, quindi che implementasse tutte le azioni necessarie alla gestione di questa situazione che indubbiamente può creare problemi se non vengono implementate tutte le misure che il progetto Life Ursus prevedeva, come quella sui cassonetti a prova d'orso, che sono state pianificati per il 2028 anziché nell'immediatezza e tutta un'altra serie di misure come i corridoi ecologici e la piantumazione di alberi da frutto nelle aree più interne.
In realtà, non sono d'accordo su questa attribuzione di competenze alla Regione a Statuto speciale, perché va a mortificare il patrimonio comune di tutti gli italiani, con una gestione anche a livello di sicurezza che non ritengo debba rientrare nelle competenze del governatore ma, diversamente, in quelle dello Stato.
Le normative europee, poi, vengono recepite dallo Stato, il quale dà attuazione con una norma specifica, ma la Regione non può rendersi interprete della direttiva se non secondo il testo stabilito a livello statale.
Esprimo pertanto il mio voto favorevole all'emendamento. (Applausi).
Presidenza del vice presidente CASTELLONE (ore 12,31)
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 1.13, presentato dalla senatrice Sironi e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.14, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.15, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.16, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.17, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.18, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.19, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.20, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori, identico all'emendamento 1.21, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.22, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.23, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.24, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.25, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.26, presentato dal senatore Giorgis e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 1.27, presentato dalla senatrice Maiorino e da altri senatori.
Non è approvato.
Presidenza del presidente LA RUSSA (ore 12,34)
Sulla scomparsa di Cesare Cursi
PRESIDENTE. (Il Presidente e l'Assemblea si levano in piedi). Onorevoli colleghi, il 15 novembre scorso è venuto a mancare l'ex senatore Cesare Cursi, che è stato un avvocato, un politico, un uomo delle istituzioni.
Io ho conosciuto molto bene Cesare Cursi, l'ho stimato e apprezzato per la sua moderazione e per la sua intelligenza. Era entrato alla Camera dei deputati nel 1987 tra le fila della Democrazia Cristiana; poi è stato deputato per due legislature e per tre volte senatore. Era entrato come espressione di un'area importante della DC, amico di Amintore Fanfani, di cui è stato uno dei collaboratori più stretti. Dopo lo scioglimento della DC, Cursi aderì ad Alleanza Nazionale ed è in quella veste che io ho avuto l'onore e il piacere di conoscerlo.
Nella XIV legislatura fu eletto al Senato, di cui è stato componente per tre legislature, come dicevo, e dove è stato anche Presidente della Commissione industria, commercio e turismo. Tutte le forze politiche - io lo ricordo bene - hanno avuto stima e apprezzamento per il suo modo corretto, cortese, moderato, esemplare di fare politica. I tanti attestati di stima, affetto e cordoglio bipartisan che hanno reso omaggio alla sua figura e al suo ruolo testimoniano come ha lasciato in tutti noi una preziosa eredità di impegno civile e politico.
Rinnovo alla famiglia, agli amici del senatore Cursi, anche a nome mio personale e di tutto il Senato, un commosso sentimento di vicinanza e di cordoglio e mi permetto di invitare l'Assemblea a osservare qualche attimo di silenzio in sua memoria. (L'Assemblea osserva un minuto di silenzio). (Applausi).
GASPARRI (FI-BP-PPE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, la ringrazio per le sue parole e per la decisione che l'Assemblea, com'era doveroso, ricordasse Cesare Cursi. Molti dei colleghi di questa legislatura non hanno forse avuto modo non solo di collaborare con Cesare, ma di conoscerne l'impegno politico che lei ha ricordato con le sue parole. In primo luogo desidero, a nome del Gruppo di Forza Italia, rinnovare il nostro cordoglio alla moglie Elia, alle figlie Daniela e Veronica, al genero Luca, ai nipoti Alberto, Cesare e Lorenzo.
Il percorso politico di Cesare Cursi, che lei ha ricordato, è stato sempre improntato alla coerenza, nella diversità dei soggetti politici di cui è stato esponente di primo piano. Lei ha ricordato il suo impegno parlamentare con la Democrazia Cristiana alla Camera dei deputati; uomo legatissimo a un protagonista della vita politica italiana e mi permetto di dire anche del Senato della Repubblica, come il senatore Amintore Fanfani.
Ho conosciuto Cesare e ho potuto considerarlo un amico fino agli ultimi momenti della sua vita, perché era sempre prodigo di consigli e di commenti su un intervento in Assemblea, su un dibattito pubblico che seguiva con passione. Cesare era stato un impegnato e giovane collaboratore di Amintore Fanfani, che ha rappresentato nella storia politica del dopoguerra posizioni che oggi non esiteremo a definire conservatrici, di buonsenso, cattoliche. Poi, quando nacque Alleanza Nazionale, dopo una fase tumultuosa della vita politica italiana, ne fu tra i promotori e contribuì a connotare quella nascente creatura politica, facendo sì che, accanto alle espressioni politiche della destra, un mondo cattolico, un mondo di un'area di centro, avesse un ruolo di primo piano.
Cesare era già stato nel Governo Amato come Sottosegretario, ma poi, in quella fase politica del centrodestra, svolse nuovamente funzioni di Governo come Sottosegretario alla salute nei Governi Berlusconi II e III. Fu esponente di primo piano del Gruppo Il Popolo della Libertà, ci cui io stesso ero Capogruppo in quella legislatura; fu Presidente della Commissione industria.
Come ha ricordato il presidente La Russa, Cesare è sempre stato disponibile al colloquio con le categorie, con gli operatori della sanità, dell'impresa e della politica. Alla provincia di Roma fece l'assessore in una fase di transizione importante. Quindi, si tratta veramente di una persona che ha amato la politica, che ha interpretato con grande passione. È stato costruttore di politica in varie stagioni, che ho voluto ricordare, a cavallo di un passaggio tra una fase politica e l'altra.
Io ricordo sempre nel suo ufficio in piazza della Maddalena, però, il ritratto di Fanfani, perché lui non ha mai reciso quella radice identitaria. Questo va a suo vanto, perché Fanfani, che noi tutti ricordiamo e di cui il Senato onora la figura, qui ha segnato epoche importanti. Cesare ha sempre coltivato quell'appartenenza. Quindi coerenza, pur nel dinamismo della costruzione politica.
Concludo rinnovando il cordoglio del Gruppo Forza Italia. Egli fu collaboratore nei Governi Berlusconi, in quella fase politica che per noi è molto cara e per questo rinnovo, in particolare a Lia, ma a tutti i familiari, la nostra partecipazione. Era giusto che l'Aula ricordasse un buon politico, un saggio politico, un costruttore di buona politica come Cesare Cursi, al quale rivolgiamo il nostro pensiero commosso. (Applausi).
LOSACCO (PD-IDP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LOSACCO (PD-IDP). Signor Presidente, anche il Gruppo Partito Democratico si unisce al cordoglio e al ricordo del senatore Cesare Cursi, rinnovando la sua vicinanza ai suoi familiari e a quanti ne hanno condiviso il lungo percorso umano e politico.
Come è stato ricordato anche dal presidente La Russa e dal senatore Gasparri, Cesare Cursi ha ricoperto incarichi di rilievo nelle istituzioni della Repubblica. È stato Sottosegretario nel Governo Berlusconi, parlamentare in più legislature e in gioventù stretto collaboratore di Amintore Fanfani in una fase storica che ha segnato profondamente la vita politica del nostro Paese.
Cursi apparteneva a quei democristiani che, nella diaspora dello scudo crociato, scelsero di guardare a destra, nel suo caso ad Alleanza Nazionale; una scelta che non intaccò l'impronta politica e culturale che aveva maturato negli anni della sua formazione. Quella impronta da moderato cresciuto alla scuola politica della Democrazia Cristiana continuò a emergere con chiarezza nel corso di tutta la sua esperienza parlamentare.
Non è un caso che, nei numerosi ricordi che si sono susseguiti dopo la sua scomparsa, tornino costantemente gli stessi tratti distintivi: profondo rispetto per le istituzioni, il senso dell'equilibrio, il forte radicamento nel territorio, la disponibilità al confronto e la ricerca del dialogo anche con gli avversari politici; valori che non erano solo dichiarati, ma praticati; valori maturati nel tempo, che hanno rappresentato la cifra riconoscibile e coerente dell'intero percorso politico di Cesare Cursi.
Anche nei momenti di polemica più aspra, Cursi è stato sempre un avversario leale; leale perché credeva nel primato della politica, nella sua funzione alta, nell'idea che il confronto democratico possa essere anche duro, ma che non debba mai venir meno il rispetto dell'altro, delle sue idee, della sua dignità. Cesare Cursi aveva, inoltre, la convinzione profonda che il Parlamento fosse il luogo centrale della rappresentanza democratica e dell'esercizio dell'azione politica; una convinzione dimostrata non solo a parole, ma anche nei fatti. Nella XII legislatura, infatti, si distinse come il parlamentare più attivo, presentando ben 106 progetti di legge: numero imponente, che testimonia una concezione alta e responsabile del ruolo parlamentare e della centralità delle istituzioni nel nostro ordinamento democratico.
Per tutte queste ragioni, oggi salutiamo un avversario leale, uno di quelli con cui era importante e utile confrontarsi. E lo facciamo rinnovando il nostro cordoglio ai suoi familiari, a quanti hanno condiviso con lui la militanza, l'impegno politico, e a tutti coloro che in lui hanno trovato un punto di riferimento umano e istituzionale. (Applausi).
Saluto a una rappresentanza diplomatica cinese
PRESIDENTE. Rivolgo con piacere il saluto, anche a nome dell'Assemblea, alla delegazione diplomatica cinese, che è guidata dal vice capo del Dipartimento esteri Ma Hui. Grazie e buona visita del Senato. (Applausi).
Sulla scomparsa di Cesare Cursi
MENNUNI (FdI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MENNUNI (FdI). Signor Presidente è con una certa emozione che vorrei rivolgere un pensiero alla grande figura di Cesare Cursi. Cesare Cursi è stato - come richiamato da chi mi ha preceduto - un politico di grandissima esperienza, oltre a essere un avvocato cassazionista, deputato più volte, senatore più volte, presidente della Commissione commercio e industria, sottosegretario in ambiti delicati e importantissimi, come i trasporti e la salute.
Soprattutto, vi è un elemento che vorrei ricordare in virtù della conoscenza personale, probabilmente anche perché ho sempre esercitato la mia attività politica a Roma e lui era nato a Roma ed era profondamente romano: quella grande capacità che aveva, forse perché formato da una generazione politica precedente rispetto alla nostra, quella grande attenzione non soltanto e giustamente all'istituzione e al servizio per l'istituzione, ma anche al ruolo che la politica aveva, ha e deve avere sempre di più, di rappresentanza della popolazione.
Lui era autenticamente un servitore del popolo italiano. Io ricordo quell'ufficio, che è stato richiamato prima da qualcuno, di Piazza della Maddalena, dove eravamo sempre coinvolti, dove egli ascoltava le categorie, dove ascoltava i comitati di quartiere. Ricordo le grandi campagne elettorali che abbiamo potuto svolgere fianco a fianco nelle piazze, nei centri più disparati, nelle periferie della città, anche quando lui era certo di essere eletto, anche quando lui sapeva che il suo nome era lì e che sarebbe stato senz'altro eletto. (Applausi). Lui lo faceva anche per portare avanti la classe dirigente di noi che all'epoca eravamo giovani, che ci candidavamo al municipio o al Comune di Roma, perché lui credeva nella bontà dell'istituzione e nel fatto che la sua comunità dovesse avere rappresentanti in tutte le sedi istituzionali per far sì che le risposte potessero arrivare il più prontamente e velocemente possibile a ogni singola persona, a ogni singolo elettore.
Allora, quella generosità, che deve contraddistinguere quella politica alta cui io spero davvero che si riesca tutti insieme, sempre più, a tornare, faceva sì che anche la sua famiglia - è qui e la saluto - fosse posta al centro di quella comunità. Vorrei veramente rivolgere un ringraziamento alla moglie Lia, perché fondò un'associazione importante, Movimento Donna, una grande associazione femminile della città che ancora oggi opera, con la sua presidente Elda Turco Bulgherini, con Floriana De Felice e tante care amiche. Voglio ringraziare le figlie Daniela e Veronica, che ovviamente, respirando quella politica in famiglia, a casa e nella comunità, si sono dedicate al giornalismo. Quindi, di fatto, anche loro sono state e sono ancora oggi protagoniste di quella società civile per la quale ancora oggi voglio rivolgere un sentito ringraziamento al nostro caro Cesare Cursi, che ha lavorato bene in vita e di cui spero che potremo portare avanti e proseguire il lavoro anche nel futuro. (Applausi).
GARAVAGLIA (LSP-PSd'Az). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GARAVAGLIA (LSP-PSd'Az). Signor Presidente, esprimo un veloce ricordo personale di Cesare Cursi, di cui ricordiamo la gentilezza della persona e la curiosità. Capitava spessissimo, quando faceva un'intervista o magari andava in televisione, che ti chiamasse il giorno dopo per avere il commento del giorno e per sapere che cosa stesse succedendo e cosa bollisse in pentola. Quindi, la curiosità e la passione per Roma: lui è stato un protagonista del periodo dell'istituzione di Roma Capitale, ha amato questa città e ha onorato il Senato. (Applausi).
PRESIDENTE. Rinnovo il cordoglio e l'amicizia alla famiglia di Cesare Cursi, che siamo onorati di avere qui in Senato. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1670 (ore 12,49)
Presidenza del vice presidente CASTELLONE
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale.
DURNWALDER (Aut (SVP-PATT, Cb)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DURNWALDER (Aut (SVP-PATT, Cb)). Signor Presidente, oggi siamo chiamati a discutere una legge costituzionale di grande importanza per i due territori che rappresentiamo, una tappa significativa nel cammino della nostra autonomia; un'autonomia che - come ci hanno insegnato uomini come Roland Riz - non va difesa come un vessillo vuoto o un cristallo da custodire sotto una teca. L'autonomia è un corpo vivo e in costante rinnovamento, un processo dinamico capace di adattarsi alle trasformazioni e alle sfide del presente.
Da qui la riforma che oggi esaminiamo, un intervento reso necessario da un quadro economico, sociale e istituzionale profondamente mutato nel corso del tempo. I suoi punti qualificanti sono: il recupero delle competenze perdute; una definizione più puntuale dei limiti della potestà legislativa, per prevenire conflitti e contenziosi tra le Province e lo Stato centrale; l'ampliamento delle funzioni delle commissioni paritetiche; maggiori forme di partecipazione e nuove garanzie nella procedura di modifica dello Statuto speciale; il rafforzamento delle tutele linguistiche e il consolidamento della parità tra le lingue.
La nostra Autonomia attendeva da tempo un adeguamento di questa portata, per colmare soprattutto le criticità emerse dopo la riforma del Titolo V della Costituzione dell'anno 2001: il progressivo svuotamento degli standard di autonomia raggiunti nell'anno 1992, sulla base dei quali era stata rilasciata la quietanza liberatoria, e l'aumento esponenziale dei conflitti e dei contenziosi, con il conseguente clima di incertezza giuridica, percepito non solo dalle istituzioni, ma anche dal mondo produttivo e dai cittadini.
Come sapete, abbiamo fortemente voluto questa riforma. E l'abbiamo voluta perché crediamo in un'autonomia sostanziale, capace di modellare politiche adeguate alle peculiarità del nostro territorio e della sua storia. L'abbiamo voluta perché vogliamo assumerci le responsabilità delle scelte, a volte anche difficili, che comunque è necessario compiere. L'abbiamo voluta perché crediamo nell'autonomia, come fattore non di divisione, ma di unione, nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità.
Per questo guardiamo ai molti aspetti positivi della riforma, pur consapevoli che vi sono anche elementi delicati, che richiederanno attenzione e vigilanza. È rimasto l'interesse nazionale come limite delle competenze legislative delle Province, anche se eliminato per le Regioni a statuto ordinario, nell'articolo 117, primo comma, della Costituzione.
Il nuovo principio dell'intesa rappresenta un nodo sensibile; benché mitigato da specifiche garanzie, resta un meccanismo che impone prudenza e che auspichiamo non diventi mai una scorciatoia per aggirare il confronto.
Altro punto delicato riguarda alcune formulazioni volte ad armonizzare competenze statali e provinciali; affidate a mani meno sensibili, potrebbero tradursi in interpretazioni restrittive, capaci di ridurre lo spazio autonomistico.
Molto dunque dipenderà dall'attuazione di questa riforma, dalle norme, dai decreti, dalle risorse, dalle volontà politiche. Per questo continueremo a vigilare affinché lo spirito della riforma sia rispettato, esercitando appieno il nostro ruolo di garanti politici e istituzionali dell'autonomia.
In prima lettura, alla Camera, la riforma ha ottenuto un consenso ampio, senza alcun voto contrario. Desidero, quindi, ringraziare tutte le forze politiche che hanno colto il senso e il valore. Ringrazio in particolare il Governo e soprattutto la presidente Meloni per aver mantenuto gli impegni assunti in occasione dell'illustrazione delle linee programmatiche. Un ringraziamento speciale va al ministro Calderoli, da sempre attento alle Autonomie speciali, che si è speso in prima persona per portare tempestivamente questo testo all'approvazione parlamentare.
Ringrazio anche il ministro Tajani per la sua vicinanza e per il costante richiamo, anche oltre confine, al modello positivo dell'Alto Adige Südtirol in termini di convivenza, crescita e sviluppo. Siamo certi del suo appoggio anche per il previsto passaggio internazionale, come da prassi ormai consolidata.
Presidente, vi sono stati anni, non lontani, in cui la nostra Autonomia veniva descritta come un privilegio intollerabile; anni attraversati da un doppio vento, quello populista e quello centralista, che metteva in discussione la ragion d'essere dell'Autonomia speciale, i suoi fondamenti storici, i suoi riferimenti internazionali e i suoi risultati indiscutibili in termini di sviluppo sociale ed economico. Quel vento si è sopito e noi lavoreremo perché non ritorni, spiegando sempre le ragioni e i valori della nostra autonomia.
È grazie all'autonomia se un territorio montano, disagiato e poverissimo è diventato uno dei più prosperi, solidali e moderni d'Europa. È grazie all'autonomia se l'Alto Adige/Südtirol è diventato un modello virtuoso di tutela delle minoranze linguistiche e di risoluzione pacifica dei conflitti. È grazie all'autonomia se oggi si possono costruire politiche di prossimità secondo quei principi di sussidiarietà che meglio rispondono alle attese e ai bisogni dei cittadini. Per questo continueremo a difenderla, valorizzarla e a farne ogni giorno uno strumento al servizio del buon governo e del bene comune.
Con questo spirito, annuncio il voto favorevole del Gruppo Per le Autonomie. (Applausi).
BORGHI Enrico (IV-C-RE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BORGHI Enrico (IV-C-RE). Signor Presidente, la discussione su un disegno di legge costituzionale è per noi innanzi tutto una modalità di approccio diversa rispetto alla naturale e quasi scontata dialettica tra maggioranze e opposizioni. Per noi, quando si discute un disegno di legge costituzionale, bisogna recuperare lo spirito originario dei Costituenti, che nel 1946 alla mattina svolgevano nell'Assemblea costituente una dialettica parlamentare anche molto serrata, ma poi al pomeriggio si ritrovavano insieme per scrivere le regole fondamentali. Questo è lo spirito con cui noi ci siamo approcciati, in linea generale, a tutte le riforme costituzionali, dovendo rilevare che non sempre - purtroppo - da parte della maggioranza vi è stato questo tipo di filosofia.
Questa discussione di merito acquisisce un ulteriore valore da questo punto di vista, perché non dobbiamo mai dimenticarci che l'autonomia di cui oggi discutiamo discende direttamente dalla Costituzione del 1946, da un accordo internazionale fra Austria e Italia, da un percorso - il famoso accordo De Gasperi-Gruber - che ha consentito di costruire un modello che ha fatto scuola e che potrebbe essere portato anche ad esempio per altre circostanze e altri contesti.
Il Trentino-Alto Adige non è molto distante dai Balcani. Pensiamo che cosa si sarebbe potuto fare in quel contesto se fossero stati mutuati gli istituti, gli elementi e lo spirito con cui nella nostra Costituzione è stato introdotto questo tipo di prerogativa. Pensiamo anche a cosa sarebbe potuto essere - e che purtroppo non è stato - in quella riunione alla Prefettura di Milano del 2015, quando l'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi propose, in intesa con i vertici del G7, al presidente ucraino Petro Porošenko e al presidente russo Vladimir Putin di utilizzare il modello dell'Alto Adige come possibile soluzione per le vicende connesse alla Crimea, al Lugansk e al Donbass. Allora non venne seguita questa strada ed è la dimostrazione pratica, concreta e tangibile di come è possibile o non possibile risolvere importanti controversie a seconda delle soluzioni che si mettono in campo e della volontà politica che le ispira.
Per questa ragione, per noi è importante proseguire nel solco di questo che - possiamo definirlo con il suo nome - è una sorta di aggiornamento degli strumenti e ben lungi rispetto al cosiddetto terzo tempo dello Statuto, un tema che è stato discusso anche a lungo in quel contesto e perimetro.
E noi abbiamo partecipato fattualmente e storicamente alla riforma del Titolo V della Costituzione, che ha consentito l'introduzione di un elemento lessicale non del tutto banale come l'introduzione della peculiarità del nome "Südtirol" all'interno della nostra Costituzione. La Costituzione originaria del 1946, infatti, descriveva quel contesto territoriale esclusivamente con la dizione nazionalista di Alto Adige, quando in realtà quello è un territorio che è sempre stato geograficamente, identitariamente e culturalmente definito come Südtirol.
Attorno a questo tema, il fatto che la Provincia autonoma di Trento abbia avuto la propria previsione e la propria copertura è nella direzione di quello che cercavo di descrivere: per noi quell'autonomia ha un valore, un'importanza, e la modalità con la quale si è lavorato al suo aggiornamento può trovare un punto di convergenza e di caduta. E ciò anche perché abbiamo, da questo punto di vista - mi fa piacere che il collega Patton lo abbia ricordato in precedenza, in discussione generale - cooperato con i Governi Letta, Renzi e Gentiloni, per andare nella direzione che qui viene contenuta dal punto di vista delle nuove intese finanziarie e delle nuove norme di attuazione. Una misura che va nella direzione di tentare di eliminare o quantomeno di contenere alla radice i contenziosi è comunque una misura che deve essere sempre salutata con favore e positività (Applausi), perché da questo punto di vista noi siamo andati in overdose. Quindi, trovare uno strumento che possa consentire una operazione di questa natura è sicuramente importante, anche se noi sappiamo perfettamente che non tutto è circoscrivibile esclusivamente al rango delle norme. Vi è una volontà politica sottesa, da questo punto di vista, che deve essere ribadita in questo concetto e in questo contesto, e cioè il fatto che alle norme seguano poi le prassi e le modalità attuative, altrimenti il rischio è che ci si fermi esclusivamente dal punto di vista della definizione di un pur importante perimetro giuridico.
Rispetto ai contenuti, signora Presidente, vorrei sottolineare un elemento che pone un tema di carattere generale, da questo punto di vista, per l'intero territorio nazionale. È importante - secondo noi - la previsione contenuta all'interno di questo strumento che divide le grandi derivazioni idroelettriche dalle piccole e medie derivazioni a scopo idroelettrico. Questo pone, però, un problema di omogeneità a livello nazionale: l'autonomia di questi territori è importante e può consentire modalità differenti per l'attribuzione tra le piccole e medie derivazioni e le grandi derivazioni, e sappiamo che, proprio su questo punto, la Provincia autonoma di Trento, ad esempio, la pensa in maniera diametralmente opposta rispetto alla Regione Lombardia, ancorché governate dallo stesso partito. Diversamente, rischiamo di trovarci nella condizione di un vestito di Arlecchino a livello nazionale, per cui giustamente le due Province autonome possono avere un loro range e una loro autonomia, ma su tutto il resto del territorio nazionale, avendo costruito una modalità non omogenea, rischiamo di porre un asset importante come quello dell'idroelettrico in una condizione di estrema confusione. Peraltro, essendo oramai vicina la scadenza trentennale del grande allora monopolista e oggi concessionario ENEL, questo è un tema che si pone sempre di più.
Concludo, signora Presidente, sottolineando il fatto che la singolare presenza, anche dal punto di vista della governance, dei gruppi linguistici che - come ricordiamo - in quel territorio sono tre (italiano, tedesco e ladino), è anche un elemento importante di riconoscimento di una peculiarità che, dal nostro punto di vista, deve essere tutelata, salvaguardata e rilanciata. In epoche di massificazione, di nazionalismi e di pretesa di riduzione di tutto ad uno, non ci sembra poco. (Applausi).
BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Signor Presidente, vorrei innanzitutto ringraziare il ministro Calderoli per l'impegno profuso e per essere arrivati oggi tutti insieme a una definizione storica dello Statuto del Trentino-Alto Adige e soprattutto a porre fine - come ho detto nel ricordo del senatore Riz - alla guerriglia fredda che da troppi anni caratterizzava la nostra terra. Questo avviene, paradossalmente, dopo un profluvio di insulti che in campagna elettorale il primo ministro Meloni, che è stato garante invece di questo accordo e ha mantenuto come sempre la promessa - come fa sempre il centrodestra - di portare a buon fine questo Statuto, nonostante appunto in campagna elettorale, con le solite vituperate contrapposizioni e caterve di bugie, veniva dipinta come la solita fascista che chissà cosa avrebbe fatto all'autonomia, così come era stato fatto ovviamente in passato nei confronti di tutti i Governi di centrodestra, nei confronti del ministro Frattini, del ministro La Loggia e chi più ne ha più ne metta.
Vorrei invece sottolineare, consegnando questo al collega Durnwalder, con il quale ci unisce anche unità di visioni politiche, che non c'è mai stato un Governo di centrodestra che ha messo in discussione l'autonomia. (Applausi). Anzi, se c'è qualcuno che ha messo in discussione l'autonomia, e per questo c'è un certo Gruppo che qua si dovrebbe vergognare, è quel qualcuno che nel suo libro "Fuori!", a pagina 41, aveva scritto testualmente: «Mi tatuo in fronte che cancellerò le Regioni a Statuto speciale». (Applausi). E questo qualcuno era il primo ministro Renzi, lo stesso che nella sua riforma costituzionale ha fatto il contrario di quello che è stato fatto in questo disegno di legge, ovvero ha riaccentrato totalmente nelle mani dello Stato le deleghe sulle grandi derivazioni idroelettriche.
Noi facciamo il contrario, nonostante la riforma costituzionale del 2001, anche quella dovuta al centrosinistra, che per soli tre voti, soltanto per doppiare, copiare o rincorrere la Lega del federalismo dell'epoca, varò una riforma costituzionale che ha creato un conflitto interistituzionale ineguagliabile nel Paese, che noi oggi, ancora una volta, con questo disegno di legge vogliamo districare, dando la possibilità alle Province autonome, allo Statuto del Trentino-Alto Adige e ai presidenti delle nostre Province di poter accorpare e ridefinire quelle competenze che erano state peraltro promesse e mai attuate dai Governi del centrosinistra. Ancora una volta i nostri Governi, i Governi a guida del centrodestra, danno la risposta più seria e più concreta a una visione totalmente errata da parte della politica che ha preceduto gli attuali componenti della Südtiroler Volkspartei.
Voglio aggiungere una cosa, però, signor Ministro. Questa riforma poteva essere molto più coraggiosa, perché poniamo fine a questa guerriglia, ma ci sono ancora tante cose da riformare, per arrivare a quello che è veramente il succo, il sogno dello Statuto di autonomia; il succo, il sogno, il DNA, la genesi dell'Accordo Degasperi-Gruber, ovvero la reale convivenza - e non la coesistenza - tra gruppi linguistici in Alto Adige, il rispetto, il riconoscimento reciproco, il valore delle minoranze sul territorio, tutte, senza che qualcuno metta in discussione l'altra. È del tutto evidente infatti - e questo disegno di legge peraltro lo riconosce, dando ai Consigli comunali la possibilità, laddove ci sia un solo eletto, di riconoscere che il consigliere comunale va in maggioranza, va in Giunta - che l'unica vera minoranza sul territorio, in una situazione di autonomia così fortemente decentrata, è quella italiana. Non è un caso, peraltro, che il tedesco si parla da Salorno fino all'estremo nord della Germania, senza soluzione di continuità. È del tutto evidente che oggi la minoranza linguistica tedesca in Italia esiste ed è fortemente tutelata. Quella che semmai non è tutelata - e lo facciamo in questo disegno di legge - è quella italiana.
Dicevo che potevamo essere più coraggiosi, perché oggi, nel 2026, se il presidente Mattarella si dovesse trasferire in Alto Adige e fissarvi la residenza, non potrebbe votare prima che siano trascorsi due anni (fino a ieri gli anni erano quattro). Questo lo trovo francamente, signor Ministro, anacronistico e figlio di quella follia che è andata per fortuna diradandosi negli anni all'interno del nostro Statuto d'autonomia, con queste riforme che - per fortuna - sono avanguardistiche.
Anche in merito al tema della proporzionale etnico-linguistica, qualcuno dice ‑ ma è da comprovare ‑ che oggi difende le quote degli italiani nei posti pubblici. In realtà, vorrei dire ai colleghi che mi hanno preceduta che quello che non sopporto più sono proprio parole come "difendere": non c'è niente da difendere, siamo una comunità unica. Le comunità tedesca, italiana e ladina formano insieme la comunità altoatesina sudtirolese, ormai abbiamo tutti gli stessi problemi del resto d'Italia, dalla sicurezza al carovita. Dobbiamo essere sempre più comunità, non c'è assolutamente nulla da difendere e certamente non c'è da difendersi dal gruppo italiano, come dai Governi e dalle maggioranze politiche di centrodestra.
Ribadisco che la proporzionale etnico-linguistica ‑ signor Ministro, non lo devo insegnare a lei ‑ doveva esaurirsi nel 2000 e invece la portiamo avanti 26 anni dopo, senza una reale motivazione, perché i torti subiti ‑ questo è vero ‑ dalla comunità linguistica tedesca sono stati totalmente sanati da questo punto di vista; anzi le prerogative sono totalmente in favore delle comunità linguistiche tedesca e ladina. Abbiamo fatto anche una riforma dello Statuto che ha riconosciuto pienamente la presenza, come vice presidenti della Giunta provinciale di Bolzano, della comunità ladina. Questa comunità è - a mio parere - quella più sviluppata della mia terra per un altro motivo fondamentale, ovvero per il fatto che è quella più avanti, perché le comunità sia tedesca che italiana stanno perdendo rispettivamente la lingua italiana e tedesca. Al contrario, la comunità ladina avanza perché nelle valli ladine è consentita l'immersione linguistica, per cui i suoi membri parlano perfettamente italiano, tedesco e ladino e saranno loro i figli del futuro della nostra terra; una terra che si dovrebbe aprire all'Italia, come paradossalmente fa l'Austria, mentre noi a volte ancora ci chiudiamo in situazioni anacronistiche come quella verificatasi qualche giorno fa, che mi ha lasciata stupefatta, visto anche quello che stavamo andando a votare in quest'Aula. Un consigliere provinciale dell'estrema destra revanscista sudtirolese si è scagliato contro la richiesta della comunità tedesca di Villandro di avere un educatore italiano nella scuola elementare di quel Comune. Capite che questo va esattamente nel senso opposto allo sviluppo della nostra terra e al futuro. Noi siamo ‑ di questo vorrei che ci sentissimo tutti orgogliosi, colleghi della Südtiroler Volkspartei ‑ un ponte naturale verso quell'Europa così tanto vituperata ‑ Europa, non Governi di centrodestra ‑ che ha sempre detto nei suoi testi che noi siamo contro le sacche di privilegio positivo inteso come territorio appunto fortemente decentrato.
Vorrei anche ricostruire un po' di verità storica. Prima è stato detto da qualcuno che c'è stata una violazione da parte del fascismo in Italia e in Alto Adige. Io sono stata qualche giorno fa ai Musei vaticani e invito tutti a fare una passeggiata nel corridoio delle cartine geografiche: nel 1300 Bolzano era scritto "Balzano" e non "Bozen", non c'era un'altra dizione tedesca; quindi, anche rispetto al tema della toponomastica linguistica è giusto ricostruire le verità storiche. Non è stato Tolomei, brutto, sporco e fascista, ed aver italianizzato i nomi dell'Alto Adige; sicuramente ha fatto un'azione che in quel periodo, ovviamente, non era ascrivibile al periodo fascista, che peraltro non è neanche vero. Tolomei si colloca, infatti, cronologicamente prima dell'epoca fascista e dell'insediamento del Ventennio. In realtà non ha fatto altro che riguardare le carte geografiche del 1300. Ebbi modo, nella propaganda negativa che viene fatta spesso dai media della mia terra, di mostrare una cartina che trovai a casa dell'ambasciatore italiano in Guatemala, che era originario del Friuli-Venezia Giulia, figlio dell'Impero austro-ungarico: una cartina del 1789, e quindi di molti anni precedenti a Tolomei, al fascismo, al Ventennio, in cui Merano era scritto ‑ lo dico alla collega Unterberger che è di Merano - "Merano", tanto per essere chiari. Questo perché la nostra terra è sempre un ponte verso l'Europa, è sempre stata una terra di interscambio, nel Medioevo è stata una terra di mercanti. È stata anche la terra dei Romani: a Bolzano noi abbiamo la Torre Druso, grazie a un romano che ha portato la cultura italica del 38 avanti Cristo, tanto per essere chiari.
Tutte queste cose vanno quindi riconosciute da un punto di vista storico e anche abbandonate. Io le ricordo per dire di superarle, per guardare al futuro. Il disegno di legge che noi ci apprestiamo ad approvare segna esattamente quel futuro che io, da quando faccio politica nella mia terra, auspico e sogno: una comunità che si senta pienamente italiana, sudtirolese; una comunità della convivenza, plurilingue e che guarda al futuro della nostra Europa e del nostro mondo, per il quale sia d'esempio, come è già stato.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Signora Presidente, rapidamente annuncio il voto di astensione del Gruppo parlamentare a cui appartengo, perché crediamo che si debba perlomeno cercare di tenere insieme il riconoscimento, da una parte, di alcuni elementi di merito che ci sono, ma anche segnalare alcune criticità che noi continuiamo a rilevare anche in questo provvedimento e che peraltro fanno parte non semplicemente dell'aspetto di cui stiamo discutendo oggi, ma di una vera e propria tendenza, che non è nuova e che però anche questo disegno di legge finisce con il rafforzare.
Mi riferisco, cioè, allo spostamento progressivo di prerogative e di funzioni - avviene in realtà da molti anni a questa parte - dalle assemblee rappresentative e quindi, per esempio, i Consigli provinciali e regionali, verso gli organi esecutivi, cioè le Giunte. Si tratta - secondo noi - di un processo che indebolisce il ruolo dei Consigli; riduce gli spazi di confronto democratico; comprime la funzione di indirizzo e di controllo, che invece dovrebbe essere propria delle Assemblee elette. Lo sapete - lo dico innanzitutto al Ministro e ai miei colleghi di Commissione, e ne parlo tante volte nelle sedute della 1a Commissione - che è una deriva, questa, che il mio Gruppo considera estremamente pericolosa che va nella direzione non di un rafforzamento della democrazia, ma invece di una sua marginalizzazione.
Desidero anche dire, perché anche questo è un aspetto dal nostro punto di vista negativo, che condividiamo alcune preoccupazioni che abbiamo già ascoltato anche in discussione generale e in Commissione da altri colleghi, in particolare su un punto importante, che è la gestione della fauna selvatica. Questo è un tema delicato che incrocia la tutela dell'ambiente, la sicurezza delle persone, le attività agricole, l'equilibrio degli ecosistemi. Noi crediamo - peraltro non da oggi, perché ne abbiamo parlato già più volte in quest'Aula - che affrontare questa questione in maniera frammentata, oppure affrontarla in maniera sbilanciata, rischia di produrre effetti negativi e conflitti sui territori, ma senza offrire soluzioni efficaci.
Allora, più in generale, vorrei anche osservare - anche in questo caso non è certo la prima volta - che ogni volta che si discutono provvedimenti che riguardano le autonomie territoriali viene sempre richiamata la riforma del Titolo V della Costituzione, quasi come se fosse una spiegazione universale di tutti i problemi. Eppure, vorrei ricordare al Governo e alla maggioranza di centrodestra, che si ripara spesso dietro quella decisione sbagliata che fu presa in quel caso dal centrosinistra del 2001, che da quella riforma sono passati ventiquattro anni e non è che nel frattempo non sia successo niente. In questa legislatura - tanto per dirne una - sono state esaminate e respinte, esattamente dalla maggioranza di centrodestra, proposte legislative volte a superare l'impianto del Titolo V, anche alcune iniziative di rilievo, per esempio una proposta di iniziativa popolare che in quest'Aula abbiamo archiviato, in un periodo di tempo che è andato più o meno dalle 24 alle 48 ore. Allora, invece di invocare ogni volta la revisione del Titolo V della Costituzione, senza però avere la volontà politica di affrontarla, questa cosa rischia davvero di apparire come un artificio retorico, piuttosto che come una concreta prospettiva di riforma.
Anche per queste ragioni, ribadiamo la scelta di astenerci: non perché vogliamo esprimere in questo modo un posizionamento di chiusura, ma perché vogliamo segnalare alcuni elementi di preoccupazione sul metodo e sul merito. Naturalmente continueremo a sostenere quegli interventi che rafforzano la partecipazione democratica, ma continueremo anche, proprio per questa ragione, ad opporci a qualsiasi tentativo di svuotare il ruolo delle assemblee rappresentative e di eludere, attraverso delle scorciatoie, i nodi politici che invece noi pensiamo andrebbero affrontati con maggiore coerenza e anche con qualche serietà. (Applausi).
PAROLI (FI-BP-PPE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PAROLI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, innanzitutto svolgo una considerazione che riguarda i lavori di quest'Aula e del Parlamento tutto rispetto a un ambito come quello del Trentino-Alto Adige che, alla fine, ci vede corrispondere alla volontà dei costituenti e al fatto che il dibattito su un territorio, per quanto autonomo, venga poi affrontato dal Parlamento nazionale.
Io ho potuto sentire gli interventi di tanti colleghi del territorio, che hanno ricostruito anche fasi storiche, cosa che io non farò. Tali fasi hanno visto, comunque, crescere il rapporto in autonomia tra lo Stato italiano, cui appartiene il Trentino-Alto Adige, e questo territorio, che ha fatto dell'autonomia una buona pratica. Questo dobbiamo riconoscerlo e dobbiamo evidenziarlo.
Quella di oggi rappresenta una ulteriore tappa, molto importante, del cammino autonomistico del Trentino-Alto Adige. L'autonomia speciale va riconosciuta come un modello di equilibrio e di responsabilità e questo è quello che oggi facciamo. L'autonomia del Südtirol, in particolare, dimostra come sia possibile la convivenza e lo sviluppo tra gruppi culturali e linguistici differenti. Inviterei i colleghi a non dare tutto ciò per scontato, visto quello che accade nel mondo.
Ora si interviene sullo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige/Südtirol adattandolo a un contesto politico, economico e istituzionale nuovo, perché questo è. Vengono definite più nettamente le competenze tra Stato, Regioni e Province autonome, così da evitare conflitti e contenziosi. Anche questo, ripeto, non diamolo per scontato.
Viene semplificata l'attività amministrativa e ridotte le procedure. Sono rafforzate le tutele linguistiche ed il principio della parità tra le lingue. Si punta a modernizzare le istituzioni, perché anche le regole dell'autonomia hanno bisogno di essere aggiornate e talvolta semplificate. In fondo, dietro l'autonomia c'è la volontà di rendere servizi migliori e più puntuali ai territori e ai cittadini di riferimento.
In questo caso, inoltre, vanno corretti quei passaggi della riforma costituzionale del 2001, già citata da più colleghi, che hanno creato un inutile contenzioso. Ed è necessario consegnare, ai cittadini ed alle imprese che operano sul territorio, regole più coerenti e comprensibili. Anche la comprensibilità delle regole è un fatto da non sottovalutare. È bene, quindi, far continuare, innovandolo, quel patto costituzionale che tiene uniti da decenni il Trentino e l'Alto Adige all'Italia.
Si tratta di territori e di popolazioni laboriose, che si sono trasformate da terra di emigrazione a zone attrattive e di immigrazione. È cresciuta la ricchezza della regione e delle popolazioni che la abitano, in un patto che vede comunque il Trentino-Alto Adige contribuire in modo netto alle finanze dello Stato di cui fa parte. Questo è il frutto di un'efficacia amministrativa e di una capacità organizzativa che vanno riconosciute e che sono state di impulso ad un largo tessuto imprenditoriale, le cui attività sono anche ampiamente conosciute in Italia e nel mondo.
Il modello autonomista ha creato un senso profondo di responsabilità, che ha consentito, altresì, un invidiabile sviluppo infrastrutturale. Le disposizioni di questa legge porranno le amministrazioni nella condizione di essere ancora più vicine ai bisogni dei propri cittadini, posto che verranno trasferite ulteriori funzioni dalla Regione alle Province autonome. Allo stesso tempo, prosegue la leale collaborazione tra le autonomie e lo Stato.
Signor Presidente, è per queste ragioni che i senatori di Forza Italia voteranno convintamente a favore di questa legge costituzionale. (Applausi).
CATALDI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CATALDI (M5S). Signor Presidente, vorrei partire citando il titolo di un articolo, anzi, di un editoriale pubblicato sul «Fatto Quotidiano» il 14 agosto scorso. È un articolo che analizza i risultati di questo Governo dei miracoli ed è un titolo che si formula così, in una domanda: «Tutto qui?». Vede, Presidente, è una domanda legittima, perché questo Governo ha dimostrato un talento straordinario: quello di riuscire a trasformare le promesse in una serie infinita di brutte figure. Le accise dovevano essere abolite, ma non sono state abolite; la Fornero è stata abolita? No, è stata peggiorata. Il blocco navale è stato realizzato? No. È stato creato un centro in Albania. Adesso vi presentate qui con quella che volete definire una svolta storica, ma lo sapete come l'hanno chiamata alcuni esperti del territorio? L'hanno definita testualmente un restyling linguistico-normativo, un ritocco estetico.
Signora Presidente, non so qual è il pregio di questo Governo. State decantando il fatto che è un Governo stabile, ma siete stabili come un orologio rotto, siete stabilmente inutili, Presidente. (Applausi).
Se il problema era che la Corte costituzionale vi boccia le leggi regionali (il problema è che probabilmente non le sapete scrivere), questo provvedimento non lo risolve, perché avete avuto come sempre la presunzione di fare dei provvedimenti che devono essere calati dall'alto. Parliamoci chiaro: il problema vero di questo provvedimento è il metodo. È una riforma che non nasce da una comunità, ma nasce calata dall'alto, nasce da una trattativa riservata tra i due Presidenti di Provincia e il Governo. I Consigli provinciali sono stati chiamati semplicemente a ratificare. Se non sbaglio, questo è un po' il metodo che viene applicato ovunque si governi, ovunque governi il centrodestra. È un metodo applicato a qualunque livello di governo. Diciamo che avete un po' standardizzato il metodo Nordio: dei provvedimenti calati dall'alto e inemendabili. (Applausi).
Però, colleghi, la democrazia è una cosa seria: la democrazia significa dialogo democratico, significa confronto, significa orchestrazione delle differenze, ma voi avete un'idea singolare della democrazia, perché pensate che governare a qualsiasi livello significhi una cosa sola, cioè comandare, e se commettete poi degli errori, non possiamo farci nulla, perché rifiutate qualsiasi tipo di confronto costruttivo.
Allora, Presidente, andiamo al dunque: che cosa rafforza davvero questo provvedimento? Non rafforza l'autonomia di una comunità, ma sta semplicemente rafforzando l'autonomia degli Esecutivi per cui le Giunte decidono i Consigli ratificano e i cittadini stanno a guardare. E la chiamate autonomia?
Signor Presidente, detto questo, noi del MoVimento 5 Stelle non voteremo contro questo provvedimento, perché, tutto sommato, riconosciamo l'importanza e il valore storico dell'autonomia speciale, ma non voteremo neppure a favore, perché questo testo non è all'altezza di quel valore. Il nostro voto, Presidente, sarà un voto di astensione, perché il lifting normativo non lo possiamo considerare una riforma e soprattutto perché un'autonomia calata dall'alto non è un'autonomia, ma è una concessione e noi del MoVimento 5 Stelle non votiamo le concessioni proposte dall'alto. (Applausi).
SPELGATTI (LSP-PSd'Az). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SPELGATTI (LSP-PSd'Az). Signora Presidente, l'Italia è un Paese straordinariamente complesso. Guardandolo sul mappamondo, vediamo un lembo di terra proteso nel mare, delimitato naturalmente a Nord dalle maestose vette dell'arco alpino, con un territorio ricco di un'incredibile diversità di ambienti, che vanno dalle pianure alle colline, ai laghi, alle isole, ai vulcani e quant'altro.
Lo sviluppo da Nord verso Sud, così come la diversa altitudine in zone limitrofe, che in uno sviluppo di distanze minimo vedono il passaggio dalla montagna al mare, comporta una diversità climatica enorme tra le varie zone. Questo eccezionale concentrato di diversità si ritrova anche sotto l'aspetto della cultura, degli usi, dei costumi e di tutte le varie manifestazioni dell'antropizzazione di questa terra.
Tale straordinaria complessità non ha, però, solo il lato positivo, quello che ha visto dare vita al genio, alla creatività, alla bellezza in ogni espressione dei vari popoli che hanno plasmato il popolo italiano; il rovescio della medaglia è la difficoltà estrema nel governare e nel dare regole che siano efficienti ed efficaci in realtà così differenti le une dalle altre. Più il centro decisionale è accentrato in un organismo lontano dai singoli territori, meno potrà rispondere alla complessità e alla diversità di riscontri di cui questi necessitano.
La Lega è nata proprio da questa profonda consapevolezza e dall'esigenza di unire le istanze dei diversi territori in una voce unica, che si potesse far valere a ogni livello istituzionale, a difesa della libertà e della diversità. (Applausi).
In un mondo dominato dal pensiero unico, dal globalismo, dall'omologazione in ogni ambito delle diverse espressioni dell'uomo, sia politico che umano, la Lega continua a lottare per difendere la diversità come valore, come massima espressione dell'essere, sia personale che collettivo, e lo fa anche in Parlamento.
Tra i provvedimenti più importanti voluti dalla Lega in questa legislatura, realizzati anche grazie agli alleati di Governo, che hanno recepito e condiviso queste istanze (e che ringrazio profondamente), posso in questa sede citare l'autonomia differenziata e il disegno di legge "montagna". Provvedimenti frutto della visione di un'Italia unita che valorizzi, però, le diversità, avvicinando il potere decisionale, su questioni che non necessitano di una disciplina unitaria e uguale su tutto il territorio nazionale, sempre di più ai cittadini, dando così anche più peso al controllo di questi ultimi rispetto alle scelte fatte e creando i presupposti per l'efficienza e l'efficacia delle risposte, nonché della buona amministrazione. (Applausi).
In questo contesto, quindi, si inquadra il disegno di legge costituzionale di modifica dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol, oggetto della presente dichiarazione di voto, così come quello appena discusso di modifica dello Statuto speciale del Friuli-Venezia Giulia. È stato fondamentale, infatti, iniziare ad aprire la possibilità di autonomia per le Regioni a statuto ordinario e, di pari passo, aprire a nuove istanze delle Regioni a Statuto speciale, che hanno, non solo, una storia alle spalle, che non dovrà mai essere dimenticata rispetto al perché della concessione degli Statuti speciali, ma anche un'esperienza e una macchina amministrativa già strutturata in tanti decenni di autonomia e capace di dare risposte efficaci alle varie necessità.
Un ringraziamento speciale lo porgo, per l'ennesima volta nei miei interventi, al ministro Calderoli, che ha reso possibile l'approvazione di un testo così importante per il Trentino-Alto Adige/Südtirol, e ai Presidenti delle Province autonome di Trento e Bolzano, che tanto si sono spesi per portare e far comprendere a Roma le necessità dei territori in cui sono stati eletti. (Applausi).
I temi oggetto di modifica sono molti e i colleghi intervenuti in precedenza hanno già parlato di molte questioni. Io mi limito a citare l'intervento sui limiti che la Regione deve rispettare, nell'ambito delle proprie potestà legislative, esclusiva e concorrente; la modifica della materia di competenza legislativa esclusiva regionale; l'ordinamento degli uffici regionali e del personale ad essi addetto, ricomprendendovi all'interno anche la disciplina del rapporto di lavoro e della relativa contrattazione collettiva; la modifica delle materie di competenza legislativa esclusiva e concorrente delle Province autonome. In tal senso viene specificato, a titolo di esempio, che la competenza esclusiva in materia di ordinamento degli uffici provinciali e del personale ad essi addetto comprende anche la disciplina del rapporto di lavoro e della relativa contrattazione collettiva e che la competenza in materia di urbanistica e piani regolatori viene modificata nella materia di governo del territorio, ivi compresa urbanistica, edilizia e piani regolatori. Il riferimento ai lavori pubblici di interesse provinciale è sostituito con quello ai contratti pubblici di interesse provinciale relativi a servizi, lavori e forniture. La competenza esclusiva in materia di assunzione diretta di servizi pubblici e loro gestione a mezzo di aziende speciali viene specificata come competenza sull'assunzione diretta, istituzione, organizzazione, funzionamento e disciplina di servizi pubblici di interesse provinciale e locale, ivi compresa la gestione del ciclo dei rifiuti (cosa fondamentale).
Viene inserita la competenza esclusiva sulle piccole e medie derivazioni a scopo idroelettrico, altra norma fondamentale, e sempre esclusiva su tutela dell'ambiente e dell'ecosistema di interesse provinciale, compresa la gestione della fauna selvatica, e sul commercio.
Tutte queste norme e tante altre che non ho il tempo di citare hanno risolto concreti ed enormi problemi sui territori e i risvolti per i territori e i cittadini saranno assolutamente importanti.
Concludo dicendo che, se vogliamo ridare slancio e liberare le migliori energie di questo Paese, dobbiamo continuare nella direzione tracciata: autonomia, autonomia e ancora e sempre di più autonomia. (Applausi).
Per tutti questi motivi, annuncio il voto convintamente favorevole del Gruppo Lega. (Applausi).
Saluto all'ambasciatore del Messico in Italia
PRESIDENTE. A nome dell'Assemblea, saluto l'ambasciatore del Messico in Italia, dottor Gennaro Lozano, presente in tribuna. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale n. 1670 (ore 13,35)
GIORGIS (PD-IDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIORGIS (PD-IDP). Signor Presidente, onorevoli senatori e senatrici, purtroppo - anche in questo caso - la maggioranza è stata indisponibile a qualsiasi confronto di merito e approfondimento e ha di nuovo seguito un metodo che è del tutto incompatibile con la natura costituzionale delle disposizioni che stiamo per votare.
Abbiamo presentato in Commissione e, poi, in Aula una serie di emendamenti ragionevoli, peraltro presentati anche alla Camera, che cercavano di fare in modo che la riscrittura di questa modifica dello Statuto della Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol fosse un'innovazione significativa, capace di rispondere anche alle domande legittime che provengono dal territorio. La risposta è stata semplicemente un silenzio e la bocciatura.
Faccio alcuni esempi. Abbiamo chiesto, per esempio, di esplicitare che le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive. Non è stato neanche possibile capire per quale motivo non dovrebbe essere inserita nello Statuto questa norma di principio, che pure abbiamo inserito in molti altri testi e che è oramai parte integrante anche degli Statuti delle Regioni ordinarie. Abbiamo proposto, come fu fatto anche alla Camera dalla deputata Ferrari, che la Regione potesse concludere accordi con gli Stati e intese con gli enti territoriali interni a un altro Stato nei casi e nelle forme previsti dalla legge. Abbiamo cercato di risolvere il problema, da tanto tempo sollevato dal territorio, della possibilità della Regione di definire accordi e, di conseguenza, predisporre degli istituti giuridici che sostengano lo sviluppo e la crescita economica del territorio.
Abbiamo presentato - faccio ancora questo esempio - un emendamento per mantenere in capo al Consiglio la deliberazione in ordine all'impugnazione delle leggi dello Stato, che invece si propone di trasferire alla Giunta. Questo, peraltro, è un tratto che purtroppo caratterizza questa riforma che, come è stato detto in sede di audizione da molti commentatori, tende a politicizzare la relazione con lo Stato, ma soprattutto a conferire alla maggioranza un potere decisivo anche in ordine a un aspetto che, a nostro avviso, è particolarmente importante e delicato, ossia la procedura per la successiva eventuale modifica e integrazione dello Statuto.
Si tratta, da questo punto di vista, di una modifica che si muove nel solco di quella che è una vera e propria ossessione politica di questo Governo, cioè attribuire alla maggioranza che risulta essere tale all'esito delle elezioni sempre meno limiti, attribuire quindi un potere che incontra sempre meno limitazioni e sempre meno garanzie.
Ci sono poi degli aspetti che abbiamo sollevato in ordine all'attribuzione delle materie che avrebbero meritato una più accurata valutazione e ponderazione. Anche qui noi riconosciamo l'importanza di meglio definire le competenze legislative che è bene la Regione a Statuto speciale abbia, anche in relazione al fatto che l'aggiornamento degli Statuti non è avvenuto nonostante l'inserimento e l'introduzione del nuovo Titolo V, però su alcuni aspetti legati, per esempio, a come viene definito il contenuto della tutela dell'ambiente, così come su alcuni aspetti relativi all'urbanistica o al governo del territorio, avremmo ritenuto opportuno maggiori approfondimenti e soprattutto una maggiore cura di una prospettiva equilibrata e organicamente più efficace.
Come dicevo, la risposta purtroppo è sempre stata una totale chiusura, una totale indisponibilità a confrontarci, a discutere, ad ascoltare le perplessità che pure abbiamo raccolto, in nome di un esercizio che sta diventando sempre più arrogante del potere di cui la maggioranza anche in quest'Aula dispone. Tuttavia, voglio anche riconoscere - perché questo si deve riconoscere - che è da molto tempo che era atteso l'avvio di una procedura di revisione statutaria.
Voglio rivendicare al Partito Democratico, in particolare agli amministratori democratici e al Partito Democratico della Regione, il merito di aver determinato le condizioni politiche perché questo percorso di revisione alla fine partisse. Da molto tempo, il Partito Democratico del Trentino-Alto Adige e gli amministratori sollevano la necessità di un adeguamento e di una revisione dello Statuto, in grado appunto di tenere conto di quelle che sono state le trasformazioni sociali e istituzionali che nel frattempo si sono verificate, anche in conseguenza dell'introduzione del Titolo V. Se oggi questo processo è partito, e quindi alla fine arriverà a un esito (che non è quello che noi avremmo auspicato), è anche merito soprattutto del Partito Democratico e - ripeto - degli amministratori e dei dirigenti politici del territorio. Per questa ragione, non voteremo contro, nonostante - lo ripeto - l'atteggiamento di una maggioranza e di un Governo assolutamente di chiusura, ma dimostreremo con il nostro voto di astensione l'attenzione e la vicinanza alla fatica e all'impegno che è stato profuso non solo in relazione a questo specifico procedimento di revisione, ma, perché si determinassero le condizioni politiche di avvio, riscrittura e adeguamento dello Statuto della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol. (Applausi).
ZEDDA (FdI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZEDDA (FdI). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, gentili colleghi, sono onorata oggi di fare questa dichiarazione di voto su un disegno di legge costituzionale che va a modificare lo Statuto della Regione del Trentino-Alto Adige, una Regione autonoma come la mia. Intervengo quindi da figlia di una Regione autonoma come lo è pure il Trentino-Alto Adige. Certo, è diverso il paesaggio; quando ci affacciamo alle nostre finestre non vediamo sicuramente lo stesso paesaggio, non vediamo la stessa tipologia di confine e abbiamo una lingua minoritaria differente, ma siamo tutti orgogliosamente italiani. (Applausi). L'attuale Governo italiano, il Governo più a destra della storia della Repubblica, il Governo più nazionalista, il Governo più patriottico, quello più sovranista, è l'unico che ha avuto la capacità di attenzionare specificità, peculiarità e differenze, che con noi smettono di essere motivo di contrasto, ma diventano ricchezza per la comunità nazionale. (Applausi).
Con questo disegno di legge costituzionale, che nasce da un impegno preciso di Fratelli d'Italia e di Giorgia Meloni a inizio del mandato e di questa maggioranza di centrodestra, abbiamo un lavoro, una trasformazione, un grande momento istituzionale di confronto tra il territorio e lo Stato, tra la politica locale e la politica nazionale, tra le istituzioni, le Province autonome, la Regione, il Governo e ovviamente il Parlamento. Oggi siamo qui al Senato in fase di approvazione di questo disegno di legge, già avallato dai Consigli provinciali, già avallato dal Consiglio regionale e già votato ovviamente dalla Camera dei deputati.
Io un augurio lo faccio alla mia terra, alla mia Regione, per me speciale tra le speciali: mi auguro che si riesca a discutere serenamente, che si riesca a vivere un momento di confronto franco e costruttivo, condiviso e reale, affinché anche la Regione Sardegna possa arrivare a una riformulazione del proprio Statuto. (Applausi).
Passiamo adesso al tema che ci vede oggi qui. Non voglio ricorrere a nessuna forma retorica per dichiarare la soddisfazione da parte di Fratelli d'Italia per la qualità degli obiettivi raggiunti. Ne voglio citare alcuni ad esempio: la messa in discussione dei livelli di competenza già acquisiti è oggetto, nel 1992, della quietanza liberatoria da parte dell'Austria, a proposito della quale è intervenuto l'impegno del Governo Meloni. Gli ultimi anni sono stati un martirio per il numero di ricorsi di costituzionalità fra Stato e autonomie provinciali e regionali (Applausi), scaturiti da una riforma, quella del Titolo V della Costituzione, imposta dalla sinistra nel 2001, a fronte di una sovrapposizione di livelli di competenze inestricabili, che hanno rallentato la virtuosità nella produzione legislativa dei Consigli provinciali e regionali. Anche qui, come altre volte ho fatto, dico: nessuna lezione da voi su quello che deve essere il nostro operato. Abbiamo atteso ben venticinque anni. (Applausi).
Questa riforma ridefinisce con chiarezza gli ambiti delle prerogative rispettivamente di Stato e autonomie speciali, provinciali e regionale, e va ad abbattere la conflittualità al cospetto della Consulta, facendo salvi princìpi ineludibili come quelli dell'interesse nazionale, quelli costituzionali e quelli generali dell'ordinamento della Repubblica.
Non era più tollerabile, signor Presidente, che fosse vietato a un consigliere comunale di minoranza, ad esempio italiana o ladina, nei piccoli Comuni altoatesini, se solo uno del proprio gruppo linguistico veniva chiamato a rappresentare la propria comunità in Giunta comunale. Vietare a un eletto del popolo il diritto costituzionale di poter partecipare al governo del proprio territorio era antistorico (semmai avesse potuto in precedenza essere considerato un principio valido) e oggi finalmente viene superato.
Si ridurrà ad un più ragionevole periodo di due anni il tempo necessario per un qualunque cittadino italiano, così come comunitario, che si trasferisse in Alto Adige per esercitare il diritto elettorale attivo. Oggi un italiano di qualunque altra parte d'Italia che si trasferisse in Alto Adige dovrebbe attendere quattro anni, rimanendo in questo periodo in un limbo: essere figlio di nessuno, nessuna titolarità di territorialità. Con la riforma che andiamo a votare oggi si rimuove un'altra intollerabile discriminazione: se nasci e vivi una vita in Alto Adige o ti trasferisci di residenza, anche solo per un giorno, a Verona, Roma o Palermo, e poi rientri a casa, in provincia di Bolzano, oggi come oggi perdi, allo stesso modo di chi si trasferisce per la prima volta in Alto Adige, per quattro anni il diritto di votare. È una cosa assurda. D'ora in poi verrà presa in considerazione la residenza storica.
La denominazione ufficiale italiana di Alto Adige, a fianco di Südtirol, diviene corpo integrante della denominazione ufficiale della Regione anche nei testi di lingua tedesca, come già la denominazione in lingua tedesca era stata introdotta in Costituzione nell'accezione linguistica italiana.
Sono dettagli per voi, ma per noi non lo sono affatto. (Applausi). Semplicemente ‑ lo ribadisco ‑ rendiamo patrimonio nazionale le differenze, le peculiarità e le specificità, ricordando che esiste una sola, unica, grande Patria. (Applausi).
È dal 2001, anno della riforma del Titolo V, 25 anni fa, che attendavamo i rimedi di cui oggi avete parlato in Aula ai danni fatti ai rapporti tra autonomia speciale e Stato, ad opera di un determinato Governo politico, cioè quello targato Campo largo. Oggi il Governo di Giorgia Meloni pone rimedio a provvedimenti che voi avete fatto.
Esprimo dunque il voto convintamente favorevole di Fratelli d'Italia. (Applausi).
SIRONI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
SIRONI (M5S). Signor Presidente, tengo a rappresentare le motivazioni del mio voto in dissenso dal Gruppo e quindi contrario a questo provvedimento, per la mia personale convinzione che quanto viene stabilito all'articolo 1, lettera e), numero 6 e alla successiva lettera h) sia in contrasto con la Costituzione.
Alla lettera e) viene introdotto il numero 29-bis) «tutela dell'ambiente e dell'ecosistema di interesse provinciale, compresa la gestione della fauna selvatica», quindi con attribuzione di tale competenza alla Regione. Alla lettera h), poi, si prevede che «i Presidenti delle Province autonome esercitano altresì le attribuzioni spettanti all'autorità di pubblica sicurezza in materia di gestione della fauna selvatica».
Secondo me, siamo in contrasto con l'articolo 9 della Costituzione che, come sappiamo, tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, inclusa la protezione degli animali, quindi la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali. Nel momento in cui voi stabilite che l'ambiente, l'ecosistema e quindi gli animali di interesse provinciale, compresa la gestione della fauna selvatica, siano attribuiti ai poteri della Regione, si sta implicitamente dicendo che ci sono un ambiente nazionale e un ambiente provinciale, cosa che non è sostenibile, perché l'ambiente è patrimonio comune dello Stato e come tale deve essere disciplinato e regolamentato.
Per tali ragioni voterò in dissenso dal mio Gruppo, quindi contro il disegno di legge in esame.
PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento, indíco la votazione nominale con scrutinio simultaneo del disegno di legge costituzionale n. 1670, composto del solo articolo 1.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo:
| Senatori presenti | 152 |
| Senatori votanti | 151 |
| Maggioranza | 51 |
| Favorevoli | 100 |
| Contrari | 1 |
| Astenuti | 50 |
Il Senato approva in prima deliberazione. (v. Allegato B).
Sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 15 con la Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia.
(La seduta, sospesa alle ore 13,52, è ripresa alle ore 15,04).
Presidenza del presidente LA RUSSA
Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia e conseguente discussione (ore 15,05)
Approvazione della proposta di risoluzione n. 5
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia».
Dopo l'intervento del Ministro avrà luogo il dibattito, i cui tempi sono stati stabiliti dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.
Ha facoltà di parlare il ministro della giustizia, onorevole Nordio.
NORDIO, ministro della giustizia. Signor Presidente, onorevoli senatori e colleghi, è un grande onore, un privilegio e molto emozionante dover fare, come ogni anno, questa Relazione. Però, prima di incominciare, devo dire che, reduce mezz'ora fa da un'analoga seduta alla Camera, sono stato sollecitato, in modo abbastanza bizzarro, a dare spiegazioni su un evento, che non so dove sia stato raccolto, da quale pattumiera delle fake news. È stato però recepito che, nel corso del suo intervento, l'onorevole Serracchiani ha detto di aver appreso con sgomento, rivolta a me e chiedendo le mie dimissioni, che tutti i PC dei magistrati italiani sarebbero sottoposti a controllo da remoto, così violando la segretezza delle indagini, la riservatezza delle inchieste e degli stessi atti processuali e che si tratterebbe di una questione di sicurezza nazionale.
Porre senza l'autorizzazione della magistratura sotto controllo i PC, non solo dei parlamentari (tra l'altro, questi non sarebbero nemmeno intercettabili, ma non è questo il caso), ma anche dei magistrati, costituirebbe reato. Attribuire al Ministro della giustizia un comportamento che configurerebbe reato, io la considero cosa di una gravità inaudita. (Applausi).
Dico questo perché, in pieno spirito di leale collaborazione, inviterei i colleghi dell'onorevole Serracchiani a non riprendere questo argomento in questi termini, per evitare le conseguenze alle quali probabilmente dovrà essere sottoposta la stessa onorevole Serracchiani: valuteremo in quali sedi. (Proteste dai banchi dell'opposizione).
PRESIDENTE. Colleghi, vi prego, il Ministro ha semplicemente espresso la sua opinione. Conosce bene la Costituzione. Era un atto di avviso di cortesia. Signor Ministro, la invito a proseguire. (Commenti).
NORDIO, ministro della giustizia. Non ci sono solo le procure. Ci sono anche dei comportamenti deontologici. (Commenti). Non ci sono soltanto le procure. Non ci accusate di nuovo di panpenalizzazione. Trovo assolutamente improprio che il Ministro della giustizia venga accusato - poi vedremo come e quando questa cosa potrà emergere - di aver nientemeno messo sotto controllo i computer dei magistrati: non so se vi rendete conto.
Poiché, lo ripeto, la vicenda non finirà qui, io spero che non venga ripresa oggi. Per carità, ognuno è libero di fare come vuole: figurarsi se è una minaccia. Io dico soltanto che questo è un gentile e cortese invito a evitare polemiche inutili. (Applausi. Commenti).
PRESIDENTE. Signor Ministro, prosegua. Vada avanti nella sua Relazione.
NORDIO, ministro della giustizia. Sì, ma io per educazione cerco comunque di rispondere, nei limiti del Regolamento.
Ho già esposto questa mattina alla Camera tutta una serie di dati, che sono estremamente significativi e che il nostro Ministero, in collaborazione con tutte le altre istituzioni, ha raccolto sulla giustizia di quest'anno. Tra l'altro, per varie ragioni, sono stato anche caldamente e amichevolmente invitato a non ripetere i 45 minuti che ho impiegato questa mattina per spiegare queste situazioni. Però, innanzitutto per rispetto nei vostri confronti e anche per assolvere al dovere istituzionale, ringraziando voi presenti dell'attenzione e ringraziando il vice ministro Sisto, i Sottosegretari e tutti i componenti del Ministero per il lavoro che è stato fatto, dal Gabinetto allo staff a tutti servizi ispettivi, qualche dato lo devo dare, visto che siamo stati in un certo senso accusati, con quello che si chiama benaltrismo, di esserci occupati di una riforma costituzionale che non avrebbe invece trattato gli argomenti fondamentali dell'efficienza della giustizia. Naturalmente le due cose non sono incompatibili tra di loro, ma sono andate avanti in guisa parallela. Siamo intervenuti sulla riforma costituzionale, ma parallelamente siamo anche intervenuti in tutti i settori che riguardano, appunto, l'efficienza della giustizia.
Sono costretto a ripetere quello che ho detto alla Camera: l'efficienza e la rapidità dei processi sono una condizione necessaria, ma non sufficiente per una buona giustizia. I processi dei grandi dittatori, da Fouquier-Tinville ai tempi della Rivoluzione francese, a Vishinskij nel periodo degli staliniani, a Rolan Freisler, che ovviamente tutti voi conoscete, nei processi di nazisti, iniziavano la mattina e finivano la sera con la decapitazione o l'impiccagione degli imputati. Erano processi rapidi, ma non erano processi giusti.
Con la riforma costituzionale noi abbiamo cercato di attuare il principio del processo giusto, che poi è stato consacrato nell'articolo 111 della Costituzione, ma che è rimasto per così dire incompiuto. Era il processo che era stato chiesto e voluto da una medaglia d'argento della Resistenza, Giuliano Vassalli, che aveva introdotto nel nostro sistema il principio del processo penale accusatorio, processo che vive da sempre nei Paesi dov'è nato, anche con un connotato consustanziale allo stesso processo, che è la separazione delle carriere. A suo tempo i nostri Padri costituenti, davanti ai quali ci inchiniamo con timida riverenza, a cominciare dal ministro Togliatti, sulla cui scrivania oggi siedo io, quando scrissero, sia pure dopo una serie di dibattiti estremamente attenti e di altissimo livello, le norme costituzionali, avevano davanti un modello di processo penale inquisitorio, firmato da Benito Mussolini e da Vittorio Emanuele III, che tutto sommato a loro andava bene ed è andato così bene che è durato per 40 anni in costanza di Costituzione.
Nel processo inquisitorio, quello appunto che vigeva all'epoca, l'unità delle carriere era ovvia. Io stesso, laureato e dopo aver esercitato per 15 anni all'epoca, fino al 1989, la funzione di pubblico ministero e di giudice istruttore prima, ritenevo che le due situazioni fossero fungibili: giudice istruttore e pubblico ministero, eravamo tutti della stessa famiglia, perché quello era il processo. Ma i Padri costituenti non avrebbero mai potuto immaginare che, 40 anni dopo, proprio uno dei fondatori, medaglia d'argento della Resistenza, quindi non imputabile o sospettabile di mire eversive, avrebbe introdotto un processo accusatorio, senza avere la possibilità - perché all'epoca non esistevano quella stabilità e quella forza, anche politica, che caratterizzano il nostro Governo - di cambiare la Costituzione. Vassalli se n'è rammaricato e lo ha scritto in vari modi. Però lo facciamo adesso, dopo quarant'anni, senza avere mire né punitive nei confronti della magistratura, né tantomeno eversive nei confronti della Costituzione.
Tra l'altro, una delle assurdità logiche che ho sentito è che staremmo sovvertendo la Costituzione, quando è la stessa Costituzione che, all'articolo 138, prevede la sua stessa modificazione. Faccio presente che il legislatore ubi voluit dixit, dove ha voluto dire una cosa l'ha detta; infatti, i nostri Padri costituenti hanno detto che l'unico articolo della Costituzione che non si può cambiare è la forma repubblicana dello Stato italiano, tutto il resto è modificabile, perché, da buoni intellettuali, sapevano che soltanto la veritas domini manet in aeternum; la Costituzione si può cambiare. E noi la stiamo cambiando secondo il procedimento che è previsto dalla stessa Costituzione. (Commenti).
VOCI FUORI MICROFONO. No! No!
NORDIO, ministro della giustizia. Scusate, io vorrei sapere qual è l'articolo della Costituzione che abbiamo violato nel momento in cui c'è stata una doppia pronuncia conforme del Parlamento. (Applausi). E adesso siamo sottoposti al giudizio popolare. Se poi qualcuno ha paura del referendum, come si vede in questi giorni, beh... (Proteste. Applausi).
PRESIDENTE. Se vogliamo che il Ministro possa fare la sua Relazione, lo dobbiamo ascoltare. Poi, come sapete, c'è la possibilità per tutti i Gruppi di intervenire, quindi conservate le vostre argomentazioni per quanto vi toccherà parlare.
Prego, Ministro.
NORDIO, ministro della giustizia. Vorrei cominciare da alcuni dati. Adesso parleremo di dati anodini, come si dice; i numeri non si truccano, sarà quindi un'esposizione un po' arida, ma cercherò di tenerla in termini succinti, proprio per aderire all'invito rivolto da molti di voi di non essere prolisso, come sono stato questa mattina alla Camera.
Abbiamo avuto (parliamo proprio di quello che abbiamo fatto) una riduzione dell'arretrato in ambito civile, rispetto al 2019, del 95 per cento presso le corti d'appello e del 94,4 per cento presso i tribunali ordinari. Per quanto riguarda i tribunali penali, siamo stati nell'ambito di quanto ci era stato richiesto dal PNRR.
Soprattutto ci sta molto a cuore la riduzione dei tempi di trattazione. Nel settore civile, il disposition time, calcolato nel primo trimestre del 2025, si è ridotto del 27,8 per cento rispetto del 2019 e, nel settore penale, del 37,8 per cento. Questi risultati superano, in alcuni casi, i target fissati dal Piano e confermano l'efficacia delle riforme processuali e degli investimenti in capitale umano.
Ripeto ciò che ho detto in vari momenti: la nostra gratitudine, in questo caso, va soprattutto alla magistratura, che ha lavorato con grandissima passione, con convinzione e con devozione, forse al di là delle forze fisiche disponibili, proprio per aderire a questo Piano, che è nell'interesse collettivo, nell'interesse della Nazione. Da parte nostra, però, abbiamo fatto di tutto per mettere a disposizione tutte le strutture e le risorse finanziarie, umane, organizzative; quindi, di concerto, siamo arrivati a questo risultato, che attualmente è in linea con il PNRR.
Ognuno può criticare come vuole. Abbiamo visto che addirittura di recente ci sarebbe un'iniziativa, quantomeno discutibile, di un sindacato, quello dei magistrati, di rivolgersi all'Europa, per lamentare una mancata stabilizzazione di appartenenti dell'ufficio del processo. A parte che è la prima volta che si determina una tale situazione, ossia che l'Associazione nazionale magistrati (ANM), cioè un sindacato qualsiasi, si rivolge a un'autorità così alta. Bisogna anche rilevare che queste persone sono entrate nella struttura della giustizia in base a un accordo, anzi, a un obbligo, contratto nei confronti dell'autorità europea, di tempo determinato. Sono stati assunti proprio per quello, con patti chiari: quelle erano le regole e le condizioni imposte dall'Europa per dare questo contributo. Noi stiamo però cercando - e in un certo senso ci siamo riusciti - addirittura di stabilizzare già la metà di queste persone entrate pur sapendo che il contratto era a tempo determinato. Che adesso l'ANM vada, o minacci di andare, davanti all'autorità europea lamentando la mancata stabilizzazione di queste persone entrate secondo i parametri definiti dalla stessa ci sembra quantomeno un altro spot elettorale, uno dei tanti in questi momenti concitati.
Per quanto riguarda la digitalizzazione, rispetto all'ambizioso obiettivo di digitalizzare 7,75 milioni di fascicoli giudiziari, al 31 dicembre 2025 abbiamo completato la digitalizzazione di 7,8 milioni di fascicoli, superando addirittura il target previsto. Vi sono una serie di cifre con cui non voglio però annoiarvi: stamattina le ho lette alla Camera e adesso le ho depositate in Senato. Ognuno può commentarle come vuole, ma sono cifre oggettive e certificate dalle quali si evincono i risultati che abbiamo ottenuto sia rispetto ai target imposti dal PNRR, sia sul piano concreto di riduzione degli arretrati e di abbreviazione dei processi.
L'obiezione che abbiamo sentito stamattina, peraltro plausibile, non solo delle opposizioni, ma anche di molti avvocati, è quella secondo cui in questo momento non se ne vedono i risultati. Io sono stato pubblico ministero per 40 anni e appartengo a una famiglia di avvocati e capisco che non se ne vedono i risultati. Non sono cose che si percepiscono da un momento all'altro quando si fa una rivoluzione digitale o telematica come quella che abbiamo fatto noi a marce forzate in questi ultimi mesi. Dateci un attimo di tempo e vedrete che entro pochissimo, un intervallo ragionevole, tutti questi obiettivi saranno raggiunti.
Ciò che più ci inorgoglisce è aver posto le condizioni per integrare entro quest'anno l'organico dei magistrati. Ricordo che tale organico, che è di oltre 10.500 persone, dai tempi della Costituzione della Repubblica è sempre stato carente di circa il 15 per cento: lo era quando sono entrato io mezzo secolo fa e lo era ancora fino a due anni fa. Noi, per la prima volta nella storia repubblicana, attraverso l'istituzione di ben 5 concorsi (di cui 2 già finiti e 3 in via di risoluzione), avremo entro la fine di quest'anno 1.600 nuove assunzioni, al netto dei pensionamenti, che colmeranno finalmente, per la prima volta, nella Repubblica, l'organico della magistratura. (Applausi). Ora a me pare di poter rispondere ancora una volta che, al di là del cosiddetto benaltrismo e del dire che la separazione delle carriere, il sorteggio del CSM e l'istituzione dell'Alta Corte non produrranno un'accelerazione dei processi, stiamo procedendo per vie parallele: stiamo cercando, da un lato, di attuare il processo giusto e, dall'altro, di fare processi rapidi, efficienti e compatibili con le risorse che abbiamo. (Applausi).
Uno dei problemi più assillanti è quello dell'edilizia penitenziaria e delle risorse rese disponibili per questo e per il cosiddetto sovraffollamento. Sia chiaro ancora una volta per tutte: in carcere non si entra per volontà del Governo o del Parlamento e non si esce per volontà del Governo o del Parlamento; se le persone entrano in strutture carcerarie è perché hanno commesso dei reati e la magistratura ha ritenuto di dover procedere all'ordinanza di custodia cautelare. Se si deve uscire prima dell'espiazione della pena, nella cosiddetta libertà anticipata, quando esistono le condizioni, i compiti spettano alla magistratura di sorveglianza.
Ora - ci sono anche qui i dati, che non leggo perché ormai li conosco la memoria - ci sono più di 10.000 persone detenute in Italia che si trovano nelle condizioni di poter usufruire della liberazione anticipata sulla base della valutazione dei giudici di sorveglianza. Lungi da me criticare questi colleghi magistrati - li chiamo colleghi perché semel magistrato, semper magistrato - di sorveglianza che lavorano effettivamente moltissimo, ma si tratta di rendere compatibili i mezzi rispetto ai fini. I giudici di sorveglianza sono relativamente pochi e abbiamo anche cercato, attraverso un approccio con il Consiglio superiore della magistratura, di rendere possibili delle applicazioni di alcuni giudici di cognizione alla magistratura di sorveglianza, per accelerare questi processi. Adesso aumenteremo anche l'organico dei magistrati di sorveglianza, però sia chiaro che 10.500 circa di queste persone detenute potrebbero già godere della liberazione anticipata e della detenzione alternativa, ma non possiamo intervenire noi: è compito della magistratura di sorveglianza, autonoma, libera, indipendente e sovrana. E aggiungo ancora una volta che questo non suoni come critica: al contrario, suoni come attestazione di una situazione di fatto che si è consolidata non da quando è al Ministero della giustizia il sottoscritto, ma nei decenni.
Così come si è consolidata nei decenni la situazione dell'edilizia carceraria, che quando sono entrato io in magistratura era in condizioni a dir poco medioevali. Ovviamente, i miracoli in queste cose non si fanno, però è anche vero che abbiamo tanti e tali vincoli per quanto riguarda le nuove edificazioni o le ristrutturazioni di quelle vecchie. Stamattina alla Camera ho fatto l'esempio che a Regina Coeli, quando ho fatto una delle tante visite alle carceri e ho visto, da ex magistrato che frequentava le carceri normalmente per fare gli interrogatori, una porta che sbarrava due corridoi, ho chiesto perché non si rimuovesse dando così spazio ai detenuti, mi è stato risposto che non si può fare perché c'è il vincolo delle belle arti. È un esempio che vi fa capire quanto sia difficile, per non dire impossibile, cercare di modificare una situazione strutturale edilizia che si è consolidata nei decenni.
Ciononostante, noi abbiamo - e anche qui abbiamo messo i dati - tutta una serie di progetti, sia in fieri che in parte già attuati, anche attraverso l'adozione del commissario straordinario per l'edilizia carceraria, che entro termini ragionevoli aumenteranno da 5 a 10.000 le unità disponibili per chi si trova in stato di detenzione. Per il problema del sovraffollamento carcerario, vorrei far notare che circa il 25 per cento dei nostri detenuti è in detenzione preventiva, che, come voi ben sapete, significa detenzione che in un certo senso confligge con la presunzione d'innocenza, perché non è ancora intervenuta una sentenza definitiva. Le statistiche ci dicono - le conosciamo benissimo - che almeno la metà di queste persone alla fine vengono assolte o comunque vengono definite con procedimenti che rendono ingiustificata la detenzione che hanno subito. Ecco perché noi intendiamo - non ora, siamo sotto referendum in questo momento e siamo un po' tutti occupati e concitati - intervenire proprio sulla carcerazione preventiva, perché è il vulnus più lacerante rispetto a un dettato costituzionale che prevede la presunzione d'innocenza sapere che ci sono delle persone che sono in carcere mentre non dovrebbero esserci.
Un'altra cosa che abbiamo fatto e di cui andiamo orgogliosi è stata quella di aver introdotto l'interrogatorio preventivo e la competenza collegiale. Parliamo sempre di carcerazione preventiva, che incide sul sovraffollamento carcerario, ma incide anche sulla dignità delle persone, sulla logica, vorrei dire sul buon senso, sull'etica, su tutto: finire in prigione quando si è innocenti ripugna all'etica cristiana, all'etica laica, all'etica liberale, ripugna a tutto.
Ebbene, noi abbiamo introdotto il principio, che sarà attuato e diventerà operativo a giugno, per cui l'ordinanza di custodia cautelare non sarà più monocratica, ma collegiale. Quando abbiamo approvato questo provvedimento, ricorderete che si è scatenata tutta una serie di opposizioni, secondo le quali saremmo stati favorevoli ai mafiosi, ai piduisti, a Licio Gelli e chi più ne ha più ne metta (anche stamattina sono stati fatti questi rimproveri). Certamente secondo noi ridurranno o dovrebbero contribuire a ridurre la popolazione carceraria che si trova in una situazione di limitazione della libertà personale senza giustificazione.
Un'altra cosa sulla quale stiamo intervenendo (anche qui la legge esiste già) è la situazione dei tossicodipendenti. I numeri li ho e li avete anche voi: circa il 25 per cento dei detenuti tossicodipendenti potrebbe trovarsi nella situazione di godere della detenzione alternativa. Anche qui non dipende da noi, perché la legge c'è; certo, noi stiamo individuando - e l'abbiamo già fatto in parte - le comunità presso le quali questa detenzione alternativa può essere espiata. Non possiamo mettere sulla strada o liberare incondizionatamente e senza controlli persone che sono state legittimamente incarcerate dalla magistratura perché hanno commesso reati o perché sono socialmente pericolose. Però, poiché molta parte dei tossicodipendenti, più che essere dei delinquenti da punire, sono dei malati da curare, la detenzione alternativa presso strutture certificate, che diano adeguate garanzie di controllo, è un ottimo elemento di riduzione della popolazione carceraria. Stiamo intervenendo, come vedete. Parlo dei momenti più importanti e più laceranti della giustizia penale, che sono quelli che suscitano maggiori emozioni.
Il resto di quello che abbiamo fatto, i numeri, la disposizione delle risorse, gli interventi, i risultati raggiunti, criticabili o meno, li trovate ampiamente nella Relazione. Questa è solo un'anticipazione di quella molto più corposa, che sicuramente leggerete con interesse e che è composta da circa 700 pagine, di quello che abbiamo fatto quest'anno e di quello che intendiamo fare. (Applausi).
PRESIDENTE. La ringrazio, ministro Nordio. Lei ci scuserà se, per un impegno preso con i Capigruppo dell'opposizione, daremo la parola sull'ordine dei lavori su un altro argomento che mi hanno sollecitato, per tre minuti a testa, ai Capigruppo che decideranno di intervenire.
Sugli eventi atmosferici che hanno colpito il Sud Italia
PRESIDENTE. Prima di dare la parola al presidente Patuanelli, vorrei segnalare al Senato il grave disagio che stanno vivendo in queste ore le popolazioni della costa ionica della Sicilia, ma anche della Sardegna e della Calabria, colpite in maniera forte e virulenta dagli effetti di mareggiate, piogge, temporali e condizioni atmosferiche avverse non usuali, che stanno provocando danni di grande, per non dire enorme, rilievo. Credo che la nostra vicinanza, in attesa di quanto si potrà fare, sia sentita e doverosa. (Applausi).
Per un'informativa del Presidente del Consiglio dei ministri sulle dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti sul quadro internazionale
PATUANELLI (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PATUANELLI (M5S). Signor Presidente, ci associamo ovviamente alle sue parole appena pronunciate. Però il nostro intervento fa seguito alla richiesta di comunicazioni o di informativa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni rispetto al quadro internazionale, con particolare riferimento ad alcune dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti, che riguardano ovviamente il tema della Groenlandia, ma che va allargato in generale al rapporto tra l'Italia e gli altri Paesi dell'Unione europea e tra l'Unione europea e gli Stati Uniti sui diversi scenari.
Vedete, l'attualità supera, in qualche modo, anche il dibattito parlamentare. Il Presidente degli Stati Uniti ha appena dichiarato a Davos che vuole la Groenlandia e che, in un modo o nell'altro, la prenderà: spera sostanzialmente di comprarla, perché gestisce le relazioni internazionali come se gestisse una quotata in borsa. E ha detto: se mi direte di no, ce ne ricorderemo. Quindi, oltre all'assurdità di un Presidente degli Stati Uniti che dichiara di volere una terra - anch'io, quando giocavo a Risiko, volevo la Kamčatka, ma non ho mai "rotto le palle" a nessuno (Applausi) - in qualche modo, oltre ad aver dichiarato questo, minaccia i Paesi europei. Allora mi sto quasi convincendo che forse la politica di riarmo proposta dall'Europa, che noi osteggiamo, abbia un senso, perché dobbiamo aumentare le nostre spese di difesa per difenderci dagli Stati Uniti d'America. (Applausi). Questo è il quadro che si sta aprendo, questa è la condizione!
In tutto questo, il presidente Meloni va in Europa a portare una posizione che non si capisce da chi sia stata ricevuta, perché è il Parlamento che deve dare un mandato al Governo. Poi sarà la maggioranza a farlo, come sempre, assumendosene la responsabilità, magari con risoluzioni un po' più piene di contenuto di quelle che abbiamo visto ultimamente, perché per tenere insieme le diverse anime della maggioranza, nelle proposte di risoluzione non c'è scritto mai nulla. Però vorremmo un dibattito parlamentare sul tema della Groenlandia. C'è poi il Mercosur, che è stato bocciato, sostanzialmente, per le divisioni all'interno della maggioranza: ci sono stati 10 voti di differenza al Parlamento europeo e otto sono i parlamentari europei della Lega che, se avessero votato sì, avrebbero fatto approvare il Mercosur. Siccome però sono divisi su tutto (Applausi), di queste cose vogliamo parlare con il Presidente del Consiglio, che si sottrae.
Concludo, Signor Presidente, in trenta secondi, con l'ultima provocazione di Trump: il Board of peace per Gaza e per tutte le paci nel mondo. Trump scrive al premier norvegese: non mi avete dato il Nobel, quindi la pace non è più un mio obiettivo e non devo perseguirla. Mi sembra però chiaro che il suo obiettivo sia quello di rendere commerciale, di rendere un'operazione immobiliare, tutto quello che succede nel mondo. Adesso bisogna mettere un miliardo per entrare in un Board of peace, per gestire sostanzialmente le ricostruzioni delle guerre che l'Occidente causa nel mondo. (Applausi).
BOCCIA (PD-IDP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOCCIA (PD-IDP). Signor Presidente, mentre l'Europa è sotto attacco, il nostro Governo non assume una posizione chiara. Questo Consiglio straordinario informale, convocato d'urgenza, avrebbe potuto almeno consentire alla Presidente del Consiglio di informare tempestivamente il Parlamento: questo non è avvenuto e non è la prima volta. Intanto dai mezzi di informazione scopriamo che l'Italia, a un certo punto, dovrà decidere se dire sì o no a questa sorta di ONU dimezzata e a pagamento, il Board of peace. Ci aspettiamo che il nostro Paese dica di no. A un anno dall'inizio della seconda Presidenza Trump, signor Presidente, non siamo più di fronte a tensioni episodiche, ma a una vera e propria crisi internazionale aperta, provocata semplicemente dal nazionalismo aggressivo dell'amministrazione americana, al quale questa maggioranza non riesce a dire di no. Ed è questo che ci preoccupa.
Perciò le abbiamo scritto, signor Presidente, perché mentre in queste ore Trump minaccia tariffe aggiuntive contro i Paesi europei che hanno difeso la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia - e anche la nostra sovranità, perché quella della Danimarca è la sovranità europea ed è un fatto gravissimo - il commercio viene utilizzato come arma politica per colpire chi non si allinea. Questa, signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, non è negoziazione: si chiama coercizione.
Quindi vorremmo sapere se, di fronte alla Presidente della Commissione europea che ha parlato della necessità di accelerare sull'indipendenza strategica europea a Bruxelles, la nostra maggioranza ritenga che gli strumenti possibili, compreso il meccanismo anticoercizione - il cosiddetto bazooka europeo - e gli strumenti che consentono all'Europa di essere autonoma, siano obiettivi politici perseguibili, oppure se l'unico obiettivo sia andare d'accordo con Donald Trump.
Signor Presidente, di fronte a questo scenario, ciò che colpisce è l'ambiguità del nostro Governo e soprattutto i silenzi, che sono rumorosi anche in quest'Aula.
Signor Presidente, le chiedo solo 20 secondi, me lo deve permettere, per rivolgermi, a nome del Partito Democratico, al ministro Nordio.
Ministro, lei deve semplicemente rispondere a un'interrogazione parlamentare che le è stata fatta. È un atto di sindacato ispettivo.
PRESIDENTE. Sono due argomenti che lei potrà trattare nelle dichiarazioni di voto.
BOCCIA (PD-IDP). Signor Presidente, risponderemo sulla Relazione annuale perché siamo corretti. Il ministro Nordio deve rispondere a un'interrogazione chiara, cioè se l'Endpoint Configuration Manager (ECM) - decida lei se in italiano o in inglese - che alcuni dicono che da remoto consentiva il controllo del lavoro dei magistrati, era installato o è installato, non era installato o non è installato. La prego. (Il microfono si disattiva automaticamente).
PRESIDENTE. La ringrazio, però, senatore Boccia, io ho dato, credo cortesemente, questo spazio su un tema preciso (Commenti); se lei adesso anticipa la dichiarazione di voto, a cui ha diritto, sull'intervento del ministro Nordio, sta commettendo un atto di scortesia nei miei confronti.
BOCCIA (PD-IDP). Signor Presidente, mi sono semplicemente permesso di rispondere al ministro Nordio.
PRESIDENTE. In anticipo.
BOCCIA (PD-IDP). Mi sono semplicemente permesso di rispondere al ministro Nordio.
PRESIDENTE. Va bene. È chiaro, il Ministro lo ha capito.
BOCCIA (PD-IDP). Il ministro Nordio è venuto qui per la Relazione annuale sull'amministrazione della giustizia, non per la responsabile giustizia del PD. (Commenti).
PRESIDENTE. La ringrazio. (Commenti).
BOCCIA (PD-IDP). Non intimidisca il Parlamento, non intimidisca i magistrati, ministro Nordio. Risponda, faccia la Relazione. (Applausi).
PAITA (IV-C-RE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PAITA (IV-C-RE). Signor Presidente, sarò brevissima perché i colleghi si sono già espressi e io condivido la loro opinione; ho anche sottoscritto la richiesta formale che le è stata avanzata e comunque la ringrazio di aver consentito questo spazio, seppur breve, nel quale formalizzare una richiesta di passaggio parlamentare.
Credo infatti che ce ne sia bisogno, non solo per capire davvero quale sarà la posizione del nostro Paese nei confronti dell'ultima, ennesima e gravissima esternazione del presidente Trump, ma anche per far esercitare un ruolo vitale a questo Parlamento che, se permettete, ancora c'è e ha il diritto, di fronte al cambiamento di un ordine mondiale e a tentativi di superare ogni tipo di schema internazionale, di dire la sua su quello che dev'essere il ruolo dell'Europa, su quello che dovrebbe essere il ruolo del nostro Paese, magari anche compensando e sanando quei silenzi, quelle attese e quel non prendere mai posizione che sono estremamente pesanti per un Paese con la storia e la gloria dell'Italia. (Applausi).
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Signor Presidente, poi se vuole ne parliamo dopo e quindi io posso tranquillamente rispettare l'ordine che ci siamo dati.
PRESIDENTE. Lo voglio.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Però le anticipo, in venti secondi, che credo che il Ministro, da qui a poco, dovrà seriamente scusarsi.
PRESIDENTE. La prego, avrà il tempo (fra l'altro, è uno dei primi: lei parla tra i primi, se non sbaglio); intervenga sullo spazio che, in via eccezionale, abbiamo deciso di dare.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Adesso intervengo anche su quello, però in venti secondi volevo soltanto informare l'Assemblea del fatto che pochi minuti fa è stato pubblicato il video di un magistrato di Alessandria che ha radicalmente smentito le cose che ha detto il ministro Nordio in Aula.
PRESIDENTE. Va bene, lo guarderemo. Adesso se vuole intervenire sull'argomento che mi avete segnalato, bene; altrimenti, le do subito la parola, in anticipo sugli altri, come dichiarazione di voto. La vuole in anticipo? Gliela do per primo e parla in dichiarazione di voto. Non c'è un bis in idem, cioè non può parlare due volte sullo stesso argomento. Ha ancora un minuto e mezzo; anzi, più di due minuti.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Allora i due minuti che mi concederà li utilizzo per dire che sono molto d'accordo con la richiesta che è stata fatta dai miei colleghi Paita, Patuanelli e Boccia. Anche io considero un atto dovuto la presenza del Presidente del Consiglio in Aula, per spiegare a questo Paese cosa sta dicendo il nostro Governo in questo momento, in queste ore. Siamo dinanzi a ripetuti atti di bullismo del Presidente degli Stati Uniti d'America, lo sottolineo.
A questi atti di bullismo si può rispondere in due modi: o con la schiena diritta, come ha fatto stanotte a Davos il primo ministro del Canada, che ha risposto dicendo che rispondere alle iniziative di Trump è necessario, perché le potenze medie - così le ha definite - devono costruire una terza via tra subordinazione e mondo delle fortezze, alludendo a cosa diventerà il mondo delle fortezze e dimostrando, per l'appunto, schiena diritta. (Applausi). Oppure si può rispondere con la subalternità, quella che, per esempio, abbiamo visto qualche settimana fa, davanti alla negazione di un'evidenza dimostrata finanche da Trump, che, in una conferenza stampa, pubblicamente ha detto che l'intervento degli Stati Uniti in Venezuela serviva a recuperare risorse petrolifere. Ebbene, tutto il mondo ha capito che Trump è intervenuto per le risorse petrolifere, meno il presidente Meloni, che invece ha capito che era veramente intervenuto per combattere il narcotraffico. Tutto il mondo aveva capito il contrario, anche perché c'era stata una diretta ammissione di Trump. (Applausi).
Ma fino a che punto vogliamo arrivare? Fino a che punto deve arrivare questa subalternità così clamorosa nei confronti degli Stati Uniti d'America? Possiamo parlare anche di questo? Possiamo parlare anche dell'involuzione autoritaria che sta accadendo in quel Paese e del fatto che quel Paese sta arrivando a un passo dal fascismo? Ma sarà un problema che riguarda anche noi, che riguarda anche le democrazie occidentali? Oppure non ci interessa?
Io penso che la presidente Meloni debba venire in Aula il prima possibile e trovo davvero incredibile che non abbia sentito l'esigenza di farlo senza che lo abbiano chiesto le opposizioni. (Applausi).
PRESIDENTE. Senatore De Cristofaro, il suo intervento è la prova che nel Senato della Repubblica si può parlare di tutto, quindi anche delle questioni di cui ha parlato lei, persino di questi argomenti abbastanza forti.
Non essendoci altri interventi su questo argomento, tocca a me ricordare che, a seguito di una breve interlocuzione, è normale che, quando si tratta di un incontro straordinario, come quello cui si appresta il Presidente del Consiglio, non è mai successo che vi sia una presenza del Presidente del Consiglio in Aula. E comunque, anche volendo fare un'eccezione, non avrebbe potuto essere presente, perché parte domani mattina.
Proprio perché avevo questa risposta, ho voluto che questo giro di interventi avvenisse in un momento importante della seduta, perché non vi fosse alcuna censura alle argomentazioni che avete voluto, sotto la vostra responsabilità, esporre.
Ripresa della discussione sulla Relazione del Ministro della giustizia
sull'amministrazione della giustizia (ore 15,47)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulla Relazione del Ministro della giustizia.
È iscritto a parlare il senatore Calenda. Ne ha facoltà.
CALENDA (Misto-Az-RE). Signor Presidente, mi appassionerebbe di più discutere dell'argomento delle guerre occidentali e, se mai si ricordassero, riascoltare quelle fatte dall'Oriente verso l'Occidente.
A prescindere da questo, consentitemi di dire, in premessa, su questo equivoco, su questa boutade, su questa verità riguardo a un eventuale controllo, che penso che stiamo parlando di una cosa inesistente. Se mai però tale controllo dovesse esistere, è chiaro che stiamo parlando di uno degli atti più gravi e lesivi della storia repubblicana. Quindi, credo che su questo bisognerà smentire, in modo formale e inequivocabile, il prima possibile.
Il Governo ha fatto delle cose per velocizzare i tempi della giustizia? Sì, le ha fatte. Signor Ministro, lei sa che noi siamo molto oggettivi. Sosteniamo la sua riforma sulla separazione delle carriere e abbiamo un'impronta molto liberale. Tuttavia, dobbiamo anche riconoscere le cose che non sono andate.
Si continua a registrare circa il doppio in termini di tempi; anzi, siamo fuori dal benchmark rispetto ai tempi previsti negli obiettivi del PNRR. Lei diceva prima che l'organico della magistratura è tradizionalmente al di sotto del 15 per cento: oggi è sotto del 17. Ancora più grave - secondo me - è la mancanza dell'organico del personale amministrativo, che è quello che fa funzionare i procedimenti.
Qui c'è un giudizio che, da un lato, riconosce che delle cose sono state fatte. Il punto che dobbiamo porci è se, con mezzi straordinari, la giustizia italiana abbia cambiato il livello di efficienza che - ricordiamolo - era uno dei punti fondamentali di mancata competitività del sistema. Credo che qui moltissimo sia ancora da fare, ma voglio arrivare a un punto che per me è molto importante, al di là dei concorsi che sono banditi e per cui ci vuole sempre una quaresima per finire.
Lei prima ha fatto una discussione sulla detenzione preventiva, dicendo che abbiamo un numero, che si aggira intorno al 25 per cento, di occupazione delle carceri che deriva dalla detenzione preventiva. I giudici potrebbero - ovviamente spetta a loro - analizzarli più rapidamente e portarli a pene alternative. Questo è il punto su cui, signor Ministro, non la seguo. Non capisco come tutto il suo empito liberale - come lei sa, lo condivido - si sposi con il fatto che avete varato circa 49 tra reati e aggravanti. Questa cosa la voglio dire, perché vi accingete a fare un decreto sicurezza. Vorrei che fosse chiaro tra di noi che continuare a varare reati non ha alcun impatto sulla sicurezza. (Applausi). Hanno un impatto sulla sicurezza presidiare il territorio, la certezza della pena, che non sempre, anzi, è responsabilità vostra, e gestire il fenomeno dei migranti irregolari che compiono reati.
Mi sono fermato l'altro giorno a una manifestazione per l'Iran e l'ennesimo poliziotto mi ha detto la stessa cosa che dicono tutti: non è pensabile che, davanti a un migrante irregolare che delinque, noi gli diamo un foglio di via e gli diciamo "vai con Dio", per l'appunto, e poi lo ritrovano 15 giorni dopo. Allora forse, invece di costruire Centri per i rimpatri in Albania, si potrebbe riflettere sulla necessità impellente non solo di costruirne di più in Italia e di prossimità, ma anche di lavorare per accelerare le espulsioni, facendo come fanno altri Paesi, e cioè dicendo: o accettate il rimpatrio, o noi blocchiamo i visti verso quel Paese, altrimenti il numero dei rimpatri è irrisorio.
Come ultimo punto, abbiamo fatto una proposta. Siccome abbiamo l'obbligo di aumentare le spese militari secondo il trattato NATO e contemporaneamente abbiamo una carenza di presidio del territorio, perché non facciamo un investimento su 12.000 carabinieri, dandogli sia il training per le missioni di pace, sia il training per le funzioni di Polizia e non li mettiamo per strada? Quei soldi non rientrerebbero negli obblighi europei. Credo che queste siano soluzioni concrete. Fare altri 28 reati non serve assolutamente a nulla. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bilotti. Ne ha facoltà.
BILOTTI (M5S). Signor Presidente, signor Ministro, l'Italia ha processi lunghissimi e arretrati mostruosi. Secondo la Commissione europea, per ottenere una sentenza definitiva in primo, secondo e terzo grado, in Italia occorrono mediamente oltre 1.000 giorni, quasi tre anni, più di ogni altro Paese UE. Anche il secondo grado di giudizio dura in media 700 giorni: un record di infrazione giudiziaria. Nel frattempo i cittadini pagano spese legali esorbitanti: parliamo in media del 52 per cento del valore della causa, ancora una volta il livello più alto in Europa.
L'Italia è anche ai vertici europei per un numero di contenziosi insostenibile alla luce del ridotto organico di giudici: parliamo in media di undici magistrati ogni 100.000 abitanti. Infatti, negli ultimi anni risultano mancare oltre 1.500 magistrati rispetto all'organico previsto. Se poi prendiamo in considerazione il capitolo del PNRR, per rispettare gli impegni presi, registriamo che con questo piano resta da smaltire un numero importante di procedimenti entro la metà del 2026 e soprattutto, signor Ministro, che a quella stessa scadenza, a giugno 2026, rischiamo di perdere dei precari e preziosissimi assunti col PNRR: ben 12.000.
Signor Ministro, oggi non sono venuta in quest'Aula a dare dei numeri, di cui lei sicuramente ha contezza. Parlo a lei, a quest'Assemblea e a chi ci segue di gravi carenze, perché sono quelle che, insieme a scarsi investimenti in personale amministrativo e attrezzature digitali, frenano la giustizia. (Applausi).
Sono questi problemi reali, come la lentezza e gli arretrati, a minare la fiducia dei cittadini nella giustizia, più di ogni altra problematica, vera o presunta, su cui lei, ministro Nordio, e il Governo tutto vi concentrate.
Signor Ministro, il problema non sono i magistrati. Il problema è la sua idea di giustizia, che ci porta a vivere in un Paese in cui i criminali scoprono di essere indagati prima di essere arrestati e quindi scappano, oppure minacciano chi ha avuto il coraggio di testimoniare. (Applausi).
È questo il risultato delle vostre leggi che, prima di colpire il crimine, avvertono il criminale. Il problema, signor Ministro, è la sua idea di giustizia, che si palesa quando lei accosta l'aggettivo "modestissima" al termine "mazzetta". (Applausi).
Lei, signor Ministro, ha definito modestissima una mazzetta, con una naturalezza disarmante. Io, lì per lì, ho pensato a un classico lapsus freudiano, una parola che scappa e tradisce ciò che uno pensa davvero. Ma Freud non c'entra: non le è scappata in un'intervista, non è una battuta a latere. No, signor Ministro, lei l'ha scritto nero su bianco. (Applausi). Per dirla con il mio amato e caro De Filippo, sembra che per lei una mazzetta «è cos'e niente». Allora capisco che tutto quello che ne è seguito - sempre restando in un gergo teatrale - per lei è Shakespeare: molto rumore per nulla. Ma la corruzione, signor Ministro, non è un reato bagatellare. La corruzione, signor Ministro, è la madre di tutte le ingiustizie, perché la civiltà si regge sul diritto e non sul favore. (Applausi). Incivile è pensare che possano esistere mazzette tollerabili, non usare trojan per stanare chi le paga e chi le riceve. (Applausi).
Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 15,55)
(Segue BILOTTI). Il problema, signor Ministro, è la sua idea di giustizia; un'idea in base alla quale non comprende il comportamento di un politico che osteggia la sua riforma, non considerando che un domani potrebbe garantirle libertà di azione. Ma poi, esattamente, da cosa un politico verrebbe liberato? La libertà della politica, signor Ministro, non può mai venire prima dell'indipendenza di chi indaga sui potenti. E, quando questo equilibrio si spezza, non è riforma: è regressione democratica. (Applausi).
La nostra idea di giustizia, invece, è semplice: nessuna mazzetta è modesta, nessun potente è intoccabile e nessuna riforma può trasformare la giustizia in uno scudo per chi ha potere e paura della verità. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Potenti. Ne ha facoltà.
POTENTI (LSP-PSd'Az). Signor Presidente, esprimo anzitutto la nostra solidarietà al Ministro della giustizia per le accuse che gli vengono rivolte dal Partito Democratico, che ci saremmo aspettati, invece, avesse posto attenzione a chi, dai computer dei magistrati, ha distolto una quantità impressionante di dati, attraverso il fenomeno dei dossieraggi, del quale veramente ci sarebbe molto da parlare. Stupisce - lo dico suo tramite, signor Presidente - che queste accuse vengano proprio da quel ramo del Parlamento e da quella collega parlamentare che siede all'interno della Commissione antimafia e che da pochi giorni ha depositato una corposa Relazione di 200 pagine sul caso Striano e su tutto ciò che riguarda la sottrazione illecita, massiva e continuativa, alle spalle delle istituzioni e contro, personalmente, figure che appartengono alle istituzioni, per infangare - non si sa ancora bene per quali altri motivi, magari di natura economica - o, peggio, per destabilizzare le istituzioni. E stupisce che questi fatti siano stati posti in essere.
Concludo questa parentesi e invito forse per errore il Partito Democratico a rendersi più preciso su quali documenti e atti informatici siano stati effettivamente sottratti dai computer dei magistrati.
Vengo ora al tema che lei ha anticipato, signor Ministro. Questo è l'anno della rivoluzione nell'ambito della giustizia, ma in realtà non più di tanto perché - come ha ricordato - noi, anche nella nostra azione, abbiamo supportato il cambiamento e il completamento della transizione dal processo inquisitorio, tipico di altre epoche. Lei ha ricordato in maniera molto colorita quella struttura giudiziaria tipica della dittatura. Ricordo un nome, il famoso giudice Freisler, che in quel frangente, sicuramente antidemocratico e totalmente dittatoriale, aveva la tipica postura del giudice inquisitorio che addirittura offendeva e dava degli animali agli imputati che gli comparivano davanti. Quella è la struttura - come ricordato anche nel corso del quarto passaggio in questa sede parlamentare - del processo inquisitorio che veniva dal passato e che dal 1989 ha visto il pubblico ministero sedere a fianco del difensore e dell'imputato, cambiando anche geograficamente quell'impostazione che noi vogliamo definitivamente superare attraverso i nuovi organismi che andranno specificamente a servire e gestire le due realtà della magistratura, inquirente e giudicante. Ciò, oltretutto, avverrà attraverso un sorteggio molto democratico che responsabilizzerà qualunque magistrato a sentirsi potenzialmente in grado e chiamato a contribuire alla gestione del servizio giudiziario, anche dal punto di vista dell'autoregolamentazione.
Poi, signor giudice, anzi signor Ministro - il giudice ovviamente lo lasciamo nell'aula, con grande rispetto per tutti quei magistrati che svolgono quotidianamente il loro ruolo - siamo anche in prossimità dell'approvazione in Consiglio dei Ministri di un ulteriore testo che la Lega ha voluto fortemente (un decreto, ma anche un testo che ha valore di disegno di legge). Intendiamo intervenire ulteriormente - come ricordiamo anche nell'atto che verrà votato più tardi - sulla funzione di adattamento del contesto normativo alle esigenze della società attraverso un'osservazione consapevole dei fenomeni criminali che evolvono nel tempo. Per questo - come ha ricordato anche il nostro premier Matteo Salvini a proposito delle baby gang - occorre un aggiornamento normativo che renda più difficile al balordo il mestiere del delinquente.
Signor Ministro, la nostra azione sarà a suo supporto per continuare a migliorare ed efficientare il corpo normativo che renderà ovviamente un buon servizio ai magistrati nel momento applicativo. Vada avanti, signor Ministro, e avrà sempre il sostegno della Lega. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Verini. Ne ha facoltà.
VERINI (PD-IDP). Signor Presidente, signor Ministro, lei è indubbiamente competente in fatto di giustizia per i suoi studi e il suo percorso in magistratura. Inoltre, si proclama un liberale. Tuttavia, questi due elementi - la competenza e l'autoproclamazione di liberale - rappresentano penalmente delle aggravanti perché la sua Relazione annuale è la fotografia di un fallimento del suo Ministero e del Governo Meloni.
La sua Relazione certifica un pesante aggravamento del sistema giustizia complessivo del Paese. Avevate una strada spianata da seguire per essere davvero utili all'Italia e ai cittadini, ed era quella di mettere le riforme approvate a larghissima maggioranza durante il Governo Draghi - quelle del penale, del civile e dell'ordinamento del CSM - in grado di funzionare e dare loro le gambe; assumere magistrati, personale di cancelleria; stabilizzare gli uffici del processo, i precari; investire davvero nel digitale e nelle sedi; applicare le riforme per una giustizia giusta e, se necessario - certamente lo sarebbe stato - applicare i necessari tagliandi dopo averle sperimentate sul campo.
Avete invece scelto un'altra strada, quella di dichiarare guerra alla magistratura, alla sua indipendenza, ai contropoteri democratici, agli organismi di controllo nazionali e sovranazionali, al giornalismo d'inchiesta; una scelta gravissima che ci sta portando alla prova di un referendum che avete trasformato in un attacco alla magistratura, in un tentativo di quotidiana delegittimazione.
A questo proposito, signor Ministro - lo dico con chiarezza, ma anche con pacatezza, e tramite il Presidente di turno - lei non dovrebbe lanciare velate minacce ai parlamentari come Debora Serracchiani. È vero che lei formalmente non ha lanciato minacce, ma il fatto che una parlamentare della Repubblica riporti quanto ha scritto in una pagina Facebook una popolarissima e molto spesso attendibilissima trasmissione come "Report" (Commenti), secondo la quale su input di Palazzo Chigi sarebbero stati penetrati i personal computer dei magistrati, è un interrogativo che interessa al Paese, al quale lei e la Presidente del Consiglio dovreste rispondere con ben altra disponibilità. (Applausi).
Lei dovrebbe rispondere anche all'accenno che ha fatto prima il senatore De Cristofaro. Poco fa ho avuto modo di vedere anch'io il video in cui un magistrato di Alessandria, il giudice Tirone, ha confermato - un tecnico informatico glielo ha potuto verificare - che il suo personal computer era penetrabile da questi meccanismi. Allora, signor Ministro, invece di lanciare invettive, lei dovrebbe fare davvero chiarezza formalmente.
Aggiungo anche un'altra cosa. Noi siamo lontani dalla cultura del sospetto, però permettetemi di dire che un po' di sospetto ce l'abbiamo, visto che voi siete il Governo dei silenzi sullo spionaggio del caso Paragon (Applausi); il Governo delle opacità sul caso Almasri; il Governo che usa il caso Striano come una nuova clava per colpire il giornalismo d'inchiesta, magistrati antimafia come Cafiero De Raho e coloro che si oppongono a un uso della Commissione antimafia che non sia quello per cui è stata formata da personalità che avevano un grandissimo spessore e una grande legittimazione davanti al Paese, per combattere la criminalità organizzata. Avreste davvero potuto, invece di adottare questo atteggiamento, aiutare il Paese ad avere una giustizia giusta, che uscisse dalla guerra dei trent'anni tra politica e magistratura.
Avete invece ignorato tutta questa possibilità e oggi la giustizia, dopo i vostri tre anni, è peggiorata, com'è peggiorata la drammatica situazione delle carceri. Ripeto anche oggi quello che mi è capitato di dire altre volte in questa sede: non diamo certamente tutta la responsabilità della situazione delle carceri al vostro Governo, ma ormai sono passati tre anni e sono avvenute centinaia di suicidi, decine di suicidi di agenti della Polizia penitenziaria; sono 15.000 i detenuti in più nel sovraffollamento; troppe carceri sono fatiscenti; migliaia di tossicodipendenti dovrebbero curarsi e recuperarsi in comunità e invece stanno in pochissimi metri quadrati, con terapia a scalare di metadone e psicofarmaci a gogò. Avete fatto anche restrizioni gravissime che non hanno niente a che vedere con l'articolo 27 della Costituzione: pena certa, recupero, reinserimento e quindi più sicurezza dei cittadini.
Ancora oggi la sua Relazione, signor Ministro, declina al futuro: faremo, costruiremo, assumeremo. Non è più tempo di declinare i tempi delle situazioni delle carceri al futuro. Occorrevano interventi che vi abbiamo proposto, che avreste potuto e dovuto intraprendere. Vi siete rifiutati perché in realtà, anche su questo, quello che prevale è la logica - altro che garantista - di personalità come il suo sottosegretario Delmastro Delle Vedove, che non sa cosa sia l'articolo 27 della Costituzione. (Applausi).
Infine, la stessa inerzia la denunciamo sul tema giustizia, sulle carceri e sulle carceri minorili. Anche lì avete rotto non dico una cosa che funzionava bene, ma avete creato, con l'introduzione dei vostri nuovi reati, sovraffollamento, mancanza di progetti educativi e di personale. Del resto voi la sicurezza la usate come uno slogan, quando invece dovreste davvero contrastare il degrado sociale, le cause sociali e al tempo stesso dare risposte davvero in termini di controllo del territorio, di personale di polizia, magari pagato anche più e meglio, perché la Polizia e le Forze dell'ordine, come la magistratura italiana, hanno un compito fondamentale per la sicurezza.
Presidenza del presidente LA RUSSA(ore 16,10)
(Segue VERINI). Infine davvero, Presidente, la stessa inerzia la denunciamo nel campo della lotta alla corruzione e alle mafie. I vertici dell'antimafia e di questo Governo sono in prima fila alle commemorazioni di personalità che hanno dato la vita contro le mafie, e vorrei vedere se non lo fossero, ma sono gli alfieri e le alfiere del pizzo di Stato, degli attacchi a strumenti fondamentali d'indagine, come le intercettazioni, e contro i controlli - penso a quelli della Corte dei conti, e non solo, sul Ponte sullo Stretto di Messina - dell'aumento dei subappalti, dei rischi d'infiltrazione e riciclaggio, dei mancati interventi per aiutare i Comuni nella gestione dei beni confiscati.
Avreste potuto davvero fare qualcosa di utile al sistema giustizia… (Il microfono si disattiva automaticamente) …la strada della guerra alla magistratura, ed è un peccato. Insomma, nel solco della Costituzione e per il Paese avreste dovuto lavorare non per gli interessi di bottega di una destra che si dice patriota, ma che non vuole bene alla Patria. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scalfarotto. Ne ha facoltà.
SCALFAROTTO (IV-C-RE). Signor Presidente, signor Ministro, non posso non partire dalle carceri, perché la situazione carceraria nel nostro Paese credo rappresenti una ferita, una cicatrice nella carne viva della coscienza civile del nostro Paese.
I 63.000 detenuti circa dove ne entrerebbero 46.000 sono una condizione che io credo che molto tranquillamente si possa definire "trattamento inumano e degradante". Conosciamo bene la ragione per la quale, secondo Costituzione, mettiamo nelle carceri le persone colpevoli e giustamente lei ha ricordato che molte delle persone che sono in carcere non dovrebbero essere lì, perché fino a sentenza definitiva non dovrebbero starci. Ebbene, quelle che vanno in carcere vanno lì per essere rieducate, perché l'interesse della società è che, una volta uscite, non tornino a delinquere. E questa è la finalità vera. Però, se si sta in 63.000 dentro un posto in cui ci si potrebbe stare in 46.000, evidentemente questo non succede. Aggiungo che il tema dei suicidi è una derivata diretta di questa condizione, di questa situazione terribile.
Lei dice che non è il Governo che mette la gente in galera. Mi permetta di smentirla, signor Ministro. È vero che i giudici mettono in galera le persone, ma lo fanno sulla base delle leggi che noi approviamo in questo Parlamento. (Applausi). E, nella maggior parte dei casi, questo Parlamento approva leggi che scrive il suo Ministero, perché voi avete la pessima abitudine di scrivere leggi penali per decreti-legge, che sono blindati e hanno il voto di fiducia. Quindi, possiamo dire tranquillamente che è il Governo che mette in galera la gente.
Se prendiamo per esempio il decreto Caivano e stabiliamo che, per i reati di lieve entità sugli stupefacenti, si rende sostanzialmente difficilissima, quasi impossibile, ogni misura alternativa e quindi il piccolo spacciatore, il giovane, il piccolo disadattato, per il suo decreto Caivano (approvato con la fiducia), non può accedere a misure alternative e va in galera, noi, signor Ministro, possiamo dire che in galera ce l'ha messo lei, non il giudice che ha applicato la legge che ha scritto lei. (Applausi).
La cosa strana invece è che purtroppo sono ancora tante le persone, e di questo portate sempre voi la responsabilità.
Signor Ministro, ricordiamo che voi siete al Governo quasi da quattro anni, per cui la "solfa" che avete ereditato dei problemi non conta più. Ormai questa è l'Italia di Giorgia Meloni. Quello che avete fatto è fatto, quello che non avete fatto non l'avete fatto. Per esempio, quello che non fate è assicurare la certezza della pena. Voglio ricordare in quest'Aula Aurora, uccisa alla fine di dicembre da una persona che avrebbe dovuto stare in carcere e non ci stava. (Applausi). Voglio ricordare Alessandro, ucciso a Bologna, a gennaio, da una persona che doveva stare in galera e non ci stava. (Applausi). Invece molta, moltissima altra gente, che non dovrebbe essere in galera, c'è.
Tra l'altro, signor Ministro - mi rivolgo anche al vice ministro Sisto - voglio ricordare anche la famigerata e infame circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP) dell'ottobre 2025, che ha accentrato al Ministero della giustizia, sostanzialmente, l'autorizzazione di tutte le attività culturali, ricreative, teatrali e trattamentali che prima venivano decise a livello locale. Adesso sono decise a livello del Ministero e, così facendo, rendono l'organizzazione di queste attività, fondamentali per il recupero dei detenuti, estremamente complicata. Basta che lei parli con qualsiasi operatore delle nostre carceri per sapere che la sua circolare, del suo DAP…
PRESIDENTE. Si avvii a concludere, senatore Scalfarotto.
SCALFAROTTO (IV-C-RE). …ha reso tutto questo molto difficile.
Signor Presidente, concludo. Signor Ministro, si assuma le sue responsabilità e ci consegni quanto prima, se può, un Paese che non deve vergognarsi con la sua coscienza. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Signor Presidente, vediamo se ci riesco senza essere interrotto e provando anche…
PRESIDENTE. Lei non è mai interrotto: è aiutato a rispettare le regole.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Signor Presidente, diciamo che va bene così.
Chiedo anche scusa per il fatto di aver alzato i toni pochi minuti fa. Signor Presidente, signor Ministro, siamo però davvero di fronte a un fatto che, se fosse accertato, sarebbe davvero di una gravità inaudita. Non so come si faccia a far finta di non comprendere questa cosa.
Signor Ministro, lei pochi minuti fa ha fatto un comunicato stampa in cui ha definito le accuse - chiamiamole così - che sarebbero arrivate dalla trasmissione "Report" - per l'appunto avrebbe sostenuto la tesi secondo la quale i magistrati di questo Paese sarebbero intercettati - quella che ha definito la posizione di "Report" surreali, usando parole molto dure nello stigmatizzare, a suo dire, quello che sarebbe - ora non ricordo le parole precise - un tentativo di maldestro condizionamento dell'opinione pubblica che il giornalista Ranucci avrebbe per l'appunto messo in campo qualche ora fa. Poi ha fatto notare come i parlamentari dell'opposizione, l'onorevole Serracchiani, ma anche tutti gli altri che sono intervenuti su questo, avrebbero - a suo dire - molto sbagliato a fare quelle considerazioni. Successivamente a questi suoi interventi, però, è comparso il video di un magistrato che invece conferma quello che ha detto o che dirà l'inchiesta di "Report".
Signor Ministro, non si può scherzare su una cosa del genere. Non voglio dire che lei sa e che non parla di questa cosa. Magari non sa. Però capisce che, se il Ministro della giustizia non sa che ci sono dei tentativi di spionaggio nei confronti dei magistrati di questo Paese, la cosa assume effettivamente perlomeno degli elementi di grande gravità. Anche perché, insomma, fossimo in un Paese in cui questa cosa non succede mai, uno potrebbe dire: ma come osate dire una cosa del genere? Ma io le ricordo - l'ha ricordato adesso il senatore Verini - che siamo nello stesso Paese in cui sono stati spiati attivisti politici, sono stati spiati dei giornalisti, c'è una discussione nazionale e internazionale attorno a quello che è successo in Italia (Applausi), e non c'è uno straccio di parola definitiva da parte del Governo su Paragon, sui trojan e su queste cose, per l'appunto, incredibili che da noi succedono.
Lei capisce che una qualunque persona che abbia una personalità minimamente democratica e attenta al buon governo delle istituzioni, dinanzi alla sola ipotesi che possa essere spiato un potere come quello giudiziario, possa chiedere al Ministro in carica chiarimenti precisi. Ma davvero lei pensa che questa sia una provocazione?
Io credo che su questo dovrebbe dirci, anche nella replica, parole più precise e penso davvero che non si possa assolutamente minimizzare.
Visto che ho citato la parola "minimizzare", approfitto per dire che c'è anche un'altra minimizzazione che lei non può fare. (Richiami del Presidente). Io ho visto che lei stamattina alla Camera, nella Relazione che ho avuto modo di leggere - poi giustamente al Senato non l'ha voluta ripetere interamente, ma ha fatto bene, ha ragione - ha detto sostanzialmente che la riforma che è stata presentata, quella su cui ci sarà il referendum non è contro la magistratura, non è contro l'opposizione. Ha cercato in qualche modo di stemperare i toni attorno a quello che accadrà il 22 e 23 marzo. Benissimo, però le vorrei consegnare la richiesta di dire questa cosa alla Presidente del Consiglio, perché lo sa… (Il microfono si disattiva automaticamente). Vorrei soltanto concludere la frase. Lo sa cos'è che stona? Il fatto che la presidente del Consiglio Meloni, nella conferenza stampa di fine anno, quindi in una sede solennissima, ha sostanzialmente detto che in questo Paese i magistrati vanificano il lavoro delle Forze dell'ordine, e cioè che le Forze dell'ordine arrestano i criminali e i magistrati li scarcerano e utilizza questo argomento per cercare di vincere il referendum. Ma anche questo le pare normale? (Applausi). Le pare normale che un Presidente del Consiglio in carica possa dire una cosa del genere, che in una normale Repubblica sarebbe considerata eversiva? Ci può dire, anche su questo, signor Ministro, se queste dichiarazioni stemperano o se invece per l'appunto producono quel clima che va in maniera un po' diversa da quello che lei ha detto stamattina? (Applausi).
PRESIDENTE. Come ha visto, non solo non è stato interrotto, ma anzi, oltre ad avere più tempo, l'ho ascoltato con attenzione, anche perché sono tra i campioni dell'essere spiato in Italia, quindi, come vede, non è un problema di colore politico. Sono cintura nera, mettiamola così.
È iscritta a parlare la senatrice Lopreiato. Ne ha facoltà.
LOPREIATO (M5S). Signor Presidente, purtroppo ho solo cinque minuti, ma vorrei rispondere puntualmente alla Relazione del Ministro; semmai mi limiterò soltanto al primo punto, ma non posso esimermi dal commentare quello che testé ha detto il Ministro in merito al software ECM, per l'importanza della questione.
Mi faccio scivolare le velate minacce che sono state fatte in quest'Aula e rivolgo un invito al Ministro perché, prima di fare delle dichiarazioni, credo sia necessario fare degli accertamenti e poi fare determinate minacce. (Applausi). Signor Ministro, è semplicissimo, deve rispondere a tre semplici domande: se è vero che esiste o meno questo strumento; se è vero che si può lasciare traccia degli accessi che vengono fatti; se è vero che si può spiare. Lei deve fare prima degli accertamenti, poi viene qua e dice quello che deve dire, se sa, se non sa e ce lo riferisce, perché è una cosa estremamente grave. Non minacciamo in maniera gratuita. (Applausi).
Detto ciò, siccome lei ha toccato come primo punto la separazione delle carriere e questa è l'ultima Relazione prima di un appuntamento molto importante, quello del referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo, mi rivolgo alla Nazione - concetto caro alla destra, quanto trascurato in questa legislatura - per dire che avete scritto un quesito del quale anche il Primo presidente della Cassazione ha difficoltà a capire l'oggetto: è un referendum sulla giustizia, sulla separazione delle carriere? Io vi potrei dare qualche suggerimento. Secondo me il quesito giusto sarebbe stato il seguente: volete approvare una riforma che prevede la completa sottomissione del potere giudiziario al Governo? (Applausi). Secondo me il quesito doveva essere questo, perché questo è il vero intento della riforma.
Non ci giriamo intorno, signor Ministro: con la separazione delle carriere questa riforma non c'entra nulla. Le carriere, di fatto, già sono separate. In vari consessi facciamo riferimento ai numeri, sappiamo benissimo che siamo a -1 per cento dei passaggi tra pubblici ministeri e magistrati giudicanti. Sappiamo benissimo che la riforma Cartabia è intervenuta prevedendo la possibilità di un passaggio soltanto nei primi dieci anni. Pensate che questo Governo sta spendendo 300 milioni di euro di soldi pubblici per sei magistrati, sei, che hanno fatto il cambio. Stiamo spendendo così soldi pubblici. (Applausi).
Cosa dispone questa riforma? Andiamo a toccare i vari argomenti: due CSM, giudicante e requirente; il sorteggio come modalità di composizione; la differenza del sorteggio tra i giudici e i membri laici. Guarda caso, nel caso dei laici è un sorteggio temperato. Poi, con la legge si è precisato quanti professori universitari o avvocati volete scegliere tra i laici. Secondo me, sarà giusto il numero dei soggetti da scegliere, così verrà vanificato anche il concetto di sorteggio temperato.
Io mi rivolgo a tutti quanti chiedendo: voi sorteggereste così il medico per far operare vostro figlio? Oppure la babysitter? O l'architetto per ristrutturare casa? Chiaramente no. (Applausi).
Loro diranno, come al solito, che così si eliminano le correnti: ormai sono abituata a questi commenti. Scusate, ma il sorteggio elimina le correnti o, semmai, se ne vanno a formare di nuove e anche più potenti, quelle minoritarie? Secondo me, non c'entra assolutamente nulla.
Un'altra osservazione è che così si eliminano i rapporti tra pm e giudici. Ricordo a tutti che sono previsti un unico concorso e un'unica scuola. Si incontrano nei tribunali, nelle aule, hanno fatto tutto il percorso universitario insieme e ora li vogliamo separare. Voi create due palazzi.
Vi ricordo i costi, perché si vanno a duplicare le spese. Vi sembra questo il momento di duplicare le spese e di concentrarvi su questo vostro spot politico? Secondo me no. (Applausi).
Con il ministro Nordio si è arrivati a una delegittimazione della magistratura. Da un lato, come ha detto prima anche la mia collega, sono stati depotenziati strumenti di indagine come le intercettazioni. Si sono creati vari escamotage per farla fare franca ai colletti bianchi, come l'interrogatorio preventivo. Infine, si è voluto coprire il dissenziente.
Ricordo a tutti che noi abbiamo svolto un dibattito acceso in Commissione giustizia. Ciò che vi dà molto fastidio è la magistratura, che avete punito perché è intervenuta sulla questione Albania, e la Corte dei conti, che è intervenuta sul Ponte sullo Stretto e quindi dovete in qualche modo punirla.
Signor Presidente, del resto anche il Ministro ha detto che questa riforma ambisce alla libertà d'azione, a una sorta di pieni poteri di salviniana memoria. Con questa riforma non si vota la separazione delle carriere, ma si vota se si vuole rimanere o meno in una Repubblica democratica, dove esiste ancora la tripartizione dei poteri quale ostacolo all'asservimento delle istituzioni a un Esecutivo che sta progressivamente erodendo i controlimiti, che loro vogliono vilipendere e che la Costituzione, invece, ci offre. Signor Presidente, la Costituzione non si tocca. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Stefani. Ne ha facoltà.
STEFANI (LSP-PSd'Az). Signor Presidente, innanzitutto dobbiamo rivolgere un vero e sincero ringraziamento al ministro Nordio, che è riuscito, nel corso di questa legislatura, a portare il tema della giustizia al centro dell'agenda di Governo. (Applausi).
La giustizia non è rimasta un semplice atto burocratico, dove c'è la firma del Guardasigilli sui provvedimenti, né - ancora peggio - il solito "reparto rogne" di un Governo.
Abbiamo passato anni in cui ci sono stati proposti solo meri tamponi ai problemi che c'erano nella giustizia, mettendo delle toppe, senza mai risolvere il problema alla base. Sembrava veramente incancrenita la questione degli arretrati nei processi, sembrava che il problema degli organici fosse insuperabile, sembrava che i tempi della giustizia fossero ormai qualcosa di dogmatico, si pensava che il personale amministrativo fosse qualcosa da trascurare. Oggi, invece, abbiamo visto che il Governo, per il tramite del Ministro, ha affrontato queste problematiche e ha dimostrato che si possono anche risolvere, ma per farlo non ha fatto altro che usare il consueto coraggio e determinazione. Sono il coraggio e la determinazione che occorrono quando vengono prese delle decisioni, perché le decisioni non sempre piacciono a tutti; anzi, se piacciono a tutti vuol dire che c'è un problema.
Di sicuro, nel perseguimento degli obiettivi, è stato utile e opportuno tutto ciò che era stato previsto nel PNRR, che ci ha dato degli obiettivi, anche ambiziosi e difficili. Abbiamo dimostrato - e l'ha dimostrato il Governo - che questi obiettivi si possono raggiungere. Qui possiamo anche vedere dei risultati: quanto agli organici della magistratura finalmente possiamo vedere la luce. Non so se arriveremo mai alla totale perfezione, ma di certo arriveremo a un miglioramento che mai si è avuto nella storia. Lo stesso è accaduto sul tema del personale amministrativo. Quello che ci è piaciuto di più in questi anni è che questo Governo, attraverso questo Ministro, è stato rigoroso nel diritto sostanziale. Vi sono stati aumenti di pena, abbiamo previsto anche nuovi reati, ma ciò che abbiamo continuamente ribadito, sia all'interno del Governo sia nel Parlamento, è che sul punto del rito siamo garantisti. Si può essere rigorosi nel diritto, ma abbiamo salvaguardato le garanzie all'interno del procedimento.
Un altro obiettivo a nostro avviso raggiunto - e mai si è fatto prima d'ora - è stato quello di affrontare la questione del Piano carceri. Si è parlato e si è scritto spesso del Piano carceri, ma ad oggi non si è mai attuato effettivamente un piano di edilizia carceraria. Finalmente arriviamo qui a parlare di carceri, non solo adottando, come si è fatto nei Governi a conduzione di centrosinistra, dei meri rimedi svuota carceri, che non hanno fatto altro che mettere un piccolo rimedio per poi ritrovarci di nuovo col problema del sovraffollamento carcerario. È stato ora affrontato il tema per fare in modo che i luoghi di detenzione siano dignitosi, luoghi dove si possa anche svolgere un lavoro, e che finalmente siano orientati a diventare luoghi di rieducazione. È chiaro che ci sono molti lavori da fare e il percorso è ancora lungo. Costruire carceri non è una cosa che si fa da un giorno all'altro. Parimenti, si sono raggiunti nuovi arruolamenti nella Polizia penitenziaria: nel momento in cui c'è la necessità di una custodia, se vi è personale di Polizia penitenziaria, il lavoro può essere fatto in modo ben diverso e anche lo stato della detenzione è diverso.
Un altro argomento molto delicato che certamente ha toccato la sensibilità di molti è quello che riguarda la giustizia minorile, che è stato affrontato con coraggio. Il tema non è semplice e sono stati adottati dei provvedimenti significativi. Come vediamo fuori da quest'Aula, c'è un tema che riguarda i giovani, la loro difficoltà di orientamento e, talvolta, anche stati di grande confusione, ma nel momento in cui viene commesso un reato occorre approntare un sistema idoneo.
Sotto questo profilo, non possiamo non ringraziare per l'attività svolta il sottosegretario Ostellari, proprio per i temi che riguardano la giustizia minorile. Possiamo ricordare, fra gli ultimi interventi, che negli ultimi tempi sono stati inaugurati tre istituti minorili e sono state rese operative delle comunità destinate ai minori autori dei reati, con problematiche comportamentali o dipendenze. È stata inoltre prevista l'apertura di comunità socioterapeutiche, per poter far fronte non solo a un problema di delinquenza minorile, ma anche di recupero.
Per concludere il mio intervento in discussione generale - che si associa a quello che è già stato riferito dal collega Potenti sul tema della separazione delle carriere e a ciò che dirà in dichiarazione di voto la nostra presidente Giulia Bongiorno - vorrei affrontare solo un ultimo punto: proseguiamo con una continua attenzione anche nei confronti dell'avvocatura. L'avvocatura è una professione nobile, è un pilastro del sistema della giustizia e occorre che sia messa nelle condizioni di operare al meglio. Il sistema della giustizia si regge non solo sul Ministero, non solo sui tribunali, non solo sulla magistratura, ma anche sull'avvocatura. Proseguiamo ancora con le iniziative che avete già adottato.
Signor Presidente, ringrazio ancora il signor Ministro. (Applausi).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dei Licei statali «Francesco Angeloni» di Terni, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).
Ripresa della discussione sulla Relazione del Ministro della giustizia
sull'amministrazione della giustizia (ore 16,35)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rossomando. Ne ha facoltà.
ROSSOMANDO (PD-IDP). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, a fronte di uno stanziamento straordinario di risorse con il PNRR, che oltre a risorse economiche senza precedenti ha stabilito obiettivi senza precedenti, indicando una centralità senza precedenti del servizio della giustizia, l'Italia ha mancato di raggiungere il target del PNRR sulla riduzione dell'arretrato civile.
Vorrei ricordare, visto che siamo sempre qui a guardare cosa si è ereditato (e ormai siamo nel 2026), che nel 2024 abbiamo avuto un aumento dei procedimenti civili pendenti del 3,5 per cento; le pendenze hanno raggiunto circa il numero di 2,8 milioni di procedimenti; sono aumentati i tempi medi di 343 giorni nel 2024 rispetto al 2023, che aveva un aumento molto inferiore, e gli uffici dei giudici di pace hanno numeri non raccontabili.
A fronte di questo, il Ministero della giustizia ha utilizzato solo - solo! - il 41,37 per cento delle risorse del PNRR. Siete voi al Governo adesso e vi chiediamo conto dell'articolo 110 della Costituzione, che fa carico al Ministero della giustizia di organizzare il servizio giustizia. Quello che toccava fare a voi, che siete al Governo, non è stato fatto. Portate dei dati sull'utilizzo del PNRR che sono frutto degli anni precedenti, di quell'eredità che spesso rinfacciate e disprezzate. Non avete utilizzato che quel 41,37 per cento e, nella legge di bilancio, avete definanziato la giustizia. Definanziato! (Applausi).
Sui giudici di pace c'è un dramma, cui avete messo giusto una piccola pezza, tra l'altro, in realtà, accogliendo uno dei nostri emendamenti. Abbiamo udienze fissate al 2032 proprio in quella che è la giustizia più di prossimità dei cittadini. Sono previsti 3.476 giudici di pace in Italia, ma quelli realmente in servizio sono 947, cioè il 27 per cento della pianta organica prevista.
L'applicativo ministeriale introdotto come strumento obbligatorio per la gestione del processo penale telematico e l'eliminazione graduale della carta non sta funzionando correttamente in molte sedi giudiziarie. Non possiamo accettare che lei ci dica che è questione di tempo nell'era dell'intelligenza artificiale. Ma di cosa stiamo parlando?
Voglio venire ai precari del PNRR. Il PNRR aveva una visione: dare l'innesto, con risorse, per un progetto e per riforme strutturali. A fronte del vostro non utilizzo integrale delle risorse e del definanziamento, come potete venire qui a dirci che ne stabilizzate, al 30 giugno (quando scadranno), 3.000 su 12.000? Si tratta di personale formato, specializzato, che ha fatto ridurre i tempi, che introduce elementi di innovazione nel processo! Questi sono alcuni dati.
Con questi dati lei, signor Ministro, ci ha detto candidamente che la riforma che porta il nome suo e quello del Governo non si occupa volutamente di tutto questo. Ci chiediamo di cosa accidenti si dovrebbe occupare.
Parlavo del definanziamento del 2026, ma voglio dire delle cifre: il bilancio 2026 ha ribadito minori spese nel 2026 per 98,8 milioni, nel 2027 per 79,5 milioni e nel 2028 -24,8 milioni. Lei avrebbe dovuto incatenarsi davanti al MEF se era una questione insuperabile e noi ovviamente saremmo venuti a darle supporto.
In tema di carceri, lei davvero pensa di cavarsela con una battuta sui vincoli delle belle arti riguardo alla drammatica situazione delle carceri? Lei davvero pensa di venirci a raccontare queste storie con i suicidi che ci sono? Lei veramente insiste nel dirci che il sovraffollamento, i cui numeri sono drammatici, serve a evitare e contenere i suicidi? Lei ci ha parlato delle misure cautelari e ricordo che chi parla da questa parte del Parlamento ha fatto riforme proprio sulla custodia cautelare, quando dall'altra parte del Parlamento si sventolavano le manette. (Applausi). Quindi sulle misure cautelari siamo veramente a testa altissima e guardiamo molto in alto.
Il problema dei numeri, però, non riguarda soltanto chi entra, ma chi non esce. Quindi, il problema è delle misure alternative. Sulla liberazione anticipata il disastro lo avete fatto voi e che quella modifica che avete introdotto era un disastro ve lo avevamo detto e adesso ve lo sta dicendo anche la Cassazione. Avete messo sabbia nell'ingranaggio e i tribunali di sorveglianza vi avevano detto che lo avreste inceppato. È esattamente quello che è successo.
Signor Ministro, lei accoglierà i prossimi emendamenti che presenteremo sulle varie misure che state introducendo sulle misure alternative? Darà parere positivo sulla detenzione domiciliare replicata rispetto al periodo del Covid? Darà parere positivo su un migliore uso della liberazione anticipata e su un incremento delle misure alternative? Di questo stiamo parlando.
A proposito di cultura delle garanzie, ricordo che nel 2022 il Governo si era impegnato ad approvare il codice dei crimini internazionali e non ha mai rispettato questo impegno. Anzi, nel 2025 ha dato prova di una clamorosa regressione smentita, omettendo di adempiere agli obblighi internazionali di cooperazione con la Corte penale internazionale, fino al punto di rilasciare e consegnare alla Libia, con un volo di Stato, il criminale libico Almasri. Di questo ovviamente vi stiamo chiedendo conto.
Presidenza del vice presidente CASTELLONE (ore 16,45)
(Segue ROSSOMANDO). C'è poi la riforma di cui orgogliosamente portate appuntato il vessillo sul petto, la vostra riforma, la riforma del Governo, non del Parlamento. Signor Ministro, non c'è niente di meno garantista che appellarsi alla formalità delle garanzie e non applicarla nella sostanza. Smettetela di dirci che avete applicato l'articolo 138 della Costituzione solo perché avete fatto quattro passaggi. È una riforma fatta dal Governo e dichiaratamente non modificabile. Ma dov'è l'articolo 138? (Applausi).
Ancora, c'è questa nominata separazione delle carriere che non c'entra niente con la separazione dei percorsi professionali. È inutile che vi appelliate al processo, perché non state intervenendo sul processo, cosa su cui saremmo stati disponibili a discutere. Voi state intervenendo sull'assetto della magistratura. È inutile che ci diciate che dove c'è la separazione delle carriere non c'è la dipendenza dall'Esecutivo. Io vi dico che dove c'è la demolizione dell'organo di autogoverno, c'è la sottomissione della magistratura, c'è l'Ungheria. (Applausi). Non è un caso che la Presidente del Consiglio stia facendo campagna elettorale per il presidente Orbán, perché quello è il modello a cui state guardando. Qualcuno ha parlato di persone trattate come animali: sì, infatti, nei processi che abbiamo visto in Ungheria le persone vengono portate con il guinzaglio come gli animali. (Applausi). Avete attaccato la magistratura per le sentenze contrarie alla linea del Governo, ma non avete certo detto che erano giudici che erano in ossequio ai pubblici ministeri, quindi siete smentiti da voi stessi. Avete attaccato i giudici perché contraddicevano una linea politica del Governo. Sono questi i principi liberali?
Signor Ministro, quando, a fronte di una richiesta di chiarimenti, che è dovere del parlamentare di una Repubblica democratica e liberale, lei minaccia velatamente le denunce, le chiedo se si stia allontanando da quel Churchill che spesso cita per avvicinarsi a Trump. (Applausi). Questo è quello che avviene. Le chiedo se il modello è quello del Presidente degli Stati Uniti che chiede a un procuratore di perseguire esponenti dell'opposizione e che fa pressioni perché non si eserciti l'azione penale rispetto all'assassinio di una cittadina inerme, come è successo nel Minnesota. Questo le vorrei chiedere.
Andando alle conclusioni, noi siamo per difendere lo Stato di diritto e gli organi di autogoverno della magistratura in quella Costituzione che ha contribuito a scrivere Vassalli. Vassalli ha scritto quella Costituzione sulla quale lei ha giurato, signor Ministro, e quella Costituzione è fatta di un'architettura costituzionale. Se vogliamo stare sull'architettura, visto che lei ha tirato in ballo le belle arti, le dico che se si demoliscono i pilastri dell'architettura costituzionale è inutile che ci sia un'insegna all'ingresso di quell'edificio che è la garanzia di tutti i cittadini di essere liberi e uguali davanti alla legge. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ronzulli. Ne ha facoltà.
RONZULLI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, signor Ministro, intanto la ringraziamo per la Relazione chiara ed esaustiva che ci dà una fotografia di quello che è stato fatto fino ad oggi, pur sapendo che c'è ancora tanto da fare. Apprezziamo le sue parole sul completamento dell'organico della magistratura entro il 2026, quindi un risultato storico supportato dai dati concreti, perché gli investimenti, la trasformazione digitale, l'aumento del numero dei magistrati e del personale, il rafforzamento della sicurezza informatica hanno già prodotto risultati concreti e più rapidi sia nel processo penale che nel processo civile: siamo a +37,8 per cento e +27,8 per cento. È una svolta strutturale per il sistema giudiziario italiano.
Potremmo limitarci a discutere di tecnicismi, di norme, di articoli, ma non voglio nascondermi dietro un filo d'erba, quindi parlerò di numeri d'ingiustizia, perché non stiamo parlando soltanto di cavilli giuridici, ma di innocenti finiti in carcere, di famiglie spezzate, di imprese fallite, di persone macchiate per sempre. I dati parlano chiaro: dal 2017 al 2024, oltre 200.000 persone innocenti sono state assolte in via definitiva, ma solo 5.933 vittime hanno ottenuto un risarcimento. Questo significa che la stragrande maggioranza delle vittime rinuncia a chiedere giustizia, vuole soltanto dimenticare l'incubo. Gli errori giudiziari producono distruzione di vite familiari, sociali e imprenditoriali, vergogna, isolamento; qualcuno ha pensato addirittura al suicidio. Con oltre il 50 per cento degli imputati assolti in Italia non si amministra la giustizia, ma si tenta di rimediare con delle toppe alle ingiustizie. Ma come si rimedia, se il sistema non riconosce i propri errori? La sezione disciplinare del CSM, lo scorso anno, ha punito meno del 20 per cento delle azioni disciplinari avviate, quasi sempre con ammonimenti, censure, pacche sulla spalla. Il risultato è stato che solo lo 0,15 per cento dei magistrati paga per errori gravissimi che hanno colpito migliaia di cittadini. Questo sistema è ingiusto, non funziona. Dal 2017 al 2024, lo Stato ha risarcito le 5.933 ingiuste detenzioni con oltre 255 milioni di euro; sono soldi pubblici, soldi dei cittadini, non certo dei magistrati responsabili. È una giustizia che sbaglia moltissimo e non sa chiedere scusa. Per fortuna, almeno con l'introduzione dell'interrogatorio preventivo, abbiamo rafforzato le garanzie senza indebolire la giustizia, riducendo il rischio di errori irreversibili, come il carcere preventivo per persone che poi sono state riconosciute innocenti.
Signor Ministro, siamo davanti a un bivio storico: o scegliamo finalmente un giudice terzo e imparziale oppure continuiamo con il mercimonio del CSM, dove tutto si è fatto, tranne che selezionare per merito e per capacità. Il referendum sostenuto da Forza Italia e da tutto il centrodestra - probabilmente è questo il punto politico che dà fastidio ad ampi settori della sinistra - va esattamente in questa direzione. Nomi come Augusto Barbera, Marco Minniti, Antonio Di Pietro, Stefano Ceccanti, Raffaella Paita, Pina Picierno non sono traditori della sinistra, sono coerenti. (Applausi). Per non dimenticare la mozione di Maurizio Martina sulla separazione delle carriere: la firmavano Alfieri, Delrio, Guerini, Malpezzi, Parrini, Verducci, Serracchiani. Oggi, tutti parte della classe dirigente del PD, sono contrari solo perché la riforma la facciamo noi, la fa il centrodestra; solo per utilizzare il referendum contro questo Governo. Questa non è politica, questa è ipocrisia, è sterile ideologia. (Applausi).
L'unica vera opposizione a questa riforma viene dall'ANM e da Landini, che trascina la CGIL e i suoi iscritti, bruciando salari e produzione con gli scioperi. Insieme a loro, quel che resta della sinistra urla allo scandalo, dicendo che la riforma sottomette i giudici alla politica e che i politici vogliono controllare le sentenze. Tutto questo viene addirittura propagandato sui manifesti e sui maxischermi, con una campagna milionaria pagata dai magistrati stessi (oltre un milione di euro, come confermano le loro mail e le chat interne); tutto attorno alla bufala della modifica dell'articolo 104. La verità è che la riforma non tocca minimamente l'articolo 104, che garantisce l'indipendenza e l'autonomia della magistratura. (Applausi). Il CSM resta presieduto dal Presidente della Repubblica, i giudici non dipenderanno mai dalla politica. Dovete leggerli gli articoli, perché sono qui da vedere.
Questa riforma protegge i giudici, li isola dai pm che rappresentano l'accusa e spezza il monopolio delle correnti interne. Per non parlare dell'articolo 112 sull'obbligatorietà dell'azione penale, che resta intatto ed è il lucchetto sacrosanto contro la falsità e la strumentalizzazione contro questo referendum. In sintesi, quella che dovrebbe essere un'associazione professionale, l'ANM, si è trasformata in un comitato politico che usa il prestigio della toga per diffondere fake news, anche con i soldi dei magistrati favorevoli al sì.
Signor Ministro, questa riforma non mette in discussione l'autonomia dei magistrati, come diciamo sempre, ma la rafforza: sorteggio per i togati e Alta corte disciplinare autonoma sono gli anticorpi contro i clientelismi, contro le correnti e contro i favori tra colleghi. Impedire il passaggio tra giudice e pm elimina conflitti di interessi che da anni avvelenano il sistema: chi fa il giudice fa il giudice, chi fa il pm fa il pm, senza contaminazione, senza ricatti sulle carriere, senza più il potere di influenzare trasferimenti e promozioni.
Il sorteggio non è un azzardo: garantisce imparzialità e merito, perché i magistrati prendono decisioni su vite, su carceri, su trasferimenti, su promozioni. Saranno sorteggiati, ma non è che ci mettiamo a sorteggiare tra farmacisti, commercialisti e panettieri; lo faremo tra persone che avranno una formazione dedicata a questo, esattamente come si fa per le giurie popolari o per il tribunale dei Ministri.
Vorrei concludere il mio intervento con una riflessione. Questa riforma non è contro qualcuno, è a favore di tutti i cittadini, delle imprese e degli investitori; soprattutto, è per la credibilità del nostro Paese. Non vogliamo controllare i giudici, come andate raccontando voi, ma vogliamo separarli dai pm e dalle correnti, per una giustizia davvero imparziale.
Negli ultimi anni abbiamo visto casi in cui la giustizia ha influito come una clava anche sulla vita dei Governi, in modo devastante. Allora affermo: mai più casi come quello del presidente Silvio Berlusconi. (Applausi). Mai più! Questo referendum lo stiamo facendo non solo per i 13 milioni di italiani che ci hanno votato, ma per tutti i cittadini italiani, per mettere in pratica il nostro programma e passare dalle parole ai fatti. Lo so che a voi sembrerà strano, colleghi, ma noi lo facciamo per tutti gli italiani, che potranno esprimersi con un referendum. Non riesco a capire davvero la paura che avete nel far scegliere i cittadini italiani su questa riforma. Quindi non è più questione di ideologia, ma di democrazia: il diritto degli italiani a scegliere una giustizia più giusta. (Applausi). Non c'è nulla di più sacro del voto degli italiani. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rastrelli. Ne ha facoltà.
RASTRELLI (FdI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, grazie per la sua presenza, tanto dovuta quanto apprezzata, perché la Relazione annuale dei principali Ministri del Governo nazionale innanzi al Parlamento in merito alla propria attività istituzionale certamente è il frutto di prassi istituzionali lungamente consolidate, addirittura affermatesi in epoca statutaria, quindi già all'indomani della formazione dello Stato unitario, ma rimane uno dei momenti di massima solennità attraverso cui la sovranità popolare, affidata al Parlamento, ha la possibilità di operare la propria funzione di controllo e di indirizzo politico. Anzi, la presenza del Governo innanzi al Parlamento è la condizione imprescindibile perché Governo e Parlamento insieme attuino quell'indirizzo politico. La nostra cornice costituzionale prevede espressamente che sia l'Aula parlamentare la sede privilegiata, la sede unica, nell'ambito della quale possano svolgersi il massimo confronto e il massimo coordinamento tra il potere legislativo e il potere esecutivo.
Poco rileva, signor Ministro, la circostanza che la sua Relazione innanzi al Parlamento sia ancora regolamentata da un regio decreto del 1941; non le chiederemo quindi di illustrare lo stato della giustizia innanzi alla maestà del re imperatore, per quanto riguarda il regno, l'impero e i territori di oltremare, ma rimane comunque quella Relazione la circostanza più solenne nella quale ella può illustrare al Parlamento, nella sessione più solenne, i risultati del Governo, lo stato dell'efficienza, l'attuazione delle riforme, le prospettive della giustizia che sarà.
Ma se questo è vero, signor Ministro, anche in questa circostanza - è la quarta volta in poco più di tre anni di Governo - le opposizioni hanno deciso di svilire, di mortificare questo momento e di trasformarlo in un indegno, surreale processo, politicamente contro di lei (Applausi), strumentalmente contro la sua persona e, quel che è peggio, ignobilmente contro la Presidenza del Consiglio, perché è sempre quello, drammaticamente, l'obiettivo.
In questo processo surreale, signor Ministro, noi non vogliamo però essere i suoi difensori d'ufficio, in primo luogo perché non ne ha assolutamente bisogno, non foss'altro che per la sua storia personale e professionale, ma perché chi l'accusa oggi è esattamente, principalmente ed esclusivamente il primo responsabile dello stato penoso della giustizia in Italia (Applausi), della mortificazione della giurisdizione, dell'asservimento di talune procure a pessime, ignobili logiche di potere e, quel che è peggio, al mercimonio di cariche ed incarichi, al piccolo cabotaggio legato alla conventicola privata e addirittura, con quello che sta accadendo per il referendum, al tentativo di svilire i tribunali, luoghi di ricerca della verità, in luoghi di diffusione della menzogna. (Applausi).
Quindi, signor Ministro, chi oggi l'accusa non ha né il titolo giuridico né la statura morale, né men che mai la rappresentatività politica per contestarle alcunché. Allora, abbandonando per un attimo questa premessa, che era doverosa ascoltando gli argomenti, abbandonando la pattumiera delle fake news e questo livore sconcertante, la sua Relazione non può non trovarci profondamente convinti, sia nella fase ricognitiva sia in quella prospettica, perché nella fase ricognitiva sono i risultati che parlano per lei e per il Governo; risultati che lei, doverosamente e meritoriamente, ha voluto condividere con i magistrati: i magistrati corretti, onesti e precisi, che sono la spina dorsale dell'amministrazione della giustizia in Italia (Applausi) e che hanno consentito, con la volontà politica del Parlamento, di raggiungere quei risultati che oggi vengono contestati e che sono nei fatti. Gli arretrati civili si sono ridotti di oltre il 90 per cento, sia davanti ai tribunali ordinari sia davanti alle Corti d'appello, dove sfiorano il 99 per cento. (Applausi). Il disposition time si è ridotto del 30 e del 40 per cento nel civile e nel penale. (Applausi). Lei ha avuto la capacità di superare gli obiettivi di digitalizzazione previsti dal PNRR. Abbiamo coperto la pianta organica per quanto riguarda magistrati, ausiliari, magistratura onoraria, addetti del processo, cosa che non era mai accaduta in ottant'anni di storia repubblicana, e oggi contestano un'inefficienza che non esiste in natura. (Applausi).
Quello che più convince, signor Ministro, è la fase prospettica, perché lei sta creando e ha creato i presupposti perché finalmente ci possa essere una funzione giurisdizionale che risponda realmente ai criteri di efficienza e tempestività, gli unici conformi ai principi costituzionali di cui agli articoli 27, 110 e 111 della Costituzione. È questa la vera svolta. È una svolta di qualità unica e in questa logica - non nascondiamocelo - il referendum confermativo del prossimo marzo sarà il suggello di questa nuova stagione di amministrazione della giustizia giusta, equilibrata, tempestiva, garantita e garantista.
Questo perché, signor Ministro (lei non se ne sarà avveduto, ma glielo dico con grande franchezza), lei sta inverando, sovvertendolo, il vecchio sogno di Gabriele D'Annunzio: «Tutto fu tentato, tutto fu ambito; quel che non fu fatto io lo sognai e tanto era l'ardore che il sogno eguagliò l'atto». (Applausi). Oggi siamo dinanzi a un atto che eguaglia il sogno e nella realizzazione di questo sogno lei troverà sempre contro una sinistra livorosa che ha smarrito la storia, l'identità e che arretra, rinnegando sé stessa e le sue battaglie. Troverà sempre contro un movimento che non ha mai avuto storia, identità, sensibilità istituzionale e cultura politica (Applausi), ma lei troverà al suo fianco un centrodestra fedele alla sua storia e alla sua missione, coeso e unito. Il Gruppo Fratelli d'Italia rivendica anche in questo tracciato il suo ruolo di prima forza nazionale, al fianco suo, del suo Ministero e del Governo di Giorgia Meloni. (Applausi).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Comunico che sono state presentate le proposte di risoluzione n. 1, dalla senatrice Paita e da altri senatori, n. 2, dalla senatrice Lopreiato e da altri senatori, n. 3, dal senatore De Cristofaro e da altri senatori, n. 4, dal senatore Boccia e da altri senatori, n. 5, dai senatori Berrino, Stefani, Zanettin e Petrenga, e n. 6, dal senatore Calenda e Lombardo, i cui testi sono in distribuzione.
Ha facoltà di intervenire in replica il ministro della giustizia, onorevole Nordio, al quale chiedo anche di esprimere il proprio parere sulle proposte di risoluzione presentate.
NORDIO, ministro della giustizia. Signor Presidente, avevo promesso di non fare più di dieci minuti di replica. Quindi, alcuni elementi saranno sorvolati, salvo che, anche per educazione istituzionale, darò al senatore e collega Scalfarotto un appunto su quanto riguarda la circolare del DAP, che lui ha invocato e che in questo momento non ho il tempo di illustrare per non annoiarvi ulteriormente. È qui e dopo gliela consegnerò.
Preliminarmente, mi pare che sia evidente che è quasi offensivo dire che ho cercato di minacciare qualcuno. Io mi sono semplicemente limitato a dire, e continuo a dirlo, che ho trovato improprie alcune espressioni usate in cauda venenum, come si dice, proprio al termine della discussione alla Camera, dove non ho potuto replicare. Quindi, mi sembrava giusto replicare ora.
In ogni caso, visto che è stata chiesta una smentita sulle illazioni della stampa, innanzitutto ho trovato abbastanza improprio che vi sia stata una citazione su un "si dice" e su un "a quanto si apprende da una certa stampa che". Queste osservazioni non dovrebbero essere fatte in Parlamento al Ministro della giustizia. Dovrebbero magari essere fatte in modo più rituale, in modo anche da dare al Ministro della giustizia le spiegazioni necessarie, dopo aver studiato gli atti.
Da ex magistrato, sono abituato a giudicare sulle carte, iuxta acta et probata, come si dice in latino, che di tanto in tanto è bene recuperare, e non sui "si dice". Comunque, per assecondare le vostre richieste, per quanto discutibilmente rituali, leggerò il comunicato che ho già fatto sulle accuse surreali in merito alle anticipazioni su "Report". L'infrastruttura usata negli uffici giudiziari è lo stesso sistema di gestione in sicurezza dei PC già in funzione dal 2019, come certamente potranno confermare i Ministri che mi hanno preceduto. Non consente sorveglianza delle attività dei magistrati. Non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni e webcam. Le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate. Vorrei dire, citando il sommo poeta: "e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni".
Mi pare di essere stato chiaro, ma vorrei dire che questa è una replica a un'osservazione che mi è stata fatta prima alla Camera di ben altro tenore, perché quello che è stato detto prima alla Camera è stato molto severo nei nostri confronti. La collega Serracchiani ha detto: "apprendiamo con sgomento, da indiscrezioni di stampa" e, lo ripeto, già mi pare abbastanza irrituale che, nella solennità del Parlamento, si apprenda con sgomento da indiscrezioni di stampa che tutti i PC dei magistrati italiani sarebbero sottoposti - e meno male che ha usato il condizionale - a controlli da remoto che violano la segretezza delle indagini, la riservatezza delle inchieste e degli stessi atti processuali. Ora, ricordo a me stesso che interferire in queste comunicazioni costituisce reato. Quindi, è stato praticamente attribuito al Ministro della giustizia e a quelli che hanno collaborato con lui, un reato. Pertanto, lamentarsi, come ho cercato di fare io, di una circostanza del genere non mi pare che sia una minaccia nei vostri confronti. Si tratta soltanto di una sollecitazione a non usare espressioni che ritengo quantomeno improprie.
Vengo al secondo punto: ripeto che non posso rispondere a tutti. Al senatore Scalfarotto qualcosa ho già detto, però risponderò all'ultimo intervento, anche perché la collega Rossomando ha fatto un intervento estremamente tecnico che ho apprezzato, in quanto intervento tecnico, soprattutto nei quattro quinti della sua esposizione, perché ha parlato di numeri. I numeri non mentono: io li ho esposti questa mattina alla Camera, sono a vostra disposizione nella Relazione ridotta che ho portato con me, ma sono ben più accessibili nella Relazione di oltre 700 pagine che tutti voi leggerete, lo ripeto, con estremo interesse e dove questi numeri sono riportati. Dopodiché, se volete che facciamo una sessione straordinaria per commentare questi numeri, se siano veri i vostri o se siano veri i nostri, siamo ben disposti a farlo. È però certo che a noi anche la Commissione europea ha dato la certificazione che siamo in piena linea con le attuazioni delle linee del PNRR. (Applausi).
Da ultimo, vorrei dire questo, sempre perché stanno per scadere i dieci minuti e sto parlando delle due cose più importanti: stia tranquilla, gentile collega Rossomando, non ho alcuna intenzione di abbandonare il mio Churchill per altri. Qui abbiamo sentito prima buone citazioni dei miei autori preferiti; qualcuno ha citato «Molto rumore per nulla», mi pare sia stata lei, collega, a dire che questa riforma sarebbe "molto rumore per nulla". «Much ado about nothing» è una delle mie pièce preferite di Shakespeare.
Presidenza del presidente LA RUSSA(ore 17,20)
(Segue NORDIO, ministro della giustizia). Comunque risponderò a lei, gentile collega Rossomando: non ho nessuna intenzione di abbandonare il mio Churchill per altri, però, se posso fare una parafrasi di una delle più celebri espressione di Churchill, vorrei dire che mai tanto pochi concetti sono stati espressi in così tanto tempo da tante persone come voi. (Applausi). Sono mesi e mesi che ripetete sempre le stesse cose e vorrei dire senza risultato, perché l'unica verità, signori, viene da uno dei vostri. L'onorevole Bettini ha detto chiaro e tondo che questa riforma non è né contro la magistratura, né contro la Costituzione, né contro nessuno e lui l'avrebbe votata. (Commenti). È uno dei vostri più autorevoli esponenti e lui l'avrebbe votata volentieri (Commenti), ma poiché è un referendum contro il Governo Meloni, allora voi…(Vivaci commenti).
PRESIDENTE. Collega, è preso da un problema fisico? Si tranquillizzi. Tranquillizzatelo, chi è vicino lo tranquillizzi. Si accomodi, la richiamo all'ordine. (Proteste). La richiamo all'ordine per la seconda volta. Ci sono le dichiarazioni di voto, come lei sa. Si faccia indicare dal suo Gruppo per intervenire.
Prego, Ministro.
NORDIO, ministro della giustizia. Signor Presidente, stavo appunto dicendo, con pacatezza e spero anche con un certo raziocinio, che la smentita a questi pochi concetti è venuta proprio da voi, o da un vostro autorevolissimo esponente, il quale ha detto che la riforma in sé e per sé andrebbe bene, tant'è vero che agli inizi l'avrebbe pure votata, poi però ha capito - ma questo l'abbiamo capito tutti - che nei confronti di questa riforma, per i cui concetti molti di voi a suo tempo si sono espressi molto favorevolmente - ed è inutile che lo ripeta - e molti si stanno esprimendo anche adesso, sia pure magari in modo più verecondo, il referendum sarà pro o contro il governo Meloni. Quindi lo state politicizzando. L'onorevole Bettini, ha avuto il coraggio - e me ne rallegro - di dirlo tranquillamente. (Commenti).
PRESIDENTE. Non si può censurare quello che dice nella sua replica, avrete tempo dopo per intervenire nelle dichiarazioni di voto. Siete insofferenti agli argomenti avversari, colleghi (Commenti), abbiate rispetto per favore. (Proteste del senatore Licheri). Senatore Licheri, l'ho già richiamata, non mi costringa; si accomodi, non si capisce neanche quello che dice.
Prego, signor Ministro, prosegua.
NORDIO, ministro della giustizia. Churchill direbbe: take it easy. (Commenti). Guardate, è la sesta volta che vengo... (Commenti).
PRESIDENTE. Ce la facciamo a lasciare svolgere regolarmente il proprio intervento o è troppo difficile? Non mi pare così difficile. Vi spiego come funziona: prima parla il Ministro, poi ci sono gli interventi. Facile, no? (Applausi).
Prego, signor Ministro.
NORDIO, ministro della giustizia. In genere, l'aggressività verbale cela un'insofferenza, ma anche una carenza argomentativa. (Commenti). Oggi questa ne è la riprova. (Commenti).
PRESIDENTE. Signor Ministro, si rivolga a me, comunque.
NORDIO, ministro della giustizia. Grazie, ma, visto che non riesco a parlare…
Volevo riassumere pochi argomenti sul referendum. In primo luogo, non c'è minimamente alcun accenno alla sottoposizione della magistratura all'Esecutivo. (Commenti).
Scusate, posso o no parlare di una cosa di cui avete parlato voi fino adesso, in modo anche concitato?
Vorrei dire che l'articolo 104 della Costituzione, come da noi proposto, non soltanto non lascia nemmeno supporre una sottoposizione all'Esecutivo, ma, se lo leggete bene, in raccordo con l'articolo 111, enfatizza il ruolo del pubblico ministero, equiparandone l'indipendenza e l'autonomia a quella del giudice. Oggi infatti, nell'articolo 111 è scritto che la disciplina del pubblico ministero è, tutto sommato, sottoposta alla legge ordinaria; è l'articolo 104 che, parlando della magistratura, pare riferirsi soltanto (e su questo si è molto discusso) all'indipendenza e all'autonomia di quella giudicante. Nel nostro articolo 104 è scritto a chiarissime lettere che la magistratura, indipendente e sovrana, si distingue in requirente e giudicante. È indipendente e sovrana. Volete dire, ancora una volta, che in futuro probabilmente, anzi sicuramente, questa legge sarà il presupposto per la sottoposizione all'Esecutivo?
Ripeto ancora una volta che, secondo la logica aristotelica - e, il professor Pera insegna, anche popperiana - io non posso dare una prova negativa di un evento futuro e incerto; ma se volete ragionare o, meglio, se volete discutere in modo vaticinante, con una rapsodia oracolare, di quello che sarà un giorno, allora chiudo il discorso, perché non ho più niente da dire. (Applausi).
PRESIDENTE. Chiederei al rappresentante del Governo di esprimere il parere sulle proposte di risoluzione n. 1, presentata dalla senatrice Paita e da altri senatori, n. 2, presentata dalla senatrice Lopreiato e da altri senatori, n. 3, presentata dal senatore de Cristofaro e da altri senatori, n. 4, presentata dal senatore Boccia e da altri senatori, n. 5, presentata dai senatori Berrino, Stefani, Zanettin e Petrenga, e n. 6, presentata dal senatore Calenda e da altri senatori.
SISTO, vice ministro della giustizia. Signor Presidente, esprimo parere favorevole sulla proposta di risoluzione n. 5, quella di maggioranza, e contrario sulle altre.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione delle proposte di risoluzione.
PAITA (IV-C-RE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PAITA (IV-C-RE). Signor Presidente, colleghi, penso che, con onestà, si dovrebbe cercare di partire da un'analisi reale di quello che è accaduto nel nostro Paese. C'è una data dalla quale voglio partire, perché in quella data si consuma una rottura nel rapporto d'equilibrio tra i poteri e anche nel rapporto di fiducia tra i poteri. Questa data è il 1992-1993. Da lì dobbiamo ragionare, perché probabilmente l'esigenza di una riforma del sistema sarebbe stata comunque necessaria, ma quella rottura nel rapporto fiduciario determina un'esigenza impellente, che poi si prova anche ad articolare nel tempo. Infatti ci sono stati più tentativi di modifica, che però, ahimè, continuano a non essere organici e sufficienti per quello che dobbiamo provare a ricostruire, cioè un rapporto fiduciario e un equilibrio tra i poteri.
Il Ministro non c'è più, non so dove sia andato, probabilmente è andato a ripassare qualche citazione di Churchill. (Commenti). Mi rivolgo al Vice Ministro, perché in assenza d'altro c'è lui. Avrei voluto sfidare il Ministro nel merito delle questioni, anzitutto perché conosco la storia del Ministro e la rispetto. Lo considero un galantuomo e avevo riposto nel suo ragionamento e nella sua capacità di riforma un'aspettativa seria, speranza che devo dire è stata un po' delusa nel tempo. Il secondo motivo è perché, come ha detto la collega Ronzulli, io non posso essere tacciata di posizioni ideologiche. Ho già detto che, per quanto mi riguarda, voterò sì al referendum. Ho una storia che non consente a nessuno di voi di dire che le mie sono posizioni ideologiche (Applausi), che da questa parte dell'emiciclo ci sono persone con posizioni preconcette. Questo tagliafuori con noi non funziona. (Applausi).
Vi guardo negli occhi, colleghi, perché io sono stata vittima della giustizia e del giustizialismo, anche il vostro. (Applausi). Collega Rastrelli, quando lei si alza e urla in quest'Aula, io ricordo le considerazioni e le affermazioni giustizialiste di colleghi della destra (Applausi), attualmente appartenenti a Fratelli d'Italia, all'epoca a Forza Italia, e anche di molti colleghi della sinistra. Come ho già detto, ho dichiarato che voterò sì, penso che quella riforma abbia dei limiti, che abbiamo provato a combattere in quest'Aula. Vi abbiamo detto di fare diversamente sul tema del sorteggio dei giudici laici; vi abbiamo detto di affrontare il tema dell'obbligatorietà dell'azione penale e non avete avuto il coraggio di farlo; vi abbiamo detto che quella riforma non affrontava tutta una serie di snodi cruciali. Voi vi siete chiusi a riccio e avete fatto della riforma il solito slogan, tanto per dire che siete in grado di riformare qualcosa.
Ripeto però che la riforma è poca cosa. Certamente io non rinnego i miei principi di riformista. Se mi viene chiesto di scegliere tra il sì e il no, scelgo il sì, ma questo non cancella le critiche profonde e l'incapacità di visione che avete dimostrato anche dentro quest'Aula. (Applausi). Non lo rinnego perché ho una storia chiara: vengo dal PDS, dai DS e dal PD e dentro quei partiti ho sostenuto nel tempo le mie posizioni, anche prima della mia vicenda personale.
Presidenza del vice presidente CASTELLONE (ore 17,29)
(Segue PAITA). Però, attenzione, io non solo non vi lascio questa battaglia, ma voglio svelare il fatto che il vostro slogan non sottende un vero approccio garantista anzitutto perché il primo principio del garantismo è essere garantisti con gli avversari politici e non solo con gli amici (Applausi) e poi perché dentro e sotto questo slogan non vi è nulla. Scusate, ma non sono in serata per fare citazioni colte e cito un film cult degli anni Ottanta: «Sotto il vestito niente». Sotto quella riforma c'è poco e niente. Perché? Ve lo spiego per ragioni culturali e tecniche. Il Ministro non c'è più, ma voglio comunque ricordargli le ragioni culturali. Ricorda quante volte questa parte politica ha attaccato su vicende giudiziarie il leader del mio partito, Maria Elena Boschi, la sottoscritta e molti altri di noi? (Applausi).
Vi ricordate quando il sottosegretario Delmastro Delle Vedove pronunciò una frase ignobile? Disse: non lasciamo respirare chi è dentro il blindato; per loro provo intima gioia. (Applausi). Io me lo ricordo. Ministro, perché lei non ha parlato in quelle occasioni? Perché la sua voce è stata così flebile? Signor Ministro, ricorda - parlo in contumacia - quando il presidente La Russa ha lanciato l'idea di andare a discutere del tema di un fine pena accorciato a determinate condizioni? Vi ricordate che il ministro Nordio non ha detto una parola (Applausi) per difendere quella prospettiva del Parlamento che poi è caduta nel vuoto, per ovvie ragioni politiche?
Quando le porte girevoli dei magistrati sono ricominciate dentro quel Ministero, anche qui abbiamo assistito al coro muto della Butterfly, che cito visto che siete così colti e così in grado di citare i poeti in quest'Aula. Io invece vi pronuncio discorsi di verità ed entro anche nel merito. Quando c'è stata la vicenda del torturatore di bambini e di donne Almasri (Applausi), il Ministro ha mentito in quest'Aula. Quando avete aumentato, con decreto, di 400 anni in più di reclusione i reati, avete fatto quello che è totalmente contrario al tema del garantismo; non avete messo un euro in cultura, non avete lavorato per il tema dell'integrazione, ma con i reati spot ci siete andati molto duri: con i rave, con le stazioni, con gli imbrattamenti, con l'orso marsicano. Avete trovato mille diversivi per cercare slogan anche su questioni molto serie.
In questo Paese non funzionano tante cose in termini di giustizia: per esempio, non funziona il tema dei braccialetti elettronici, e le donne continuano a morire perché non funzionano. (Applausi). Che cosa stanno facendo il Ministro e il Ministero su questo punto? Che cosa state facendo per cercare di abbreviare i processi? Guardate che quando i processi sono lunghi ne va dell'economia, ne va dell'impresa e ne va anche dell'incolumità dei cittadini. Per quale motivo sono state sprecate tante risorse del PNRR, per esempio sul tema della digitalizzazione? Per quale motivo non si è fatto abbastanza sul tema della carcerazione preventiva? Perché non c'è nessuna traccia sulla responsabilità civile dei magistrati? Perché non si è affrontato il nodo dell'obbligatorietà dell'azione penale? Perché il Ministro non ha pronunciato una parola verso vicende vergognose come lo spionaggio del sistema Striano e Bellavia? (Applausi). Per quale motivo? Perché quel sistema che colpisce esponenti della destra e della sinistra è un'alterazione che richiederebbe un maggiore controllo anche su come si utilizzano questi sistemi. Perché non si è avuto il coraggio di fare qualcosa in più sulla questione delle carceri? Il sovraffollamento è una vergogna e quelle persone che si suicidano, come ricordava il collega Scalfarotto, sono una sconfitta per il Paese e per la civiltà di questo Paese.
Voglio infine dire che, siccome la mia critica è forte e pesante, almeno avrebbero dovuto esserci dei risultati sulla questione della sicurezza. Invece ho in mente la vicenda di Aurora Livoli, 19 anni, assassinata nel cortile di un edificio a Milano da una persona che aveva precedenti, che era un irregolare e che non è stato espulso per l'incapacità di questo Governo di fare la propria parte. Oppure ricordo la vicenda di Alessandro Ambrosio, 34 anni, capotreno, ucciso in un parcheggio anche in questo caso da persona con precedenti. Non posso infine non ricordarvi che c'è un grande lavoro da fare che meriterebbe un po' di serietà, non citazioni, né scenografie che non hanno nessun senso in vicende così dolorose. Perché a La Spezia, la mia città, è stato ucciso un ragazzo di 18 anni con un'arma da taglio a scuola. Ci si aspetta di arrivare qui e di trovare un Ministro che dica: stiamo provando a fare delle cose, ma ce ne sono tante altre da fare. Invece, ho trovato che la persona che in qualche modo stimavo e sulla quale avevo riposto speranze non pronunciasse nemmeno una parola nei confronti di provvedimenti, di maggiori controlli, di capacità di governo di questi processi che ci sono nelle nostre città. La verità? Avete fallito sul tema della sicurezza e state facendo poco e nulla sul tema della giustizia.
Siete aiutati magari da un approccio ideologico che non vuole affrontare le questioni come sono. Io non vi darò questo argomento. Tengo fede ai miei principi e vi combatto, perché non siete in grado di affrontare né il nodo della riforma della giustizia, né il nodo della sicurezza in questo Paese. (Applausi).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti del Centro di formazione professionale CEFAL (Consorzio europeo per la formazione e l'addestramento dei lavoratori) di Bologna, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).
Ripresa della discussione sulla Relazione del Ministro della giustizia
sull'amministrazione della giustizia (ore 17,30)
GELMINI (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GELMINI (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Signor Presidente, Vice Ministro, colleghi, abbiamo ascoltato con grande attenzione l'intervento del Ministro, un intervento alto nei contenuti e mi permetto di dire anche nello stile. Un intervento che, unito alla Relazione, di cui risulta parte integrante, avrebbe meritato un'accoglienza ben diversa rispetto alle parole che sono volate all'interno di quest'Aula. All'interno di quell'intervento c'è da un lato la fondatezza delle proposte, dei numeri e dei fatti che descrivono lo stato della giustizia, ma anche un anelito sincero a migliorare le condizioni della giustizia attraverso una serie di interventi che il Ministro ha testé puntualmente enunciato.
Credo che il Ministro abbia usato a quest'Assemblea un particolare garbo, perché francamente non ci sarebbe stato nulla di male se avesse usato una parte del tempo per illustrare i contenuti della riforma della giustizia; avrebbe potuto fare forse anche un filo di campagna elettorale. Invece, proprio perché ha rispetto per quest'Assemblea, i contenuti della riforma non hanno occupato lo spazio di quell'intervento. Però, come ha sottolineato in maniera plastica il collega Rastrelli, l'accoglienza rispetto all'intervento del Ministro è stata purtroppo ostile ed ha evidenziato un pregiudizio ideologico nei confronti del Ministro. Non credo che questo sia legato ai numeri o al racconto del Ministro, quanto piuttosto alla scadenza imminente del referendum.
Allora io parto da qui per puntualizzare almeno tre cose. La prima è che, se il 22 e il 23 marzo ci sarà il referendum, questo lo si deve al fatto che i colleghi del centrodestra hanno sottolineato la necessità, su una riforma così importante come quella della separazione delle carriere, di dare la parola agli elettori. Voglio anche ricordare cosa non è la riforma della separazione delle carriere. Innanzitutto non è la rivincita della politica sulla magistratura, non è la sottomissione della magistratura al Governo e alla politica e non è nemmeno una resa dei conti.
Quella riforma, come hanno sottolineato altri colleghi, è da sempre nel programma del centrodestra, ma è stata appoggiata dalle camere penali dal punto di vista culturale e giuridico, è stata appoggiata in passato dal Partito Radicale, è stata appoggiata da importanti spezzoni di quell'area culturale liberale e libertaria della sinistra. Quindi non la si può definire un qualcosa di eversivo. È semplicemente l'attuazione di alcuni principi costituzionali, a partire dal giusto processo e dalla necessità di un giudice terzo. Credo che, anche se è imminente una scadenza elettorale, si dovrebbero recuperare misura e onestà intellettuale nel rappresentare i contenuti di quella riforma e soprattutto bisognerebbe ricordare che oggi la giustizia, così com'è, non è perfetta.
Penso che attraverso questa riforma si potrà restituire al Paese una giustizia più equa, più liberale, più garantista e più efficiente, a meno che non si pensi che sia meglio la scelta dei giudici che devono andare a ricoprire importanti incarichi in base all'andamento delle correnti e non al merito e alla competenza; a meno che non si pensi che la giustizia, così com'è, già funzioni, già sia efficiente, già sia veloce e quindi non sia necessario cambiare nulla.
Accanto al tema della riforma, però, il 2025 ha visto un grande impegno da parte del Governo e molti risultati conseguiti anche in maniera trasversale. Penso, per esempio, alla legge n. 181 del 2025, che ha individuato un nuovo reato di femminicidio, punito con la pena edittale dell'ergastolo. Questa riforma è stata approvata dal Parlamento in tempi rapidi e in modo praticamente unanime e, anche in questo caso, credo che sia inutile la contrapposizione tra l'approccio sanzionatorio e quello preventivo. La verità è che aver individuato questa fattispecie di reato serve innanzitutto, dal punto di vista culturale, per contrastare la violenza omicida contro le donne, che mai può essere giustificata. Quante volte, purtroppo, signor Ministro, l'abbiamo trovata giustificata in alcune sentenze, dalle quali abbiamo preso le distanze? È un segnale, credo, decisivo per fermare ogni tipo di violenza di genere.
Vi è stato anche un altro risultato importante, per tutelare i minori e le persone vulnerabili. Penso al contrasto al bullismo e al cyberbullismo e anche alla legge sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale, che tutti abbiamo fortemente invocato, dopo i fatti che hanno visto l'utilizzo distorto di immagini di persone, anche di colleghe, che attraverso l'intelligenza artificiale sono state alterate, a danno della loro identità e del loro rispetto. È stata approvata una legge che ha sanzionato questo comportamento, prevedendolo addirittura come forma di revenge porn.
Vengo al tema della sicurezza, che prima la collega senatrice Paita ha evocato. Il Governo è stato indiscutibilmente in prima linea anche nel contrasto alla criminalità, per aumentare la sicurezza nelle nostre città e per affrontare nuove e preoccupanti forme di delinquenza. Sono state introdotte misure incisive per il contrasto al terrorismo, alla criminalità organizzata, all'usura e all'occupazione abusiva delle case. L'opposizione ha gridato contro una presunta deriva liberticida, ha bollato l'azione del Governo come illiberale, salvo poi accusare lo stesso Governo di inazione quando, per esempio, le baby gang spadroneggiavano in alcuni quartieri delle nostre città. (Applausi). Allora, delle due l'una: o si ha l'onestà intellettuale di riconoscere che il tema della sicurezza è un problema da affrontare e, quando il Governo avanza delle proposte, quantomeno non si fa ostruzionismo, oppure poi non ci si può lamentare perché il tema della sicurezza non è ancora stato del tutto risolto.
Onorevoli colleghi, abbiamo un'opportunità. Il Governo ha illustrato la volontà di affrontare il tema dei coltelli, che è una vera e propria emergenza all'interno delle nostre città. Mi auguro che su questo punto, visto che esistono proposte di legge depositate anche dall'opposizione, si possa ragionare e trovare soluzioni convergenti. Al tempo stesso, il Ministro, nella sua Relazione, ha anche affrontato il tema della gestione ordinaria del comparto giustizia: dalla necessità di uno sforzo per la riduzione degli arretrati in materia civile, al rispetto di tutte le scadenze del PNRR, all'avanzamento della digitalizzazione del processo, all'ampliamento degli organici della magistratura.
Insomma, certamente non tutto è risolto e il Ministro, con onestà intellettuale, ha affrontato anche il tema delle carceri, che sta a cuore a tutti e certamente è qualcosa sul quale occorre uno sforzo maggiore, ma la direzione intrapresa è quella giusta. Quindi l'opportunità che abbiamo in quest'Aula è quella di rappresentare in maniera oggettiva lo stato della giustizia oggi, l'impegno del Governo e l'opportunità di una riforma che può attuare la Costituzione. Proprio perché la strada intrapresa è quella corretta, il Gruppo che qui rappresento voterà a favore non solo dell'intervento del Ministro, ma anche della Relazione che è stata depositata, ringraziandolo per il rispetto che, attraverso la sua persona e il suo staff, manifesta al Parlamento con la sua presenza prolungata in quest'Aula e con le sue forti e sagge argomentazioni. (Applausi).
CUCCHI (Misto-AVS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CUCCHI (Misto-AVS). Signora Presidente, signor Ministro, lei oggi è venuto a raccontarci i successi del suo Governo in tema di giustizia. Non c'è che dire: a sentire il suo discorso, l'Italia sembra davvero uno Stato che si prende cura e che risolve i problemi. Peccato, signor Ministro, che quella che lei ci ha raccontato oggi corrisponda soltanto a una mezza verità. Mi piacerebbe quindi - o almeno ci provo - raccontare l'altra mezza verità, quella che lei si è dimenticato o non ha voluto citare.
Negli ultimi due mesi sono uscite ben due sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo che condannano l'Italia: la prima a dicembre, per i gravi e sistematici ritardi nel pagamento degli avvocati per la difesa delle persone ammesse al patrocinio a spese dello Stato. Ciò con il risultato, signor Ministro, che molto spesso gli avvocati rinunciano a iscriversi in queste liste e con la conseguenza che la giustizia viene garantita soltanto a chi ha le disponibilità economiche per permettersela e quindi ne restano fuori, come sempre, i più deboli. Vi è poi stata la sentenza Magherini, una sentenza che definirei storica, che afferma una cosa molto semplice: in Italia la giustizia e la sicurezza non sono garantite, non perché la magistratura sia dalla parte sbagliata della storia, come raccontate voi, ma perché la politica non fa la sua parte. Manchiamo di norme su come vengono condotte le indagini, per esempio; manchiamo di norme necessarie a una migliore formazione degli agenti. Questa, signor Ministro, è anche una sua responsabilità, ma evidentemente ci piace pagare le sanzioni e far finta che i problemi non esistano, che in Italia la giustizia funzioni bene così.
Diamo un po' di numeri, perché hanno anch'essi la loro importanza. Ci sono 63.868 persone detenute per 46.124 posti disponibili, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa; il sovraffollamento è al 140 per cento, in alcuni istituti va ben oltre e arriva fino al 200 per cento, per esempio nel carcere di San Vittore. Significa che i detenuti sono il doppio della capienza teorica. Inoltre, grazie al cosiddetto decreto-legge Caivano, oggi sono affollati anche gli istituti penali per i minorenni (IPM): complimenti. I detenuti sono circa il 150 per cento rispetto a quelli che erano prima: non è poco, signor Ministro. La cosa più assurda sul sovraffollamento, però, è stata la sua risposta proprio qui in Senato - se la ricorda, signor Ministro? - quando le abbiamo fatto notare il problema. Ricorda cosa ci ha risposto? Ci ha detto che la colpa era dei giudici; dei giudici, signor Ministro, quelli che applicano le vostre leggi, quelle che fate voi.
Il carcere è un luogo di sofferenza e di morte, signor Ministro: 238 sono le persone decedute nelle nostre carceri nel 2025; di queste, 80 sono i suicidi; un terzo, signor Ministro. Lei oggi ci ha raccontato anche che nelle nostre carceri la tutela della salute mentale è stata rafforzata, ma le voglio ricordare che circa il 15 per cento dei detenuti è affetto da disturbi mentali; le voglio far presente che circa il 60 per cento dei detenuti assume psicofarmaci. Mi chiedo, signor Ministro: ma lei che film ha visto?
Lei ha detto che non è il sovraffollamento a provocare il suicidio, ma la solitudine, la disperazione e l'incapacità, molto spesso, di affrontare il momento della liberazione, quindi la colpa è dei detenuti. Io, al posto suo, mi vergognerei per queste parole.
Avviandomi alla conclusione, signora Presidente, poco fa lei, signor Ministro, ha accennato anche al suo disegno di legge, quello che porta il titolo «Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti». Io sono seriamente preoccupata, signor Ministro, del fatto che questo non sia altro che l'ennesimo slogan e probabilmente così sarà: non solo non migliorerà la situazione delle carceri, perché non è certo mettendo fuori cinquecento detenuti che possono coprire una Regione che risolviamo il problema del sovraffollamento, che resta tra le principali cause dell'altissimo numero dei suicidi, anzi, andiamo addirittura a peggiorare le condizioni di strutture molto importanti per il recupero dei tossicodipendenti. Nel momento in cui dovremo metterci dei detenuti, dovremo infatti metterci anche agenti che vigilano. Quindi, andremo a snaturare la loro natura e la toppa sarà ancora peggio del buco.
Nel poco tempo che credo mi sia rimasto, signor Ministro, mi fa piacere raccontare una storia, perché, quando si parla di carcere, bisogna raccontare le storie di coloro che costituiscono la cosiddetta popolazione carceraria. Noi non possiamo parlare solo di numeri. I detenuti non sono numeri. Queste storie, signor Ministro, avrebbe dovuto raccontarle lei.
Ne prendo una delle più recenti, quella di Christian Guercio. Guercio soffriva di problemi di tossicodipendenza e di un disturbo psichiatrico e in passato era già stato ricoverato per aver tentato il suicidio. Lo scorso 29 dicembre era detenuto nel carcere di Asti, quando si è tolto la vita, ma lei, signor Ministro, sicuramente ne sarà al corrente. Il carcere è stata la sua condanna a morte. Non doveva nemmeno essere lì, come le altre migliaia di detenuti di cui le celle continuano a ospitare la sofferenza.
Signor Ministro, queste sono le storie che dovrebbe conoscere, che dovrebbe raccontare, quelle che dovrebbe prendere davvero a cuore, quelle su cui noi oggi pretendiamo una risposta, ovviamente dopo le sue scuse. (Applausi).
ZANETTIN (FI-BP-PPE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZANETTIN (FI-BP-PPE). Signor Presidente, ministro Nordio, vice ministro Sisto, dopo le polemiche che sono scoppiate e che abbiamo sentito stamattina, con riferimento alle anticipazioni di "Report" circa la presunta esistenza di un sistema per controllare da remoto i magistrati, credo sia doveroso iniziare questa mia dichiarazione di voto svolgendo qualche considerazione in merito.
Il programma ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager, già System Center Configuration Manager), dalle informazioni finora acquisite, che sono molto poche, ma comunque qualcosa è trapelato, sarebbe stato installato nel 2019, quando era ministro della giustizia Bonafede, che comunque era un Ministro proveniente dal MoVimento 5 Stelle. Io sono straconvinto che il ministro Nordio risponderà - come sempre ha fatto in questi anni - in tutti gli atti di sindacato ispettivo, chiarendo che nessun reato o violazione di legge è stato commesso da alcuno. Io confido che questo accada, com'è sempre accaduto finora.
Non possiamo tuttavia non rilevare che la sinistra non perda occasione per alzare polveroni, agitare e ipotizzare scandali, diffondere fake news, nel tentativo di inquinare la campagna referendaria sulla riforma della giustizia che sta entrando nella sua fase decisiva. Forza Italia, signor Ministro, le rinnova quindi la completa fiducia. Tra due mesi gli italiani saranno finalmente chiamati a pronunciarsi sulla nostra riforma costituzionale, alla cui stesura e al cui contenuto Forza Italia ha dato un contributo decisivo, anche in memoria del nostro compianto presidente Silvio Berlusconi, che, in nome della giustizia giusta, ha condotto nel nostro Paese memorabili battaglie.
Forza Italia è orgogliosa di rivendicare una sorta di primogenitura morale su questa materia e anche per questo intende impegnarsi con la massima energia in questa campagna referendaria. Lo faremo, ovviamente, con le nostre strutture di partito, il nostro simbolo e le nostre bandiere.
Questa, però, non è la riforma solo del Governo di centrodestra e di Forza Italia. Essa è stata votata da uno schieramento più ampio, che comprende, ad esempio, anche il Gruppo Azione di Carlo Calenda. Voteranno sì anche autorevoli esponenti della sinistra, ex Ministri, parlamentari e giuristi. Poco fa la collega Paita ha detto che voterà sì e noi apprezziamo la sua dichiarazione coraggiosa.
Per questo, abbiamo stimolato nel Paese la creazione di comitati denominati "Cittadini del sì", caratterizzati da un attivismo civile, spontaneo e del tutto volontario. Sono presieduti da Francesca Scopelliti, già senatrice e compagna di Enzo Tortora, che conoscete tutti e che della memoria del più celebre esempio di malagiustizia nel nostro Paese ha fatto la ragione della sua vita. Ancora, l'illustre penalista milanese Guido Camera è il loro portavoce nazionale.
Questi comitati si stanno diffondendo in modo capillare in tutto il Paese. I testimonial sono cittadini comuni. Alcuni sono addetti ai lavori, ma nessuno è iscritto al partito. Sono opinionisti, avvocati, studenti universitari e accademici: io li chiamo gli influencer della porta accanto. I più toccanti e più coinvolgenti sul piano emotivo sono soprattutto le vittime di malagiustizia, che dalle pagine social raccontano le terribili esperienze sofferte. Nei giorni scorsi è intervenuto sulle pagine social dei «Cittadini per il sì» anche il professor Stefano Ceccanti, costituzionalista, ex deputato del PD, a testimonianza della trasversalità del fronte del sì. Lo ringrazio pubblicamente per questa sua testimonianza.
Purtroppo però, signor Presidente, registriamo che la campagna referendaria si sta un po' incattivendo. Abbiamo già detto del presunto scoop di "Report" sul programma ECM. Nel dibattito, il fronte del no sta utilizzando argomenti del tutto privi di fondamento giuridico, autentiche fake news per inquinare il dibattito e confondere e suggestionare l'opinione pubblica, che non fanno onore a chi le agita. L'Associazione nazionale magistrati affigge manifesti di grandi dimensioni, i famosi sei per tre, nelle principali città italiane e nelle stazioni ferroviarie per sostenere che il Governo intende mettere i magistrati sotto il controllo della politica: nulla di più falso. L'articolo 104 della Costituzione continuerà a garantire autonomia e indipendenza della magistratura, sia della magistratura giudicante sia di quella requirente. Del resto, Luciano Violante dalle pagine del «Corriere della Sera», criticando la riforma, sostiene l'esatto opposto e paventa invece il rischio di superpoteri dei pm, privi di adeguati controlli, esattamente il contrario del pm subordinato alla politica.
Il professor Barbero è certamente un ottimo divulgatore della storia del Medioevo e abbiamo sempre apprezzato le sue lezioni, ma come opinionista politico non dà certamente il meglio di sé e dimostra soprattutto di aver studiato poco. Azzarderei a dire che questo è parecchio grave per un professore: preso dalla verve oratoria e dalla polemica pretestuosa, accusa il Governo di voler scegliere i componenti laici del Consiglio superiore della magistratura per indebolirne il ruolo. Ma ciò è falso, dal momento che anche i componenti laici saranno estratti a sorte, al pari dei togati, ma da una lista votata dal Parlamento, non dal Governo, in cui continuerà comunque a essere garantita la rappresentanza delle minoranze, com'è stato finora e come dovrà essere anche in futuro.
Alessandro Gassman sarà forse un bravo attore del panorama cinematografico italiano. Ma, cimentandosi nel dibattito politico, cade in eclatanti contraddizioni. Riscopre la retorica del vecchio ritornello della Costituzione più bella del mondo, scritta 80 anni fa dopo la caduta del fascismo. Peccato che non abbia levato una voce quando l'antipolitica ha sfregiato la nostra Costituzione, la più bella del mondo, con il taglio dei parlamentari.
Landini, autentico leader dell'opposizione, ricorre invece semplicemente al turpiloquio. Vogliamo però capire quanto sia legittimo lo stanziamento di ingenti risorse finanziarie da parte della CGIL per la campagna referendaria piuttosto che per la tutela dei rapporti di lavoro. Abbiamo dunque presentato stamane un'interrogazione al Ministro del lavoro e delle politiche sociali per sapere se tali stanziamenti siano rispettosi della legge e anche dello Statuto sindacale. (Applausi).
Ne abbiamo presentata anche un'altra di interrogazione al Ministro dell'interno, signor Presidente, per comprendere se dietro la pervicacia con cui viene richiesto il rinvio della consultazione referendaria, già fissata dal Governo per il 22 e 23 marzo, si nascondano anche motivazioni economiche.
Esaurita la grande battaglia referendaria, però, dovranno essere riprese in mano - ministro Nordio e vice ministro Sisto - le nostre grandi riforme sul fronte del garantismo giuridico e della tutela dei diritti dei cittadini, in conformità ai principi enunciati sia dalla Corte costituzionale sia dalla Corte di giustizia dell'Unione europea. Mi riferisco - vice ministro Sisto e ministro Nordio - alla disciplina del sequestro dello smartphone e dei dispositivi telematici, già votata da questo Senato quasi due anni fa, che inspiegabilmente è ferma in Commissione giustizia alla Camera dei deputati. Ricordo con quanta enfasi oratoria il ministro Nordio ha sostenuto questa mia iniziativa legislativa e so anche che è assai sensibile al tema. Converrà il ministro Nordio che è giunta l'ora che l'iter legislativo si concluda. Non ci sono più né scuse né alibi.
Va completata anche la riforma della prescrizione, che deve tornare a essere un istituto di diritto sostanziale, com'è sempre stato nella nostra tradizione giuridica, in modo da garantire una volta per tutte che le lungaggini del processo non finiscano per scaricarsi su cittadini imputati e che le condanne, se arrivano, colpiscano persone del tutto diverse, per il decorso del tempo, da quelle che hanno commesso i reati. Anche in questo caso, il testo è stato già votato da un ramo del Parlamento e attende il vaglio di quest'Assemblea.
Un richiamo finale intendo farlo anche sulla modifica della disciplina del captatore informatico, il cosiddetto trojan. Ne abbiamo parlato con il ministro Nordio da inizio legislatura e credo sia giunto il momento di vedere il disegno di legge del Governo tante volte annunciato.
Come Forza Italia crediamo, altresì, nella necessità di semplificare le procedure, di cui al decreto legislativo n. 231 del 2001; di riformare le regole del sistema penale sulla sicurezza del lavoro; di monitorare l'utilizzo dell'intelligenza artificiale nella giurisdizione, affinché essa rimanga a supporto dell'attività umana e non tenda mai a sostituirla. Sono questi i punti qualificanti della proposta di risoluzione della maggioranza, che il nostro Gruppo ha contribuito ad arricchire. Pertanto, il Gruppo Forza Italia voterà a favore della proposta di risoluzione n. 5 con assoluta convinzione. (Applausi).
SCARPINATO (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCARPINATO (M5S). Signora Presidente, il nome del ministro Nordio resterà certamente negli annali della Repubblica, a nostro parere non per il contributo da lui apportato per migliorare l'amministrazione della giustizia, ma come esempio di cosa non dovrebbe essere un Ministro della giustizia in uno Stato costituzionale di diritto. (Applausi).
Lo Stato di diritto si fonda su due pilastri: l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e la soggezione del potere pubblico ai limiti della legge. Entrambi questi pilastri sono stati ininterrottamente picconati dal ministro Nordio, sin dalla data del suo insediamento. Il suo biglietto di presentazione è stato, nell'ottobre 2022, il cosiddetto decreto-legge rave party, con il quale ha tentato di introdurre nel nostro ordinamento un nuovo reato, punito con pene gravissime, che, con la scusa di reprimere le feste musicali non autorizzate, in realtà era stato congegnato in modo da diventare un manganello giudiziario per reprimere tutta la dissidenza sociale e politica.
Nello stesso mese di ottobre, con il placet del Ministro, è stata abolita la norma della legge spazza corrotti, con la quale si stabiliva che i condannati definitivi per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione (i cosiddetti comitati d'affari, le cricche) non potessero uscire dal carcere, usufruendo dei benefici penitenziari, se prima non avessero collaborato con la magistratura, rivelando i nomi dei complici e dove avevano nascosto il bottino della corruzione: un premio alla cultura dell'omertà, dalla spazza corrotti alla salva corrotti. (Applausi).
Il Ministro ha dato il suo placet per abrogare questa norma perché - come spesso ripete - secondo lui la corruzione non è una forma grave di criminalità, neanche quando assume la forma della criminalità organizzata. Hanno abolito l'ostatività per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, ma l'hanno mantenuta, invece, in vigore per i condannati per il reato di associazione a delinquere finalizzata al contrabbando dei tabacchi esteri, stabilendo che i contrabbandieri devono continuare a restare in carcere ed essere trattati come mafiosi sino a quando non collaborino con la magistratura, rivelando i nomi dei complici e tutte le stecche di sigarette che sono riusciti a sottrarre alla Guardia di finanza. (Applausi).
Questa, signor Ministro, si chiama giustizia di classe. In coerenza con questa concezione classista della società, il Ministro si è incessantemente impegnato, per tutta la legislatura, per abrogare e ridimensionare i reati dei colletti bianchi e per limitare in vari modi l'utilizzo delle intercettazioni per questo tipo di reati. Così, ad esempio, con il decreto-legge n. 105 del 2023, è stata approvata una modifica del codice di procedura penale che stabilisce che, se due mafiosi, intercettati per mafia, parlano tra di loro, nel corso di una conversazione, di una corruzione di 10 milioni di euro, che riguarda due politici, di cui sono venuti a conoscenza, questa parte della conversazione non può essere utilizzata, perché la corruzione non è un reato grave, per il Ministro. Però con la stessa norma si stabilisce che se quei mafiosi, 10 minuti dopo, parlano di furti aggravati commessi da delinquenti di quartiere, quelle conversazioni possono essere utilizzate. Questa si chiama giustizia di classe. (Applausi).
Com'è stato ricordato dalla collega Bilotti, questo gennaio il Ministro ha definito vergognosa e incivile l'attuale normativa della spazza corrotti che consente le intercettazioni con l'uso dei trojan per i reati di corruzione, anche nei casi che egli ha definito di modestissime mazzette, e ha anticipato che il Governo è già all'opera per eliminare questa norma. Tuttavia, è lo stesso Ministro che nel decreto sicurezza ha disposto l'autorizzazione per l'intercettazione ambientale con il trojan per il reato di induzione all'accattonaggio. È giustizia di classe questa. (Applausi).
Il Ministro non si è però limitato solo a picconare il pilastro dell'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, ma ha dato gravissimi colpi di piccone anche a un altro pilastro dello Stato costituzionale di diritto, quello della soggezione del potere pubblico ai limiti della legge. Il Ministro ha infatti stabilito, con l'abrogazione del reato di abuso d'ufficio, che i titolari di potere pubblico non sono incriminabili e non sono processabili quando abusano del loro potere per creare discriminazioni tra i cittadini, favorendo quelli tra loro che sono dello stesso partito politico, della stessa clientela, parenti, nell'affidamento di appalti pubblici senza gara, nella nomina a incarichi dirigenziali, nelle assunzioni e che, di contro, possono abusare liberamente dei loro poteri per vessare i cittadini che non si piegano ai loro voleri. È un personale contributo del Ministro alla proliferazione della malapolitica che si nutre di abuso di potere, di voto di scambio e di clientelismo e che, come una cattiva moneta, caccia dal circuito politico la buona politica.
Il suo contributo è però andato oltre. Il Ministro e la sua maggioranza, da una parte, sono rimasti passivi e assolutamente inerti dinanzi alla sollecitazione dell'Unione europea di introdurre in Italia una seria legislazione per regolare le lobby e, dall'altra parte, hanno "lobbizzato" il reato di traffico di influenze illecite, che è il reato tipico delle lobby. È un personale e fattivo contributo del Ministro alla progressiva trasformazione, in corso da tempo, della politica in cinghia di trasmissione degli interessi delle cricche, dei comitati di affari, delle lobby, tutte impegnate nell'assalto alla diligenza del denaro pubblico e a trasformare i servizi pubblici in privati per scopi di lucro.
Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 18,05)
(Segue SCARPINATO). Lo stesso ministro Nordio, che è stato impegnato sin dal suo insediamento nel diroccare questi pilastri nello Stato di diritto, quando si tratta dei reati di signori cambia completamente registro, e si trasforma in un feroce giustizialista quando si tratta di legiferare in materia di reati della gente comune e di criminalizzare le manifestazioni di dissenso sociale e politico. Il Ministro ha messo la sua firma in un decreto sicurezza bollato da tutta la cultura giuridica come il più grave attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana e come esempio di diritto illiberale per la violazione di tutti i principi della cultura liberale del diritto, quelli dell'offensività, della determinatezza, della proporzionalità nella costruzione dei reati. Come se non bastasse, ha già in cantiere nuovi decreti di sicurezza.
Nella sua attività il nostro Ministro non prevede assolutamente la prevenzione; non c'è l'inclusione, non c'è alcuna politica sociale. È un modello di giustizia fondato su un doppio binario: manganello giudiziario e poliziesco per le fasce popolari e per la dissidenza sociale; contemporaneamente, riduzione del ruolo di controllo della magistratura sulla criminalità predatrice dei piani alti della classe dirigente. (Applausi). È un modello che vede il suo coronamento con la riforma costituzionale della magistratura; riforma finalizzata - per stessa ammissione del Ministro - a migliorare non l'efficienza dell'amministrazione della giustizia, ma l'efficienza del controllo politico sulla magistratura. (Applausi). Capiamo bene come il Ministro, essendo stato impegnato in questa ciclopica opera di riscrittura in senso classista e autoritario del sistema penale, non abbia avuto tempo e voglia di occuparsi dell'amministrazione della giustizia che riguarda i cittadini, che è stata lasciata nello stato di abbandono e di degrado descritto da coloro che mi hanno preceduto; del perché l'Italia stia diventando di giorno in giorno la patria del Bengodi della corruzione; e di come le statistiche dimostrino che anche la criminalità da strada sta avendo un'impennata (+9 per cento dei furti, +11 per cento di rapine, +7 per cento di lesioni dolose). Sono segni di una disgregazione sociale che sta colpendo contemporaneamente i piani alti e i piani bassi della piramide sociale.
Concludendo, se l'aspirazione del Ministro era quella di passare alla sola Repubblica per questi meriti, ha certamente centrato il suo obiettivo: il suo nome resterà negli annali della Repubblica come l'artefice della giustizia di classe e del tentativo di assoggettare la giustizia al potere politico. Noi preferiamo essere ricordati come la forza politica che più si è battuta contro questo Ministro (Applausi), per tutelare il valore dell'indipendenza della magistratura e il principio dell'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Per questo vogliamo essere ricordati e non per come sarà ricordato lui. Per questo la nostra è una dichiarazione contro la proposta di risoluzione della maggioranza. (Applausi).
BONGIORNO (LSP-PSd'Az). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONGIORNO (LSP-PSd'Az). Signor Presidente, signor Vice Ministro, il Ministro nella sua Relazione oggi ha fatto cenno alle 700 pagine di cui è composto il documento che rappresenta quello che è stato fatto. Io sono dell'idea che il ministro Nordio probabilmente, alla fine, non sarà valutato su quelle 700 pagine. Il ministro Nordio - com'è ovvio che sia - sarà valutato sulla base di quella che viene definita la riforma Nordio, e cioè la riforma sul CSM e la separazione delle carriere. Quindi, si vedranno in futuro l'esito del referendum e gli effetti in caso di esito positivo. Potremmo quindi dire: vedremo più avanti, vedremo solo allora se c'è stata la svolta che auspichiamo.
In realtà, un dato che possiamo valutare fin d'ora è che ben prima dell'esito di questo referendum è cambiato qualcosa, ed è cambiato a prescindere dall'esito che avrà il referendum. Prima di questa campagna c'era un dibattito aperto. Il dibattito era tra coloro che sostenevano che le correnti delle magistrature erano portatrici di democrazia ed espressioni di pensiero, arricchivano il dibattito e non facevano politica; guai a pensare che i magistrati facessero politica. C'era invece chi sosteneva che in realtà così non era, perché le correnti compromettevano l'indipendenza della magistratura, atteso che al CSM si vota per correnti e non per merito; erano incompatibili con la terzietà, perché in aula il giudice può essere condizionato dal pubblico ministero che appartiene magari alla corrente di altri, che al CSM dovranno valutare la sua carriera. C'era un dibattito che era aperto. Io stessa, nei decenni in cui c'era questo dibattito, ho sempre chiesto se le accuse che si fanno alle correnti della magistratura sono o meno fondate. Non so, forse ingenuamente credevo tanto all'idea che comunque il magistrato ha un tale potere che dev'essere una specie di sacerdote; ci ho creduto ostinatamente.
Io, cioè, ero tra quelli che dicevano sempre che non credono che, se uno è un magistrato e ha passato un concorso, in qualche modo si possa schierare. Ecco, è successo qualcosa che va oltre il sì e il no che ci saranno il 22 e 23 marzo. Credo che sia successo qualcosa che cambia parecchio. L'ANM ha fatto la scelta di andare oltre il dibattito tecnico, ha fatto la scelta di fare un dibattito diverso.
Tutti sapete che sono apparsi dei cartelli, ma non so se tutti avete letto quei cartelli. C'è una parte in cui in maiuscolo è scritto: "Vorresti giudici che dipendono dalla politica?". E fin qui è una domanda. Poi sotto ci sono due righe: "Con la legge Nordio i politici vogliono controllare le decisioni dei magistrati". Ecco, questa è una scelta di andare oltre. Questa è una scelta di voler vincere a tutti i costi, con qualunque mezzo. Quello che è scritto nei cartelli, attribuito alla riforma, noi non lo vogliamo, noi non lo vorremo, noi non l'abbiamo scritto; e, se l'avessimo voluto, l'avremmo scritto. Di fronte al fatto che - come sapete benissimo - questi cartelli hanno suscitato polemiche e qualcuno è andato a fare denunzie, ho detto di vedere ora come l'ANM risponde. Pensavo che l'ANM rispondesse di aver letto tutto questo, ma non sa dove. Aspettavo questa risposta dell'ANM. La replica è stata che è vero che non c'è nella riforma, ma che in futuro faremo un secondo intervento. Allora nei cartelli, dopo la parte grande: "Vorreste giudici che dipendono dalla politica? No", avreste dovuto aggiungere: "Non lo vuole nemmeno la riforma Nordio". (Applausi).
Il tema è che questo scritto in un cartello non è scritto da chiunque; è scritto da magistrati. Vi ricordate quello che dicevo prima? Un magistrato è un sacerdote. Dice di essere consapevole che non c'è scritto questo. Augusto Barbera ha dichiarato di sentirsi addirittura offeso e ha parlato di una falsificazione dei contenuti della riforma, aggiungendo un'altra cosa, e non so se ci avete fatto caso. Ha aggiunto che ultimamente nei dibattiti si allude comunque alla politica e ai partiti politici come al male da cui stare lontani, una sorta di presunzione di colpevolezza (Augusto Barbera).
Premesso e ribadito che io e tutti quelli che sono qui non vogliamo sottoporre assolutamente i magistrati all'Esecutivo, per la banale considerazione che siamo consapevoli che non è detto che il Ministro sia sempre un garantista come Nordio, lasciando perdere questo, io per ora voglio parlare di questo, perché qui siete tutti politici, anche voi. Io vorrei contrastare questo sentimento indiscriminato di ostilità e sfiducia che ormai c'è nei confronti della politica, che viene considerata il male. Io vorrei che non fossimo acquiescenti ancora ogniqualvolta la parola politica viene utilizzata con disprezzo e come sinonimo di soggetti di serie B, agitando sentimenti di antipolitica che minano tutti noi e minano il rispetto dovuto alle istituzioni. Chi fa politica, a prescindere dallo schieramento, non deve prestare acquiescenza a questo. (Applausi).
Rapidamente, svolgo tre repliche ad alcune critiche che si fanno. Si dice che questa riforma non interessa assolutamente al cittadino, perché è una riforma sui magistrati, mentre al cittadino interessa la giustizia. Ecco, segnalo che la giustizia non è fatta da codici che si autoapplicano; le norme che ci sono nel codice devono essere interpretate e applicate dal giudice. Quello che vuole un cittadino, quello che vuole un imputato è avere un giusto processo e un giudice imparziale. Con la riforma, quello che si vuole ottenere è quello che vuole il cittadino; il cittadino vuole che il giudice, quando giudica, non abbia timore di dare torto a un pm che appartiene a una corrente che c'è al CSM e che può bocciare e stroncare la sua carriera. (Applausi).
È questo il tema: sganciare il giudice e i magistrati dalla corrente significa dare al giudice la possibilità di interpretare liberamente le norme, in maniera indipendente. Tutti dicono: va bene, ma le norme si applicano. Lo dico per i non giuristi: ogni norma ha un nucleo certo e una zona incerta, la cosiddetta discrezionalità. Il giudice deve compiere una serie di opzioni per interpretare quella norma ed è in quello spazio di discrezionalità che ci vuole l'etica del magistrato, che ci vuole l'indipendenza, che ci vuole un magistrato che non guardi alla corrente e non cerchi di fare lo sgambetto al legislatore.
Contro la riforma è stato detto che il sorteggio è un sistema che svilisce il merito e affida tutto al caso. Guardate che il sorteggio non è tra passanti e magistrati: sono tutti magistrati quelli che vengono sorteggiati. Si dice: non è detto che sia il più adatto. Ma il più adatto a che? Chi va al CSM deve fare assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari. Il magistrato è chiamato a giudicare stragi e non è in grado di valutare se fare o meno una promozione? Soprattutto, a proposito di questa storia del caso: un cittadino che viene messo sotto processo - secondo voi - può scegliere il giudice più garantista? Chi capita capita, quindi anche lì c'è il caso. (Applausi).
Quello che dico, avviandomi alla conclusione, vedendo il tempo che scorre, è che quello che sta succedendo è di una gravità assoluta. Sono una persona che dubita, ma dopo quello che sta succedendo stanno venendo meno i miei dubbi. Ricordo che, quando lavoravo le prime volte, guardavo l'immagine della giustizia. Sapete che la dea della giustizia è Temi e in mano ha la spada, simbolo di autorevolezza. E poi, sapete cos'ha davanti agli occhi? La benda, che come sapete significa indipendenza, perché non guarda in faccia a nessuno. Qui la benda è andata via. (Applausi).
Per concludere, in questa campagna davvero piena di sorprese, ma che sta facendo venir meno dei dubbi, a prescindere dall'esito, alcuni sottolineano l'importanza dell'indipendenza della magistratura dalla politica, ma al contempo rivendicano la dipendenza dalle correnti. Credo sia come se alcuni magistrati si sentissero membri di una società migliore, in cui la politica, che detestano, è nobile se è fatta dalla loro corrente ed è ignobile se è fatta dagli altri. (Applausi).
BAZOLI (PD-IDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BAZOLI (PD-IDP). Signor Presidente, questa discussione dovrebbe essere l'unica occasione nella quale si parla dei problemi della giustizia italiana; invece, purtroppo, anche questa è diventata un'occasione di dibattito sul referendum costituzionale, che con i problemi minuti della giustizia italiana c'entra veramente poco. (Applausi). Non parlerò dei referendum, però voglio dire solo una cosa a questo proposito. Si criticano tanto i sostenitori del no, quando dicono che non si vuole una magistratura asservita alla politica. Penso che, se hanno un torto i sostenitori del no che dicono queste cose, il torto sia quello di prendere sul serio le parole che ha pronunciato in quest'Aula il ministro Nordio, quando è venuto a illustrare il provvedimento sulla separazione delle carriere. (Applausi). In quella circostanza ricordo molto bene che il ministro Nordio disse che, negli anni passati, la magistratura aveva esondato dai suoi limiti e che quella riforma ha l'obiettivo di riequilibrare i poteri dello Stato. Se questo è l'obiettivo, una qualche preoccupazione credo sia legittimo averla. (Applausi).
Di tutto ci siamo occupati in questi anni, tranne di ciò che conta davvero, perché il Governo e la maggioranza - lo hanno dimostrato oggi - erano e sono troppo impegnati a portare a termine la riforma costituzionale della giustizia, cioè la separazione delle carriere e la demolizione del Consiglio superiore della magistratura, per potersi occupare della "bassa cucina", di quelle piccole "miserie" come la durata dei processi, la dotazione di personale e di mezzi e l'efficienza degli uffici. Sono tutte questioni che interessano la giustizia e con la quale si confrontano e hanno a che fare i cittadini italiani, su cui, per vostra stessa ammissione, la riforma non avrà alcun impatto.
È una riforma che vi siete scritti da soli, che avete imposto al Parlamento senza alcuna possibilità d'interlocuzione delle opposizioni, spaccando la giurisdizione e dividendo il Paese. Proprio questa è forse la vostra colpa più grave, perché il referendum su cui si voterà tra poche settimane potrà finire con la vittoria dei sì o - come noi auspichiamo - con la vittoria dei no, ma di certo lascerà dietro di sé le scorie di una spaccatura che avete voluto e cercato su una materia come la giustizia che meriterebbe ben altro approccio, quantomeno lo sforzo di una condivisione, la ricerca di terreni comuni, il tentativo di soluzioni condivise. (Applausi).
Invece avete scelto - come ricordava il senatore Verini - un approccio ideologico, l'esibizione muscolare, considerando il dialogo e persino il Parlamento come un fastidioso inciampo e poi, ebbri di una riforma che, nel migliore dei casi, lascerà macerie profonde nella giurisdizione, vi siete dimenticati completamente - come dimostra il dibattito che abbiamo fatto oggi - della macchina della giustizia, del suo concreto funzionamento, ciò che interessa imprese, cittadini, mercato, economia.
Certo, quando si è trattato di occupare posti e consolidare potere, non vi siete tirati indietro: avete riorganizzato il Ministero della giustizia per assecondare le volontà accentratrici della Capo di Gabinetto, alla quale è stato dato un appannaggio pari a quello di sei dirigenti e uno staff di 20 persone che ne hanno fatto il Ministro ombra e che, nel frattempo, ha fatto terra bruciata praticamente di tutti i capi dei settori più delicati e nevralgici del Ministero. Non era mai accaduto nella storia del Paese che, in poco più di tre anni, tutti i vertici del Ministero se ne andassero, nell'ordine: l'originario Capo di Gabinetto, il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il capo del Dipartimento per gli affari di giustizia, il capo del Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, la direttrice dell'Ispettorato generale, il direttore generale dei Sistemi informativi, il capo del Dipartimento per l'innovazione tecnologica e perfino il capo Ufficio stampa. Un esodo di dirigenti senza precedenti; un accentramento di potere interno senza precedenti; un disastro senza precedenti, che riguarda il Ministero della giustizia. (Applausi).
È dunque il caso di ricordare al Ministro, che purtroppo non è in Aula - ma siamo abituati alla sua assenza quando si discute di giustizia - che l'articolo 110 della Costituzione gli assegna un compito - come ha ricordato la presidente Rossomando - ossia l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. Non una volta il Ministro, con l'eccezione di questi appuntamenti annuali, è stato visto in Aula e figuriamoci in Commissione giustizia: non l'abbiamo mai visto in Commissione giustizia ad annunciare, spiegare, difendere e discutere qualche provvedimento utile a far funzionare meglio la giustizia. (Applausi). Peraltro, i problemi sono tanti, li abbiamo ricordati nella discussione generale, come la durata dei processi. In questi anni, sotto la spinta del PNRR e degli obiettivi da conseguire, i tempi dei processi civili e penali si sono ridotti in modo significativo. È vero, ma questo è dovuto in larga misura a una scelta che venne fatta quando si decise, con il Governo Conte II e con il Governo Draghi, come impegnare le risorse del PNRR. Allora si decise di destinare una parte cospicua di quelle risorse all'assunzione di personale a tempo determinato per attuare l'ufficio del processo, cioè per dare ai giudici uno staff che li aiutasse a garantire maggior efficienza e produttività; una scelta che allora venne osteggiata da Fratelli d'Italia, che però - per fortuna - non governava e dunque non fece danni. Orbene, se nei primi anni i risultati sono stati significativi - penso alla riduzione dei tempi - ora la riduzione dei tempi ha rallentato, anzi si vede qualche segnale di controtendenza e ormai è probabile - e in questo devo smentire il Ministro che ha detto una cosa falsa - che i target assegnati dall'Europa non verranno raggiunti sotto il profilo della durata dei processi civili, che è uno dei target più importanti.
Quanto abbiamo discusso in questi anni di detti problemi? Quanto abbiamo discusso in quest'Aula? Ve lo dico io: in totale mezzo pomeriggio, quando pochi mesi fa è stato emanato un decreto-legge per individuare qualche soluzione d'emergenza per accelerare i processi. Mi riferisco a un provvedimento d'urgenza che cercava di ovviare alla sostanziale latitanza di questi anni nel monitoraggio dei tempi, delle performance, della durata dei processi, e che peraltro ha fallito i suoi obiettivi.
Intanto, ovviamente, lo scopo fondamentale non era la riduzione dei tempi dei processi, ma la separazione delle carriere. Ma cosa succederà quando i contratti in essere degli assunti nell'ufficio del processo scadranno, di qui a pochi mesi? Qualcuno si è chiesto cosa succederà nei tribunali quando quel personale improvvisamente sparirà?
Cos'è stato fatto per garantire continuità a un'esperienza senza la quale rischiamo di fare un salto all'indietro di anni nell'efficienza? Troppo poco è stato fatto. Avete nascosto sotto il tappeto l'altra fetta della giustizia, quella dei giudici di pace, che peraltro smaltiscono un terzo della richiesta di giustizia in Italia e che vi siete completamente dimenticati, perché tanto non entrano nelle statistiche rilevanti ai fini degli obiettivi del PNRR.
In questo caso, i dati sono impietosi: solo il 27 per cento dei giudici di pace previsti in organico sono attualmente in servizio. Chiunque abbia a che fare con questi uffici, a partire dagli avvocati, sa che i tempi di risoluzione delle controversie continuano ad aumentare. E stiamo parlando della giustizia di prossimità, quella che riguarda le cause condominiali, le sanzioni amministrative, i piccoli risarcimenti del danno, le inadempienze contrattuali di minore entità: una giustizia dimenticata.
Parliamo delle carenze del personale amministrativo, con scoperture che vanno dal 37 per cento nei tribunali ordinari al 33 per cento presso la Corte di cassazione. Parliamo delle carenze nella dotazione di adeguati supporti informatici per il processo telematico, con l'applicativo per il processo penale (APP) del Ministero, i cui malfunzionamenti hanno quasi paralizzato gli uffici penali. Tutte carenze che certo è difficile colmare, se il Ministro non difende le risorse destinate al comparto giustizia. Anche con quest'ultimo bilancio, vi sono stati tagli pari a 200 milioni in tre anni. Come si fa a gestire la giustizia in questo modo? Intanto, per fortuna, si attua la separazione delle carriere.
È poi sotto gli occhi di tutti il collasso del sistema dell'esecuzione penale: sovraffollamento diffuso nelle carceri, per una media del 130 per cento, ed oltre 63.500 detenuti per una capienza di 46.000 posti letto. Erano 56.000 i detenuti prima del vostro avvento, adesso sono 63.500. Gli istituti penitenziari minorili sono riempiti all'inverosimile e le condizioni di detenzione sono spaventose, tanto che hanno portato al non invidiabile record delle morti in carcere, mai così elevato da quando si raccolgono i dati.
Non sono bastati gli appelli del Papa e del Presidente della Repubblica a smuovervi dalla vostra pusillanime accidia sul tema. Al contrario, avete proseguito imperterriti, con politiche inutilmente securitarie, che hanno inasprito le pene ed introdotto decine di nuovi reati, senza aumentare di un briciolo la sicurezza degli italiani. Chiedete a qualunque italiano se si senta più sicuro oggi, dopo tre anni e mezzo di Governo della destra, e vi risponderanno tutti di no. (Applausi).
Però, avete realizzato la separazione delle carriere, che non solo non risolve alcuno dei problemi che abbiamo elencato, ma è destinata ad aggravarli. Questo perché, nel malaugurato caso dovesse essere confermata dagli italiani, per altri anni il Ministero, il CSM e il Parlamento saranno assorbiti dalla stesura, dalla discussione, dal confronto e dal voto sulle numerose e complesse leggi attuative della riforma costituzionale e non avranno tempo per occuparsi di carenze, efficienza, risorse, personale, mezzi e carceri. Insomma, la giustizia italiana può attendere.
Signor Presidente, questo è il momento della valutazione dello stato dell'amministrazione della giustizia nel nostro Paese, ma è anche l'occasione per fare un bilancio di questi tre anni e mezzo di politica della giustizia e l'unico termine che ci viene in mente per definirlo in maniera adeguata è fallimento. Avete fallito, signor Ministro. La giustizia italiana oggi si trova in condizioni peggiori di tre anni e mezzo fa e la vostra sconfitta al referendum sarà l'epitaffio su una stagione da dimenticare. (Applausi).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto tecnico «Carlo Alberto Dalla Chiesa» di Partinico, in provincia di Palermo, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).
Ripresa della discussione sulla Relazione del Ministro della giustizia
sull'amministrazione della giustizia (ore 18,29)
BERRINO (FdI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BERRINO (FdI). Signora Presidente, membri del Governo, inizio subito ringraziandola, signor Ministro, perché lei interpreta al meglio il programma con cui questa maggioranza è stata eletta, il programma con cui il Governo si è presentato e lo fa per noi con orgoglio.
Forse, mentre era assente, le è stato detto che si deve vergognare. No, signor Ministro, lei non si deve vergognare; si deve vergognare chi le dice che si deve vergognare. (Applausi). Noi siamo orgogliosi del suo operato, non ci sentiamo di dover votare cose che lei o il Governo ci imponete. Noi, quelle leggi che lei porta in Parlamento, le abbiamo prima inserite nel nostro programma di Governo e siamo contenti e orgogliosi che questo Parlamento le approvi e le metta a disposizione del Paese.
Le è stato detto in sua assenza che lei rappresenta quello che un Ministro non dovrebbe essere. Noi del Gruppo Fratelli d'Italia, ma penso tutta la maggioranza, diciamo che lei è il Ministro che deve essere, lei è il Ministro che noi vogliamo, lei è il Ministro che fa quello che questa maggioranza e gli elettori - che questa maggioranza hanno eletto - si aspettano da lei. Quindi, vada avanti così, non presti l'orecchio e il sentimento a chi cerca di offenderla personalmente per un lavoro che lei fa con il mandato del nostro presidente Giorgia Meloni, con il mandato del suo Governo e con il mandato, soprattutto, degli italiani che hanno voluto che fossimo qui ad approvare queste riforme. (Applausi).
Ci è stato detto che questa discussione di oggi pomeriggio si è trasformata in una discussione sul referendum, senza dimenticare che, ad esempio, il nostro senatore Rastrelli, che ha parlato prima di me in discussione generale, del referendum non ha parlato per niente. Sono altri che hanno tirato in mezzo il referendum per dire che lei, il Governo e noi stiamo facendo male ad andare verso la riforma della giustizia, come la intende la riforma Nordio, con la separazione delle carriere, e incontro a un referendum che invece ci vedrà vincitori.
Presidenza del presidente LA RUSSA(ore 18,35)
(Segue BERRINO). Apprezzo molto che lei, nella Relazione che ha letto questa mattina alla Camera, che abbiamo potuto leggere anche qui in Senato, abbia detto che quel referendum non è un referendum contro i magistrati, non è un referendum contro qualcuno e non è un referendum di una parte politica. Quello è il referendum su una riforma epocale, che, anche se molti adesso si vergognano di aver evocato non nei decenni precedenti, ma negli anni precedenti, è nel cuore di molti di quelli che sono qui. Certo che oggi qualcuno la politicizza per poter dir di no, perché sennò direbbe sì. Invece Fratelli d'Italia, il centrodestra, non la politicizza: è un referendum ed è una riforma che è nelle mani degli italiani e che non deve essere votata perché uno sta da una parte ed è sì e l'altro sta dall'altra parte e quindi è no. Questo è confermato da moltissimi esponenti che fanno politica oggi e che l'hanno fatta in passato, non dalla nostra parte, e che affermano la bontà di questa riforma (Applausi) e che invitano a votare sì al referendum. Lo affermano magistrati come lei, che sono ancora in servizio, o che come lei sono in quiescenza che quella non è una riforma di parte, ma è una riforma che farà bene alla magistratura e quindi alla giustizia in Italia. Lo affermano con decisione anche tantissimi costituzionalisti, che dicono che quella riforma è nel solco della Costituzione e che nulla ha di anticostituzionale, anche perché sennò non sarebbe arrivata in Parlamento e non arriverebbe al referendum. Quindi lei, signor Ministro, non ha nulla da vergognarsi. Vada avanti col nostro favore e la ringrazio ancora una volta.
Veniamo poi alla situazione della giustizia che lei ha presentato nelle 700 pagine di cui ci ha riportato una breve sintesi (grazie anche per aver fatto una breve sintesi di quanto ha presentato alla Camera), in cui sono contenuti, è vero, molti numeri. I numeri sono numeri e non possono essere cambiati.
Ci stupiamo di come molti siano riusciti a dire cose contrarie, ad esempio, sul PNRR Giustizia, su cui forse siamo i più bravi in Europa. Siamo quasi alla fine, abbiamo speso quasi tutti i soldi, nonostante altri abbiano individuato gli obiettivi da raggiungere, ma che lei sta raggiungendo. Uno degli argomenti che in questi giorni è venuto a galla sul fronte del PNRR è quello dell'Ufficio del processo. Il personale dell'Ufficio del processo è stato assunto seguendo ciò che prevedeva il decreto legislativo n. 80 del 2021, ossia che il termine fosse il 30 giugno 2026. In quel provvedimento non c'erano contratti a tempo indeterminato (perché forse non ci potevano essere?), ma non c'era neanche una via d'uscita che indicasse come quei contratti a tempo determinato potessero poi essere trasformati, se ci fosse stata la volontà di trasformarli, a tempo indeterminato. Ma questo Governo, col decreto-legge n. 25 del 2025 e con le leggi di bilancio del 2024 e del 2025, ha fatto sì che dopo il 30 giugno (perché prima non si può fare), quindi dal 1° luglio 2026, 6.000 persone dell'Ufficio del processo siano stabilizzate. (Applausi).
Perché non dite queste cose? Perché dite che a oggi non è stato stabilizzato ancora nessuno? Oggi non si può, in forza di quel decreto-legge del 2021; si potrà dopo, dal 1° luglio 2026, e noi lo faremo, ci sono già i numeri.
Sulla digitalizzazione, rilevo che sono stati digitalizzati quasi 8 milioni di fascicoli, che vanno oltre il target che il Governo si era posto.
Il PNRR prevedeva, per il settore giustizia, 2,7 miliardi di euro; a oggi sono stati pagati 2 miliardi, il 73 per cento di quanto era stato impegnato. Gli investimenti nel settore della giustizia equivalevano a 2,8 miliardi ed è stato disposto, a oggi, il pagamento di 2,1 miliardi. Ditemi voi dov'è il fallimento. Ditemi voi dove sono i numeri che per voi sostengono il fallimento del Ministro e del Governo in questo campo.
Vogliamo passare al settore della sicurezza e della giustizia? Oggi voi dite che in Italia non c'è sicurezza, quando avete fatto una lotta senza tregua, fino a sedervi lì, su quel pavimento rosso, per non farci approvare il decreto-legge sicurezza. Oggi dite che ci sono le borseggiatrici nelle città e che rappresentano un rischio, quando avete offeso me, a quel tempo, e tutti noi in Commissione, perché sostenevamo che debba andare in galera chi ruba! (Applausi. Commenti).
Ci avete detto che erano inutili le norme che aumentavano le pene per chi compiva reati dentro le stazioni e vediamo cosa sta succedendo. Però poi ci dite che c'è più gente in galera, perché noi approviamo norme che fanno condannare chi compie reati. Noi siamo orgogliosi di questo, perché i cittadini, a noi, chiedono questo.
Non è giustizia classista impedire che un ladro rubi il portafoglio a una povera nonna. Non è giustizia classista impedire a qualcheduno di occupare le case dei pensionati quando vanno all'ospedale. (Applausi).
Noi rifiutiamo l'accusa che il nostro Governo e il nostro Ministro stiano facendo giustizia classista. Non è vero e questo, come ho già detto in passato, fomenta le violenze. Nessuno può dire che noi di centrodestra, noi di Fratelli d'Italia, siamo partiti classisti. Non è vero, non è possibile. (Commenti). Signor Ministro, lei vada avanti… (Commenti).
PRESIDENTE. Allora, lo vogliamo lasciar parlare? Sta peraltro rispondendo a temi già trattati. (Commenti).
Prego, vada avanti.
BERRINO (FdI). Lei, signor Ministro, vada avanti.
PRESIDENTE. Senatore Croatti, la richiamo all'ordine e non è la prima volta.
Prego, senatore Berrino.
BERRINO (FdI). Le ripeto ancora una volta quanto detto a chi le dice di vergognarsi o che lei non è quello che dovrebbe essere un Ministro della giustizia. Noi ci ricordiamo di recenti Ministri della giustizia, di cui non si ci ricorda neanche il nome, ma le famose citazioni dei classici sì. Vada avanti così, lei e il Governo avete la nostra fiducia e il nostro voto favorevole sulla proposta di risoluzione. (Applausi).
PRESIDENTE. Prima di passare alle votazioni, avverto che il Ministro della giustizia ha dichiarato di accettare la proposta di risoluzione n. 5.
Metto pertanto ai voti la proposta di risoluzione n. 5, presentata dai senatori Berrino, Stefani, Zanettin e Petrenga.
È approvata.
Dispongo la controprova.
Ordino la chiusura delle porte. Procediamo alla controprova mediante procedimento elettronico.
È approvata. (Applausi).
Risultano pertanto precluse le proposte di risoluzione nn. 1, 2, 3, 4 e 6.
Si è così conclusa la discussione della Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia.
Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno
PELLEGRINO (FdI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PELLEGRINO (FdI). Signor Presidente, onorevoli senatori, 52 anni fa, nel cuore dell'Europa, un ragazzo di 20 anni decise di onorare la propria vita con il sacrificio estremo. Davanti agli occhi di un mondo che a me quegli occhi li voleva chiudere, che stava voltando lo sguardo, Jan Palach scelse di bruciare il proprio corpo per impedire che bruciasse la libertà del suo popolo.
Voglio ricordare con profondo rispetto questo suo gesto perché non rimanga relegato al passato e affinché la memoria possa continuare a parlare a noi. Palach era cresciuto nella speranza della Primavera di Praga, quando la Cecoslovacchia aveva provato a respirare la libertà e fu tradita da quel comunismo che la illuse di regalarle la libertà perché poi arrivarono i carri armati, tornò la censura, arrivò la paura e tornò la pretesa che un'intera Nazione tacesse. In quel silenzio imposto Palach decise di farsi ascoltare con un gesto estremo, cospargendosi di benzina. Nel darsi fuoco era cosciente e quando qualcuno cercò di salvarlo buttandogli una giacca addosso per spegnere le fiamme, l'unica cosa che seppe dire fu: ho fatto tutto da solo, però ti prego di leggere e conservare la lettera che ho scritto prima di andar via. In quella lettera chiedeva semplicemente cose brevi, per noi quasi banali, e cioè il ritorno della libertà di stampa e il divieto di far pubblicare ancora il giornale sovietico che era ispirato ai princìpi del socialismo reale che è stato sconfessato dalla storia e, in particolare, dagli eventi di quei giorni.
Di lui voglio però raccogliere il messaggio più intimo, nell'avviarmi a concludere, signor Presidente. Nonostante si sia dato fuoco, consigliò ai suoi amici, che per patto di ribellione avrebbero potuto seguire la sua strada, di combattere vivendo, perché bisogna vivere per gli ideali per cui aveva sacrificato la vita. Ebbene, il ricordo di Palach credo che debba tornare vivido in quest'Aula e in questa Italia, soprattutto in un momento cruciale - lo abbiamo ribadito più volte - in cui la tensione politica è diventata quasi esacerbata; una tensione politica che tradisce quello spirito che fu anche di Palach. Pertanto, nel concludere, dico che il suo sacrificio ci ricorda che la libertà non si difende con l'odio, non si difende con la demonizzazione dell'avversario, non si difende con la minaccia e con la paura, perché la libertà significa rifiutare ogni violenza verbale e politica, e perché la libertà vive solo dove ci sono responsabilità e coraggio. (Applausi).
PRESIDENTE. Senatrice, la ringrazio e mi unisco alle sue parole.
FLORIDIA Barbara (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FLORIDIA Barbara (M5S). Signor Presidente, il mio intervento, a nome del MoVimento 5 Stelle, è volto ad esprimere vicinanza alle popolazioni delle Regioni del Sud - come abbiamo fatto anche per suo tramite - per il maltempo che le ha colpite. Non è stato un maltempo qualunque: c'è stato un ciclone (il ciclone Harry) che si è abbattuto essenzialmente sulla Sicilia, con onde alte più di 10 metri e raffiche di vento che hanno superato i 150 chilometri orari. Ci sono strutture, infrastrutture e strade danneggiate, divelte e allagate. Chiediamo dunque che il Governo deliberi lo stato d'emergenza, perché servono immediate risorse e procedure straordinarie affinché queste risorse possano subito essere messe a terra per aiutare le comunità, visto quello che stanno affrontando (lo abbiamo visto tutti dai video e dalle foto, ma siamo stati al telefono anche con tutti i nostri parenti e concittadini), e anche per poter immediatamente dare soccorso e assistenza alle popolazioni.
Chiediamo lo stato d'emergenza perché sulla Sicilia si sono abbattute due calamità. La prima è quella naturale di cui ho parlato, rispetto alla quale non abbiamo potuto fare niente, perché non è colpa dell'uomo, era imprevedibile.
La seconda calamità è il Governo Schifani, me lo faccia dire. (Applausi). È già una terra in ginocchio, con 3 miliardi di PNRR tolti alla Sicilia, e 900 milioni tolti proprio alle infrastrutture stradali e questa calamità governativa ha messo in ginocchio una Regione che adesso è in ginocchio anche per la seconda calamità, quella naturale. (Applausi).
POGLIESE (FdI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
POGLIESE (FdI). Signor Presidente, ho apprezzato molto le parole con cui ha ricordato ciò che è accaduto in questi ultimi giorni in Sicilia, in Calabria e in Sardegna, esprimendo la solidarietà di questa prestigiosa Assemblea alle popolazioni colpite. Ho apprezzato un po' meno la polemica inopportuna della senatrice Barbara Floridia. Credo che in questo momento bisogni dimostrare, non soltanto a parole, ma anche con fatti concreti, la solidarietà nei confronti di chi ha vissuto il dramma delle proprie abitazioni distrutte, delle aziende totalmente impossibilitate a continuare la propria attività di impresa. A proposito di infrastrutture fondamentali per il territorio siciliano, la tratta Catania-Messina della rete ferroviaria è interrotta sine die.
In questo momento credo sia altrettanto doveroso ringraziare con estrema sincerità i volontari della Protezione civile, le Forze dell'ordine, i Vigili del fuoco, i sindaci e tutti coloro i quali hanno dimostrato grande spirito di abnegazione e grande efficienza nell'affrontare un'emergenza mai vissuta nelle nostre terre. (Applausi). Mi auguro e sono certo che il Governo farà la propria parte per stanziare le risorse necessarie per avviare, nel più breve tempo possibile, una ricostruzione che le nostre terre siciliane, calabresi e sarde certamente meritano. (Applausi).
NICITA (PD-IDP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NICITA (PD-IDP). Signor Presidente, siamo qui a discutere di eventi che si sono manifestati in modo eccezionale e drammatico fino a poche ore fa. Ancora non abbiamo una stima precisa dei danni: si sta parlando di danni pari a circa un miliardo per quanto riguarda la sola Sicilia. Com'è stato ricordato, questo è un evento atmosferico dovuto ai ripetuti mutamenti climatici che osserviamo e di cui siamo costretti a subire i danni in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.
Abbiamo visto delle immagini che al momento non stanno nelle primissime pagine dei giornali. Parlando della Sicilia, tutta la parte di lungomare di tantissimi paesi, da Ragusa passando per Siracusa, per Catania e Messina, è stata inghiottita completamente dal mare. Pozzallo, Sampieri, Calabernardo di Noto, Siracusa (in una parte importante del lungomare), Catania, Acireale e Nizza di Sicilia, tutti luoghi che sono noti anche per la storia, per la letteratura e per il turismo, oggi vivono una situazione drammatica non soltanto dal punto di vista della distruzione di infrastrutture, ma di tutto quello che riguarda la viabilità.
C'è poi il tema interno: intere campagne sono allagate fino ad Enna, in Sicilia, ma la stessa cosa è avvenuta in Calabria e in Sardegna. Intere strade importanti della Sicilia, come anche una statale in Calabria e in Sardegna, sono state per metà inghiottite dal mare. Ora, questa è una situazione tragica nella quale noi non ci auguriamo che il Governo intervenga, ma pretendiamo che il Governo intervenga con celerità, perché siamo di fronte a una situazione nella quale i danni che si verificheranno sul turismo, sulla pesca (con moltissime barche completamente inghiottite dal mare), sulla viabilità e in termini di disagi (pensiamo anche al trasporto ferroviario), che dovranno essere affrontati dalla popolazione siciliana, calabrese e sarda, richiedono un intervento immediato del Governo.
Quindi chiediamo innanzitutto che il Governo venga a riferire immediatamente sui danni che ci sono. Inoltre chiediamo che si impegni concretamente, già nel milleproroghe, innanzitutto a sospendere gli oneri fiscali dei cittadini e delle imprese colpiti direttamente da queste iniziative. Chiediamo che ci sia la possibilità di ripristinare, sempre nel milleproroghe, gli oltre 2 miliardi destinati al Ponte sullo Stretto per il 2026, che sappiamo già che saranno dei residui che non saranno utilizzati, per utilizzarli nelle Regioni che hanno ceduto i propri fondi strutturali a questo fine.
Chiediamo infine, signor Presidente, che i 5 miliardi di InvestEU che il Governo non è riuscito a spendere e che la Commissione europea permette di dedicare alle infrastrutture siano destinati a misure concrete per contrastare gli effetti dei mutamenti climatici. (Applausi).
PRESIDENTE. Mi unisco a tutti e tre gli interventi, come avevamo già fatto prima con l'applauso corale di tutta l'Assemblea, e sono certo che saranno ascoltate le richieste che sono state avanzate.
Atti e documenti, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, le interpellanze e le interrogazioni pervenute alla Presidenza, nonché gli atti e i documenti trasmessi alle Commissioni permanenti ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento sono pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per la seduta di giovedì 22 gennaio 2026
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, giovedì 22 gennaio, alle ore 10, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 18,54).