Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 108 del 03/10/2023
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Discussione dalla sede redigente dei disegni di legge:
(317) ROMEO ed altri. - Modifica alla legge 30 marzo 2004, n. 92, in materia di istituzione di un concorso tra le università italiane per la migliore installazione artistica a ricordo delle foibe
(533) MENIA ed altri. - Modifiche alla legge 30 marzo 2004, n. 92, in materia di iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata nelle giovani generazioni
(548) GASPARRI. - Istituzione di un fondo per promuovere e sostenere l'organizzazione da parte delle scuole secondarie di secondo grado di «Viaggi del ricordo nei luoghi delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e nelle terre di origine degli esuli»
(Relazione orale) (ore 16,26)
Approvazione, in un testo unificato, con il seguente titolo: Modifiche alla legge 30 marzo 2004, n. 92, in materia di iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata nelle giovani generazioni
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione dalla sede redigente dei disegni di legge nn. 317, 533 e 548.
Ilrelatore, senatore Paganella, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.
PAGANELLA, relatore. Signor Presidente, colleghi, giunge all'esame dell'Assemblea il testo unificato formulato dalla 7a Commissione permanente all'esito dell'esame in sede redigente concluso il 26 luglio scorso. Il testo in esame risulta dalla congiunzione del disegno di legge n. 317, a prima firma del senatore Romeo, con il disegno di legge n. 533, a prima firma del senatore Menia, e con il disegno di legge n. 548 di iniziativa del senatore Gasparri. Il disegno di legge, composto di un unico articolo, apporta modificazioni alla legge n. 92 del 2004 che ha istituito il Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale.
Con una prima modificazione si prevede l'indizione annuale, in occasione del giorno del ricordo, di un concorso nazionale finalizzato a premiare il progetto più meritevole per la realizzazione di un'installazione temporanea, opera d'arte in qualsiasi forma espressiva, da esporre per la durata di un anno in un capoluogo di Regione differente ogni anno. La seconda novella alla legge n. 92 del 2004 istituisce, presso il Ministero dell'istruzione e del merito, un fondo con una dotazione di un milione di euro per ciascuno degli anni 2023, 2024 e 2025, per promuovere e incentivare i viaggi del ricordo nei luoghi delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata e nelle terre di origine degli esuli per gli studenti delle scuole secondarie, con l'obiettivo di far maturare la coscienza civica delle nuove generazioni. Con un'ulteriore integrazione alla legge n. 92 del 2004 è concesso un finanziamento di 300.000 euro per ciascuno degli anni 2023, 2024 e 2025 ai seguenti beneficiari nella misura di 75.000 euro annui per ciascun soggetto: la Lega nazionale di Trieste per la gestione del Sacrario del monumento nazionale della Foiba di Basovizza; l'Unione degli istriani di Trieste per la gestione del Museo di carattere nazionale Centro di raccolta profughi (CRP ) di Padriciano a Trieste; l'Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata (IRCI) per la gestione del Museo delle masserizie dell'esodo Magazzino 18 del porto vecchio di Trieste; la Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati per attività di formazione svolte d'intesa con il Ministero dell'istruzione e del merito. Infine viene modificato l'articolo 3 della legge n. 92 del 2004 al fine di prevedere che la domanda per la concessione dell'insegna metallica riconosciuta a titolo onorifico ai congiunti dei soggetti infoibati, in mancanza di parenti in vita o di un esplicito interesse da parte degli stessi, possa essere presentata anche dal sindaco del Comune di nascita degli infoibati o degli scomparsi. Questo per quanto riguarda gli aspetti puramente tecnici.
Dal punto di vista politico, avviandomi alla conclusione, signor Presidente, devo ringraziare i miei colleghi della 7a commissione perché il testo finale licenziato è il risultato e l'espressione di una convergenza fra tutte le forze politiche, fondata sul condiviso convincimento che la tragedia delle foibe è stata un abisso che ha inghiottito nel suo errore migliaia di italiani vittime della furia ideologica comunista di Tito, che ha travolto e cancellato ogni senso di umanità, la centralità della persona e dei valori di libertà e democrazia e ha costretto centinaia di migliaia di nostri connazionali a esodare dalle terre dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia nel secondo dopoguerra: una tragedia e una verità storica per troppo tempo dimenticata, se non ridimensionata o volutamente e vergognosamente oscurata.
Proprio oggi che la guerra è purtroppo tornata a insanguinare pezzi d'Europa è fondamentale ribadire che la libertà va sempre di pari passo con la verità e che il rispetto della vita di ogni essere umano e dello stato di diritto sono il nostro faro e l'unico baluardo contro ogni forma di barbarie, totalitarismo e violenza. (Applausi).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
FRASSINETTI, sottosegretario di Stato per l'istruzione e il merito. Signor Presidente, intervengo solo per ribadire il plauso per questo provvedimento così importante, che ho seguito personalmente più volte anche in 7a Commissione e che ha visto una convergenza tra tutte le forze politiche, con un dibattito costruttivo e virtuoso. Anche lo scorso anno, in occasione dell'approvazione della legge sui viaggi della memoria, proprio in questo ramo del Parlamento, abbiamo detto che gli studenti che possono toccare la storia con mano, nei luoghi di queste tragedie, poi ne portano in sé il ricordo in maniera viva molto più che con lo studio astratto. Potenziare queste iniziative è quindi meritorio, soprattutto se lo si fa con delle opere d'arte che coinvolgono le università e che faranno esporre nei Capoluoghi di Regione per un anno queste iniziative degli studenti di architettura e di ingegneria che testimonieranno con la loro fantasia e con il loro valore un nuovo modo di celebrare le foibe e l'esodo. Anche nelle scuole secondarie, momento fondamentale di partecipazione, questo fondo darà sicuramente modo al Ministero dell'istruzione e del merito di poter organizzare dei viaggi più omogenei e potenziati in tutto il fronte orientale. (Applausi).
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenuti alla Presidenza - e sono in distribuzione - i pareri espressi dalla 5a Commissione permanente e dal Comitato per la legislazione sul disegno di legge in esame, che verranno pubblicati in allegato al Resoconto della seduta odierna.
Poiché il testo unificato dei disegni di legge nn. 317, 533 e 548, formulato in sede redigente dalla 7a Commissione permanente, si compone del solo articolo 1, passiamo alla votazione finale.
GUIDI (Cd'I-NM (UDC-CI-NcI-IaC)-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GUIDI (Cd'I-NM (UDC-CI-NcI-IaC)-MAIE). Signor Presidente, membri del Governo, colleghe e colleghi, intervengo con grande emozione, ma anche con un po' di amarezza per quanto si è perso, in un concetto assolutamente psicopatologico per cui solo le verità belle di una certa parte politica vanno raccontate e le brutte vanno rimosse sempre. Questa ingiustizia storica ce la siamo portata dietro per decenni, aumentando ancora di più il dolore dei sopravvissuti, delle persone care, di chi è stato obbligato ad allontanarsi col cuore spezzato dalla propria terra per una furia comunista, con l'orco Tito. Tutto questo è stato rimosso per decenni, in quell'ottica per cui solo noi abbiamo le mani pulite, aggiungendo dolore a dolore, amarezza ad amarezza, solitudine a solitudine, anche se poi queste persone sopravvissute, piene di dignità, hanno reagito con coraggio, con misura e con onestà, ma il dolore di chi è morto, è stato ucciso, è stato segregato, torturato, abusato non può essere rimosso né assolto in alcun luogo. I luoghi emblematici li ha nominati il relatore: Basovizza, il Museo centrale, i luoghi dell'orrore, piccoli lager grandi nel dolore.
Io credo che questo provvedimento non restituirà nulla a chi non c'è più, ma permetterà a chi ricorda, magari delle generazioni future, di "consolare" un po' di più questo enorme torto, anche se questi dolori collettivi non possono in alcun modo essere guariti. È una ferita che non si rimarginerà mai, resta quasi impressa nel DNA, nella genetica di chi sopravvive o di chi sopravvive a chi è sopravvissuto, cioè alle future generazioni. Però a qualcosa serve: a che non si ripeta più e soprattutto serva a portare democrazia e la democrazia è prima di tutto verità storica.
Questo finanziamento, che permetterà viaggi, previ progetti, non solo chiarisce e consola ma permette un nuovo protagonismo della democrazia. Io credo che nessuno - lo dico senza piaggeria - a parte il relatore e chi, con le proprie parole, mi succederà prestissimo, Presidente, abbia saputo descrivere, con dolore ma con poesia, il senso di quello che è accaduto, e che ancora sta accadendo finché qualcuno dirà ancora l'ultima bugia o un'ultima rimozione ipocrita, come il senatore Menia, che ha fatto del dolore che rappresenta e che prova una poesia, una musica difficile da sopportare. Spesso infatti il peso del dolore provocato dagli altri, quando diventa collettivo, in qualche modo pesa anche sulle coscienze delle persone che non hanno vissuto e non vivono in quel periodo, ma che hanno sempre la sensazione di poter fare in futuro qualcosa in più.
Io sono felice di parlare con una voce stonata, rispetto alla consapevolezza di tanti altri, di questo provvedimento e di questi fatti, di questi accadimenti. Credo che esistano momenti nei quali la terra si ferma, nei quali la voce del globo terrestre e delle stelle taccia per un istante, perché l'orrore provocato alle genti, alla collettività, sia contro natura e quindi anche la natura taccia per un secondo.
Ecco, io credo che oggi non dobbiamo tacere nemmeno un secondo, ma essere indignati per chi ha parlato troppo poco, oppure ha detto bugie, e se non si può essere felici (perché non lo si può essere intervenendo, anche se a distanza, su questi accadimenti), per lo meno che si abbia la serenità di poter dire che questa volta, ancora una volta, il Senato, o almeno una parte di esso (anche se spero di no) ha parlato, in maniera consapevole e dolorosa, il lessico difficile ma miracoloso e meraviglioso della democrazia, anche se si interviene troppo tempo dopo. Questo comunque non diminuisce il valore del provvedimento che, per quanto mi riguarda, porteremo avanti oggi. (Applausi).
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Signor Presidente, dico subito che su questa proposta di legge noi ci asterremo. Per evitare fraintendimenti o equivoci, in buona o in cattiva fede, vorrei chiarire subito alcuni punti essenziali.
Noi ci riconosciamo nelle parole pronunciate alcuni mesi fa dal presidente Mattarella, quando sottolineò la finalità del Giorno del ricordo, così come indicata nella stessa legge istitutiva: «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo Dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». «Un carico di sofferenza, di dolore e di sangue - aggiunse il Presidente - per molti anni rimosso dalla memoria collettiva e, in certi casi, persino negato». L'ho detto prima e lo ribadisco: mi riconosco e ci riconosciamo pienamente in queste parole. Peraltro, come ho già avuto modo di dire in quest'Aula, penso di poter dire che noi, differentemente da altri, abbiamo fatto da tempo fino in fondo i conti con la nostra storia e quello che contestiamo non sono certamente i fatti, ma una certa interpretazione dei fatti e soprattutto il loro utilizzo storico.
La nostra scelta di astenerci non è motivata né da reticenze e nemmeno da ambiguità sul giudizio storico nettissimo che diamo sulle uccisioni, sull'esodo e sulla pluridecennale rimozione di quella tragedia, che credo vada inquadrata dentro la complessa vicenda del nostro confine orientale. La storia non è uno spezzatino, non se ne scelgono alcune parti tralasciandone altre: l'italianizzazione forzata, l'invasione della Jugoslavia, i massacri nazifascisti sono parte di quella storia e non possono essere espunti, ma non voglio in alcun modo che questa rivendicazione di onestà storica possa passare per giustificazionismo, anche se non manca certamente chi l'ha usata tendenziosamente. Le catene di violenze e di soprusi precedenti - che sono reali - non possono essere dimenticate, ma neppure utilizzate per giustificare quello che non è in alcun modo evidentemente giustificabile; quindi nessuna reticenza sul giudizio storico.
I nostri dubbi riguardano piuttosto l'uso della memoria, in questo come in altri frangenti. Tutti esaltiamo spesso il valore della memoria e io penso sia giusto e necessario farlo. Sarebbe però ora di fare un passo avanti e dire chiaramente, Presidente, che della memoria si può fare buon uso, ma se ne può fare anche uno cattivo. La politica italiana, larga parte della politica italiana è stata negli ultimi anni maestra nel fare il peggior uso possibile della memoria e della storia. Si fa cattivo uso della memoria quando la si usa come un oggetto contundente da adoperare nella contesa politica del presente. Si fa cattivo uso della storia quando la si maneggia non per elaborare e superare lacerazioni, ma per riprodurle all'infinito. Si fa cattivo uso della memoria storica quando la si sfrutta come espediente che assolve dall'obbligo di affrontare la battaglia politica nel presente, appellandosi in questo modo al solo richiamo identitario. Si fa un cattivo, anzi un pessimo uso della storia soprattutto quando si cerca di usare capziosamente singole vicende per insinuare l'idea che nell'immane tragedia del Novecento non ci fossero una parte giusta e una sbagliata.
Dunque, il buon uso della memoria non è un esercizio facile. Richiede lucidità, misura e profonda onestà. Bisogna saper prendere in considerazione l'intero quadro complessivo, fuggendo la tentazione di esaltare solo gli aspetti più utili per la propaganda di parte, ma allo stesso tempo rifiutando alla radice ogni giustificazionismo e ogni negazionismo. Bisogna cioè avere il coraggio di ammettere verità che ci feriscono senza dimenticare che, nella più atroce guerra che il mondo abbia mai conosciuto, non si fronteggiavano soggetti equivalenti.
Ritengo necessaria questa premessa, perché temo che la proposta di cui oggi discutiamo possa pendere dal lato di un cattivo uso della memoria, non per pregiudizio, ma perché nella proposta di legge non si fa proprio menzione, per esempio, di quelle complesse vicende del confine orientale che invece figuravano nella legge istitutiva del Giorno del ricordo. E allora credo che una cosa sia non adoperare la memoria a fini giustificazionisti, altra evidentemente è espungere oppure cancellare intere e fondamentali parti della storia.
Rilevo inoltre che il finanziamento per la ricerca storica è indirizzato solo per le associazioni degli esuli, escludendo senza alcun motivo ragionevole gli istituti di ricerca, le associazioni e le fondazioni che, da anni e con gran merito, si occupano delle vicende del confine orientale. È una scelta davvero inspiegabile se l'obiettivo è quello di restituire al Paese e alle giovani generazioni una memoria storica priva di rimozioni, ma lucida e completa.
Allo stesso modo la delega solo alle associazioni degli esuli dei Viaggi del ricordo finirebbe - io credo - per cancellare aspetti di quella vicenda storica che sono invece fondamentali; per esempio, la costituzione delle Repubbliche libere partigiane, tra cui una, quella della Carnia, fu la prima - pensate voi - a deliberare il diritto di voto per le donne nel nostro Paese.
Se della storia e della memoria vogliamo fare buon uso, dobbiamo essere capaci tutti di accantonare l'interesse di parte e dobbiamo essere capaci di abbandonare la strumentalizzazione ai fini della propaganda. Le scelte cui ho fatto invece riferimento, senza nulla togliere, a mio parere, all'importanza del ricordo della tragedia delle Foibe e dell'esodo, non vanno in questa direzione; per tale ragione ci asterremo dal voto.
SPAGNOLLI (Aut (SVP-Patt, Cb, SCN)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SPAGNOLLI (Aut (SVP-Patt, Cb, SCN)). Signor Presidente, colleghe e colleghi, rappresentante del Governo, tutte le iniziative di approfondimento di circostanze storiche e di ricordo delle sofferenze patite da esseri umani senza colpa sono fonte di crescita e di arricchimento culturale per le nuove generazioni; sono quindi da sostenere senza discussione. Capisco però le considerazioni fatte prima di me dal senatore De Cristofaro e, in qualche misura, colgo anche le criticità che lui ha evidenziato. Nulla infatti come il confine orientale e le vicende degli anni a cavallo della guerra e nell'immediato Dopoguerra, sono rappresentative di quali tragedie possa provocare la belva umana, come la chiamava Guccini, quando è rappresentata da diverse parti, tutte altrettanto belve che spesso fanno a gara a chi lo è di più.
Io ho avuto la ventura di sposare una donna di origine giuliana che, per parte di madre, è di famiglia profuga dell'Istria, e quindi ho avuto la fortuna di poter approfondire direttamente da testimonianze viventi quello che è accaduto in quei tempi e in quei luoghi. Devo dire che mi ha colpito molto il fatto di apprendere tante cose così avanti nell'età perché a scuola, in effetti, negli anni Sessanta e Settanta, ci insegnavano una storia molto monocorde; c'erano i cattivi, che erano gli altri, e i buoni, che eravamo noi. Scoprire poi che non è andata proprio così, che ci sono tanti buoni e tanti cattivi di diverse parti, consente però di avere la mente più aperta e più ampia. Sono convinto che anche questa iniziativa possa servire ad aprire la mente dei nostri concittadini del futuro.
Nel 1988 insegnavo in una scuola media e organizzai una gita scolastica a Trieste. Andammo a visitare la Risiera di San Sabba e la Foiba di Basovizza, perché ritenevamo corretto fare questo. Eravamo nel 1988, trentacinque anni fa, molto prima che la Foiba di Basovizza venisse resa accessibile (come è adesso). Ricordo che quella fu un'esperienza straordinaria per i miei studenti di allora, che sono oggi quasi cinquantenni.
Chiudo nel dare un segno di speranza. Nelle mie esplorazioni della costa dalmata mi è capitato di arrivare a Sansego, un'isola che si trova a sud di Lussino, chiamata il vigneto galleggiante, perché è circa un chilometro quadrato di vigne sopraelevato rispetto al mare Adriatico. Ebbene, in cima a questo pianoro, nel punto più alto, c'è un cimitero, dove ci sono diverse tombe scavate di fresco, con lapidi di sepolti di lingua italiana, che erano gli abitanti di quella zona che sono andati via da lì, hanno fatto più o meno fortuna, si sono trovati in condizioni all'inizio sicuramente molto difficili, però poi, rimboccandosi le maniche, hanno contribuito a costruire comunità in giro per il mondo, anche nella mia città, ed infine tornano o si fanno riportare per essere seppelliti in questo luogo con vista sul mare, che ricorda quello che hanno visto tutte le generazioni passate delle loro famiglie. Credo che questo sia un segnale che ci dice che, qualsiasi cosa succeda, la si può superare con la buona volontà, con la voglia di lavorare e con la voglia di approfondire culturalmente e come si deve le vicende storiche.
GELMINI (Az-IV-RE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GELMINI (Az-IV-RE). Signor Presidente, quella delle foibe è stata una grande tragedia italiana, un massacro iniziato nel 1943 e andato avanti per diversi anni. Proprio mentre il Paese, la maggior parte degli italiani, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, provava a ripartire e a ritornare faticosamente e gradualmente alla normalità, un destino avverso colpiva invece gli italiani nelle terre occupate dalle truppe jugoslave. Queste persone, anziché tornare alla normalità, hanno vissuto una situazione di profonda costernazione, fatta di torture, di carcere, di epurazioni, di morte. Furono coinvolti bambini, donne, giovani e anziani, famiglie della Venezia Giulia, ma anche della Dalmazia, che dovettero sperimentare la disumanità dei totalitarismi del '900.
Quella delle foibe è stata una tragedia purtroppo rimasta viva per tanto tempo solo nel ricordo dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime. Un capitolo buio della nostra storia, per troppo tempo taciuto e negato, forse per il timore che la memoria di quegli eccidi suonasse impropriamente come una giustificazione dei crimini commessi dal regime fascista. Fu un grande Presidente della Repubblica, con un passato da partigiano nella resistenza al nazifascismo, Carlo Azeglio Ciampi, a sottolineare l'importanza del Giorno del ricordo. Egli disse (cito testualmente) che quel giorno «testimonia la presa di coscienza dell'intera comunità nazionale. L'Italia non può e non vuole dimenticare: non perché ci anima il risentimento, ma perché vogliamo che le tragedie del passato non si ripetano in futuro. La responsabilità che avvertiamo nei confronti delle giovani generazioni ci impone di tramandare loro la consapevolezza di avvenimenti che costituiscono parte integrante della storia della nostra patria».
Il dovere della memoria di quell'eccidio, come di tutte le altre sanguinose vicende dei totalitarismi, nasceva, per l'allora Capo dello Stato, dall'esigenza di difendere la civiltà europea, che è fatta di umanità, di rispetto per l'altro, di fede nella ragione, nel diritto e nella solidarietà, che la Seconda guerra mondiale ha rischiato di inghiottire.
Il compito che noi abbiamo qui oggi è allora quello di nutrire la memoria della tragedia delle foibe, con iniziative rivolte alle nuove generazioni. Da qui noi voteremo a favore di questa proposta di legge, che, attraverso un concorso universitario, rivolto anche alle istituzioni dell'alta formazione artistica, prova ad istituire questo ricordo. Proviamo anche insieme a trovare le risorse per sostenere i viaggi delle scuole superiori, affinché di quell'eccidio rimanga la memoria, perché non debba più capitare.
Questo anche perché riteniamo che, attraverso la scuola, l'università, il coinvolgimento delle giovani generazioni, possa esserci un vaccino potentissimo contro il rischio del contagio della violenza nazionalista, di qualunque segno ideologico e di qualunque colore. Abbiamo il dovere di ricordare, di non cancellare le tracce delle sofferenze patite dal popolo italiano, così come abbiamo il dovere di portare avanti un impegno per la verità, contro ogni reticenza ideologica o rimozione opportunistica.
Da parte nostra, come parlamentari e rappresentanti del popolo, mi auguro che ci sia oggi la maturità che c'è stata vent'anni fa, da parte del Parlamento di allora, che istituì appunto il Giorno del ricordo. Mi auguro che ci sia una maturità analoga per fare un passo ulteriore e che il Parlamento agisca come allora, quando seppe convergere in modo quasi unanime su di una legge fondata sul rispetto e sull'amore per la verità e per i nostri connazionali.
Allo stesso modo, io mi auguro che questo Parlamento approvi oggi a larghissima maggioranza questa proposta di legge, anche perché deve essere chiaro a tutti che i morti delle foibe non sono né di destra né di sinistra, ma sono cittadini vittime della storia di quegli anni e come tali vanno ricordati e rispettati. (Applausi).
La storia italiana ed europea del secolo scorso è stata una storia di errori e di orrori, che occorre guardare in faccia senza equivoci e senza indulgenza. A qualificare, anzi a squalificare, il totalitarismo non è il colore rosso o nero, ma la natura di un regime politico senza rispetto per la vita, senza rispetto per la libertà e per la dignità umana.
Il ricordo dei morti delle foibe non cancella né redime le colpe mostruose di cui il regime fascista si macchiò nelle terre in cui migliaia di italiani furono torturati e assassinati dalle milizie titine e dove altre centinaia di migliaia furono costretti all'emigrazione forzata. Quella non fu una ritorsione per gli errori del regime fascista, perché gli innocenti ingoiati dalla profondità delle cavità carsiche nulla avevano a che vedere con il fascismo.
Di cosa erano colpevoli? Di essere italiani. Anche certa propaganda, negli anni a seguire, non alleviò la sofferenza di quei 250.000 profughi, che in Italia cercavano solo accoglienza e comprensione. Ancora una volta, di cosa erano colpevoli? Erano solo italiani.
E mi piace proprio quest'oggi ricordare l'impegno del presidente Giorgio Napolitano, che tanto ha fatto per restituire verità a quei tragici avvenimenti. Così come voglio ricordare, lo ha già fatto il collega De Cristofaro, l'impegno del nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che proprio il 13 luglio del 2020 fu protagonista di una stretta di mano con il presidente sloveno Pahor alla foiba di Basovizza: un gesto semplice, ma pieno di significato. (Applausi).
In quell'occasione, il presidente Mattarella disse che la storia non si cancella, che possiamo coltivarla con rancore, oppure farne patrimonio comune nel ricordo.
Noi sappiamo qual sia la strada da scegliere e, proprio alla luce di tale convincimento, annuncio il voto del Gruppo Azione-Italia Viva-RenewEurope a favore di questo provvedimento.
GASPARRI (FI-BP-PPE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, come molti colleghi hanno ricordato, sono passati molti anni, circa venti, da quando è stato istituito il Giorno del ricordo, con una legge voluta dal Parlamento quasi all'unanimità: i voti contrari furono pochissimi e non sono un vanto per chi li espresse. Abbiamo prima ricordato il presidente Napolitano; con lui e altri Presidenti della Repubblica gli eventi della memoria hanno avuto importanza: spesso, anche negli ultimi anni, sono stati ospitati al Quirinale o in quest'Aula, dove abbiamo celebrato numerose volte il Giorno del ricordo con testimonianze varie.
Non è ancora sufficiente, perché viviamo in un clima negazionista per certi versi. Ancora qualcuno rimbrotta chi vuole portare la memoria delle foibe e dell'esodo istriano-giuliano-dalmata nell'ambito delle memorie nazionali. Sono onorato di avere ricevuto giorni fa dall'Associazione Dalmati il Premio Tommaseo, perché i figli di quella diaspora hanno voluto riconoscere un impegno che io e tanti altri colleghi abbiamo sempre avuto nel Parlamento, alla Camera e al Senato, perché questa memoria non si disperdesse.
In vari abbiamo presentato delle proposte di legge - io l'ho presentata proprio il 10 febbraio di quest'anno, celebrando in questo modo il Giorno del ricordo - che servono a promuovere dei viaggi della memoria degli studenti nei luoghi delle foibe e dell'esodo. Si tratta di cifre per la verità molto ridotte. Al Governo, negli anni, fatta la legge si può trovare non l'inganno, ma semmai la moltiplicazione delle risorse: dal museo dove le masserizie, i ricordi, i libri di quelli che furono cacciati da terre fino ad allora italiane - l'Istria, la Dalmazia, Fiume - furono conservati, ora quelle masserizie, quei ricordi e testimonianze sono stati portati in un luogo più ampio, nel porto di Trieste, con un museo che è stato realizzato ma che può essere ancora ampliato, migliorato e valorizzato.
Credo che con il disegno di legge in discussione diamo anche un aiuto - per la verità ancora molto limitato - ad attività del genere, alle varie associazioni, a chi si dedica alla cura della Foiba di Basovizza, dove avvenne il gesto simbolico del presidente della Repubblica Cossiga. Si dovettero attendere decenni per gesti simbolici in omaggio alle foibe e già questo fa capire quanto sia stata sofferta la riconquista di uno spazio nella memoria collettiva di una storia patria per troppo tempo negata.
La Rai realizzò - in molti ci demmo da fare perché questo avvenisse - una fiction, dopo molti anni (nel 2005), «Il cuore nel pozzo», incentrata sulla fuga di bambini dai partigiani di Tito, e poi (nel 2018) ha contribuito - anche in questo caso con mezzi per la verità limitati - alla realizzazione del film «Red Land», dedicato a Norma Cossetto, una giovane studentessa massacrata, violentata, uccisa e poi gettata nelle foibe, che oggi è stata ricordata. Ad altre opere sono stati dedicati molti soldi: la Rai ha fatto una fiction, spendendo alcuni milioni, su Mimmo Lucano, quel sindaco che è stato condannato a non so quanti anni in primo grado sull'immigrazione. Per il film sulle foibe si è speso molto meno. Solo che in un caso ha onorato la verità, mentre in un altro caso ha speso soldi per una fiction che non è andata neanche in onda, essendo stato condannato il protagonista Lucano. Speriamo che spenda meglio i propri soldi.
Il disegno di legge in esame serve a stimolare conoscenza e ricordo; è finalizzato alle visite degli studenti, con programmi e gestione da parte del Ministero dell'istruzione, che ha già delle strutture e dei dirigenti che di questo si occupano. Abbiamo avuto una convergenza in Commissione e abbiamo dovuto limare qualche passaggio. Voglio anche dire che questo disegno di legge è un altro momento per una riscoperta di verità. Ci sono cose che vanno ancora accertate: nel 1946 a Vergarolla, sulla costa di quelle terre, ci fu una strage, la prima del Dopoguerra, e quindi non c'è stata soltanto quella di Portella della Ginestra, che giustamente viene ricordata; nel 1946 morirono su quella spiaggia tanti italiani. Poi si disse che erano esplosi dei materiali bellici che lì erano stati depositati. Noi riteniamo che anche il Parlamento debba fare accertamenti su una vicenda di questa natura ed auspichiamo che l'editoria sia più coraggiosa.
A proposito delle iniziative in ricordo di Norma Cossetto, ci saranno trecentosessanta eventi nel fine settimana e fiori depositati in vari luoghi per ricordare quella giovane ragazza che è un emblema del martirio di quelle terre; la sorella, che è sopravvissuta, ha avuto una medaglia alla memoria e ha potuto partecipare a tante cerimonie. Vogliamo che sia data la medaglia a Zara. Ci sono tante cose che devono essere realizzate. C'è, però, qualche editore - lo voglio dire qui in Aula - su cui ricade qualche vergogna. La Laterza è una delle più importanti case editrici italiane.
Qualche anno fa, in una collana - secondo quanto disposto dall'articolo 21 della Costituzione, ognuno è libero di stampare quello che vuole - che secondo me è di negazionismo, un personaggio che non voglio citare scrisse una serie di cose incredibili sulle foibe. Io chiamai i due cugini editori Laterza per dire loro quello che pensavo di quel negazionismo. Poi sul libro c'erano anche delle menzogne attribuite a me, che avrei detto che milioni di italiani erano stati uccisi nelle foibe. Non sono così ignorante da non sapere che sono state alcune decine di migliaia; peraltro ogni tanto, nelle zone che oggi appartengono agli Stati della ex Jugoslavia, ci sono ritrovamenti di resti di persone di diverse etnie, non solo italiane, e quindi i numeri veri degli eccidi etnici nessuno li sa ancora. Non ho mai detto che fossero milioni e la casa editrice Laterza, sede di cultura, dà alle stampe libri che contengono menzogne del genere. Poi hanno fatto un'altra stampa levando la menzogna.
Noi siamo ancora in questo clima: non penso al volantino dei centri sociali negazionisti, o a quelli che impedivano a Giampaolo Pansa di presentare i libri sul triangolo della morte, che poi si estesero all'isola Calva e ad altre storie di tortura, di prigionia nella Jugoslavia; peraltro, prima si è parlato degli errori fatti nel passato da alcuni comunisti e sull'isola Calva venivano arrestati anche i comunisti italiani che evidentemente non erano considerati sufficientemente collaborazionisti, o che, dopo aver collaborato all'infoibamento dei loro connazionali, avevano avuto un conato di verità.
Insomma, c'è ancora molto da dire e da scrivere, senza alcun revanscismo, senza voler seminare odio, ricordando tutte le tragedie del Novecento. È inutile dire che questo disegno di legge non si contrappone ad alcun altro momento di ricordo, di memoria. Ci sono leggi dello Stato. L'Olocausto, nella sua dimensione, è una tragedia che non ha uguali per l'orrore che giustamente solleva e le scuole, il Parlamento e i mezzi di comunicazione ne parlano. Noi chiediamo anche che, con il presente disegno di legge, le scuole alimentino questa memoria, ma poi dovremo dare quella medaglia a Zara, dovremo continuare a celebrare il Giorno del ricordo. Se lo vorranno, scrittori e registi dovranno parlare, come quelli che hanno fatto «Il cuore nel pozzo», di quelle tragedie, nei modi e nelle forme che liberamente la cultura vuole avere. Oggi abbiamo approvato il parere della Commissione di vigilanza sul contratto di servizio della Rai e, quindi, abbiamo parlato non di questo, ma della cultura, dell'identità, del ruolo del servizio pubblico anche nel coltivare - come deve fare - tutte le memorie, all'insegna della difesa della libertà e di valori che tutti dobbiamo difendere. Mi auguro quindi che troveremo il tempo, anche questa legislatura, di parlare della strage di Vergarolla e di altre vicende.
Oggi approveremo - devo ritenere all'unanimità - il disegno di legge in esame. Il lavoro in Commissione è stato fatto con pazienza; ringrazio pertanto il relatore Paganella, il sottosegretario Savino, che oggi non è in Aula perché impegnato alla Camera, che al Ministero dell'economia e delle finanze ha contribuito a cercare le coperture e i fondi per questo disegno di legge.
Il Gruppo Forza Italia è quindi onorato di essere stato promotore di questo provvedimento che si è incrociato con le volontà di altri Gruppi del centrodestra, ma credo che la volontà del Parlamento sia unanime. Anche se non ne faccio parte, ho partecipato a buona parte delle sedute della 7a Commissione dedicate al provvedimento, visto che sono stato primo firmatario di una proposta, e devo dire che abbiamo confrontato le opinioni di tutti e affermato il valore doveroso di una ricerca di memoria.
Non aggiungo altro, non c'è bisogno di aggiungere affermazioni ulteriori. È un percorso importante e mi auguro che anche le norme sul negazionismo, che vengono giustamente applicate in alcuni casi, possano tutelare anche la memoria delle foibe e dell'esodo, per far sì che chi dovesse negarlo, che siano i libelli di Laterza o altri, incorra nei rigori non tanto della legge, ma della verità, quella che anche le proposte di legge che oggi portiamo all'approvazione invitano a ricordare nelle scuole, nei luoghi della memoria e anche nel Parlamento che ne sta parlando. Ringrazio tutti per aver condiviso questo percorso e ovviamente annuncio il voto favorevole del Gruppo Forza Italia su un disegno di legge che abbiamo contribuito a scrivere. (Applausi).
PIRONDINI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIRONDINI (M5S). Signor Presidente, dal volume «L'eco del tempo» emerge con forza ciò che in parte già sapevamo, ovvero che la composizione musicale più pregnante che parla dell'Olocausto si intitola «Un sopravvissuto di Varsavia», scritta da Arnold Schönberg durante l'esilio statunitense nel 1947, lo stesso anno in cui esce «Se questo è un uomo» di Primo Levi. «Un sopravvissuto di Varsavia» è un oratorio per voce recitante della durata di soli sette minuti, che comincia con la seguente frase: «Non posso ricordare ogni cosa».
Scriveva Iosif Brodskij in una prosa giustamente celebre: «La memoria tradisce chiunque, specialmente coloro che abbiamo conosciuto meglio. È un'alleata dell'oblio, un'alleata della morte, è una rete con cui si pesca poco e che non trattiene l'acqua. Non si può usarla per ricostruire qualcuno, neanche sulla carta».
Se è vero che il passato è sempre lì e serve anche quando non hai più bisogno di ricordarlo, è altrettanto vero come la nostra epoca in particolare abbia bisogno di memoria, in specie se pensiamo alle giovani generazioni. Mi riferisco a quei giovanissimi considerati nativi digitali, ragazzi, cioè, che vivono in una connessione continua attraverso Internet, in un bisogno perenne di rincorrersi, sempre più esasperato dalla tecnologia che dà loro la possibilità di comunicare in ogni istante e in ogni luogo.
Un primo dato positivo da segnalare è che, in modo diretto o indiretto, i tre disegni di legge riuniti in un testo unificato si rivolgano virtualmente proprio alle giovani generazioni, alle vittime designate, cioè, di quel progresso scorsoio di cui parlava il poeta Andrea Zanzotto. E chissà se proprio la maggiore consapevolezza non possa contribuire ad attenuare quel progressivo oscurarsi, cui abbiamo assistito e assistiamo, del futuro come promessa in un futuro come minaccia. In breve, pare lecito chiedersi se tanta demotivazione giovanile e forse anche tanta violenza non dipendano, pur dentro la difficile cornice in cui viviamo, da una scarsa conoscenza del passato che si proietta fino a rafforzarlo nel senso di buio in cui si concentra e sembra concludersi il futuro.
Altro dato positivo, oltre al più generale lavoro di sintesi compiuto in Commissione, è stato che il Governo, d'accordo con il relatore e accogliendo un ordine del giorno dell'opposizione, rispetto a una tematica così importante quale la diffusione della conoscenza e della tragedia delle foibe, abbia acconsentito a sostenere ad ampio giro di compasso tutte le associazioni che hanno il merito di portare avanti pregevoli iniziative scientifiche, culturali e storiche. Si tratta di un passo importante per la memoria storica.
Non posso non pensare al canto di Ulisse in «Se questo è un uomo», quando Primo Levi cerca di insegnare l'italiano a un compagno di prigionia recitando a memoria i versi del canto di Dante. A un certo punto Levi non ricorda, è disperato, perché comprende che dentro quella falla, in quei versi mandati a memoria che non riesce a mettere insieme, può racchiudersi il senso stesso dell'esistenza. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che la letteratura, la testimonianza, la memoria, il documento storico, in particolare i frangenti storici possono assumere un significato importante per la difesa stessa della libertà interiore.
Nel suo capolavoro «Un mondo a parte», lo scrittore polacco Gustaw Herling, riferendosi ai tentativi di fuga immaginati da alcuni prigionieri durante la Seconda guerra mondiale in un campo di lavoro sovietico, scriveva: «Prima della caduta di Parigi una donna alta con la testa e le spalle avvolti in uno scialle attraversava a quell'ora il piccolo tratto di strada visibile dalla finestra della cella, si fermava accanto a un lampione di fronte al muro della prigione ad accendere una sigaretta e spesso accadeva che alzasse il fiammifero acceso nell'aria come una torcia e lo tenesse un attimo in quella posizione incomprensibile. Decidemmo che quello era un segno di speranza».
Anche quello delle foibe fu un mondo a parte, una fra le pagine più buie e forse in parte ancora da conoscere a pieno, decifrare, ricordare, sicuramente diffondere nei libri di storia e collocare tra le pieghe più sottili e nascoste del Secolo breve del passato prossimo novecentesco e non può essere concentrato solo nella opacità di una diapositiva sfocata o nella volatilità del wallet di un cellulare. In ogni momento della nostra vita noi possiamo comunque decidere che una pagina, un verso, un racconto, un'immagine, un documento storico, una testimonianza riescano in fondo a far luce, rimangano insomma come quel fiammifero acceso nell'aria, si trasformino e divengano per noi motivo di riflessione, auspicio di verità e segno di speranza.
Per questi motivi, signor Presidente, il MoVimento 5 Stelle esprimerà voto favorevole a questo provvedimento. (Applausi).
MARTI (LSP-PSd'Az). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARTI (LSP-PSd'Az). Signor Presidente, colleghi, voglio esprimere subito la grande soddisfazione per l'approdo di questo disegno di legge in Aula. La 7a Commissione ne ha avviato l'esame appena insediata e ha approvato il testo frutto di un lavoro ben orchestrato del relatore, senatore Paganella, che ringrazio perché è riuscito a cucire dei provvedimenti analoghi, in parte difformi per le sensazioni, ma che andavano in un'unica direzione, dei senatori Romeo, Menia e Gasparri.
Abbiamo avuto la pazienza di attendere i provvedimenti, che si intrecciassero, che venissero in Commissione, che fossero elaborati e grazie all'intera Commissione e alle forze politiche tutte si è arrivati a un testo congiunto, un testo validato da tutti i partiti politici.
Ritengo fosse doveroso prevedere attività capaci di rendere sempre vivo il ricordo di questa tragedia che ha vissuto il nostro Paese. Ringrazio chiaramente anche la sottosegretaria Frassinetti che vedo qui in Aula e che ha seguito con noi, in maniera precisa, tutti i lavori.
Le foibe sono insenature naturali formate da grandi caverne verticali, presenti in Istria e in Friuli-Venezia Giulia, veri e propri inghiottitoi naturali, molto diffusi nelle zone carsiche. La cavità si restringe, scendendo in profondità, per poi chiudersi e riallacciarsi in un bacino: una forma che rende difficili la risalita e i soccorsi.
Gli eccidi delle foibe, commessi dai partigiani jugoslavi, vedevano le vittime spesso gettate vive in quelle cavità. La storiografia distingue due ondate di infoibamenti. La prima risale al settembre del 1943, quando il fascismo cade e l'Italia firma l'armistizio con i tedeschi che occupano in un primo momento solo i centri ritenuti d'importanza strategica, come Trieste, Pola e Fiume; mentre nell'Istria più interna il potere finì nelle mani delle formazioni partigiane titine. Insorsero anche i contadini dell'entroterra croato e la violenza venne indirizzata soprattutto verso podestà, segretari, messi comunali, carabinieri, guardie campestri, esattori delle tasse e ufficiali postali; ma a farne le spese risultarono anche dirigenti, capisquadra impiegati di imprese industriali o possidenti di latifondo, nonché figure rappresentative della comunità italiana come avvocati e levatrici.
Dal furore iniziale, la violenza divenne più programmata al fine di ripulire il territorio per eliminare ogni ostacolo alle affermazioni di un nuovo corso politico. Non mancarono i linciaggi così come le violenze sessuali.
La seconda ondata di violenze di massa iniziò poi a maggio del 1945, nel momento in cui le truppe jugoslave entrarono nella Venezia Giulia, perseguendo lo stesso obiettivo: eliminare chiunque si potesse opporre all'egemonia di Tito, tanto che non mancarono numerosissime vittime anche tra croati e sloveni non in linea con i comunisti.
Il 10 febbraio è stato eletto, con legge n. 92 del 30 marzo 2004, il Giorno del ricordo, perché proprio in questa data del 1947 furono firmati i Trattati di pace a Parigi con i quali si assegnavano l'Istria, Quarnaro, Zara e parte del territorio del Friuli-Venezia Giulia alla Jugoslavia. I territori in questione erano stati assegnati all'Italia con il Patto di Londra, mentre la Dalmazia venne annessa a seguito dell'invasione nazista in Jugoslavia. Con il ritorno di questi territori alla Jugoslavia ebbe inizio una rappresaglia feroce che colpì molti concittadini italiani innocenti, ritenuti implicitamente colpevoli di aver vissuto sotto il regime fascista, fino a configurare quella che oggi gli storici descrivono come una vera e propria pulizia etnica con prigionia, campi di lavoro forzati e morte nelle foibe, che coinvolsero tra le 4.000 e le 5.000 persone. Molti riuscirono a fuggire: un esodo di massa che coinvolse tra le 250.000 e le 350.000 persone tra il 1945 e il 1956, in meno di undici anni.
Non vi è dubbio che i motivi di tanta violenza vanno ricercati non solo in un fatto scatenante, ma anche in una lunga scia di accadimenti che non hanno fatto altro che creare tutte quelle contrapposizioni antiche, nazionalistiche e politico-ideologiche che da sempre sono foriere di sangue e morte. Che ogni guerra porti dietro di sé uno strascico fatto di rese dei conti è la storia a dirlo: solo che in questo caso l'obiettivo era l'annichilimento del dissenso di tutti coloro che si sarebbero potuti frapporre alla presa del potere dei comunisti.
Per questo, accanto al Giorno della memoria, dedicato alle vittime dell'Olocausto, è importante diffondere e valorizzare il Giorno del ricordo, e speriamo che presto alla Camera si tratti la Giornata della memoria dei campi di concentramento nazisti, perché il provvedimento è stato inviato da noi più di sei mesi fa e spero arrivi a compimento, affinché nessuna sofferenza e nessuna brutalità siano più negate e simili atrocità non abbiano a ripetersi.
La Lega con tale proposta, a firma del capogruppo Romeo, intendeva raggiungere questo obiettivo, istituendo un concorso annuale per la realizzazione di una installazione permanente, in ricordo del dramma delle foibe, da esporre per la durata di un anno in uno dei tanti capoluoghi di Regione italiani. L'arte è un potente strumento di pace, può parlare alle coscienze più di mille parole e contribuire a non perdere il ricordo di eventi storici anche terribili come questi e a sensibilizzare le coscienze affinché non si ripetano più. La memoria parla al cuore per comprendere in profondità quanto male hanno procurato le ideologie di parte, le dittature, la guerra e tutto l'odio che ne è seguito: questo obiettivo si raggiunge anche attraverso l'arte e la bellezza, armi potenti, anzi potentissime, che rendono sterile l'odio. (Applausi).
Sono contento che a questa previsione si siano aggiunte quella dei colleghi Gasparri e Menia, che prevedono rispettivamente la creazione di un fondo di un milione di euro per permettere l'organizzazione di viaggi del ricordo per gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e uno stanziamento di fondi in favore delle associazioni degli esuli, che ancora oggi rappresentano la memoria di quei tragici eventi e contribuiscono in maniera importante a tramandarla.
Credo che questo disegno di legge porti un contributo importante al nostro Paese, in cui le ferite lasciate dalla guerra non si sono ancora rimarginate e dove un vero e proprio percorso di pacificazione non è stato ancora compiuto; dove ancora vivono le contrapposizioni alimentate dall'incapacità di superare le appartenenze ideologiche.
Per questo annuncio il voto favorevole mio e della Lega a questo importante provvedimento. (Applausi).
ROJC (PD-IDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROJC (PD-IDP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signora Sottosegretario, nel 2004 è stato istituito il Giorno del ricordo con una legge che ha voluto ricordare una delle grandi tragedie di quel martoriato lembo di terra chiamato un tempo confine orientale, dove sono nata e dove vivo; una legge che ha voluto anche porre le basi per una riconciliazione nazionale e credo che chiunque venga chiamato a prendere la parola in tal senso debba tenerne conto. Non onora le vittime chi si serve di questa tragedia per fare propaganda politica, o peggio ancora chi, pur ricoprendo importanti ruoli istituzionali, pensa a scattarsi dei selfie durante la cerimonia del Giorno del ricordo al monumento della foiba di Basovizza, com'è successo. (Applausi).
Strumentalizzare questa tragedia è un errore, un peccato gravissimo che contraddice lo spirito stesso della legge, votata peraltro allora in Parlamento quasi all'unanimità. Questi decenni hanno segnato un cambio di passo in quel percorso di amicizia e collaborazione tra due comunità, due Nazioni, due Paesi confinanti che tutti dobbiamo impegnarci a consolidare. Nella giornata del 13 luglio del 2020, i presidenti delle Repubbliche di Italia e Slovenia, Sergio Mattarella e Borut Pahor, hanno posto Trieste al centro del mondo, tenendosi per mano in due luoghi simbolo del Novecento giuliano per guardare al futuro.
È stata quella delle nostre terre un'epopea tragica e gloriosa nel contempo, in cui la scelta di stare dalla parte dei giusti e di lottare per la libertà, una libertà che non è appannaggio di alcuni soltanto, ma il bene supremo, non può essere in alcun modo confusa, rivista o messa in dubbio, nonostante i drammatici eventi di Arbe o Gonars, due campi del duce; nonostante gli orrendi crimini commessi durante l'occupazione dei fascisti di parte della Jugoslavia; nonostante la risiera di San Sabba e nonostante la tragedia dei morti delle foibe e dell'esodo.
Lo ricordava il presidente della Repubblica Mattarella, che ha lottato per la libertà ed è un esempio per tutti: chi vorrebbe scambiare i ruoli tra le vittime innocenti e i nazifascisti, chi vuole tentare un revisionismo storico, commette un peccato mortale nei confronti non nostri, ma di milioni di morti. Non credo nella memoria condivisa: credo invece nel rispetto delle singole memorie. Ciascuno di noi ha il diritto di piangere i propri morti, perché ogni morte è assenza e dietro a ogni morte ci sono madri e padri, sorelle e fratelli, mogli e mariti, figli che resteranno segnati - e in tal senso per sempre - da quell'assenza. (Applausi).
La memoria storica rappresenta il nostro futuro. Il Giorno del ricordo non può dunque diventare monopolio della destra o dei suoi esponenti, soprattutto in luoghi significativi che ne determinano la sacralità. Per noi questo è motivo di profondo rammarico, perché dobbiamo rispetto alle vittime e agli esuli. Tragedie così grandi non si utilizzano al fine di ottenere un consenso per se stessi o per la propria parte politica. Nella memoria dolorosa si ha il dovere di entrare con il passo rispettoso, senza forzature e senza l'intendimento di voler imprimere il proprio marchio politico alla tragedia di migliaia di persone, che passa in seconda linea o, peggio, viene dimenticata o strumentalizzata.
È importante non dimenticare: non dimenticare chi ha dovuto lasciare tutto e cercare di ricostruire una vita altrove; non dimenticare i morti per mano dell'ideologia, non per odio etnico. Io nasco da una famiglia antifascista che ha sofferto come tutta la mia comunità per le violenze e i soprusi durante il quarto di secolo fascista e nazista e che ha pagato cara la propria appartenenza nazionale e quindi il proprio anelito alla libertà. Ho frequentato le scuole con lingua e insegnamento sloveno, istituzioni e associazioni, ma non ho mai sentito una sola parola di odio o di indifferenza nei confronti di chi ha sofferto le nostre pene, di chi ha dovuto, come oltre 100.000 sloveni durante il periodo fascista, abbandonare la propria casa e la propria terra. Il diritto di Patria è una cosa seria e va rispettato e onorato. (Applausi).
È importante per le più alte istituzioni parlamentari, la Camera e il Senato della Repubblica, non abbandonare al monopolio di una parte politica un discorso storico che ha permesso una legge votata anche dal centrosinistra nel 2004. La strumentalizzazione fatta da alcuni esponenti della destra nei luoghi sacri, come sono le foibe, consiste anche nell'enfatizzare oltre misura la componente nazionalistica che emerge dalla contrapposizione italiani, slavi e, quindi, comunisti e anti-italiani. Gli eccidi del secondo Dopoguerra hanno toccato tutti in Italia, in Slovenia e in Europa. Non dimentichiamocelo e non dobbiamo disinteressarci di questo.
La strumentalizzazione della tragedia post-bellica, quello che veniva chiamato confine orientale è segnata molto dall'offensiva spregiudicatezza di alcuni. Il ministro Salvini a Trieste è riuscito a parlare di bambini infoibati, un falso storico totale. Non si può né si deve colpevolizzare gli infoibati e gli esuli per quanto successo prima, per i crimini del fascismo perpetrati per un quarto di secolo. Si deve invece partire dal presupposto insindacabile che chi è morto o è scappato è una vittima delle dittature che si sono susseguite e hanno definito la storia della mia terra amata e offesa più e più volte.
La Storia con la s maiuscola è fatta di tante storie che segnano i destini delle persone; di questo dobbiamo avere rispetto e ci fosse stata una sola vittima innocente, prima, durante o dopo la guerra, sarebbe stata troppo.
Le memorie sono diverse, ma ora noi tutti, cittadini europei di quel confine orientale di un tempo, abbiamo costruito un cammino di pace, di amicizia, di libertà e di rispetto. Chi vorrebbe inficiare tutto questo non fa bene al proprio Paese. Sono grata al destino di aver vissuto questo momento storico in cui non debbo più avere timore di parlare nella mia lingua madre per certe strade di Trieste, per non farmi prendere a schiaffi, sputi o insulti, come mi è successo a diciassette anni, e ricordo bene per mano di chi. (Applausi).
Ebbe a dire Luciano Violante che ricordare vuol dire capire, anche se capire non vuol dire condividere. Oggi ci accingiamo ad approvare un disegno di legge importante, e il Gruppo Partito Democratico voterà a favore. Credo che per approfondire certi aspetti di queste vicende sarebbe bene riprendere in mano il testo della relazione della commissione mista storico culturale italo-slovena, i cui esponenti di destra e di sinistra hanno lavorato dal 1993 al 2001: ripartire, approfondire, riconoscere, ristudiare.
In questa ottica, ci risulta difficile comprendere l'atteggiamento di una parte della maggioranza, contrario all'approvazione di alcuni emendamenti che abbiamo proposto per definire un nuovo finanziamento anche ad associazioni (tra le quali vorrei citare il Circolo Istria) che si adoperano per la promozione e la conoscenza del patrimonio storico, culturale e civile degli italiani dell'alto Adriatico. Ci sono stati e ci sono ancora esuli istriani e dalmati, parenti di infoibati, che hanno condiviso la necessità di un approfondimento, ma non hanno aderito all'idea di strumentalizzare questo discorso e soprattutto questa tragedia. Sono forse questi, considerati di sinistra (quasi fosse una colpa), meno esuli di altri?
Vorrei ricordarne due tra tutti, compianti sindaci del mio Comune, Giorgio Depangher e Marino Vocci, che hanno cominciato un dialogo splendido e costruito amicizie e collaborazioni, in un clima di rispetto reciproco tra tutti noi. E mi sia permesso ricordare - come è già stato fatto - con un commosso pensiero Norma Cossetto, di cui il prossimo 5 ottobre ricorderemo l'ottantesimo anniversario della tragica fine. (Applausi).
Voglio concludere con le parole di un grande premio Nobel per la pace, Nelson Mandela: «Le menti che cercano vendetta distruggono gli Stati, mentre quelle che cercano la riconciliazione costruiscono le Nazioni. Uscendo dalla porta del carcere verso la mia libertà, sapevo che, se non mi fossi lasciato alle spalle tutta la rabbia, l'odio e il risentimento, sarei ancora prigioniero». (Applausi).
MENIA (FdI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MENIA (FdI). Signor Presidente, colleghi, vi dirò che questa dichiarazione di voto per me non è certo banale come altre, non è l'ultimo atto scontato del rito della liturgia parlamentare. Oggi per me è molto di più, perché questa è una cosa che a me sta nel cuore. Come ho avuto modo di dirvi molte volte, io sono figlio di quell'esilio istriano, orgoglioso figlio di quell'esilio istriano, che so a chi devo. Per me questo è un fatto che anche intimamente muove il cuore e la coscienza. E allora voglio dirvi che questa per me è un'altra tappa comunque di vittoria di una vecchia battaglia di giustizia contro la congiura del silenzio, contro il negazionismo, contro il giustificazionismo, che anche oggi ho sentito aleggiare più e più volte.
Non mi voglio quindi limitare - come è ovvio - a riaffermare il voto favorevole di Fratelli d'Italia - ci mancherebbe altro - né a rivendicare - come è giusto - che il testo unificato di questo disegno di legge prende testualmente tutto ciò che quei quindici senatori di Fratelli d'Italia avevano firmato, dando contenuto a questo testo, che poi dice tante cose. Ma in particolare - a mio modo di vedere - segna il passo ed ha più significato, perché farà sì che tanti ragazzi e tanti giovani possano venire in quei luoghi del ricordo, possano capire, comprendere e vedere. Ricordo che, tra l'altro, quei viaggi di studi partirono proprio da Roma, tanti anni fa, ed è giusto ricordare anche questo.
Parlando di questi luoghi, non posso che cominciare da Basovizza. Per chi di voi non lo sapesse, Basovizza, secondo la definizione di quello che fu un grande vescovo di Trieste (anzi, era vescovo di Trieste e Capodistria, perché allora le diocesi erano unite), monsignor Santin, è un calvario con il vertice sprofondato nelle viscere della terra. E nelle viscere della terra, lì, ci sono 500 metri cubi di infoibati, che vuol dire 2.000 vite finite là sotto. Era il maggio del 1945; quella foiba fu chiusa nel 1959.
Trieste era ritornata all'Italia cinque anni prima. Era passato il Governo militare alleato e in tutti quegli anni era la discarica degli abitanti di Basovizza. Nel 1970 fu posta una nicchia, all'interno della quale c'erano i 4.361 nomi di infoibati e deportati di Trieste e dalla Venezia Giulia, raccolti dal sindaco della seconda redenzione Gianni Bartoli.
Il 3 novembre del 1991 per la prima volta un Presidente della Repubblica italiana si degnò di venire a Basovizza: era Francesco Cossiga. Erano passati quasi cinquanta anni. (Applausi). Si inginocchiò - me lo ricordo perché ero davanti quella foiba - e pronunciò parole che recito quasi a memoria: «Chiedo scusa a questi italiani per il silenzio di un'intera classe politica, vile, che non ha avuto il coraggio di rendere omaggio a voi fino ad oggi». (Applausi).
Basovizza divenne monumento nazionale nel 1992. Nel 2004, dopo sessanta anni, riconoscemmo con legge il Giorno del ricordo e quello, per me, è stato il momento più bello che ho vissuto in Parlamento. (Applausi).
Ottanta anni dopo - pensate a quanto tempo maledettamente è passato - porteremo i ragazzi a vedere Basovizza. Fino ad oggi ci venivano, ma ci venivano volontariamente o con quei professori che, con l'ostilità di altri professori e del corpo docente, li portavano a vedere Basovizza. Oggi lo farà, finalmente, lo Stato.
Quanto tempo! Quanta pazienza! Quanta perseveranza! Catone il vecchio, Cato censor, ci insegnava che la pazienza è la più grande di tutte le virtù. La tradizione cristiana ci ha trasmesso che è la virtù dei forti e, anzi, sant'Agostino diceva che ad essa si sommava il dono della perseveranza. Noi abbiamo avuto pazienza e perseveranza.
A tutte queste virtù si associa lo scorrere del tempo. È questa la riflessione che vi voglio porre. Allora vi porto con un'immagine a Pola. Pola si chiamava Pietas Julia. La canta Dante nel canto IX dell'Inferno: «Sì com'a Pola, presso del Carnaro
ch'Italia chiude e suoi termini bagna». A Pola sorge una grande arena, che è nata prima del Colosseo, anche se non lo sa quasi nessuno.
In quel febbraio del 1947, 32.000 polesani su 34.000 abitanti se andarono per sempre. Partirono col piroscafo Toscana. Sul Toscana stava il vescovo Radossi, che celebrava la messa sul ponte, quando partivano e salutavano con la bandiera Pola, che non avrebbero rivisto mai più. E cantavano il «Va' pensiero». Nevicava. Monsignor Radossi disse loro: non badate se c'è gente che ignora la storia dell'Istria e svisa la vostra fisionomia morale; se la stampa, che sa consacrare colonne di prima pagina ad un processo, non sa occuparsi delle vostre lacrime. Lasciate fare al tempo, che è sempre stato medico e maestro impareggiabile.
Questo è vero, ma il tempo cura le ferite dei singoli. Siamo senatori: ognuno di noi chissà quante ferite ha nell'animo. E sappiamo che il tempo cura le ferite dei singoli, ma che è l'esatto contrario quando si parla di storie collettive, quando si parla della storia di un popolo che è stato sradicato, che ha subìto una grande ingiustizia, la pulizia etnica e un grande esodo. Il tempo uccide la memoria e la storia dei popoli. Ne decreta la scomparsa, tradisce il ricordo. Il tempo cancella tutto. Ecco perché forse questa è la maledizione del tempo.
Parlando di questi luoghi, essi diventano monumenti attraverso il passare del tempo. Monumento deriva dal latino, dal verbo monere, che vuol dire ammonire, che vuol dire ricordare. Parliamo di luoghi che diventano monumenti e poi parliamo di luoghi che sono bruciati ormai dal tempo, perché non sono e non saranno mai più quello che erano. Sono luoghi dell'anima ormai per noi e sono voci, sono sacrifici, sono nomi, sono storie, sono città, sono paesi, sono testimoni, sono vite, sono radici, sono tradizioni, che nessuno conosce più e che passeranno per sempre.
E parlo di luoghi come Basovizza, ma ce ne sono altri, lassù, dove ci recheremo, come il campo profughi di Padriciano. Mi ricordo quando andai lassù con una donna, si chiamava Fiore, che mi raccontò di sua sorella Marinella, che nell'inverno del 1956 morì di freddo. Non aveva neanche un anno. La mamma la portò al medico del campo, era diventata tutta blu, e il medico le disse: signora, sua figlia è morta di freddo. Dietro quei campi profughi però si stava nel filo spinato, nelle baracche, e in quegli stanzoni in cui le famiglie venivano divise da coperte che venivano attaccate in alto, ai soffitti, attraverso il filo di ferro. Quei campi profughi sono stati filo spinato, impronte digitali, come con i delinquenti, e umiliazioni; poi le botte di Ancona, quando sbarcarono i profughi, i sassi e il latte versato sui binari a Bologna, gli sputi di Venezia e le forche di Taranto; poi i suicidi, gli impazziti e i morti viventi: troppi ne ho visti.
Poi il magazzino 18 che sta nel porto vecchio di Trieste, con tonnellate e tonnellate di masserizie; un mondo che si è fermato quel giorno e che pare Pompei, dove tutto si è cementificato. In quel magazzino si possono vedere tutte le cose, come i vecchi occhiali e i quaderni dei bambini che dicono: com'era bello il mio paese, oggi parto e non vedrò più la mia Istria. Lì trovi i letti e gli armadi, tutti con l'indicazione dei nomi, perché pensavano di poter ricostruire quelle vite, i bambini. E ancora migliaia e migliaia di sedie, foto di volti, santini, giocattoli poveri, quaderni, attrezzi, bambole e occhiali.
Vedete com'è il tempo e com'è il destino? Domani notte ricorreranno gli ottant'anni del martirio di Norma Cossetto (Applausi), che è diventata la figura simbolo del martirio delle foibe, medaglia d'oro al valor civile conferita dal presidente Ciampi il 9 dicembre 2005. Accompagnai sua sorella - quanto le volevo bene - che mi raccontò tutto di quella storia. Altro che certe interpretazione dei fatti e il loro utilizzo; quante ve ne potrei raccontare. Sapete cosa dice la medaglia d'oro? Così recita: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio. Villa Surani».
Non c'è solo lei, però parliamo di altre donne o di bambini che non sarebbero mai stati infoibati? Parliamo delle tre sorelle Radecchi, ossia Caterina, Fosca e Albina, di ventuno, diciannove e diciassette anni, che non ricorda nessuno? Una aspettava anche un bambino. Furono violentate e infoibate alla foiba di Terli tutte e tre. Parliamo di Odda Carboni, che si buttò da sola nella foiba di Vines gridando «Viva l'Italia», pur di non farcisi buttare dai suoi carnefici? Parliamo di Alice Abbà di dodici anni, di Rovigno, infoibata con suo padre e sua madre? Parliamo di Ernesta e di Zulema Adam, moglie e figlia di Angelo Adam, ebreo di Fiume, socialista, ma italiano? Era tornato da Dachau, dov'era sopravvissuto (tatuato con il numero di matricola 59001). Finì in foiba o chissà dove, grazie ai liberatori jugoslavi. Parliamo di Enrichetta Hödl, di diciannove anni? Sua sorella, che vive ancora a Palermo, mi disse: «com'era bella la mia sorellina, con il suo cagnetto bianco». Parliamo di Giuseppe Librio, che si arrampica a Fiume su piazza Dante per mettere il tricolore e gli sparano nella tempia? Fatemi ricordare Nidia Cernecca, a cui volevo tanto bene e che, con un coraggio da leone, andò a inseguire Ivan Motika, il boia di Pisino, che aveva portato a morte centinaia di persone e che fece rapire, ad esempio, Don Angelo Tarticchio. Vogliamo parlare dei trentasette preti ammazzati? Don Angelo Tarticchio fu trovato in una cava di bauxite, infoibato, nudo, con i genitali in bocca e una corona di spine calata sulla testa. Vogliamo parlare del beato Francesco Bonifacio, di Villa Gardossi, di Buie d'Istria, che è la città di mia mamma? È colui che scrive che chi non ha il coraggio di morire per la sua fede non è degno di professarla. Queste sarebbero libere interpretazioni della storia? (Applausi).
Adesso vi leggo un'ultima cosa, davvero l'ultima, ma ve la voglio leggere. È un'altra storia di un eroe, una storia che viene da Cherso: bellissima Cherso, veneziana, con i suoi leoni di San Marco, nel Quarnaro, isole Absirtidi, perché là corre il mito di Medea e Giasone e del vello d'oro. È la storia di un giovane eroe che si chiamava Stefano Petris, un maestro di lettere che costituì una sua compagnia per difendere Cherso. Si chiamavano quelli della tramontana; si ribellò ai tedeschi e combatté contro di loro che volevano ammainare il Tricolore d'Italia. Là morì il primo dei suoi, che si chiamava Giovanni Negovetti, a diciott'anni, contro i tedeschi. Poi difese Cherso dagli jugoslavi, dai partigiani di Tito; era il 20 aprile del 1945, quando ormai la città era perduta, tutto bruciava e le strade erano fiumi di sangue ed era rimasto un pugno di uomini e ferito per la terza volta si consegnò prigioniero. Verrà fucilato a guerra finita, poco prima del Natale 1945. La notte prima di essere ucciso, scriverà le seguenti parole a sua moglie sul retro dell'ultimo foglio sgualcito de «L'imitazione di Cristo», che teneva sempre con sé: «Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l'ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l'Italia. Siamo migliaia di italiani gettati nelle foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia, falciati giornalmente dall'odio, dalla fame e dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani, puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il Tricolore d'Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno, ma non uccideranno il mio spirito né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi che lascio, così il mio grido fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: viva l'Italia!». (Applausi).
Quel tricolore che voleva baciare non è mai tornato a Cherso, nell'Istria e in Dalmazia, ma finché ce ne sarà uno, anche uno solo di noi figli dell'esodo, che continuerà a raccontare queste storie di amore e di dolore, di morte e di vita, e a tramandare queste lettere e a ricordare questi eroi, donne e uomini, martiri e santi, noi avremo vinto la maledizione del tempo. (Vivi, prolungati applausi).
Presidenza del presidente LA RUSSA (ore 17,47)
PRESIDENTE. Senatore Menia, la ringrazio anche personalmente per la passione con cui ha esposto il suo intervento.
Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo del testo unificato dei disegni di legge nn. 317, 533 e 548, composto del solo articolo 1, con il seguente titolo: «Modifiche alla legge 30 marzo 2004, n. 92, in materia di iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata nelle giovani generazioni».
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi).