Legislatura 18ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 407 del 23/02/2022

Informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sulla crisi tra Russia e Ucraina e conseguente discussione (ore 12,02)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sulla crisi tra Russia e Ucraina».

Ha facoltà di parlare il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, onorevole Di Maio.

DI MAIO, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Signor Presidente, gentili senatrici, gentili senatori, a due settimane dalla mia ultima informativa al Parlamento torno a riferire oggi, in quest'Aula, della crisi ucraina: una crisi che ha subito una forte e preoccupante accelerazione, che mette a rischio la stabilità e la prosperità del mondo e, soprattutto, minaccia l'ordine internazionale e la libertà. La questione sul tavolo non può essere limitata a una mera disputa territoriale. Ad essere in gioco non è solo il pur importante quadro di sicurezza europeo. In discussione sono i nostri stessi valori fondamentali. Mostrarci arrendevoli oggi significherebbe pagare un prezzo molto caro domani: la nostra volontà di dialogo nella fermezza si basa proprio su questo convincimento.

Voglio anche sottolineare che nelle ultime settimane i principali leader occidentali hanno profuso ogni sforzo per raggiungere una soluzione diplomatica: lo dimostrano l'incontro, le telefonate tra Biden e Putin, i diversi contatti del presidente Draghi con Putin e Zelensky, la missione del presidente Macron in qualità di presidente di turno dell'Unione europea e la più recente visita del cancelliere Scholz a Kiev e a Mosca. Nonostante i vari tentativi, testimoniati da questi sforzi, che hanno interessato un notevole arco di tempo, al termine della tregua olimpica il Presidente della Federazione Russa ha deciso di violare l'integrità territoriale dell'Ucraina.

Stamattina ci siamo coordinati con il presidente Draghi circa i prossimi passi da compiere, per favorire una soluzione diplomatica. Siamo impegnati al massimo nei canali multilaterali di dialogo. Riteniamo tuttavia che non possano esserci nuovi incontri bilaterali con i vertici russi, finché non ci saranno segnali di allentamento della tensione: linea adottata nelle ultime ore anche dai nostri alleati e partner europei.

Riassumerò quindi gli ultimi sviluppi e le reazioni dell'Italia, dell'Unione europea e degli altri partner e attori internazionali.

Cercherò oggi qui di spiegare la direttrice della nostra azione e le prospettive verso cui continuiamo a lavorare. Come sapete, in un clima già caratterizzato da fortissime tensioni, la crisi fra Russia e Ucraina ha registrato un'ulteriore e drammatica tappa nella serata di lunedì, quando il presidente Putin, accogliendo un appello della Duma, ha firmato un decreto di riconoscimento delle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk, in Ucraina orientale. Il provvedimento del Cremlino ha seguito di poche ore la riunione del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa russo, che aveva approvato all'unanimità lo stesso appello. La mossa era stata anticipata dal presidente Putin al presidente Macron e al cancelliere Scholz, in quanto rappresentanti del formato Normandia (di cui fanno parte Ucraina, Russia, Francia e Germania), principale quadro negoziale per l'attuazione degli accordi di Minsk.

La decisione di Mosca mina gravemente proprio gli accordi di Minsk che prevedono che le autorità di Donetsk e Lugansk siano subordinate a quelle di Kiev, seppur con ampie autonomie decisionali. Riconoscere l'indipendenza delle autoproclamate repubbliche separatiste lede l'integrità territoriale e la piena sovranità dell'Ucraina, già messa in discussione nel 2014 con l'annessione illegale della penisola di Crimea.

Condanniamo la decisione di Mosca di inviare nei territori delle due repubbliche separatiste un contingente di truppe con sedicenti funzioni di peacekeeping. È un gesto che rischia di esacerbare una situazione già molto tesa. Ricordo che si stima una presenza russa lungo i confini con l'Ucraina tra 170 e 190.000 unità. Inoltre, in questo contesto, desta molta preoccupazione la decisione delle autorità di Mosca e di Minsk di proseguire le esercitazioni congiunte che avrebbero dovuto concludersi domenica. Sono circa 30.000 le unità delle forze armate russe impegnate in queste attività di esercitazione.

Su richiesta del presidente Putin, ieri il consiglio della Federazione russa ha concesso l'autorizzazione a inviare forze militari russe all'estero. Inoltre, sempre ieri, in conferenza stampa Putin ha affermato di riconoscere le pretese di Donetsk e Lugansk sul territorio di tutto il Donbass, ben oltre la componente russofona presente nella regione, includendo quindi zone attualmente sotto il controllo delle forze armate ucraine e chiedendo per giunta il riconoscimento dell'annessione illegale della Crimea.

Questo duplice sviluppo rischia di aprire la strada a un'operazione militare su larga scala della Russia in Ucraina, che potrebbe essere preceduta o accompagnata da azioni ibride, incentrate soprattutto su eventuali attacchi cibernetici; analisi confermataci da fonti interne dell'Alleanza.

Resta inoltre elevata la preoccupazione di Kiev per le esercitazioni navali in corso nel Mar Nero e nel Mar d'Azov. Si tratta di esercitazioni senza precedenti anche per via del blocco del traffico marittimo che impedisce i flussi verso i porti ucraini.

In considerazione di questi possibili scenari abbiamo chiesto ai connazionali di lasciare immediatamente l'Ucraina con i mezzi commerciali disponibili. Ad ogni modo abbiamo deciso, in coordinamento con i nostri partner europei, di lasciare la nostra ambasciata a Kiev pienamente operativa.

Appena appreso del provvedimento adottato dal presidente Putin nella serata di lunedì, il Governo ha espresso pubblicamente la più ferma condanna, in quanto questo passo costituisce un grave ostacolo per la ricerca di una soluzione diplomatica alla gravissima crisi in corso. A fronte della decisione del Cremlino, abbiamo ribadito il sostegno dell'Italia all'integrità e alla piena sovranità territoriale dell'Ucraina nei suoi confini internazionalmente riconosciuti e rivolto un appello alle parti perché tornino al tavolo negoziale nei formati appropriati.

Iniziative unilaterali allontanano il raggiungimento di condizioni di stabilità e sicurezza nella regione. Ieri l'alto rappresentante europeo per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrel, con il nostro attivo sostegno, ha rilasciato una dichiarazione a nome dei 27 Stati membri dell'Unione europea di forte condanna della decisione russa di riconoscere le due repubbliche separatiste. Ha inoltre invitato Mosca a riconsiderare la decisione e a sedersi al tavolo negoziale nell'ambito del formato Normandia e del gruppo trilaterale di contatto dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).

L'Unione europea ieri ha adottato un pacchetto di misure restrittive nei confronti della Russia, che includono tre tipi di sanzioni: quelle che colpiscono individui, quelle che colpiscono entità responsabili della violazione dell'integrità territoriale dell'Ucraina, nonché lo stop a qualsiasi tipo di interscambio commerciale con le repubbliche separatiste.

Sempre ieri il presidente Biden ha firmato un ordine esecutivo che vieta nuovi investimenti, scambi e finanziamenti da parte di soggetti statunitensi verso, da o nelle regioni separatiste. Questo tipo di ordine conferisce l'autorità per imporre sanzioni a qualsiasi persona determinata a operare in quelle aree dell'Ucraina.

Nell'intervento pubblico di ieri sera il Presidente americano ha posto l'accento sulla compattezza degli alleati e ha confermato il pieno sostegno all'Ucraina a fronte di quella che Washington ritiene una minaccia di attacco imminente.

Il Regno Unito ha esteso alle repubbliche separatiste il regime sanzionatorio applicato alla Crimea: Londra ha sanzionato quattro banche russe coinvolte nel finanziamento dell'occupazione, nonché tre individui ritenuti molto vicini al Cremlino.

In questa situazione, che può cambiare rapidamente, è importante mantenere lo stretto coordinamento già in atto con i partner dell'Unione europea e con gli alleati della NATO. Lo dimostrano, da ultimo, il Consiglio affari esteri straordinario dell'Unione e la riunione tra i Ministri degli esteri dei Paesi G7, cui ho partecipato ieri a Parigi.

Sul piano NATO, il segretario generale Stoltenberg ha condannato, la stessa sera del 21 febbraio, la decisione russa, qualificandola come un'ulteriore erosione della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Ucraina e una violazione degli accordi di Minsk. Ha inoltre invitato Mosca a scegliere il percorso del confronto diplomatico e a ridurre il proprio dispositivo militare nell'area. Stoltenberg ha poi convocato, ieri mattina, una riunione straordinaria del Consiglio atlantico, per un confronto tempestivo tra alleati sugli ultimi sviluppi, a pochi giorni dalla ministeriale Difesa della NATO della scorsa settimana, cui ha partecipato il ministro Guerini, e in vista di possibili ulteriori riunioni internazionali.

Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite ha espresso la sua preoccupazione per la decisione russa relativa allo status di alcune aree delle regioni ucraine di Donetsk e Lugansk, chiedendo una soluzione pacifica del conflitto nell'Ucraina orientale, in coerenza con quanto indicato dal Consiglio di sicurezza nella risoluzione n. 2202 del 2015, che invitava tutte le parti ad attuare integralmente gli accordi di Minsk.

Signori senatori, la crisi russo-ucraina è naturalmente al centro dell'azione internazionale del nostro Paese. Ne ho discusso lunedì al Consiglio affari esteri di Bruxelles, al margine del quale abbiamo incontrato anche il ministro degli esteri ucraino Kuleba.

In qualità di Presidente del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, ho espresso pubblico sostegno alla dichiarazione del segretario generale del Consiglio d'Europa Burić, condannando con forza la decisione delle autorità russe di riconoscere le due entità separatiste, sottolineando che le iniziative unilaterali non sono una risposta alla crisi.

Ieri pomeriggio - come prima ricordavo - ho preso parte alla riunione dei Ministri degli esteri del G7, dedicata agli sviluppi della crisi, durante la quale ci siamo coordinati sulle misure restrittive da adottare in risposta alle azioni della Russia. La riunione straordinaria dei Ministri degli esteri dell'Unione europea, cui ho partecipato sempre a Parigi, ha poi avallato un articolato pacchetto di misure restrittive che - come già detto - include un bando a importazioni ed esportazioni e a investimenti nelle repubbliche separatiste, sanzioni economiche e finanziarie alla Russia e designazioni individuali di esponenti politici dei media, militari e operatori economici. Ulteriori misure restrittive potrebbero essere adottate in caso di altre azioni da parte russa.

Al riguardo, ricordo che l'Italia sta lavorando da mesi in ambito europeo, insieme agli Stati Uniti, per adottare un impianto di possibili sanzioni di varia natura e intensità, che siano improntate a efficacia e fermezza nel segnalare a Mosca gli elevatissimi costi e le conseguenze che una sua offensiva recherebbe. Per essere efficaci, le sanzioni devono fungere da deterrente contro ulteriori azioni militari ed essere, quindi - a nostra opinione - sostenibili, proporzionate, graduali e direttamente collegate a sviluppi concreti e oggettivi sul terreno.

Sappiamo bene che i nostri imprenditori, dal 2014 ad oggi, hanno sofferto pesanti perdite come conseguenza delle sanzioni e lavoreremo per contenere il più possibile l'impatto sui nostri interessi strategici ed economici.

Consapevoli di pagare un prezzo importante per la tutela di valori e principi comuni non negoziabili, siamo anche consci del valore deterrente delle misure restrittive, volto a impedire che la Russia alimenti ulteriormente la tensione sul terreno. Ciò comporterebbe un prezzo ancora più alto per tutti gli attori in gioco.

È fondamentale, in questa fase storica, alla luce delle ultime vicende, mostrare la compattezza di una Unione europea che non subisce condizionamenti rispetto ai suoi valori, come dimostra anche la decisione di ieri della Germania di sospendere il progetto Nord Stream 2. Ieri a Parigi si è anche discusso della possibilità di organizzare una riunione del Consiglio affari esteri a Kiev e abbiamo poi deciso di convocare gli ambasciatori russi nelle capitali europee per trasmettere un messaggio di fermezza.

In questa situazione, che potrebbe degenerare con gravissime conseguenze per la sicurezza del nostro continente, ritengo necessario continuare a compiere ogni sforzo possibile per preservare gli spiragli esistenti per una composizione pacifica della crisi. Dobbiamo evitare una guerra nel cuore dell'Europa. Come ha detto anche il presidente Draghi, la via del dialogo resta essenziale.

Con questo senso di urgenza e con l'obiettivo di tenere aperta la porta del dialogo, mi sono recato la settimana scorsa a Kiev e Mosca. Ho incontrato il ministro degli esteri ucraino Kuleba, il quale ha espresso apprezzamento per la concreta testimonianza della nostra solidarietà in un momento così delicato per il suo Paese. A lui ho ribadito il nostro convinto sostegno all'integrità territoriale e alla piena sovranità dell'Ucraina. L'Italia respinge il tentativo russo di ristabilire nel continente europeo sfere di influenza e sottolinea la validità del principio della porta aperta della NATO. Ho ricordato come la posizione italiana nei confronti della Russia sia anche volta a preservare un giusto equilibrio fra le esigenze di deterrenza e fermezza e la disponibilità a un dialogo costruttivo e genuino, volto a negoziare seriamente temi di comune interesse per disinnescare le tensioni.

Le autorità ucraine fanno affidamento sui rapporti che il nostro Paese ha saputo tessere con la Russia, malgrado le gravi tensioni fra Mosca e la comunità euroatlantica. Kiev chiede all'Italia di continuare a svolgere un'incisiva azione nei confronti del Cremlino nella direzione di una soluzione pacifica della crisi.

Come seguito concreto della visita a Kiev, stiamo valutando lo stanziamento di un contributo finanziario del valore di circa 110 milioni di euro, volto a sostenere la popolazione e l'economia ucraina in settori da concordare con le autorità di Kiev. Intendiamo, inoltre, stanziare un contributo per il comitato della Croce Rossa internazionale per interventi nel settore umanitario. Sono anche allo studio misure di sostegno alle forze armate ucraine attraverso la fornitura di materiali non letali, come - ad esempio - quelli per lo sminamento.

L'Italia ha sostenuto e continua a sostenere attività umanitarie di assistenza alla popolazione civile nel Donbass. Forniamo il nostro contributo agli organismi internazionali impegnati sul terreno.

Vorrei, inoltre, richiamare qui il nostro ruolo nell'organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Voglio dire in questa Aula che sono fiero dei 15 italiani che continuano a prestare servizio nella missione speciale di monitoraggio dell'OSCE, dislocati anche in aree di conflitto in corso e di scambi di fuoco tra le parti. (Applausi).

Abbiamo a più riprese espresso l'impegno dell'Italia a continuare a sostenere il mandato della missione che - come sapete - svolge attività di rilevazione e trasparenza sul terreno. Gli osservatori individuano - ad esempio - le violazioni alle intese da entrambe le parti e monitorano eventuali provocazioni sotto falsa bandiera, che potrebbero esacerbare il conflitto.

Rilevano i danni a infrastrutture critiche e civili essenziali, i pericoli ambientali e l'impatto sulla popolazione di attività condotte dalle parti. Forniscono, per quanto possibile, un quadro credibile e neutrale di quel che accade in un contesto caratterizzato da una contrapposizione di narrative.

Il 17 febbraio mi sono poi recato a Mosca per incontrare il ministro degli esteri Lavrov. Nel corso dei colloqui abbiamo affrontato in dettaglio le questioni di più stringente attualità legate alla crisi in corso, all'architettura di sicurezza e alla stabilità strategica dell'Europa. Ho fatto presente al mio interlocutore la necessità di compiere ogni possibile sforzo per arrivare a una soluzione diplomatica.

Ho inoltre incoraggiato con forza la prosecuzione del dialogo tramite nuove riunioni del Consiglio NATO-Russia, dopo quella del 12 gennaio in ambito OSCE e a livello bilaterale con gli Stati Uniti.

Con riferimento alla possibile adesione dell'Ucraina alla NATO, ho ribadito la validità della politica della porta aperta come uno dei tratti fondamentali del Trattato di Washington, inclusa la libertà dell'Ucraina di compiere le proprie scelte di politica estera e di sicurezza nazionale.

Ho ricordato al mio interlocutore la natura essenzialmente difensiva della NATO e la prospettiva di una sicurezza continentale alla quale la Russia ha tutto l'interesse a partecipare in modo costruttivo, attraverso i meccanismi istituzionali esistenti, come - ad esempio - il Consiglio NATO-Russia e l'OSCE. Si tratta di concetti toccati anche nel corso dei colloqui telefonici dei giorni scorsi tra il presidente Draghi e i presidenti Putin e Zelenski.

L'Italia vuole continuare a dare un contributo concreto ed efficace alla ricerca di una soluzione diplomatica della crisi in corso, in cui sono in gioco nostri interessi vitali.

L'architettura di sicurezza in Europa è l'oggetto principale di alcune proposte avanzate dalla Russia agli Stati Uniti e alla NATO, che a loro volta hanno risposto prospettando proprie proposte messe a punto nel quadro di un importante coordinamento tra le due sponde dell'Atlantico; un coordinamento cui l'Italia ha dato un convinto contributo affinché venisse colta una possibile opportunità di confronto diplomatico e di dialogo con Mosca.

Sui media russi è stato diffuso un testo con le risposte di Mosca alle controproposte statunitensi. Auspichiamo che da Mosca giungano risposte anche alle proposte della NATO e che su tali basi - come ho già accennato - possa proseguire, nonostante le forti divergenze di principio, un confronto serio e costruttivo sugli importanti e concreti temi della sicurezza.

Con il nostro sostegno, l'Unione europea realizzerà programmi di capacity building per le forze di sicurezza ucraine, come concordato al Consiglio affari esteri di lunedì.

In ambito NATO l'Italia sta facendo la propria parte per rassicurare gli alleati del fianco Est, dal Baltico al Mar Nero. E consideriamo di contribuire ulteriormente all'adattamento della postura della NATO, di cui occorre mantenere salda l'unità e la credibilità sul piano politico-militare. In particolare, oggi siamo già presenti in Lettonia, con un contingente di circa 200 unità dell'Esercito, nell'ambito della enhanced forward presence, e svolgiamo attività di enhanced air policing in Romania con circa 130 unità di personale. Partecipiamo, inoltre, alla forza navale NATO di reazione immediata con importanti assetti marittimi nazionali per esercitazioni e attività di sorveglianza nel Mediterraneo e nel Mar Nero.

All'ultima Force generation conference del 17 gennaio abbiamo offerto ulteriori apporti, in particolare al gruppo marittimo permanente della NATO nel Mediterraneo. Questo impegno - insieme al nostro apporto alle missioni NATO in Kosovo e Iraq - fa dell'Italia attualmente il primo contributore di truppe dell'Alleanza. Siamo pronti a considerare nuove misure di rassicurazione per gli alleati sul fianco Sud-orientale e sono stati stabiliti contatti tecnici preliminari con le autorità ungheresi e bulgare.

L'attuale scenario di crisi si inserisce in un contesto di forte dipendenza sul piano energetico. Unione europea e Regno Unito importano complessivamente il 40 per cento del gas dalla Russia, ma anche Mosca dipende fortemente dagli introiti dell'export di energia e l'Europa è, per l'appunto, il suo miglior cliente.

Il gasdotto Nord Stream 2 offrirebbe alla Germania una rotta alternativa rispetto alla via ucraina, ma sempre legata alle forniture russe. Come sapete e come ho ricordato, il cancelliere Scholz, in risposta all'aggravarsi della crisi, ieri ha sospeso le procedure autorizzative del nuovo gasdotto. Il gas russo che arriva in Italia transita interamente per i gasdotti ucraini; una ragione in più per evitare il conflitto.

Disinnescare la minaccia sull'approvvigionamento via ucraina, che finora è stato per l'Italia regolare, significherebbe anche allentare le tensioni dei mercati che - come ben sappiamo - hanno riflessi sui prezzi del gas.

L'attuale impatto di questa crisi sui prezzi ci conferma l'esigenza di un coordinamento europeo nella fase non solo di stoccaggio del gas - iniziativa cui abbiamo già dato seguito negli ultimi mesi - ma anche e soprattutto di formazione dei contratti di fornitura. Una crisi del genere dovrebbe portare l'Europa, oltre ad aumentare gli sforzi sulle energie rinnovabili, ad accelerare il varo di una energy union per i contratti di fornitura del gas.

L'Italia sarà protagonista nel realizzare questo progetto. La sicurezza energetica del nostro continente passa attraverso la libertà e la sovranità di tutti gli attori europei.

In conclusione, signora Presidente, dobbiamo essere realisti: il susseguirsi degli eventi sta aggravando una situazione già di per sé delicata. È per questo che dobbiamo rimanere vigili, reattivi e pronti a fornire risposte efficaci da individuare e mettere in campo di concerto con i nostri partner europei e alleati. Malgrado la gravità del momento e gli ultimi sviluppi cui stiamo assistendo in queste ore, vogliamo continuare a concentrarci su ogni iniziativa diplomatica che possa scongiurare una guerra; una soluzione che riteniamo ancora possibile, anche se con margini che si riducono di giorno in giorno. Occorrerà, innanzitutto, compiere una valutazione approfondita soprattutto con Francia e Germania sulle reali prospettive del formato Normandia e del gruppo trilaterale di contatto, alla luce del duro colpo inflitto dalla Russia agli accordi di Minsk con il riconoscimento delle Repubbliche separatiste. Non faremo mancare il nostro contributo al negoziato e al confronto con la Russia sull'Ucraina e, più in generale, sulla sicurezza europea attraverso NATO e OSCE. Garantiremo, inoltre, un sempre maggiore coinvolgimento dell'Unione europea in un contesto di crisi che chiama in causa la sicurezza e la stabilità del nostro continente. Sosteniamo la ripresa di un'interlocuzione fra Unione europea e Russia a un livello adeguato alla gravità della crisi, valorizzando il ruolo dell'Europa, ruolo che non può solo comprendere la definizione delle misure restrittive, ma deve anche tradursi in una forte iniziativa politica.

Come ha osservato il presidente Mattarella in occasione del recente discorso di insediamento, da molti decenni i Paesi europei possono godere del dividendo di pace concretizzato dall'integrazione europea e accresciuto dal venir meno della guerra fredda. Non possiamo accettare che ora si alzi nuovamente il vento dello scontro in un continente che ha conosciuto le tragedie della Prima e della Seconda guerra mondiale. (Applausi).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

È iscritta a parlare la senatrice Nugnes. Ne ha facoltà.

NUGNES (Misto). Signor Ministro, ci fa piacere sentire da lei che faremo di tutto per evitare la guerra, ma - come ha detto Noam Chomsky - la Russia è circondata dalle armi offensive degli Stati Uniti e nessun capo politico potrebbe tollerare che l'Ucraina si unisca a un'alleanza militare ostile. Qui sta il punto. Lo possiamo dire anche con le parole di Prodi del 2015, che molto più semplicemente disse che, se l'obiettivo era portare l'Ucraina nella NATO, allora si sarebbero create tensioni irreversibili.

Tanto la Russia quanto gli Stati Uniti hanno un approccio imperialista al di fuori dei propri confini, attraverso azioni militari e pressioni economiche sistematiche; usano il militarismo, l'aggressione e i legami economici per manovrare le relazioni internazionali e si criticano a vicenda per lo stesso comportamento. Gli Stati Uniti criticano giustamente la Russia di essere un'autocrazia, ma non hanno remore a rovesciare Governi democraticamente eletti se solo questi minacciano i loro interessi. Costruiscono e impongono basi militari; si impegnano in guerre; impongono ai propri alleati spese militari miliardarie, il 2 per cento del PIL, mentre tanti cittadini statunitensi - ma non solo - sono senza assistenza sanitaria, alloggi e sussistenza alimentare.

L'Ucraina è solo una pedina in questo gioco, ma il braccio di ferro anacronistico tra Russia e Stati Uniti pone l'Europa stessa, e l'Italia innanzitutto, nel mezzo come una pedina del Patto atlantico e mi sembra che questo non le sfugga, Ministro. A chi giova questa guerra, se non agli Stati Uniti per rafforzare la propria forza politica e militare e soppiantare la Russia nella fornitura di gas all'Europa con le proprie costosissime forniture di gas liquido? Le continue incursioni e pressioni degli Stati Uniti presso i Paesi dell'ex Unione Sovietica per un ingresso nella NATO negli ultimi decenni - diciamocelo - sono state un supporto sistematico alle violazioni degli accordi di Minsk e di quelle rassicurazioni che l'America e l'Occidente fecero all'indomani della caduta del Muro di Berlino alla Russia.

Di cosa si è trattato, signor Ministro, se non di sistematiche provocazioni che non potevano che portare alla situazione che viviamo qui e oggi, e ciò senza alcuna utilità per l'Europa, come lei riconosce?

Già in un articolo del 1997 sul «The New York Times», il diplomatico USA Kennan prefigurava lo scenario che si sta delineando oggi, con la crisi ucraina, come un errore fatale: un allargamento a Est dell'Alleanza atlantica fino ai confini della Russia si trasformerà - diceva - nel più grosso errore della politica americana dalla fine della guerra fredda; un errore grave e inutile, data la debolezza politica della Russia, e soprattutto controproducente per noi europei - e questo non le sfugge, signor Ministro - da tutti i punti di vista.

La NATO dovrebbe essere sciolta: dopo ottant'anni non è più plausibile e si dovrebbero costruire alleanze non militarizzate e non divisive per la pace e la cooperazione, con la solidarietà internazionale come principio guida, obiettivo della Carta delle Nazioni Unite.

L'atlantismo e l'allineamento alla NATO oggi ci pongono nella veste subordinata e non più tollerabile di colonie militari e culturali; il che nuoce a un'unione dei Paesi europei e alla loro economia sociale oltre ogni misura e ci impedisce di costruire l'unione dei popoli europei che vorremmo. Oggi sarebbe necessario che l'Italia chiedesse, insieme agli altri Paesi europei, di assumere l'impegno di dire no all'allargamento della NATO. So che è una scelta difficile, ma questa sarebbe una vera scelta di pace. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nencini. Ne ha facoltà.

NENCINI (IV-PSI). Signora Presidente, ministro Di Maio, onorevoli colleghi, è arrivato il momento di chiedersi se la profezia di un grande scrittore cecoslovacco, Milan Kundera, sia ancora attuale. Kundera sosteneva che la guerra in Europa fosse diventata antropologicamente impossibile, perché ormai la rottura fra Francia e Germania era stata completamente sanata. Quello era il focolaio delle grandi guerre europee per secoli. Sanata quella ferita, però, la crisi si è spalancata nel suo opposto, a specchio, e ha visto sempre - ripeto, sempre - come protagonista la Russia di Putin: la Cecenia, la Crimea, la Georgia, il sostegno dato nella crisi che si è aperta tra Armenia e Azerbaigian pochissimi mesi fa.

Signor Ministro, è preoccupante che lei abbia confermato - e l'ha fatto correttamente con una precisione cristallina e con chiarissime parole - che il conflitto in corso è una scheggia che può colpire a largo raggio. Sappiamo, cioè, che è una scheggia che può colpire dal punto di vista sia degli equilibri geostrategici, sia da quello economico, soprattutto nel cuore dell'Europa. È una situazione, se seguo le sue parole e il corso del suo ragionamento, non del tutto dissimile - il che non vuol dire che le conseguenze siano le stesse - a quella vissuta in Europa nel 1938: una profonda lesione del diritto internazionale; in secondo luogo, il riconoscimento - allora un po' di più - delle regioni separatiste, che avevano una vocazione nazionalista di un certo tipo; in terzo luogo, l'invasione, che allora fu piena, mentre oggi è un'invasione controllata. La differenza rispetto ad allora è che la Germania era una grande potenza economica e industriale, mentre la Russia è una potenza militare, ma è un nano economico. Non è una differenza da poco.

È anche tempo, però, di interpretare se quella Crimea, quella Cecenia, quella Georgia, quella Armenia e Azerbaijan nascondano qualcosa di diverso, e cioè se nascondano obiettivi di lungo periodo, essendo quello attuale di breve o di immediato periodo, e quindi un'idea che il vertice putiniano russo persegue con una certa tendenza e una certa costanza: allontanare la NATO dai suoi confini - ed è un fatto - allontanare le democrazie parlamentari dai suoi confini - ed è un altro fatto - e ragionare, come molti precedenti nei secoli passati, tornando a un'idea della grande Russia. Nel tempo, l'idea della grande Russia aveva tre obiettivi, che si sono variamente modificati e che oggi possiamo riassumere così: allontanare la NATO dai confini; contenere la pressione islamica da Sud (che esiste); controllare e vigilare sul rapporto e sulla politica di potenza della Cina ai confini orientali della Russia.

Oggi la Russia presidia in modo particolare il fronte che ci riguarda, con mezzi militari, ma soprattutto con una strategia economica che ci coinvolge direttamente. Il rischio per l'Occidente è quello di una tenaglia russo-cinese - lei non l'ha evocata, ma è un rischio che abbiamo di fronte - che potrebbe ridisegnare lo scenario geopolitico, con danni notevoli per gli interessi americani e naturalmente anche per gli interessi europei e occidentali.

Sappiamo benissimo che le politiche di difesa vengono determinate dalla politica estera, e non viceversa. È sulla base della politica estera che si stabilisce quali debbano essere le politiche di difesa. Lo dico perché chi si trova ad affrontare questa fase deve fare completamente a meno delle Nazioni Unite, le quali ormai sono diventate un organismo non commentabile, con parole apprezzabili e aggettivi giustificabili all'interno di un'Aula del Senato della Repubblica. Ma proprio per questo e anche per questo l'Unione europea deve stabilire che cos'è. Dalle mie parti si dice: o carne o pesce. Non è vero, infatti, che le politiche attuate con il PNRR e con i grandi investimenti abbiano stabilito un destino sicuro. Il destino sicuro potrebbe essere quello che questo Gruppo (Italia Viva-PSI) da tempo sostiene anche in Assemblea, e cioè creare un unico ministro delle finanze, un'unica politica della difesa e un'unica politica estera.

Questo è costruire un destino per l'Unione europea, per molti motivi, non ultimo - e vado verso la conclusione - perché sappiamo che il mondo post-Yalta è molto più complesso, articolato e complicato di quello precedente. Sappiamo che crescono le potenze regionali e che si sta acutizzando la sfida fra Cina e Stati Uniti. L'Europa non può essere soltanto un partner affidabile e un soggetto fondativo della NATO, perché i tre grandi ordini precedenti che hanno costruito la storia dell'Europa (Westfalia, Vienna e Yalta) sono scomparsi e sono destinati nel breve periodo a non ricomparire.

Noi - parlo dell'Italia - rischiamo più di altri, per l'influenza russo-turca nel Mediterraneo, perché abbiamo aperto, per il poco che potevamo, la strada alla via della seta - e potevamo utilizzare argomenti un po' più frenanti - e perché dipendiamo da una parte del mondo per le forniture di energia. Prima dei no vax c'erano i no TAP e oggi sono felice che quella categoria sia stata accantonata, se non messa nel cestino. Quindi ha ragione lei - e ho concluso - quando dice che l'Italia e l'Europa non devono mostrarsi arrendevoli e che bisogna lavorare per una soluzione politica.

A proposito delle sanzioni graduate, io nutro qualche dubbio sulla loro gradualità, perché, se vedo sanzioni che vanno a colpire i singoli e non ancora gli Stati, quando ammettiamo che è stata lesa la sovranità di uno Stato, mi chiedo se le sanzioni sui singoli possano essere bastevoli ad affrontare il problema e a circoscriverlo.

Quello che serve, in conclusione, se non vogliamo mostrarci arrendevoli, è una strategia di medio periodo che affronti decisamente, con l'Italia alla testa, il tema di cosa deve essere l'Europa: se carne o pesce. Per essere carne o pesce deve decidere di darsi una politica di difesa comune; di essere parte sì integrante della NATO, ma di farlo con l'autonomia che sia non soltanto quella di un libero mercato, ma anche di un insieme di Paesi che decidono di darsi un destino comune. Mi riferisco a quello che eravamo alla fine della Seconda guerra mondiale, grazie a grandi statisti popolari e cattolici; poi lo siamo diventati grazie a statisti che combinavano idee politiche diverse, tra le quali anche la mia.

Oggi, però, è tempo di prendere una decisione ulteriore, che esalti quella storia e la faccia evolvere, perché il tempo e la stagione che viviamo non sono e non saranno felicissimi. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore La Russa. Ne ha facoltà.

LA RUSSA (FdI). Signor Presidente, dopo di me il senatore Fazzolari illustrerà più diffusamente la posizione di Fratelli d'Italia. Io desidero solo sottolineare come in questi giorni, da parte anche della stampa e nel corso delle trasmissioni televisive, agli esponenti dei partiti politici si faccia una domanda imperfetta, chiedendo se siamo filorussi o a favore di qualcos'altro.

Per Fratelli d'Italia la risposta è molto semplice: non siamo né filorussi, né filocinesi, né filoarabi. Se proprio si vuole applicare il concetto del filo, che - come dice Giorgia Meloni - appartiene più ai burattini che alle forze politiche, siamo filoitaliani (Applausi). In questa fase ciò significa essere, senza se e senza ma, in una posizione di adesione alla NATO e al blocco occidentale. Su questo non si discute. Tuttavia, essere portati a salvaguardare gli interessi italiani significa anche esaminare non solo la posizione di oggi, per la quale - come ha detto il Ministro, con cui concordo - siamo certamente per la difesa a tutti i costi dell'integrità territoriale e politica degli Stati europei, l'Ucraina in testa in questo momento. Siamo anche interessati a capire perché si è arrivati a questo punto.

Io ricordo la vicenda di non molti anni fa, per quanto riguarda il rapporto di Putin con l'Italia, dell'amicizia politica e non solo personale con Berlusconi, vicenda nota e sulla quale è inutile ritornare. Ma ricordo che anche l'America di George Bush aveva allora un rapporto assolutamente diverso con Putin, tanto da potersi allora immaginare che la Russia potesse entrare nella NATO, e ce lo siamo dimenticati; mentre adesso, pur di non avere la NATO ai confini, Putin è quasi disposto a dichiarare una guerra terribile. Io sono un atlantista convinto, ma gli errori di alcune amministrazioni americane - segnatamente quelle di Obama e quella di Biden - vanno fortemente sottolineate, perché hanno drammatizzato il confronto con la Russia, avendo agevolato e spinto l'Ucraina alla richiesta di entrare nella NATO.

Molti anni fa ero Ministro della difesa e ricordo che alle riunioni NATO cui partecipavo espressi forti perplessità rispetto all'azione che già allora era cominciata di avvicinamento all'Ucraina, o meglio volta a favorire l'avvicinamento dell'Ucraina alla NATO fino a farcela entrare. Era, infatti, chiaro che i vantaggi erano assai minori dei pericoli che questo avrebbe potuto sicuramente comportare nei rapporti con la Russia.

Vi è poi il problema del ruolo che noi solleviamo da sempre. Lo ha fatto bene il senatore Nencini, forse memore del principale esponente del suo partito, Craxi, che seppe dare senso all'identità nazionale.

Forse è stato il primo sovranista d'Italia, Craxi, per quella famosa vicenda, di cui è inutile ricordare i contorni, in cui, di fronte all'arrivo delle truppe e degli aerei americani, mise i carabinieri attorno all'aeroporto. Mi chiedo però perché l'Unione europea, oggi, non possa immaginare un percorso, che auspichiamo da tempo, volto a darsi un ruolo politico, anziché un ruolo squisitamente indirizzato a imprimere in qualche modo linee di diversa pressione agli Stati nazionali, su altre materie.

A noi piacerebbe che l'Unione europea si concentrasse su una politica militare comune, su una politica estera comune e su una linea fiscale comune, e lasciasse poi più libertà alle singole nazioni. Invece anche questa volta registriamo l'assenza totale di una strategia diplomatica e geopolitica dell'Unione europea. Per noi, che siamo più europeisti di chi lo è a parole, ma europeisti nella sostanza, momenti come questo dimostrano la necessità che l'Unione europea si evolva, cammini e vada in una direzione assai diversa da quella che ha seguito fino ad ora.

Credo di aver esaurito il tempo a mia disposizione e dunque, restando sul tema oggi all'ordine del giorno, ribadisco che, se devo guardare al futuro della nostra Nazione e quindi dei nostri figli, vedo, immagino, spero e desidero un'Italia fortemente legata al mondo occidentale, che sappia tenere ai valori della libertà, della democrazia e dell'indipendenza, che qualcuno vorrebbe invece venissero sottaciuti. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Alfieri. Ne ha facoltà.

ALFIERI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, le parole del ministro Di Maio, che ringrazio per la sua esposizione, danno il senso della gravità della situazione e dell'escalation che sta avvenendo ai confini con l'Ucraina, nel Donbass. L'ammassamento di truppe al confine e il dispositivo militare senza precedenti, dal punto di vista della marina militare russa, che stringe quasi in una sorta di blocco navale il Sud dell'Ucraina, fanno davvero preoccupare tutte le cancellerie europee e l'Alleanza atlantica.

Ancor più grave è la diretta televisiva andata in onda l'altro giorno, o meglio le due parti di tale diretta, in cui Putin ha mandato messaggi molto chiari. Da una parte, infatti, il riconoscimento delle autoproclamate repubbliche separatiste, che per otto anni non aveva riconosciuto, segna un punto di non ritorno, stracciando gli accordi di Minsk e surriscaldando la situazione a livelli che nel post-guerra fredda non avevamo visto. Basterebbe questo per dire che la sfida è davvero a livelli altissimi. Colpiscono le modalità, nel momento in cui dice che lo fa non tanto e non solo per dare una veste giuridica - è un'ossessione tipica della diplomazia russa quella di ritagliare un quadro giuridico, in cui poter definire e dire che si sta compiendo un'operazione di pace - e colpisce ancora di più l'ardita ricostruzione storica. Per dimostrare l'inesistenza della nazione Ucraina, infatti, torna indietro di dodici secoli, alla Rus' di Kiev, in qualche modo ricostruendo la storia. Lo fa parlando all'opinione pubblica russa, per dire che, se interverrà, lo farà per tutelare i fratelli russi oppressi. E lo fa soprattutto per indicare un suo disegno, con alle spalle non solo la bandiera russa, ma anche la bandiera dei Romanov, archiviando e prendendo a sberle i nemici del popolo dell'epoca dell'Unione Sovietica e in qualche modo presentandosi come epigono dell'impero zarista.

Invito chi non lo ha fatto a vedere il video in cui si vede uno dei capi dei servizi russi dell'intelligence venire bullizzato dallo stesso Putin, che lo accompagna a cambiare idea e a sposare la sua. È un messaggio chiaro alle opinioni pubbliche occidentali e alle cancellerie europee e atlantiche: qui sono io il capo, sono il Presidente della Repubblica, sono il capo dei servizi, sono il capo delle forze armate, non c'è suddivisione di poteri. E allora, davanti a questa prova di forza, serve un'adeguata risposta in termini di responsabilità da parte degli europei all'interno dell'Alleanza atlantica. Serve da parte delle classi dirigenti europee. Serve all'interno del nostro Parlamento da parte di tutte le classi dirigenti e anche qui dentro. Lo dico perché è bene mandare in soffitta sbandamenti e fascinazioni verso il regime autoritario russo che ha portato anche qualcuno qui dentro a dire addirittura «cederei volentieri due Mattarella in cambio di mezzo Putin». Inaccettabile. (Applausi). Tutto questo deve essere messo in soffitta. Resettiamo e apriamo una nuova fase, la fase della responsabilità.

Nel 1949 firmammo il Trattato dell'Alleanza atlantica non solo perché all'orizzonte si vedevano i rischi di un'instabilità dal punto di vista della sicurezza e della stabilità del nostro continente, di fronte all'Unione sovietica e al blocco sovietico, ma anche perché memori dell'oppressione nazifascista nei confronti delle democrazie liberali che si ritrovavano per una comunanza di valori e principi.

Non c'è spazio allora per distinguo, ambiguità e pericolose equidistanze. Noi sappiamo da che parte stare. (Applausi). Stiamo con le democrazie liberali e anche qui dentro non ci devono essere distinguo.

Lo dico perché abbiamo visto il modus operandi di Putin. Lo abbiamo visto nel momento in cui occupò nel 2008 la Georgia, arrivando a pochi chilometri da Tbilisi e creando una situazione di fatto in Abkhazia e nell'Ossezia del Sud. Così è stato in Transnistria e in Crimea. Ha utilizzato questi conflitti latenti, che hanno causato peraltro migliaia e migliaia di morti, per porre dei temi di ridiscussione degli equilibri internazionali. Lo fa per affermare le sfere di influenza e per ridiscutere l'architettura di sicurezza europea, su cui da parte occidentale e all'interno della NATO c'è disponibilità a discutere. Comprendo e capisco, infatti, che i missili Tomahawk nello scudo missilistico della Romania e della Bulgaria possono rappresentare un elemento di insicurezza da parte della Russia di Putin. Ma per noi lo possono essere i missili Iskander a Kaliningrad, a una manciata di chilometri dai confini polacchi, a meno di 100 chilometri da Danzica, che dovrebbe evocare qualcosa nella storia del nostro continente.

E allora, davanti alla richiesta di Putin di parlare da pari a pari con Biden e con Xi Jinping, con la richiesta di fondo di partecipare alla riscrittura di un nuovo ordine internazionale, valgono le cose che ha detto molto bene prima il senatore Nencini. Se vogliamo giocare la partita, è il momento di gettare il cuore oltre l'ostacolo, abbandonare l'idea in cui tutto noi possiamo fare in un'Europa a 27. Servono un'unione politica, una politica estera e una di sicurezza comune. (Applausi).

Di questo ne parleremo dopo: adesso è il momento dell'emergenza e della compattezza del fronte occidentale, atlantico e dei Paesi europei. Bene ha fatto ieri il Ministro, partecipando al consiglio informale, a rappresentare l'idea di un'Europa unita, che c'è perché non è vero che si sta andando in ordine sparso. Lo stiamo facendo sulle sanzioni e tutti noi siamo consapevoli del peso che potrebbero portare in prospettiva, in termini di rappresaglia del regime russo verso i nostri territori e la nostra imprenditoria. Tutti noi lo sappiamo e non lo si fa a cuor leggero. È però una scelta di deterrenza. Non si riporta al tavolo Putin con gli appelli al buon senso e al buon cuore: lo si riporta con la deterrenza. Ciò vuol dire stare nella NATO, prendere decisioni, essere pronti a rafforzare i dispositivi, ma soprattutto intervenire con le sanzioni che abbiamo ascoltato dal ministro Di Maio. Si tratta di sanzioni - diciamocelo - sicuramente più soft rispetto a quelle che il Governo giallo-verde, con l'allora ministro dell'interno e vice premier Salvini, ha prorogato per ben tre volte.

Lo voglio ricordare, affinché tutti noi sappiamo che, quando si sta in uno scenario internazionale complesso e si governa, si prendono anche decisioni complicate e difficili, che devono essere raccontate con onestà all'opinione pubblica. (Applausi).

Da questo punto di vista, noi sappiamo - e mi rivolgo a lei, ministro Di Maio - che dovremo fare un lavoro molto attento sulle sanzioni, definendole in maniera modulabile - come si sta facendo - a seconda della de-escalation e della escalation, in maniera molto flessibile, provando a diminuirne l'impatto sul nostro territorio. Immagino stiate già negoziando - me lo auguro, altrimenti l'invito va in questo senso - anche forme di compensazione per i Paesi e per i settori più colpiti.

Colgo l'occasione per ringraziare, tramite lei, i diplomatici, coloro che lavorano all'interno dell'OSCE, le persone che stanno nelle ambasciate più sensibili e, in particolare, il nostro corpo diplomatico a Kiev. Grazie davvero. Esprimo gratitudine, vicinanza e rispetto per il loro lavoro. (Applausi).

Analogamente, tramite il ministro Guerini, vogliamo manifestare da parte del Gruppo Partito Democratico la vicinanza e la gratitudine per il lavoro che stanno facendo i nostri contingenti NATO nei settori più esposti. (Applausi).

Noi saremo pronti a fare la nostra parte. Abbiamo consapevolezza della posta in gioco dal punto di vista militare e diplomatico. Serve il massimo sforzo nel dialogo e nella diplomazia, fino all'ultimo momento; per questo servirà anche mettere in campo azioni di deterrenza, perché il nostro obiettivo è la pace.

Vorrei concludere dicendo che questo - ma vale per tutti, anche per il mio partito - non è il momento di comizi di parte per guadagnare qualche voto in più. Ma è il momento dell'unità, per difendere le democrazie liberali e quei diritti e quelle libertà scolpiti nella nostra Costituzione. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fantetti. Ne ha facoltà.

FANTETTI (Misto-IaC (I-C-EU-NdC (NC)). Signor Presidente, colleghi, signor Ministro, noi della componente del Gruppo Misto-ITALIA AL CENTRO (IDEA-CAMBIAMO!, EUROPEISTI, NOI DI CENTRO (Noi Campani)) abbiamo molto apprezzato l'impostazione della sua relazione e l'attività di Governo in queste tristi circostanze.

Vorremmo mettere l'accento, nell'ambito della discussione, su due profili che vengono trattati poco o male. Quello che viene trattato male è il ruolo dell'Europa, e ci arriverò. Quello che viene trattato poco riguarda i numeri in ballo.

Vorrei far notare a tutti noi che l'economia russa nel 2021 ha registrato un PIL di 1.480 miliardi di dollari, a fronte dei 2,3 trilioni, quindi 2.300 miliardi del 2013, quindi in fortissimo calo. Il dato si compara con i 1.900 miliardi di dollari dell'economia italiana: l'economia della Federazione russa è quindi circa il 30 per cento più piccola di quella dell'Italia ed è un terzo di quella della Germania. Il PIL pro capite in Russia, in calo fortissimo negli ultimi anni, è di circa 10.000 dollari per cittadino, al confronto con i 35.000 dollari per cittadino italiano e i 50.000 dollari per cittadino tedesco. In Russia il tasso di interesse principale ufficiale è al 9,5 per cento; l'inflazione ufficialmente è al 9 per cento; il rublo vale meno della metà di dieci anni fa.

Stiamo parlando di un'economia in crisi, rispetto alla quale, nella storia dell'umanità, è abbastanza frequente che sia registrato il caso di ricerca di diversivi esterni da parte degli autocrati responsabili della situazione socio-economica, che non facciamo fatica a riscontrare anche in questo ambito. Putin, insieme alla cerchia di oligarchi che si sono arricchiti intorno a lui, ha bisogno di prospettare un nemico esterno, che ha identificato nella NATO, rivendicando, con un discorso prolisso e completamente falso da un punto di vista di storico, addirittura attività di genocidio da parte degli ucraini nelle regioni di cui ha riconosciuto l'indipendenza. Ha bisogno di creare questo diversivo, per coprire la situazione economica e quindi sociale: l'aspettativa di vita in Russia e la gestione del Covid, infatti, sono fallimentari sotto tutti i punti di vista; diversivo che può essere individuato anche nell'occupazione, di fatto, della Bielorussia.

Sappiamo tutti, dalla storia del secolo precedente, che le truppe russe tendono ad arrivare e poi a rimanere in quei territori. Ma vi sono anche diversivi un po' più a oriente e questo certamente non lo vorremmo; e questi diversivi sono messi in atto da parte di sistemi autocratici che non riconoscono il valore della democrazia parlamentare e possono avere obiettivi ben più pericolosi. Questo è un primo profilo, che dobbiamo avere molto bene in mente quando analizziamo la situazione.

Un secondo profilo è quello della rappresentazione del ruolo dell'Europa. L'Europa c'è. C'è come gigante economico. L'Europa ha finanziato oltre 300 miliardi di investimenti diretti in Russia, a fronte di meno di 100 miliardi da parte dei russi in Europa, tra l'altro molto caratterizzati. L'Europa importa molto di più dalla Russia di quanto esporti.

L'Europa è un gigante economico, ma è un gigante anche politico, come si è visto nella capacità di mettere in campo una attività negoziale in capo al presidente Macron, che è Presidente di turno dell'Unione europea e per questo rappresentava l'Europa. Si è visto nella predisposizione della leadership tedesca di chiudere un progetto, che neanche la cancelliera Merkel aveva avuto il coraggio e il potere di fare, il Nord Stream 2. Si è visto ieri nell'allineamento di tanti Paesi, e questo è veramente uno dei pochi aspetti positivi della crisi. Penso - per esempio - ai polacchi, che hanno rapidamente considerato l'opportunità di rientrare nei ranghi europei e riconoscere lo Stato di diritto.

L'Europa c'è e noi siamo contenti che abbia una predisposizione non bellica rispetto alla gestione delle crisi internazionali. Noi abbiamo scelto di avere un ruolo militare all'interno della NATO. Ne siamo fieri e siamo contenti del ruolo che l'Italia riveste in tale ambito. L'Europa è un gigante anche politico, che continua a crescere. Se c'è una buona conseguenza del dibattito adesso in corso, anche qui al Senato, è che, da tanti punti di vista diversi, si chiede più Europa.

Ricordiamolo nei momenti in cui bisognerà stabilire qualche misura rilevante a livello di stoccaggio comune delle riserve energetiche. Ricordiamolo quando si dovrà decidere di dare atto allo strategy compass, e cioè a un nucleo di esercito comune. Ricordiamolo in tante situazioni in cui tendiamo a dare l'Europa per scontata e ad essere ipercritici, quando siamo estremamente beneficiari e, per fortuna, estremamente attivi in questo ambito. Situazioni di crisi come questa ci dimostrano quanto estemporaneo sarebbe rivendicare un ruolo come singolo Paese di 60 milioni di abitanti rispetto a una situazione strategica globale di crisi. L'Europa c'è e noi, come europeisti, ne siamo fieri.

La Federazione russa ha un problema, che è soprattutto economico finanziario, rispetto al quale i diversivi militari dovrebbero essere inquadrati più chiaramente. Nel frattempo, siamo consapevoli e ottimisti sul fatto che il Governo perseguirà ogni spazio possibile per evitare ulteriori estensioni del conflitto e che le sanzioni continueranno a essere sostenibili, proporzionate e graduali, in modo da non pesare più di tanto sulla nostra economia e sulla situazione socioeconomica del popolo russo, che è un popolo amico e continuerà a essere amico degli italiani. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saccone. Ne ha facoltà.

SACCONE (FIBP-UDC). Signor Ministro, in premessa mi permetta di dire che il Gruppo Forza Italia Berlusconi Presidente-UDC condivide alla lettera la sua informativa di questa mattina; una posizione condivisa con il nostro Capogruppo in Commissione esteri, il senatore Aimi.

Signor Ministro, non voglio ripercorrere a livello cronologico tutti gli eventi che si sono succeduti in questo tempo, ma vorrei tentare di fare un ragionamento complessivo, con al centro delle domande. La prima domanda che mi viene da porre, e che si pongono soprattutto gli italiani fuori da questo Parlamento e da quest'Aula, in base anche ai molti commentatori in maggioranza stranieri, è la seguente: siamo dinanzi a un novello Hitler? Lo zar Putin, cioè, ripercorre storicamente le gesta infauste di Hitler?

Questa è la prima domanda che dobbiamo porci - ad esempio - partendo dalla Crimea, l'annessione (l'Anschluss), e poi ancora la maschera dell'indipendenza e dell'autodeterminazione dei popoli e, quindi, l'annessione vera e concreta del Donbass.

Se tutto ciò fosse vero - ed è fondato - le sanzioni graduali, con tutto il rispetto, signor Ministro, sono inadeguate e insufficienti. Se abbiamo questo scenario imminente dello spazio vitale di hitleriana memoria dinanzi a noi, francamente queste sanzioni non sono sufficienti. Se, al contrario, si tratta dell'ossessione - come l'ha definita questa mattina il presidente Prodi sul Foglio, se non sbaglio - di un uomo - e nel merito della particolarità dell'uomo - di avere la NATO nel suo cortile, allora, sì, quelle sanzioni sono efficaci e puntuali.

Si tratta di una distinzione dirimente che la comunità internazionale deve porsi, al netto delle politiche domestiche dei singoli Stati. Qui non si sta giocando: c'è la possibilità di un conflitto alle porte, anzi nel cuore dell'Europa.

Le Nazioni Unite intervengono quando ci sono conflitti bellici in giro per il mondo; quando si parla d'Europa - ho visto che è stato di recente convocato il Consiglio di sicurezza - è francamente avvilente vedere come non funzioni quell'organismo con i famosi diritti di veto reciproci. Se, allora, siamo in questa circostanza, dobbiamo dircelo chiaro e tondo: se siamo dinanzi a questa ossessione, ne vale la pena?

Il gioco al massacro che si sviluppa in Europa tra i pro Putin e i contro Putin è altrettanto avvilente. Qui non c'è alcuna discussione, non c'è una sola virgola che accomuni il nostro pensiero a quello dello zar Putin sulla concezione della democrazia, delle libertà individuali e - mi permetta di dire - dei diritti umani; non c'è alcuna comunanza di vedute. Dobbiamo però riflettere se le sanzioni hanno validità o meno: a nostro modo di vedere, hanno validità e hanno un costo. Bisogna spiegarlo fuori da qui, signor Ministro, perché il sondaggio che ho letto stamane da cui risulta che due italiani su tre non comprendono perché bisogna pagare, perché è necessario sacrificarsi per l'Ucraina, dimostra che il messaggio non è passato.

Qui non si sta difendendo esclusivamente il popolo ucraino: si stanno difendendo i valori fondanti della nostra civiltà e della nostra democrazia; si sta difendendo la pace che caratterizza l'Europa da oltre settant'anni. Ecco perché, purtroppo, dobbiamo porre in essere dei sacrifici. Poi c'è una distinzione tra sacrificio e sacrificio.

Il Governo inglese ha posto in essere alcune sanzioni per cinque banche e due oligarchi. Dobbiamo dircelo, cari amici: l'Italia e la Germania pagano un prezzo elevato, coerentemente ai valori tradizionali della cultura del nostro Paese, con il 90 per cento di importazione di gas (il 40 per cento per l'Italia). Quelle sanzioni gravano seriamente sulla nostra bilancia commerciale, dato che già paghiamo questo prezzo dal 2014. E allora sì che ne vale la pena, perché bisogna spiegare che non stiamo difendendo esclusivamente gli interessi di un popolo, ma stiamo difendendo le ragioni fondamentali della nostra unità.

Signor Ministro, non entro nel merito delle varie organizzazioni internazionali. L'Unione europea ha dimostrato di non essere adeguata nel momento della crisi energetica perché non siamo riusciti neanche a creare un'unità di intenti da contrapporre in un negoziato per pesare di più nella contrattazione; non siamo riusciti neanche a farlo. Adesso mi auguro che questa unità di intenti si manifesti seriamente e con coerenza sulle sanzioni, altrimenti il rischio è perdere fiducia nelle istituzioni dell'Unione europea.

Signor Ministro, vado su un altro tema proprio perché non dobbiamo dividerci; sarebbe sbagliato, sarebbe un punto di debolezza. Se il tema centrale fosse l'ossessione di Putin di avere la NATO nel suo cortile, allora potremmo anche rievocare un detto latino: se vuoi la pace, prepara la guerra. Ebbene, auspico di cuore che sia questo il tema; se fosse così, allora do il mio consiglio, come si fa con un amico.

Vede, Ministro, nei rapporti di amicizia - e grazie a Dio abbiamo alleati seri - è fondamentale essere chiari e autentici. E, se poniamo criticità ai nostri migliori alleati con cui abbiamo rapporti di fratellanza, e cioè gli Stati Uniti d'America, non lo facciamo perché qualcuno pensa che vogliamo denunciare trattati o posizionamenti, ma semplicemente poniamo delle criticità.

Vogliamo replicare una seconda Turchia nel cuore dell'Europa? È un dubbio che dobbiamo porci. Sarebbe facile per tutti semplificare: da una parte, i brutti e cattivi e, dall'altra, i buoni e belli. Semplificare, però, non è nella nostra cultura: purtroppo la nostra è una cultura complessa. Dunque, in previsione e con una visione - direi - di prospettiva, cosa vogliamo fare dei russi e della Russia? Vogliamo marginalizzarla e isolarla? Non vorrei richiamare la trappola di Tucidide, rievocata dal politologo americano Alison riferendosi alla competizione che porterebbe a uno scontro tra gli USA e la Cina. Di certo, però, se l'Europa non avrà una visione lungimirante fondata sulla sua cultura, difficilmente potremo avere un dialogo con i russi e rischieremo di catapultarli nelle mani, magari, della sfera di influenza cinese, che non mi pare sia compatibile con quella degli Stati Uniti d'America.

In conclusione, signor Ministro, noi siamo al suo fianco e al fianco di questo Governo. Auspichiamo che rimanga aperta - coerentemente con i nostri alleati - la speranza di un dialogo, perché siamo convinti che l'Europa possa fare la differenza ponendo in essere i suoi valori, al netto di quello che sta avvenendo. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candura. Ne ha facoltà.

CANDURA (L-SP-PSd'Az). Signor Ministro, mi viene alla mente, in prima battuta, la frase del filosofo cinese - nonché condottiero - Sun Tzu, ovvero: «conosci il tuo nemico» (o quanto meno il tuo avversario). La prima considerazione che faccio è di carattere geografico. Sui giornali e anche qui tra di noi si parla di un fronte ucraino, ma la Russia ha una visione un po' diversa. Per la Russia, tutto l'arco geografico che va dalla penisola di Kola al Mare del Nord, passa per l'Europa Orientale ed arriva - passando attraverso il Mar Nero e il Mar d'Azov - al Medio Oriente, nel Mediterraneo orientale, è un unico fronte dal punto di vista securitario. Faccio questa considerazione geografica perché è cronaca di lunedì che l'incrociatore Ustinov - come ben saprà - navigava tra Calabria e Puglia in direzione Sud, sfilando davanti al porto militare di Taranto (nostra base), per poi fare rotta verso la Grecia e probabilmente verso il Mediterraneo orientale. Tutti questi movimenti di sottomarini davanti alla costa ucraina non hanno un significato militare-operativo diverso rispetto a quello di sottomarini e navi militari russe nel Mare del Nord o nel Mediterraneo, perché è tutto un unico teatro operativo, se così possiamo dire.

L'altra considerazione geografica che vorrei fare è che giustamente parliamo di Ucraina in termini di sovranità violata, di problemi economici e sociali - ci sono profughi, morti e feriti - ma per la Russia il problema è di nuovo securitario. Tutte le invasioni che storicamente il popolo russo ha subito vengono da Ovest. È chiaro che Napoleone e Adolf Hitler non sono sicuramente l'Europa di oggi e non ci rappresentano in alcun modo. Ma, dal punto di vista psicologico, l'appoggio della popolazione russa al presidente Putin - qualcuno l'ha chiamato lo zar - deriva da questo. La sindrome di accerchiamento non è qualcosa di teorico o un capriccio dei giornali, ma è qualcosa di sentito all'interno della popolazione russa. Ed è un fattore importantissimo, se auspichiamo una democratizzazione della Russia. E, quando ci confrontiamo con essa, dobbiamo tenere conto per forza di cose della visione del nostro competitor. Lo facciamo in una relazione di amicizia e lo facciamo anche quando si combatte: si deve conoscere il proprio nemico. Il fatto poi che dall'Asia arrivi il precetto «conosci il tuo nemico», e in Europa Socrate dicesse «conosci te stesso», sottolinea di nuovo la diversità di visione della vita e dell'uomo tra due culture.

Parliamo, quindi, in questa visione, anche del manifestarsi delle intenzioni. Il riconoscimento della sovranità e dell'indipendenza di queste due Repubbliche è una violazione della legittima sovranità dell'Ucraina. L'Ucraina non è parte della NATO, ma il 12 giugno del 2020 l'Ucraina è diventata opportunity partner della NATO.

Non è un ruolo di partner nel senso di alleato, ma ha lo scopo di garantire l'interoperabilità tra i sistemi militari del Paese partner e del resto dell'Alleanza. Chiaramente, se mi metto dal punto di vista russo come declinato poc'anzi, non posso vedere in questo qualcosa di indirizzato alla pace e alla collaborazione. Mi fa piacere - è un principio sacro - che lei abbia parlato del principio della porta aperta: la NATO è aperta a tutti gli Stati che ne vogliono far parte. È giusto che sia aperta ed è giusto che l'Ucraina, con un Governo democratico, chieda di farne parte.

Anche il consiglio NATO-Russia - ricordo il vertice di Pratica di Mare del 2003 - aveva iniziato un percorso che sembrava estremamente promettente, ma non tutti i Paesi del mondo sono d'accordo, anche a Occidente, con questa visione, che io condivido. Qui ci aiuta un inglese che sicuramente lei conosce: è Halford Mackinder, grande padre della geopolitica, che parlava di Heartland, il cuore della Terra, il continente euroasiatico. Chi controlla il continente eurasiatico, che va da Vladivostok alle sponde dell'Atlantico, controlla il mondo. È chiaro che la priorità, per chi non fa parte e non controlla tutto questo continente, diventa opporsi al fatto che questa immensa massa si coalizzi, si coaguli. Di qui la necessità di una Russia nemico e di un Occidente separato dalla Russia.

Quello che sto dicendo è che la democratizzazione e l'amicizia devono essere qualcosa che viene da entrambe le parti e non da una sola. Ciò che la Russia sta facendo in Ucraina è assolutamente illegittimo, dal punto di vista del diritto internazionale: ben vengano le sanzioni, che però devono avere un effetto sulla Russia e non sui nostri cittadini. Prima ho sentito parlare qualcuno di sacrifici per l'imprenditoria. Ebbene, guardate che un sacrificio per un imprenditore, italiano come di un altro Paese, non è il sacrificio di un estraneo: l'imprenditore aumenta i prezzi delle merci, licenzia, fallisce. Queste sono le reazioni di fronte a una crisi del genere. Fatto ciò, sono i nostri cittadini a pagare. Di conseguenza, auspico che lo Stato italiano, nel momento in cui le sanzioni verranno declinate, dia una mano a quei settori dell'economia italiana colpiti dagli effetti di tali sanzioni.

Sottolineo un secondo elemento, storicamente parlando. Nel 2014 sono state emanate delle sanzioni in particolare nel settore agroalimentare - io sono veneto - che hanno colpito duramente il tessuto economico del Nord-Est del Paese. La Russia in quel periodo importava circa il 32 per cento di foodstuff, dei materiali alimentari, dall'estero. Sapete qual è stata la reazione alle sanzioni? Nel 2021 hanno importato il 12 per cento: li abbiamo aiutati a essere autonomi. Le patate comprate prima in Europa centrale vengono comprate dal Kazakhistan. Non so se quelle sanzioni abbiano avuto l'effetto auspicato; sulla nostra economia sono state disastrose. Al fine di ispirare buona volontà alla Russia e a Putin, ho più di qualche dubbio.

C'è una cosa che vorrei sottolineare: la questione dell'energia e del coordinamento dell'Unione europea, signor Ministro. La Francia e la Germania hanno due mix energetici completamente diversi: la Germania sta dismettendo il nucleare e il carbone, affidandosi al gas per la transizione ecologica, così come richiesto dalla tassonomia di recente approvata dall'Unione europea; la Francia invece prosegue sul nucleare. Possiamo ben capire che la strategia energetica e la strategia verso la Russia di questi due Paesi non può essere compatibile e non può esserlo nemmeno con la nostra. Di conseguenza, parlare di una strategia comune dell'Unione europea mi fa un po' sorridere: come può esserci una strategia comune dell'Unione europea anche solo sul piano energetico?

Sono d'accordo con lei, signor Ministro: bisogna attrezzarsi per affrontare le crisi non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche sul lato della domanda e dell'offerta. Ma, quando abbiamo una capacità di stoccaggio del gas in tutta Europa pari a meno di un quinto del consumo annuale, dove possiamo andare?

Non si può assolutamente risolvere questo problema, perché le energie alternative rinnovabili arriveranno tra qualche anno, quando avremo risolto i problemi di accumulazione e trasmissione dell'energia, con la tecnologia. Ma l'energia è come l'aria che respiriamo: non ne abbiamo bisogno fra cinque, dieci o quindici anni, ma ne abbiamo bisogno subito. Quindi non è corretto - a mio avviso - affidarci alle energie rinnovabili di domani per risolvere un problema che oggi può strangolare la nostra economia; e questo semplicemente perché è evidente. Basta vedere quello che sta succedendo in Italia con il caro bollette, che è legato a un andamento dei prezzi dovuto alla crisi geopolitica, e non solo. Sarebbe auspicabile, in ambito europeo, ridiscutere i ritmi della transizione ecologica: il 2035 si avvicina e non come una data di speranza, ma come una minaccia.

Mi scuso se mi sono dovuto interrompere per problemi di respirazione. La ringrazio, signor Ministro, e auspico che lei difenda l'Italia. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ferrara. Ne ha facoltà.

FERRARA (M5S). Signor Presidente, vorrei innanzitutto ringraziare il Ministro per la consueta celerità con cui si è reso disponibile a fornire l'informativa e per i suoi tentativi di dialogo con Kiev e Mosca.

La decisione della Russia di riconoscere le due regioni secessioniste del Donbass costituisce una palese violazione del diritto internazionale e dell'integrità territoriale dell'Ucraina. È quindi naturale e doveroso che la comunità internazionale non rimanga inerte. Ed è corretto che l'Europa abbia reagito con sanzioni mirate, a tutela della legalità internazionale e della pace nel vecchio continente, messa a rischio da questa iniziativa; un'iniziativa che ha cancellato unilateralmente gli avanzamenti fatti con gli accordi di Minsk, sebbene le loro previsioni non siano mai state del tutto applicate.

L'Europa, in considerazione della sua drammatica storia, non può tollerare che i confini di uno Stato sovrano vengano modificati con le minacce, e non può tollerare annessioni di fatto, giustificate da un nazionalismo anacronistico. (Applausi). Bisogna tenere in considerazione la sovranità degli Stati e la libertà di scelta dell'Ucraina in relazione a una possibile adesione a un'alleanza militare, come il Patto atlantico, o a un'alleanza politica e commerciale, come l'Unione europea. I cittadini ucraini non possono e non devono vivere sotto minaccia armata, ma devono essere liberi di volgere lo sguardo dove desiderano.

L'Ucraina è un Paese già in serie difficoltà economiche e la tensione, che sta allontanando gli investitori, sta aggravando ulteriormente la condizione dell'economia nazionale. Tuttavia, per poter comprendere l'attualità e declinarla in maniera oggettiva, credo sia indispensabile conoscere il percorso storico che ci ha condotto al presente. Come siamo arrivati a questa situazione?

Nel 1991, durante i colloqui tra Stati Uniti e Unione Sovietica sulla riunificazione della Germania, fu promesso all'allora presidente Gorbačëv che la NATO non si sarebbe estesa verso Est nemmeno di un pollice, nelle parole del segretario di Stato James Baker. Se oggi si consulta una cartina politica dell'Europa orientale, si evince che tale promessa, fatta nel 1991 e reiterata due anni dopo a Boris Eltsin, è stata disattesa. In questi decenni l'espansione della NATO, che obiettivamente a oggi già lambisce i confini russi, ha generato nell'opinione pubblica russa e nelle istituzioni di Mosca una sindrome dell'accerchiamento. Gli Stati Uniti, mediante la NATO, hanno inglobato nell'Alleanza, uno dopo l'altro, quasi tutti i Paesi dell'ex Patto di Varsavia, fino ad aprire le porte a due Stati chiave dal punto di vista geopolitico per la Russia: Georgia e Ucraina.

E così la strategia del presidente Putin va al di là del Donbass e dell'Ucraina e punta a rivedere gli equilibri geopolitici europei post-guerra fredda, scaturiti dall'umiliante sconfitta dell'Unione sovietica: quella pax americana architettata dalla potenza vincitrice in un momento storico che sembrava sancire il trionfo definitivo dell'unipolarismo americano e con esso addirittura la fine della storia, come scrisse Francis Fukuyama. Questa tesi è stata smentita dai fatti, come riconosciuto dallo stesso autore.

Oggi, trent'anni dopo, viviamo in un mondo multipolare, in cui la Russia è tornata a essere un attore geopolitico non relegabile al piano regionale. Da anni Putin ha posto una linea rossa, chiedendo agli Stati Uniti di non far entrare Ucraina e Georgia nella NATO, per scongiurare che missili nucleari potessero essere dislocati a pochi chilometri da Mosca. Si tratta di una richiesta comprensibile come quella che, a parti inverse, potrebbero fare gli Stati Uniti, chiedendo di non far entrare il Messico o il Canada in una potente alleanza militare antiamericana. Il cambiamento alla guida dell'Ucraina del 2014 e poi la decisione degli Stati Uniti di Trump di uscire nel 2018 dal Trattato sulle forze nucleari a medio raggio sono state per Mosca un ulteriore motivo di preoccupazione.

A mio avviso, nell'ambito di un tentativo di preservare un negoziato che penso sia ancora possibile, sarebbe opportuno non ignorare questi fatti storici. Individuare una soluzione diplomatica deve rimanere l'obiettivo principale di tutti gli attori coinvolti. Anche se oggi è labile, se si spegne la luce della diplomazia il rischio potrebbe essere una degenerazione in una probabile, magari parziale, invasione russa dell'Ucraina. Tale scenario sarebbe intollerabile per tutti coloro che credono nella libertà e nella inviolabilità della sovranità degli Stati.

Russia, Stati Uniti e Unione europea dovrebbero convocare una conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, finalizzata a scrivere un nuovo trattato di Helsinki, come quello che nel 1975 garantì la coesistenza pacifica dei due blocchi; una nuova intesa sul dispiegamento degli armamenti strategici e sui limiti dell'espansione della NATO, che potrebbe prevedere come soluzione una garanzia di neutralità per l'Ucraina, sul modello finlandese. Questo al fine di scongiurare ulteriori avanzate russe su un territorio sovrano come quello dell'Ucraina.

Io temo che, tra chi soffia sul fuoco da una parte e dall'altra, sia l'Europa a rischiare di bruciarsi. Questa crisi può pregiudicare non solo la stabilità e la pace del nostro continente, ma può anche avere ripercussioni molto serie dal punto di vista economico. In caso di ulteriore degenerazione, avremmo un'esponenziale impennata dei prezzi dell'energia e dei carburanti, che sarebbe insostenibile per i nostri cittadini e per le attività produttive; per non parlare dei gravissimi contraccolpi che sanzioni commerciali ed energetiche avrebbero sul nostro sistema economico e sulle nostre aziende. È noto anche ai meno esperti di politica internazionale che il nostro Paese non è autosufficiente dal punto di vista energetico e che quasi la metà del gas necessario lo importiamo dalla Russia. Questo dovrebbe spingerci ancor di più ad accelerare la trasformazione energetica e a puntare sulle energie rinnovabili e noi, come MoVimento 5 Stelle, con iniziative come le comunità energetiche e il superbonus, stiamo indicando il percorso da seguire. (Applausi). Con un'economia già molto provata dalla pandemia, sarebbe davvero devastante affrontare l'ennesima emergenza.

Per tutte queste ragioni - come ha detto Papa Francesco - bisogna sempre fare ogni sforzo necessario per la pace; bisogna tenere aperta la porta del dialogo per avviare una de-escalation e intavolare un negoziato che garantisca le esigenze di sicurezza di tutti gli attori coinvolti, nel rispetto del diritto internazionale. Io credo che in questo momento siano due gli attori che devono essere centrali: l'Unione europea e l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE); la prima restando unita e cooperando con uno spirito di comunità, ponendosi finalmente come mediatore e dimostrando quell'unità politica internazionale che da tempo si persegue; l'OSCE continuando ad impegnarsi per ripristinare il dialogo tra le parti ed evitare scenari che sarebbero nefasti per tutti, possibilmente anche aumentando il numero dei delegati che svolgono un ruolo fondamentale nella missione di monitoraggio.

Concludo il mio intervento ricordando che la popolazione mondiale da ben due anni è in guerra con un nemico invisibile, che ha causato la morte di milioni di persone, mettendo a dura prova il sistema sanitario e quello economico. Reputo che i cittadini abbiano diritto a un periodo di pacificazione, tranquillità e serenità. Pertanto, mi auguro che la politica, quella che sa volare alto, possa prevalere e non commettere i soliti errori che la storia ci avrebbe dovuto insegnare a non replicare. (Applausi).

Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 13,30)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Garavini. Ne ha facoltà.

GARAVINI (IV-PSI). Signor Presidente, signor Ministro, esponenti del Governo, onorevoli colleghi, i confini dell'Europa e della NATO non possono essere definiti con le armi e neanche con le minacce. Ecco perché sanzioni immediate e una risposta compatta di tutti gli alleati occidentali - dall'Alleanza atlantica all'Unione europea - rappresentano la reazione più giusta ed efficace nei confronti della decisione del Cremlino; quel Cremlino che, riconoscendo le repubbliche separatiste del Donbass, ha calpestato il diritto internazionale.

Putin ha compiuto un atto gravissimo, una palese violazione dell'integrità territoriale dell'Ucraina e del Protocollo di Minsk, e con le sue parole dello scorso lunedì sera ha attaccato non soltanto l'Ucraina, ma anche - apertamente - gli interi equilibri del diritto internazionale, sfregiando in modo palese lo Stato di diritto. Ledere la sovranità territoriale di un Paese vicino non è accettabile, così come non si può tollerare che un Paese pretenda di imporre a un altro come orientare la propria politica estera.

Bene, quindi, che tutte le istituzioni europee si siano espresse da subito per una posizione di unità, fermezza e determinazione, in piena solidarietà con l'Ucraina, e che si siano previste sanzioni immediate e mirate sulle quali si era già iniziata un'opera di definizione in via preliminare tra i diversi partner europei. In questa fase non ci si può permettere distinguo, nonostante la consapevolezza che prevedere sanzioni per colpire la Russia significhi, di riflesso, colpire anche le nostre imprese, italiane ed europee.

L'Italia è il secondo Paese europeo per esportazioni in Russia dopo la Germania. Dunque, è facile immaginare quali ricadute negative potranno derivare dall'adozione di una serie di sanzioni. Non è un caso che proprio Italia e Germania abbiano chiesto in sede comunitaria dei contrappesi per compensare i danni prodotti dall'introduzione delle sanzioni in determinati Paesi. È positivo averlo fatto, ma non possiamo rinunciare alle sanzioni solo per egoismo nazionale. Qui sono in ballo questioni più grandi degli interessi dei singoli Paesi.

Se lasciassimo Putin libero di agire indisturbato, sul medio-lungo periodo le ricadute sarebbero molto gravi, come ci insegna la storia. Si sta riproponendo lo stesso copione già messo in atto da Putin in altre due occasioni: nel 2014 con l'occupazione della Crimea e, prima ancora, nel 2008 con l'aggressione della Georgia, che si risolse con l'annessione alla Federazione russa di due regioni con tendenze separatiste.

Quanto già successo in passato ci dimostra che Putin, se non è costretto a confrontarsi con degli argini, adotta iniziative di politica estera via via più rischiose. Ecco perché, se non ci dovesse essere una risposta ferma e decisa da parte della comunità internazionale, dovremmo aspettarci ulteriori conseguenze anche in futuro. Putin sta scommettendo proprio su questo, e cioè sull'inattivismo dell'Occidente, provocato da eventuali spaccature interne.

Al più tardi da lunedì scorso, dalle dichiarazioni tenute dopo il Consiglio di sicurezza russo, sappiamo per certo come Putin stia perseguendo l'obiettivo di ridisegnare gli equilibri di forza tra Russia, Unione europea, Stati Uniti e NATO a suo beneficio. Nell'intervento con cui ha annunciato il riconoscimento dell'indipendenza del Donbass, Putin ha preteso di riscrivere la storia: dalla caduta dell'Unione Sovietica ad oggi, arrivando addirittura a sostenere che l'Ucraina non sia mai esistita come Stato indipendente. Nel tentativo di giustificare la guerra, ha dato al mondo la sua visione di una Russia imperiale che intende restaurare quei poteri di influenza nei confronti di Paesi satelliti che erano usuali all'epoca anteriore la caduta del Muro di Berlino. Putin non solo esige lo status di permanente neutralità dell'Ucraina, ma vorrebbe anche che la NATO ritirasse le proprie truppe dai Paesi dell'Europa orientale, limitando la sua presenza operativa ai confini del 1997.

Con una crescente strategia della tensione, nelle settimane scorse, la Russia ha insistito nell'offrire una prova di forza della sua potenza nel tentativo di ripristinare quel modus operandi che era tipico dell'Unione sovietica durante gli anni della guerra fredda, quando l'URSS si poteva permettere di fare il bello e il cattivo tempo sui Paesi rientranti nella sua orbita geopolitica; un atteggiamento volto a logorare l'Occidente, a spaccare la NATO e a indebolirne l'azione. Oggi però non siamo più ai tempi della guerra fredda. Oggi è normale che ciascun Paese possa definire per conto proprio se vuole entrare o meno in un'organizzazione internazionale, senza dover temere che un altro Stato si intrometta e si permetta di sindacare sulla questione. Ecco che è importante che, da parte dell'Occidente, si sia mantenuta in queste settimane la stessa linea in modo compatto, volto a dare un messaggio chiaro: l'integrità territoriale dei singoli Paesi non può essere messa in discussione. La sovranità e l'indipendenza dell'Ucraina, così come di qualsiasi altro Paese, vanno salvaguardate con fermezza.

Le pretese avanzate dalla Russia nel corso delle ultime settimane e in queste ore non sono ricevibili, a maggior ragione dal momento che cerca di estorcerle con l'uso della forza, attraverso una progressiva strategia della tensione. Si tratta di provocazioni senza precedenti che vanno affrontate con la più grande determinazione e fermezza da parte di tutte le democrazie occidentali. Se è positivo che nel corso delle ultime settimane l'Occidente abbia parlato con una voce sola, operando per la pace e la stabilità, adesso è necessario continuare a farlo attraverso l'adozione di sanzioni risolute.

Pochi minuti fa, signor Presidente, ho ricevuto il messaggio di un nostro connazionale che vive in Ucraina, che mi scrive che la situazione sta precipitando; gli ucraini non hanno intenzione di rispondere militarmente alla presenza russa nel Donbass, ma si stanno intensificando le azioni degli indipendentisti per provocare una reazione dell'esercito ucraino, che serva poi da pretesto alla Russia per l'attacco militare. La gente si aspetta una campagna di attentati fatti apposta all'interno del Paese per provocare una reazione e che i bersagli saranno scuole, supermercati e ospedali per fare il maggior numero di vittime possibili. Ecco anche questa testimonianza negli ultimi minuti ci dice che dobbiamo mettere in campo tutti i possibili strumenti volti a scongiurare lo scoppio della guerra. Bisogna dimostrare a Putin la fermezza dell'Occidente.

Le immagini della colonna di blindati russi che entra nel Donbass sono uno schiaffo al principio di sovranità nazionale. Tra l'altro, si tratta per lo più di mezzi di colore bianco, come quelli adottati dall'ONU nelle operazioni di peacekeeping, a testimonianza della retorica putiniana di un presunto intervento di pace, che tutto è tranne che un intervento di pace.

Ecco che l'Europa e la NATO non possono tollerare provocazioni come queste, anche a costo di rischiare dei contraccolpi economici; un pericolo che dobbiamo accettare di dover correre, come ha fatto - ad esempio - e va apprezzata, la Germania, sospendendo il gasdotto Nord Stream 2 e dimostrando in questo modo che i valori democratici per noi europei non possono venire dopo le logiche economiche e che l'Europa non è ricattabile. (Applausi).

Ecco perché è stata positiva la risposta data nelle ultime settimane con la rigorosa politica della deterrenza - da un lato - e con il mantenimento del dialogo con la Russia, dall'altro; strategia alla quale anche l'Italia molto opportunamente ha contribuito, nel solco della più profonda tradizione atlantista, consapevole anche del rischio che la Russia, accanto all'uso diretto della forza militare, non esiti a ricorrere anche a una guerra ibrida. È un ulteriore pericolo che si unisce al rischio e all'ambizione molto forte di Putin di affermare gli interessi nazionali russi su scala globale, in una sorta di nazionalismo imperialista, reso ancora più problematico dal contemporaneo riavvicinamento della Russia alla Cina.

Ecco che, oltre agli effetti disastrosi che il conflitto in corso in Ucraina rischia di avere in termini di costi di vite umane e di distruzioni materiali, resta il gigantesco problema di come gestire la questione degli equilibri internazionali a lungo termine. Si pone cioè la questione di come ripensare una nuova architettura per la sicurezza a livello globale, in cui ci sia posto anche per la Russia laddove Putin si allontani dalle sue ambizioni imperialiste e si renda disponibile a sedersi di nuovo al tavolo del dialogo.

In uno scenario di questo tipo l'Italia deve essere protagonista, insieme all'Europa.

Anch'io mi unisco alle considerazioni dei colleghi che mi hanno preceduto sulla necessità che, ora più che mai, l'Europa si doti di una difesa comune europea, che ci consenta di operare per la pace e di contrastare anche quei venti di guerra che purtroppo sono a noi così vicini. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fazzolari. Ne ha facoltà.

FAZZOLARI (FdI). Signor Ministro, la ringrazio per essere qui in Aula.

Noi, come forza di opposizione patriottica, non faremo oggi attacchi pretestuosi, ma proveremo a dare il nostro contributo. La ringrazio se mi ascolterà con attenzione, nonostante la desolazione di un'Aula vuota, mentre si parla di temi come questi, a testimonianza di un Occidente inadeguato a determinate sfide.

Prima di ogni cosa voglio rappresentare la vicinanza mia personale e quella di Fratelli d'Italia ai molti ucraini e russi che vivono in Italia e che in questo momento vivono con grande apprensione quello che sta succedendo, a prescindere dalle responsabilità dei relativi Governi. (Applausi).

Un ringraziamento va ai nostri diplomatici e ai nostri funzionari a Kiev e un ringraziamento a lei, Ministro, per aver lasciato aperta l'ambasciata: è un segnale importante di presenza, che si ripete dopo quello già dato in Afghanistan e che dà lustro alla nostra Nazione.

Con tutto il rispetto, però, devo dire che avremmo preferito avere un Ministro degli esteri con maggiore esperienza ad affrontare una crisi come questa. Lei ha detto che si è confrontato con il ministro Lavrov, diplomatico da prima che lei nascesse, persona di enorme spessore. Lei è una persona intelligente e preparata e sarà d'accordo con me che, in un contesto come quello, magari sarebbe stato più adeguato un Giulio Terzi Di Sant'Agata o l'ambasciatore Vattani o altri aventi lo stesso standing di Lavrov. Purtroppo il Governo dei migliori, al di là del nome che si è dato, ha scelto le sue caselle in base ad altre logiche e poi lo paghiamo in contesti come questo.

L'Italia arriva impreparata e, ancora peggio, arriva impreparata l'Unione europea, ancora una volta gigante burocratico, nano geopolitico e a livello internazionale. Quello che succede in Ucraina è anche figlio della debolezza europea.

In questo contesto è importante la chiarezza e, allora, voglio dire subito che Fratelli d'Italia sostiene un'Italia pienamente parte del blocco occidentale, pienamente parte dell'Alleanza atlantica, senza ambiguità. La nostra non è una scelta tattica o di convenienza: è la consapevolezza di far parte di un mondo occidentale dalle comuni radici, dalle comuni visioni filosofiche, figlio delle radici classiche e cristiane europee, che appartengono all'Europa e a tutti i Paesi di cultura europea. Questa è la nostra appartenenza all'Occidente. Non abbiamo mai strizzato l'occhio alla Cina, alle monarchie islamiche del Golfo, alla Russia: la nostra scelta di campo è chiara e netta.

Allo stesso modo, da sempre sosteniamo il rispetto del diritto internazionale, consapevoli che è l'unico strumento per impedire lo scoppiare di guerre e conflitti e anche per una ragione di opportunità: il diritto internazionale difende gli Stati meno potenti e, purtroppo, da molto tempo, l'Italia e l'Europa non sono tra le superpotenze di questo pianeta. Quindi, a maggior ragione, l'Italia e l'Europa devono con forza e sempre sostenere il diritto internazionale.

Siamo, però, stati facili profeti quando, in occasione della guerra in Serbia per il Kosovo, avevamo detto che stavamo creando un precedente pericoloso. Risolvere una crisi, anche se gravissima e sanguinaria, ridisegnando i confini di uno Stato europeo, sarebbe stato un precedente usato da altri in Europa. Ed è esattamente quanto sta facendo la Russia, citando il caso Kosovo quando si tratta di ridisegnare i confini per risolvere una situazione di conflitto armato.

Con la stessa chiarezza, però, noi ci chiediamo se la strada seguita finora da parte della NATO e dell'Occidente sia quella più opportuna. Se si è arrivati dagli accordi di Pratica di Mare del 2002, con una vicinanza tra NATO e Russia, ad una situazione di guerra alle nostre porte, qualcosa si è sbagliato. È un dato di fatto.

L'obiettivo, secondo Fratelli d'Italia - ma credo sia obiettivo condiviso da tutti gli europei - è arrivare a una pace definitiva tra l'Europa e la Russia per una serie di motivi. Per raggiungere questo obiettivo ambizioso bisogna riuscire a conciliare due esigenze molto diverse tra loro: da una parte, le esigenze dei Paesi dell'Est europeo, giustamente preoccupati dall'imperialismo russo, che hanno conosciuto sulla loro pelle più e più volte nell'arco della storia e, da ultimo, si sono liberati dal giogo sovietico solamente nel 1990. Da un punto di vista storico, vuol dire ieri. È chiaro, quindi, che tali Paesi sono preoccupati e spaventati. Dovremmo ricordarci del debito che abbiamo nei confronti dei Paesi dell'Est, da noi consegnati alla dittatura comunista in cambio della nostra libertà, quando, con troppa semplicità, attacchiamo la Polonia, l'Ungheria e il blocco di Visegrad. Se hanno qualche ritardo di democrazia, forse è perché li abbiamo consegnati al blocco sovietico per mezzo secolo. (Applausi).

È un discorso che vale ancora di più per l'Ucraina. Putin ha fatto una lunga ricostruzione storica, in parte anche vera, della vicinanza tra i due popoli. Egli ha, però, omesso di ricordare un evento storico.

Signor Ministro, se però mi ascolta, magari è più utile per tutti noi.

PRESIDENTE. Senatore Fazzolari, sinceramente il suo richiamo è inopportuno, perché il Ministro le stava assolutamente prestando attenzione. La Presidenza è molto vigile, da questo punto di vista, sulla tenuta dell'Aula. Se la sua era una enfasi retorica, la prendiamo come tale. Prosegua pure.

FAZZOLARI (FdI). E noi siamo molto felici della ferma vigilanza della Presidenza.

Putin ha fatto una lunga ricostruzione storica, in parte vera, dei rapporti tra Russia e Ucraina, dei rapporti tra due popoli tra loro molto affini. Egli, però, ha omesso di ricordare le parentesi dolorose del rapporto tra questi due popoli, prima fra tutti quello del genocidio ucraino, l'holodomor, il genocidio per fame che i comunisti sovietici hanno imposto negli anni Trenta all'Ucraina per piegarla al nuovo modello bolscevico. Anche questo dobbiamo ricordare quando parliamo di Russia e Ucraina.

Dall'altra parte, però, c'è una superpotenza che chiede garanzie sulla propria sicurezza. Sotto questo aspetto, purtroppo, abbiamo dato sponda alle preoccupazioni russe. Noi abbiamo vinto la guerra fredda grazie allo scudo spaziale di Reagan, che era in parte un bluff, ma che ha funzionato. Eravamo in grado di colpire l'Unione Sovietica e l'Unione Sovietica non era in grado di colpire l'Occidente. Questo ha comportato una corsa agli armamenti da parte dell'Unione Sovietica, che l'economia sovietica non ha retto, ed ha quindi subito un tracollo proprio a causa dello scudo spaziale annunciato da Reagan.

Oggi noi vogliamo fare di più. Vogliamo riuscire ad avere un assetto della NATO tale da rendere inoffensiva la Russia; tale, cioè, da poter colpire le sue città vitali prima che la Russia abbia il tempo di reagire.

Ora, non siamo arbitri in questa partita: siamo di parte. Abbiamo vinto due a zero la guerra fredda. Se possiamo vincere sei a zero, siamo felici; otto a zero, dieci a zero, siamo d'accordo; basta che poi non facciamo due a due e perdiamo due a tre, ed è qui la nostra preoccupazione.

Siamo certi di essere in grado di rendere inoffensiva una potenza che ha 6.500 testate atomiche e 145 milioni di abitanti, che è il più ampio Stato del mondo da un punto di vista geografico? Se ne siamo certi, bene. Noi non ne siamo così certi per una serie di motivi: innanzitutto, è la potenza della Russia, come abbiamo già detto; in secondo luogo, la Russia ha già dato dei segnali rispetto al fatto che non era disposta a determinate concessioni. Lo ha fatto in Georgia con una situazione molto simile a quella ucraina: la Georgia, in procinto di entrare nella NATO, è stata occupata militarmente dalla Russia e l'Occidente non ha reagito.

Il terzo motivo più grave è stato il segno di debolezza dell'Occidente e, in particolare, dell'amministrazione Biden. Parliamo di numeri, Ministro, che, se ragioniamo insieme, possono essere utili, magari, anche in qualche colloquio internazionale.

Biden ha annunciato alla sua opinione pubblica e al mondo intero che 3.000 morti americani in vent'anni di conflitto in Afghanistan erano un costo in termini di vite troppo elevato da sostenere, tanto che ha portato a un ritiro disordinato e vergognoso dall'Afghanistan. Ripeto: 3.000 morti in vent'anni.

Gli ucraini, in una guerra definita a bassa intensità, in pochi anni hanno avuto 14.000 morti nel Donbass: questi sono i rapporti.

Tutti gli esperti stimano che un qualunque conflitto terrestre, anche solo con armi convenzionali, porterebbe a decine di migliaia di morti in pochi giorni. Allora, come fa l'Occidente a dire contestualmente che non è disposto a sostenere un costo di 3.000 morti in vent'anni e far credere che sarebbe disposto ad avere 50.000 morti in pochi giorni? Ecco come ci siamo esposti alla reazione russa, con un'amministrazione americana incapace. Dobbiamo avere la forza di dirlo. Con Trump non sarebbe successo, e non lo dico io, ma lo dicono oggi molti negli Stati Uniti. Trump non avrebbe prestato il fianco a questa debolezza.

Parliamo degli americani che sono quelli che fanno sempre gran parte del lavoro per l'Occidente. E se poi vogliamo parlare dell'Occidente, siamo messi ancora peggio.

Un'Europa impoverita dal Covid, che impone l'obbligo vaccinale e di andare in giro con le mascherine e con il green pass, con quale credibilità parla di guerra? Al fronte si va con le FFP2 e si rispetta il distanziamento sociale? (Applausi). Cerchiamo di essere credibili. Sulla linea del fronte e con il green pass: certo che poi prestiamo il fianco a chi pensa di poter fare delle prepotenze all'Occidente. In tutto questo contesto l'Europa è davvero sempre inadeguata.

Ministro, le chiedo di protestare ufficialmente a nome dell'Italia con Borrell, responsabile della politica estera europea, che si permette di fare dei tweet idioti dicendo che, con le sanzioni, niente shopping a Milano per i russi. Lì la gente sta morendo, lì la gente combatte e noi abbiamo un pagliaccio che dice niente shopping a Milano? È questa la reazione dell'Occidente?

Le chiedo di far sentire la voce dell'Italia. Quando l'Europa parla di una situazione drammatica lo fa con serietà.

PRESIDENTE. Senatore, naturalmente gli appellativi vanno contenuti.

FAZZOLARI (FdI). Lei faccia il Presidente.

PRESIDENTE. Non è questo il punto. Recupererà poi il suo tempo. Non manco di sottolineare più volte che, per la vis polemica, esiste un vocabolario di cui i senatori hanno un'ampissima disponibilità e a cui possono attingere con la loro sapienza.

FAZZOLARI (FdI). Il termine pagliaccio non è un termine…

PRESIDENTE. Benissimo, ma la invito a concludere. Si assume la responsabilità di quello che dice.

FAZZOLARI (FdI). Ma certo che mi assumo la responsabilità di quello che dico. Chi altro si assume la responsabilità? Lei? (Applausi).

PRESIDENTE. La invito a concludere.

FAZZOLARI (FdI). Se si prendesse la briga di informarsi sulla storia del nostro Gruppo, saprebbe che non ci spaventiamo per la responsabilità di dire «pagliaccio» a qualcuno.

A proposito di inadeguatezza nel gestire determinati contesti, ministro Di Maio, nel 2019 ho presentato un'interrogazione parlamentare a lei indirizzata, perché ha inserito l'Ucraina tra gli Stati sicuri di provenienza degli immigrati illegali. Questo vuol dire che la persona ucraina trovata senza permesso di soggiorno poteva essere presa e rimandata in patria perché il Paese era sicuro, mentre c'era una guerra. Le ho chiesto come fosse possibile che la badante ucraina senza permesso di soggiorno venisse rispedita in Ucraina, dove c'era la guerra, e lei non avesse inserito tra i Paesi sicuri il Pakistan, l'Egitto, la Nigeria, la Costa d'Avorio, il Bangladesh, dove non ci sono guerre.

Ebbene, cerchiamo di vivere anche con più serietà i nostri confini orientali: se in Ucraina c'è la guerra, l'Ucraina non è un Paese sicuro; oppure in Ucraina non c'è la guerra e allora è un Paese sicuro, ma non può dire contestualmente le due cose. Le chiedo quindi, a margine di questo, di eliminare l'Ucraina dall'elenco dei Paesi sicuri, in modo da evitare di rimpatriare le badanti ucraine e di inserirvi magari il Pakistan, in modo che possiamo rimpatriare chi sbarca illegalmente sulle nostre coste senza averne alcun titolo. (Applausi).

In conclusione, è giusto compiere ogni sforzo per lavorare alla pace. L'Europa ha poche armi a disposizione, tra queste forse le sanzioni, sempre se le sanzioni colpiscono più la Russia di quanto non ci colpiscono loro; altrimenti diventano delle prese in giro per tutti, in primo luogo per gli ucraini e per chi sostiene quella situazione. Inoltre, sostegno ai Paesi dell'Est Europa ancora una volta minacciati dall'imperialismo russo (basta con gli attacchi pretestuosi al blocco di Visegrad); condanna della violazione del diritto internazionale da parte russa per il riconoscimento delle Repubbliche separatiste del Donbass; un piano di autonomia energetica dell'Unione europea, perché possiamo parlare quanto vogliamo della cattiva Russia, ma poi dalla Russia dobbiamo comprare il gas, altrimenti spegniamo la luce nelle nostre case. E, soprattutto, va rispettato l'impegno del parametro del 2 per cento delle spese militari della NATO: si continua a parlare di Alleanza atlantica e di adesione alla NATO, ma Fratelli d'Italia è l'unico partito che ha sempre pagato il costo elettorale e di impopolarità di dire che non si risparmia sulle spese militari, che la libertà ha un costo e quel costo è la capacità di un popolo di difendersi. Esiste il parametro del 2 per cento del PIL per ogni Stato membro della NATO, che l'Italia continua sistematicamente a non rispettare. E, proprio in virtù di una situazione di tensione, chiediamo almeno che, già dalla prossima legge finanziaria, si preveda di rispettare il parametro del 2 per cento del PIL.

Da veri europeisti abbiamo a cuore questa Europa. Abbiamo a cuore la pace e i confini dell'Europa, ancora una volta messi in pericolo dall'inadeguatezza di questa Unione europea. Ancora una volta, il modello confederale sostenuto dai conservatori europei presieduti da Giorgia Meloni, vale a dire un modello con un'Europa che collabora in tema di politica estera, di difesa, di difesa dei confini, e affronta le grandi sfide della nostra epoca, è la strada che dobbiamo perseguire. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanda. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signora Presidente, ringrazio molto il ministro Di Maio per l'accuratezza della sua analisi, che condivido; un'analisi difficile di una questione oggettivamente molto complessa. Ma prima di entrare nel merito delle gravi vicende dell'Ucraina, voglio esporre cinque punti preliminari che mi sembrano necessari: il primo è che le relazioni tra gli Stati non possono che essere regolate dal diritto internazionale e dagli impegni giuridici e politici assunti dalle Nazioni. (Brusio).

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di fare silenzio e osservare una certa reciprocità. Sta intervenendo il senatore Zanda.

ZANDA (PD). Il secondo punto è che l'integrità territoriale degli Stati è sacra. Il terzo punto: prioritariamente, finché c'è il tempo, le controversie internazionali vanno risolte con la diplomazia e con tutti gli strumenti della pace.

Il quarto punto: l'Italia è membro della NATO e fondatore dell'Unione europea e, in una vicenda grave come quella dell'Ucraina, deve concordare con i suoi alleati tutte le iniziative da assumere.

Quinto punto: le sanzioni nei confronti della Russia devono essere proporzionate alla gravità dei suoi comportamenti, ed è così che l'Unione europea e gli Stati Uniti hanno iniziato a fare.

Ma devo dire che ho molta difficoltà a valutare le drammatiche vicende dell'Ucraina e del Donbass fuori dal più ampio contesto della forte instabilità globale del tempo che stiamo vivendo. Posso sbagliare. Anzi, mi auguro fortemente che le cose non stiano come temo. Ma vedo il rischio che un piano inclinato, nel quale sempre più velocemente larga parte del pianeta sta scivolando, ci conduca verso una condizione di guerra il cui esito oggi nessuno, nemmeno l'Europa, è in grado di prevedere. In questo momento, ragionando a posteriori, è molto facile - è stato fatto anche in quest'Aula, oggi, da più senatori intervenuti - denunciare errori commessi da noi e dai nostri alleati sulla vicenda dell'Ucraina. Ma è un calcolo sbagliato, perché sono i semplici fatti a chiarire chi è l'aggredito e chi è l'aggressore (Applausi), chi vuole la pace e chi vuole la guerra.

Chiunque abbia ascoltato le dichiarazioni televisive del presidente Putin, non può non aver capito che la decisione unilaterale assunta contro il diritto internazionale di riconoscere e, di fatto, annettere il Donetsk e il Lugansk era già stata presa da tempo. Chiunque abbia osservato la freddezza del suo sguardo e soppesato con attenzione il senso delle sue parole, non può non aver compreso che quell'armata di 150.000 soldati russi, quegli aerei, i missili ipersonici, le navi e i sottomarini atomici dislocati intorno all'Ucraina sono lì non per fare delle esercitazioni estive di routine, ma per minacciare l'invasione dell'Ucraina e, se servisse, per realizzarla. C'è stata molta doppiezza in questi comportamenti. Mentre accusava la NATO di volersi espandere ad Est, avvicinandosi sempre di più ai suoi confini, in realtà era proprio la Russia di Putin che stava progettando e attuando lo spostamento verso l'occidente dei suoi confini, E ora lo ha fatto.

Raramente abbiamo assistito a operazioni di disinformazione così significativamente raffinate e così ampiamente ramificate. Ma nessuna disinformazione, per quanto abile, può alterare la realtà dei fatti: gli attentati mirati, le incursioni cibernetiche, l'incitazione al separatismo, le manovre dell'intelligence, le truppe mercenarie confermano un metodo che oggi viola il diritto internazionale e i confini dell'Ucraina; ma, più in generale, deve purtroppo interrogarci sulla sicurezza del pianeta.

Questo è il piano inclinato sul quale stiamo scivolando: l'Afghanistan, la Siria, la Libia, le flotte militari russe e turche nel Mediterraneo, la presenza russa e cinese nell'Africa subsahariana, la Corea del nord, Hong Kong e Taiwan, le tensioni nell'Oceano Indo-Pacifico e infine la Crimea, la Georgia, la Transnistria e ora l'Ucraina, nei cui confronti è stato messo in atto, con la forza delle armi, un vero e proprio atto di guerra, come lo ha definito il commissario europeo Reynders. Cosa lega tra loro fatti politicamente tanto diversi e geograficamente così distanti?

Il punto in comune è la rapidità con cui rivendicazioni territoriali, contrasti economici, concorrenze commerciali e aspirazioni geostrategiche si trasformano in confronti militari, fino a diventare vere e proprie guerre. L'Italia e l'Europa vogliono la pace e la coesistenza pacifica, ma sanno che la strada per conservarle è faticosa e piena di insidie. E sanno anche che solo la verità può aiutare la pace, così come sanno che le aggressioni internazionali vanno chiamate con il loro nome.

Nella seconda metà del XX secolo, il confronto tra Oriente e Occidente ha visto come protagonisti due grandi ideologie, che si controllavano a vicenda nel terrore che si rompesse quell'equilibrio nucleare che garantiva la pace. Il XXI secolo mostra una realtà molto diversa: la storia non è finita, ma sono scomparse le ideologie che conoscevamo; il mondo si è frantumato; in varie parti del pianeta sono addirittura nate forme di convivenza tra il socialismo e il capitalismo che, nel secolo scorso, erano i grandi nemici. E adesso Putin sostiene che l'idea liberale è diventata obsoleta e che i regimi autoritari avranno la meglio sulle democrazie.

In fondo, è questo il conflitto che nel nostro tempo ha sostituito la lotta tra le ideologie. Da una parte, ci sono le democrazie liberali, con i loro limiti e la loro forza; dall'altra, i regimi autoritari, con la spregiudicatezza e la rapidità delle loro decisioni. Oggi è vicino a dieci il numero delle nazioni che dispongono della bomba atomica e, mentre noi nel Senato italiano dibattiamo sulla pace e sulla guerra, sono in atto nel mondo alcune decine di guerre vere, piccole e grandi. Se vogliamo una coesistenza pacifica, questo è il piano inclinato che dobbiamo rovesciare e, per farlo oggi, ci è data una sola strada: la strada del rafforzamento dell'Europa e della NATO, la strada dell'unità politica dell'Europa, la strada di una sua vera politica di difesa cui hanno già accennato in quest'Aula i senatori Nencini, Alfieri e anche il senatore La Russa, il cui intervento ho apprezzato e che mi è parso di diversa linea rispetto a quello del senatore Fazzolari, del suo Gruppo, che ha parlato dopo di lui.

Se, di fronte alla necessità di imporre alla Russia sanzioni proporzionate al suo atto di guerra contro l'Ucraina, l'Europa si mostrerà unita non solo formalmente, ma anche sostanzialmente, vorrà dire che siamo sulla buona strada. La decisione di Scholz di sospendere il gasdotto Nord Stream non è solo una sanzione economica, ma ha anche un grande valore politico, perché ci dice che oggi gli interessi nazionali devono passare in secondo piano rispetto all'interesse complessivo dell'Europa e della sua democrazia liberale.

Chiudo, Presidente, ricordando che pochi giorni fa nelle librerie italiane è iniziata la distribuzione di un bel libro dello storico Florian Illies, che racconta, con molta sapienza, la fanciullesca incoscienza e la colpevole distrazione con cui gran parte dei gruppi dirigenti europei visse il decennio del secolo scorso che precedette l'Olocausto e la Seconda guerra mondiale. Nessuno seppe vedere o volle guardare la tragedia verso la quale l'Europa stava precipitando. È un bel libro, di cui credo che oggi sia molto utile consigliare la lettura. (Applausi).

Presidenza del presidente ALBERTI CASELLATI(ore 14,10)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-LeU-Eco). Signor Presidente, noi siamo assolutamente d'accordo con la linea assunta dal nostro Governo, che il ministro Di Maio è venuto ad illustrare - e di questo lo ringrazio - attraverso una compiuta e ampia relazione, così come con le posizioni assunte dal Presidente del Consiglio che io riassumerei - mi scuso per la sintesi - nell'assoluta determinatezza della condanna del gravissimo atto compiuto da Putin, che attenta all'integrità e alla sovranità territoriale di un Paese.

Contemporaneamente a un'assoluta e ferma condanna occorre però tenere aperta la strada del dialogo. Rifacendomi all'interessante intervento del senatore Zanda, per me la grande differenza tra l'essenza di un regime democratico e liberale e le dittature è che nei regimi democratici la strada principale per comporre i conflitti è assolutamente quella del negoziato, del dialogo, dell'apertura, del costruire ponti e non certamente quella di alzare i muri. A mio avviso, in questa vicenda, ancor di più nelle ultime ore drammatiche che il Ministro ci ha ben descritto, dovremmo mettere in campo tutti gli strumenti a disposizione della diplomazia per provare ad aprire quella che può sembrare una strada che si è andata stringendo sempre di più, ma che noi dobbiamo avere la capacità di forzare.

Certo, ogni volta che c'è una crisi - oramai siamo abituati - in quest'Aula, giustamente, invochiamo e ci rammarichiamo del fatto che l'Unione europea non abbia una politica estera e di difesa comune, né una politica energetica comune. Tuttavia, proprio perché ce ne accorgiamo sempre quando ci sono le crisi, non possiamo rinunciare anche a svolgere questo nostro ruolo all'interno dell'Europa. A me sembra che questa sia l'unica strada che al momento possiamo percorrere in risposta ai nazionalismi.

Tutti abbiamo ascoltato il lungo discorso di Putin improntato all'ipernazionalismo: la grande Russia, siamo tornati agli zar Romanov. Si tratta, quindi, di un nazionalismo che sentiamo crescere, ma che è cresciuto anche dentro la nostra Europa. Si tratta di un frutto avvelenato che si mette di traverso sulla strada di una politica europea comune proprio nella difesa, nella politica estera e in altri ambiti. L'abbiamo visto crescere anche all'interno dell'Europa, in particolare nei Paesi nati dal crollo dell'Unione Sovietica, e quel nazionalismo esasperato è cresciuto anche all'interno dell'Ucraina. Ci siamo arrivati in modo esasperato: ci sono motivi storici, a partire dai milioni di morti per fame, al fatto che in Ucraina avevano accolto l'esercito neonazista come un esercito liberatore. I motivi storici sono tanti e la storia non bisogna mai dimenticarla, perché forgia lo spirito dei popoli.

Anche lì c'è quel nazionalismo crescente che ha portato alla riabilitazione di un criminale come Bandera, con monumenti e tutto il resto. Bisogna ricordarsene perché non possiamo approvare il provvedimento sui viaggi della memoria e poi dimenticare quanto accade. Dobbiamo farlo soprattutto noi, che siamo uno dei Paesi fondatori dell'Unione europea e che crediamo nei suoi valori fondanti quali libertà, democrazia e solidarietà.

C'è poi la questione delle risorse. Non dimentichiamo che il piano inclinato verso cui - come ha detto il senatore Zanda con preoccupazione - il mondo rischia di scivolare è legato alla competizione sulle risorse. Noi continuiamo a discutere di politica estera, ma non capiamo che ci avviamo sempre di più verso la competizione e la guerra per il controllo delle risorse. Certo, c'è l'imperialismo russo, ma molto si giocherà sulla questione energetica, che è la nostra preoccupazione.

Quale strada percorrere? Io potrei sottoscrivere l'intervento del collega Ferrara, che ringrazio per la sua esposizione. Penso che il modello che egli ha indicato, ossia la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa di Helsinki del 1975, è quello che dovremmo perseguire. Anche la questione del diritto o meno dell'Ucraina di chiedere di entrare nella NATO, nonché il tema dei confini devono essere affrontati nell'ambito di una conferenza e di un negoziato, dove rimettere al centro la sicurezza nostra e di tutti i popoli (dai Paesi baltici, alla Georgia, alla Crimea, alla Russia). Questo è il punto: occorre avere la forza di rimettere in campo gli strumenti del negoziato, della diplomazia e delle conferenze per una questione di sicurezza e coesistenza pacifica che riguarda tutti noi.

Sono stati fatti degli errori in passato? Probabilmente sì, ma non voglio tornarci sopra. Questo è ciò che ci troviamo davanti oggi.

Io sono una pacifista e lo sarò sempre. Pertanto, dirò fino alla fine - essendo realista e, quindi, pacifista - che mai metteremo da parte la strada della diplomazia e ci arrenderemo ai rumori della guerra. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vescovi. Ne ha facoltà.

VESCOVI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, onorevoli colleghi, permettetemi anzitutto di affrontare una questione importante.

È giusto parlare nei momenti di crisi di politica estera e lo stiamo facendo oggi per un'azione veramente pericolosa. Tuttavia, sarebbe bello se quest'Assemblea fosse coinvolta più spesso nel parlare di politica estera. L'ultima volta ciò è accaduto con riferimento alla situazione afghana e oggi ci troviamo a parlare dell'Ucraina.

Io penso che la grandezza di un Paese si misura dalla politica estera. Magari in quest'Aula potremmo parlare di più per trovare delle soluzioni e delle idee da suggerire al Ministro degli affari esteri e al presidente Draghi, in quanto è attraverso queste scelte che si determina la grandezza o meno del nostro Paese.

Io sono stato assai contento quando il presidente Draghi è stato molto deciso, risoluto e pragmatico nel difendere il presidente Ursula von der Leyen con riguardo alla questione turca, con una prova di diplomazia internazionale e decisione del nostro Paese. In questi momenti ci si sente orgogliosi di appartenere a un Paese che si vuol far rispettare anche all'estero.

Veniamo alla situazione attuale: l'economia si è appena rimessa in moto, ripartendo dopo due anni difficili. Vi è però anche una grande competizione sulle materie prime, una corsa molto importante agli armamenti, la tensione nel Mar Cinese orientale e la crisi in Ucraina. Bisogna avere chiara la situazione di quanto sta succedendo, per poi dare delle risposte. Ho ascoltato oggi molte sentenze da parte dei colleghi. Ritengo però che, a volte, sentenziare ed esprimere giudizi blocchi anche la diplomazia. Lei, Ministro, ha detto che la diplomazia - anche la nostra - sta facendo un ottimo lavoro. Sono molto contento e ringrazio tutti i nostri diplomatici e il personale che si sta prodigando per trovare una soluzione. Come lei ha detto, bisogna usare molto la diplomazia ed essere pragmatici per evitare un conflitto, che - mi auguro di no - potrebbe essere alle porte di casa.

Penso, in sintesi, come primo punto, che nessuno di noi sia favorevole alla guerra. Oggi, all'unanimità, siamo tutti contrari a qualsiasi atto di guerra; tutti in questa Aula, ma anche nel mondo reale del nostro Paese.

Secondo punto: la stragrande maggioranza di quest'Aula, così come la mia visione personale e del mio Gruppo, ritiene che, essendo nel Patto Atlantico, esso vada rispettato.

Terzo punto: bisogna però ascoltare e comprendere la volontà dei popoli che vanno rispettati, come ha sancito l'ONU nel 1966 con il Patto internazionale sui diritti civili e politici, recepito nel nostro Paese nel 1976.

Stavo facendo il conto degli attori dell'attuale situazione e dei loro interessi diversi e contrapposti. Abbiamo gli interessi italiani, quelli dell'America, della Russia, dell'Europa, dei Paesi del Patto Atlantico, dell'Ucraina e poi anche gli interessi del popolo della Crimea e del Donbass. Ci sono vari attori e, quando uno fa diplomazia, esprimere - come ho sentito oggi - certe sentenze non aiuta. È necessario trovare la sintesi dei vari interessi, il punto di incontro. Bisogna mettersi nei panni di quegli attori per trovare la sintesi ed evitare qualcosa di assolutamente disastroso che potrebbe essere la guerra, ma potrebbero anche essere - sono altrettanto disastrose - le sanzioni economiche, sulle quali naturalmente il Paese deciderà. Io non voglio dire che siamo contrari, e sono da considerare i dati di guerra. Bisogna però pensare anche alle ripercussioni di tali sanzioni. È facile, per chi le firma, fissare le sanzioni, ma poi esse hanno ripercussioni nel Paese reale; hanno ripercussioni nel popolo delle imprese, magari dei dipendenti degli imprenditori, delle aziende che chiudono proprio perché subiscono le loro conseguenze. Il Paese deciderà, ma stiamo attenti a stabilire sanzioni, ragionando anche nell'interesse del nostro Paese.

Signor Ministro, in conclusione, da parte nostra grande spazio e grande lavoro alla diplomazia per riuscire ad ascoltare tutti gli attori che ho elencato prima - sicuramente ne ho dimenticato qualcuno, limitandomi a quelli più importanti - per trovare una soluzione che vada bene a tutti i Paesi interessati. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Castellone. Ne ha facoltà.

CASTELLONE (M5S). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, stiamo seguendo con grande apprensione le notizie delle ultime ore, a cominciare ovviamente dall'annuncio del presidente Putin sul riconoscimento dei due territori separatisti di Donetsk e Lugansk.

Ancora più sgomento suscitano le notizie secondo le quali i primi convogli militari russi stanno facendo ingresso in territori che ricadono nella sovranità ucraina. Abbiamo per questo apprezzato la più ferma condanna delle decisioni prese dalla Russia da parte del Governo, a partire dal presidente Draghi, e da parte sua.

In queste ore deve essere chiaro il sostegno dell'Italia alla sovranità democratica e all'integrità territoriale dell'Ucraina. Lei, Ministro, è stato molto netto nel ribadire l'importanza di mantenere la compattezza europea e il costante coordinamento con i nostri alleati, obiettivi cui sta lavorando e contribuendo da settimane.

Abbiamo seguito il susseguirsi di riunioni ad alto livello tra Ministri degli esteri, prime tra tutte quella di ieri del G7, e la riunione straordinaria del Consiglio degli affari esteri di Parigi. La sua informativa oggi ci ha offerto un quadro aggiornato e chiaro della situazione, delle nostre prese di posizione e della prospettiva, quella del dialogo nella fermezza, verso cui cerchiamo di orientare una crisi che può ulteriormente aggravarsi e arrecare danni gravissimi alla stabilità e alla prosperità del nostro continente.

Il Gruppo MoVimento 5 Stelle sostiene in modo convinto la condotta finora tenuta dal Governo e ribadisce con forza l'appello di tutta l'Unione europea, pronunciato ieri dall'alto rappresentante Borrell. Dobbiamo essere pronti ad adottare rapidamente sanzioni politiche ed economiche mirate, ribadendo il nostro pieno sostegno e il nostro impegno per l'indipendenza, la sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti. Nel farlo, invitiamo la Russia a revocare il riconoscimento delle aree non controllate dal Governo ucraino nelle regioni di Donetsk e Lugansk; a mantenere i propri impegni; a rispettare il diritto internazionale e a tornare alle discussioni nell'ambito del formato Normandia e del Gruppo di contatto trilaterale. Sono queste le dichiarazioni dell'Alto rappresentante che noi condividiamo.

L'apprezzamento per l'incessante sforzo diplomatico suo e di tutto il Governo convive con la nostra preoccupazione per gli scenari cupi che sembrano aprirsi proprio ora che l'Europa stava cercando, con grande fatica, di sollevarsi dalla grave crisi economica provocata dalla pandemia.

Gli approvvigionamenti energetici potrebbero subire gravi ripercussioni, a seguito di un ulteriore precipitare della crisi. Penso - ad esempio - al peso che gli approvvigionamenti dalla Russia e transitanti dall'Ucraina hanno in relazione al fabbisogno energetico dell'Italia e di tutti gli altri Paesi europei.

La nostra attenzione, Ministro, va - come lei ha detto - anche agli italiani che si trovano in questo momento in Ucraina. Senza creare allarmismi, abbiamo preso nota dell'impegno della Farnesina e del Governo a loro tutela.

Da settimane la leadership ucraina denuncia il costo anzitutto economico di questa crisi, le cui ripercussioni - come confermato dalla sua informativa di oggi - iniziano a farsi evidenti anche in Russia. Chiediamo, quindi, che l'Italia possa assicurare il mantenimento del suo sostegno all'Ucraina anche con prestiti e aiuti di emergenza.

Quella degli ultimi giorni è anche una guerra di informazione, una guerra di narrative contrapposte. Per questo apprezziamo il ruolo sempre improntato al dialogo e alla trasparenza, impostato dal nostro Paese nei suoi contatti con la Russia, con l'Ucraina e con gli alleati. Il dialogo deve continuare a rivestire un ruolo centrale. È, infatti, l'unico antidoto alla disinformazione che accompagna le cronache di questi giorni. È l'unico metodo per cercare di ricondurre tutte le parti al tavolo del negoziato; tavolo che è stato abbandonato pericolosamente da parte russa.

Il dialogo tra Stati Uniti e NATO - da una parte - e Federazione Russa - dall'altra - sulle proposte russe relative alle garanzie di sicurezza in Europa ha dimostrato che un confronto concreto può ancora essere aperto. Sta alla Russia adesso riprendere la strada del dialogo politico-diplomatico, nonostante gli ultimi sviluppi vadano purtroppo nel senso opposto.

Proprio per questo sosteniamo gli sforzi tesi a sensibilizzare Mosca, affinché risponda in maniera positiva alla disponibilità alleata a un confronto serio e concreto; sforzi che l'Italia, signor Ministro, deve continuare a profondere.

A garanzia della sopravvivenza di un canale di dialogo, riteniamo importante fare affidamento - come lei ha detto - sulla missione OSCE e sul ruolo degli osservatori presenti nell'Ucraina orientale, alcuni dei quali oltre la linea di contatto tra l'area sotto il controllo governativo e quella controllata dalle autorità separatiste.

La presenza italiana lì è un altro simbolo della nostra determinazione a non dividere mai pace e sicurezza; un impegno per il quale l'OSCE offre i migliori strumenti. L'approccio onnicomprensivo alla sicurezza che caratterizza l'OSCE porta il nostro ragionamento anche alla Bielorussia, parte imprescindibile di questa equazione. Chiediamo, per questo, al Governo di continuare a vigilare in merito all'imminente referendum sulla riforma della Costituzione, che potrebbe addirittura favorire il dispiegamento di armi nucleari sul territorio bielorusso.

Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, stiamo affrontando una delle più gravi crisi per la sicurezza dell'Europa dalla fine della Guerra fredda. In questo momento, il Parlamento deve garantire al Governo tutto il sostegno necessario a una difficilissima azione di mediazione. L'Italia gioca un ruolo fondamentale grazie alla sua salda appartenenza all'Alleanza atlantica; grazie all'azione in ambito dell'Unione europea e ai rapporti strutturati con Russia e Ucraina, non solo sul piano economico e commerciale. Al Governo, signor Ministro, va dunque tutto il convinto appoggio da parte del Gruppo MoVimento 5 Stelle. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FIBP-UDC). Signor Presidente, ringrazio prima di tutto lei per la sua disponibilità. La concomitanza di voto in Commissioni dove era necessaria la presenza del numero legale, infatti, ha richiesto un'inversione dell'ordine degli interventi. Ringrazio anche i colleghi che hanno accettato questa modifica, dovuta a lavori parlamentari in contemporanea alla seduta di Assemblea.

Signor Ministro, il Gruppo Forza Italia Berlusconi Presidente-UDC - come tutti i Gruppi parlamentari - ovviamente condivide l'azione del Governo e il fatto che si debbano assumere delle decisioni in sede internazionale; questo perché le violazioni che sono state compiute sono evidenti. Se ne è discusso e non devo sottolinearle una volta di più.

Tuttavia, voglio utilizzare questa occasione, signor Ministro, per fare qualche riflessione aggiuntiva. Questo scenario non è inedito. Abbiamo tutti studiato a scuola la guerra di Crimea. C'era ancora il Regno di Sardegna e Cavour mandò i suoi soldati, per far sì che il Regno di Sardegna potesse poi sedersi ai tavoli internazionali e così trovare appoggio nelle guerre d'indipendenza.

La guerra di Crimea si combatteva tra Paesi occidentali, che combattevano con i russi per il controllo degli sbocchi verso il Mediterraneo e per alcuni luoghi santi che erano stati occupati. La Crimea, comunque, sta lì. Dal 1853 sono passati quasi due secoli, ma evidentemente è una zona complicata, una zona dove i conflitti si sono poi rinnovati nel tempo. Dico ciò perché, altrimenti, sembra che sia uno Stato canaglia, che a un certo punto fa una ritorsione, e perché ce ne sono nel mondo, purtroppo. È una grande, enorme tragedia della storia, invece, che si è proposta anche in forma di conflitti nel corso dei secoli.

Dopodiché, la Russia è la Russia. Ha avuto le sue trasformazioni. Si è liberata, per fortuna, da quella fase, lunga e orrenda per il pianeta, dell'Unione Sovietica. La Merkel, però, disse qualche anno fa che Putin, come molti russi, ragiona nel XXI secolo con una mentalità da XIX, riproponendo alcune questioni storiche, quale l'influenza di geopolitica, che fanno parte - piaccia o meno - della storia dell'umanità.

Il mondo, signor Ministro, non è come noi vorremmo. Il mondo è com'è, con tutte le sue problematiche e con tutte le questioni che penso anche lei, in questa esperienza, avrà potuto imparare a valutare diversamente rispetto, forse, a un tempo quando ci si basava più su impressioni personali.

Gennaro Sangiuliano oggi ha scritto un bell'articolo - glielo segnalo - su «Il Sole 24 Ore» - ha scritto anche una bella biografia di Putin - e il titolo che ha dato il quotidiano è «La sindrome dell'assedio». Bisogna anche calarsi in quel contesto storico.

Quando ci sono delle parate a Mosca, molti sfilano con le foto dei loro genitori, dei loro nonni, che esibiscono alla fine delle parate; prima passano le forze armate, inquadrate in maniera geometrica, e poi passa il popolo. Una volta Putin è sceso dal palco e ha sfilato con la foto del padre: era stato coinvolto, come tante generazioni russe, nelle tragedie del secolo passato. Quindi, l'ossessione c'è sulla storia russa. Adesso non voglio ritornare indietro: ho già citato la guerra di Crimea nel 1853 e potrei parlare di Napoleone o delle vicende della Seconda guerra mondiale, che la Russia ha risolto anche grazie alla sua enorme dimensione e al generale inverno. Quindi, questa è una questione che c'è nella storia, nell'agenda dei popoli, e la si può affrontare in vari modi. Noi non riteniamo si debba affrontare con un conflitto. Ha fatto bene lei a sottolineare l'impegno del Governo. Il dialogo è essenziale e si deve continuare sulla via del dialogo, tenendo conto, tuttavia, delle condizioni storiche esistenti.

Giorni fa il generale Arpino, che è stato un apprezzato capo di stato maggiore delle Forze armate italiane, in un'intervista su un giornale, ha ricordato come dovremmo portare la Russia verso di noi: San Pietroburgo, la città di Putin, è Occidente; Putin è nato a San Pietroburgo e sa benissimo dove comincia e dove finisce l'Occidente; anche gli architetti italiani l'hanno modellata per quella che è. Quindi, bisogna un po' approfondire le ragioni della storia, capire le ossessioni e gli intrecci di storia e di civiltà, nonché gli scontri che ci sono stati, come quello in atto.

Non capisco perché i vari Governi italiani abbiano avuto realpolitik con la Cina - lei è stato un protagonista - la via della seta. Quando si è votato in Cina l'ultima volta, signor Ministro? Qual è il grado di democrazia in Cina? Quali sono i diritti garantiti in Cina ad alcune minoranze e ad alcuni popoli? Zero. Eppure, tutti sono genuflessi davanti alla Cina, Hong Kong, e potrei fare elenchi. Quindi, anche questa realpolitik in alcuni casi si applica, in altri no. Poi, bisogna difendere i popoli, gli ucraini, i loro confini, per carità, ma il mondo è complicato. Chissà gli uiguri o i cittadini di Hong Kong cosa pensano dell'ipocrisia del mondo occidentale che non è di oggi, che c'è sempre stata, anche nel passato. Pensiamo ai trattati di Monaco, e potremmo citare tante cose strane.

C'è poi il problema di indipendenza energetica: facciamo sanzioni differenziate, altrimenti comminiamo la sanzione ai nostri popoli. Piaccia o non piaccia, il 40-50 per cento del nostro gas arriva dalla Russia, e arriva con condutture per cui apri il rubinetto e quel gas arriva diretto. Proviamo a importarlo da altre parti del mondo, con le navi e i rigassificatori che non si fanno.

Riflettiamo - oggi lo fa Galli Della Loggia - sugli errori fatti: l'autonomia energetica dell'Italia e dell'Europa è un obiettivo che molti hanno ostacolato negli anni. (Applausi). Una volta ci sarà lo shock petrolifero con gli sceicchi, una volta il conflitto in Ucraina. Non so che cosa succederà nel 2148, ma forse ci sarà una crisi energetica. Non sono Nostradamus, ma ho studiato la storia.

Ricordo - qualcuno più grande lo ricorderà - le domeniche a piedi degli anni Settanta, e non quelle ecologiche, perché c'era la prima crisi petrolifera; poi ci fu la seconda con la guerra Iran-Iraq. Quindi, quando programmiamo l'indipendenza energetica? No alle trivelle, no a questo, no a quell'altro. È un tema che va affrontato, che non risolve il problema dell'energia domani mattina e delle bollette, per le quali servono i soldi ora e subito del Governo, come Forza Italia ha chiesto. Ma possiamo andare avanti per anni e anni o fino alla prossima tappa della storia con 5 miliardi alla settimana?

Il tema energetico va posto perché emerge. Ci può essere una crisi nel mondo e la si deve poter affrontare senza dipendere da altri. Peraltro, rispetto alle sanzioni, state anche attenti: abbiamo perso 10 miliardi di export con le altre sanzioni alla Russia per la Crimea e non li abbiamo mai recuperati.

Esportiamo mobili - perfino il tavolone con cui Putin tiene a distanza gli altri statisti è stato realizzato in Lombardia - prodotti agroalimentari e le calzature di Fermo. Quindi, subiamo dei danni.

I turisti russi che vengono da noi spenderanno anche in contanti. Diciamolo anche al Governo: i contanti non sono poi così maledetti quando vengono a pagare i nostri camerieri, i nostri albergatori, i nostri marinai. (Applausi).

Non facciamoci, quindi, le autosanzioni.

Quanto agli americani, sapete cos'è la dottrina Monroe? Un Presidente americano dell'Ottocento, già Segretario di Stato - credo che gliene abbiano parlato alla Farnesina - stabilì che quello che accadeva nell'emisfero americano era competenza loro. Quando nel 1962 i russi portarono i missili a Cuba, John Fitzgerald Kennedy - osannato quasi come un santo, un uomo della pace - minacciò la Terza guerra mondiale, fino a quando i russi non si portarono via i missili. È proprio indispensabile ipotizzare che l'Ucraina debba entrare nella NATO? Anche questo è un fatto che va considerato. È bello l'allargamento dell'Europa ad Est, frutto della fine del comunismo in cui molti credevano ancora in Italia, ma l'ingresso nella NATO è una minaccia inutile, perché bisogna anche tenere conto delle ossessioni altrui.

Dobbiamo ricordare che si può fare un'altra politica. Mi richiamo allo spirito di Pratica di Mare: vent'anni anni fa, un Presidente del Consiglio come Silvio Berlusconi, con la realpolitik, dialogava con l'Oriente e con l'Occidente. Il più grande Presidente filoamericano, che al Congresso americano ringraziò gli americani per aver liberato il nostro Paese più volte dal rischio di dittature e di aggressioni o di dittature interne, Berlusconi ebbe una standing ovation ripetuta in quel consesso. Non prendiamo, quindi, lezioni di atlantismo e di lealtà da nessuno. (Applausi). Ma c'è anche la realpolitik, perché Berlusconi portò Putin - non Attila - al tavolo di Pratica di Mare, agli accordi NATO-Federazione russa. Quella è la strada che va presa.

Lei ha citato nel suo intervento i tavoli e i negoziati, ma ci vuole la capacità politica che forse oggi manca per gestire questi processi e Silvio Berlusconi l'ha avuta questa capacità ed è un riconoscimento che il Paese e la comunità internazionale gli devono. (Applausi). Lo stesso fece con Gheddafi e - guarda caso - dalla Russia e dalla Libia arriva l'energia italiana. Anche Gheddafi era antipaticissimo e adesso lei quante telefonate deve fare per parlare con la Libia? Era meglio Westminster in Libia al posto di Gheddafi, ma il mondo non è come noi vogliamo, è come è e quindi Berlusconi parlava con Putin, con Bush e con Gheddafi.

Ci vuole la capacità per gestire le crisi internazionali. Oggi non ci manca, signor Ministro, solo il gas: ci manca anche la leadership nell'Occidente, e non voglio dire solo in Italia.

Auguriamo quindi al Governo di riuscire ad affrontare queste vicende; di guardare ai precedenti della storia e di essere ancorati nell'Occidente, nella NATO, in questa realtà. Gli auguro anche di dialogare con il mondo com'è e di farsi carico delle ossessioni altrui. La NATO è talmente forte che non ha bisogno di spingersi oltre confine. Anzi, noi siamo contenti che molti stiano invece nell'Unione europea, anche se poi, invece di festeggiare che l'Ungheria e la Polonia non stiano sotto l'Unione sovietica che non c'è più, qualcuno le vorrebbe cacciare dall'Europa. Non facciamo le espulsioni sbagliate e le acquisizioni inopportune. Equilibrio, serietà: lo spirito di Pratica di Mare è la via del futuro della comunità internazionale. (Applausi).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Al fine di procedere alla sanificazione dell'Aula, sospendo la seduta che riprenderà alle ore 15,45.

La seduta è sospesa.

(La seduta, sospesa alle ore 14,44, è ripresa alle ore 15,47).

Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO