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Legislatura 19ยช - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 463 del 07/10/2026 (Bozze non corrette redatte in corso di seduta)

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente RONZULLI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 10,06).

Si dia lettura del processo verbale.

STEFANI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Seguito della discussione del disegno di legge:

(2023) Conversione in legge del decreto-legge 28 agosto 2026, n. 154, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa di impianti di interesse strategico nazionale (Relazione orale) (ore 10,09)

Approvazione, con modificazioni, con il seguente titolo: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 agosto 2026, n. 154, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa di impianti di interesse strategico nazionale

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 2023.

Ricordo che nella seduta di ieri si è conclusa la discussione generale.

Poiché il relatore non intende intervenire in sede di replica, ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

BERGAMOTTO, sottosegretario di Stato per le imprese e il made in Italy. Signor Presidente, il decreto-legge in oggetto si è reso necessario, come ieri è stato detto più volte, per preservare la funzionalità degli impianti siderurgici nelle more della procedura di vendita in corso. Non viene eliminato nessun presidio ambientale, lo vogliamo ribadire. In sostanza, c'è stata una rimodulazione temporale della copertura finanziaria, pensata per consentire alle imprese in amministrazione straordinaria di reperire più agevolmente le garanzie necessarie per il tempo occorrente all'ingresso di un nuovo acquirente.

Sappiamo che la corte d'appello di Milano, nella giornata dell'altro ieri, ha respinto la richiesta di sospendere il proprio decreto con il quale ordinava la sospensione dell'attività caldo-produttiva dell'Ilva di Taranto, dando come termine per lo spegnimento il 25 ottobre. La Corte di cassazione il 20 ottobre discuterà ancora il ricorso dei commissari di ADI (Acciaierie d'Italia).

È chiaro che entrambe le vicende, come risulta palese, influenzano l'attività degli organi commissariali, anche nelle scelte di pianificazione a breve termine relative agli impianti di Taranto. Quello che mi preme dire, però, dopo la discussione di ieri, è che non credo che si possa accusare il Governo di immobilità, perché il Governo, nella complessità dello scenario, continua e prosegue le trattative per la cessione degli impianti che Ilva possiede sull'intero territorio nazionale.

Sono ancora prospettabili due scenari: la cessione dei soli stabilimenti che effettuano le lavorazioni dei laminati d'acciaio oppure la cessione di questi assieme all'area a caldo tarantina. L'esito della trattativa è influenzato non solo dalle prospettive imprenditoriali dei possibili acquirenti, ma anche dalle vicende giudiziarie che riguardano l'area a caldo di Taranto.

Inoltre, il Governo sta lavorando a importanti misure di sostegno all'occupazione, anche in termini di incentivi al prepensionamento e alla mobilità e di riqualificazione della forza lavoro, e sta anche lavorando su importanti progetti di reindustrializzazione. È qui che si inserisce il cosiddetto tavolo Taranto incardinato presso il Ministero delle imprese e del made in Italy. Già nella riunione del 5 agosto con i rappresentanti sindacali sono stati presentati i 17 progetti d'investimento complessivi superiori a 2 miliardi di euro, con una diversificazione che interessa almeno 8 settori e prospettive occupazionali importanti.

Inoltre, negli ultimi 4 anni sono stati approvati 6 contratti di sviluppo, attualmente in fase d'attuazione, per un totale di 509 milioni di euro di investimenti e una previsione di circa 2.600 occupati. Anche sul fronte della ZES (zona economica speciale) unica, nella provincia di Taranto sono state rilasciate 46 autorizzazioni uniche per circa 433 milioni di euro di investimenti e circa 1.700 occupati previsti. Nel solo comune di Taranto risultano 20 autorizzazioni, corrispondenti a circa 157 milioni di euro di investimenti, con un potenziale di 1.068 occupati previsti.

Quindi, intorno all'annosa vicenda dell'Ilva, ampiamente dibattuta, sicuramente difficile, dove un po' tutti i Governi sono passati con scelte diverse, condivisibili o meno, ma che comunque sono state effettuate, riteniamo che, nonostante tutte le difficoltà che stiamo attraversando, il processo per salvare questo impianto sia ancora in essere. (Applausi).

PRESIDENTE. Comunico che è pervenuto alla Presidenza - ed è in distribuzione - il parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame e sugli emendamenti, che verrà pubblicato in allegato al Resoconto della seduta odierna.

La Presidenza dichiara improponibile, ai sensi dell'articolo 97, comma 1, del Regolamento, per estraneità di materia rispetto ai contenuti del decreto-legge, l'emendamento 1.0.100.

Passiamo all'esame dell'articolo 1 del disegno di legge, nel testo proposto dalla Commissione.

Procediamo all'esame degli emendamenti e degli ordini del giorno riferiti all'articolo 1 del decreto-legge, che invito i presentatori ad illustrare.

CAMUSSO (PD-IDP). Signor Presidente, vorrei illustrare nel complesso gli emendamenti presentati dal mio Gruppo all'articolo 1, di cui sono anche firmataria. Di fronte a un decreto-legge che continuate a presentare come se fosse la risoluzione di problemi molto tecnici dentro un quadro senza problematiche, credo sia giusto dire invece che, se si continua a ragionare così, in realtà si perde un'occasione. Ritengo altresì giusto sapere che a furia di perdere occasioni, non è detto che ci sia poi una prospettiva.

Quello al nostro esame non è il primo decreto Ilva, credo sia il settimo o l'ottavo in questa legislatura. Sarei anche disposta a scommettere sul fatto che quelli che si fanno in questa legislatura siano più di quelli che si sono fatti in tutte le legislature precedenti, sin dal 2012, anno nel quale si è aperta la crisi dell'Ilva.

Il problema non è tanto aver continuato a fare decreti d'urgenza quanto aver continuato a fare decreti che non affrontano e non rendono visibile e leggibile il fatto che siamo preparati come Paese a non perdere la produzione dell'acciaio. Questo è il nodo intorno al quale noi abbiamo presentato una serie di emendamenti all'articolo 1 per costruire le condizioni che finora non sono state create ed essere in grado di affrontare la sfida che ci troviamo davanti.

Ringrazio la sottosegretaria Bergamotto perché è sempre presente quando si affrontano i temi delle crisi, anche se è un po' più difficile vedere invece delle risoluzioni. La Sottosegretaria ha fatto un quadro assolutamente e straordinariamente interessante, al cui interno manca però la premessa. Il nostro Paese può permettersi di non avere l'area a caldo e non avere la produzione? Si stanno immaginando l'una o l'altra soluzione e si dice che comunque va bene, ma non è vero. Dal punto di vista della produzione industriale, infatti, averla o non averla influisce non solo sulla condizione di Taranto, ma su molte delle questioni aperte che abbiamo in tanti settori - basta citarne due: auto ed elettrodomestico - che oggi sono all'attenzione delle possibili crisi.

Non si può avere un'idea del rapporto con le migliaia di lavoratori di questo gruppo dicendo che si sta pensando ai prepensionamenti, alla mobilità e alla riqualificazione; per carità, tutte cose necessarie ad affrontare un punto conclusivo, ma se si mettono in premessa al processo si traducono di nuovo in un elemento di disinteresse. Immagino una risposta della maggioranza del tipo che non si poteva fare di più e che si doveva continuare a tenere aperte le porte. Tenere aperte le porte a che cosa? L'impegno assunto - ormai da qualche anno - era quello che il futuro e la prospettiva del gruppo passassero attraverso la decarbonizzazione. Tale impegno doveva essere costruito e preparato. Fin dal primo decreto di questa maggioranza, abbiamo detto che continuare a immettere risorse senza governarne il fine dell'utilizzo avrebbe portato a una cosa di cui non si parla mai, ma che esiste. Avete chiesto i soldi indietro ad ArcelorMittal, cioè i passi e i processi che ci permettevano di essere pronti all'attuazione del processo di decarbonizzazione non sono stati fatti. Avremmo avuto forse anche una reazione della città e dei ricorsi di cui oggi si discute diversa da quella che c'è.

I nostri emendamenti pongono questa domanda: continuiamo a rinviare in attesa di decreti-legge che vengono annunciati e che dovranno affrontare i problemi o cominciamo a metterci nelle condizioni di affrontare il futuro e investiamo quelle risorse non solo per mantenere la spesa corrente, ma per prepararci ai processi di decarbonizzazione? Io capisco che per voi sia una difficoltà, avendo sostenuto in tutti questi anni che parlare di decarbonizzazione era parlare di ideologia, ma se parliamo invece della siderurgia, parliamo concretamente della possibilità di avere processi produttivi e futuro industriale per la nostra comunità. (Applausi).

TURCO (M5S). Signora Presidente, intervengo sull'articolo 1 in merito alla revisione delle garanzie finanziarie e anche sulle considerazioni della sottosegretaria Bergamotto. Si interviene per rimediare all'ennesimo guaio giudiziario derivante dall'approvazione dell'autorizzazione integrata ambientale (AIA), che noi riteniamo illegittima. Su quest'autorizzazione integrata ambientale abbiamo raccolto oltre 13.000 firme e abbiamo fatto un accesso agli atti, grazie al quale abbiamo accertato che le garanzie finanziarie non erano sufficienti a garantire i rischi legati alla gestione dei rifiuti e anche delle discariche Ilva. Il Governo, invece di rafforzare queste garanzie finanziarie e di colmare questa grave lacuna all'interno dell'autorizzazione integrata ambientale, cosa fa? Invece di rimuovere il problema, va a ridurre le garanzie finanziarie al solo anno e lo estende un po' a tutte le amministrazioni straordinarie in essere. Quindi, invece di rafforzare la tutela dell'ambiente e della salute, in questo caso dei cittadini e dei lavoratori di Taranto, il Governo riduce nel tempo le garanzie finanziarie, come se gli effetti e i rischi della gestione dei rifiuti e delle discariche possano essere limitati a un solo anno. Quegli effetti sappiamo che si producono per tanti anni, per decenni, quindi innanzitutto contestiamo questo al Governo, oltre a contestare il contenuto del decreto-legge in esame.

Siamo all'ottavo decreto salva Ilva, si seguono ancora alcune emergenze e si cerca di rimediarvi, ma nessuna soluzione al problema viene fornita dal Governo. Adesso la Sottosegretaria ci dice che c'è un tavolo Taranto, ma quanti tavoli, quanti tavolinetti, quante sedie dobbiamo ancora riscaldare per il nulla? (Applausi). Sono oltre quattro anni che avete aperto tavoli ovunque.

Il tema sapete qual è? Innanzitutto il ministro Urso ormai è scomparso dalla circolazione. Abbiamo presentato una mozione per cercare di discutere in Parlamento della vertenza Taranto, della vertenza Ilva, dei lavoratori, del problema dell'amianto e dei problemi dell'indotto, ma la presidente Meloni non si è degnata di rispondere alla nostra richiesta di venire qui in Aula. La Presidente del Consiglio non ha detto una parola su questa vertenza, non si è mai presentata a nessun tavolo, e oggi ci volete far credere, dopo quattro anni e dopo una serie di definanziamenti di progetti e di investimenti che il Governo Conte-II aveva indirizzato verso Taranto, che adesso ci sono 17 progetti?

Il tempo ormai è scaduto. State semplicemente comprando altro tempo per tirare la carretta, ma chi la compra un'azienda che è ancora sotto sequestro? Al di là di quello che accadrà nelle aule giudiziarie, al di là dei cavilli giudiziari, c'è un tema: quell'azienda non sta in piedi, né economicamente, né sul piano ambientale e sanitario. Sono tre anni che quell'azienda è nazionalizzata, perché la state gestendo direttamente voi del Governo, per il tramite di commissari, e non avete risolto nessun problema: non avete trovato nessun soggetto interessato ad acquistare quella fabbrica, anche perché come farete a venderla se ancora è sotto sequestro, peraltro senza la facoltà d'uso della maggior parte degli impianti? C'è un disastro ambientale, ci sono state delle morti, anche recenti, su cui dovreste rispondere alla cittadinanza e al Paese. Avete sprecato oltre 3,5 miliardi nel nulla e ancora non ci date nessuna soluzione. (Applausi).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, è stato presentato un nuovo ordine del giorno, il G1.1000, che invito i presentatori ad illustrare.

LOTITO (FI-BP-PPE). Signor Presidente, si tratta di un ordine del giorno che riguarda una società, la GAM srl (Gestione agroalimentare molisana srl), d'interesse nazionale, chiaramente con riverberi sulla Regione Molise, per la salvaguardia del numero dei dipendenti che verrebbero licenziati, nonostante sia stata trovata la soluzione dell'avvicendamento attraverso una società che subentra per assumerli.

È necessario quindi che quest'ordine del giorno venga approvato, perché consentirà di mantenere l'occupazione di dipendenti che sono strategici per la rilevanza dell'attività che viene svolta all'interno del territorio della Regione Molise. (Applausi).

PRESIDENTE. I restanti emendamenti e ordini del giorno si intendono illustrati.

Invito il relatore e il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti e sugli ordini del giorno in esame.

POGLIESE, relatore. Signor Presidente, esprimo parere contrario su tutti gli emendamenti e gli ordini del giorno presentati, ad eccezione degli ordini del giorno G1.100 e G1.1000, su cui il parere è favorevole.

BERGAMOTTO, sottosegretario di Stato per le imprese e il made in Italy. Signor Presidente, esprimo parere conforme a quello formulato dal relatore.

PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 01.1, presentato dal senatore Martella e da altri senatori.

Non è approvato.

Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, gli emendamenti da 01.2 a 01.6 sono improcedibili.

Passiamo alla votazione dell'emendamento 1.1, identico all'emendamento 1.2.

Verifica del numero legale

PIRONDINI (M5S). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato non è in numero legale.

Sospendo pertanto la seduta per venti minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 10,28, è ripresa alle ore 10,55).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2023 (ore 10,55)

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 1.1, identico all'emendamento 1.2.

GAUDIANO (M5S). Signor Presidente, a nome del Gruppo, chiedo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 113, comma 2, del Regolamento, dispongo la votazione, come richiesto.

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 1.1, presentato dal senatore Magni e da altri senatori, identico all'emendamento 1.2, presentato dal senatore Turco e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Metto ai voti l'emendamento 1.3, presentato dal senatore Magni e da altri senatori.

Non è approvato.

Metto ai voti l'emendamento 1.4, presentato dal senatore Magni e da altri senatori.

Non è approvato.

Metto ai voti l'emendamento 1.5, presentato dal senatore Magni e da altri senatori.

Non è approvato.

Metto ai voti l'emendamento 1.8, presentato dal senatore Martella e da altri senatori.

Non è approvato.

Metto ai voti l'emendamento 1.9, presentato dal senatore Magni e da altri senatori.

Non è approvato.

Metto ai voti l'emendamento 1.10, presentato dal senatore Turco e da altri senatori.

Non è approvato. (Commenti della senatrice Gaudiano).

Ormai eravamo in votazione, senatrice Gaudiano: ho anche dei collaboratori qui e nessuno l'ha vista, andiamo avanti.

Passiamo alla votazione dell'emendamento 1.11. (Commenti della senatrice Gaudiano). Ho capito, senatrice Gaudiano. Io non l'ho vista e neanche i collaboratori l'hanno vista; prego.

GAUDIANO (M5S). Signor Presidente, a nome del Gruppo, volevo chiedere che la votazione fosse effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Ma sull'emendamento precedente ormai non è più possibile; possiamo farlo sull'emendamento 1.11.

GAUDIANO (M5S). Perché non mi ha vista; va bene, non c'è problema.

PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 113, comma 2, del Regolamento, dispongo la votazione, come richiesto.

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 1.11, presentato dal senatore Martella e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Passiamo all'emendamento 1.13, su cui la 5a Commissione ha espresso parere contrario ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione.

TURCO (M5S). Ne chiediamo la votazione.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

TURCO (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TURCO (M5S). Signor Presidente, con questo nostro emendamento noi chiediamo innanzitutto un accordo di programma per definire la chiusura dell'area a caldo e la salvaguardia dei livelli occupazionali dei lavoratori, con tutte le tutele. Andiamo a chiedere anche una proroga sulle indennità reddituali legate alla cassa integrazione, l'incentivo all'esodo, che avete poi definanziato in questi anni, il riconoscimento del lavoro usurante, quindi il riconoscimento anche dell'amianto, e la riqualificazione per il reinserimento di tutti i lavoratori Ilva.

Chiediamo anche delle agevolazioni fiscali per le imprese dell'indotto e, a questo punto, chiediamo anche 8 miliardi, rinunciando alla spesa in armi e rinunciando, in alternativa, alle risorse del Ponte sullo Stretto.

Signor Presidente,il Governo ride ma servono 8 miliardi se vogliamo fare le cose perbene. Se invece vogliamo fare le cose per inseguire le emergenze, ci ritroveremo forse fra dieci anni con questi stessi problemi, però con altri decessi, con altre malattie professionali e con altre emergenze.

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 1.13, presentato dal senatore Turco e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, l'emendamento 1.14 è improcedibile.

Metto ai voti l'emendamento 1.15, presentato dal senatore Martella e da altri senatori.

Non è approvato.

Chiedo al primo firmatario dell'ordine del giorno G1.1, senatore Turco, se insiste per la votazione.

TURCO (M5S). Sì, signor Presidente.

PRESIDENTE. Metto ai voti l'ordine del giorno G1.1, presentato dal senatore Turco e da altri senatori.

Non è approvato.

La senatrice Aurora Floridia insiste per la votazione dell'ordine del giorno G1.2.

Metto pertanto ai voti l'ordine del giorno G1.2, presentato dalla senatrice Aurora Floridia.

Non è approvato.

Essendo stati accolti dal Governo, gli ordini del giorno G1.100 e G1.1000 non verranno posti ai voti.

Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, gli emendamenti 1.0.1 e 1.0.3 sono improcedibili.

Passiamo alla votazione dell'emendamento 1.0.6.

GAUDIANO (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GAUDIANO (M5S). Signor Presidente, a nome del Gruppo, chiedo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 113, comma 2, del Regolamento, dispongo la votazione, come richiesto.

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 1.0.6, presentato dal senatore Turco e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, gli emendamenti 1.0.7 e 1.0.8 sono improcedibili.

Metto ai voti l'emendamento 1.0.9, presentato dal senatore Magni e da altri senatori.

Non è approvato.

Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, gli emendamenti da 1.0.10 a 1.0.40 sono improcedibili.

Metto ai voti l'emendamento 1.0.41, presentato dal senatore Magni e da altri senatori.

Non è approvato.

Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, l'emendamento 1.0.42 è improcedibile.

Metto ai voti l'emendamento 1.0.43, presentato dal senatore Magni e da altri senatori.

Non è approvato.

Ricordo che l'emendamento 1.0.100 è improponibile.

Passiamo alla votazione finale.

FURLAN (IV-CR). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FURLAN (IV-CR). Signor Presidente, il nostro giudizio sul provvedimento è del tutto negativo. Lo dico in modo chiaro all'inizio, così non si hanno dubbi. Vorrei partire da una considerazione: siamo ancora una volta chiamati a discutere un provvedimento tampone. Ancora una volta, una situazione di emergenza. Ancora una volta per evitare che da subito gli impianti si fermino. Siamo però a un passo da quell'evento; questo decreto-legge interviene su una questione specifica, solo su quella: consente cioè alla società in amministrazione straordinaria - l'azienda di cui stiamo parlando è una società d'interesse strategico - di avere ancora su base annuale garanzie finanziarie relative alla gestione dei rifiuti e delle discariche. Per carità, è una misura necessaria, ma noi non siamo davanti a un momento qualunque. Siamo nell'attesa che la Cassazione si esprima, come se il ruolo del Governo, del Paese e della politica fosse quello di attendere le sentenze. Null'altro. Sono anni che aspettiamo. Oltre quattro anni che il Governo, in modo particolare il ministro Urso ­- ancora oggi assente in Aula, mentre si parla di Ilva (Applausi) - ci dica che cosa intende fare. In questi anni abbiamo assistito alle esternazioni di Urso su vari progetti; ha fatto turismo politico per raccontare cosa immaginava di fare il Governo sull'Ilva nei territori interessati: forni elettrici, impianti per il preridotto, lavoro per tutti. Ecco, cosa è rimasto di questi piani? (Applausi). È rimasto quello che è rimasto delle gare annunciate e, cioè, nulla. Non sono drammaticamente stupita di tutto questo. Questo Paese, dall'avvento di questo Governo, non ha alcuna politica industriale. Parliamo dell'Ilva come se tutto questo riguardasse un territorio in modo particolare, Taranto, e 22.000 lavoratori e lavoratrici con le loro famiglie.

Certo, già questo basta e avanza per immaginare un'attenzione diversa. Non è però solo questo: noi siamo un Paese che nella storia, europea e non solo, è stato grande produttore di acciaio di grande qualità. Non ne abbiamo solo prodotto tanto; ne abbiamo prodotto tanto e bene. Cosa ne sarà delle nostre imprese? Dell'automotive, degli elettrodomestici, del bianco, della meccanica?

Cosa ne sarà delle nostre imprese delle costruzioni, delle infrastrutture grandi e minori quando dovranno comprare dall'estero l'acciaio? Ci siamo fatti la domanda di quanto questo inciderà in modo negativo rispetto all'economia del nostro Paese (Applausi) e alle prospettive di competitività delle nostre imprese? Non avete fatto nulla per quattro anni e ora siamo tutti in attesa di capire se gli impianti a caldo vanno spenti oppure no, ed è questione di giorni, di pochissimo tempo.

Allora mi chiedo: questo Governo che piano ha rispetto a questo evento? Manca il piano A e cioè, se la Cassazione dice che l'impianto non va chiuso, non avete idea di che cosa fare, non avete stabilito dove fare gli impianti per il preridotto. Come pensate di far andare avanti i forni elettrici? Con il vostro alito e il nostro fiato? (Applausi). Immaginate che da qualche parte gli impianti del preridotto vanno definiti: prima avete detto Taranto, ma vi siete immediatamente arresi dicendo che Taranto non va bene; poi avete immaginato Gioia Tauro, con dei costi di trasporto davvero notevoli. Bisogna non conoscere gli impianti e il loro funzionamento per buttare proposte a caso. Cosa ancora più drammatica: se la Cassazione dovesse invece dare ragione alla prima sentenza, cosa avete in mente di fare? Quali sono le risorse da stanziare affinché, anche attraverso i forni elettrici, possiamo continuare a produrre acciaio? Dove immaginate di poterlo fare? State azzerando una storia economica e produttiva in modo davvero scellerato. Mi chiedo quale sia il tema che avete affrontato rispetto a cosa avverrà non solo a Taranto, ma anche a Novi Ligure, a Cornegliano. Dove andate a prendere le bramme per poter lavorare l'acciaio? I laminatoi cosa dovranno lavorare? Avete qualche intesa? Avete guardato sul mercato? Non avete fatto nulla di tutto questo. Drammaticamente non esiste né il piano A né il piano B. Esiste soltanto un Governo che ha preso tempo, passando da decreto a decreto, senza avere alcun rapporto serio con le imprese e con le organizzazioni sindacali. Come pensate di concludere la stagione dell'ex Ilva nel nostro Paese? Con un po' di cassa in deroga e basta? Con qualche prepensionamento? Vi siete posti il tema della produzione industriale d'acciaio nel nostro Paese? Non avete fatto nulla di tutto questo.

Ho visto che il ministro Urso è andato a visitare gli impianti. Bene, è un atto dovuto andare a visitare gli impianti, perché quando si tratta un tema come questo, bisogna essere competenti, bisogna andare sul luogo, bisogna parlare con le maestranze, bisogna parlare con tutti i soggetti sociali e industriali di quei territori. (Applausi). Il ruolo del Governo non è però un ruolo notarile. Siete i notai delle sentenze (Applausi); non servite ad altro che a fare i notai delle sentenze. Quale Governo? Quale politica industriale?

Ci aspettavamo che il ministro Urso non facesse solo le visite: le visite servono per creare un piano industriale, per dotarsi di quegli strumenti per cui l'Ilva continua a produrre nel nostro Paese, dando risposta, non solo a 22.000 famiglie, che per noi sono sacrosante (Applausi), ma anche a un bisogno di acciaio del nostro Paese veramente dirompente per la nostra economia.

Per questo, signora Presidente, per l'ignavia che ancora una volta avete drammaticamente dimostrato - se c'è un girone infernale per voi è quello degli ignavi (Applausi) - annuncio dunque il voto convintamente contrario di Italia Viva-Casa Riformista. (Applausi).

BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Signora Presidente, non è una novità che per le opposizioni tutto quello che fa il Governo sia sbagliato o non funzioni. Magari noi sbagliamo pure, ma intanto noi facciamo, mentre voi non avete mai fatto nulla in realtà.

Voglio poi dare una notizia alla senatrice Furlan, che evidentemente dimentica: il problema dell'Ilva nasce proprio nel 2015, quando ci fu il primo commissariamento, fatto dal Governo guidato dal suo leader tanto perché, se vogliamo alzare i toni, siamo bravissimi a farlo anche noi; qui però siamo seri. Voglio dare poi alla collega un'altra notizia, ovvero che il ministro Urso in questo momento si trova ad Abu Dhabi e sta firmando un memorandum d'intesa proprio per portare investimenti stranieri nel nostro Paese: credo che sia altrettanto importante, piuttosto che affrontare l'ennesimo importantissimo intervento sull'Ilva, del quale siamo perfettamente in grado di occuparci noi, che esercitiamo appunto la funzione legislativa.

Detto questo, visto che si tratta meramente di questioni tecniche, siamo chiamati a scegliere ancora una volta se stare dalla parte di chi, davanti a una crisi reale, si assume la responsabilità di intervenire oppure dalla parte di chi preferisce trasformare, come abbiamo appena ascoltato, ogni emergenza in un pretesto per una polemica politica, senza poi occuparsi veramente del benessere di quelle 22.000 famiglie e soprattutto del benessere e del futuro delle nostre imprese.

È inutile che io dica da che parte abbiamo scelto di stare noi; lo sanno tutti e lo sappiamo da sempre. Il centrodestra sta dalla parte dell'impresa, sta dalla parte del sì e non del no. Sull'Ilva ci sono fatti e atti parlamentari concreti che lo dimostrano quotidianamente, con vari provvedimenti, perché ovviamente la questione non è di facile soluzione.

L'attenzione del Governo Meloni è sempre stata massima sulla questione e questo ennesimo provvedimento lo dimostra a onor del vero; è ictu oculi davanti a tutti i cittadini. È proprio per questo che non è possibile per noi accettare lezioni da chi oggi viene qui a ripresentarsi per l'ennesima volta come se fosse arrivato ieri sulla scena politica. Ho appena ricordato da dove parte il primo commissariamento, ovvero dal Governo Renzi, che poi se ne è ovviamente dimenticato.

Negli anni successivi, lo ricordiamo, il MoVimento 5 Stelle costruì proprio a Taranto la sua grancassa mediatica, quel caravanserraglio urlato sulla promessa mai mantenuta della chiusura tout court, sulla cultura del no, sulla riconversione degli impianti, raccontata troppo spesso come una favoletta, come se bastasse spingere un interruttore per congelare gli impianti e risolvere tutti i problemi. Abbiamo ascoltato come abbiamo risolto la povertà in Italia, com'è noto, grazie al MoVimento 5 Stelle.

Abbiamo ascoltato in questi anni le più assurde proposte: dagli impianti trasformati in archeologia industriale a grandi parchi acquatici, fino agli allevamenti di cozze al posto della fabbrica. Fa ridere, ma purtroppo non c'è molto da ridere. Poi, una volta al Governo, quelle parole si sono scontrate con la dura e sacrosanta realtà, quella di migliaia di lavoratori, di migliaia di famiglie, di migliaia di imprese dell'indotto, della vera realtà della produzione della siderurgia nazionale. Si scopre allora che un acquario non sostituisce una fabbrica, un parco non sostituisce migliaia di posti di lavoro; uno slogan ambientalista non può dirsi un vero piano industriale.

Questa è stata, purtroppo e troppo spesso, la cifra di una certa sinistra - l'abbiamo appena ascoltato - quel no che diventa con troppa facilità programma, non si sa di cosa e non si sa come: il no agli impianti, alle infrastrutture, alle grandi opere. No, no, no e ancora no ogni volta che una scelta industriale proponeva un problema complesso. È storia, purtroppo, e non lo dico io: è storia politica di questo Paese, senza mai contribuire a risolvere realmente la questione che, appunto, ci portiamo avanti da diversi Governi.

Noi, purtroppo o per fortuna, abbiamo un'idea molto diversa, completamente diversa, come pure una visione differente di come si guida una Nazione. C'è chi continua a ostinarsi a criticare ogni cosa in maniera sterile, senza proporre soluzioni concrete, e chi invece ci mette la faccia ogni giorno e crede nel valore della nostra industria, quell'industria che ha reso così grande il nostro Paese e che noi intendiamo preservare nonostante voi. C'è chi sta lavorando per la sostenibilità ambientale per garantire la salute senza distruggere l'industria italiana e chi invece pare continuare a remare proprio in quel senso.

Noi, cari colleghi, non diciamo sì a tutto, ma nemmeno no a tutto. Diciamo sì a ciò che crea sviluppo quando è compatibile con la salute, con l'ambiente e con le migliori tecnologie disponibili, e diciamo pure che la miglior risposta per un impianto che deve, perché deve, cambiare non sta semplicemente nel chiuderlo a doppia mandata, ma sta nel trasformarlo secondo le esigenze, ovviamente, del territorio e secondo le prassi più importanti.

Tra il camino fumante di ieri e il deserto industriale di domani, noi crediamo esista una terza via: la nuova industria. Taranto oggi può competere per diventare una delle più grandi aree europee della nuova produzione industriale, un vero e proprio ponte sul Mediterraneo, una città bellissima che può dare tantissimo al nostro Paese. Perché Taranto, poi, comunque non chiede, come voi vorreste, com'è nella vostra natura, di essere assistita. Taranto chiede di lavorare e di produrre, di innovare, ma solo di poterlo fare senza sacrificare la salute dei suoi cittadini. Non possiamo chiedere a un operaio di scegliere tra lo stipendio e la salute dei propri figli, ma non possiamo nemmeno chiedere a quello stesso operaio che per tutelare la salute l'unica alternativa sia perdere il suo posto di lavoro.

In questi anni, se non ci fosse stata la credibilità, la stabilità, l'autorevolezza, l'affidabilità - una parola a voi sconosciuta - internazionale, del Governo Meloni, saremmo di fronte a una pagina ancor più buia di quella scritta da voi e non da noi finora. All'ipocrisia e alla facile demagogia di certa sinistra, noi continuiamo a rispondere con quell'alto senso di responsabilità che ci appartiene e che voi avete dimostrato di aver abbandonato purtroppo da tempo.

Rinnovo quindi il nostro voto favorevole, l'ennesimo su un provvedimento che riguarda l'Ilva, che non è favorevole solo alla conversione di questo decreto, ma rappresenta ancora una volta il nostro contributo per ridare a Taranto quella fiducia nel futuro che merita e garantire un posto di lavoro a tutte quelle famiglie che sono ovviamente preoccupate e sul lastrico. (Applausi).

DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Signora Presidente, vorrei dire al Governo che ci sono alcuni momenti, alcuni passaggi in cui davvero la storia, se posso dire così, pone tutti quanti noi davanti a una sorta di bivio. In questo caso è un bivio democratico, ma è anche un bivio giudiziario che io penso non si possa più far finta di non vedere.

Come è noto, la Corte d'appello di Milano nel mese di luglio scorso, ha ordinato lo stop definitivo delle attività produttive dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto e il 5 ottobre i giudici hanno rigettato la seconda istanza di sospensiva, presentata da ADI in amministrazione straordinaria. È come dire che la magistratura lo ha messo davvero nero su bianco il diritto alla salute dei cittadini e dei lavoratori, che naturalmente prevale sull'iniziativa economica privata.

Allora cosa fa il Governo di questo Paese, dinanzi a un dato così evidente e a un pronunciamento così importante? Ecco, invece di governare questo passaggio storico, invece di provare a capire, dinanzi a un fatto così significativo, come si possa effettivamente cercare di costruire condizioni capaci di mettere assieme la tutela del lavoro e la tutela della salute, il Governo blinda un testo che introduce una serie di ulteriori scappatoie finanziarie, ignorando però colpevolmente la realtà dei fatti e anche gli emendamenti che le forze dell'opposizione, per esempio la nostra Alleanza Verdi e Sinistra, hanno presentato.

Noi avevamo proposto in questo provvedimento la soppressione delle deroghe speciali concesse alle grandi aziende commissariate in amministrazione straordinaria. Ebbene, qualora la maggioranza avesse voluto mantenere la rateizzazione annuale, avrebbe dovuto votare proprio il nostro emendamento, l'emendamento 1.9, quello che subordinava lo scaglionamento a una perizia giurata dell'ISPRA per accertare che la copertura fosse congrua rispetto ai reali e potenziali danni ambientali. Voi avete respinto anche questo emendamento, preferendo di fatto l'opacità alla certezza del risanamento, mentre il decreto-legge lascia le aziende dell'indotto nell'incertezza finanziaria.

Noi avevamo, da questo punto di vista, avanzato una serie di misure per salvare il tessuto economico locale e anche i fornitori dal fallimento. Avevamo chiesto che lo Stato garantisse al 100% il valore nominale dei crediti commerciali che erano stati maturati fino all'11 settembre, avevamo immaginato di istituire un fondo speciale da 300 milioni di euro presso il MIMIT e abbiamo inoltre proposto la risoluzione della vertenza straordinaria con Banca Ifis, attraverso la surroga pubblica della SACE spa o procedure di compensazione straordinaria, nonché un fondo di garanzia straordinario da 150 milioni di euro per erogare liquidità e contributi a fondo perduto per le micro, piccole e medie imprese del territorio.

Siccome anche su questo non sono state date da parte del Governo delle risposte, davvero vorrei dirvi che la transizione non si può fare sulla pelle dei lavoratori, con la ripresa delle procedure di licenziamento collettivo. Avevamo anche proposto che il blocco totale dei licenziamenti collettivi per l'indotto fosse effettivamente praticato attraverso l'introduzione di una cassa integrazione guadagni straordinaria speciale a costo zero per le imprese e a totale carico dello Stato, come anche la proroga dei contratti di espansione per favorire il ricambio generazionale. Abbiamo anche provato a dire, in queste settimane, che sarebbe corretto estendere l'integrazione al reddito per chi subisce riduzioni di attività. Proponevamo, insomma, di reimpiegare i lavoratori dell'indotto nella messa in sicurezza e nella bonifica urgente, di stornare i fondi dai SAD (sussidi ambientali dannosi) per portare la dotazione del Fondo per il ripristino ambientale a 600 milioni di euro nel triennio 2026-2028 e con una cabina di regia nazionale e un tavolo Taranto permanente immaginavamo di attuare un piano di diversificazione produttiva del Mezzogiorno verso un'economia circolare e verso delle rinnovabili, provando a includere le istituzioni, i sindacati, le associazioni ambientaliste. Insomma, un tentativo di provare per l'appunto a coprire in questo modo le criticità con le quali ci confrontiamo.

Da parte del Governo anche su questo non sono però arrivate risposte di nessun genere. Il solito muro che riscontriamo in tanti provvedimenti e che però in questo caso porta con sé delle criticità ancora più gravi, perché ha che fare con la carne viva, cioè con le persone in carne ed ossa. Ma voi avete detto di no alle bonifiche, avete detto di no alla certezza dei pagamenti per le imprese, avete detto di no alla protezione totale dei lavoratori dai licenziamenti. Avete persino bocciato l'obbligo di presentare un piano di riduzione degli inquinanti entro dodici mesi. Mi sembrano tutte ragioni più che sufficienti per esprimere un voto contrario al provvedimento in esame. (Applausi).

SPAGNOLLI (Aut (SVP-PATT, Cb)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Visto che prima non era presente in Aula, le do la parola prima del senatore Trevisi.

SPAGNOLLI (Aut (SVP-PATT, Cb)). Signora Presidente, ero alla presentazione del mercatino di Natale della mia città - lei può capire - alla sua trentacinquesima edizione, non potevo mancare, ma adesso sono arrivato e parliamo di Taranto, di Ilva e parliamo di questo provvedimento.

È il quinto decreto-legge in questa legislatura.

Non è utile tornare a elencare le cose fatte che si potevano fare meglio. Non è utile per l'azienda, non lo è per i lavoratori, per l'ambiente, per Taranto e per l'Italia. È evidente che i portatori di interesse - che sono diversi, in primis la mano pubblica, col potere esecutivo e col potere giudiziario, ma anche i vari enti che rappresentano la società civile, dagli enti locali ai sindacati, alle associazioni sociali e ambientali - mettono ciascuno in un diverso ordine di priorità gli interessi pubblici che rappresentano. Ci sono quindi situazioni di oggettiva difficoltà nello stabilire il da farsi, ma finora gli interventi non sono stati messi a terra come sarebbe stato il caso.

Facciamo un attimo il punto della situazione. I lavoratori attualmente presenti, che operano nell'ex Ilva, sono tra gli 8.000 e i 9.000 dipendenti diretti, più un indotto stimato tra i 5.000 e i 7.000, quindi tra i 13.000 e 16.000 lavoratori complessivi. La situazione giudiziaria, come è già stato detto, stabilisce, per voce della corte d'appello di Milano, che entro la fine di ottobre bisogna spegnere l'area a caldo dello stabilimento di Taranto.

Soffermiamoci un attimo sull'acciaio in senso lato, per capire di cosa stiamo parlando. Nel mondo si producono 1,85 miliardi di tonnellate di acciaio circa, di cui il 70% con ciclo integrale, tramite altoforno, come a Taranto, e il 30% col forno elettrico. Che differenza c'è? Nell'altoforno si usa il carbone, nel forno elettrico no, quindi, già dal punto di vista dell'impatto ambientale, c'è una differenza notevolissima. Sostituendo progressivamente la produzione a ciclo integrale con gli altiforni si ottiene la decarbonizzazione e un migliore impatto ambientale. Ma c'è uno svantaggio: la purezza dell'acciaio prodotto con l'altoforno è maggiore, lo priva di residui, mentre la purezza dell'acciaio prodotto col forno elettrico è minore, in quanto l'acciaio così prodotto contiene degli elementi residuali. Ciò fa sì che i due acciai siano ottimali per usi diversi, quindi non si può pensare di far sparire totalmente la produzione di acciaio a ciclo integrale.

In Europa si producono circa 120 milioni di tonnellate di acciaio. L'Italia era al primo posto, quando l'Ilva era a regime, con 10-12 milioni di tonnellate di produzione annua; adesso è seconda. In totale produciamo circa 20 milioni di tonnellate, ma l'unico impianto con altoforno è Taranto, tutti gli altri sono impianti con forno elettrico. Viviamo in un tempo in cui ci siamo resi conto che produrre da noi le cose che servono per la vita dell'Italia è importante; è importante produrre energia, è importante produrre manufatti, è importante lavorare i metalli in casa, perché ciò ci rende indipendenti dall'estero. La scelta politica da fare evidentemente non è quella di lasciare che la produzione di Taranto cada o vada in mano a imprese esterne all'Italia, che non hanno interesse a fare il bene del nostro Paese. Dall'altra parte, certo, bisogna risolvere il problema dell'impatto ambientale, dell'inquinamento, della salute, eccetera.

Allora, signor Presidente, anche il decreto-legge che oggi discutiamo pare piuttosto debole e interlocutorio. Il rischio e il timore che lo stabilimento perda ulteriormente capacità produttiva e quindi che si riduca la sua forza lavoro è assolutamente consistente. Un'Ilva più piccola non è assolutamente più gestibile, anche rispetto alle prospettive di ingresso di un socio privato. Il socio privato, infatti, entra se l'azienda ha prospettive di crescita.

Visto che abbiamo parlato della sovranità del nostro Paese, cioè della sua capacità di essere autosufficiente rispetto alle difficoltà del momento globale, è assolutamente fondamentale che ci sia un cambio di passo. Continuiamo a ripeterlo e io sono convinto che bisogna intervenire a sostegno dell'Ilva, ma bisogna anche intervenire a sostegno dei lavoratori e della popolazione della città di Taranto. Ma la strategia deve essere chiara: dobbiamo capire come ci vogliamo collocare in un mercato nazionale, europeo e internazionale, dove evidentemente valiamo poco, perché su 1,85 miliardi di tonnellate noi, come Italia, ne produciamo 20 milioni. È chiaro che valiamo poco, ma, per quel poco che valiamo, questo ci consente di essere meno dipendenti dall'estero.

Io mi auguro che il Governo, in questo caso, riesca a trovare una strada diversa da quelle percorse in passato, che erano spesso quelle del rattoppo e del rimedio a danni già in itinere, e che invece si trovi una strategia seria per rilanciare un impianto che è strategico per il Paese. (Applausi).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto tecnico industriale «Antonio Pacinotti», di Fondi, in provincia di Latina, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2023 (ore 11,34)

TREVISI (FI-BP-PPE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TREVISI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, il salvataggio dell'Ilva, logicamente, rappresenta oggi la sfida più complicata dal punto di vista della storia italiana, sia per decenni di cattiva gestione che per anni di inattività. L'inattività porta maggiori costi, e cassa integrazione: tutti costi che si aggiungono al debito che questo stabilimento causa.

È anche vero, però, che dobbiamo pensare che questo stabilimento è strategico, per i motivi che sono stati detti prima. Allo stesso tempo, ho sentito dire, nell'intervento precedente, che bisogna dire le cose come stanno. L'acciaio green permette di avere sicuramente un impatto ambientale minimo, ma, allo stesso tempo, è un acciaio meno puro, che richiede la metà dei posti di lavoro e che costa anche di più degli altri tipi di acciaio, appunto perché il costo energetico dell'elettricità è maggiore. Quindi, non si può pensare di avere sempre la botte piena e la moglie ubriaca. No, qui dobbiamo dire le cose come stanno.

Si tratta di uno stabilimento per il quale anche la magistratura ha confermato la chiusura dell'area a caldo e riattivarlo costerebbe tra i 700 e gli 800 milioni di euro. E noi capiamo bene che ogni operazione che comporta blocchi e inattività costa ai nostri cittadini, compromettendo anche la possibilità di un rilancio degli impianti. La cassa integrazione costa. Tutto quello che ferma questo impianto ha un costo. Quindi, bisogna avere una visione che porti all'unica strategia possibile, quella di una strategia ibrida.

L'area a caldo, purtroppo, non può essere chiusa in pochi anni, perché è la parte che produce l'acciaio di migliore qualità ai prezzi più competitivi. Quindi, se è vero che in passato questa zona della fabbrica ha creato grossi problemi ambientali, è anche vero che i parchi minerari sono stati coperti e anche i nastri trasportatori sono stati coperti. Quindi, vi è stata già una serie di opere di ambientalizzazione.

È evidente che una strategia ibrida deve consentire anche la continuazione dell'area a caldo, ma, allo stesso tempo, si deve vedere anche quali aree possono essere dismesse nell'ottica di un acciaio prodotto con l'innovazione tecnologica, con nuove tecnologie, grazie anche al loro perfezionamento. Le tecnologie attuali, infatti, negli anni saranno sempre di più migliorate. Quindi l'acciaio green di oggi, che può essere di qualità inferiore e più costoso, con l'innovazione tecnologica potrà diventare di buona qualità ed essere competitivo dal punto di vista economico.

Non dobbiamo chiuderci, dunque, alle innovazioni tecnologiche, ma essere assolutamente attenti e aperti, facendolo, però, in maniera progressiva. Dobbiamo far sì che, quando le innovazioni diventeranno vincenti e competitive, vengano attuate. Quindi deve esserci - secondo me - una strategia ibrida che consenta all'impianto di funzionare nel migliore dei modi, di essere ottimizzato e poi di iniziare ad aprire anche la strada verso un acciaio green, un acciaio più compatibile con l'ambiente.

Nel momento in cui avremo un acciaio più competitivo ed ecologico, una parte dei posti di lavoro inevitabilmente andrà persa e sarà logicamente riconvertita in altri stabilimenti oppure destinata alle bonifiche.

Questa è la strada che io vedo e tutto deve essere fatto in maniera tale da evitare periodi di inattività perché ogni inattività costa. È logico che la strategia migliore sarebbe quella di un intervento pubblico, ma spesso non è compatibile con le norme europee sulla concorrenza. È normale che una strategia pubblico-privata potrebbe garantire i migliori investimenti per la riconversione. Dobbiamo anche capire però che siamo all'interno dell'Unione europea e non è possibile mettere a terra tutto quello che vorremmo fare.

Con questa misura interveniamo sull'urgenza di evitare problemi di natura finanziaria e amministrativa, in modo da evitare nuove interruzioni. Le interruzioni costano e, quindi, dobbiamo evitarne di nuove.

Il cuore del provvedimento è nell'articolo 1, che disciplina le garanzie finanziarie richieste dagli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti. In via ordinaria tali garanzie devono coprire periodi molto lunghi e rappresentano una tutela economica a favore della pubblica amministrazione per assicurare la corretta gestione e la continuità degli impianti, nonché eventuali operazioni di ripristino ambientale.

La novità introdotta da questo decreto-legge riguarda le imprese che si trovano in amministrazione straordinaria e che gestiscono almeno un impianto dichiarato di interesse nazionale. Per queste imprese le garanzie finanziarie possono essere prestate anno per anno anziché per l'intera durata dell'autorizzazione.

La copertura annuale è quindi considerata pienamente valida e sufficiente ai fini di legge per il periodo cui si riferisce, anche se l'autorizzazione dell'impianto ha una durata superiore. Tale situazione aveva portato le autorità competenti prima di questo decreto-legge ad adottare provvedimenti che rischiavano di bloccare la gestione dei rifiuti e, di conseguenza, la produzione dello stabilimento Ilva a Taranto.

Il decreto-legge cerca dunque di conciliare due esigenze: la tutela ambientale, che continua a essere garantita dall'obbligo della prestazione di garanzie finanziarie, e la continuità produttiva e occupazionale dell'impianto. Non viene infatti eliminato l'obbligo della garanzia, ma viene resa più flessibile la durata. Il testo precisa inoltre che nessuna attività di discarica può essere svolta in assenza della necessaria copertura finanziaria.

In conclusione, il provvedimento rappresenta una misura essenziale e mirata, costruita principalmente per consentire allo stabilimento di continuare ad operare, aspetto fondamentale per evitare ulteriori costi e danni e accumulare debiti su debiti, evitando l'impossibilità di ottenere garanzie pluriennali. Per questo motivo il Gruppo Forza Italia voterà a favore di questo provvedimento. (Applausi).

TURCO (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TURCO (M5S). Signor Presidente, Governo, colleghi, arriviamo a discutere questo ennesimo decreto salva-Ilva con i banchi del Governo completamente vuoti, dal Presidente del Consiglio, ancora assente, al ministro Urso, ancora assente. Piena solidarietà a questo punto alla sottosegretaria Bergamotto che è rimasta sola a suonare un'orchestra del Titanic mentre questa nave, questa Taranto affonda nella vostra incapacità. (Applausi).

Devo attestare che oggi sono vuoti anche i banchi della maggioranza, non c'è nessuno. Eppure, avete aperto tanti tavoli, tavolinetti, sedie e seggiolini, senza produrre però una soluzione. È qui che oggi voi dimostrate tutta la vostra attenzione su Taranto e sulla questione Ilva.

Arriva un decreto-legge, l'ennesimo, completamente inutile. Invece di affrontare il tema alla radice e dare delle soluzioni, arriva un provvedimento senza risorse semplicemente per risolvere la questione delle garanzie finanziarie, un tema molto importante che noi per primi abbiamo sollevato con un accesso agli atti, con un'opposizione a un'AIA che abbiamo ritenuto illegittima, con un'interrogazione fatta al ministro Urso, senza risposta. E oggi intervenite solo per evitare l'ennesima vertenza giudiziaria su garanzie insufficienti e contro legge.

Che cosa fate? Invece di garantire e tutelare la città di Taranto dai rischi della gestione dei rifiuti e delle discariche che sono all'interno di Ilva, andate a modificare le regole del gioco e a ridurre le garanzie finanziarie a un solo anno, sapendo che gli effetti di quella gestione dei rischi legati ai rifiuti e alle discariche potranno produrre conseguenze per decenni. Voi però non li andate a garantire.

Il tempo delle promesse è finito e, a questo punto, è finito il tempo degli annunci. Avete parlato di ambientalizzazione, ma l'ambientalizzazione non l'ha vista nessuno, considerati i dati che vengono dalle sentenze, in particolar modo della Corte di appello di Milano, e non solo. Qualcuno parla di decarbonizzazione, ma la decarbonizzazione non esiste e non può essere realizzata se prima non bonifichiamo; se prima non eliminiamo il rischio amianto che oggi viene certificato da INAIL e anche dalla Corte di appello di Milano: oltre 2.000 tonnellate di amianto da rimuovere e con gli inquinanti che oggi, nonostante il quasi azzeramento della produzione e il sequestro senza facoltà d'uso degli impianti, ancora sono presenti. Alcune forze politiche parlano di nazionalizzazione, ma oggi la nazionalizzazione di fatto c'è, poiché avete governato la fabbrica da quando avete fatto dei bandi per cercare di privatizzarla. La state governando voi e, quindi, è tutta vostra la responsabilità.

Il tempo è scaduto, ma ancora sento dire da esponenti del Governo che l'azienda è strategica. È strategica per chi? Per i lavoratori che vivono da anni nell'incertezza? Per le imprese dell'indotto che non sanno se verranno pagate le loro fatture? Per i cittadini che continuano a chiedere chiusura e bonifica? Ringrazio tutte le associazioni e i genitori tarantini per la battaglia giudiziaria che stanno portando avanti, nell'assenza di una politica che riesca a fornire loro delle soluzioni definitive sul problema dell'inquinamento, del lavoro e della riconversione della città di Taranto. La città di Taranto è sospesa da troppi anni e adesso quella fabbrica non è più compatibile con la salute di chi ci lavora e di chi abita in quella realtà, per cui uno scatto di orgoglio e di dignità lo rivolgo a tutti i lavoratori, in particolar modo alle parti sindacali, perché lì dentro non si può continuare a morire e ad ammalarsi.

È il momento anche di dire basta all'accanimento terapeutico su quella fabbrica, per cui noi continuiamo a chiedere da sempre la chiusura dell'area a caldo e delle fonti inquinanti, le bonifiche e la riconversione, al di là delle sentenze e dei cavilli giuridici. Quando interviene una sentenza significa che la politica ha fallito, che hanno fallito tutti. Oggi questi obiettivi li chiedono non solo i cittadini di Taranto, ma anche a gran voce la Corte di appello di Milano; lo ha detto anche la Corte di cassazione, quando ieri ha bocciato la vostra richiesta di togliere il divieto di facoltà d'uso dell'AFO 2. Oggi però ascoltiamo dal Governo che ancora c'è la volontà di privatizzare la fabbrica. Ma come fate a privatizzare una fabbrica che è sotto sequestro, di fatto chiusa e inquinante? Non c'è nessuno che finora, dopo tre anni di tentativi, vi abbia fatto una offerta credibile.

Oggi i dati sull'inquinamento attestano una mattanza umana, e sono dati che voi conoscete e che i cittadini devono conoscere: 2.035 casi di malattie professionali, di cui quasi 1.000 patologie tumorali. Lo dice l'INAIL con un un'indagine dal 2005 al 2024: ben 691 decessi di casi di malattie professionali accertate, oltre 13.000 infortuni denunciati, per non parlare poi dei lavoratori dell'indotto e dei cittadini. Non si tratta più solo di bonificare la fabbrica, perché un ultimo studio pubblicato qualche giorno fa, condotto dall'università di Bari e dalla ASL di Taranto, ci dice anche altre notizie sull'inquinamento: nonostante questa produzione, nonostante gli investimenti fatti, in questi anni ci sono terreni al di là della fabbrica che continuano a essere contaminati.

Il grado di contaminazione è addirittura in crescita; in crescita sono le malattie degli ovini e quindi l'inquinamento che colpisce gli animali, appunto gli ovini e i bovini. È stata persino accertata la presenza di inquinanti nel latte di questi animali, che poi rientrano nella catena alimentare e colpiscono gli uomini.

Arriviamo alle vostre responsabilità. Il Governo ha annunciato più volte il rilancio della fabbrica; ha cercato di privatizzare senza riuscirci; ha annunciato la decarbonizzazione, che è ancora un miraggio.

Oggi il Governo viene qui in Aula con la faccia tosta a dire che è pronto è il «tavolo Taranto». Ma come fa ad essere pronto il «tavolo Taranto», se avete definanziato l'investimento del Gruppo Ferretti di 220 milioni con oltre 200 posti di lavoro? C'è stato poi l'investimento di Renexia di 500 milioni, che avete definanziato e portato in altra Regione. Ci sono, ancora, l'incentivo all'esodo che avete tolto e il miliardo del PNRR sulla riconversione industriale green a idrogeno verde, che avete completamente cancellato; per non parlare dei 46 milioni della mobilità ferroviaria che avete cancellato e del Tecnopolo del Mediterraneo, privo di risorse adeguate. Aggiungo la cancellazione della Sovrintendenza dei beni culturali, l'aeroporto per i voli passeggeri, con il blocco della continuità territoriale per oltre quattro anni, quando noi l'avevamo aperta nel 2020, nel corso del Governo Conte II. Oggi però ci parlate di un «tavolo Taranto», con diciassette progetti pronti a partire, ma in quattro anni non avete costruito nulla, neanche un posto di lavoro. (Applausi).

Arriviamo dunque alla nostra proposta, perché non siamo solo pronti a criticare e a valutare il vostro operato. La nostra proposta l'abbiamo posta sul tavolo con i nostri emendamenti ed è sempre la stessa. Non l'abbiamo realizzata quando siamo stati al Governo, perché abbiamo trovato un contratto secretato dall'ex ministro Calenda; inoltre, non abbiamo potuto realizzare questo programma perché abbiamo avuto in maggioranza prima la Lega, che era contraria, e poi il Partito Democratico, che veniva da un recente passato di oltre dieci decreti salva-Ilva.

Mi avvio a concludere, signora Presidente, chiedendo subito un accordo di programma per garantire le bonifiche e la chiusura delle fonti inquinanti, la tutela dei lavoratori, con l'incentivo all'esodo e un ripristino a questo punto del fondo; chiediamo, inoltre, benefici per l'esposizione all'amianto, prepensionamenti e soprattutto un grande progetto di riconversione economica, sociale e culturale dell'intera città di Taranto.

Servono 8 miliardi. Ebbene, rinunciate alla spesa in armi - state per fare uno scostamento di ben 14 miliardi nella prossima legge di bilancio - oppure - vi diamo un'alternativa - rinunciate ai 13 miliardi del Ponte sullo Stretto.

Signora Presidente, concludo davvero dicendo basta a ennesimi decreti salva-Ilva: serve un decreto salva-Taranto.

Il tempo per voi ormai è scaduto. Semplicemente dovete andare a casa perché siamo sicuri che andremo a gestire noi questo fascicolo nel prossimo Governo che nascerà.

Per queste ragioni annuncio a nome del Gruppo il voto contrario a questo inutile ed ennesimo decreto-legge. (Applausi).

BERGESIO (LSP-PSd'Az). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERGESIO (LSP-PSd'Az). Signora Presidente, sappiamo che l'acciaio è una materia fondamentale per l'Europa e per l'Italia.

Non stiamo parlando di un comparto industriale come tanti altri: stiamo parlando di una produzione che è alla base della nostra manifattura, delle infrastrutture, della meccanica, dell'automotive, della cantieristica, della difesa e quindi, in definitiva, della nostra stessa autonomia industriale. Un Paese che rinuncia a produrre acciaio rinuncia a una parte della propria sovranità. E un'Europa che rinuncia alle proprie industrie strategiche si condanna purtroppo a dipendere sempre di più da produzioni estere, spesso realizzate con standard ambientali e sociali molto inferiori ai nostri, se non completamente assenti.

È da questa consapevolezza che dobbiamo partire nell'esaminare il decreto-legge n. 154, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli impianti di interesse strategico nazionale.

È quello in esame un provvedimento che interviene su un tema puntuale ma decisivo: la disciplina delle garanzie finanziarie necessarie per l'attività di gestione dei rifiuti e delle discariche da parte delle imprese in amministrazione straordinaria. La ratio è chiara: evitare che l'obbligo di prestare garanzie pluriennali determini un eccessivo immobilizzo di risorse finanziarie proprio nel momento in cui per quelle imprese c'è bisogno di liquidità per garantire la continuità produttiva.

Occorre sottolineare come la previsione di garanzie su base annuale possa evitare il congelamento di somme rilevanti e liberare così delle disponibilità di risorse utili alla prosecuzione dell'attività. È una misura che noi condividiamo e che riteniamo necessaria.

Proprio perché condividiamo tale impostazione, come Lega abbiamo voluto rafforzarla con un nostro emendamento, intervenendo sulla periodicità delle garanzie prestate dalle imprese in amministrazione straordinaria. La nostra proposta parte da un principio molto semplice: questa possibilità non deve essere limitata soltanto alle imprese che gestiscono impianti qualificati come strategici; per questo abbiamo proposto di eliminare il riferimento alla strategicità dell'impianto, consentendo così l'applicazione della disciplina sulle garanzie per la gestione dei rifiuti a tutte le imprese in amministrazione straordinaria, indipendentemente dalla presenza o meno di un impianto dichiarato strategico. (Applausi).

La difficoltà finanziaria che deriva dalla condizione di amministrazione straordinaria non cambia a seconda dell'etichetta giuridica attribuita a uno stabilimento produttivo. Se una norma è utile a rendere più sostenibile la gestione finanziaria di un'impresa in crisi, allora è giusto valutarne un'applicazione più ampia che riguarda tutta l'azienda nel suo complesso. È un tema che trova riscontro anche nel lavoro svolto in Commissione attività produttive. A tale proposito, voglio ringraziare il presidente, Luca De Carlo, ma anche il relatore, Salvo Pogliese, per il suo impegno.

Nel corso delle audizioni, noi abbiamo audito le organizzazioni rappresentative delle imprese, che hanno giudicato opportuno e necessario l'intervento su queste garanzie finanziarie, evidenziando però anche la necessità di accompagnarlo - come è già stato detto da più parti - con misure più ampie a tutela della continuità produttiva e dell'occupazione delle imprese dell'indotto. Hanno espresso anche una valutazione favorevole sulle misure contenute nel decreto-legge, sottolineando però come continuità produttiva debba essere certa e programmata, perché una prospettiva soprattutto industriale stabile renda possibile qualsiasi intervento atto a garantire la sopravvivenza delle aziende e dei posti di lavoro.

Il nostro emendamento, insieme a quello che è stato presentato anche dal presidente De Carlo, va dunque in questa direzione; rendere una misura ancora più efficace e più generale, evitando che imprese in amministrazione straordinaria si trovino penalizzate da garanzie finanziarie troppo onerose.

Detto questo, noi dobbiamo anche essere molto chiari: questo decreto-legge è indispensabile e necessario, ma da solo non basta. Non possiamo pensare di affrontare una crisi industriale di queste dimensioni esclusivamente attraverso una successione di misure emergenziali. Lo hanno ricordato anche le rappresentanze del territorio: serve una prospettiva industriale complessiva, realistica e di lungo periodo, e soprattutto dobbiamo uscire da una lettura che riduca tutto solo alla questione di Taranto. Taranto è centrale - lo sappiamo bene - è il cuore della produzione primaria, il luogo nel quale la crisi ha assunto le dimensioni più drammatiche, dove devono essere garantite risposte serie e corrette sotto il profilo industriale, occupazionale, ambientale e sanitario. Ma quella dell'acciaio - non dimentichiamocelo mai - è una filiera nazionale e allora dobbiamo parlare di tutti gli stabilimenti coinvolti, di tutti i lavoratori e di tutti i territori che dipendono da questa produzione. Noi dobbiamo anche tener presente Genova Cordigliano, Novi Ligure, Racconigi, così come gli altri siti produttivi e logistici collegati a questa filiera. Voglio sottolineare in particolare il caso del Piemonte: Novi Ligure e Racconigi hanno bisogno di risposte serie, concrete e definitive.

Non possono essere considerati stabilimenti periferici rispetto a una vertenza che si decide altrove. Anche lì ci sono lavoratori, famiglie, competenze e professionalità e soprattutto c'è un patrimonio industriale che non possiamo permetterci di disperdere. Esiste una filiera siderurgica nazionale che deve essere difesa nel suo complesso, e lo stesso principio vale per l'indotto.

Noi dobbiamo ricordare con chiarezza che dietro i grandi stabilimenti esiste un sistema fatto di piccole e medie imprese, di manutentori, di trasportatori, di aziende della logistica, di servizi, di imprese che rischiano - lo diciamo a chiare lettere - di trovarsi con crediti immobilizzati, ordini cancellati, affidamenti bancari ridotti e, soprattutto, tempi di pagamento insostenibili. Salvare gli impianti e lasciare morire l'indotto significherebbe salvare soltanto una parte del problema. Servono quindi strumenti per la tutela dei crediti, per il sostegno della liquidità, per l'accesso al credito a chi è in difficoltà, per la continuità delle commesse e per la certezza dei pagamenti. Le stesse organizzazioni hanno indicato questi elementi come condizione indispensabile per evitare la dispersione di imprese e di competenze.

Infine - lasciatemelo dire - c'è un tema europeo: negli ultimi anni l'Europa ha imposto alla propria industria una transizione troppo spesso costruita senza tenere conto della competitività. Il Green Deal, quando viene applicato in maniera ideologica e senza realismo industriale, rischia di produrre un risultato opposto a quello dichiarato: indebolire le imprese europee, spostare le produzioni fuori dall'Europa e aumentare la nostra dipendenza da Paesi che producono con costi energetici più bassi, costo del lavoro inferiore e standard ambientali e sociali molto inferiori. Noi non possiamo chiudere le nostre fabbriche e le nostre aziende per importare acciaio prodotto altrove con maggiori emissioni. Questa non sarebbe transizione ecologica: questa sarebbe una pessima gestione politica dell'Europa; sarebbe semplicemente una deindustrializzazione, una delocalizzazione delle produzioni strategiche. Noi vogliamo una strada diversa: vogliamo investire nella decarbonizzazione e innovazione tecnologica, nei forni elettrici, nei nuovi processi produttivi, ma vogliamo farlo mantenendo la produzione in Italia e difendendo i posti di lavoro. Ci vogliono tempi e risorse. La siderurgia rappresenta una componente fondamentale dell'autonomia e della capacità produttiva nazionale. Proprio per questo serve una strategia che tenga insieme - lo ripeto - tutti gli stabilimenti senza contrapporre siti, territori e lavoratori, perché sarebbe una pessima scelta.

Noi oggi chiediamo che questo provvedimento rappresenti un punto di partenza. Lo sappiamo: serve una vera strategia nazionale dell'acciaio e ringrazio per il suo impegno il sottosegretario Bergamotto, che in Commissione e anche oggi qui ha espresso il punto di vista del Governo. Serve una strategia, Sottosegretario, che metta insieme Taranto, Cornigliano, Novi Ligure, Racconigi e l'intera rete produttiva dell'acciaio nazionale, che dia certezza agli investimenti e, soprattutto, sostenga la transizione ecologica, ma anche e soprattutto la competitività dell'industria del nostro Paese. Noi abbiamo bisogno di una strategia che riporti nella sua complessità - così come si sta adoperando a fare il Governo - i costi dell'energia a livelli sostenibili e che difenda in Europa la nostra industria, invece di farla penalizzare da un'Europa che non sa a volte da che parte è girata. Senza l'acciaio - noi lo sappiamo bene - non c'è industria; senza grande industria non c'è autonomia economica e senza autonomia economica non c'è una vera sovranità nazionale produttiva.

Difendere la siderurgia italiana significa difendere il lavoro, competenze, territori e interesse nazionale. Ed è con questa convinzione che sosteniamo il decreto-legge e chiediamo di rafforzare con ulteriori misure il sostegno a questo fondamentale settore.

Chiudo dichiarando il voto favorevole del nostro Gruppo Lega e naturalmente auspichiamo che questo sia un punto di partenza molto forte e molto chiaro. (Applausi).

MARTELLA (PD-IDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARTELLA (PD-IDP). Signora Presidente, colleghe e colleghi, se c'è una vicenda che racconta meglio di qualunque altra che cosa è stata in questi anni la politica industriale del Governo Meloni, è proprio l'Ilva.

Quattro anni: un tempo lungo, abbastanza lungo per giudicare un Governo non dalle intenzioni, non dagli annunci, non dalle conferenze stampa, ma dai risultati. E sull'Ilva il risultato è sotto gli occhi di tutti, è davanti a noi: non c'è alcuna soluzione. Abbiamo avuto decreti-legge, finanziamenti, commissari, manifestazioni di interesse, trattative, tavoli convocati e riconvocati, ma ancora non c'è alcuna soluzione. Siamo ancora qui con la fermata dell'area a caldo disposta dalla corte di appello di Milano, a cui si arriva senza aver preparato alcuna alternativa; a cui si arriva, nel mese di ottobre, senza aver costruito una strada, che noi più volte abbiamo indicato nel corso dell'esame dei diversi decreti-legge. Ci si arriva con un altro decreto-legge, con altre risorse pubbliche, con migliaia di lavoratori che continuano a non sapere qual è il loro futuro, con 2.500 lavoratori dell'indotto che soltanto poche settimane fa, proprio quando la Presidente del Consiglio visitava Bari e la Puglia, hanno rischiato di arrivare a un passo dal licenziamento.

Sappiamo già oggi, mentre discutiamo questo decreto-legge, che ce ne sarà un altro; il Governo lo ha già annunciato e ha già annunciato ulteriori tavoli per affrontare la questione, che quindi non è più possibile chiamare emergenza. È proprio diventato il vostro modo di governare. (Applausi).

Taranto non è un caso isolato; c'è Beko, Electrolux, il settore dell'automotive, la siderurgia. Cambiano le aziende, cambiano i settori, ma il copione è lo stesso: il Governo arriva quando la crisi è già esplosa, convoca un tavolo, cerca risorse per tamponare l'emergenza, utilizza gli ammortizzatori sociali e poi aspetta che giunga la crisi successiva. Nel frattempo manca, però, ciò che invece dovrebbe essere necessario mettere in campo, e cioè una politica industriale capace di anticipare le trasformazioni, di accompagnare gli investimenti, di governare le transizioni, di difendere il lavoro e di costruire una prospettiva.

Qui arriviamo al paradosso più grande. Avete appena celebrato il record di durata del Governo Meloni. Benissimo: la stabilità può essere una risorsa fondamentale per il Paese, ma dipende come viene utilizzata, dipende da cosa se ne fa. La stabilità serve se permette di programmare, di decidere e di realizzare. Ma, se dopo quattro anni tutti quei problemi sono ancora lì, allora quella che chiamate stabilità assume un altro nome: non si tratta di stabilità, ma si tratta di immobilità. (Applausi).

Siete stabili perché siete fermi. E, mentre celebrate quanto siete durati, sarebbe utile invece iniziare a discutere di cosa avete prodotto. I fatti lo testimoniano: la produzione industriale attraversa da anni una fase di crisi; le grandi vertenze industriali sono ancora aperte; il costo dell'energia continua a pesare sulla competitività delle imprese; i salari reali non hanno recuperato il potere d'acquisto perduto con l'inflazione.

Persino - vogliamo dirlo? - sulle accise sui carburanti assistiamo alla successione di misure temporanee; anzi, dopo tanta retorica, dopo tanta propaganda, dopo le celebrazioni fatte, è già crollato anche il tetto sul prezzo dei carburanti e sul gasolio che avevate promesso, facendo una grande figuraccia e dimostrando una presa in giro nei confronti dei cittadini.

Rispetto a tutto questo, c'è una responsabilità politica che non può essere nascosta dietro la complessità della vertenza sull'ex Ilva. E questa responsabilità è del ministro Urso. Quando arrivò al Ministero, ci spiegò che finalmente sarebbe cambiato tutto, che chi aveva governato prima non aveva saputo affrontare la questione, che con lui sarebbe tornato lo Stato capace di fare politica industriale. Poi ha annunciato svolte, piani, la decarbonizzazione e ha detto più volte che le cose sarebbero cambiate.

In realtà, non è cambiato niente. La situazione è peggiorata. Il ministro Urso si è reso protagonista della perdita anche di quel miliardo che, per la decarbonizzazione, era stato messo a disposizione dal PNRR.

Di annunci ne abbiamo avuta un'infinità, di soluzioni nessuna e, alla fine, è accaduta una cosa che è persino più eloquente di ogni nostra critica. Dopo quattro anni di gestione Urso - ammesso che la si possa chiamare così - la crisi industriale più importante del Paese è approdata a Palazzo Chigi. Ed è difficile immaginare una certificazione politica più chiara e più evidente del fallimento di un Ministero e del Ministro che l'ha condotto nel corso di questi anni. Infatti, egli è stato commissariato dal suo stesso Governo. (Applausi).

Una domanda, a questo punto, bisogna proprio farla. Che cosa deve ancora accadere? Che cosa deve ancora succedere perché un Ministro risponda politicamente dei propri risultati e ne tragga le conseguenze? È per questo che occorre cambiare politica. Forse bisognava cambiare anche il Ministro, ma occorre sicuramente cambiare politica. (Applausi).

Per noi un punto deve essere chiarissimo: l'Italia non può rinunciare alla siderurgia. Non possiamo accettare la progressiva perdita di un settore strategico per l'autonomia industriale del Paese e non possiamo continuare a condannare Taranto all'alternativa che l'ha lacerata nel corso di questi decenni, cioè quella tra lavoro e salute, tra produzione e ambiente. Quell'alternativa va finalmente spezzata. Bisogna salvaguardare la produzione di acciaio, di acciaio verde, il lavoro e le competenze industriali e, insieme, realizzare le bonifiche, il risanamento ambientale, la decarbonizzazione, che non può restare solamente una parola nei vari decreti-legge.

Per questo, abbiamo proposto un fondo da 1,5 miliardi per la transizione ecologica e la riconversione e per realizzare nuovi impianti, nuove infrastrutture energetiche, logistiche, riqualificazione e ricollocazione dei lavoratori. Inoltre, occorre guardare oltre il perimetro di Taranto, perché c'è bisogno di una prospettiva che non dipenda interamente dalle sorti dell'ex Ilva, con nuovi investimenti, diversificazione produttiva, incentivi capaci di attrarre imprese e nuove opportunità di lavoro.

Ciò significa mettere in primo piano la sicurezza dei lavoratori e degli impianti, la manutenzione, gli investimenti che non possono essere più rinviati in attesa di conoscere l'assetto proprietario. Per questo abbiamo proposto un'agenda per Taranto, con risorse, tempi e responsabilità precise, che accompagni la transizione industriale e insieme costruisca un futuro diverso per il territorio.

Per tutto questo, però, bisogna avere il coraggio di prendere atto della realtà. E, se il mercato non è in grado di mettere in sicurezza un asset strategico nazionale, deve intervenire lo Stato: non per tornare alle partecipazioni statali del passato o per immaginare una gestione pubblica permanente, ma per salvaguardare l'interesse strategico nazionale. (Applausi).

La strada per noi è chiara Se il mercato non è in grado di farlo, se le procedure di cessione non producono una soluzione industriale credibile e non emergono nuovi acquirenti, lo Stato deve essere pronto ad acquisire temporaneamente, direttamente o attraverso una società controllata, i complessi aziendali dell'ex Ilva - a Taranto come a Genova, come a Novi Ligure, come a Racconigi come a Porto Marghera - mantenendo l'integrità dei complessi aziendali e non andando su quella strada di frammentazione e di spezzatino, che è un'altra delle responsabilità che porta con sé il ministro Urso.

Su questa base bisogna costruire poi una partnership industriale seria, coinvolgendo capitali e competenze private per arrivare, nei tempi necessari, a un nuovo assetto proprietario, capace di garantire il rilancio produttivo. L'alternativa è questa. L'alternativa a questa strada è quello che state facendo da troppo tempo: finanziare la sopravvivenza senza costruire il futuro; un decreto-legge per arrivare a un decreto successivo; un finanziamento per guadagnare tempo; un tavolo che rinvia a un altro tavolo.

Questo meccanismo deve finire. Non possono continuare a vivere così i lavoratori dell'ex Ilva, le imprese e i cittadini che, da troppo tempo, aspettano - come ho detto - quella ricomposizione tra lavoro, salute, territorio e risanamento ambientale. Questo, alla fine, è il punto che attraversa tutta la vicenda.

Lo Stato ha impegnato risorse e altre ne dovrà impegnare e allora la questione è decidere se continuare a spendere per rinviare il problema oppure se, finalmente, serviranno a risolverlo. Dopo quattro anni non vi chiediamo un nuovo annuncio, vi chiediamo una scelta; il tempo che avete avuto a disposizione è già molto e si sta esaurendo. È per queste ragioni che questa scelta va fatta subito e con urgenza ed è per queste ragioni che il nostro voto sarà un voto contrario. (Applausi).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti del Liceo classico «Torquato Tasso» di Salerno, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2023 (ore 12,14)

FALLUCCHI (FdI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FALLUCCHI (FdI). Signor Presidente, interveniamo oggi su un provvedimento che nella sua formazione riguarda una questione tecnica molto precisa, ma che nella realtà ci riporta ancora una volta al cuore di una delle vicende industriali più complessa del nostro Paese, quella dell'ex Ilva di Taranto.

È una vicenda sulla quale quest'Aula è già intervenuta più volte e che abbiamo seguito in questi anni con attenzione, perché dietro la questione dello stabilimento di Taranto, non c'è soltanto il destino di un'azienda, ci sono migliaia di lavoratori, le imprese dell'indotto, un territorio e, più in generale, una parte della capacità industriale del nostro Paese. E proprio per questo anche un provvedimento apparentemente tecnico, come quello che discutiamo oggi, assume un significato che va oltre la singola disposizione. Il decreto-legge interviene infatti su un aspetto molto specifico: la periodicità delle garanzie finanziarie richieste per la gestione dei rifiuti e delle discariche interne degli impianti di interesse strategico nazionale gestiti da imprese sottoposte ad amministrazione straordinaria.

La ragione dell'intervento è molto concreta. Come è stato evidenziato nella relazione svolta dal relatore Pogliese, la disciplina previgente non teneva adeguatamente conto della particolare situazione nella quale si trovano le amministrazioni straordinarie e delle oggettive difficoltà che queste incontrano nel reperire sul mercato bancario e finanziario garanzie di lunga durata. Questo non è un dettaglio perché, nel caso di Acciaierie d'Italia, quella difficoltà aveva prodotto una conseguenza molto concreta: la sospensione, a partire dal 20 agosto, delle attività di gestione dei rifiuti e, conseguentemente, delle correlate attività produttive.

Ecco il punto. Una garanzia ambientale, che deve servire a tutelare il territorio, non può diventare, per un problema legato esclusivamente alla sua durata e alla sua particolare condizione finanziaria dell'amministrazione straordinaria, il presupposto per fermare un impianto strategico nazionale. È su questo equilibrio che interviene il decreto-legge, non eliminando la garanzia, non cancellando gli obblighi ambientali, ma rendendo la garanzia compatibile con la fase straordinaria che l'impresa sta attraversando, consentendo che, per il periodo dell'amministrazione straordinaria e fino alla cessione del complesso aziendale, essa possa essere prestata su base annuale.

È una sola azione puntuale, ma necessaria, e credo sia importante dirlo con chiarezza, perché quando parliamo dell'ex Ilva, rischiamo spesso di rimanere prigionieri di una contrapposizione che non aiuta né il territorio né i lavoratori. Non dobbiamo scegliere tra ambiente e lavoro, non dobbiamo scegliere tra salute e industria, dobbiamo avere la capacità di tenere insieme queste esigenze e di costruire una prospettiva industriale nella quale la sostenibilità ambientale sia parte integrante del rilancio. È questa la vera sfida di sfida di Taranto e non è una sfida soltanto pugliese; l'acciaio è una filiera strategica per l'Italia. È alla base dell'automotive, della meccanica, della cantieristica, delle infrastrutture, dell'elettrodomestico e di una parte rilevante della nostra manifattura. Quando parliamo di capacità siderurgica, aumentiamo la nostra dipendenza dall'estero e questo accade in un momento nel quale tutti i grandi Paesi stanno tornando a considerare la capacità produttiva e nazionale un elemento di sicurezza economica e strategica.

Per questo Taranto è una questione nazionale. È vero, è Puglia, è Mezzogiorno, ma è anche industria italiana. Dietro lo stabilimento non ci sono soltanto i dipendenti diretti, ma una rete di imprese dell'indotto: lavoratori specializzati, professionalità e competenze che non possiamo permetterci di disperdere. La continuità produttiva, quindi, non è un fine in sé, è la condizione necessaria per arrivare alla fase successiva, per arrivare alla trasformazione industriale, a una siderurgia più moderna, più efficiente e più sostenibile.

È qui che dobbiamo essere molto chiari: difendere la produzione non significa difendere l'esistente a qualsiasi costo, ma significa difendere la possibilità di trasformarlo. La transizione ambientale non può essere utilizzata come sinonimo di dismissione industriale. Decarbonizzare non significa spegnere o importare dall'estero ciò che prima producevamo in Italia, ma significa investire, innovare, modificare i processi produttivi, accompagnare i lavoratori e rendere l'industria italiana competitiva nel nuovo scenario. Diversamente, non avremo una transizione, ma semplicemente una perdita di capacità produttiva, e questo non possiamo permettercelo. Anche per questo, il tema della continuità operativa deve essere letto insieme a quello della prospettiva industriale.

Il vero obiettivo resta quello di arrivare ad un assetto industriale stabile con investimenti adeguati, un soggetto industriale capace di assumersi una responsabilità di lungo periodo, la tutela dell'occupazione e dell'indotto e un percorso credibile di transizione. Su questo il Governo continua a mantenere alta l'attenzione, perché lo Stato non può sostituirsi indefinitamente all'impresa. Quando è in gioco un asset strategico nazionale, lo Stato ha il dovere di esserci ed è quello che sta facendo il Governo Meloni. (Applausi). Con il Governo Meloni, lo Stato fa lo Stato. Si devono creare le condizioni perché un grande impianto industriale possa continuare ad operare accompagnandone la trasformazione. Si dovranno pretendere da chi sarà chiamato a guidarla impegni seri, investimenti e una prospettiva industriale credibile. Questa è la differenza tra limitarsi a gestire crisi e costruire una politica industriale.

A tale proposito, credo sia doveroso riconoscere ciò che il Governo Meloni ha fatto in questi anni, perché non ha ereditato una situazione semplice, ma una crisi industriale e ambientale che si trascinava da anni, con uno stabilimento in amministrazione straordinaria, una produzione fortemente ridimensionata, lavoratori e imprese dell'indotto esposti all'incertezza e un territorio che chiedeva risposte. Il Governo ha scelto di affrontare quella crisi e lo ha fatto mettendo al centro la continuità produttiva, ma anche un percorso di piena decarbonizzazione, lavorando per la riconversione degli impianti, sostenendo la continuità dell'amministrazione straordinaria, intervenendo a tutela dell'indotto e mantenendo aperto il confronto con istituzioni territoriali, lavoratori e imprese. Soprattutto, il Governo ha avuto il coraggio di affrontare la questione per quello che è: non una semplice crisi aziendale, ma una questione di politica industriale nazionale.

Nel 2025, il Governo nazionale, istituzioni e territori hanno sottoscritto un'intesa sulla piena decarbonizzazione degli impianti, con un percorso verso i forni elettrici e gli impianti DRI. Nel 2026 il Governo ha continuato a intervenire per sostenere la continuità del percorso e accompagnare i lavoratori e imprese dell'indotto. Questo significa governare una crisi: non limitarsi a fotografarla, ma assumersi la responsabilità di costruire una via d'uscita. Credo che il lavoro svolto in queste settimane in Commissione abbia confermato proprio la complessità della vicenda. La Commissione ha svolto un lavoro eccellente, sono state svolte audizioni e acquisiti contributi da parte di soggetti diversi: istituzioni, commissari, rappresentanze dell'industria dell'indotto, organizzazioni e realtà tecniche, comprese l'ISPRA e la Camera di commercio di Brindisi e Taranto. È un lavoro parlamentare che ha consentito di mettere a fuoco non soltanto l'urgenza della continuità operativa, ma anche le conseguenze che ogni scelta dell'ex Ilva produce sul sistema industriale e territoriale. Sono emerse realtà articolate nelle quali non esistono soluzioni semplici, ma è emersa anche una necessità molto chiara: non possiamo permettere che una fase straordinaria si trasformi in una perdita irreversibile di capacità industriale. Questo decreto-legge va proprio nella direzione di evitare questo rischio.

Il punto che considero importante e che voglio sottolineare è che la tutela dell'ambiente deve essere garantita, ma deve essere garantita attraverso strumenti concretamente applicabili e compatibili con la realtà industriale sulla quale intervengono, non attraverso norme che per la loro rigidità rischiano di produrre un effetto opposto a quello perseguito. Allora una cosa dobbiamo dirla con chiarezza anche a chi oggi prova a impartire lezioni sul futuro dell'ex Ilva.

Chi ha ereditato questa crisi non può essere chiamato a rispondere soltanto delle difficoltà del presente, senza riconoscere il lavoro che è stato fatto per impedire che quelle difficoltà diventassero la fine della siderurgia italiana.

Sono parti della stessa strategia e su Taranto dobbiamo avere il coraggio di guardare finalmente oltre l'emergenza. Non basta dire che Taranto è strategica; bisogna mettere Taranto nelle condizioni di continuare ad esserlo. Non basta parlare di occupazione; bisogna creare le condizioni industriali perché quell'occupazione possa essere stabile, significativa e duratura. Bisogna lavorare perché domani non sia più necessaria una misura straordinaria per garantire ciò che dovrebbe essere normale.

Un grande impianto industriale che funziona, che produce, che rispetta l'ambiente e che crea lavoro: questo è il punto politico sul quale oggi dobbiamo essere chiari. Non vogliamo lasciare ai nostri figli, né una fabbrica spenta, né un territorio sacrificato; vogliamo lasciare una siderurgia diversa, più pulita, più moderna e ancora più italiana.

È per questo che annuncio il voto favorevole del Gruppo Fratelli d'Italia. (Applausi).

BASSO (PD-IDP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BASSO (PD-IDP). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo del disegno di legge, composto del solo articolo 1, nel testo emendato per effetto delle modifiche introdotte dalla Commissione, con il seguente titolo: «Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 agosto 2026, n. 154, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa di impianti di interesse strategico nazionale».

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Colleghi, sospendo brevemente la seduta.

(La seduta, sospesa alle ore 12,25, è ripresa alle ore 12,29).

Sulla proposta di sostituzione di un membro della Commissione antimafia

PIRONDINI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PIRONDINI (M5S). Signor Presidente, volevo rendere edotta l'Assemblea del fatto che domenica io e il mio collega Capogruppo del MoVimento 5 Stelle della Camera abbiamo ricevuto, da parte dei Capigruppo di Fratelli d'Italia alla Camera e al Senato, una lettera surreale con la quale Fratelli d'Italia ci chiede la sostituzione in Commissione parlamentare antimafia del senatore Scarpinato.

Fratelli d'Italia, il partito di Daniela Garnero Santanche', indagata per truffa all'INPS, di Augusta Montaruli, condannata per peculato, di Andrea Delmastro, che non ha bisogno di presentazioni perché è già noto per tutto quello che ha combinato, ci chiede di sostituire Roberto Scarpinato. Nelle ore successive ce lo hanno chiesto anche altri soggetti di Fratelli d'Italia. Ce l'ha chiesto Chiara Colosimo, la Presidente della Commissione parlamentare antimafia, la quale, per chi non lo sapesse, è persona molto amica di Luigi Ciavardini, terrorista nero, condannato per la strage di Bologna, dove ci sono stati 85 morti e 200 feriti. (Applausi). La signora Colosimo ci chiede le dimissioni di Scarpinato.

Questa è Chiara Colosimo mentre si abbraccia con Luigi Ciavardini, vergognatevi! (Il senatore Pirondini mostra una fotografia).

Dopodiché le dimissioni di Scarpinato, un eroe dell'antimafia le ha chieste anche Andrea Delmastro, Andrea Delmastro nella foto con Caroccia, un prestanome della camorra, chiede le dimissioni di un eroe dell'antimafia. Questo è Fratelli d'Italia! (Il senatore Pirondini mostra una seconda fotografia).

Questo è questo Governo! Allora questi soggetti che si dovrebbero vergognare, sono gli stessi… (Applausi. Proteste). Agitatevi! Vi dà fastidio sentire la verità!

PRESIDENTE.Senatore Pirondini, aspetti un secondo perché… (Proteste).

Per cortesia, chiedo una cortesia all'Assemblea. Tutti i Gruppi potranno intervenire dopo il senatore Pirondini e tutti i Gruppi potranno esprimersi come meglio credono.

Ricordo solo al senatore Pirondini che lei si assume la responsabilità di quello che sta dicendo in questo momento.

PIRONDINI (M5S). Non solo me ne assumo la responsabilità, lo ribadisco e sono orgoglioso di aver detto quello che ho detto finora, che è cosa ben diversa! (Applausi).

Quindi vorrei dire ai colleghi come Delmastro e all'amica di Ciavardini, che ci chiedono le dimissioni dalla Commissione di un eroe dell'antimafia, dimettetevi voi! Si dimettano tutti quelli che hanno scudato Caroccia. (Applausi). Quelli che hanno proibito alla procura di Roma di indagare su un reato di mafia per evitare che l'Italia sapesse cosa si dicevano l'ex Sottosegretario alla giustizia e un prestanome della camorra. E quando parlate di Roberto Scarpinato sciacquatevi la bocca, perché non siete nemmeno degni di citarlo. (Proteste).

Per quanto riguarda la vostra lettera: questo è quello che facciamo con la lettera ridicola che ci avete inviato. (Il senatore Pirondini strappa la lettera e la getta nell'emiciclo). Portate rispetto ad un eroe dell'antimafia! (Applausi dai senatori del Gruppo M5S, che si levano in piedi).

PRESIDENTE. Senatore Pirondini, non le consentono di buttare le carte in Aula in questo modo! L'Aula non è un cestino, chiaro?

PIRONDINI (M5S). Ora tutta l'Italia sa chi siete! (Il microfono si disattiva automaticamente).

VOCI DAI BANCHI DELLA MAGGIORANZA. Depistaggio! Depistaggio!

PRESIDENTE. Senatore Pirondini, se non le dispiace, vada a raccogliere la carta che ha buttato, perché quest'Aula non è un cestino della pattumiera, chiaro? (Applausi).

Certo che va bene. L'ha buttata lei e la raccoglie lei! (Il senatore Pirondini raccoglie la carta).

CANTALAMESSA (LSP-PSd'Az). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CANTALAMESSA (LSP-PSd'Az). Signor Presidente, faccio una premessa prima di svolgere il mio intervento: gli amici dell'opposizione sanno che non ho mai fatto una questione personale in politica, perché è sbagliato, ma se c'è un politico che usa la Commissione antimafia per fatti personali, ci obbliga a parlare dei suoi fatti personali! (Applausi).

Vedete, è uscita su un giornale e in una trasmissione - e chiedo a tutti un minuto di attenzione - un'intercettazione nella quale un indagato per favoreggiamento alla mafia si rivolge a un commissario della Commissione antimafia. Io potrei far sentire l'indagato per mafia, che dice al commissario della Commissione antimafia: "perché non sentiamo tal dei tali?" e il componente della Commissione antimafia chiede all'indagato per mafia "che viene a dire? Ci conviene?". Questa è un'intercettazione, insieme alle altre 30, avvenute tra un indagato per mafia e un componente della Commissione antimafia: non ci sono precedenti nella Commissione antimafia di uno scandalo del genere, e questa è solo una delle 33 intercettazioni venute fuori tra un componente della Commissione antimafia e un indagato per mafia.

Aggiungo che abbiamo chiesto con una moral suasion al collega Scarpinato di non partecipare, perché, da componente della Commissione antimafia, ha accesso a degli archivi segretati e se viene fuori da intercettazioni che un componente della Commissione antimafia, avendo accesso agli archivi segretati, parla con un indagato per mafia, sporca e infanga tutta la Commissione antimafia. (Applausi). Aggiungo che a parlare di attività di depistaggio del collega Scarpinato non è stato un partito politico, non è stata la Lega, non è stata Forza Italia, non è stato Fratelli d'Italia, ma è stato un giudice di Caltanissetta che, visti gli atti, i fatti e le intercettazioni (non i complotti, i fatti) (Applausi), gli atti delle intercettazioni, ha parlato di attività di depistaggio del senatore Scarpinato, il quale si dovrebbe solo vergognare per come ha infangato una Commissione così importante.

RUSSO (FdI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Senatore Russo, però farei un'alternanza maggioranza e opposizione.

VERINI (PD-IDP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VERINI (PD-IDP). Signora Presidente, fa piacere intervenire quando i dibattiti sono pacati e si può ragionare. Cerco di parlare con nettezza, collocandomi sulla linea del comunicato che tutto il Gruppo PD in Commissione antimafia ha diffuso l'altro giorno. Prima di entrare nel merito, non esiste che qualcuno, qualche Gruppo o qualche parlamentare possa cacciare da una Commissione bicamerale un altro parlamentare: è una cosa incostituzionale (Applausi), in generale, oltre che nel merito, tanto che un abortito progetto di legge che la maggioranza aveva presentato in questo senso contra personas, De Raho e Scarpinato, è stato lasciato morire in Parlamento alla Camera, perché non può esistere questa cosa.

Aggiungo che si può sbagliare, chiunque di noi può sbagliare o fare cose non opportune, ma pretendere di cacciare dalla Commissione parlamentare antimafia due persone che si chiamano Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato, questa è una cosa che non esiste, perché questi hanno spesso la vita contro le mafie (Applausi) e questa cosa la dico perché noi non siamo appiattiti, non difendiamo tutto quello che può aver fatto qualsiasi magistrato nella propria vita. Noi, a partire da me, possiamo, nella nostra carriera e nel nostro esercizio di funzioni, compiere errori, cose inopportune, non lo so, ma - perdonate - non si può mettere in discussione il fatto che queste persone, nella loro vita, anche da magistrati, siano sempre stati dalla parte giusta: il contrasto alla criminalità organizzata. (Applausi).

Voglio chiudere, Presidente, perché qui c'è un tema che è molto delicato e che, secondo me, in questi anni è stata un'occasione perduta.

Borsellino e Falcone sono due eroi antimafia, sono due simboli non di una parte, ma del Paese e anche oltre il Paese. La pista mafia-appalti è stata una delle cause che può aver causato le stragi, certamente sì; ma come si fa, con protervia, con scientifica abnegazione, a pretendere di negare in radice che, oltre a mafia-appalti, ci possano essere state anche altre cause? Pensiamo alle piste nere. Non è vero che, come ha detto il procuratore di Caltanissetta, sono «zero tagliato», tanto che la Cassazione ha imposto di indagare sulle possibili - possibili, io non sono sicuro - piste nere. (Applausi).

Così come non è assolutamente un fuor d'opera pensare che in quegli anni, se c'è stata - e ho finito, Presidente - Capaci e c'è stata via d'Amelio, c'è stato anche il Velabro, San Giovanni in Laterano, via Palestro a Milano, via dei Georgofili. (Applausi).

Forse era un disegno per cambiare il corso politico della storia; dico forse, perché non ne sono sicuro. Io dico solo: andiamo avanti con le indagini. (Applausi).

Francamente - e ho finito davvero, Presidente - io credo che la destra abbia purtroppo perso un'occasione e abbia usato in questi anni la Commissione antimafia come una clava per colpire le opposizioni e riscrivere la storia. Noi non lo permetteremo. (Applausi. Commenti).

RUSSO (FdI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUSSO (FdI). Signor Presidente, quanta, quanta, quanta ipocrisia ho sentito oggi! (Commenti).

Ipocrisia di chi vuole continuare a difendere un parlamentare - non un magistrato, un parlamentare, che quindi ha la responsabilità di un parlamentare - che è stato dichiarato, in un atto giudiziario, depistante (Applausi), ossia uno che ha volutamente lavorato nella Commissione in cui dovrebbe essere una persona di garanzia per depistare delle indagini. (Commenti).

Questo è chiaro. In quello stesso provvedimento la gestione di quelle indagini del 1992 viene dichiarata scellerata; stiamo parlando di atti giudiziari e i cultori - e qui gli ipocriti - dell'autonomia della magistratura all'improvviso ritengono, invece, di dover condannare questo gip; tanto è vero che tutte le associazioni del CSM, in questo momento, stanno chiedendo di intervenire sull'ex magistrato, attuale parlamentare, Scarpinato. (Commenti).

Ci sono una serie di prese di posizioni pubbliche, di Magistratura Indipendente e di Magistratura Democratica. Studiate, leggete anche voi la rassegna stampa. (Applausi).

Evidentemente sapete solo fare caciara e dire anche cose false, come per esempio che la collega Santanché è stata rinviata a giudizio, cosa che non è vera. (Commenti).

Detto ciò, noi abbiamo dei fatti concreti. Abbiamo un provvedimento che stabilisce che nel 1992, nel clima che noi conosciamo e che personalmente io conosco, da palermitano (e chi ha visto le stragi sa di cosa si parla)… (Commenti). Se mi consentite, perché sul sentito dire sento tante cose. Dicevo che, in quel clima, c'era un sistema di imprenditori mafiosi e lo sapevano tutti e stranamente i grandi cultori dell'antimafia hanno trovato il tempo di non indagare, nel momento in cui nasceva Mani pulite. (Applausi).

Hanno preferito archiviare, in attesa di non si sa che cosa. (Applausi). Questi sono i fatti accertati. (Commenti).

Sia chiaro che noi non parliamo di pentiti non attendibili; noi parliamo di fatti. C'è un provvedimento importante, articolato, che tecnicamente porta a un'archiviazione, ma che di fatto apre nuovi scenari; scenari che per tanto, troppo tempo - piaccia o non piaccia - qualcuno ha voluto nascondere. (Applausi).

Forse anche quelli che hanno ritrovato all'improvviso la memoria, come il dottore Patronaggio, che per trent'anni non si era accorto di quella riunione in cui Borsellino sarebbe stato informato (non è stato informato) dell'archiviazione dell'inchiesta mafia-appalti, all'improvviso se ne accorgono. Come ha detto il mio collega Sallemi, forse c'è stato un ulteriore training, non lo sappiamo. Abbiamo scoperto che esistono i training in Commissione antimafia su come predisporre le audizioni.

Sia chiaro, noi parliamo di fatti acclarati in un provvedimento giudiziario; altri parlano semplicemente di demagogia e di ipocrisia. (Applausi).

DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE CRISTOFARO (Misto-AVS). Signor Presidente, francamente, che la maggioranza di Governo attacchi il senatore Scarpinato, al quale va la solidarietà del Gruppo di Alleanza Verdi-Sinistra, e, al tempo stesso, che faccia scudo su quello che ha combinato in questi anni Andrea Delmastro sulle bisteccherie, sugli affari, sulle cose che faceva a Roma, a 700 chilometri da casa, davvero la dice lunga su dove è precipitato il dibattito pubblico di questo Paese.

Io ritengo molto scomposto questo attacco che viene condotto nei confronti del senatore Scarpinato e gli ribadisco la solidarietà. Penso che sia molto grave che un Gruppo parlamentare chieda che un senatore rappresentante del popolo venga estromesso da una Commissione parlamentare. Non credo che esistano precedenti da questo punto di vista e ritengo, per l'appunto, gravissimo e insopportabile questo doppiopesismo.

Volete interpretare una qualche forma di pubblica morale? Guardate a casa vostra e poi, per l'appunto, potrete attribuire patenti ai parlamentari e ai rappresentanti del popolo che sono qui. Siccome non lo fate e siccome mi pare abbastanza evidente il carattere totalmente strumentale di quello che state dicendo, io ribadisco la totale solidarietà del mio Gruppo al senatore in oggetto della questione, al senatore Scarpinato. (Applausi. Commenti del senatore Licheri).

PRESIDENTE. Senatore Licheri, il Presidente non lo fa lei, ancora. (Commenti del senatore Marton).

Senatore Marton, non è che facendomi dei gesti io senta meglio. Terminiamo questo giro di interventi e in seguito interverrà per fatto personale. Io so esattamente cosa fare. Senatore Pirondini, mi faccia una cortesia e richiami i suoi senatori. Dopo la farò intervenire per fatto personale.

BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Signor Presidente, mi rivolgo, per suo tramite, al senatore Pirondini. Si sa che la miglior difesa è l'attacco, senatore Pirondini, ma quello che avete appena sottolineato è veramente qualcosa di gravissimo, perché la senatrice Santanchè non è assolutamente rinviata a giudizio. Quindi, non accusate le persone per nulla, come avete fatto fin dalla vostra fondazione.

In questo caso siete stati presi con le mani nella marmellata, perché questa volta un giudice indipendente ha messo a voi un dito nell'occhio, dicendo quello che è stato fatto, cioè depistaggio. Parliamoci chiaro: depistaggio e condizionamento. E, come ha ben detto il senatore Cantalamessa, queste non sono parole nostre, ma del gip Bologna, il procuratore di Caltanissetta, che ha parlato esplicitamente di depistaggio e di condizionamento da parte del giudice Scarpinato.

Quindi, cari colleghi della sinistra che vi sbracciate a dare la solidarietà al giudice Scarpinato, poiché la Commissione antimafia non appartiene né alla destra né alla sinistra, ma appartiene alla Repubblica, appartiene ai cittadini onesti, grazie solo a questo voi dovreste capire che Scarpinato si dovrebbe dimettere spontaneamente, perché è stato lui preso con le mani nella marmellata. È un fatto gravissimo, perché ha tentato di condizionare una persona, non sono parole nostre, che doveva essere audita dalla Commissione antimafia.

Quando parlate poi del presidente Colosimo, sciacquatevi veramente la bocca! Sciacquatevi veramente la bocca, perché dovreste ascoltarla nei suoi interventi, perché i familiari di Falcone e di Borsellino, in particolar modo i figli di Borsellino, sono andati a ringraziarla per quello che sta facendo! Sì, sono andati a ringraziarla! (Vivaci commenti dai banchi dell'opposizione. I senatori del MoVimento 5 Stelle espongono dei cartelli).

PRESIDENTE. Senatore Pirondini, non si possono esporre cartelli in Aula.

BIANCOFIORE (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP). Signor Presidente, ma chissà quante foto avrete fatto voi con delle persone passate per caso. È capitato a ciascuno di noi, mentre facevamo dei convegni, che qualcuno non molto opportuno si avvicini. È capitato a tutti. Purtroppo, non abbiamo il metal detector per le persone con cui facciamo le foto.

Il presidente Colosimo è stato ringraziato dai figli di Borsellino per quello che sta portando avanti sulla borsa e sull'agenda rossa. Vergognatevi! Mandatelo a casa! (Applausi).

Se aveste onestà intellettuale, dovreste mandarlo a casa voi, senza bisogno di fare noi una lettera. Dovreste chiederlo voi, visto che, per una volta, la magistratura è a 360 gradi, di destra e di sinistra, è una magistratura democratica. C'è un fascicolo aperto che non riguarda Michaela Biancofiore o la maggioranza di centrodestra; c'è un fascicolo aperto contro Scarpinato da parte del CSM e delle sue varie correnti. Quindi fatevene una ragione. (Applausi).

PRESIDENTE. Chiedo a coloro dell'opposizione che non hanno parlato, se vogliono intervenire. Nessuno chiede di intervenire.

*GASPARRI (FI-BP-PPE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, cercherò di non suscitare risse, se possibile. La vicenda è complessa e io, mesi fa, ebbi già modo di parlare in quest'Aula del senatore Scarpinato. Si è detto "eroe della lotta alla mafia". Io potrei citare una serie di fatti. Senatore Verini, lei ha detto che De Luca non ha ragione. De Luca è il procuratore della Repubblica di Caltanissetta che è venuto in Commissione antimafia, dove ha fatto un'audizione molto lunga che proseguirà, perché dobbiamo ancora rivolgergli delle domande. De Luca definì le "piste nere", un certo modo di investigare, anche di Scarpinato e di altri suoi colleghi, sulle stragi mafiose, "zero tagliato", tant'è che lei ha detto che non è vero quello che dice De Luca, ma non è che ha potuto negare. Noi a volte abbiamo criticato i magistrati, mi pare strano che voi che avete una teologia della magistratura, quando dicono cose che non vi fanno comodo, dite che sono dei bugiardi. (Applausi). E allora questo modo di interpretare la magistratura non funziona.

Io ho conosciuto Paolo Borsellino, ma non ho mai conosciuto personalmente De Luca se non nelle audizioni in Commissione, in cui è stato molto analitico. Non abbiamo qui il tempo, Presidente, di raccontare tutte le cose che ho detto delle indagini di Scarpinato. Non bastasse De Luca, giorni fa anche Santi Bologna (non Santi Romano, grande giurista da non accostare a questi giuristi alla Scarpinato), gip di Caltanissetta, in una sentenza ha definito depistante il comportamento di Scarpinato. Io che lo ha attaccato decine di volte, non ho mai usato la parola "depistante". Lo ha detto un magistrato. Voi che avete la teologia delle toghe, dovreste dire "meno male che Santi Bologna ha usato queste parole". Ne ha parlato in riferimento a due fatti. Lo dico per colleghi che, casomai, a differenza di alcuni di noi, non hanno avuto il tempo di leggere nei decenni tonnellate di carte e di sentenze. Lo ha detto in riferimento alle telefonate, già citate dal senatore Cantalamessa, tra Scarpinato e Natoli, un ex magistrato indagato, in cui concordano - i fatti sono evidenti - le domande e le risposte in Commissione antimafia. Per questo molti di noi hanno chiesto che Scarpinato abbia la dignità di andare via dalla Commissione antimafia (Applausi); dopo quelle telefonate e quelle conversazioni una persona seria non ci può certo stare.

Potremmo parlare poi della parziale archiviazione dell'inchiesta mafia e appalti che anche Santi Bologna e De Luca ritengono una delle concause dell'uccisione di Borsellino e, come hanno detto giustamente alcuni, i figli di Borsellino hanno ringraziato Chiara Colosimo e la Commissione antimafia per l'attività che stiamo svolgendo. (Applausi). La famiglia Borsellino è vasta e grande. Citiamo allora anche quello che hanno detto Fiammetta, il figlio e l'avvocato Trizzino.

Scarpinato fece la parziale archiviazione di mafia appalti; un grave errore. Scarpinato ha condotto l'indagine sistemi criminali; sbagliata anche quella e smentita da De Luca e da altri. Ha fatto il processo per anni e anni al generale Subranni morto per le sofferenze di quel processo ingiusto, al generale Mori, al colonnello De Donno e ad altri; tutti assolti! Tutti assolti dopo decenni di persecuzione! (Applausi). Questo è "l'eroe dell'antimafia" o delle indagini "sbagliate".

Mi fermo, signor Presidente, perché il tempo è limitato, ma ne parleremo in Commissione antimafia. Voglio ricordare un'altra vittima di questi teoremi. Giorni fa Marina Berlusconi ha scritto una lettera al quotidiano «Il Giornale» perché Berlusconi, a tre anni dalla morte, viene vergognosamente chiamato in causa a Firenze da altri magistrati - Scarpinato non c'entra, ma il teorema è lo stesso - senza potersi difendere, in processi con Baiardo e altri personaggi la cui credibilità vale zero tagliato.

Quindi voglio essere solidale anche con la memoria del presidente Berlusconi infangata in questi giorni. (Applausi).

PRESIDENTE.Concluda, senatore Gasparri.

GASPARRI (FI-BP-PPE). Avete ragione: quando si fanno certi nomi, come Scarpinato, bisogna sciacquarsi la bocca. Lo farò, a tutela della mia bocca. (Applausi).

PIRONDINI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Su che cosa, senatore?

PIRONDINI (M5S). Per fatto personale.

PRESIDENTE.Senatore Pirondini, per fatto personale si può intervenire a fine seduta.

PIRONDINI (M5S). Domando di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PIRONDINI (M5S). Non posso non denunciare il fatto che la senatrice Garnero Santanchè è venuta qui a minacciare il nostro Gruppo dicendo: dovete stare attenti, dovete stare…

PRESIDENTE. Questo è un intervento per fatto personale, non è sull'ordine dei lavori.

PIRONDINI (M5S). Questo è un fatto gravissimo. Una senatrice non può andare da un altro…

PRESIDENTE. Va bene, l'ha detto, la ringrazio e ne prendiamo atto. Questo è un intervento per fatto personale che avrebbe dovuto fare dopo; sull'ordine dei lavori non c'entra nulla.

NICITA (PD-IDP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Su cosa, senatore?

NICITA (PD-IDP). Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Che sia però sull'ordine dei lavori.

Ne ha facoltà.

NICITA (PD-IDP). È un intervento sull'ordine dei lavori, perché il collega ha chiesto di intervenire per fatto personale. Io richiamo l'articolo 67 del Regolamento, che non parla esplicitamente di minacce, ma parla di tumulti: se ci sono fatti di questo genere, la Presidenza può sospendere i lavori dell'Aula, accertare i fatti e riferirsi… (Commenti). Quando c'è un caso di minacce di questo genere, non è personale, perché riguarda un Gruppo, quindi la Presidenza ha il dovere di accertare cosa è accaduto… (Commenti).

PRESIDENTE. No, mi spiace, ma il Regolamento non può essere così interpretato, poiché questo non era un tumulto, e spetta a me decidere se fosse un tumulto o meno. Comunque il senatore Pirondini si è espresso, quindi direi che non ha bisogno di altri avvocati difensori.

Discussione dalla sede redigente del disegno di legge:

(1875) Istituzione del Registro unico nazionale dei dispositivi medici impiantabili (Relazione orale) (ore 12,56)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione dalla sede redigente del disegno di legge n. 1875.

Il relatore, senatore Zullo, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

ZULLO, relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, sottosegretario Gemmato, sottosegretario La Pietra, l'articolo 1 del disegno di legge prevede l'istituzione del registro unico nazionale dei dispositivi medici impiantabili, stabilisce le finalità e le sezioni di esso, e demanda a due atti secondari le relative disposizioni attuative. L'articolo 2 disciplina l'accesso al suddetto registro da parte delle diverse categorie di soggetti pubblici e privati.

Il registro, ai sensi del comma 1 dell'articolo 1, è istituito presso la Direzione generale del Ministero della salute competente in materia di dispositivi medici. In base al comma 3 dello stesso articolo 1, il registro è articolato nella sezione relativa al già esistente registro nazionale degli impianti protesici mammari e in altre corrispondenti sezioni per ciascuna tipologia di dispositivo medico impiantabile individuata con decreto del Ministro della salute, da adottarsi entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento legislativo, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano. La suddetta individuazione è operata secondo i criteri posti dal successivo comma 4. Il registro è istituito per le finalità di cui al comma 2 dello stesso articolo 1, le quali, in sintesi, concernono, con riferimento ai dispositivi medici impiantabili rientranti nel suddetto ambito, il monitoraggio clinico del soggetto interessato, il monitoraggio epidemiologico, la prevenzione, la valutazione e il monitoraggio dei fattori di rischio, la vigilanza e sorveglianza, la tracciabilità del dispositivo, la rintracciabilità del soggetto, la valutazione indipendente della sicurezza e della prestazione a lungo termine dei dispositivi, il supporto nel controllo della spesa pubblica e nella programmazione economico-finanziaria. Il registro è alimentato dai dati che i medici, gli altri professionisti sanitari e gli operatori economici devono inserire ai sensi del comma 6 dell'articolo 1 e dei commi 1 e 2 dell'articolo 2.

Il complesso delle disposizioni attuative del registro relative ai profili individuati dal comma 5 dello stesso articolo 1 e dall'articolo 2 è definito con altro decreto del Ministro della salute, da adottarsi entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento legislativo, previa intesa nella suddetta sede di Conferenza permanente, acquisito il parere del Garante per la protezione dei dati personali.

L'accesso al registro è consentito secondo i termini e per le finalità individuate dall'articolo 2 (che fa rinvio al decreto di cui all'articolo 1, comma 5, per ulteriori determinazioni in merito) distintamente per i seguenti soggetti e istituzioni: medici e altri professionisti sanitari (comma 1); operatori economici (comma 2); Ministero della salute (comma 3); Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano (comma 4). Ulteriori disposizioni sono stabilite dai commi 7 e 8 dell'articolo 1.

I commi 1 e 2 dell'articolo 3 comminano una sanzione amministrativa pecuniaria per l'ipotesi di violazione, da parte dei medici, degli altri professionisti sanitari e degli operatori economici, degli obblighi - previsti dal precedente articolo 1, comma 6 - di inserimento dei dati nelle sezioni del Registro unico nazionale dei dispositivi medici impiantabili diverse da quella relativa agli impianti protesici mammari.

La novella di cui al comma 1, lettera a), dell'articolo 5, introduce una sanzione amministrativa pecuniaria per il caso di applicazione di protesi mammarie per fini estetici in assenza dei requisiti professionali posti dalla disciplina vigente, costituiti dal possesso del titolo di specializzazione in chirurgia plastica o da requisiti alternativi ammessi da disposizioni di natura transitoria. La novella di cui alla successiva lettera b), incrementa i limiti minimi e massimi, equiparandoli a quelli contemplati dai commi 1 e 2 del suddetto articolo 3, della sanzione amministrativa pecuniaria già prevista per l'ipotesi di violazione da parte dei medici e degli altri professionisti sanitari, dell'obbligo di inserimento dei dati nel Registro nazionale degli impianti protesici mammari, registro che costituirà ora, come detto, una sezione del registro unico.

I commi da 3 a 6 dell'articolo 3 recano specificazioni e norme finali relative alle sanzioni; il comma 7 reca un criterio specifico per la determinazione della graduazione delle sanzioni.

L'articolo 4 prevede che il Ministro della salute presenti alle Camere, con cadenza triennale, una relazione sui dati raccolti nel Registro unico in oggetto.

Il comma 1 dell'articolo 6 reca la quantificazione degli oneri finanziari derivanti dal precedente articolo 1 e provvede alla relativa copertura. Gli oneri sono valutati pari a 100.000 euro per l'anno 2026, 940.000 euro per l'anno 2027, 560.000 euro per l'anno 2028 e 300.000 euro annui a decorrere dal 2029. Per la copertura si provvede a valere sulla quota del Fondo per il governo dei dispositivi medici destinata all'implementazione e alla gestione, sia dei sistemi informatici necessari al governo dei dispositivi medici - inclusi i sistemi informativi a supporto della vigilanza e sorveglianza di mercato - sia dei registri dei dispositivi medici impiantabili.

Il successivo comma 2 reca le clausole di invarianza degli oneri di finanza pubblica, con riferimento alle disposizioni del presente provvedimento legislativo diverse da quelle di cui all'articolo 1. (Applausi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo.

GEMMATO, sottosegretario di Stato per la salute. Signora Presidente, ho poco da aggiungere alla eccellente esposizione del senatore Zullo, relatore del provvedimento. Mi permetto di contestualizzare lo stesso che si inserisce in uno degli strumenti di sostenibilità del nostro sistema sanitario nazionale pubblico, oltre che di miglior resa clinica dello stesso. Immaginiamo un registro unico degli impiantabili, cioè di tutte quelle protesi che vengono impiantate nell'organismo dei pazienti che, evidentemente, potendo essere tracciate ex post migliorano la clinica degli stessi e rendono quindi possibile anche una verifica in real world del decorso e quindi del funzionamento dello stesso dispositivo impiantato. Collateralmente, si evidenzia il fatto che, controllando i vari dispositivi, la loro operatività e la resa degli stessi, evidentemente diamo un contributo anche economico a selezionare i migliori e i più performanti, contribuendo quindi alla sostenibilità del nostro sistema sanitario nazionale.

Voglio ricordarlo in chiusura di questa mia breve chiosa rispetto a quanto già detto dal relatore Zullo: noi abbiamo un sistema sanitario nazionale che deve rispondere alle esigenze di salute di una popolazione che invecchia. Siamo fra le popolazioni più longeve al mondo. Il dato OCSE riporta un'età media di 84,1 anni di età, siamo quindi i più longevi d'Europa, però, purtroppo, non facciamo più figli. Il tasso di fertilità italiano è di 1,14 bambini per donna, dato per il quale siamo ultimissimi in Europa. Come si tiene insieme un sistema in cui la popolazione invecchia e quindi ovviamente con sé trascina il fatto che vi è bisogno di gestire la grande cronicità e quindi la condizione di vecchiaia insieme al fatto che non si fanno più figli? Evidentemente finanziando maggiormente il nostro sistema sanitario nazionale e segnatamente il Fondo sanitario nazionale, che negli ultimi tre anni abbiamo implementato di quasi 18 miliardi, e, d'altro canto, immaginando nuovi modelli organizzativi e che facciano migliorare le performance del nostro sistema. Il provvedimento oggi in discussione al Senato ovviamente va in tale direzione.

Chiudo complimentandomi per il lavoro svolto. Ovviamente in Commissione c'è stato un confronto sereno, legato al fatto che si stesse approvando un provvedimento che impatta positivamente sulla salute degli italiani da un lato, e, dall'altro, voglio ringraziare anche le strutture tecniche del Ministero: la dottoressa Guasticchi Campanale che ha seguito personalmente il provvedimento con grande passione, ma soprattutto con grande competenza. Ritengo che il prodotto contenga una visione innovativa della nostra sanità che porta questo pezzo a raccontarci che l'Italia performa in tema di sanità. Siamo fra i primissimi sistemi sanitari nazionali pubblici al mondo, lo dobbiamo ai nostri straordinari professionisti sanitari, ma lo dobbiamo anche a misure come queste, che sono altamente innovative e quindi sostanzialmente contribuiscono, da un lato, al miglioramento delle performance del nostro sistema, e dall'altro alla sostenibilità dello stesso. (Applausi).

PRESIDENTE. Comunico che è pervenuto alla Presidenza - ed è in distribuzione - il parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame, che verrà pubblicato in allegato al Resoconto della seduta odierna.

Passiamo alla votazione degli articoli, nel testo formulato dalla Commissione.

Procediamo alla votazione dell'articolo 1.

IRTO (PD-IDP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

IRTO (PD-IDP). Signor Presidente, a nome del Gruppo, chiedo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 113, comma 2, del Regolamento, dispongo la votazione, come richiesto.

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'articolo 1.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo alla votazione dell'articolo 2.

Verifica del numero legale

IRTO (PD-IDP). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Sorrido, senatore Irto, solo perché, a beneficio suo, non mi era mai capitato di ricevere una richiesta di verifica del numero legale su un disegno di legge dalla sede redigente dove siete d'accordo tutti, ma va bene.

Il Senato non è in numero legale.

Sospendo pertanto la seduta fino alle ore 13,28.

(La seduta, sospesa alle ore 13,08, è ripresa alle ore 13,31).

Ripresa della discussione dalla sede redigente del disegno di legge n. 1875 (ore 13,31)

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'articolo 2.

IRTO (PD-IDP). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta non risulta appoggiata).

Metto ai voti l'articolo 2.

È approvato.

Passiamo alla votazione dell'articolo 3.

Verifica del numero legale

IRTO (PD-IDP). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato non è in numero legale.

Colleghi, apprezzate le circostanze, sospendo pertanto la seduta fino alle ore 15,30.

(La seduta è sospesa alle ore 13,32).