Relazione annuale del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale

Buongiorno a tutti.

       È con sincero piacere che porto il mio saluto in occasione della presentazione della Relazione annuale al Parlamento del Garante Nazionale per la tutela dei diritti delle persone private della libertà personale.

       Saluto il Presidente Sergio Mattarella, la cui presenza oggi sottolinea l’alto valore istituzionale di questo importante momento di confronto e riflessione.

       Saluto i rappresentanti della Camera dei deputati e della Corte Costituzionale, i Ministri, i colleghi parlamentari, le autorità, gli ospiti in sala e tutti coloro che stanno seguendo questo appuntamento da remoto.

       Ringrazio il Garante e i suoi componenti e tutto il personale tecnico e amministrativo per la professionalità e l’instancabile dedizione che ne hanno sempre contraddistinto l’operato.

       Dalla sua istituzione, il Garante ha saputo sviluppare una rete di collaborazione con tutti i soggetti coinvolti nell’attuazione delle misure di detenzione: dagli istituti penitenziari alle comunità di recupero, dai centri di prima accoglienza alle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza o ai reparti per i trattamenti sanitari obbligatori.

       Contesti all'interno dei quali, in questi ultimi due anni segnati dal COVID, la completa chiusura all’esterno e i lunghi periodi di quarantena e isolamento si sono spesso tradotti in intollerabili sofferenze per chi già si trovava a vivere situazioni personali di grande fragilità.

       Anche su questi aspetti, il ruolo del Garante è stato e continua ad essere determinante. Ha saputo promuovere un cambiamento culturale nell’approccio alla generale riflessione sulla giustizia, che ha esteso alla considerazione della qualità della detenzione e alla delicata materia dell’esecuzione penale.

       Da un lato, infatti, il suo impegno attivo negli istituti di detenzione gli ha permesso di toccare con mano una realtà di grande complessità umana e sociale evidenziandone le tante criticità ancora presenti.

       Dall’altro lato, gli ha consentito di acquisire dati e informazioni che rappresentano oggi un bagaglio di conoscenze di enorme valore:

  • tanto in chiave retrospettiva, per valutare con imparzialità l’impatto delle politiche pubbliche in materia;
  • quanto in chiave prospettica, per dare qualità all’azione di Parlamento e Governo, specie in una fase così delicata di riforme.

       In tale cornice, il primo pensiero non può che andare all’annosa questione del sovraffollamento delle nostre strutture.

       Nonostante gli importanti sforzi compiuti in questi anni, anche sul piano legislativo, per contenere i flussi in ingresso e allargare quelli in uscita dalle carceri, il numero delle persone attualmente detenute in Italia continua ad essere pericolosamente al di sopra dei limiti di capienza, con un tasso medio del 105/110% dei posti disponibili.

       Vi sono poi situazioni di vera emergenza, come ad esempio in Puglia e in Lombardia, dove la concentrazione della popolazione carceraria arriva a superare il 130% e, in alcuni casi, persino il 160% dei posti disponibili.

       Oltre a generare disagio, malessere ed amplificare la percezione del carcere come luogo di degrado ed emarginazione, il sovraffollamento - insieme ad una grave carenza di strutture, risorse e personale - rappresenta uno dei principali ostacoli alla salvaguardia di diritti fondamentali della persona, come quello all’istruzione, al lavoro o alla sfera degli affetti.

       Diritti che non sono solo guarentigie di una dignità umana che il carcere non può sopprimere, ma anche strumenti irrinunciabili per trasformare la pena in un'occasione di riscatto, recupero e rinascita sociale, come prescrive la Costituzione.

       Questo è tanto più vero nel caso dei minori, che rappresentano la vera sfida di un sistema detentivo chiamato non solo a considerare il carcere come una extrema ratio, ma anche a garantire che le misure restrittive non recidano i legami sociali e le prospettive di ritorno ad una socialità piena.

       Occorre quindi un convinto cambio di passo.

       Perchè quelle che il Garante evidenzia anche nella relazione di quest'anno sono problematicità persistenti che richiedono soluzioni strutturali, non misure emergenziali.

       Altrimenti continueremo a confrontarci con un sistema che incatena: nel tempo e nello spazio.

       Che umilia e non riabilita.

       Un sistema in cui il tasso di suicidi in carcere continua ad essere tra i più alti in Europa, senza contare i numeri sempre più in crescita dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo.

       Credo che questi siano i dati più allarmanti.

       Soprattutto se si considera che quasi la metà dei detenuti che si sono tolti la vita in carcere negli ultimi due anni non stava nemmeno scontando una sentenza definitiva o - peggio - si trovava sottoposto a misure cautelari.

       Una tragica realtà, che evidenzia in primo luogo l’esigenza di rafforzare il supporto psicologico e psichiatrico nelle strutture detentive, investendo sulla prevenzione e immaginando percorsi mirati per le persone più fragili e a rischio.

       E poi, calarsi nei bisogni e nel sentire delle persone rinnova l'urgenza morale di dare una soluzione a problemi ormai endemici come quello dell’eccessiva durata dei processi o dei casi di ingiusta detenzione.

       Il tempo non è mai una variabile marginale quando ad essere sotto la spada di Damocle è la libertà personale.

       L’attesa per una decisione da cui dipende il proprio futuro non può essere affidata all’alea procedimentale né prolungata oltre misura.

       Il rischio è che, specialmente per i reati commessi in giovane età, una sanzione afflitta a distanza di 10 anni perda la propria funzione retributiva e preventiva, trasformandosi in una “pena inutile”.

       In questo senso, certezza ed effettività della sanzione sono sì i pilastri dello stato di diritto, ma il rispetto e la tutela della dignità umana in ogni fase del processo, ivi compresa quella dell’esecuzione della pena, ne costituiscono le fondamenta etiche.

       Voltaire diceva: “Il grado di civiltà di uno Stato si misura dal grado di civiltà delle sue prigioni”. 

       Rispondere a questa esigenza di civiltà è la grande sfida che ci attende e sono certa che il Garante saprà continuare ad offrire un contributo qualificato in tale direzione.

       Grazie.