Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00642
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Atto n. 1-00642
Pubblicato il 11 ottobre 2016, nella seduta n. 696
BARANI , MAZZONI , AMORUSO , AURICCHIO , COMPAGNONE , CONTI , D'ANNA , FALANGA , GAMBARO , IURLARO , LANGELLA , LONGO Eva , MILO , PAGNONCELLI , PICCINELLI , RUVOLO , SCAVONE , VERDINI
Il Senato,
premesso che:
a far data dal 1997, l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha riconosciuto ufficialmente l'obesità come un'epidemia globale;
nel 2005, l'OMS stimava che almeno 400 milioni di adulti, pari al 9,8 per cento della popolazione mondiale, fossero obesi. La frequenza dell'obesità subisce un incremento con l'età, almeno fino ai 50 o ai 60 anni, e i casi registrati sono rapidamente aumentati soprattutto negli Stati Uniti, in Australia e in Canada;
se, fino alla fine del XX secolo, l'obesità era ritenuta un problema circoscritto alle comunità ad alto reddito, a partire dal XXI secolo la condizione è in aumento in tutto il mondo, tanto nelle nazioni industrializzate quanto nei Paesi in via di sviluppo, con l'esclusione dell'Africa subsahariana; gli incrementi maggiori si sono registrati nei contesti urbani;
l'OMS prevede che il sovrappeso e l'obesità potrebbero presto sostituire i più tradizionali problemi di salute pubblica;
è pacifico come, oltre alle conseguenze negative sulla salute, l'obesità conduca a numerosi problemi in materia di occupazione e di costi aumentati per la collettività; questi effetti sfavorevoli insistono su tutti i livelli della società, a partire dai singoli individui fino alle imprese e ai governi;
si presume che, nei soli Stati Uniti, la spesa per i prodotti dietetici si attesti fra i 40 e i 100 miliardi di dollari all'anno. Nel 1998, i costi sanitari, attribuibili all'obesità, negli USA sono stati di 78,5 miliardi dollari, pari al 9,1 per cento di tutte le spese mediche, mentre il costo dell'obesità in Canada è stato stimato in 2 miliardi di dollari canadesi (2,4 per cento dei costi sanitari totali);
l'obesità può portare altresì anche alla stigmatizzazione sociale e a forti svantaggi in materia di occupazione. Rispetto ai loro colleghi di peso normale, i lavoratori obesi hanno in media tassi di assenteismo più elevati: di conseguenza, i costi per i datori di lavoro si innalzano, andando a detrimento della produttività. I lavoratori con un IMC (indice di massa corporea) superiore a 40 chilogrammi al metro quadrato richiedono il doppio di domande di indennità rispetto a quelli con un IMC nella norma: l'eccesso ponderale causa infatti un rischio superiore di infortuni alle mani e alla schiena, dovuti a cadute e al sollevamento di oggetti pesanti;
il peso corporeo eccessivo è associato a diverse patologie, in particolare a malattie cardiovascolari, ipertensione, sindromi metaboliche, al diabete mellito di tipo 2, alla steatosi epatica non alcolica, alla sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, ad alcuni tipi di cancro, alla osteoartrosi. Pertanto, l'obesità è causa di una riduzione dell'aspettativa di vita;
l'obesità è una delle principali cause di morte prevenibile a livello mondiale. Alcuni studi statunitensi ed europei, effettuati su un campione a larga scala, hanno dimostrato che il rischio di mortalità è più basso nei non fumatori con IMC compreso tra i 20 e i 25 chilogrammi al metro quadrato, così come nei fumatori con IMC compreso fra i 24 e i 27 chili per metro quadro. Fra le donne, a un IMC superiore a 32 è stato associato un tasso di mortalità raddoppiato nell'arco di un periodo di 16 anni. Negli Stati Uniti l'obesità è stimata come causa di un numero di decessi, compreso fra gli 111.909 e i 365.000 all'anno, mentre nell'Unione europea un milione di decessi (pari al 7,7 per cento del totale) sono attribuiti al peso in eccesso. In media, l'obesità abbassa l'aspettativa di vita di circa 6-7 anni: in particolare, l'aspettativa di vita diminuisce di 2-4 anni in caso di obesità moderata (corrispondente a un IMC compreso fra 30 e 35 chilogrammi al metro quadrato), mentre l'obesità grave (IMC maggiore di 40) riduce l'aspettativa di vita di 10 anni;
esistono malattie causate direttamente dall'obesità e disturbi connessi indirettamente a essa, attraverso meccanismi di condivisione di una causa comune, come una cattiva alimentazione o uno stile di vita sedentario;
uno stile di vita sedentario gioca un ruolo significativo nell'obesità. Nel mondo, si è verificata una grande diminuzione del lavoro fisicamente impegnativo: conseguentemente, almeno il 60 per cento della popolazione mondiale compie attività motorie insufficienti. Ciò è dovuto principalmente al crescente uso di mezzi di trasporto meccanizzati e alla maggior disponibilità di elettrodomestici. Anche nei bambini è stato documentato un calo nei livelli di attività fisica. L'Organizzazione mondiale della sanità ha registrato una netta diminuzione del numero di persone che nel tempo libero si dedicano ad attività fisica. Tanto nei bambini quanto negli adulti è emersa poi una correlazione fra il tempo dedicato all'uso della televisione e il rischio di obesità;
l'assunzione errata di alimenti, sia nella quantità che nella qualità, può essere uno dei fattori principali nella determinazione di stati patologici e infatti il rischio obesità è determinato, oltre che da uno stile di vita sedentario, anche da un eccesso di calorie introdotte;
in Italia, un gruppo di esperti, costituito presso l'Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (INRAN), ha elaborato le linee guida per una sana alimentazione italiana, per definire e divulgare le informazioni di base per una alimentazione equilibrata e mirata al benessere, da cui si evince che una vita attiva è lo strumento migliore per prevenire molte patologie. Per mantenersi in buona salute è necessario "muoversi", cioè camminare, ballare, giocare, andare in bicicletta;
un buon livello di attività fisica, infatti, contribuisce ad abbassare i valori della pressione arteriosa e quelli dell'ipercolesterolemia, a prevenire malattie cardiovascolari, obesità e sovrappeso, diabete, osteoporosi; contribuisce, inoltre, al benessere psicologico, riducendo ansia, depressione e senso di solitudine;
per i bambini e i ragazzi la partecipazione ai giochi e ad altre attività fisiche, sia a scuola che durante il tempo libero, è essenziale per un sano sviluppo dell'apparato osteoarticolare e muscolare, per il benessere psichico e sociale, per controllare il peso corporeo, per favorire il funzionamento degli apparati cardiovascolare e respiratorio. Inoltre, lo sport e l'attività fisica contribuiscono ad evitare, nei giovani, l'instaurarsi di comportamenti sbagliati, quali l'abitudine a fumo e alcol e l'uso di droghe;
anche per gli anziani l'esercizio fisico è particolarmente utile, in quanto ritarda l'invecchiamento, previene l'osteoporosi, contribuisce a prevenire la disabilità, contribuisce a prevenire la depressione e la riduzione delle facoltà mentali, contribuisce a ridurre il rischio di cadute accidentali, migliorando l'equilibrio e la coordinazione;
è oramai acclarato che praticare con regolarità attività sportive, almeno 2 volte a settimana, aiuta a aumentare la resistenza, aumentare la potenza muscolare, migliorare la flessibilità delle articolazioni, migliorare l'efficienza di cuore e vasi e la funzionalità respiratoria, migliorare il tono dell'umore;
in Italia, fino a pochi decenni fa, il problema dell'obesità era quasi inesistente. La dieta mediterranea e le corrette abitudini nutrizionali hanno sempre contraddistinto gli italiani nel panorama internazionale. Gli ultimi decenni, però, hanno portato importanti cambiamenti negli stili di vita, sempre più sedentari, e nei cibi consumati, più calorici e trattati;
questo ha comportato forti cambiamenti anche nel nostro Paese, con tassi di obesità che negli ultimi 20 anni hanno subito un forte aumento. Infatti, il 33,1 per cento della popolazione è in sovrappeso (41 per cento degli uomini e 25,7 per cento delle donne) e il 9,7 per cento è obesa. Sebbene gli ultimi dati del progetto "Okkio alla Salute" dell'Istituto superiore di sanità siano lievemente incoraggianti, i livelli di sovrappeso e obesità in età infantile restano elevati. Il fenomeno è più diffuso al Sud (in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata riguarda più del 40 per cento del campione), dove alcune abitudini alimentari e la scarsa percezione del fenomeno depongono a sfavore;
la causa del problema obesità è nota soltanto in un ridotto numero di casi, inferiore al 5 per cento. Infatti l'obesità (definibile in presenza di un indice di massa corporea superiore a 30) ha un'origine multifattoriale: la predisposizione familiare esiste (almeno 40 i geni coinvolti), ma un ruolo cruciale è giocato dagli stili di vita, condizionati dalle pubblicità, che "spingono" i consumi di prodotti non propriamente salutari. Si stima che il 50 per cento delle responsabilità della malattia ricada sui geni e l'altra metà dipenda da fattori ambientali: tra cui la dieta, ovviamente, è al primo posto;
c'è anche un aspetto nuovo, di certo non il principale, ma interessante, legato alle elevate temperature raggiunte nelle abitazioni e negli uffici. Con 20-21 gradi all'interno, rispetto ai 19 consigliati, si ridurrebbe la "spesa energetica" del nostro organismo, al punto da favorire l'aumento del peso. Secondo alcuni ricercatori italiani, il troppo caldo fa male, perché la quantità di calorie che la persona brucia per mantenere la temperatura corporea a 37 gradi si riduce, se quella nell'ambiente è più elevata e più vicina a quella corporea;
l'obesità segue un trend di crescita a tutte le latitudini, mentre la società contemporanea fornisce un'ampia gamma di occasioni per consumare cibi e bevande; infatti, si moltiplicano le circostanze che possono condurre all'"iperconsumo passivo", in cui non ci si accorge di mangiare prodotti ad alta densità energetica e in quantità eccessiva;
negli ultimi 50 anni il trend ha subito una forte accelerazione. Lo dicono i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità: gli obesi sull'intero pianeta sfiorano la quota di 2 miliardi, la metà dei quali ha sviluppato questa condizione soltanto dopo il 1980. Negli ultimi 30 anni sono mutati i costumi e i comportamenti alimentari. Basti pensare a bevande zuccherate, energy drink e junk food, entrati "a gamba tesa" sul mercato in appena 3 lustri, attraverso massicce strategie di marketing mirate ad aumentarne i consumi;
lo stesso è accaduto nel nostro Paese. Secondo i dati Istat, in circa 10 anni sono cresciuti di circa 2 milioni gli italiani in sovrappeso e di oltre un milione quelli francamente obesi. Ciò significa, appunto, che ogni anno in Italia diventano obese oltre 100.000 persone;
nel nostro Paese è sovrappeso oltre una persona su 3 (36 per cento, con preponderanza maschile), obesa una su 10 (10 per cento), diabetica più di una su 20 (5,5 per cento) e oltre il 66,4 per cento delle persone con diabete di tipo 2 è anche molto in sovrappeso o obeso, mentre lo è "solo" un quarto delle persone con diabete tipo 1, il 24 per cento. In pratica, sono sovrappeso quasi 22 milioni di italiani, obesi 6 milioni, con diabete quasi 3,5 milioni: "diabesi", ossia contemporaneamente obesi e con diabete, circa 2 milioni;
sembrerebbe che i costi diretti legati all'obesità in Italia siano elevatissimi ogni anno e che il 64 per cento di essi venga speso per l'ospedalizzazione. Nonostante ciò, l'obesità è una condizione che fino a qualche anno fa è stata sottovalutata ed è, ancora oggi, difficilmente curabile. L'opinione pubblica ed anche parte del mondo medico hanno una visione superficiale del problema. L'obesità e il diabete rappresentano un problema di salute particolarmente preoccupante, tanto da configurarsi a livello internazionale come elementi di una "moderna pandemia";
la questione quindi "è seria, perché nonostante nel comune sentire si tenda a considerare l'eccesso di peso, e persino l'obesità, ancora come condizione estetica, l'obesità è una vera e propria malattia", come ricorda l'Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica;
l'obesità è considerata, infatti, l'anticamera del diabete e la combinazione tra le 2 malattie rappresenta una vera e propria epidemia dei nostri tempi, per la quale l'Organizzazione mondiale della sanità ha persino coniato il termine diabesità. L'associazione diabete-obesità deve inoltre preoccupare, perché di diabesità si muore, infatti il rischio di morte raddoppia ogni 5 punti di crescita dell'indice di massa corporea (o body mass index: BMI); un diabetico in sovrappeso raddoppia il proprio rischio di morire entro 10 anni, rispetto a un diabetico di peso normale; per un diabetico obeso il rischio quadruplica;
nello spaccato territoriale, il 9,8 per cento indicato dall'Istat nella media nazionale incorpora punte del 13 per cento della Basilicata, la regione italiana in assoluto con la più alta incidenza di obesi tra la popolazione adulta, e di oltre l'11 per cento in Sicilia e Campana, e l'11 per cento tondo della Puglia. Nel Nord Italia l'unica regione con un'incidenza a doppia cifra è l'Emilia-Romagna, al 10,6 per cento di quota. Sotto la media nazionale si posizionano invece tutte le altre regioni settentrionali e gran parte di quelle centrali, ad eccezione dell'Abruzzo. La percentuale più bassa di obesi è appannaggio del Piemonte (l'8,2 per cento degli adulti residenti), seguito dalla Val d'Aosta e dalla provincia di Bolzano;
è poi il caso di dire che il grasso costa. Un paziente obeso ha un impatto sulle casse del sistema sanitario nazionale fino al 51 per cento in più rispetto a uno normopeso. E in Italia, dove la percentuale di obesi supera il 20 per cento della popolazione, i chili in eccesso hanno un costo sanitario di 2,5 miliardi di euro all'anno. In assenza di una chiara azione dei policy maker, il fenomeno è destinato a crescere, rischiando di mettere a dura prova non solo la salute degli italiani, ma anche la sostenibilità finanziaria del sistema sanitario;
un discorso a parte merita il problema dell'obesità infantile. Secondo il Ministero della salute, dal 2008 a oggi, il numero di bambini di età tra 8 e 9 anni in sovrappeso è diminuito leggermente, ma l'Italia resta ai primi posti d'Europa per l'eccesso ponderale infantile. Abitudini alimentari scorrette e comportamenti sedentari sono ancora troppo diffusi;
più di recente risulta che il 22,1 per cento dei bambini di 8-9 anni sia in sovrappeso rispetto al 23,2 per cento del 2008-2009 (meno 1,1 per cento) e il 10,2 per cento in condizioni di obesità, mentre nel 2008-2009 lo era il 12 per cento (meno 1,8 per cento). Complessivamente, l'eccesso ponderale riguarda il 32,3 per cento dei bambini della terza elementare e le percentuali più elevate si riscontrano nelle regioni del Centro-Sud, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata;
è necessario tenere conto del fatto che circa il 50 per cento degli adolescenti obesi tende a diventare un adulto obeso. Inoltre, i fattori di rischio per le malattie degli adulti che sono associati con l'obesità nei bambini e negli adolescenti, persistono in età adulta o aumentano in termini di prevalenza all'aumentare del peso;
non vanno dimenticate le conseguenze sul piano emotivo e sociale dell'obesità, tra cui bassa autostima e ridotte relazioni sociali. I bambini obesi, secondo alcuni studi, sono a rischio di stigmatizzazione ed esclusione sociale, con conseguente maggiore rischio di abbandono scolastico, più basso rendimento scolastico, ridotta stabilità occupazionale e più basso livello di retribuzione salariale;
il fatto che il progresso tecnologico degli ultimi decenni abbia rafforzato la sedentarietà e aumentato la disponibilità di cibi non salutari e altamente processati ha comportato risvolti negativi che si son visti soprattutto nei ceti socio-economici bassi, per i quali l'urbanizzazione e il progresso tecnologico hanno diminuito la propensione alla vita salutare, riducendo gli spazi verdi, promuovendo passatempo sedentari e favorendo l'accesso al più economico, ma meno salutare, cibo spazzatura;
essere informati e avere gli strumenti per valutare rischi e conseguenze dei cattivi stili di vita adottati è indispensabile oggi per opporsi a tendenze tanto facili, quanto dannose per la salute. L'istruzione gioca un ruolo fondamentale in questa partita: numerosi studi hanno mostrato il positivo nesso causale che l'educazione ha sulla salute individuale. Raramente però viene discusso come e attraverso quali canali l'istruzione può essere benefica per lo stile di vita;
lo studio "Body weight, eating patterns, and physical activity: the role of education" condotto dal CEIS (Centre for economic and international studies) di Tor Vergata ha analizzato il ruolo dell'istruzione nella determinazione dell'indice di massa corporea (BMI) e negli stili di vita salutari, che includono dieta equilibrata e attività fisica. Si è constatato che più alto è il grado d'istruzione, più si riduce l'indice di massa corporea, diminuisce il consumo calorico e aumenta il dispendio. Altro aspetto interessante riguarda la relazione di genere: il positivo effetto dell'istruzione sul BMI e sull'attività fisica è più marcato per le donne, mentre, nel caso degli uomini, l'istruzione ha maggior impatto in termini di consumo calorico. Dall'analisi emerge che, a parità di fattori, alle donne con diploma di scuola superiore è associata una diminuzione di peso corporeo pari in media al 10 per cento. Nel caso degli uomini, il conseguimento del diploma di scuola superiore è associato in media a una diminuzione del consumo calorico del 20 per cento;
un maggiore livello d'istruzione favorisce non solo la preparazione per il mercato di lavoro, ma più in generale promuove lo sviluppo cognitivo, fornendo gli strumenti necessari per avere una maggiore consapevolezza della propria salute. Lo studio mostra come l'istruzione sia più benefica per gli uomini in termini di ridotto consumo calorico, mentre per le donne in termini di attività fisica (questo risultato è in linea, secondo i proponenti, con le caratteristiche intrinseche di donne e uomini: le prime hanno maggiore conoscenza degli aspetti della nutrizione e dieta, mentre i secondi tendono a essere più attivi a livello fisico);
per quanto riguarda la spesa sanitaria, relativamente all'Italia, uno studio condotto presso il CEIS, che ha visto coinvolti medici di medicina generale, nutrizionisti e economisti, mostra che la spesa sanitaria degli individui in sovrappeso (al netto di quella ospedaliera), in linea con le stime di altri studi condotti in altri Paesi (ad esempio, Tsai et al. (2011), Cawley et al. (2012), Bahia et al. (2012), Andreyeva et al. (2004), è circa il 4 per cento più alta rispetto a individui normopeso, mentre per gli "obesi", i "gravemente obesi" e i "molto gravemente obesi", la spesa aumenta, rispettivamente, del 18 per cento, 40 per cento e il 51 per cento rispetto ai normopeso. Inoltre, lo studio ha permesso di misurare quali siano le patologie legate all'obesità e in che modo queste incidano sul costo totale. I risultati mostrano che gran parte dell'aumento dei costi può essere attribuito all'insorgere di 3 malattie croniche molto diffuse: ipertensione, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari;
considerato che:
sovrappeso e obesità sono, quindi, un problema di massima importanza per i sistemi sanitari, specialmente in un Paese come l'Italia che, insieme a Grecia e Stati Uniti, vince il primato dell'eccesso ponderale tra le generazioni più giovani, dove un bambino su 3 è in sovrappeso o obeso;
l'obesità è fortemente legata alle condizioni socio-economiche, specialmente nelle donne. Problema ancor più grande, se si considera l'importanza del ruolo femminile sulle generazioni future, nell'imprinting metabolico e nella formazione delle abitudini alimentari;
la recente crisi economica ha ulteriormente pesato sulle abitudini alimentari, aumentando il consumo di cibo spazzatura e il ricorso ai prodotti discount, spesso precotti, fortemente processati, abbondanti in grassi saturi, zuccheri aggiunti e sale. Numerosi studi evidenziano che, durante le crisi economiche, il prezzo per chilocaloria scende, in relazione all'aumento della densità calorica dei cibi consumati, e contemporaneamente diminuisce il consumo di frutta e verdura (secondo l'OECD dal 2008 in Italia e in altri Paesi colpiti dalla crisi questo fenomeno è stato molto marcato);
in assenza di una chiara azione dei policy maker, il fenomeno dell'obesità in Italia è quindi destinato a crescere, rischiando di mettere a dura prova la sostenibilità finanziaria del sistema sanitario che, oltre a questa sfida, dovrà affrontare i problemi relativi all'invecchiamento della popolazione e alla diffusione delle malattie croniche non trasmissibili;
ritenuto che:
è fondamentale compito dello Stato favorire e promuovere campagne di sensibilizzazione di larga portata per aumentare la consapevolezza del problema in tutti i settori della società, compreso quello del personale sanitario, fornendo informazioni, sia sui rischi che l'obesità può provocare, sia sui comportamenti da adottare per evitare questa patologia;
è la prevenzione la strategia più efficace da mettere in campo: un adeguato percorso di educazione alimentare, soprattutto tra i più piccoli, e il rispetto di una dieta di tipo mediterraneo, possono ridurre l'insorgenza di nuovi casi di obesità e di tutte le malattie a essa correlate;
già il Ministero della salute ha prodotto documenti importanti sugli stili di vita come "Guadagnare Salute", che offre il miglioramento di stili di vita salutari e le cui azioni dovrebbero trovare attuazione più concreta, proprio sul fronte della prevenzione di molteplici patologie, tra cui l'obesità;
occorre una strategia di approccio globale finalizzata ad affrontare i crescenti tassi di obesità. Le ricerche effettuate sono pervenute a definire 3 contesti su cui è possibile intervenire: «a monte» del problema con l'osservazione dei mutamenti nella società; «nel mezzo» con progetti volti a modificare il comportamento degli individui e a migliorare il loro stile di vita; «a valle» con il trattamento delle persone colpite dall'obesità,
impegna il Governo:
1) a intervenire con leggi per regolamentare ed assicurare strategie per la riduzione dell'obesità;
2) ad aumentare la quantità di ore a settimana di educazione fisica nelle scuole primarie e secondarie;
3) ad aumentare la qualità dell'educazione fisica nelle scuole primarie e secondarie;
4) a sensibilizzare al problema le famiglie con pubblicità e programmi dedicati;
5) a creare e migliorare le infrastrutture sportive (palestre e parchi);
6) a promuovere la formazione di associazioni e centri sportivi;
7) ad incoraggiare le industrie alimentari ad introdurre sul mercato cibi ipocalorici e più nutritivi;
8) ad applicare imposte sugli alimenti non sani ed erogare sussidi per la promozione di cibi sani e nutrienti;
9) a formulare standard dietetici per i programmi di pranzo scolastici;
10) ad eliminare e sostituire le bevande dolci e snack all'interno dei distributori automatici nelle scuole con bevande e cibi più sani;
11) ad informare in modo chiaro il consumatore, applicando etichette nutrizionali chiare sugli alimenti e vietando le informazioni incoerenti e sbagliate;
12) ad applicare restrizioni sulla pubblicità di cibi ai bambini;
13) a promuovere la domanda e l'offerta di stili di vita salutari, attraverso il miglioramento delle linee guida di sana alimentazione e il sostegno ai gruppi svantaggiati;
14) a promuovere l'attività fisica anche all'interno degli uffici pubblici, dove il personale svolge un'attività massimamente sedentaria, con l'individuazione di appositi spazi dotati di un minimo di attrezzatura per favorire il consumo energetico;
15) ad investire in istruzione e in formazione, per rafforzare scelte consapevoli in ordine alla salute.