Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-00337

Atto n. 3-00337 (in Commissione)

Pubblicato il 4 settembre 2013, nella seduta n. 94
Svolto nella seduta n. 46 della 10ª Commissione (05/11/2013)

MAZZONI - Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

secondo uno studio della Cgia di Mestre l'imprenditoria cinese in Italia è l'unica a non sentire la crisi e continua a crescere;

nel 2012 le imprese cinesi hanno superato le 62.200 unità, con una crescita del 34,7 per cento rispetto all'inizio della crisi (2008) e del 6,9 per cento nel confronto con il 2011;

i settori maggiormente interessati dalla presenza degli imprenditori cinesi sono il commercio, con quasi 23.500 attività (con un buon numero di imprese concentrate tra i venditori ambulanti), il manifatturiero, con poco più di 17.650 imprese (quasi tutte riconducibili al tessile-abbigliamento e calzature) e la ristorazione-alberghi e bar, con oltre 12.500 attività. Ancora contenuta, ma con un trend di crescita molto importante, è la presenza di imprese cinesi nel comparto dei servizi alla persona, ovvero parrucchieri, estetisti e centri massaggi: il numero totale è di poco superiore alle 2.500 unità, ma tra il 2011 ed il 2012 l'aumento è stato esponenziale (38,8 per cento);

risulta in crescita anche il numero delle rimesse: nel 2012 sono stati 2,67 i miliardi di euro che gli immigrati cinesi residenti in Italia hanno inviato in patria. Negli ultimi 5 anni l'ammontare complessivo è stato pari a 10,54 miliardi (73,4 per cento la variazione intercorsa tra il 2008 ed il 2012);

un'inchiesta della Procura di Firenze condotta dalla Guardia di finanza ha accertato che una cifra più alta dell'Imu sulla prima casa (circa 4,5 miliardi di euro) è uscita illegalmente dall'Italia nel giro di 5 anni, un flusso enorme di denaro proveniente in larga parte da imprenditori di Prato e trasferito in Cina attraverso i "money transfer" tra il 2006 e il 2010;

la Lombardia, con 13.000 attività, è la regione più popolata da aziende guidate da imprenditori cinesi: seguono la Toscana, con 11.350 imprese; il Veneto, con quasi 7.500 e l'Emilia Romagna, con 6.460. 'In passato le attività guidate da cinesi si concentravano nella ristorazione, nella pelletteria e nella produzione e vendita di cravatte. Successivamente le loro iniziative imprenditoriali si sono estese anche all'abbigliamento, alle calzature, ai giocattoli, all'oggettistica, alla conduzione di pubblici esercizi e, da ultimo, alla gestione delle attività di acconciatura;

quella cinese resta una comunità poco integrata nella nostra società, anche perché molti cinesi non parlano la nostra lingua;

buona parte di queste attività, soprattutto nel "pronto moda", si sono affermate, secondo quanto risulta all'interrogante, eludendo gli obblighi fiscali e contributivi e aggirando le norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. La stessa cosa sta accadendo nel settore dell'acconciatura e dell'estetica: dai controlli effettuati dalle forze dell'ordine emergono quasi sempre palesi violazioni delle norme igienico-sanitarie, infrazioni tributarie, amministrative e penali. Queste inadempienze consentono a questi negozi di praticare alla clientela dei prezzi bassissimi che stanno mettendo fuori mercato moltissime attività italiane che non possono reggere una concorrenza sleale così marcata,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda attivare per rafforzare i controlli nelle attività illecite di cui in premessa che stanno mettendo in ginocchio interi distretti industriali, fra i quali quello tessile pratese che è in Italia il più colpito dalla concorrenza sleale cinese.