Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00056

Atto n. 1-00056

Pubblicato il 6 novembre 2008, nella seduta n. 87
Esame concluso nella seduta n. 259 dell'Assemblea (29/09/2009)

Note: Testo 2

FINOCCHIARO , BUBBICO , ZANDA , LATORRE , LEGNINI , ADRAGNA , AMATI , ANDRIA , ANTEZZA , ARMATO , BARBOLINI , BIANCHI , BIANCO , BRUNO , CABRAS , CARLONI , CAROFIGLIO , CHIAROMONTE , CHIURAZZI , COSENTINO , CRISAFULLI , DELLA MONICA , DE LUCA , DEL VECCHIO , DE SENA , DI GIOVAN PAOLO , DI GIROLAMO Leopoldo , DONAGGIO , FILIPPI Marco , FIORONI , FOLLINI , GARRAFFA , GASBARRI , GRANAIOLA , INCOSTANTE , LUMIA , MARINARO , MARINI , MARITATI , MAZZUCONI , MERCATALI , MONGIELLO , MORANDO , MUSI , PAPANIA , PIGNEDOLI , PORETTI , PROCACCI , ROILO , ROSSI Nicola , ROSSI Paolo , SANGALLI , SANNA , SBARBATI , SCANU , SERAFINI Anna Maria , SIRCANA , TEDESCO , TOMASELLI , TONINI , VIMERCATI , VITA

Il Senato,

premesso che:

la crisi economica e finanziaria internazionale che ormai da più di un anno investe pesantemente l’economia italiana si sta riflettendo con particolare intensità nelle regioni del Mezzogiorno, dove si registrano evidenti difficoltà nel settore produttivo, significativi e preoccupanti incrementi del tasso di disoccupazione e conseguenti ricadute negative sulle famiglie;

gli effetti della crisi sono aggravati dalla mancanza di una politica del Governo per il Mezzogiorno e per il Paese. Sin dal suo insediamento l’attuale Governo ha cancellato gran parte delle politiche di sviluppo territoriale ivi inclusi gli incentivi automatici come il credito d’imposta e bloccato l’attuazione di tutti i programmi finanziati con risorse nazionali e comunitarie (di cui al Quadro strategico nazionale per gli anni 2007-2013) già assentiti dall’Unione europea per un valore complessivo di circa 124 miliardi di euro di cui 100 destinati al Mezzogiorno. Questa scelta ha impedito la realizzazione di importanti investimenti, mettendo in difficoltà le Regioni e gli attori sociali ed economici cui queste risorse erano destinate, ed espone il nostro Paese al rischio del disimpegno automatico con conseguente perdita di significative risorse finanziarie;

i problemi del Sud vengono affrontati dal Governo in maniera demagogica e priva di qualsivoglia strategia. Emblematico a riguardo è l’annuncio della costituzione di una banca del Sud che, a parere di buona parte dei soggetti economici e sociali, appare ideato per non affrontare, con tempestività e appropriatezza, i problemi dell’accesso al credito e del costo del denaro per le imprese e per i cittadini meridionali, e per non affrontare il tema della ristrutturazione del debito delle imprese. Ulteriore conferma di questa impostazione emerge dall’annuncio del varo di un non meglio precisato "Pacchetto per il Sud" finalizzato a stoppare le fibrillazioni presenti nel centro-destra meridionale e privo di chiari e definiti contenuti e di risorse finanziarie certe e disponibili;

l’avvio dell’attuazione del federalismo fiscale appare più orientato a soddisfare gli egoismi sociali e territoriali delle aree più ricche del Paese e le esigenze politico-clientelari delle sue aree più arretrate che spingono per l’avvio di una nuova fase compensativa ed assistenziale dello sviluppo piuttosto che verso un nuovo protagonismo ed una nuova responsabilità dei soggetti sociali, economici ed istituzionali. Il federalismo solidale, se orientato da solide politiche nazionali e da robusti investimenti per accrescere il capitale sociale, potrebbe alimentare un modello di sviluppo di natura competitiva in grado di liberare e valorizzare le tante energie immateriali e materiali presenti sul territorio, a partire dal Mezzogiorno d’Italia;

nell’indice della libertà economica pubblicato ogni anno dall’Istituto di ricerca americano Heritage Foundation, l’Italia peggiora vistosamente la propria posizione passando dal 64° posto del 2008 al 76° di quest’anno. Tale peggioramento è anche il frutto del blocco delle liberalizzazioni, utili all’Italia ed indispensabili nel Mezzogiorno dove si registrano livelli di libertà economica ancora più bassi della media nazionale e dove l’assenza di una politica adeguata consegna la pubblica amministrazione alla logica ed alle pratiche dell’intermediazione politico-clientelare;

constatato che:

i dati diffusi dalla SVIMEZ hanno evidenziato, nel 2008, una recessione economica particolarmente grave nel Sud: nel 2008 il Prodotto interno lordo (Pil) del Mezzogiorno ha segnato una contrazione dell'1,1 per cento; tra il 2002 e il 2008 il Pil è cresciuto del 5,6 per cento in termini reali nel Centro-Nord e del 2,2 per cento nel Sud;

non si era mai registrato dal dopoguerra un periodo di sette anni in cui lo sviluppo del Sud fosse costantemente inferiore a quello del Centro-Nord;

il Pil del Sud, alla luce delle previsioni contenute nel DPEF (di un calo del 5,2 per cento), tornerebbe al di sotto dei livelli che aveva 10 anni prima;

a livello regionale, si segnala la grave situazione della Campania dove nel 2008 si è registrata una diminuzione del Pil particolarmente elevata (pari al 2,8 per cento), mentre le altre regioni meridionali presentano perdite significative anche se più contenute. La Puglia è l'area che ha subito meno gli effetti della crisi con una contenuta diminuzione del Pil regionale (pari allo 0,2 per cento);

il perdurare del divario tra le diverse aree territoriali del Paese è confermato dal dato del prodotto interno lordo per abitante: nel 2008 nel Mezzogiorno è stato pari a 17.971 euro, ovvero pari a circa il 59 per cento di quello a disposizione per gli abitanti del Centro-Nord, che è stato pari a 30.681 euro;

gli effetti più gravi della crisi si stanno riflettendo sul mercato del lavoro meridionale dove tra aprile 2008 e aprile 2009 l’occupazione si è ridotta di 271.000 unità, pari al 4,1 per cento; contrazione assai più sostenuta di quella registrata nelle regioni del Centro-Nord (pari a 107.000 unità, ovvero lo 0,6 per cento). Il tasso di occupazione della popolazione in età da lavoro si è ridotto dal 47 per cento al 45 per cento; quello femminile dal 31,8 per cento al 30,7 per cento, confermandosi uno dei più bassi tra tutte le regioni dell’Unione europea;

la perdita di occupazione, pur riguardando tutti i settori, risulta di estrema gravità soprattutto nel comparto industriale, dove la flessione registrata nei primi due trimestri del 2009 è stata mediamente al Sud del 7,9 per cento (con una perdita di 71.000 addetti industriali), con punte del 14,4 per cento in Basilicata, del 9,7 per cento in Campania e del 8,7 per cento in Puglia. L’apparato produttivo meridionale somma all’inversione ciclica debolezze strutturali (specialmente in settori tradizionali quali il tessile e l’abbigliamento) che affondano le loro radici nel tempo e che si aggravano nell’attuale congiuntura;

la forte riduzione dell’occupazione non si riflette nel Mezzogiorno in un contemporaneo aumento del tasso di disoccupazione solo per effetto di un patologico incremento dell’area della non attività, dovuto a fenomeni crescenti di “scoraggiamento” che riguardano soprattutto giovani e donne con carichi familiari: tra aprile 2008 e aprile 2009, 325.000 meridionali pur non avendo trovato un lavoro regolare, o avendo perso il proprio, hanno smesso anche di cercarlo;

l’inadeguatezza del sistema produttivo determina nel Mezzogiorno una presenza di lavoro irregolare assai più elevata che nel resto dell’Italia, valutata nel 2008 in circa il 20 per cento dell’occupazione complessiva; tale quota di sommerso potrebbe significativamente ampliarsi in conseguenza della crisi economica in atto per effetto della decisione di alcune imprese che erano emerse in questi ultimi anni di tornare a lavorare in nero per ridurre i costi fiscali e previdenziali;

tali dati, pur in presenza di interessanti realtà imprenditoriali e significativi dinamismi locali evidenziano una situazione di potenziale emergenza socioeconomica che non può essere ignorata o sottovalutata;

il divario emerge con ancora più evidenza se osserviamo gli aspetti qualitativi della vita nelle aree del Mezzogiorno. L'indice della qualità regionale dello sviluppo (Quars), che inserisce accanto al Pil altri indicatori sociali ed ambientali (circa 40), conferma che in tutte le regioni del Mezzogiorno, seppure con diversa intensità da regione a regione, la qualità media della vita è ampiamente inferiore a quella delle aree del Centro-Nord del Paese. Incidono su tale media l'elevato tasso di criminalità, l'elevata precarietà del lavoro, la mancanza di servizi per le famiglie quali asili nido ed assistenza per gli anziani, i diritti di cittadinanza e le pari opportunità, la qualità dell'ambiente, il livello di istruzione, le dotazioni infrastrutturali fisiche e virtuali;

l'indicatore del benessere interno lordo, sviluppato sulla base dei criteri suggeriti dalla commissione guidata da Joseph Stiglitz e che si compone di otto indicatori (condizioni di vita materiali, istruzione, attività personali, partecipazione alla vita politica, rapporti sociali, ambiente e insicurezza economica e fisica), applicato a livello provinciale, segnala una realtà più ricca e articolata rispetto allo stereotipo di un Mezzogiorno immobile e arretrato. Fra le prime 50 province del Paese, infatti, 4 sono del Mezzogiorno (Potenza al 30° posto; Campobasso al 40° posto; Matera al 42° posto; Lecce al 44° posto), mentre le altre occupano quasi esclusivamente le ultime posizioni;

rilevato che:

le risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS) stanziate dal precedente Governo erano pari a 64 miliardi e 379 milioni di cui l’85 per cento destinato alle aree meridionali e il restante 15 per cento al Centro-Nord;

una cospicua parte di tali fondi, pari a 18,4 miliardi di euro, è stata destinata dall’attuale Governo, con leggi e con delibere del Cipe, a finalità specifiche non condizionate a particolari destinazioni territoriali come ad esempio le esenzione ICI, il ripianamento dei debiti di Alitalia e dei comuni, le misure di stabilizzazione della spesa pubblica, modificando nei fatti il citato criterio di ripartizione delle risorse;

con il decreto-legge n. 39 del 2009, convertito, con modificazioni dalla legge 77 del 2009 sull’emergenza in Abruzzo, per la prima volta nella storia, si è previsto che la ricostruzione gravi interamente su una sola area territoriale, il Mezzogiorno. Infatti, l’onere maggiore della ricostruzione, stimato tra 2 e 4 miliardi di euro, è coperto con le risorse provenienti dal FAS e riversate sul Fondo strategico per l’economia reale;

con riguardo alle politiche infrastrutturali, al di là di annunci reiterati su infrastrutture di dubbia fattibilità come il Ponte sullo Stretto di Messina, l'Esecutivo non ha ancora provveduto a stanziare risorse adeguate alla realizzazione e al completamento di infrastrutture ferroviarie, stradali e portuali necessarie allo sviluppo del Mezzogiorno;

la quota del Mezzogiorno sulla spesa in conto capitale del Paese è scesa ulteriormente, negli ultimi anni, dal 41,1 per cento del 2001 al 36,8 per cento del 2006, al 35,4 per cento nel 2007; il valore stimato per il 2008, diminuito al 34,9 per cento, è inferiore al suo peso demografico ed è ben lontano dall’obiettivo del 45 per cento indicato fino all’anno 2009 nei documenti governativi;

la totale assenza di politiche di sviluppo e sostegno del Mezzogiorno è confermata dall'ultimo DPEF, che appare gravemente carente per quanto riguarda le politiche per il Sud; in particolare, come già avvenuto anche nel precedente DPEF del Governo, è scomparsa dal documento anche l’indicazione programmatica, presente sino al 2008, del conseguimento di una quota di spesa pubblica in conto capitale destinata al Mezzogiorno pari al 45 per cento;

anche il finanziamento degli interventi anticrisi (attraverso il Fondo ammortizzatori e il Fondo strategico per il Paese a sostegno dell'economia reale) è stato assicurato da interventi di riallocazione e rimodulazione di risorse pluriennali destinate in larga misura a interventi infrastrutturali nel Mezzogiorno;

valutato che:

è necessario rifiutare un approccio di politica economica nazionale che contrappone le esigenze del sistema produttivo delle aree più sviluppate del Nord con le necessità di sviluppo delle regioni meridionali;

appare offensivo per tutti coloro che al Sud fanno impresa, lavorano e contribuiscono con la loro operosità alla crescita del Paese, identificare, come fa una parte della maggioranza, un’area certamente più debole quale il Mezzogiorno con un’area che non è produttiva. Allo stesso modo, identificare tutto il Mezzogiorno con i soliti clichè di un’area che vuole più Stato per avere più trasferimenti e che non è interessata ai temi della competitività e del mercato porta a trascurare quelle che sono le vere esigenze del sistema economico meridionale;

le diverse condizioni del contesto territoriale nelle due ripartizioni del Paese richiederanno tipologie ed intensità di interventi diversi ma con il comune obiettivo di migliorare, attraverso una maggiore funzionalità dei mercati e una più alta qualità dei servizi collettivi, le condizioni competitive del sistema produttivo italiano. In sintesi, nel Mezzogiorno ancora più che nel resto del Paese, c’è bisogno in primo luogo di maggiore libertà economica e migliori servizi al cittadino;

alla luce della crisi internazionale e dell'azione del Governo si pone in tutta evidenza l'esigenza di predisporre un nuovo progetto nazionale per la crescita del Mezzogiorno e per la valorizzazione delle sue potenzialità;

tale progetto dipende in larga parte dal sostegno ad una rinnovata azione pubblica europea, nazionale e locale, finalizzato a fornire al sistema delle imprese e alle famiglie, attraverso migliori servizi e politiche infrastrutturali e strutturali, nuovi strumenti per rafforzare la crescita e la coesione sociale;

tale progetto deve puntare a valorizzare quel tessuto di piccole e medie imprese che si sono esposte ai rischi della competizione riuscendo ad internazionalizzarsi da sole o in rete con altre imprese, a volte anche del Nord; un progetto che deve sostenere i centri di ricerca pubblici e privati che, nonostante le difficoltà del contesto e l’intermittente aiuto pubblico, hanno sperimentato e diffuso innovazione raggiungendo livelli di eccellenza;

nelle Regioni del Meridione si dislocano, infatti, sia pure con diversa intensità nella loro localizzazione territoriale, significative agglomerazioni di imprese in almeno dodici settori strategici dell’industria nazionale: siderurgia e metallurgia non ferrosa, chimica di base, industria petrolifera e raffinazione, energia, industria aerospaziale, automotive, Information and communication technology (ICT), navalmeccanica, cemento e materiali da costruzione, armatoria, porti, terminal container. Ad essi si aggiunge la cosiddetta industria leggera del “made in Italy”: agroalimentare, tessile-abbigliamento-calzaturiero, legno e mobilio;

in numerosi ambiti locali si sono affermati centri di eccellenza nell'ambito della ricerca e dell'innovazione, che risultano essere in base alle recenti valutazioni nel lotto delle migliori d’Italia;

nel corso degli ultimi anni si sono affermati numerosi distretti industriali e agroalimentari del Mezzogiorno che soffrono, in questa fase di crisi, soprattutto per le condizioni del credito;

dall’indagine Unicredit sulle Piccole e Medie imprese, in riferimento al periodo 2004-2007, emerge, anche nel Sud, una significativa diffusione delle innovazioni ed un incremento della spesa in ricerca e sviluppo; processo ancora incompleto e che rischia di interrompersi bruscamente con l’attuale crisi internazionale;

considerato che:

uno dei principali fattori che determina il rallentamento della crescita nel Mezzogiorno è rappresentato dallo scarso sviluppo del settore del credito. Alla ridotta diffusione territoriale delle banche e dei confidi, che da sempre sono motivo di scarsa disponibilità di credito per le imprese, si sono aggiunte le difficoltà generate dalla crisi finanziaria mondiale che hanno accentuato la stretta creditizia nei confronti delle imprese, ed in particolare delle piccole e medie imprese (PMI) dislocate nelle aree del Mezzogiorno;

recentemente, il Governatore della Banca d’Italia ha sottolineato come durante la crisi le imprese siano più facilmente aggredibili da parte della criminalità organizzata attraverso l'esercizio dell'usura. Proprio tale aspetto, unitamente alle problematiche indotte dalla competizione sleale dell’economia sommersa, particolarmente diffusa nel Mezzogiorno, rappresentano uno dei maggiori ostacoli alla crescita competitiva del sistema produttivo del meridione;

le politiche di sicurezza del Governo, ed in primis l’utilizzo propagandistico dell’esercito, si sono rilevate del tutto inefficaci. Tra gli interventi predisposti per garantire maggiore sicurezza e contrasto alle attività criminali nel Mezzogiorno non sono ricomprese, seppure richieste dalle principali associazioni imprenditoriali, iniziative di tutela e di sostegno diretto alle imprese, tra le quali facilitazioni concordate con il sistema bancario nell'accesso al credito, il sostegno allo sviluppo dei confidi e misure premiali per coloro che denunciano atti di intimidazione di natura criminale;

rilevato che:

ancora oggi i livelli essenziali dei servizi pubblici in molte aree del Mezzogiorno (in primo luogo sicurezza e legalità, servizi alla persona e tutela sociale, istruzione, mobilità e tutela dell’ambiente) risultano carenti e richiedono specifiche politiche di investimenti;

alla luce dei dati diffusi anche dal Dipartimento per le politiche di sviluppo e la coesione economica (DPS) del Ministero dello sviluppo economico viene confermato che i fondi aggiuntivi assegnati al Mezzogiorno servono per compensare la drastica riduzione dei fondi ordinari;

il vincolo di destinazione del 45 per cento della spesa nazionale per investimenti in favore del Sud, come documentato dai rapporti annuali del DPS, è stato sistematicamente eluso (basti pensare agli investimenti realizzati dall’ANAS e dalle Ferrovie dello Stato);

per perseguire gli obiettivi di sviluppo e coesione territoriale condivisi in sede comunitaria, coerentemente con le strategie di Lisbona e di Göteborg, è necessario promuovere coerenti politiche nazionali da realizzare in un arco temporale adeguato alla complessità dei problemi, dotate di strumenti efficaci e di risorse finanziarie certe per realizzare le azioni e le strategie di sviluppo condivise con i governi regionali, le città e gli enti locali;

impegna il Governo:

a ristabilire le originarie dotazioni finanziarie per il Mezzogiorno, a partire dal FAS, confermando la destinazione dell’85 per cento di tali risorse alle aree meridionali anche in ossequio delle disposizioni contenute nell’articolo 119, quinto comma, della Costituzione;

a sbloccare le risorse del FAS destinate ai piani di sviluppo e di investimento regionali, impegnando le Regioni a partecipare a progetti e programmi di carattere sovraregionale la cui cabina di regia sia coordinata e condivisa;

ad adattare misure urgenti per contrastare la grave crisi occupazionale nel Mezzogiorno, per combattere la precarietà del lavoro ed incentivare l’inclusione dei soggetti oggi esclusi, con particolare riferimento alle donne, agli ultracinquantenni, ai giovani;

a varare un programma di potenziamento della pubblica amministrazione nel rispetto dei principi di efficacia e di efficienza per migliorarne la qualità ed il protagonismo, la legalità e la trasparenza nella gestione delle risorse e delle funzioni (anche in relazione alle nuove responsabilità derivanti dal federalismo fiscale) e l’appropriatezza degli strumenti regolamentari, per promuovere l’animazione dei mercati locali con particolare riferimento ai servizi pubblici di interesse economico generale;

a ripristinare forme efficaci di incentivazione delle attività produttive localizzate nel Mezzogiorno rilanciando il programma strategico "Industria 2015", favorendo le connessioni tra imprese del Nord e quelle del Sud, ripristinando il credito di imposta per gli investimenti e promuovendo l’attivazione di specifiche misure finalizzate alla riduzione del costo del lavoro a vantaggio dei lavoratori e delle imprese e rendendo immediatamente operative le Zone franche urbane;

a proporre concreti piani di investimenti pluriennali, con particolare riferimento alle azioni volte a ridurre il digital divide, da concordare con tutti i concessionari di pubblici servizi, a partire da Ferrovie dello Stato, ANAS, Telecom, per corrispondere alle previsioni di legge e cioè per raggiungere una quota della spesa pubblica in conto capitale destinata al Mezzogiorno del 45 per cento contro l’attuale 34,9 per cento;

a varare interventi tesi ad accrescere e migliorare il capitale sociale del Mezzogiorno, in particolare promuovendo investimenti a sostegno dello sviluppo delle università e dei centri di ricerca pubblici e privati, anche per qualificare tali strutture come luogo di formazione delle nuove classi dirigenti dell’area Euromediterranea;

a garantire un adeguato livello di sicurezza nei territori del Mezzogiorno, sperimentando anche forme di premialità fiscale per le imprese che si espongono a rischi/costi per contrastare i tentativi di inquinamento dell’economia da parte della criminalità;

a varare misure, dotate di adeguate risorse finanziarie, per favorire l’accesso al credito da parte delle imprese, in particolare delle PMI e a ridurre il costo del denaro;

a ripristinare il corretto metodo di programmazione delle risorse destinate alle politiche di sviluppo e coesione garantendo l’effettiva addizionalità delle risorse a carico del bilancio dello Stato, così come previsto dall’articolo 15 del Regolamento (CE) n. 1083/2006 per il periodo 2007-2013, informando periodicamente il Parlamento;

ad istituire un’apposita cabina di regia, come previsto dall'articolo 1, comma 864, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria per il 2007), con la partecipazione del Governo e delle Regioni finalizzata ad individuare gli interventi nel settore delle infrastrutture e trasporti di maggiore rilevanza per lo sviluppo del Mezzogiorno.