Legislatura 19ª - Atto di Sindacato Ispettivo n. 3-01862
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Atto n. 3-01862
Pubblicato il 6 maggio 2025, nella seduta n. 299
PATUANELLI, MAIORINO, DI GIROLAMO, NAVE, PIRRO, ALOISIO, BEVILACQUA, BILOTTI, CASTELLONE, CATALDI, CROATTI, DAMANTE, FLORIDIA Barbara, GAUDIANO, GUIDOLIN, LICHERI Ettore Antonio, LICHERI Sabrina, LOPREIATO, LOREFICE, MARTON, MAZZELLA, NATURALE, PIRONDINI, SCARPINATO, SIRONI, TURCO - Al Presidente del Consiglio dei ministri. -
Premesso che, a giudizio degli interroganti:
l'instabilità geopolitica, le politiche commerciali statunitensi, gli alti prezzi dell'energia e le irrisolte problematiche relative alla carente attuazione del PNRR stanno evidenziando l’incapacità del Governo di fronteggiare scenari politici ed economici complessi, meritevoli di essere affrontati con capacità decisionale e reale consapevolezza delle esigenze del Paese. A tal fine è emblematico il quadro delineato dal Documento di finanza pubblica (DFP) 2025, approvato dal Parlamento a fine aprile, con il voto contrario del M5S, che evidenzia la completa assenza di visione strategica che caratterizza l’azione dell’Esecutivo. Si tratta di una “scatola vuota”, utile solo per ricevere l’assenso contabile da parte degli organismi di Bruxelles, ma completamente privo di misure che restituiscano una visione di Paese e che indichino una prospettiva di rilancio della sempre più asfittica economia italiana. Il Governo si è limitato a fornire previsioni solo fino al prossimo biennio, rifiutandosi di estenderle, come richiesto dalle opposizioni, almeno fino al 2028, motivando tale scelta con la difficoltà di definire un quadro chiaro a causa del complesso contesto geopolitico. Tale ritrosia appare però giustificabile dal punto di vista politico, i dati sulla crescita sono, infatti, mortificanti: il DFP ha sancito la riduzione del PIL del 2024, stimandolo allo 0,7 per cento e ha previsto il crollo di quello del 2025, che si dimezza dall’1,2 allo 0,6 per cento. Sono stime da considerare addirittura ottimistiche se confrontate con quelle appena pubblicate dal FMI, che inchiodano l’Italia a uno 0,4 per cento per il 2025;
purtroppo, la recente visita della Presidente del Consiglio dei ministri negli Stati Uniti alimenta fortissimi dubbi sull’incisività delle sue azioni per riportare il Paese verso un cammino di crescita e sviluppo. Gli unici risultati certi del viaggio statunitense, al di là delle generiche dichiarazioni di intenti, sono stati l’impegno italiano a investire 10 miliardi di euro negli Stati Uniti, anche attraverso l’aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto statunitense, la volontà di non attuare politiche discriminatorie in termini di tassazione dei servizi digitali e la conferma dell’incremento delle spese militari del PIL. Sembra che la Presidente del Consiglio dei ministri si sia esercitata in una singolare declinazione “al contrario” del concetto di sovranismo, tanto caro a lei e alla destra al governo, tesa a tutelare più gli interessi stranieri, in questo caso statunitensi, di quelli italiani. Si tratta di questioni lontane dai bisogni di famiglie, imprese e lavoratori italiani ma che certamente stanno a cuore alle aziende USA e ai miliardari proprietari delle big tech oltre che ai produttori di armi e fornitori di commesse militari;
l’incertezza legata alle risorse e agli strumenti che verranno utilizzati per raggiungere l’obiettivo del 2 per cento del PIL in spesa militare, entro il 2025, rafforza le preoccupazioni ed evidenzia l’ambiguità dell’Esecutivo, che ha manifestato, tra l’altro, un’imbarazzante spaccatura tra i ministri interessati sulla proposta di scorporo delle spese militari dal patto di stabilità avanzata dalla Commissione UE. Sono importi di enorme portata, circa 10 miliardi di euro all’anno, che incideranno sugli spazi di indebitamento del Paese e che avranno pesanti ripercussioni sulle politiche destinate alla tutela dello stato sociale e dei servizi alla persona, con effetti sostanzialmente regressivi sull’economia italiana e incapaci di fungere da moltiplicatore economico. In definitiva, risorse destinate esclusivamente ad apportare nuovo debito pubblico, come rilevato dall’UPB;
considerato che, a giudizio degli interroganti:
l'ISTAT ha certificato un cedimento di quasi il 10 per cento del potere d'acquisto degli italiani e una crescita dei prezzi al consumo del 19,7 per cento tra il primo trimestre del 2021 e l'ultimo del 2024. I fallimenti tra le aziende italiane hanno ricominciato ad aumentare, nel 2024 è stato registrato un aumento del 17,2 per cento rispetto al 9,8 del 2023. La situazione è drammatica, ma il Governo, con l’ultimo “decreto bollette”, è riuscito a scontentare tutti, deludendo le famiglie, bisognose di sostegni più concreti, e facendo infuriare il tessuto industriale per l’assenza di misure efficaci per sostenere gli alti prezzi dell’energia. L'impatto dei dazi imposti dall'amministrazione USA nei confronti dei prodotti commerciali europei rischia di assestare il colpo definitivo: secondo lo SVIMEZ possono costare all'Italia fino a 5,4 miliardi di euro di PIL, con una perdita occupazionale stimata tra 27.000 e oltre 76.000 unità lavorative annue. Su questi temi la Presidente del Consiglio dei ministri è diventata improvvisamente cauta e prudente, abbandonando i “toni barricaderi” che hanno caratterizzato il suo percorso politico fino a due anni e mezzo fa;
il Governo ritrova la voce per sbandierare i dati sull’occupazione (sempre più povera) ma dovrebbe, ad avviso degli interroganti, più responsabilmente preoccuparsi e adoperarsi per tutelare la qualità e il reddito dei lavoratori: il DFP attesta l’aumento della pressione fiscale sui dipendenti e l’incremento delle ore di cassa integrazione mentre, di converso, la produttività si riduce. Sono effetti di un modello produttivo basato sul lavoro povero e instabile che il Governo sembra addirittura avallare, attraverso le modifiche apportate recentemente dal “collegato lavoro” o mediante gli scomposti interventi sui lavoratori a basso reddito, danneggiati dai recenti interventi, solo parzialmente corretti, sulle detrazioni fiscali. L’Esecutivo balbetta anche in merito alle modifiche che intende apportare al PNRR e sull'effettiva capacità del Paese di spendere, entro 20 mesi, oltre 140 miliardi di euro, a fronte di una stima del 40 per cento di cantieri in ritardo e di circa 42 miliardi di euro di progetti per i quali ancora non sono stati identificati i soggetti attuatori. Non vi è nessuna chiarezza anche sulla volontà di richiedere un prolungamento del piano per cercare di non disperdere un patrimonio economico e di investimenti che il Paese ha conosciuto solo ai tempi del “new deal”;
il dato più desolante, tuttavia, riguarda la produzione industriale italiana che ha appena stabilito un ulteriore record, ma in negativo: 25 mesi consecutivi di calo. Per invertire la rotta servono azioni e misure strutturali, da calibrare specificamente rispettando la peculiarità del nostro sistema produttivo. Il piano “Transizione 4.0”, adottato dal primo firmatario della presente interrogazione durante il suo mandato di Ministro dello sviluppo economico, era stato pensato su misura per il sistema imprenditoriale italiano e ha costituito una delle più efficaci leve per l’incremento del PIL a seguito della pandemia. Il Governo in carica, mediante la pubblicazione del rapporto intermedio di valutazione redatto da Ministero dell’economia e delle finanze, Banca d’Italia e Ministero delle imprese e del made in Italy, ne ha addirittura esaltato il modello ma, in modo sconcertante, ha ritenuto più opportuno gettarlo al macero e optare per il fallimentare piano “Transizione 5.0”, per il quale è stato costretto ad annunciare un’ancora oscura rimodulazione,
si chiede di sapere:
a fronte del trionfale annuncio relativo ai 10 miliardi di euro di investimenti delle imprese italiane negli Stati Uniti, quali iniziative di carattere strutturale il Governo intenda adottare per rilanciare gli investimenti e il rafforzamento della produzione industriale in Italia e se, a tal fine, non ritenga opportuno riproporre il modello virtuoso rappresentato dal piano Transizione 4.0;
quali impegni intenda assumere in merito all’incremento della spesa militare italiana e attraverso quali risorse, strumenti e procedure contabili intenda perseguire tale obiettivo e se ritenga di confermare che il Paese non farà ricorso in alcun modo alla proposta avanzata dal commissario europeo Raffaele Fitto di utilizzare le risorse del fondo di coesione per finanziare le spese militari.