Legislatura 18 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-00755

Atto n. 3-00755

Pubblicato il 3 aprile 2019, nella seduta n. 106
Svolto nella seduta n. 107 dell'Assemblea (04/04/2019)

URSO , CIRIANI - Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

confermando le numerose revisioni al ribasso effettuate in questi anni da organismi nazionali e internazionali e centri di ricerca autorevoli, l'Italia si trova oramai in fase di recessione, unico tra i 28 Paesi dell'Unione europea, ampliando, peraltro, la distanza con gli altri 27;

rispetto alle previsioni di ottobre 2018, la crescita per il 2019 è, infatti, rivista al ribasso di 0,9 punti percentuali; nel quadro programmatico presentato nella nota di aggiornamento dello scorso anno, si evidenziava che le misure di politica economica, industriale e sociale che il nuovo Governo avrebbe messo in campo avrebbero determinato, invece, una rilevante crescita del Pil nel triennio successivo;

già allora le stime di crescita si palesavano del tutto inverosimili, considerato che anche i principali istituti internazionali (OCSE, Fondo monetario internazionale, Commissione europea) esprimevano più realistiche previsioni al ribasso, con un rallentamento della crescita che, nella stima più ottimistica, si attestava all'1,1 per cento in più per il 2019;

secondo gli ultimi dati ISTAT, nel 2018 la crescita dell'economia italiana è significativamente rallentata (0,9 per cento in più dall'1,6 per cento in più del 2017) e il divario nei confronti dell'area euro, cresciuta in media dell'1,8 per cento, è tornato ad ampliarsi dopo essersi sensibilmente ridotto nel biennio precedente;

il taglio drastico delle stime di crescita è dovuto in larga parte alla minore domanda interna (circa tre quarti a fronte di un quarto derivante dalla contrazione di quella estera), con la forte contrazione dei consumi e degli investimenti pubblici e privati: il contributo alla crescita dei consumi finali si è sostanzialmente dimezzato da 0,9 a 0,4 punti percentuali tra il 2017 e il 2018;

tale tendenza, come emerge anche dai dati allarmanti diffusi nei giorni scorsi dal centro studi di Confindustria, è confermata nel primo trimestre 2019, con una produzione industriale sostanzialmente ferma (calo dello 0,1 per cento, dopo il forte arretramento di fine 2018, pari all'1 per cento), una domanda interna (specie degli investimenti) ancora molto debole e un calo significativo dei prezzi alla produzione (pari allo 0,1 per cento);

la debolezza della crescita italiana, pur inserendosi in un contesto complessivo di indebolimento del ciclo internazionale condiviso da tutte le principali economie europee, fa registrare una flessione decisamente più accentuata che altrove, ampliando così nuovamente il divario di crescita rispetto all'area dell'euro, con un netto calo di fiducia delle famiglie e delle imprese e, conseguentemente, anche dei potenziali investitori;

nei giorni scorsi anche l'OCSE ha ribadito che il rischio concreto per l'Italia è quello di chiudere l'anno in piena recessione, con un calo dello 0,2 per cento nel 2019, unica economia europea a segnare un risultato nettamente negativo;

i provvedimenti inerenti allo sviluppo economico e sociale del Paese, con particolare riferimento alla politica industriale e alle attività produttive, messi in atto finora dal Governo, non hanno neanche lontanamente raggiunto gli obiettivi prefissati e, anzi, hanno generato effetti negativi e recessivi, nonostante i clamorosi annunci del Ministro in indirizzo che, ancora a gennaio 2019, intervenendo agli stati generali dei consulenti del lavoro, vedeva addirittura, a "recessione tecnica" già certificata, nel futuro del Paese un nuovo boom economico come negli anni '60;

invece che in un "miracolo produttivo" gli italiani si ritrovano oggi in una fase di piena stagnazione della produzione industriale, con enorme pregiudizio per le famiglie e le imprese,

si chiede di sapere:

quali siano le ragioni per cui le previsioni del Governo siano state clamorosamente smentite dall'attuale fase di recessione, produttiva e sociale, e perché le misure di politica industriale adottate finora non abbiano avuto gli effetti auspicati, determinando anzi un sostanziale peggioramento delle condizioni complessive del Paese e dei suoi principali assetti produttivi;

pertanto, se il Governo non ritenga necessario cambiare radicalmente rotta già nel prossimo DEF avviando una diversa e più incisiva politica per lo sviluppo economico e sociale del Paese.