Open menu Close menu
Salta al contenuto principale
Il Presidente: Discorsi

Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale e delle stragi di tale matrice

Discorso pronunciato dal Presidente del Senato, Pietro Grasso, nell'Aula di Palazzo Madama

Autorità, familiari delle vittime, care ragazze e ragazzi,
è con un profondo senso di commozione che prendo la parola dopo aver ascoltato quelle, bellissime, di Francesco Rossi, Silvana Perrone e Andrea Casalegno. Avete consegnato a tutti noi qualcosa di più profondo di una semplice testimonianza, le vostre parole sentite ed efficaci ci hanno dato numerosi spunti per riflettere sul nostro passato, sul presente e sul futuro.
Siamo qui, insieme, e dobbiamo avere il coraggio di usare il linguaggio della sincerità: la gestazione delle celebrazioni di quest'anno è stata difficoltosa e siete stati più volte costretti a richiamare alle proprie responsabilità di trasparenza e impegno le Istituzioni. Anni di delusioni, intollerabili omissioni, ritardi nell'applicazione di leggi già emanate e ingiustificabili reticenze hanno logorato molti iscritti alle vostre associazioni a tal punto di prendere in considerazione l'ipotesi di non partecipare a questa giornata. Sarebbe stata una sconfitta per tutti: sono felice invece di avervi qui, sulla base di un atto di fiducia che ancora una volta riponete nelle Istituzioni - che molti dei vostri cari hanno servito - e grazie anche alle risposte e agli impegni che vi sono stati nuovamente garantiti in queste settimane. Sulla loro realizzazione vigileremo attentamente perché c'è in gioco la credibilità dello Stato nei vostri confronti e nei confronti di tutti i cittadini.

So che c'è un diffuso desiderio dei familiari delle vittime di tornare a celebrare questo giorno al Quirinale, la casa di tutti gli italiani: sono felice quindi di dirvi che il presidente Mattarella mi ha incaricato di trasmettervi il messaggio che così sarà il prossimo anno. Non vi nascondo che anche questa volta, come negli anni scorsi, per me e per il Senato della Repubblica è un grande onore accogliervi e aprirvi le porte di Palazzo Madama.
Custodirò con cura, in un luogo sicuro dell'anima, le emozioni dell'incontro con voi: i molti anni come magistrato antimafia e le tante volte in cui anche da presidente di questa Istituzione mi sono confrontato con il dolore dei "sopravvissuti", non hanno in alcun modo reso meno toccante incrociare la forza dei vostri sguardi, attraversati da un incancellabile velo di tristezza. Grazie per la testimonianza infaticabile che offrite, grazie per aver messo la vostra sofferenza privata a disposizione della collettività, soprattutto delle ragazze e dei ragazzi che, per loro fortuna, conoscono il male degli anni di piombo solo attraverso i vostri racconti e i libri di storia, senza doverlo sperimentare in prima persona.
Il 9 maggio è una solenne occasione per raccoglierci tutti intorno ai principi della nostra Repubblica, quei principi che furono minacciati dalla furia del terrorismo, indipendentemente dalla sua natura o connotazione ideologica; è una giornata utile per comprendere il significato del nostro stare insieme e ricordare chi ha perso la vita in anni oscuri, segnati da violenza, paura e vergognose trame eversive; è un momento nel quale rinnovare l'adesione ai valori costituzionali che preservammo dal furore di chi intendeva distruggere lo Stato di diritto e annientare la nostra democrazia.

Ringrazio Mario Calabresi che oggi, a 45 anni dall'uccisione di suo padre - il commissario Luigi Calabresi - ci ha egregiamente delineato i tratti salienti di quella difficile stagione, dandoci la possibilità di contestualizzare le dolorose vicende che abbiamo sin qui ascoltato.
Colpisce il racconto del terrorismo sudtirolese, al tempo stesso unico nella sua specificità e paradigmatico del più ampio intreccio tra estremismi politici e apparati infedeli. La soluzione a quella vicenda fu tutta politica, i nodi vennero sciolti con intelligenza e grazie alla capacità dei governi di rispondere alle legittime richieste dei cittadini senza cedere ai terroristi. Ci siamo fortunatamente lasciati alle spalle la lunga e difficoltosa applicazione del "pacchetto", oltre che le decine di episodi che hanno martoriato una terra che non può dimenticare le profonde ferite che gli furono inferte; rimane però il dovere di ricostruire nella sua complessità l'inestricabile commistione di opachi interessi che hanno avvelenato la vita degli altoatesini.
Walter, Claudio, Carlo, Fulvio: nomi ai quali oggi abbiamo associato i tratti della nostra stessa umanità. Nelle loro storie - così come in quelle di tutte le vittime del terrorismo - abbiamo avuto il privilegio di riconoscerci perché loro, come noi, avevano pregi, difetti, sogni, paure, aspettative, una quotidianità improvvisamente spezzata da una raffica di mitra o l'esplosione di una bomba.
Cari ragazzi, Walter Rossi era poco più grande di voi, aveva vent'anni: avrebbe potuto essere un vostro fratello maggiore, un compagno di squadra, un amico, un fidanzato. E' difficile per voi credere che sia morto per un colpo di pistola alla nuca nel corso di una manifestazione. Provate a immaginare quanto avrebbe potuto dare alla sua famiglia, ai suoi amici, al nostro Paese se quel 30 settembre 1977 il proiettile che lo uccise - partito da un braccio di cui non siamo riusciti a dimostrare l'identità - lo avesse mancato.
Molti ragazzi e ragazze furono vittime di quel clima di dirompente e irragionevole odio. Alcuni di loro facevano politica, partecipando alle attività di gruppi più o meno organizzati o scendendo in piazza a gridare le loro idee; altri, come Claudio Graziosi, indossavano una divisa per garantire l'ordine pubblico e la sicurezza di tutti i cittadini.
Silvana Perrone Graziosi ci ha raccontato chi era suo marito e quale immenso dolore ha sofferto. Io voglio sottolineare un aspetto che trovo molto significativo. Graziosi quel giorno era in abiti civili: se dopo aver riconosciuto Maria Pia Vianale si fosse voltato dall'altra parte nessuno avrebbe mai saputo nulla, nessuno avrebbe potuto chiedergli conto del suo mancato intervento. Quanti di noi, al posto suo, avrebbero almeno accarezzato l'idea?
Aveva solo 21 anni, una intera vita davanti e un bambino in arrivo. Eppure non lo fece, decise di assumersi la responsabilità che la sua coscienza gli imponeva, e per questo fu ammazzato. Voglio dedicargli un pensiero di profonda gratitudine, rivolgendomi a suo figlio: nessuno potrà certo colmare il vuoto d'amore lasciato da tuo padre ma devi essere orgoglioso di ciò che fece, così come lo siamo noi. Siamo fieri di lui e di tutti gli uomini e le donne delle forze dell'ordine che hanno servito e servono lealmente, ben oltre i confini del loro dovere, il nostro Paese.
Uomini come il Brigadiere Antonio Ferraro, il Carabiniere Scelto Donato Poveromo e il Carabiniere Franco Dongiovanni, vittime del terribile agguato del 31 maggio 1972 a Peteano. La bomba nascosta in una Fiat 500 era una trappola ordita per poter uccidere gli uomini che difendevano lo Stato: la loro memoria, così come quella di tutti gli uomini e le donne caduti mentre svolgevano il loro dovere, non deve essere mai persa.
La vicenda di Fulvio Croce è altrettanto emblematica: i brigatisti rifiutarono di essere difesi persino dagli avvocati d'ufficio, minacciando chiunque avesse osato farlo; ancora una volta, invece, un cittadino che avrebbe potuto fare diversamente scelse di prestare ascolto alla sua morale e alla sua deontologia professionale.

É inevitabile per me ripercorrere il filo della memoria personale, ricordare quanti sacrifici hanno compiuto gli uomini di legge per garantire che sempre e comunque - anche quando sul banco degli imputati sedevano assassini della peggior specie - fosse amministrata giustizia secondo le leggi dello Stato. Il Presidente dell'ordine degli Avvocati di Torino, accettando l'incarico che ne decretò la morte, donò a tutti noi un esempio cristallino di adesione ai valori e ai principi che i terroristi volevano umiliare, negare, abbattere.
Carlo Casalegno era un brillante giornalista, una penna acuta, stimata e rispettata per la profondità del suo pensiero. Le Brigate Rosse lo uccisero perché temevano la sua libertà intellettuale, la saggezza delle sue parole, la storia di un uomo che aveva fatto la Resistenza e che nuovamente si ergeva, con la sola forza delle idee, a difesa della nazione e del suo più intimo patrimonio. Nella sua rubrica - significativamente intitolata "il Nostro Stato" - ribadiva che le Istituzioni avrebbero dovuto continuare nella linea di una solida fermezza nella repressione del terrorismo ma senza arrivare a soluzioni estreme che avrebbero di fatto sospeso lo Stato di diritto.
Il futuro della nostra Repubblica, secondo Casalegno, si giocava proprio in questo strettissimo e quanto mai complesso sentiero: difendere la democrazia senza cedere alle lusinghe di soluzioni che la avrebbero poi, nel lungo periodo, maggiormente compromessa. Fu ucciso a Torino pochi mesi dopo l'avvocato Croce.
Il ricordo della nostra storia, ancora una volta, può illuminare le scelte per il presente e per il futuro. Nel volgere il mio pensiero a tutti i familiari e le vittime italiane del terrorismo internazionale degli ultimi anni, oggi per la prima volta presenti in quest'aula, non posso non ribadire che dobbiamo affrontare i profondi cambiamenti geopolitici che stanno sconvolgendo il mondo - cambiamenti che determinano insicurezze e paure - con la lucidità della mente, la forza del diritto e il coraggio della speranza.
Dobbiamo trovare l'audacia, proprio nel momento di maggiore incertezza e sconforto, di rilanciare il progetto europeo, di difenderlo da chi vorrebbe tornare indietro o tradire i principi che hanno garantito per oltre 60 anni pace e prosperità al nostro continente. La nostra storia ci insegna che abbiamo un comune destino.
Lo credeva anche l'uomo il cui rapimento e il successivo assassinio segnò così profondamente la coscienza dell'Italia, che ancora si interroga su cosa sarebbe divenuto il nostro Paese se quello straordinario statista avesse potuto continuare il suo progetto politico. Per una curiosa coincidenza il 9 maggio è sia il giorno della sua morte - scelto per questo come data simbolo di ricordo di tutte le vittime del terrorismo - sia la Festa dell'Europa, quella che Aldo Moro sentiva essere "nelle cose, una necessità ed un dovere insieme". Per quanto difficile e tortuosa possa essere questa prospettiva, è l'unica che dia dignità ai nostri più intimi convincimenti.
Il disprezzo dei terroristi per la vita, il loro estremismo ideologico e la brutalità con la quale intendevano sovvertire l'ordine democratico della Repubblica non ebbe la meglio. Li sconfiggemmo perché trovammo la forza di unirci, rifiutando di far prevalere la paura sulla speranza, la violenza sul diritto. In quella lunga stagione di odio e di oscuri progetti sovversivi ci riscoprimmo comunità, riuscimmo a sentirci nazione e a dare, così, pieno valore alle conquiste faticosamente ottenute con la Resistenza e la Costituzione.

Nella sfida che si diffonde oggi in ogni angolo del mondo a causa delle nuove forme di terrorismo internazionale, dobbiamo rispondere con la stessa forza che usammo allora: la forza della ragione e del diritto. Per il rispetto profondo che dobbiamo alle vittime e al dolore dei loro familiari non arretreremo di un millimetro dai nostri valori di democrazia, libertà, uguaglianza. Non riusciranno a chiuderci in casa, né ci lasceremo convincere ad alzare muri: sarebbe come cedere al loro ricatto.
La vostra sofferenza, quella che purtroppo vi accompagna quotidianamente e per la quale non c'è rimedio, è la nostra sofferenza; il vostro desiderio di giustizia è il nostro desiderio di giustizia; la vostra sete di verità è la nostra sete di verità, quella di tutto il Paese.
Per questo non dobbiamo smettere di lottare; per questo dobbiamo, ognuno secondo la propria competenza e possibilità, fare tutto ciò che è possibile per illuminare la "notte della Repubblica" con la luce della verità, senza calcoli di convenienza. Farlo è il più grande segno della nostra speranza, la più grande testimonianza di fede laica in un futuro diverso e migliore per i nostri figli e nipoti.

A voi ragazzi, che avete partecipato al concorso "Tracce di memoria", e ai vostri docenti, che vi hanno accompagnato in questo percorso, va il nostro ringraziamento più profondo. E' nel passaggio di conoscenze tra le generazioni che una comunità continua nel tempo e contemporaneamente si rinnova. Per questo il vostro compito, da oggi, è quello di farvi testimoni di quanto avete appreso e non lasciare che queste vicende e queste persone vengano mai dimenticate, insieme al loro più grande insegnamento: spetta a ciascuno di noi difendere i valori della nostra Costituzione, con l'impegno quotidiano e con l'esempio.
Grazie.



Informazioni aggiuntive