Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (1310 KB)

Versione HTML base



Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 889 del 04/10/2017


SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVII LEGISLATURA ------

889a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 4 OTTOBRE 2017

(Antimeridiana)

_________________

Presidenza del presidente GRASSO,

indi del vice presidente GASPARRI

N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: ALA-Scelta Civica per la Costituente Liberale e Popolare: ALA-SCCLP; Alternativa Popolare-Centristi per l'Europa-NCD: AP-CpE-NCD; Articolo 1 - Movimento democratico e progressista: Art.1-MDP; Federazione della Libertà (Idea-Popolo e Libertà, PLI): FL (Id-PL, PLI); Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura: FI-PdL XVII; Grandi Autonomie e Libertà (Direzione Italia, Grande Sud, Popolari per l'Italia, Riscossa Italia: GAL (DI, GS, PpI, RI); Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE: Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE; Misto: Misto; Misto-Campo Progressista-Sardegna: Misto-CP-S; Misto-Fare!: Misto-Fare!; Misto-Federazione dei Verdi: Misto-FdV; Misto-Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale: Misto-FdI-AN; Misto-Insieme per l'Italia: Misto-IpI; Misto-Italia dei valori: Misto-Idv; Misto-Liguria Civica: Misto-LC; Misto-Movimento la Puglia in Più: Misto-MovPugliaPiù; Misto-Movimento X: Misto-MovX; Misto-Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia Libertà: Misto-SI-SEL; Misto-UDC: Misto-UDC.

_________________

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del presidente GRASSO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,34).

Si dia lettura del processo verbale.

VOLPI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 28 settembre.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,38).

Discussione del documento:

(Doc. LVII, n. 5-bis) Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2017 (Relazione orale)(ore 9,38)

Approvazione della proposta di risoluzione n. 100 alla relazione ai sensi dell'articolo 6, comma 5, della legge 24 dicembre 2012, n. 243

Approvazione della proposta di risoluzione n. 5 alla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2017

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del documento LVII, n. 5-bis.

Il relatore, senatore Guerrieri Paleotti, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.

Ha pertanto facoltà di parlare il relatore.

GUERRIERI PALEOTTI, relatore. Signor Presidente, signori Ministri, senatrici e senatori, vorrei ricordare innanzitutto che con la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza il Governo aggiorna le previsioni economiche e di finanza pubblica contenute nel Documento di economia e finanza, presentato ad aprile, unitamente agli obiettivi programmatici, questi ultimi anche in considerazione delle raccomandazioni approvate dal Consiglio dell'Unione europea. L'operazione di aggiornamento del DEF serve pertanto a tracciare i confini della manovra e delle misure che conterrà la legge di bilancio, che va approvata entro il 20 ottobre.

Insieme alla Nota di aggiornamento al DEF 2017, il Governo ha trasmesso alle Camere la relazione al Parlamento, redatta ai sensi dell'articolo 6 della legge 24 dicembre 2012, n. 243, con la quale illustra l'aggiornamento del piano di rientro verso l'obiettivo di medio periodo, già autorizzato con le risoluzioni di approvazione del DEF 2017.

In estrema sintesi, si può affermare che i dati contenuti nella Nota di aggiornamento delineano due andamenti entrambi positivi: da un lato, l'economia italiana consolida la sua espansione e cresce più del previsto; dall'altro, il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo, che ha un particolare valore strategico per tutta una serie di ragioni che chiarirò in seguito, diminuisce già da quest'anno ed è previsto continui a diminuire nel corso dell'intero periodo coperto dalla Nota di aggiornamento.

Veniamo innanzitutto al quadro macroeconomico, che si presenta particolarmente favorevole: l'economia mondiale si è rafforzata in tutte le aree del mondo, compresa l'area dell'euro, che è cresciuta con particolare intensità grazie alle politiche monetarie fortemente espansive della Banca centrale europea. L'economia italiana ha sfruttato in positivo questo andamento ciclico favorevole e si prevede crescerà dell'1,5 per cento nel 2017, avendo già acquisito 1'1,2 per cento nella prima metà di quest'anno.

Siamo al decimo trimestre consecutivo in cui il PIL dell'Italia mostra il segno positivo e la ripresa in corso rappresenta la fase di espansione più lunga degli ultimi due decenni. Rispetto alle passate fasi di ripresa, tuttavia, la sua dinamica è ancora lenta e continua a risultare inferiore alla media dei nostri partner europei, anche se la distanza si sta riducendo. Resta comunque il dato molto positivo quest'anno dell'accelerazione della crescita, accompagnata da una relativa diffusione della dinamica di espansione, dall'industria manifatturiera ai servizi privati.

Una crescita più elevata e stabile è, certo, il frutto del quadro internazionale e europeo più favorevole e della grande creazione di liquidità generata dalle politiche monetarie non convenzionali messe in atto da tutte le banche centrali dell'area più avanzata - ultima, in ordine di tempo, la BCE - dal marzo 2015. Ma tra questi fattori determinanti - va subito aggiunto - figurano a pieno titolo le riforme e le politiche messe in campo in Italia negli ultimi anni e, in particolare, le misure portate avanti dal Governo in questo ultimo anno, quali il rilancio degli investimenti e le misure per ristabilire il regolare funzionamento del sistema bancario.

Secondo il quadro tendenziale contenuto nella Nota di aggiornamento, l'economia italiana crescerebbe dell'1,2 per cento nel 2018 e 2019. Le proiezioni del quadro programmatico indicano un proseguimento più favorevole, invece, della dinamica di espansione nel 2018 e 2019 a tassi pari a quanto raggiunto quest'anno, ovvero l'1,5 per cento nei due anni. Le previsioni di consenso a livello europeo e internazionale sono più caute e individuano nei due anni successivi al 2107 un rallentamento della crescita di 0,2-0,3 punti percentuali sia per l'area euro sia per la nostra economia.

Come è noto, non è facile esprimere un giudizio su queste proiezioni programmatiche, visti l'elevata incertezza e i rischi geopolitici che incombono sul prossimo futuro. Si può dire, però, che per il 2018 il quadro economico internazionale si manterrà favorevole e, quindi, potrà continuare a sostenere la dinamica di espansione dell'economia italiana secondo quanto previsto nella Nota di aggiornamento.

Per il 2019, invece, il previsto rallentamento a livello europeo e internazionale fa sì che solo una decisa ripresa della domanda interna italiana potrà consentire di raggiungere l'obiettivo di crescita del quadro programmatico. In questo caso, l'elemento trainante potrebbe essere rappresentato dagli investimenti, sia pubblici sia privati. Nelle previsioni del Governo dovrebbero accelerare sia le spese in macchinari e attrezzature, che beneficerebbero degli incentivi del piano Industria 4.0, sia quelli residenziali, gli acquisti di case, che dovrebbero crescere con un relativo maggiore dinamismo. A questo riguardo va fatto notare che, di recente, vi sono indicazioni di un rafforzamento strutturale della domanda interna di macchinari e provengono per quest'anno, secondo l'ISTAT, dagli indicatori derivanti dalle indagini sulle imprese e dalle rilevazioni dirette sui giudizi e le aspettative degli imprenditori.

Per quanto riguarda la manovra di bilancio, essa sarà - com'è noto - di circa 20 miliardi di euro complessivi, gran parte dei quali serviranno per eliminare gli aumenti dell'IVA previsti nel 2018, che costano circa 15,6 miliardi. Circa 10 miliardi verranno dal maggior deficit messo in programma nel 2018 e altrettanti da nuove misure per circa 0,5 punti di PIL (ripartiti in 0,2 punti sul fronte dei tagli di spesa e 0,3 con nuove entrate), soprattutto con una nuova stretta all'evasione, dalla fatturazione elettronica tra i privati ad altre misure allo studio. Per le spese si tratterebbe, in sostanza, di nuovi interventi sui Ministeri e l'amministrazione centrale.

È evidente che le risorse così reperite restano limitate e dovranno essere pertanto concentrate su pochi mirati obiettivi, che vengono indicati nella Nota di aggiornamento rispettivamente in alcuni interventi per il rilancio degli investimenti, sia pubblici che privati, in altri interventi sull'occupazione, a partire dall'annunciato intervento sul costo del lavoro con sgravi contributivi per sostenere l'occupazione giovanile, e nelle politiche per l'inclusione sociale, attraverso il rafforzamento di misure di contrasto alla povertà. A questo riguardo, vorrei sottolineare che porre al centro dell'azione di politica economica i giovani e la loro occupazione è di per sé un gesto molto significativo per un Paese che - come sappiamo - forma dei giovani ad elevata competenza e poi li esporta senza riuscire a importarne di altrettanto pregiati.

Vengo al quadro di finanza pubblica. Complessivamente la Nota di aggiornamento presenta un quadro tendenziale migliore di quello atteso nel DEF di aprile, anche grazie a un quadro macroeconomico - come ho prima ricordato - più favorevole. In particolare, la Nota stima che l'indebitamento programmatico netto nel 2018 sarà pari all'1,6 per cento rispetto al 2,1 per cento nel 2017, grazie alla ripresa ciclica e alla riduzione della spesa per interessi. Allo stesso tempo, il Governo programma di accrescere l'indebitamento netto nel 2018 di oltre 0,5 punti rispetto al suo andamento tendenziale.

Va sottolineato che limitare l'aumento del disavanzo pubblico all'1,6 per cento del PIL, pur essendo probabile che la Commissione europea avrebbe accettato fino all'1,8 per cento, credo rappresenti il segno concreto che il Governo intende accelerare la riduzione del deficit di bilancio negli anni seguenti, come prospettato nella Nota di aggiornamento. L'indebitamento netto passerebbe in effetti all'1,2 per cento nel 2019 e allo 0,2 per cento nel 2020, raggiungendo a questo punto il sostanziale pareggio di bilancio.

Anche per il saldo strutturale il miglioramento programmato per il prossimo anno è inferiore a quello indicato nel DEF di aprile. Il deficit strutturale sarà ridotto nel 2018 dello 0,3 per cento rispetto allo 0,8 per cento previsto.

Un dato particolarmente significativo è - secondo il programma della Nota - che il rapporto tra stock di debito e PIL diminuirebbe già da quest'anno, passando dal 132 per cento del 2016 al 131,6 per cento del 2017, per poi passare al 129,9 per cento nel 2018. Alla fine dell'orizzonte di programmazione, il rapporto si attesterebbe al 123,9 per cento. Va ricordato, a questo proposito, che per il 2015 l'ISTAT, nella revisione operata dei conti, ha giù registrato una leggera riduzione del debito, che è passato al 131,5 per cento del PIL (dal 131,8 per cento dell'anno precedente).

Questi risultati di riduzione dello stock di debito sul PIL sarebbero ottenuti grazie sia ad avanzi primari crescenti nel tempo, sia ai proventi delle privatizzazioni, sia all'accelerazione della crescita nominale (dal 2,1 per cento previsto quest'anno al 3,1 per cento nel 2018 e al 3,4 per cento nel 2019-2020). Al riguardo, va sottolineata la sorpresa negativa di questi mesi, che è venuta proprio dall'inflazione, mantenutasi molto al di sotto dei valori attesi, in seguito sia alla tendenza alla rivalutazione dell'euro, che ha ridotto il costo dei beni importati, sia alla dinamica estremamente modesta di aumento delle retribuzioni.

Si potrebbe obiettare che la riduzione del rapporto tra stock di debito e PIL valga inizialmente solo pochi decimali. Ma va ribadito che la discesa del rapporto, per quanto lieve, è altamente significativa, perché tale inversione di tendenza, dopo anni di crescita ininterrotta, è il segnale atteso sia dai mercati, sia da Bruxelles.

L'altro motivo per cui è importante che nel 2017 il rapporto fra debito e reddito nazionale sia più basso che nel 2016 e continui a diminuire è che a fine ottobre la Banca centrale europea farà sapere come intende ridurre gli acquisti di titoli di Stato, dopo averne comprati per circa 2.000 miliardi di euro, di cui quasi 300 miliardi emessi da Roma. La fine del quantitative easing (QE) è un dato certo, mentre i suoi tempi e le sue modalità sono ancora da definire. Anche per questo la nostra economia, tenuto conto che tra qualche mese comincerà la stagione elettorale, dovrà mettersi nelle condizioni di presentarsi pienamente credibile all'appuntamento della fine del QE. Va altresì considerato che mantenere un tale percorso credibile, pur se graduale, di consolidamento del debito avrebbe effetti positivi anche sul ruolo potenziale che potremmo giocare, come Paese importante dell'Unione europea, nel negoziato che si sta per aprire, dopo le elezioni tedesche, per un ripensamento e un auspicabile rilancio del processo di integrazione.

Per riassumere, gli obiettivi di finanza pubblica della Nota di aggiornamento del DEF sono coerenti con la volontà del Governo di bilanciare sostenibilità fiscale e sostegno alla ripresa economica e appaiono compatibili con l'impostazione prefigurata dalle istituzioni europee, volta a utilizzare più ampi margini di discrezionalità nel valutare il rispetto delle regole europee, anche al fine di assicurare la cosiddetta fiscal stance, ovvero un risultato di politica fiscale complessiva per l'area dell'euro che sia appropriata al contesto di crescita in corso.

Il Governo, nel confermare l'impegno a ridurre il disavanzo e lo stock di debito delle amministrazioni pubbliche in rapporto al PIL nel 2017 e negli anni seguenti, ha presentato alle Camere anche la relazione al Parlamento, redatta ai sensi dell'articolo 6 della legge 24 dicembre 2012, n. 243, con la quale ha chiesto alle stesse Camere l'autorizzazione a deviare dal percorso di rientro verso l'obiettivo di medio termine (il pareggio di bilancio in termini strutturali), in modo da conseguire il pareggio di bilancio nel 2020, slittando di un anno rispetto a quanto previsto ad aprile nel DEF. Com'è noto, l'ordinamento nazionale prevede che eventuali scostamenti temporanei del saldo strutturale dall'obiettivo programmatico siano consentiti in caso di eventi eccezionali e previa autorizzazione approvata dal Parlamento a maggioranza assoluta, indicando, nel contempo, il piano di rientro rispetto all'obiettivo di medio termine. Tale piano può essere altresì aggiornato qualora, in relazione all'andamento del ciclo economico, il Governo decida di apportarvi delle modifiche.

A fronte di tale ultima necessità, si è giustamente ritenuto opportuno richiedere alla Commissione europea, pur rimanendo entro i parametri e i vincoli comunitari, un rinvio temporale e un rallentamento del percorso di consolidamento dei conti pubblici e, quindi, di usufruire di risorse aggiuntive e di tutti i margini a disposizione per predisporre una manovra di bilancio che preveda misure per la crescita e il sostegno dei redditi dei cittadini. Su tale linea, tra l'altro, si sta muovendo la stessa Commissione europea - come ho già messo in rilievo - in ragione della necessità di dare maggiore respiro e slancio alla crescita dell'area dell'euro e dell'Unione europea nel suo insieme. Il quadro presentato nella Nota di aggiornamento e nella relazione è dunque quello definito in questi mesi anche con la Commissione europea, anche se il giudizio europeo arriverà - come sappiamo - solo con la bozza di budget che andrà inviata entro il 15 ottobre.

Per concludere, credo sia importante sottolineare il doppio obiettivo che il Governo consegna alla prossima legge di bilancio: una finalità più ambiziosa sul versante della crescita e un deciso avvio della riduzione del rapporto debito/PIL. I dati contenuti nella Nota di aggiornamento - come ho cercato di argomentare in questa mia relazione - offrono una conferma che la direzione intrapresa sia quella giusta.

Tutto ciò è positivo, ma non vuol dire che ci si possa accontentare. Va fatto di più e l'imperativo è quello di ulteriormente accelerare la crescita e renderne visibili gli effetti in termini di nuova consistente occupazione, soprattutto dei giovani. Ma crescere di più e più rapidamente vuol dire rilanciare a medio termine produttività e progresso tecnico della nostra economia. È una strada lunga - come sappiamo - che non ha scorciatoie e non è certo una scorciatoia imboccare il percorso di una aumentata spesa pubblica in disavanzo. Lo abbiamo già fatto in passato, con risultati sempre negativi e deludenti.

L'accelerazione della crescita è un'operazione da accompagnare con un'accorta politica di bilancio, che prepari il terreno a nuove e incisive riforme, anche perché il prossimo anno - come ho già detto - col graduale esaurirsi del quantitative easing, i conti pubblici devono essere posti in assoluta zona di sicurezza. Solo in questo modo non saremo più visti, con una percezione che naturalmente va giudicata eccessiva, come un Paese a rischio in Europa.

È dunque un momento importante quello che caratterizzerà l'ultima manovra di bilancio della legislatura, quella che precede le elezioni della prossima primavera. Il rischio da evitare è disperdere il dividendo della maggiore crescita, facendo nuovamente lievitare il debito. La percezione di aver superato la fase di crisi deve in realtà spingerci a portare avanti ulteriori politiche che riducano il debito e irrobustiscano la crescita. Sarebbe questa l'unica via per superare e metterci alle spalle vecchi modelli e metodi che ci hanno sempre penalizzato in passato. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Ricordo che l'Annesso alla Nota di aggiornamento reca la relazione ai sensi dell'articolo 6, comma 5, della legge n. 243 del 2012, che illustra l'aggiornamento del piano di rientro verso l'obiettivo di medio periodo.

Ai sensi del richiamato articolo 6, commi 3 e 5, la deliberazione con la quale ciascuna Camera autorizza l'aggiornamento del piano di rientro è adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti.

Pertanto, l'esame del Documento si concluderà con l'approvazione di due distinti atti di indirizzo: il primo, relativo alla relazione di cui all'articolo 6, comma 5, della legge n. 243 del 2012, da votare a maggioranza assoluta; il secondo, relativo alla Nota di aggiornamento da votare a maggioranza semplice.

Le proposte di risoluzione a entrambi i documenti dovranno essere presentate entro la fine della discussione.

Dichiaro aperta la discussione.

È iscritta a parlare la senatrice Zanoni. Ne ha facoltà.

ZANONI (PD). Signor Presidente, senatrici e senatori, la Nota di aggiornamento in esame poggia su alcuni dati incontrovertibili confermati dall'Istat e dalle recenti misure.

La crescita del PIL è superiore a quella prevista nel Documento di economia e finanza di aprile e non è così scontato che i Governi siano così prudenti nel fare previsioni ottimistiche. Altre buone notizie sono l'accelerazione dei flussi turistici e dell'esportazione di beni, la graduale ripresa degli investimenti - di certo ancora bassa, ma è sicuramente una ripresa - l'impennata della produzione e delle aspettative nel comparto dei beni strumentali.

Continua la crescita dell'occupazione: oltre 23 milioni di unità. Si sono creati 900.000 posti di lavoro e questa volta sul serio: non è stata la promessa di un milione di posti di lavoro, ma si è trattato di 900.000 posti veri in tre anni, di cui oltre la metà a tempo indeterminato; e questo grazie anche alla vera, crescente opportunità data alle imprese di usufruire degli incentivi per l'assunzione a tempo determinato.

I dati più recenti indicano un ulteriore rafforzamento della crescita nella seconda metà dell'anno. Vi sono una rinnovata fiducia degli operatori e un sensibile miglioramento nel settore del credito. Il debito pubblico ha finalmente invertito la tendenza e si prevede per il 2018 la discesa al di sotto del 130 per cento.

Si è lavorato per una finanza pubblica sostenibile e favorevole alla crescita, in un clima di riforme strutturali per la competitività e la fiducia, e costruendo con l'Europa una nuova governance per affrontare nuove sfide.

Le audizioni che abbiamo svolto questa settimana ci hanno confortato. L'Ufficio parlamentare di bilancio, sulla base di una valutazione complessiva delle previsioni del Governo, ha deciso di validare lo scenario programmatico, pur in presenza di alcuni rischi di revisione al ribasso connessi a una stima di crescita nel 2018 forse superiore al limite più elevato delle previsioni del panel dell'UPB.

La Corte dei conti, che ha espresso parere favorevole sulla recente revisione dei dati di contabilità nazionale, dà conto di un biennio 2015-2016 su molti fronti migliore rispetto alla precedente rendicontazione. Inoltre, un cospicuo afflusso di dati congiunturali documenta come si sia di fronte a una ripresa superiore alle previsioni.

Il miglioramento dei conti pubblici, conseguito dall'Italia negli ultimi anni, consente, già nel 2018, una forte riduzione dell'indebitamento netto tendenziale e un rafforzamento dell'avanzo primario. Nel 2020, azzerato il disavanzo, l'avanzo primario raggiungerà il 3,5 per cento del prodotto. La Corte dei conti sottolinea anche alcuni aspetti problematici, ma conclude con una valutazione positiva. E lo stesso vale per la Banca d'Italia.

Vorrei approfittare di questa occasione anche per entrare nel merito di alcuni aspetti, su cui il relatore, avendo svolto un'introduzione di carattere generale sugli aspetti macroeconomici, giustamente non si è soffermato. Voglio soffermarmi sul capitolo V della Nota di aggiornamento che riguarda le riforme e le raccomandazioni del Consiglio dell'Unione europea. È un capitolo molto importante che illustra le riforme adottate e il loro stato di attuazione dopo la pubblicazione del Programma nazionale di riforma ad aprile 2017, nonché le raccomandazioni rivolte all'Italia dal Consiglio dell'Unione europea e come ad esse si stia rispondendo attraverso l'azione di Governo.

Alla luce degli obiettivi posti dall'Unione europea, che per la prima volta pongono l'accento su una intonazione di bilancio a supporto della crescita, si raccomanda all'Italia una politica fiscale basata sulla revisione della tassazione sulla prima casa, sulla riforma del catasto e sul rafforzamento della fatturazione e dei pagamenti elettronici. Negli altri ambiti, la Commissione richiama alla necessità di procedere nel cammino di riforma per la modernizzazione del Paese.

Mi soffermo però solo su due o tre aspetti, rispetto al modo in cui il Governo ha reagito ai richiami ricevuti, il primo dei quali riguarda gli investimenti. La ripresa degli investimenti sembra confermata dai dati riguardanti gli importi messi a bando per lavori da parte delle amministrazioni locali. E su questo vorrei porre un accento, perché è un aspetto che è stato sempre sottolineato negli ultimi anni: gli enti locali sono un nuovo volano per gli investimenti e per una ripresa locale e veloce.

L'altro aspetto riguarda il catasto, ove si dice che nell'ambito del processo di revisione del sistema catastale di classificazione degli immobili sono state implementate alcune attività finalizzate alla costruzione di un'anagrafe immobiliare integrata, gestita interamente una nuova piattaforma, che integra le informazioni relative al territorio con quelle relative ai proprietari. Questo è veramente importante, perché consentirà un approccio molto diverso per tutta la finanza locale.

Vorrei avviarmi alla conclusione del mio intervento affrontando i due fascicoli più corposi allegati alla Nota di aggiornamento, che va corredata dalle relazioni programmatiche sulle spese d'investimento per ciascuna misura di spesa. Non ho tempo a disposizione per entrare nel merito di questi due ampi fascicoli, ma vorrei sottolineare alcune curiosità, una delle quali sicuramente interessa tutte le forze politiche. Sono stata colpita dal primo intervento del Ministero dell'interno su un aspetto che farà felice il senatore Azzollini, perché riguarda la realizzazione dei lavori di completamento del banchinaggio, drenaggio e raccordo stradale della diga di Molfetta. Questo è solo per dire che ci sono informazioni dettagliate, estremamente utili per noi che proveniamo dai territori; informazioni che riguardano tutto il territorio nazionale. Per Torino, ad esempio, la stazione di Rebaudengo, ma per molte città importanti, come Bari, Verona, Foggia e Parma, tali informazioni riguardano le infrastrutture per la mobilità e di servizio.

Concludo sottolineando che certamente non va tutto bene; viviamo sempre in un processo di miglioramento, ma per tutto quanto detto voterò convintamente la Nota di aggiornamento al DEF e spero che con me lo faranno non solo i miei compagni di partito, ma anche molti altri senatori. (Applausi dal Gruppo PD)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bellot. Ne ha facoltà.

BELLOT (Misto-Fare!). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghe e colleghi, come il DEF di aprile, anche la Nota di aggiornamento al DEF evidenzia la mancanza di una visione d'insieme. Vi limitate ad elencare una serie di presunti successi guardando a dati che certamente risentono del clima di ripresa generale che investe l'Europa, ma che non possono e non devono alimentare facili illusioni rispetto allo stato reale della nostra economia. Sappiamo bene che i segnali positivi sono in larga parte ascrivibili all'azione della Banca centrale europea, come ci ha più volte ricordato anche la Banca d'Italia, e non alle scelte di questo Esecutivo; scelte sempre più politiche e che di certo non incoraggiano i segnali di ripresa.

Politica è, ad esempio, la scelta, che considero drammatica, di definanziare in modo progressivo la spesa pubblica per la salute. La Nota di aggiornamento, infatti, non introduce alcun correttivo alle previsioni di finanziamento per la sanità, che resta inchiodata ad una dinamica regressiva che nel 2019, se non corretta, porterà ad una percentuale del 6,4 per cento della spesa complessiva in rapporto al PIL, ovvero sotto la soglia del 6,5 per cento che l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) individua come livello minimo per evitare ripercussioni negative sull'aspettativa di vita dei cittadini. Ovviamente le conseguenze sono pesanti: aumento della spesa privata e crescente rinuncia alle cure. Occorre prendere atto subito che le politiche degli ultimi anni hanno fallito e cambiare rapidamente direzione, facendo diventare la vertenza per la salvaguardia del Servizio sanitario nazionale (SSN) una battaglia di tutti e per tutti, perché si arrivi ad investire nella salute, si riducano le diseguaglianze, partendo dall'abolizione del superticket di 10 euro sulla ricetta, siano sostenuti i nuovi livelli essenziali di assistenza (LEA) e si rafforzi il personale sanitario, con particolare attenzione alle zone marginali, a quelle montane e a quelle o con maggiore difficoltà di mobilita interna.

Politiche sono altresì le scelte di impoverimento degli enti locali. All'interno della Nota di aggiornamento vengono elencate le risorse attribuite agli enti locali per l'esercizio delle loro funzioni. Anche in questo caso, spiace dirlo, quanto fatto non è abbastanza. Province e Città metropolitane versano in condizioni drammatiche, con le prime che risentono significativamente degli effetti negativi prodotti da una legge incompleta (la legge Delrio), che non tiene nemmeno conto di principi all'interno dei quali vengono riconosciute aree con specificità, in particolare le Province interamente montane. Sempre più frequentemente poi non riescono a chiudere i bilanci, non sono in regola e quindi vengono colpite da sanzioni che ovviamente ricadono sui cittadini. Appare dunque assolutamente necessario un ulteriore intervento per salvare gli enti locali, molti dei quali in dissesto economico, ed evitare che a pagare il prezzo più grande della crisi siano i soggetti più deboli. In ultima analisi, servono misure di buonsenso, soprattutto in una situazione in cui la crisi finanziaria è frutto di scelte sbagliate che hanno deliberatamente impoverito questi enti.

Non da ultimo ricordiamo anche le clausole di salvaguardia, oggi disattivate, ma che si pongono ancora come una spada di Damocle per i futuri esercizi a condizionare consumi ed investimenti.

Sono quindi ancora molte le criticità e, anche se il tempo a mia disposizione è poco, penso che già questo faccia capire che il Gruppo Misto-Fare! voterà contro la Nota di aggiornamento al DEF per le motivazione minimali esposte, ma ovviamente anche per tutte le conseguenze che i cittadini subiranno e che, dal nostro punto di vista, non costituiscano assolutamente una risposta a quanto il Paese richiede. (Applausi delle senatrici Bisinella e Munerato).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ceroni. Ne ha facoltà.

CERONI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, innanzi tutto intendo protestare per i tempi concessi per la discussione di questo provvedimento, che è uno dei più importanti che affronta quest'Assemblea e, nonostante ciò, i senatori hanno meno di cinque minuti a disposizione per illustrare le rispettive ragioni. Venendo al tema all'ordine del giorno, questo documento risulta comunque, come i precedenti, del tutto inattendibile. Predisporre documenti inattendibili determina, a fine anno, l'aumento del debito pubblico.

Signor Ministro, non è possibile che alcuni esponenti del Governo dichiarino sui giornali che il Governo ha tagliato il debito pubblico. Questo Governo è il primo produttore mondiale di debito pubblico. Nel mese di luglio ha sfondato quota 2.300 miliardi con un aumento, rispetto al mese precedente, di 18,6 miliardi, 82 miliardi in più rispetto al primo gennaio 2017. Siamo ad un aumento di debito pubblico di 304 milioni al giorno. Sono andato a controllare le statistiche e ho scoperto che, dopo il Governo Amato, questo è il Governo che ha il maggiore aumento giornaliero del debito pubblico. Sono trascorsi solo sette mesi, dunque credo che quando finirà la legislatura, il Governo in carica avrà il podio di produttore di debito pubblico.

Naturalmente, il debito pubblico determina l'aumento delle tasse. Il DEF stabilisce che dal 2017 al 2020 avremo un aumento delle tasse di 81 miliardi. Tale cifra risulta sommando l'incremento delle tasse che è ben certificato: si passa dai 786 miliardi del 2016 agli 867 miliardi del 2020. Naturalmente non ci sono riduzioni di spesa perché oltre a pagare gli interessi sul debito pubblico, c'è la spesa pubblica che cresce. Infatti, il DEF prevede che nel 2020 avremo 30 miliardi di spesa pubblica in più.

Naturalmente, il Paese, oltre al problema del debito pubblico, ha il problema della disoccupazione. I livelli di disoccupazione in Italia sono tra i più elevati d'Europa e la riduzione della disoccupazione, come sostiene anche la BCE, non è assolutamente significativa. Per la disoccupazione, invece, sarebbe necessario investire risorse perché dovremmo evitare che centomila giovani ogni anno, soprattutto giovani laureati, lascino il nostro Paese per cercare di fare fortuna nel resto del mondo. Sono giovani laureati la cui formazione è costata al cittadino italiano oltre 165.000 euro. Il DEF cosa stabilisce in proposito? Prevede che un capitolo della prossima legge di bilancio riguarderà misure per la competitività e l'innovazione. In questo ambito sono compresi interventi sul costo del lavoro volto ad incentivare le assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori giovani. Per questo capitolo spendiamo la bellezza di 338 milioni di euro nel 2018, cioè spendiamo la produzione del debito di un giorno. Facciamo 300 milioni di debito in un giorno e spendiamo per incentivare l'occupazione giovanile 338 milioni di euro, un po' di più nel 2019, ma il 2019 è lontano.

Le chiedo un secondo, Presidente, per poter concludere. Bisognerebbe fare innovazione e ricerca. Ebbene, le risorse riservate agli investimenti nel DEF, nell'anno 2018, ammontano a 300 milioni.

Infine, chiudo parlando del Fondo sanitario nazionale. Voi siete furbi che più furbi non si può. Ogni anno, sui documenti, stanziate qualche miliardo in più. In realtà, non stanziate quanto dovuto, perché, se il PIL aumenta dell'uno per cento, dovremmo stanziare sul Fondo sanitario l'uno per cento in più. Ma voi fate di meglio: scrivete queste somme sul bilancio, ma non le impegnate e non le erogate. I tagli cumulati sul Servizio sanitario nazionale negli ultimi tre anni ammontano a 10,5 miliardi. E, riducendo la quota di PIL destinata al Servizio sanitario nazionale, si arriva al 6,5 per cento di PIL, che è quota che mette in pericolo la salute del cittadino.

Concludo, signor Presidente, perché ho superato il tempo a mia disposizione.

La pregherei tuttavia che, su questioni di tale importanza, ci sia almeno la possibilità di parlare qualche minuto in più, tenuto conto del fatto che ieri abbiamo svolto le audizioni su questo documento (che è composto di oltre 20.000 pagine, con tutta la documentazione) e oggi siamo qui a votarlo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bianco. Ne ha facoltà.

BIANCO (PD). Signor Presidente, grazie per la parola che mi concede e che spendo sul tema della sanità, non solo per l'ovvio dovere d'ufficio che mi compete, ma anche per raccogliere e far camminare, nel sentiero stretto di cui ci ha parlato il ministro Padoan, preoccupazioni, attese e proposte che da questo mondo ci pervengono. È vero, il Paese va meglio, ma non va abbassata la guardia. Prudenza e responsabilità: il sentiero è comunque stretto e c'è spazio per poche e qualificate scelte. Questo è il messaggio della NADEF: una crescita che va sostenuta e che richiede attenzione e prudenza. Mi sembra un messaggio che, nel suo significato più profondo, va sicuramente accolto. Sono ormai anni che il nostro Servizio sanitario nazionale cammina su sentieri stretti, anche trasformando le difficoltà che questo comporta in grandi opportunità per il Paese.

A cosa mi riferisco? I numeri di questi anni parlano da soli: la spesa sanitaria cresce sì in valore assoluto, ma si riduce la sua incidenza sul PIL. La spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è mediamente inferiore di un terzo rispetto a quella dei Paesi dell'Unione europea a 14. I disavanzi regionali per anno sono scesi dai 6 miliardi del 2006 a poco più di un miliardo, così quantificato nel 2016. ***Dietro questi freddi numeri c'è però un mondo molto complesso, un mondo che, come dicevo, ha trasformato delle difficoltà in opportunità. Guardate al nuovo modello di governance dei livelli istituzionali del Servizio sanitario nazionale (Stato-Regioni); in questi anni sono cresciuti procedure e modelli di controllo e programmazione della spesa, di verifica della spesa, di verifica e di erogazione dei LEA, di informatizzazione. Tutto questo ha certamente contribuito a restituire elementi di efficienza ed efficacia al sistema.

Ma, dietro a questi numeri, ci sono anche altri fattori, c'è un grande sacrificio chiesto ai lavoratori del Servizio sanitario nazionale, che si è concretizzato in blocchi contrattuali, di carriera, del turnover, nell'emergere e nell'affermarsi di aree sempre più vaste di precariato all'interno del Servizio sanitario. Così come ci sono - diciamolo, perché è responsabile dirlo - aree grigie di equità e di universalismo nell'erogazione dei vecchi e dei nuovi LEA; questo lo dicono un po' tutti gli istituti di ricerca che lavorano in materia. Ciò crea dunque nuove disuguaglianze, allargando le vecchie e ataviche disuguaglianze nel nostro Paese. Per questo francamente c'è inquietudine, nel momento in cui leggiamo, nelle tabelle 3.1a, 3.1b e 3.1c della NADEF, che la spesa sanitaria nel 2018 scenderà al 6,5 per cento del PIL nominale, stimato in crescita per quell'anno, come diceva il relatore, al 3,1 per cento.

***È vero che la spesa cresce in valore assoluto. Leggiamo infatti il dato di 930 milioni di euro. Vorrei però rilevare che nel 2018 impatteranno nei bilanci regionali tre nodi importanti. I rinnovi dei contratti dopo otto anni, che stanno dentro il finanziamento del Servizio sanitario nazionale. La stima al momento è ancora ambigua perché mancano atti, ma è ragionevole pensare che si tratti di 500-600 milioni di euro. Così come si riproporranno anche quest'anno le modalità di contributo delle Regioni a statuto ordinario all'equilibrio della finanza pubblica. L'anno scorso, in corso d'opera, alle Regioni a statuto ordinario furono chiesti 422 milioni di euro in ragione del contenzioso con le Regioni e le Province a statuto speciale. Quest'anno temo che la cifra sarà anche maggiore. L'ultimo nodo sarà il payback farmaceutico 2013, 2014 e 2015, che probabilmente per la quota ancora da pagare, che non è indifferente, andrà in transazione. C'è però un problema; le Regioni hanno già iscritto nei bilanci, così come prevedeva la legge, l'intero importo delle cifre.

Solo la somma di tutto questo, in un mero ragionamento contabile, ci fa capire come l'incremento della spesa non si riesca a coprire. Se è vero che dobbiamo recuperare efficienza ed efficacia del sistema, dobbiamo fare attenzione ad alcuni elementi ancora presenti al suo interno, quali il blocco del turnover e il vincolo del personale, che producono disfunzioni.

Per questo credo che il nostro impegno, proprio in quel sentiero stretto, ma comunque responsabile e rigoroso, affinché vengano riviste alcune previsioni di spesa sanitaria, nasca da una semplice convinzione: una buona sanità fa anche buona occupazione, andando quindi incontro agli obiettivi del Governo. Una buona sanità ha bisogno di buoni investimenti e, quindi, andiamo incontro all'obiettivo della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. E, soprattutto, una buona sanità è un poderoso strumento di inclusione sociale, di contrasto alla povertà e alla disuguaglianza.

È questo l'intervento da realizzare. Rimaniamo dentro tali obiettivi, ma riconsideriamo la sanità alla luce di essi, perché la sanità è al loro interno. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Rizzotti).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barozzino. Ne ha facoltà.

BAROZZINO (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, un vecchio proverbio delle mie parti afferma che a lavare la testa all'asino, si perde tempo e purtroppo anche il sapone. Ritengo questo proverbio adatto alla situazione che riscontriamo nel DEF.

Partiamo da quanto avete scritto in questa Nota di aggiornamento. La disoccupazione sta scendendo perché è pari all'11,2 per cento. Leggendola così, questa sarebbe una bella notizia. Purtroppo, però, non scrivete tutto il resto. Si arriva al dato dell'11,2 per cento perché ormai anche chi fa un'ora di lavoro viene conteggiato come assunto. Al danno si aggiunge perciò la beffa e non sono io a dirlo. Se continuiamo infatti a leggere la Nota, vediamo che in Italia mancano più di un miliardo di ore di lavoro. Ci sono cioè oltre un miliardo di ore di lavoro che gli italiani non hanno svolto. Ciò semplifica quanto sto dicendo: voi continuate a perseverare nell'errore e questo purtroppo è diabolico.

Scrivete inoltre che il Consiglio europeo auspica efficaci politiche attive sul lavoro. Benissimo. Chi non auspica politiche attive sul lavoro? A seguito del Jobs act avete tagliato gli ammortizzatori sociali ai lavoratori per dire che in materia di lavoro non bisognava più fare politiche passive, ma attive. Anche su questo punto siamo d'accordo. Peccato, però, che a seguito del taglio degli ammortizzatori sociali, in Basilicata, ad esempio, Regione dalla quale provengo, ci sono 1.000-1.200 ex lavoratori che non hanno nemmeno più il diritto di accedere a qualsivoglia beneficio. Visto allora che è presente il ministro Padoan, vorrei rivolgere ai rappresentati del Governo una domanda: i lavoratori a cui voi avete tolto il tetto in cui si potevano in qualche modo riparare, e non riescono neppure più a segnarsi nelle liste di mobilità per poter accedere a qualche beneficio che garantisca almeno la sopravvivenza, cosa devono fare? Non fate finta di non capire. Pretendo delle risponde in merito, perché credo che ciò sia veramente diabolico.

Continuiamo con le cose che scrivete. Volete portare avanti una lotta per ridurre la disoccupazione giovanile e contro la povertà. A parole potremmo essere d'accordo; peccato che, se guardiamo i numeri, ci rendiamo conto che inserite 600 milioni per il reddito di inclusione (REI), a fronte di quasi 5 milioni di persone in Italia in povertà assoluta. Ricordo che le persone che avete espulso dagli ammortizzatori sociali non potranno fare richiesta per il REI perché hanno nel 2016 percepito un reddito e, quindi, aggiungete un ulteriore danno a uno già esistente.

Per l'occupazione giovanile continuate a proporre le solite soluzioni: decontribuzione di 8.060 euro per un anno e non più per tre. Ricordo che, nelle aziende dove avete concesso la decontribuzione a pioggia, adesso i lavoratori sono tutti in cassa integrazione o addirittura sono stati licenziati. Cosa dovrebbe cambiare? Mentre prima erano tre anni, adesso è solo un anno.

Continuate, inoltre, con i tirocini. In Commissione lavoro, dopo quattro anni e mezzo, è stato riconosciuto che il senatore Barozzino forse aveva ragione. I tirocini sono serviti non per l'occupazione giovanile ma ad alcune aziende per togliere lavoro: quei giovani infatti sono stati impiegati per sostituzione di lavoratori con una certa età e con figli a carico. Voi continuate con questa storia dei tirocini come se nulla fosse. Non ho più parole per descrivere questi atteggiamenti. Poiché è presente tutto il Governo, pretendo delle risposte in merito alle vostre politiche, cui dovete far fronte. Penso a tutto ciò che avete detto sul jobs act e alle meraviglie sentite in questi giorni. La gente in carne e ossa, che è fuori di qua, sa cosa sono queste politiche e vi farà pagare il conto alle elezioni tra tre o quattro mesi. (Applausi dal Gruppo Misto-SI-SEL e delle senatrici De Pin e Rizzotti).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Boccardi. Ne ha facoltà.

BOCCARDI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, onorevoli senatori, signori del Governo, come sappiamo, la nota di aggiornamento al DEF 2017, strumento destinato ad aggiornare le previsioni economiche e di finanza pubblica in relazione alla maggiore stabilità e affidabilità delle informazioni disponibili sull'andamento del quadro macroeconomico, sostiene questo quadro con una revisione al rialzo delle stime tendenziali sull'andamento dell'economia italiana rispetto alle previsioni formulate nel DEF di aprile, per tutto il quadriennio 2017- 2020, e in particolare per l'anno in corso che stima la crescita all'1,5 per cento. Tuttavia queste indicazioni favorevoli, a nostro avviso, non dovrebbero indurre il Governo nell'errore di ritenere che nella seconda parte del 2017 l'espansione economica continui quantomeno in linea con il ritmo del primo semestre, trainata dal settore manifatturiero e da alcuni comparti dei servizi, proprio in virtù del fatto che quelli citati a supporto di questa previsione sono indicatori congiunturali, vale a dire che siamo di fronte a dati di crescita non già strutturale, bensì solo indotta. Attenzione allora a dare per acquisiti obiettivi che sono ben lontani dall'essere raggiunti e consolidati.

La storica divergenza del Paese, inoltre, nei tassi di crescita rispetto alla media europea suggerirebbe una cautela ulteriore. Questa cautela trova un'ampia e documentata conferma nell'andamento delle importazioni e delle esportazioni del Paese. Infatti, il saldo è sistematicamente negativo, sia per il quadro tendenziale che per il quadro programmatico. In altri termini, la potenziale crescita dei consumi finali e delle famiglie è soddisfatta da un tasso di crescita delle importazioni maggiore rispetto alla capacità del sistema industriale e dei servizi nel soddisfare la domanda interna da un lato e «denuncia» la sostanziale despecializzazione del tessuto produttivo rispetto alla domanda internazionale da un altro lato.

Vorrei soffermarmi ora sul mercato del lavoro. Nella nota il tasso di occupazione è previsto superare il 58 per cento già nel 2017, per raggiungere il traguardo del 60 per cento nel 2020.

In questo contesto, superata la fase critica del mercato del lavoro occorre secondo noi intervenire per rendere stabili i miglioramenti e avviare concretamente politiche del lavoro in grado di far aumentare i salari e ridurre i costi per le imprese. In altri termini, occorre attivare misure in grado di ridurre le tasse sul lavoro, non il contrario, come invece sento dire in questi giorni da autorevoli voci della sinistra. Mi riferisco al possibile, ennesimo rincaro delle tasse sul lavoro per compensare la performance deludente del jobs act.

L'idea di usare la leva fiscale, aumentando il prelievo contributivo per scoraggiare i contratti a termine in favore di quelli a tempo indeterminato, non a caso raccoglie consensi in gran parte del fronte sindacale.

Lo stesso presidente della BCE Mario Draghi, qualche giorno fa è tornato a incoraggiare i Governi a superare la politica dei bonus per concentrarsi piuttosto sul creare occasioni di lavoro, e non a caso ha citato tra i Paesi più indietro proprio l'Italia, il cui tasso di disoccupazione per gli under 25 a luglio era addirittura al 35,5 per cento. Ebbene, finché il Governo continuerà a muoversi in questa logica, senza affrontare le vere esigenze delle imprese italiane, in termini di competitività, innovazione e mercato, non si avrà mai un vero rilancio dell'occupazione, che sia stabile e duraturo. E tutto questo per tacere del fatto che questa politica suona come una beffa per tutti quegli imprenditori e - vi assicuro - e sono tanti che, nonostante questi anni di crisi, sono riusciti a non licenziare nessuno. Qual è il messaggio per loro? Volete accedere agli aiuti del Governo? Fatevi furbi. Licenziate per poi riassumere. Anche per questo, invitiamo il Governo a far propria la nostra proposta, inserendola nella legge di stabilità.

Perché su questo punto occorre invece promuovere misure di riduzione del carico fiscale alle imprese che sia calcolato non sui nuovi assunti, che in questi anni hanno ingenerato meccanismi inefficienti, ma calibrata sul numero dei lavoratori a tempo indeterminato e, soprattutto, che premiano le aziende che in questi anni di recessione hanno continuato a garantire il lavoro. La misura dello sgravio deve riguardare tutti i lavoratori e, quindi, anche i giovani. Una misura che quindi non deve rappresentare una discriminazione ma un principio di equità.

Anche su questo punto non possiamo essere d'accordo. La manovra dovrà aggredire le inefficienze della spesa e non potrà ancora una volta tartassare i contribuenti. Perché il rischio più concreto è che una manovra troppo spinta verso le entrate possa bloccare i timidi segnali di crescita e sprofondare nuovamente il Paese nella recessione. Anche su questo punto, invece, la Nota dell'Esecutivo tradisce totale mancanza di coraggio politico e di visione strategica.

Penso, infine, al Sud, sul quale, tornando al documento oggi in esame vorrei da ultimo soffermarmi. Da imprenditore del Sud, da imprenditore pugliese, ho accolto con favore gli annunci del ministro De Vincenti per l'elaborazione all'interno della legge di stabilità, di una strategia possibile su zone economiche speciali, peraltro ancora tutte da definire. Però, rilevo che mentre nella scorsa legge di stabilità lo sgravio per le nuove assunzioni dei giovani al Sud era del 100 per cento, oggi il Governo ha esteso a tutto il territorio nazionale tale sgravio - il che ci soddisfa - ma lo ha ridotto al 50 per cento al Sud e ciò contribuisce a evidenziare il gap tra Nord e Sud, per i lavoratori e le imprese meridionali. Avremmo voluto che fosse mantenuto il 100 per cento per fare in modo che questo gap fosse definitivamente risolto.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fucksia. Ne ha facoltà.

FUCKSIA (FL (Id-PL, PLI)). Signor Presidente, questa cornice alla prossima manovra finanziaria, alla prossima legge di bilancio, è una cornice ottimistica. Tonino Guerra diceva che l'ottimismo è il sale della vita. Tuttavia, mi sembra che qui ci sia stato un eccesso di ottimismo perché, sì, il quadro economico internazionale migliora, tutti corrono ma noi corriamo meno degli altri.

È lo stesso Governo a dire che nei prossimi tre anni l'esportazione calerà. Quindi, rifare tutta la crescita del PIL sull'immobiliare in ripresa e sui macchinari che vengono rinnovati sembra ottimistico (troppo) e, quindi, anche il discorso di mantenere l'inflazione al 2 per cento.

Draghi con il quantitative easing ha fatto un miracolo, ma i miracoli non possono diventare strutturali. L'aumento dell'inflazione, quindi, appare non possibile con questi numeri.

L'unico dato che appare sicuro è invece il deficit spending: le risorse necessarie si reperiranno per due terzi aumentando le tasse e dalla Nota si evince che saranno disponibili 6 miliardi di euro da entrate fiscali e 2,5 dal taglio della spesa. Non crediamo però che il Paese possa ridurre il rapporto debito-PIL e far ripartire sul serio l'economia ricorrendo a spese in deficit e a un contemporaneo aumento della pressione fiscale. È lo stesso Ufficio parlamentare del bilancio che pone dubbi e ci invita a rivedere al ribasso i dati forniti.

Molte cose ci sarebbero da dire, ma il tempo è ristretto, perché qui parliamo di tutto, tra un po' si faranno sedute per decidere anche il nome da dare al cane o al gatto di casa; per questi argomenti, però, purtroppo il tempo è poco, quindi chiedo alla Presidenza l'autorizzazione a consegnare il testo integrale del mio intervento.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

FUCKSIA (FL (Id-PL, PLI)). Vorrei però sottolineare soltanto alcuni punti sul discorso della sanità, nel quale si riconferma il trend di riduzione delle risorse destinate al Servizio sanitario nazionale, ridotto al 6,3 per cento del PIL, portando tutto il Paese - e Roma in questi giorni ha testimoniato le estreme difficoltà in cui versa la stessa Capitale - ben al di sotto della soglia d'allarme fissata dall'Organizzazione mondiale della sanità. In concreto, rischiamo di ridurre anche l'aspettativa di vita delle persone. Le risorse finanziarie nel loro ammontare complessivo non aumentano, nonostante l'estrema necessità. La stessa Corte dei conti ci avverte dicendo che ciò può portare a ulteriori ferite nell'animo dei malati. I LEA rischiano di trasformarsi in un miraggio.

Un motto popolare recita: «Chi è sano non sa quanto sia ricco». Auguro quindi a tutti gli italiani di rimanere in buona salute, perché lo Stato e la classe politica che ci dirige appaiono se non malati, almeno poveri. Non mi riferisco alla povertà economica, ma a quella di visione politica, di coraggio, di lungimiranza e di senso di giustizia. È povera di pietas. Nonostante ciò, spero ancora che in Parlamento, in occasione dell'approvazione della prossima legge di bilancio, la maggioranza tra noi possa avere un moto di umanità e ricordare che non si possono separare i problemi sociali da quelli sanitari, per tornare a comportarci in scienza e coscienza a vantaggio del bene e di chi ne ha bisogno più di tutti, i malati. (Applausi dal Gruppo FL (Id-PL, PLI)).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Moscardelli. Ne ha facoltà.

MOSCARDELLI (PD). Signor Presidente, signor Ministro, condivido la Nota di aggiornamento al DEF nell'impostazione del Governo per gli obiettivi che vengono fissati e sottoscrivo gli interventi svolti dai colleghi Guerrieri Paleotti, Zanoni e Bianco. Mi limiterò quindi a fissare alcuni punti che credo il Governo debba valutare in maniera più approfondita.

Oggi abbiamo un'emergenza dal punto di vista dell'occupazione, che riguarda in particolare i giovani. Il Governo ha giustamente fissato nell'occupazione giovanile una delle priorità. Credo però che il volume della disoccupazione giovanile al 35 per cento, rispetto a quella generale che si attesta all'11 per cento, sia il segno drammatico del livello del problema e dell'emergenza, unitamente alla forte migrazione di giovani dal nostro Paese. Credo che il Governo debba compiere uno sforzo per recuperare risorse aggiuntive e aggredire in maniera più forte il problema della disoccupazione giovanile.

Signor Ministro, nella Nota di aggiornamento al DEF avete fatto una valutazione, ma vorrei che almeno qualcuno del Governo mi ascoltasse, perché vi vedo tutti impegnati in altre conversazioni. Dicevo, avete compiuto una valutazione sugli scenari di uscita dal quantitative easing e su scenari avversi con l'innalzamento dello spread e giustamente avete dato conto di una sostenibilità del debito pubblico e della capacità del nostro Paese di reggere anche a uno choc che possa derivare da tensioni geopolitiche o da altri elementi. Rispetto al tema contenuto nella valutazione della difficoltà e dell'instabilità politica dopo le elezioni che abbiamo davanti, credo che tutte le valutazioni di resilienza che avete fatto siano relative. Continuo a vedere che c'è disinteresse da parte del Governo, e il fatto che io sia espressione della maggioranza e del PD dovrebbe comunque portarvi ad avere un po' di attenzione. (Applausi dal Gruppo GAL (DI, GS, MPL, RI) e del senatore Crosio).

Le valutazioni che avete fatto sul tema dell'instabilità politica obiettivamente sono relative. Credo che se non aggrediamo la disoccupazione giovanile e non diamo un segnale forte in questo senso, sarà un ulteriore elemento che si aggiungerà ai tanti problemi che avremo quando dovremo affrontare in maniera incisiva dopo le elezioni. Credo, quindi, che in relazione alla priorità della disoccupazione giovanile il Governo debba trovare risorse aggiuntive.

L'altro elemento di valutazione è che abbiamo un quadro positivo di crescita a fronte di una mancanza di investimenti pubblici in infrastrutture. Anche il risultato importante del venir meno del Patto di stabilità non ha fatto crescere gli investimenti nei Comuni. Per un comparto importante della nostra economia come le costruzioni siamo solo all'inizio di una ripresa.

Accanto al tema dello sviluppo del Sud, quindi, abbiamo un bacino di potenzialità enormi su cui crescere. Tuttavia le infrastrutture e gli investimenti pubblici continuano a tardare, continuano a mancare, e sullo sviluppo del Centro-Sud incombe sempre lo stesso gap, per cui anche gli investimenti in innovazione, come il piano Industria 4.0, si riflettono maggiormente sulle aree del nostro Paese già più avanzate. Quando facciamo investimenti in ricerca e innovazione, infatti, a beneficiarne principalmente è sempre un segmento ristretto di industrie, ovvero quelle che danno l'80 per cento dell'innovazione e l'80 per cento dell'export. Allora, abbiamo un problema di recupero in infrastrutture e innovazione nel Centro-Sud che dobbiamo affrontare, altrimenti non ne usciamo. Sull'innovazione avremmo bisogno di poli di ricerca anche nel Centro-Sud perché sono concentrati e continuano a concentrarsi solo al Nord: Human technopole come l'hub di ricerca industriale tra le università lombarde e quelle cinesi. A ciò si aggiunge l'assurdità di Roma che rinuncia a candidarsi come sede dell'EMA, quando il polo del Lazio Sud ha un volume di affari doppio rispetto alla Lombardia sull'export, a testimonianza della situazione drammatica in cui versa la nostra Capitale.

Voglio concludere con una riflessione, ribadendo che il tema delle infrastrutture e della logistica nel Centro-Sud è fondamentale.

Ho letto un articolo interessante che rinnova il focus sulla centralità del Mediterraneo, con i principali attori mondiali a livello economico, Cina e USA, e i principali Paesi europei, Germania, Italia e Francia, che hanno un commercio import-export enorme con l'area del Mediterraneo, il Nord Africa e il Medioriente. Attraverso l'allargamento del Canale di Suez del 2015, il volume dei traffici a Suez è quattro volte quello del Canale di Panama. Questo perché l'attore Cina ha un investimento che negli ultimi quindici anni è cresciuto dell'840 per cento.

La scelta della via mare - e di quindi il voler rilanciare la Via della Seta, attraverso Suez per l'accesso all'area dell'Africa, al Medioriente e al Nord Europa come hub per i traffici per la sponda atlantica degli USA - ha rimesso il Mediterraneo davvero al centro del commercio internazionale. È lo snodo strategico. Pertanto, tutti gli investimenti in infrastrutture e logistica per il Centro-Sud rappresentano un obiettivo che non è tanto o solo rilanciare il nostro Mezzogiorno, ma porlo al centro, intercettare quei flussi di commercio che, se si organizzano gli altri, non intercettiamo più. Questa è un'occasione eccezionale, fondamentale.

Per far decollare una ripresa strutturale del nostro Paese e porlo alla testa dell'Europa, mancando ancora tutta la componente investimenti pubblici in infrastrutture, con questa opportunità credo che il nostro Paese abbia davanti una prospettiva straordinaria. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Sciascia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Crosio. Ne ha facoltà.

CROSIO (LN-Aut). Signor Ministro, ieri abbiamo seguito la sua audizione e ci chiediamo come sia possibile essere così sfacciatamente ottimisti sull'andamento economico del nostro Paese. Ci chiediamo ancora una volta in che mondo viviate: per una volta tanto, ahimè, sono d'accordo con il collega Brunetta.

Signor Ministro, ma lei in che mondo vive? Non va mai al mercato, in mezzo alla gente, in mezzo agli anziani? È possibile che solo noi sentiamo coloro che si lamentano e che non vedono una prospettiva per il loro futuro? Incontro solo io i giovani che stanno facendo la valigetta perché se ne stanno andando da questo Paese? Sono giovani che abbiamo formato, su cui giustamente abbiamo investito, dai quali qualcuno trarrà beneficio nei prossimi anni. Se ne vanno in Svizzera o in Germania; ieri ne ho conosciuto uno che addirittura parte per Città del Messico. E con gli anziani non parlate mai? Gli anziani sono ormai all'umiliazione, dopo una vita di sacrifici. Non sono mai state messe in campo delle azioni per salvaguardare la loro vita quotidiana. Ripeto, non so se incontriamo solo noi quelli che si lamentano. Lo dico con una battuta, ma la luce in fondo al tunnel è probabilmente, ancora una volta, un treno che ci sta venendo contro.

D'altronde, voi siete il clone del Governo Renzi. I Governi che si stanno succedendo sono quelli dei proclami e degli annunci, ma nei fatti concreti - ahimè - state mettendo in campo una strana alchimia con la complicità dell'Europa. A fine agosto, il ministro Poletti annunciava un bonus di 2 miliardi per creare 300.000 posti di lavoro. È stato fatto un calcolo generosissimo con obiettivi fantastici; peccato però che, al momento di tradurli in fatti concreti nei documenti ufficiali, tutto evapora e anche in questo caso è tutta fuffa.

Mi vorrei ora riallacciare a ciò che hanno dichiarato prima alcuni colleghi del PD, che tra loro sono un po' discordanti. Infatti, una collega poco fa ha sostenuto che per quanto riguarda le infrastrutture del Mezzogiorno si sta fornendo una risposta incredibile, citando un'opera fatta a Molfetta (legittima e che non conosco), rivolgendosi a un collega pugliese e dicendo che quella poteva essere l'occasione per la rinascita delle infrastrutture e dell'economia. Invece un altro collega intervenuto in precedenza lamentava - ahimè, e in questo caso sono pienamente d'accordo - la perenne assenza del ministro Delrio. La cura del ferro che il ministro Delrio ha prospettato - lui è un medico e giustamente il ferro fa bene all'organismo - è un'altra cosa rispetto alla cura del ferro di cui ha bisogno il nostro Paese. Io sono pienamente d'accordo con il collega che è intervenuto in precedenza, e noi più volte l'abbiamo ricordato in occasione delle audizioni con il ministro Delrio.

Vorrei un Ministro che andasse in Europa a salvaguardare i miei, i nostri interessi, cercando di valorizzare - come ha evidenziato il collega e come noi più volte abbiamo richiamato - e di esaltare l'infrastruttura Rotterdam-Genova. Con il raddoppio del Canale di Suez, la piattaforma del nostro Paese nell'ambito delle infrastrutture potrà essere abbastanza competitiva. Ricordo che a Rotterdam ci sono 75 chilometri di banchina. Ma qualcuno si deve muovere e qualcuno deve dire qualcosa da questo punto di vista.

Abbiamo un Ministro delle infrastrutture completamente assente. Io mi occupo di infrastrutture e in questi pochi minuti che ho a disposizione vorrei accentuare questo aspetto. La stessa cosa possiamo dirla per quanto riguarda la banda ultralarga. Vice ministro Morando, quante volte ho chiesto in quest'Aula al Governo di fare chiarezza una volta per tutte. Prima di dire che dobbiamo mettere ancora fibra - che va anche bene - qualcuno mi dica quanta fibra spenta c'è nel nostro Paese: non lo dico io, ma gli operatori, ossia coloro che hanno interesse a mettere i cavi perché con quelli guadagnano.

Presidenza del vice presidente GASPARRI (ore 10,49)

(Segue CROSIO). Abbiate almeno il pudore di verificare quanta fibra spenta c'è, prima di spendere soldi che non abbiamo. Anche in questo caso avete dichiarato: «Accenderemo cento città, faremo un sacco di belle cose». Ma le aree a fallimento di mercato sono sempre più a fallimento. È un fallimento come il vostro Governo, come la vostra politica economica.

Vi esorto a lasciar stare in questo momento la possibile fusione tra Ferrovie e ANAS; non sommate a casino altro casino. Cerchiamo di terminare questa legislatura; chiudete i conti "alla bell'e meglio". Siete come lo spesometro: un sistema in tilt, un sistema fallato e in fallimento.

Pertanto confido - anzi, ne sono certo - che a breve gli italiani, che ormai hanno capito, vi manderanno a casa e speriamo che chi verrà dopo di voi abbia almeno il pudore di non fare strane alchimie dal punto di vista economico e di raccontare la realtà di un Paese che fa grande fatica e che deve fare e farà grandi sacrifici. Non è buttando il fumo negli occhi, come state facendo ancora una volta, che risolverete i problemi degli italiani. I problemi sono altri, ma voi non ve ne siete resi conto. (Applausi della senatrice Stefani).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Longo. Ne ha facoltà.

LONGO Eva (ALA-SCCLP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Nota di aggiornamento del DEF, che stiamo discutendo, dovrebbe certificare un dato importantissimo, ossia il calo del debito pubblico dello 0,1-0,2 per cento a partire dal 2017. È quindi necessario evidenziare che si tratta di un'inversione di tendenza che non ha precedenti negli ultimi dieci anni. Certo, lo slogan "più PIL, meno debito" con cui il Governo ha presentato la Nota va riempito coerentemente di contenuti nella prossima manovra economica, ma, in effetti, rispetto a quanto previsto nel DEF di aprile (+1,2 per cento), la variazione reale del PIL, a fine 2017, dovrebbe essere pari +1,5 per cento rispetto all'anno precedente e la stessa crescita dovrebbe ripetersi nel 2018 e nel 2019, il che significa che il tasso di crescita del PIL è stato rivisto al rialzo di circa il 25 per cento in termini relativi.

Va vista in positivo anche la rinuncia alle clausole di salvaguardia, dato che il mancato gettito di circa 15 miliardi di euro di IVA si tradurrà in circa 5 miliardi di euro in più di produzione e reddito, trainati dai maggiori consumi. Crescerà lievemente il deficit, ma il rapporto tra defìcit e PIL per il 2018, previsto pari all'1,6 per cento contro l'1,2 per cento indicato ad aprile, resta pur sempre molto al di sotto del limite del 3 per cento. In definitiva, si va verso una maggiore crescita del PIL nominale, un maggior contenimento del fabbisogno della pubblica amministrazione e un maggior ricorso alle privatizzazioni, il cui introito andrà ad abbattere lo stock del debito.

Queste sono le premesse sostanziali e oggettive che noi colleghi del Gruppo ALA-Scelta Civica abbiamo preso in considerazione, analizzando i dati e approcciandoci al testo con lo spirito costruttivo e riformista che da sempre ha caratterizzato le nostre scelte parlamentari. Fatte queste premesse, è importante ricordare che in questi mesi non abbiamo votato la fiducia al Governo Gentiloni Silveri, ma che sui provvedimenti utili al Paese non abbiamo mai fatto mancare il nostro apporto, pur se talvolta critico. Anche in questo caso, pur essendo critici ci siamo soffermati sulla necessità e sulle prospettive che la Nota di aggiornamento al DEF può portare.

Di certo il testo può essere definito equilibrato e in linea con la timida ripresa economica che va consolidata. Inoltre, l'approccio costruttivo con cui voteremo questo DEF è dato anche dalla convinzione che un voto non risicato del Parlamento possa dare al Governo più forza quando dovrà trattare con la Commissione europea. Quando un Presidente del Consiglio del nostro Paese tratta con l'Europa per cercare di portare più Italia e un'Italia più forte nell'Unione europea, quello è sempre il nostro Presidente del Consiglio. Nessuno che abbia un briciolo di responsabilità politica può augurarsi l'arrivo della trojka, ma neppure un DEF tutto orientato ai canoni della vecchia sinistra "tassa e spendi". (Applausi del senatore Barani).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Dirindin. Ne ha facoltà.

DIRINDIN (Art.1-MDP). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, intervengo sul tema della sanità e delle politiche per la salute, con riferimento a due aspetti fondamentali sui quali si è accesso un dibattito, anche ieri in occasione delle audizioni sulla Nota di aggiornamento, nonché nel corso dei lavori per il parere espresso in Commissione sanità. Si tratta di due temi che, ci tengo a precisare, attengono ad impegni che il Governo formalmente ha assunto nei confronti del Parlamento negli anni passati e che, in maniera imbarazzante, l'Esecutivo continua a disattendere senza neppure argomentare le ragioni che lo portano ad ignorarli.

Il primo tema riguarda il rapporto tra la spesa sanitaria e il PIL. La Nota di aggiornamento del DEF si limita ad osservare che, siccome il PIL cresce e la spesa viene mantenuta allo stesso livello che era stato indicato quando non avevamo ancora la possibilità di prevedere la crescita del PIL, il rapporto tra spesa sanitaria e PIL si riduce. Solo cinque mesi fa, ad aprile del 2017, come sanno bene il Governo e i colleghi di questa Assemblea, la proposta di risoluzione al DEF, al punto 15, prevedeva l'impegno del Governo ad intervenire per riallineare progressivamente il rapporto tra spesa e PIL rispetto alla media dei Paesi europei.

Quello che sentenzia la Nota di aggiornamento del DEF è che, non solo non si avvia un percorso di riallineamento, ma si aumenta la caduta di questo rapporto e certamente, in un momento in cui il PIL aumenta, ci si sarebbe aspettati che fosse prestata attenzione anche ad un'adeguata, perlomeno analoga, crescita della spesa sanitaria. Questo - mi dispiace dirlo - non fa che confermare quanto abbiamo tante volte lamentato e cioè che la politica per la salute non è nell'agenda del Governo e che si continua quindi a considerare la politica della salute come quella in cui si possono aumentare le restrizioni, anziché aiutare il sistema a migliorare il proprio funzionamento.

Dico per inciso - molto è già stato detto da chi mi ha preceduto - che negli ultimi cinque anni la sanità, che è un settore ad alta intensità di lavoro, ha perso quasi 40.000 dipendenti e, siccome è un settore ad alta intensità di lavoro e non può produrre prestazioni se non ha i lavoratori, ricorre ovviamente all'outsourcing, a forme di somministrazione del lavoro che costano molto di più di quanto non costerebbe assumere dipendenti.

Un secondo tema riguarda la revisione del sistema di compartecipazione alla spesa e delle esenzioni. Anche questo è un impegno che nel 2014 il Governo si è assunto con il Patto per la salute, in cui, all'articolo 8, è scritto che, a partire dalla costituzione di un gruppo di lavoro, si sarebbe rivisto complessivamente il sistema dei ticket. Non è stato fatto nulla.

Proprio in occasione della discussione in Commissione sanità per il parere della sulla Nota di aggiornamento, abbiamo chiesto al Governo a che punto siamo e ci è stato detto che è stato costituito solamente il gruppo di lavoro.

Questo sistema purtroppo è riconosciuto da tutti attualmente come un sistema che produce inefficienze e iniquità alle quali il Governo, in particolare il Ministro dell'economia, dovrebbe essere sensibile, che rendono difficile per i cittadini l'accesso alle prestazioni del servizio sanitario nazionale. Questo sistema - ripeto - riconosciuto da tutti come da rivedere, può essere almeno rivisto nella parte più gravemente produttiva di effetti distorsivi, vale a dire il super ticket, che spiazza la sanità pubblica rispetto alla sanità privata per la gran parte delle prestazioni specialistiche, di cui moltissimi cittadini hanno bisogno, e produce effetti di iniquità sempre più gravosi in una situazione difficile come quella in cui si trovano tanti milioni di cittadini italiani.

Su questo penso che sia necessario cominciare a dare un segnale, perché altrimenti non si può che concludere, in modo imbarazzante, che la disattenzione nei confronti della sanità pubblica non è dovuta alla crisi, ma ad una scelta esplicita del Governo. (Applausi dai Gruppi Art.1-MDP e Misto-SI-SEL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Orellana. Ne ha facoltà.

ORELLANA (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, colleghi, negli ultimi tempi abbiamo ascoltato, sul fronte economico, buone notizie, ora confermate da questa Nota di aggiornamento: la ripresa economica si è consolidata negli ultimi mesi con una crescita del PIL dell'1,5 per cento, invece del previsto 1,1 per cento della previsione di aprile scorso. La disoccupazione è in calo, mentre aumenta l'occupazione.

In questo scenario positivo mi soffermo su un punto che ritengo particolarmente importante, ovvero la necessità di uno sviluppo ambientalmente sostenibile. Mi auguro vivamente che la ripresa a cui stiamo assistendo negli ultimi anni e che si sta consolidando negli ultimi mesi si discosti dalle esperienze precedenti, nelle quali, alla crescita economica, sono spesso corrisposti fenomeni ambientalmente negativi. Mi riferisco, ad esempio, a una crescita delle emissioni di CO2 direttamente proporzionale a un incremento del PIL o a un aumento della produzione di rifiuti pro capite, anch'esso associato alla crescita economica. E questi sono solo alcuni esempi.

Questo non deve più avvenire, non solo per i danni che porterebbe all'ambiente in cui viviamo, ma, in una visione più generale, ai danni che ne avrebbe il pianeta. Il rispetto degli impegni presi dall'Italia nella conferenza di Parigi COP21 passano anche da qui.

In questo senso ho apprezzato, seppure riportata solo nell'ultima pagina della Nota in chiusura del capitolo dedicato ad energia e ambiente, la citazione del catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e quelli ambientalmente favorevoli come strumento conoscitivo per favorire una transizione verso un sistema fiscale ecologico. Ricordo che i SAD rappresentano oltre 16 miliardi di euro, mentre i SAF superano di poco i 15,5 miliardi di euro. Sono maggiori i sussidi dannosi all'ambiente rispetto a quelli favorevoli. Se si potesse, con un colpo di bacchetta magica, eliminare i sussidi dannosi all'ambiente non solo si farebbe un grande favore all'ambiente ma si recupererebbero oltre 16 miliardi. Su questo occorre quindi intervenire.

Nel predetto catalogo, prodotto dal Ministero dell'ambiente come prescritto dall'articolo 68 del collegato ambientale del 2015, vi sono anche riportati le raccomandazioni e i suggerimenti proposti da vari organismi internazionali, fra i quali l'Agenzia europea per l'ambiente, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e il Parlamento europeo.

Le proposte per intervenire sulle politiche fiscali ambientali quindi non mancano. Non occorre avere molta fantasia e non ritengo necessaria l'istituzione di alcuna Commissione dedicata, come fu in passato, ad esempio, la Commissione Marè che, tra l'altro, non aveva alcun membro del Ministero dell'ambiente.

Mi aspetto che, in quest'ottica, la futura legge di bilancio intraprenda un percorso di riduzione dei SAD (sussidi ambientalmente dannosi) e magari anche un incremento di quelli ambientalmente favorevoli. Non resti solo una semplice citazione nella Nota, ma si concretizzi con concreti ed efficaci interventi. Il sistema fiscale può e deve essere strumento di una politica economica sostenibile, se riduce alcuni sussidi che non solo talvolta distorcono il mercato, ma sostengono pratiche ambientalmente dannose.

Una delle raccomandazioni della Commissione europea, citata nella Nota del DEF, indica proprio - cito testualmente - «un'azione decisa per ridurre il numero e l'entità delle agevolazioni fiscali». È una affermazione che non mi convince in valore assoluto, ma è sicuramente auspicabile per i sussidi ambientalmente dannosi.

Oltre all'intervento fiscale bisogna potenziare tutte le occasioni e le situazioni per le quali i cittadini e le aziende intraprendano azioni ambientalmente virtuose. Ad esempio, è stato recentemente introdotto, da una direttiva europea, l'obbligo per le aziende con oltre 500 dipendenti e con un certo fatturato di una relazione non-finanziaria che indichi l'impatto sociale e ambientale delle attività dell'azienda stessa. È un modo, ancora troppo timido e limitato dal mio punto di vista, di incrementare e valorizzare la responsabilità sociale e ambientale delle aziende.

Occorre spingersi oltre in questa direzione prevedendo, ad esempio, adeguata pubblicità alle dichiarazioni delle aziende in questa relazione. Come sappiamo, le aziende sono sempre più attente alla reputazione e all'immagine che hanno presso il pubblico. Un'azienda che dichiarasse un forte impatto negativo sull'ambiente, ad esempio, avrebbe un conseguente impatto negativo sul proprio fatturato per la reazione negativa della sua clientela.

Non è un processo rapido di crescita della consapevolezza degli impatti, ma su questo occorre intervenire, magari sanzionando fortemente le dichiarazioni mendaci che si trovassero in queste relazioni non-finanziarie e rendendone adeguata pubblicità.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Vicari. Ne ha facoltà.

VICARI (AP-CpE-NCD). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, la ripresa dell'economia italiana si è rafforzata a partire dall'ultimo trimestre del 2016, in un contesto di crescita più dinamica a livello europeo e globale. Ciò emerge sia dai dati del prodotto interno lordo, sia da quelli di occupazione e di ore lavorate. Nei tre trimestri più recenti il PIL reale è aumentato a un ritmo congiunturale di circa il 0,4 per cento; il tasso di crescita tendenziale nel secondo trimestre ha raggiunto l'1,5 per cento; sul fronte del lavoro, nella prima metà dell'anno gli occupati sono cresciuti dell'1,1 per cento su base annua, mentre le ore lavorate sono aumentate del 2,8 per cento.

Questo quadro promettente consente di innalzare la previsione di crescita del PIL reale per il 2017 dall'1,1 per cento del Documento di economia e finanza (DEF) di aprile all'1,5 per cento di oggi.

Un altro fattore determinante dell'attuale congiuntura favorevole è l'effetto cumulato delle riforme strutturali intraprese negli ultimi anni, da quella della pubblica amministrazione a quella del mercato del lavoro, a quella della finanza per la crescita, fino ad arrivare a quelle relative all'efficienza del fisco e alla giustizia. Desidero altresì ricordare che nello scorso mese di agosto, per la prima volta in Italia è stata approvata la legge annuale per il mercato e la concorrenza, che introduce significative novità in tema di servizi finanziari, assicurativi e professionali, turismo, farmacie, mercato dell'energia, poste e telecomunicazioni; l'obiettivo del provvedimento è quello di rilanciare la modernizzazione dei comparti coinvolti, stimolare la produttività e la crescita, consentendo ai consumatori di avere accesso a beni e servizi a costi inferiori.

Questo scenario non nasce dal nulla, ma è frutto di oltre quattro anni di scelte politiche mirate e lungimiranti che ci permettono oggi, sulla base dei segnali incoraggianti degli anni scorsi, di affrontare il futuro non più col semplice ottimismo che abbiamo sentito anche negli interventi precedenti, ma con la certezza di aver intrapreso la strada giusta. Nei prossimi mesi si attuerà, ad esempio, l'apertura a investitori italiani ed esteri di settori quali le farmacie e gli studi legali; un punto, questo, sul quale Alternativa Popolare si è battuta strenuamente durante questi anni al Governo, riuscendo ad indirizzare, molto spesso in maniera determinante, le politiche del Governo nel settore delle professioni, riuscendo così finalmente ad indurre i nostri partner di Governo a superare quella diffidenza verso questo settore, che è costata al Paese e a un settore fondamentale del nostro PIL un ingiustificabile ritardo.

Un'ulteriore spinta all'economia potrà derivare dagli investimenti pubblici. Il Governo è da tempo all'opera per promuovere un'inversione di tendenza in tale ambito, affinché venga non solo stimolata la domanda aggregata, ma migliori anche il potenziale di crescita dell'economia attraverso infrastrutture più moderne, efficienti e soprattutto sostenibili. Anche su questo tema, è inutile ricordarlo, la nostra cultura liberale contraria ad investimenti pubblici a pioggia e senza alcun criterio (come si faceva nei decenni passati) ha evitato il ripetersi dello sperpero di risorse pubbliche messo in atto negli anni passati. Nonostante il periodo post-crisi, grazie ad un intelligente riallocamento delle risorse destinate alla crescita, siamo riusciti ad portare avanti un piano di investimenti pubblici mirati e sulla base delle reali esigenze dei settori e dei territori ai quali sono rivolti.

Le clausole di salvaguardia sono state modificate con la manovra di primavera, riducendone l'importo rispetto alla legge di bilancio 2017 in misura che varia fra 3,8 miliardi nel 2018 e 4,4 miliardi nel 2019. L'impatto negativo sul PIL è quindi lievemente inferiore rispetto alle previsioni di aprile, soprattutto nel 2018.

La nuova previsione tendenziale del PIL per il 2018 riflette anche il maggior effetto di trascinamento derivante dalla revisione al rialzo del profilo trimestrale di crescita reale durante il 2017, il quale vale circa 0,1 punti percentuali di crescita. Chiaramente l'azione del Governo e della maggioranza sarà rivolta alla disattivazione delle suddette clausole relativamente all'anno 2018.

Nel primo semestre dell'anno, in coerenza con il quadro programmatico di finanza pubblica del DEF 2017, il Governo ha adottato alcuni provvedimenti con carattere di urgenza che associano misure di consolidamento degli andamenti di finanza pubblica a interventi per la ricostruzione dei territori interessati dagli eventi sismici del 2016 e del 2017, nonché iniziative per gli Enti territoriali, per il rilancio della crescita economica nel Mezzogiorno e per la gestione del fenomeno migratorio. Nel complesso, tali provvedimenti comportano un miglioramento dell'indebitamento. Non mi dilungo sui numeri perché sono noti.

Tenuto conto del carattere una tantum di alcune misure recate dal decreto legislativo n. 50 del 2017, per l'anno 2017, il miglioramento del saldo strutturale di bilancio risulta pari a circa lo 0,2 per cento del PIL (3,4 miliardi). Negli anni successivi sono attesi lievi effetti migliorativi per tutti i saldi di finanza pubblica.

Le risorse reperite in termini di manovra lorda ammontano a 5,2 miliardi nel 2017, aumentano a 10,2 miliardi nel 2018, restano a 10,1 miliardi nel 2019 per poi scendere a 7,4 miliardi nel 2020. Nel periodo considerato, circa il 90 per cento delle risorse è ottenuto attraverso disposizioni per il recupero della base imponibile e l'accrescimento della fedeltà fiscale. Un dato che dobbiamo considerare come positivo piuttosto che piangerci sempre addosso è quello relativo al fatto che gli incassi dall'attività di contrasto all'evasione per il 2017 sono maggiori degli incassi realizzati nel 2016 per circa 2,62 miliardi, attestandosi per la prima volta a 14,1 miliardi di euro. Si tratta, in particolare, dell'estensione del meccanismo dello split payment a tutta la pubblica amministrazione, ai professionisti, alle controllate dalla pubblica amministrazione centrale e locale nonché alle società quotate in borsa, e delle disposizioni che mirano a limitare gli abusi dell'istituto delle compensazioni fiscali.

Per quanto riguarda il patrimonio immobiliare, il piano di valorizzazione del Governo si sviluppa secondo due principali direttrici: la messa a reddito dei cespiti più appetibili, attraverso variazioni nella destinazione d'uso degli immobili, il loro conferimento a fondi di gestione del risparmio per la successiva cessione sul mercato ed una gestione economica più efficiente degli immobili utilizzati per fini istituzionali.

In conclusione, sono risultati che incoraggiano a proseguire il percorso intrapreso per rafforzare ulteriormente una ripresa dell'economia italiana che, dopo anni di profonda recessione, si è manifestata nel 2014, consolidata nel biennio 2015-2016 ed ha, infine, preso vigore nell'anno in corso, anche in virtù di un contesto di crescita più dinamica a livello europeo e globale, mostrando soprattutto crescenti segnali di irrobustimento strutturale.

Su questi e su molti altri obiettivi centrati Alternativa Popolare ha investito tutte le proprie energie, garantendo a questo Governo una maggioranza stabile, in grado di porre in essere tutti quei provvedimenti normativi che, a più di quattro anni di distanza dall'aprile 2013, consegnano agli italiani un quadro sensibilmente migliorato rispetto alle difficili condizioni politiche, economiche e sociali di partenza.

La crescita del prodotto interno lordo negli ultimi trimestri ha sorpreso al rialzo, le esportazioni di beni e gli afflussi turistici hanno accelerato e c'è stata una graduale ripresa degli investimenti. Tutto ciò fornisce, nel complesso, segnali incoraggianti, particolarmente evidenti nella recente impennata di produzione e aspettative nel comparto dei beni strumentali.

La principale sfida per la politica economica è trasformare l'attuale fase di uscita dalla crisi in una ripresa robusta e strutturale, che permetta all'Italia di superare definitivamente una prolungata stagione caratterizzata dal ristagno della produttività e della crescita. Il percorso da compiere è ancora lungo, benché alcune riforme comincino a produrre effetti concreti in nome di una stabilità che dovrebbe essere garantita ad ogni Paese e per ogni Governo. Le famiglie, le imprese e i lavoratori oggi, grazie a questo intenso e complesso lavoro, possono guardare il passato come un lontano ricordo. L'Italia è ripartita e cresce di nuovo, nonostante le enormi difficoltà che in partenza potevano far temere il contrario. Grazie a tutta questa lunga serie di riforme e di investimenti ci apprestiamo a consegnare al prossimo Parlamento un'Italia non solo più stabile e più florida, ma con reali prospettive di miglioramento. Una sfida che sembrava impossibile e che pure siamo riusciti a vincere, superando le storiche contrapposizioni ideologiche che per anni hanno ingessato la nostra economia a schemi ormai, finalmente, davvero superati.

Signor Presidente, le chiedo di poter consegnare il testo integrale del mio intervento, affinché sia allegato ai Resoconti della seduta odierna. (Applausi dal Gruppo AP-CpE-NCD).

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso, senatrice Vicari.

È iscritto a parlare il senatore Uras. Ne ha facoltà.

URAS (Misto-Misto-CP-S). Signor Presidente, utilizzerò questi minuti per annunciare quale sarà il voto mio e quello di altri colleghi con i quali ho condiviso una valutazione sia sulla necessità dello scostamento sia sul contenuto della Nota di aggiornamento al DEF. Parlo dei colleghi Molinari, Bencini, Orellana, Maurizio Romani e Stefano. Noi pensiamo di votare affermativamente sia lo scostamento che la Nota di aggiornamento e ne spiego molto brevemente il motivo. Sullo scostamento abbiamo avuto sempre una posizione chiara, critica del contenuto dell'articolo 81 della Costituzione (così com'è stato novellato, con l'obbligo di pareggio di bilancio), perché abbiamo sempre pensato che l'indebitamento sia uno strumento che deve rimanere nelle mani del Parlamento, per decidere quale tipo di promozione e di sostegno all'economia sia utile (ogni esercizio, in ogni circostanza).

L'altra questione riguarda la decisione del voto sulla Nota di aggiornamento. Siamo alla vigilia - è evidente - di una campagna elettorale e la Nota di aggiornamento che è stata presentata dal Governo ha numeri più confortanti di altri che abbiamo visto in questa legislatura. Per questa ragione, per l'uso che si fa di una parte delle dotazioni finanziarie che la crescita registrata negli ultimi dieci trimestri in modo costante garantisce, per l'impegno verso lo stato sociale e verso misure di contrasto alla povertà che è stato assunto e pubblicamente dichiarato dal presidente Gentiloni Silveri, per noi merita questo atto di fiducia. Poi vedremo la manovra di bilancio, vedremo le cifre e vedremo come verranno orientate.

Mi permetto, signor Presidente, di fare una valutazione di tipo politico nei quattro minuti che mi rimangono, di fronte a una manovra finanziaria che precede le elezioni. La valutazione di tipo politico è la seguente. Noi viviamo un momento tormentato, lo viviamo nel nostro continente, lo viviamo all'interno dell'eurozona, lo viviamo soprattutto nel Mediterraneo. E non sono solo i flussi migratori il tema, ma sono soprattutto le ragioni dei flussi migratori che noi dobbiamo affrontare in queste settimane, in questi mesi e in questi anni, cioè un Mediterraneo sconvolto sistematicamente da decenni di guerre, da un'aggressione ormai insopportabile delle antiche civiltà del bacino del Mediterraneo nel suo complesso, dal Medio Oriente al Nord Africa, alle pendici della nostra Europa. Dobbiamo affrontare questi temi, garantendo il nostro impegno alla nostra comunità ed estendendolo come un buon esempio da fornire anche ad altri Paesi.

Le modalità di utilizzo delle risorse di tutti, il rispetto che nutriamo nei loro confronti, il nostro modo di fare politica, evitando le strumentalità e garantendo la totale buona fede, l'impegno vero in questa Camera, ma anche nel nostro territorio e a fianco dei nostri cittadini, sono i principi che devono muoverci.

Presidente, voglio concludere dicendo che forse bisogna anche rivalutare la funzione della politica, riconoscendo a ciascuno di noi un tratto di buona fede ed evitando i giudizi personali sulle posizioni politiche. Mi rivolgo anche ai compagni di MDP e ai miei stessi compagni di Campo progressista, perché questo Gruppo è mio patrimonio esattamente come di tutti gli altri che lo compongono. È patrimonio mio, del sindaco della mia città, Massimo Zedda, e di tutti coloro che hanno contribuito quotidianamente a dare un segnale politico nuovo verso un centro-sinistra e un'area democratica in pieno sviluppo, così da fornire al Paese un'occasione vera di rilancio della nostra economia e della nostra società.

Non saremo mai strumentali, ma assolutamente più che sensibili ai diritti di tutti gli altri a manifestare le loro opinioni politiche e le loro posizioni. Noi rispettiamo le posizioni degli altri perché è giusto, questo è il Parlamento ed è giusto che tutti noi ne abbiamo diverse e noi le mettiamo a confronto senza mai colpire coloro che se ne fanno carico, ma anzi aiutandoli ad esprimere liberamente il loro pensiero. (Applausi dai Gruppi Misto, Art.1-MDP e PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mandelli. Ne ha facoltà.

MANDELLI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, anche questo secondo documento previsionale del Governo Gentiloni Silveri conferma la ratio della politica economica dei Governi di centro-sinistra dal 2014 ad oggi.

Con l'intento di fare crescita è stata utilizzata soprattutto la leva del deficit di bilancio. L'effetto espansivo sul PIL si è però rivelato quantitativamente inferiore a quanto raccolto in più sul mercato finanziario.

Per capirci con qualche semplice numero: dopo quattro anni e oltre 164 miliardi di spesa in deficit abbiamo un PIL a 1.716,5 miliardi, cioè 26 miliardi in meno di quanto atteso nel 2014. Tutti i documenti programmatici, e le relative manovre, hanno via via posticipato l'obiettivo del pareggio di bilancio che, inizialmente previsto per il 2018, viene ora rinviato al 2021.

E il maggior deficit per il prossimo anno (0,6 in più sul tendenziale), in realtà è di 1,9 punti percentuali maggiore rispetto al dato previsionale del primo DEF di Renzi.

Buona parte del maggiore indebitamento netto verrà utilizzato per coprire le clausola di salvaguardia per il 2018, scongiurando il previsto aumento delle aliquote IVA all'11,5 e al 25 per cento, e una parte dell'aumento per il 2019. E, quindi, rimangono ulteriori 45 miliardi di clausole dal 2019 al 2021, che dovranno essere disinnescate dal prossimo Governo.

Guardando la tabella allegata all'audizione di ieri del Ministro dell'economia e delle finanze in 5a Commissione, scopriamo che l'aumento dell'IVA avrebbe avuto un effetto depressivo sul PIL dello 0,3 per cento. E l'intera manovra - quasi 20 miliardi - vale lo 0,31. Cioè tutte le altre misure, lodate e decantate, avranno un impatto dello 0,01 del PIL.

Si avranno nuove entrate per 5,1 miliardi e ciò significa: nuovi condoni fiscali, nuove tasse ovvero riduzione di agevolazioni fiscali, cioè, comunque maggiori tasse che si abbatteranno su professionisti, su lavoratori e su lavoratori autonomi. Lo stock del debito, intanto, è salito oltre i 2.300 miliardi, grazie a una spesa pubblica cresciuta senza sosta. Riassumendo qualche dato, dal 2014 al 2017 si sono avuti 156 miliardi di maggiore PIL, 164 miliardi di maggiore spesa in deficit e 233 miliardi aggiunti allo stock del debito. Questi dati sconfessano i partigiani della spesa a ogni costo. La spesa deve essere di qualità e consentire di avvalersi di moltiplicatori sulla crescita economica. Altrimenti si tratta non di spesa, ma di sprechi e clientele. Anche il favore della BCE è stato vanificato perché, nonostante gli interessi sul debito siano scesi di 24 miliardi in quattro anni, essi sono ancora di circa 20 miliardi annui superiori a quelli dei nostri principali competitori europei. Si tratta di risorse vere tolte agli investimenti. Non basta, quindi, la riduzione del rapporto debito/PIL: è necessaria una riduzione dello stock prima che risalgano gli oneri per farvi fronte. In proposito, vorrei solo dire che la politica sulle privatizzazioni mi appare quanto meno timida, se non addirittura assente. Pur se inizialmente non ero favorevole, ora bisogna intraprendere una via con più coraggio.

A chi chiede un nuovo intervento sulle pensioni rispondiamo di no, perché adesso serve un serio lavoro di razionalizzazione delle quasi 8.000 amministrazioni che partecipano al conto consolidato dello Stato, per liberare risorse per gli investimenti. A questo va aggiunto un responsabile intervento sulle società partecipate, per le quali le cosiddette riforme di questa legislatura si stanno rivelando assolutamente inadeguate. E preso atto che sono previsti circa 500.000 esodi dalla PA verso gli enti di previdenza pubblica, prima di ogni turnover su piante organiche ormai obsolete, andranno verificate le effettive necessità del perimetro pubblico, che conta un lavoratore su sette in Italia.

Ugualmente bisognerà eseguire interventi per rendere dinamico e inclusivo il mercato del lavoro, regolato ormai dalla legge Fornero, che impedisce agli ultracinquantenni di andare in pensione e dove otto nuovi lavoratori su dieci sono a tempo determinato. Non c'è stata, quindi, quella fantastica riforma del lavoro che ha dato posti fissi. Gli unici posti fissi li ha dati il Governo Berlusconi, gli unici posti veri li ha creati il Governo di Forza Italia.

Accenno solo velocemente al problema della spesa sanitaria, che è agganciata al PIL e dovrebbe crescere, stando ai dati e, invece, si riduce sotto la soglia del 6,5 per cento; livello che l'OMS definisce di riferimento per la sostenibilità del sistema. Enuncio semplicemente il problema del superticket, di cui abbiamo parlato in Commissione.

Concludendo, la NADEF programma i conti pubblici non su interventi strutturali, ma ancora sulle variabili esogene, che vedono l'economia del mondo in un ciclo favorevole di crescita. Le riforme credibili sono mancate negli ultimi quattro anni caratterizzati da bonus in uscita, una tantum in entrata e una spesa pubblica improduttiva in crescita, al posto di una oculata spending review. La fuga degli investimenti dal nostro Paese - pari a una cifra che è quasi un decimo del PIL italiano - è, purtroppo, il giudizio più obiettivo e più severo che viene dato all'azione dei Governi di centro-sinistra. Si tratta di somme che torneranno in Italia per innescare una crescita permanente dell'economia, quando ci saranno politiche di Governo autorevoli e riforme autentiche. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore Bilardi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Santini. Ne ha facoltà.

SANTINI (PD). Signor Presidente, Ministri, rappresentanti del Governo, colleghi, la Nota di aggiornamento del DEF prende atto di una serie di numeri positivi rispetto alle previsioni di solo pochi mesi fa. Si è molto rafforzata la crescita riducendo - questo mi pare il dato rilevante - notevolmente il differenziale con il ritmo degli altri Paesi europei. Sono molto positivi i dati sull'occupazione che, mese per mese, migliorano, riducendo soprattutto la piaga della disoccupazione e rilevando anche qualche positività su quella giovanile.

La legge di bilancio - dice la Nota di aggiornamento - è l'occasione per continuare questo percorso virtuoso - noi lo condividiamo - tenendo insieme nel famoso sentiero stretto la riduzione della tassazione, il sostegno agli investimenti pubblici e privati, un forte impulso all'occupazione giovanile e una rilevante politica di carattere sociale che si pone in questo momento come necessità rispetto alle gravi ferite che la crisi degli ultimi anni ha lasciato nel nostro Paese.

Su economia e lavoro vanno valorizzati tutti gli elementi, in particolare quelli di forte legame con l'innovazione e la qualità, che diano più forza e più respiro alle prospettive di crescita.

Il tema dell'impresa 4.0, con investimenti in tecnologia digitale fortemente incentivati, va - a mio avviso - collegato ad altri fattori per renderlo completo. E mi riferisco, innanzitutto, al completamento rapido del programma di investimenti nel territorio della banda ultralarga - l'Italia su questo è ancora, purtroppo, molto diseguale tra grandi centri, aree interne e territori più marginali - in tempi più solleciti di quanto sta avvenendo; nonché all'estensione della trasformazione digitale anche nella pubblica amministrazione. Ogni volta che interveniamo - come lo stiamo giustamente facendo - nell'ambito delle modalità diverse di pagamento dell'IVA della fatturazione elettronica, ci troviamo a impattare pesantemente con le difficoltà nella pubblica amministrazione. Quindi, se vogliamo che gli investimenti abbiano un effetto moltiplicatore, bisogna agire anche più rapidamente sulla trasformazione dell'economia digitale.

Sul piano degli investimenti, vanno fortemente spinti gli investimenti pubblici, sia attuando con le cadenze previste il programma molto positivo del Fondo investimenti, varato nel mese di luglio; sia rafforzando - e questo è un punto delicato, in quanto sono necessarie risorse - la possibilità di investimento degli enti locali, allargando la possibilità dell'utilizzo dell'avanzo di amministrazione, che in molte realtà è presente - e potrebbe diventare immediatamente investimento nell'ambito delle scuole - per esempio - o nei lavori legati agli enti locali - ma purtroppo, pur nello sblocco del Patto di stabilità, risente ancora dei limiti che conosciamo.

Oltre a questo, bisogna lavorare molto fortemente sul tema dell'occupazione. È molto positivo il dato dell'incremento o, meglio, della riduzione della contribuzione per favorire l'occupazione giovanile. È molto importante collegare, anche sul piano dell'occupazione, il tema della trasformazione industriale. Quindi, accanto a impresa 4.0 bisogna pensare anche alle prospettive di un lavoro 4.0, con gli adeguati sostegni all'attività permanente di formazione.

Infine, la seconda gamba è il tema delle politiche di carattere sociale. Segnalo tre argomenti su questo punto ai quali prestare molta attenzione. Il primo - come prevede anche la Nota di aggiornamento nella tabella che abbiamo esaminato ieri - riguarda il rafforzamento per quanto riguarda il reddito di inclusione. È una misura importante, che andrà in vigore dal primo gennaio razionalizzando le sperimentazioni esistenti, che deve immediatamente entrare in rapporto con la realtà della sofferenza sociale attraverso misure concrete e, quindi, avrà bisogno di essere ulteriormente rafforzata sul piano dell'investimento.

È importante - come hanno già detto altri - valutare l'impatto delle misure di risparmio nel mondo sanitario con le condizioni reali di tutti gli utenti e, quindi, anche dei ceti sociali più in difficoltà rispetto alla tassazione e ai ticket introdotti, aspetto che occorre valutare con molta attenzione.

Infine, una considerazione particolare va rivolta al mondo della famiglia. Sono molte le famiglie, soprattutto quelle aventi maggiori carichi familiari, che necessitano in questo momento un aiuto più mirato rispetto alle loro condizioni.

Inoltre, sempre sul piano sociale, nell'ambito del rispetto della riforma previdenziale del 2011, è importante valutare come la sperimentazione sull'app social abbia dati risultati importanti e permesso a molte aree disagiate di avere possibilità maggiori. È una realtà che può diventare una modalità con la quale affrontare le gravi problematiche che ancora insistono, soprattutto quando un lavoratore in età avanzata fa lavori molto pesanti perde il lavoro per la crisi. Avere la possibilità di disporre dell'uscita anticipata sia per gli uomini che per le donne è davvero importante e può rendere la riforma pensionistica del 2011 più sostenibile.

Su queste due gambe deve marciare la legge di bilancio. Tenere insieme crescita, sviluppo e occupazione vuol dire prestare grande attenzione alla solidarietà sociale e alle politiche sociali. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Comunico all'Assemblea che è pervenuta alla Presidenza, sulla relazione ai sensi dell'articolo 6, comma 5, della legge n. 243 del 2012, la proposta di risoluzione n. 100, presentata dai senatori Zanda, Bianconi e Zeller.

Sono inoltre pervenute alla Presidenza, sulla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza 2017, le seguenti proposte di risoluzione: n. 1, presentata dal senatore Barani e da altri senatori; n. 2, presentata dalla senatrice De Petris e da altri senatori; n. 3, presentata dal senatore Cappelletti e da altri senatori; n. 4, presentata dal senatore D'Ambrosio Lettieri e da altri senatori; n. 5, presentata dai senatori Zanda, Bianconi e Zeller; n. 6, presentata dal senatore Romani Paolo e da altri senatori.

I testi sono in distribuzione.

Ha facoltà di parlare il relatore.

GUERRIERI PALEOTTI, relatore. Signor Presidente, mi limiterò a una breve replica, perché il dibattito che è seguito mi sembra abbia toccato molti punti non necessariamente collegati al tema oggi in agenda, che aspetta una decisione da parte di quest'Assemblea.

Vorrei ribadire i due dati importanti che - a mio avviso - sono contenuti nella Nota di aggiornamento e che giustificano pienamente la relazione al Parlamento che è stata presentata dal Governo.

Dopo un cammino durato diversi anni, l'economia italiana è tornata su un sentiero di crescita relativamente elevato.

Presidenza del presidente GRASSO (ore 11,37)

(Segue GUERRIERI PALEOTTI, relatore). È tornata all'interno di un processo di aggiustamento che sta in qualche modo garantendo un consolidamento dei nostri conti pubblici. Il dato più importante è che si profila una compatibilità tra questi due obiettivi, e quindi la possibilità di allargare ancor più lo spazio di crescita che si apre in prospettiva. Certamente la fase è stata molto favorevole, un'occasione positiva data da un contesto europeo e internazionale che ha favorito il processo di aggiustamento. Ma non ci sono dubbi che una tale opportunità sia stata colta al meglio attraverso misure e politiche che non hanno solo guardato al breve periodo, ma hanno anche considerato obiettivi di medio e lungo termine.

Come ho sottolineato nella parte finale della mia relazione, il cammino è stato ed è importante, ma ancor più lo è proseguire in questa direzione, proprio perché - da un lato - l'obiettivo di colmare quella distanza che ancora oggi ci separa dalla media dell'area dell'euro è pienamente nelle potenzialità del nostro Paese; dall'altro, è allo stesso tempo nelle potenzialità del nostro Paese cogliere le grandi opportunità date dalle trasformazioni in atto. Non dimentichiamo che si stanno aprendo nuovi orizzonti sul piano del rinnovamento dell'organizzazione della produzione e di un nuovo campo di relazioni a livello nazionale. Queste opportunità sono alla nostra portata. E, quindi, sotto questo profilo è importante non solo non disperdere ciò che è stato fatto e saper sfruttare al meglio le risorse aggiuntive che oggi la maggior crescita ci mette a disposizione, ma anche aver indicato una strategia, una visione d'insieme, che si deve irrobustire ed essere confermata dalle misure che prenderemo attraverso l'approvazione della legge di bilancio nel prossimo ottobre.

La mia è pertanto una replica che vuole semplicemente ribadire che, nonostante i dissensi, molti sono gli elementi positivi da evidenziare. E, rispetto a chi ci sprona a fare di più, questo è un invito che non solo raccogliamo, ma che è stato anche espresso nella Nota di aggiornamento dal Governo per sottolineare quanti traguardi ancora sia importante raggiungere. (Applausi della senatrice Parente).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il ministro dell'economia e delle finanze, professor Padoan, al quale chiedo di esprimere il parere sulla proposta di risoluzione presentata alla relazione ai sensi dell'articolo 6, comma 5, della legge n. 243 del 2012, nonché di indicare quale proposta di risoluzione relativa alla Nota di aggiornamento intende accettare.

PADOAN, ministro dell'economia e delle finanze. Signor Presidente, onorevoli senatori, in primo luogo, il Governo condivide la proposta di risoluzione n. 100, ai fini della relazione al Parlamento, a firma Zanda, Bianconi e Zeller. In secondo luogo, per quanto riguarda la Nota di aggiornamento al DEF, il Governo accetta la proposta di risoluzione n. 5 a firma Zanda, Bianconi e Zeller.

PRESIDENTE. Signor Ministro, la devo interrompere per avvisare l'Assemblea che, poiché il Governo ha dichiarato di accettare la proposta di risoluzione n. 5, a firma dei senatori Zanda, Bianconi e Zeller, decorre da questo momento il termine di un'ora per la presentazione di eventuali emendamenti ad essa riferiti.

Prego, Ministro, prosegua.

PADOAN, ministro dell'economia e delle finanze. Signor Presidente, farò alcune brevi considerazioni alla luce del dibattito che si è svolto.

Innanzi tutto, è un dato di fatto - credo nessuno possa negarlo - che, in base a molteplici indicatori, l'economia italiana sta migliorando in modo visibile e sensibile, ed è ragionevole e non ottimistico pensare che continuerà a farlo.

Dicevo che è un dato di fatto che, in base agli indicatori più diversi, ma che si rafforzano a vicenda, il quadro dell'economia italiana sta decisamente migliorando: dal punto di vista della crescita e dell'occupazione, i numeri sono chiari e anche la qualità del lavoro è chiara; dal punto di vista della finanza pubblica, si sta gradualmente ma decisamente consolidando, e ciò, per un Paese ad alto debito, come il nostro, continuamente sottoposto al vaglio dei mercati, prima ancora che delle istituzioni internazionali, è un elemento fondamentale.

La crescita si rafforza in quantità e in estensione per settori e Regioni del Paese e i rischi finanziari si allontanano dal punto di vista sia della gestione del debito pubblico che della riparazione profonda avvenuta e che continua ad avvenire nel sistema bancario, che ha sofferto profondamente la più grande recessione che ha colpito il Paese dal Dopoguerra. Si sta, quindi, andando nella direzione giusta, lungo quel sentiero che deve vedere la finanza pubblica impegnata a sostenere - in quantità e in qualità - la crescita e l'occupazione e allo stesso tempo accelerare il consolidamento.

Siamo un Paese ad alto debito, ma da noi il debito ha cominciato a scendere, e questo è stato certificato dall'ISTAT per il 2015 pochi giorni fa; è previsto nella Nota di aggiornamento al DEF per il 2017: continuerà a scendere in misura e con velocità crescente negli anni prossimi, togliendo dal tavolo un fattore di rischio che molto spesso, in passato, ha minacciato la possibilità di fare politica economica nel nostro Paese e che adesso, invece, ci offre un grado di libertà.

L'impostazione di finanza pubblica, dal punto di vista dei limiti che deve rispettare, parte da un valore concordato in sede europea, che peraltro deve essere ancora confermato a livello di Ecofin, di un aggiustamento di 0,3. Si tratta di un aggiustamento strutturale che va nella direzione giusta, ma che è meno opprimente - diciamo così - di quelli previsti dal DEF di aprile. E questo lo dobbiamo anche a un atteggiamento articolato in sede di Commissione europea, che riconosce un principio che la politica economica del Governo negli ultimi anni ha sempre affermato, e cioè la necessità di contemperare crescita e consolidamento. Quindi, l'aggiustamento dello 0,3 strutturale, che con i dati del PIL oggi disponibili equivale a 1,6 di indebitamento, va in quella direzione.

Ma l'ottimismo che viene citato, e non vedo cosa ci sia di male - in fondo, in passato, siamo stati tacciati di essere ottimisti, ma alla luce dei risultati siamo stati pessimisti rispetto a quello che effettivamente si è verificato - non deve essere una ragione per fermarsi: al contrario, deve essere una ragione per accelerare lo sviluppo e renderlo strutturale e robusto; e ci si deve approfittare del momento ciclico favorevole a livello europeo e globale per rendere questa crescita, che è ancora in parte ciclica, permanente e duratura, con tassi di crescita che già sono superiori a quelli che, ancora prima della crisi finanziaria, caratterizzavano l'economia italiana.

La Nota di aggiornamento al DEF definisce attualmente un quadro di riferimento di crescita, di macroeconomia e di finanza pubblica, che andrà riempito con una definizione di misure specifiche in base alla legge di bilancio. Ma già nella Nota di aggiornamento al DEF si indicano alcuni ambiti di intervento che, date le risorse limitate - come è chiaro a tutti - permettono innanzitutto di rimuovere completamente le clausole di salvaguardia, scongiurando quindi aumenti di IVA che, altrimenti, costituirebbero un fattore di freno della crescita e, pertanto, pericolo per il consolidamento della crescita se non disattivate. Il primo elemento è, quindi, la disattivazione di dette clausole.

Detto ciò, nell'ambito dei vincoli di aggiustamento di bilancio concordati a livello europeo rimangono risorse limitate, che possono però essere estremamente utili in un contesto di continuazione della strategia; una strategia che non esiterei a definire di crescita inclusiva, e quindi di crescita del prodotto, di composizione del prodotto, ma di risorse che permettono a chi è ancora ai margini della ripresa di essere incluso in modo più efficace. Mi riferisco evidentemente alla disoccupazione giovanile, che peraltro è diminuita in base agli ultimi dati, ma che è ancora decisamente troppo alta; mi riferisco a spese per il grado di benessere generale nel Paese. È stata citata da molti oratori la questione del sistema sanitario: questo è sicuramente un ambito nel quale andranno valutate misure di miglioramento e di efficientamento.

Per concludere, la crescita di un Paese avanzato in Europa, come il nostro, non può non basarsi su una visione del futuro fondata sull'incentivazione alla produttività, sull'innovazione, sul piano Impresa 4.0, e quindi sulla possibilità di crescere a tassi molto più sostenuti e sostenibili che in passato, malgrado l'invecchiamento della popolazione e un ambiente demografico avverso. Questo non solo è possibile, ma si sta cominciando a realizzare. Non bisogna, quindi, fermarsi e accontentarsi di quello che osserviamo: bisogna definire un programma di crescita per gli anni a venire. (Applausi dai Gruppi PD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

PRESIDENTE. Passiamo quindi alla votazione.

*QUAGLIARIELLO (FL (Id-PL, PLI)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

QUAGLIARIELLO (FL (Id-PL, PLI)). Signor Presidente, signori del Governo, colleghi senatori, nel Documento di programmazione economica e finanziaria che ci apprestiamo a votare, il ministro Padoan scrive: «Per il 2018 la politica di bilancio continuerà a inscriversi nella strategia che, a partire dal 2014, ha assicurato una costante riduzione del rapporto deficit-PIL, la stabilizzazione del debito nonché la sua riduzione. La prosecuzione del percorso di riduzione del disavanzo punta al conseguimento del sostanziale pareggio di bilancio nel 2020 e all'accelerazione della riduzione del rapporto debito-PIL». Il tutto è riassunto con uno slogan che, a dire la verità, signor Ministro, è di stile più renziano che "padoaniano": "più PIL, meno debito".

Compulsando i numeri ci si accorge che in effetti, secondo le stime del DEF, qualche «zero virgola» di PIL potrebbe essere recuperato e qualche «zero virgola» di debito potrebbe essere abbattuto. Ma la politica del sentiero stretto tracciata dal ministro Padoan appare tutt'altro che tranquilla. Se infatti proseguiamo nell'esame dei dati, ci imbattiamo nelle cifre riferite al deficit, che invece salgono dall'1,2 per cento all'1,6 per cento. Io non sono un esperto di economia, ma mi domando: come si può ridurre il debito pubblico aumentando il deficit?

Non credo occorra essere esperti per sapere che aumentare il deficit proprio adesso, in un periodo di seppur timida crescita, è quanto di più sconsigliabile. A Via XX Settembre, evidentemente, si ritiene invece che fare più deficit è sempre meglio che farne meno, a prescindere dal ciclo economico, senza curarsi del contesto e delle tendenze macroeconomiche europee e internazionali. Eppure la lezione del 2011 dovrebbe insegnarci che, a furia di fare politiche procicliche, ci si ritrova a non avere spazio fiscale e a dover applicare tagli severi nel mezzo di una recessione, e cioè proprio quando fa più male. Colleghi, debito e deficit non sono e non potranno mai essere variabili scollegate. Il debito non è altro che la somma del deficit che si accumula anno dopo anno: il deficit di ieri è il debito di oggi; il deficit che ci proponete di aumentare oggi sarà il debito dei nostri figli.

Non è tutto: la Nota di cui discutiamo è stata presentata basando il ragionamento su affermazioni puramente algebriche. Ma, se andiamo un po' più a fondo sulla natura dei dati, ci accorgiamo che lo stimato aumento del PIL non è dovuto a una ripresa stabile dei consumi, della produzione industriale, dei posti di lavoro, ma è invece, sostanzialmente, il risultato di una contromanovra. La lievissima previsione di rialzo del PIL non fotografa un'economia che cresce: si fonda piuttosto su una presunzione derivante dalla retromarcia sulle clausole di salvaguardia, che il Governo stesso aveva imposto, il cui mancato gettito non verrà recuperato con un piano serio di razionalizzazione della spesa, bensì con altro deficit e con generici tagli e aumenti di entrate, di cui non è dato conoscere il fondamento.

Se il trend dei tagli di spesa si conferma quello degli ultimi tre anni, non siamo affatto sereni. Quanto alle maggiori entrate, le prospettive mi paiono ancora meno confortanti. I dati dell'ultima tranche di rientro dei capitali autorizzano a parlare di flop. Su un miliardo e 600 milioni di euro di capitali rientrati attesi, solo 850 milioni di euro sono presenti a bilancio consuntivo. Insomma, è fin troppo facile prevedere che anche le coperture di bilancio per i prossimi mesi consisteranno in un ulteriore debito, magari nascosto da qualche operazione di maquillage sotto forma di tagli lineari alle spese dei Ministeri.

Signor Ministro, è come se un padre di famiglia, che a fatica riesce a pagare ogni mese il mutuo, ottenesse un aumento di stipendio dello 0,3 per cento e, invece di utilizzare le maggiori entrate per risparmiare qualcosa o per estinguere più in fretta il debito, decidesse di chiedere un nuovo mutuo, pur sapendo che almeno metà della rata rimarrebbe scoperta.

L'altro elemento quasi sottaciuto nelle dichiarazioni ufficiali del Governo è la mancata crescita dell'inflazione, che rimane bassissima pur in presenza di una fase moderatamente espansiva: non è un problemino da nulla, tanto che in Germania ci hanno fatto un'intera campagna elettorale, ma è un tema che meriterebbe più di un approfondimento, perché - permanendo questa situazione - un Paese con il nostro quadro debitorio e con un sistema bancario molto fragile non può ignorare i rischi che discendono da una mancata crescita dell'inflazione.

Inoltre, colleghi, occorre dire due parole anche sulle prospettive di intervento annunciate per la legge di bilancio. Da ciò che si è compreso, il Governo è intenzionato a presentare una manovra di corto respiro e di scarsi investimenti. Abbiamo appreso in modo frammentario che ci si vuole concentrare sul lavoro dei giovani, sul contratto degli statali, sugli incentivi alle imprese, su famiglia e povertà, il tutto per un intervento di circa 10 miliardi di euro. Ma se la serietà con la quale si pensa di affrontare il tema del lavoro è quella con cui in questi mesi sono stati interpretati i dati ISTAT, giocando con i numeri degli occupati, dei disoccupati e degli inoccupati per far credere in un boom occupazionale che con ogni evidenza non c'è e non c'è stato, abbiamo poco di cui stare tranquilli.

Per non parlare del fatto che si continua a tacere dell'effetto doping di una decontribuzione nella quale abbiamo creduto ma che con la sua gestione schizofrenica non ha aiutato né i datori di lavoro a fare una programmazione adeguata della forze da assumere, né tantomeno i ragazzi, che si sono visti proporre un contratto a tempo indeterminato - magari in sostituzione di contratti in essere a fini di risparmio dei datori di lavoro - per poi scoprire spesso e volentieri che, finito il contributo statale, di indeterminato rimaneva solo il tempo che sarebbe servito loro per trovare una nuova occupazione.

Infine, colleghi, sento parlare di ipotesi di taglio delle tax expenditures. Sarebbero ben 468 gli sgravi fiscali da aggredire con tagli orizzontali. Finalmente si parla di fare chiarezza nella selva delle agevolazioni fiscali in cui si disperdono risorse in modo poco proficuo per i cittadini e molto oneroso per lo Stato. Lo diciamo da tempo. Peccato che anche su questo l'approssimazione utilizzata rischia di vanificare quasi tutto.

Saremo pure dei gufi - e siamo abituati ormai a essere considerati come tali - ma ci permettiamo di far notare che il taglio dei contributi, non inserito in un contesto di revisione del sistema fiscale, equivale semplicemente a un aumento delle tasse. O questo drastico abbattimento viene pensato come misura di copertura all'introduzione di un'aliquota unica, meglio nota come flat tax, di cui possiamo evidentemente discutere il livello, oppure siamo di fronte alla solita ricetta proposta dalla sinistra, che recupera soldi pubblici per spendere di più e non per abbassare le tasse.

Tagliare le agevolazioni senza abbattere le tasse sarebbe l'ennesimo gioco per camuffare la riproposizione di un'antica formula della sinistra: tassa e spendi, spendi e tassa.

Per tutte queste ragioni, anche a nome dei nostri figli e nipoti, annuncio il voto contrario del Gruppo Federazione della Libertà alla risoluzione presentata dalla maggioranza.

Signor Presidente del Senato, un'ultima notazione. Faccio ammenda per non essermene reso conto in Conferenza dei Capigruppo. Ma, dopo che in quest'Aula abbiamo speso giorni interi per discutere di provvedimenti che nella sostanza erano mance e prebende elettorali, ritengo che concedere a un Gruppo undici minuti - comprese le dichiarazioni di voto - sia un fatto lesivo della dignità nostra e dell'istituzione che rappresentiamo. (Applausi dai Gruppi FL (Id-PL, PLI) e Misto, e del senatore Paolo Romani).

COMAROLI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COMAROLI (LN-Aut). Signor Presidente, oggi in Assemblea abbiamo sentito dire dal Governo e dai vari colleghi della maggioranza che c'è la ripresa e, dal loro punto di vista, se ne fanno giustamente vanto. Ma, se verifichiamo i dati, scopriamo che l'Italia è il Paese che sta crescendo più lentamente di tutta l'Europa. Abbiamo sentito prima il relatore dire che ci sono dieci trimestri di crescita. Sì, ma la Spagna ha il 3 per cento di aumento del PIL senza fare praticamente nulla. L'Europa, la mitica Europa, sempre secondo la maggioranza e il Governo, ha una media di crescita del PIL del 2,2 per cento. Forse qualcosa non va.

Abbiamo sentito Renzi farsi vanto delle riforme che ha messo in atto e dire che il misero aumento dell'1,5 per cento di PIL è dovuto proprio ad esse. Ma andiamo a vedere: la riforma degli 80 euro? Peccato che poi si sono viste crescere le tasse indirette, perché, per finanziare gli 80 euro, sono stati fatti tagli ai Comuni e alle Regioni, i tanto decantati enti locali. Anche in questa sede la maggioranza ha ripetuto quanto siano fondamentali, ma poi tagliano loro le risorse ed essi non possono erogare i servizi.

La riforma delle Province? Adesso le Province sono quasi in dissesto e non riescono a garantire il rifacimento del manto stradale o il riscaldamento nelle scuole.

Oppure il famoso jobs act?Anche in questo caso, con grande gioia di Renzi, si faceva riferimento al dato secondo cui l'occupazione sarebbe cresciuta. È vero: è cresciuto il numero delle persone che lavorano ma, se andiamo a vedere il dato vero, le ore lavorate sono diminuite. Se facciamo la compensazione tra numero di lavoratori e numero di ore lavorate, si è addirittura perso lavoro, perché spesso succede che, nella disperazione, tante persone accettano lavori part-time, anche poche ore al mese, ma l'Istat le conteggia come lavoratori in più.

Non funziona così, Presidente. Non è questa la verità. La verità è che è aumentata la precarietà. È aumentata la sottooccupazione. Sono diminuite le paghe e stanno calando il reddito pro capite e la produttività del sistema.

Queste riforme, come la riforma della giustizia, sono tanto decantate. Ma è noto il caso, appena balzato agli onori delle cronache, di quella ragazzina, abusata dal padre e poi posta in un casa famiglia, dove viene abusata nuovamente, rispetto al quale la giustizia ha lasciato prescrivere il reato. Oppure pensiamo alla legge fallimentare e alle tante imprese che dovrebbero veder riconosciuto il loro diritto a essere pagate per il lavoro che hanno fatto, ma devono scontrarsi con i lunghissimi tempi della giustizia.

Ultimissima vicenda, datata mese di settembre, altra conseguenza della riforma della buona scuola: all'inizio dell'anno scolastico non c'erano gli insegnanti.

Se andiamo a vedere un altro dato, il 12 per cento degli italiani, pari a 7,2 milioni di persone, vive in famiglie con grave deprivazione materiale. Se guardiamo poi gli anziani, il dato è ancora peggiore.

Presidente, forse qualcosa non va. Tutto questo ottimismo e questa euforia non sono giustificate. Si potrebbe pensare di dare una svolta vera. Se andiamo poi a vedere gli investimenti, che rappresentano una delle azioni principe che potrebbe compiere il Governo per far ripartire l'economia, da sette anni il dato degli investimenti pubblici è in calo.

Quelle del Governo sono azioni frammentarie, a spot. Utilizzando le parole della Corte dei conti, «non va sottovalutata una tendenza che, concentrata sulla ricerca di risultati immediati e quindi su interventi non strutturali, potrebbe generare effetti distorsivi sull'assetto del nostro sistema».

Questo dovrebbe fare un Governo: dare certezze e sicurezza ai propri cittadini.

Abbiamo sentito prima il ministro Padoan dire che le clausole di salvaguardia, e quindi l'aumento dell'IVA, sono disattivate. Non è vero, perché sono state solo congelate per un anno. Nel 2019 saremo nella stessa identica situazione e l'IVA aumenterà. Ma che certezze hanno gli investitori e le imprese che devono fare una programmazione del loro lavoro, se hanno sempre una spada di Damocle sulla testa, non sanno che cosa succederà e se i loro prodotti saranno concorrenziali o meno?

Presidente, serve un'azione incessante e prolungata di riforme strutturali, in grado di ingenerare fiducia, accrescere i tassi di natalità, promuovere gli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali e chiudere il divario di produttività per creare le condizioni affinché gli scenari demografici e economici alla base delle proiezioni siano capovolti. Vediamo che anche l'obiettivo di medio termine è stato ancora una volta rinviato e tutte le volte ci troviamo qua a votare per il suo rinvio.

Signor Presidente, mi auguro che il Governo usi i margini disponibili per fare veramente interventi selettivi e non frammentari, migliorando la qualità della spesa e affrontando le ragioni della bassa crescita del PIL potenziale in Italia.

Nella Nota di aggiornamento e dalle poche e vaghe righe che preannunciano quale sarà l'azione di bilancio non vediamo tutto questo e per tali ragioni esprimeremo un voto contrario sulle due proposte di risoluzione indicate dal Governo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea e le studentesse e gli studenti del corso di diritto parlamentare della Facoltà di scienze politiche dell'università «La Sapienza» di Roma, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).

Ripresa della discussione del documento LVII, n. 5-bis (ore 12,05)

BARANI (ALA-SCCLP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BARANI (ALA-SCCLP). Signor Presidente, signor Ministro, vorrei illustrare le nostre due considerazioni che ci porteranno ad esprimere voto favorevole sia sulla proposta di risoluzione riferita alla Nota di aggiornamento al DEF 2017, sia a quella riferita alla relazione di cui all'articolo 6, comma 5, della legge n. 243 del 2012.

In primo luogo, il nostro Gruppo è nato per sostenere le riforme: lo abbiamo fatto soprattutto con il Governo Renzi e abbiamo continuato con il Governo Gentiloni Silveri dal jobs act, alla legge sulle unioni civili, al terzo settore, al volontariato, a tutte le leggi di stabilità che portavano occupazione, alle leggi che riformavano il mondo della cultura, a quelle che portavano le piccole e medie imprese a favorire l'occupazione e l'aver sentito che in questo periodo abbiamo avuto 900.000 nuovi occupati naturalmente ci soddisfa. Abbiamo continuato con il nostro sostegno durante il Governo Gentiloni Silveri con la legge sul dopo di noi e con tante altre che non sto qui ad elencare. Siamo stati un Gruppo silente ma presente, una riserva pronta a soccorrere in qualsiasi momento il Governo sulle riforme, se i titolari della maggioranza entravano a gamba tesa su alcuni temi. Non nascondiamo il fatto che nel Partito Democratico i cosiddetti dalemiani e bersaniani erano la vera opposizione al Governo Renzi, molto più del Movimento 5 Stelle e del centrodestra, così come adesso lo è il Gruppo Articolo 1-Movimento democratico e progressista. La nostra presenza induceva certi malpancisti a desistere dall'azione di riportare l'Italia indietro e a impedire quelle riforme che, come ha relazionato in Senato il Ministro dell'economia, hanno portato a quella ripresa economica e dell'occupazione e a quello sviluppo che tutti ci eravamo prefissati; siamo usciti dalle secche di quella che il Ministro ha definito la più grande crisi dal dopoguerra. Quell'azione ha dato positivi risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Ovviamente, non nascondiamo che lo abbiamo fatto in maniera francescana (uso questo termine oggi, che è San Francesco, patrono d'Italia), senza volere nulla in cambio, ma solamente per continuare il processo iniziato con il cosiddetto patto del Nazareno, che crediamo debba finire quando il Presidente della Repubblica scioglierà le Camere. Abbiamo cioè cercato di portare avanti quelle riforme che erano necessarie.

Adesso, con la Nota di aggiornamento del DEF in esame e con la legge di bilancio che andremo ad elaborare (e a cui contribuiremo), pretendiamo che il Governo continui in quell'azione che sta portando avanti da due o tre anni, con cui anche noi abbiamo contribuito a costruire quel solco di ripresa economica e occupazionale. Con la nostra cultura liberale e popolare (io ci metto anche socialista, per il garofano che porto all'occhiello), riteniamo di essere i "guardiani del faro", pronti in qualsiasi momento a spezzare quelle catene create di volta in volta da qualche Gruppo: mi riferisco soprattutto al Gruppo Articolo 1-Movimento democratico e progressista, ma anche ad Area Popolare, che ogni tanto pretendono di imbrigliare il Governo per non fargli continuare quel percorso di riforme che noi riteniamo utili al Paese. Questa è una considerazione politica.

La seconda considerazione per la quale il nostro voto sarà favorevole è più tecnica, signor Ministro. Abbiamo presentato anche una risoluzione che contiene la nostra idea politico economica che la invitiamo a leggere e che forse potrebbe essere d'aiuto. Noi auspichiamo che il Governo intervenga quanto prima sulla Commissione europea per avere un rapporto sullo stato di attuazione del fiscal compact. Com'è noto, tale valutazione preventiva è richiesta dall'articolo 16 del Trattato istitutivo del 2012. Il prossimo anno, in caso di valutazione positiva, si dovrà procedere all'inserimento definitivo di quelle regole nell'ordinamento comunitario, signor Ministro, un passo denso di conseguenze, destinato a segnare la possibile futura evoluzione dell'economia dell'eurozona in generale e dell'Italia in particolare, di cui lei è il massimo responsabile, sia in negativo che in positivo, su questa scelta.

Un simile passo non può essere compiuto al buio, senza avere la minima certezza di ciò che ha funzionato e di ciò che, invece, ha contribuito ad aggravare tutti i problemi esistenti. I dati in nostro possesso ci dicono che il fiscal compact è stato un fallimento generalizzato. Nessun grande Paese ha rispettato quelle regole, nemmeno la stessa Germania, il cui debito, in rapporto al PIL, doveva diminuire ed invece è aumentato, seppur di poco, anche in Germania. Fa eccezione un certo numero di piccoli Paesi, sette o otto, la cui popolazione complessiva è inferiore alla metà di quella italiana. Troppo poco per costringere tutti a bere una amara medicina. Naturalmente, nelle nostre valutazioni possiamo sbagliare. Noi non abbiamo, come altri, la verità assoluta. Siamo quindi aperti ad un eventuale contradditorio, che può essere attivato solo dalla Commissione europea, fornendo una serie di evidenze empiriche che consentano un giudizio scevro da pregiudizi. Ma siccome questo lavoro richiederà il tempo necessario, è bene che sia questo Governo e non il prossimo a porre il problema, onde evitare il rischio che l'immediata scadenza della decisione possa fare agio alla preventiva ed indispensabile valutazione di merito.

Noi contrapponiamo al «tassa e spendi» i meriti e i bisogni, il che è una rivoluzione copernicana, una evoluzione culturale completamente diversa dall'idea di chi pretende di mantenere lo status quo o di ritornare indietro dato che riguarda chi, invece, chiede di andare avanti. Ed è per questo che noi oggi daremo il nostro voto favorevole ad entrambe le proposte di risoluzione. (Applausi della senatrice Longo).

GUERRA (Art.1-MDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GUERRA (Art.1-MDP). Signor Presidente, il Gruppo Articolo 1-MDP voterà a favore dello scostamento dall'obiettivo di medio termine, perché tale scostamento permette di effettuare una manovra meno restrittiva. Lo rende possibile, però, aumentando il disavanzo e quando ci si indebita di più è molto importante scegliere nel modo giusto come impiegare i margini ottenuti.

Noi riteniamo che la maggior flessibilità ottenuta negli anni passati sia stata in larga parte sperperata, per questo chiediamo da tempo una inversione di rotta. Siamo molto colpiti dalla lettura rosea che ci propone il Governo nella Nota di aggiornamento al DEF secondo cui saremmo in una fase di crescita economica che si va consolidando, resa possibile dalle politiche fin qui perseguite. Non è così: le politiche fin qui perseguite sono state inefficaci. La relazione della Banca d'Italia del 2017 ci dice chiaramente che l'aumento del PIL italiano dipende per quattro quinti, cioè per l'80 per cento, dalle politiche espansive della Banca centrale europea, il quantitative easing, e solo per un quinto dalle politiche del Governo. Politiche che, negli ultimi anni, ci obbligano a trovare risorse, e anche quest'anno 15 miliardi di euro, per disinnescare quell'aumento dell'IVA e delle accise con cui altrimenti dovremo pagarle. È a questo che ci si riferisce con il termine oscuro di «clausola di salvaguardia».

Questa lettura sbagliata degli effetti miracolosi delle politiche sin qui condotte porta il Governo a riconfermare scelte sbagliate del passato, in un'ottica di "continuismo", come la definisce il presidente del Consiglio Gentiloni Silveri. Noi invece chiediamo discontinuità.

Faccio alcuni rapidi esempi. Se confrontiamo la situazione economica attuale con quella di dieci anni fa, cioè con la situazione precrisi, vediamo che il PIL è ancora più basso di allora di 6-7 punti percentuali, che gli investimenti sono sotto del 27 per cento e la produzione industriale del 21,4 per cento. Le difficoltà della nostra economia dipendono quindi, in tutta evidenza, dall'insufficienza del processo di accumulazione; lo stock di capitale è insufficiente. La prima ricetta dovrebbe essere aumentare gli investimenti, soprattutto quelli pubblici, che hanno un forte impatto sulla crescita. Invece la Corte dei conti ieri ha certificato che già nei primi otto mesi del 2017 gli investimenti fissi lordi pubblici sono diminuiti del 4,2 per cento rispetto ai primi otto mesi del 2016. Noi chiediamo con forza un'inversione di rotta; per far crescere il Paese e creare occupazione occorre investire di più, in particolare in settori con forte impatto ambientale (dissesto idrogeologico, riqualificazione urbana, efficientamento energetico, eccetera).

In secondo luogo, l'occupazione è aumentata ed è prossima a quella di dieci anni fa. Se circa la stessa occupazione di dieci anni fa produce un PIL inferiore del 6-7 per cento rispetto a quello di dieci anni fa, non c'è da essere felici. Ciò significa due cose. In primo luogo, molti lavoratori lavorano meno ore; si è infatti registrata, negli ultimi dieci anni, una forte diminuzione delle ore lavorate per addetto (nelle imprese con più di dieci lavoratori questa diminuzione è stata del 6 per cento) ed è aumentato il part time, spesso involontario, dal 14 al 20,8 per cento. Siamo quindi di fronte a un lavoro precario e parcellizzato, quando va bene a tempo determinato, come ci confermano gli ultimi dati di pochi giorni fa dell'ISTAT, che ci dicono che quelle a tempo determinato rappresentano più dell'80 per cento delle nuove assunzioni.

In secondo luogo, l'aumento dell'occupazione avviene soprattutto in settori caratterizzati da una bassa produttività, come il turismo e la ristorazione, e questo deve destare preoccupazione. Aggiungo anche che si tratta di settori con stipendi bassi o molto bassi, che non possono contribuire alla crescita neppure attraverso il sostegno ai consumi, mentre possono purtroppo contribuire alla crescita delle diseguaglianze. L'aumento della disuguaglianza nel nostro Paese non è infatti solo imputabile al forte spostamento del reddito dai salari ai profitti, ma anche al forte aumento della disuguaglianza all'interno del lavoro dipendente, una disuguaglianza dovuta alla forte dispersione dei salari orari e alla crescente differenza nelle settimane e nelle ore lavorate. In questo contesto, ogni misura di flessibilizzazione del mercato del lavoro si traduce in una precarizzazione, come è avvenuto con il jobs act e con il decreto Poletti. Quando chiediamo un'inversione di rotta sul lavoro, la chiediamo sulla base di una diversa lettura della realtà economica. Noi chiediamo più tutele sul mercato del lavoro, meno facilità a licenziare, regolamentazione dei finti stage e dei tirocini che umiliano i nostri giovani, minore convenienza del lavoro a tempo determinato. Tutte cose che non comportano costi aggiuntivi, ma scelte politiche di discontinuità.

Il forte aumento delle disuguaglianze si accompagna all'impoverimento di fasce crescenti della popolazione, in cui si registra una sempre più ampia difficoltà nell'accesso alle cure sanitarie. Noi siamo contrari alla privatizzazione strisciante della sanità e al fatto che si punti sempre di più, per la sanità, sul welfare aziendale, pagato da tutti, ma riservato a chi ha lavori continuativi e specialmente a chi lavora nelle grandi imprese. Per questo chiediamo ancora una volta discontinuità, come ricordato dalla senatrice Dirindin, per invertire la caduta della spesa sanitaria sul PIL, a partire dall'abolizione del superticket.

Scrivere questi obiettivi nelle risoluzioni di maggioranza, come già era avvenuto prima dell'estate per nostra iniziativa nella risoluzione sul DEF, non basta, se non c'è una vera disponibilità del Governo, disponibilità su cui per ora non sono ancora arrivati segnali veri.

Per finanziare questa e altre richieste, come il blocco dell'adeguamento dell'età pensionabile alla speranza di vita, chiediamo più determinazione nella lotta all'evasione e abbiamo su questo proposte precise. E invece ci viene riproposto, in continuità con il passato, l'ennesimo condono fiscale (80 in Italia dall'Unità d'Italia in poi: più continuità di così!), che premia gli evasori e beffa i contribuenti onesti. Non ci siamo.

Per tali ragioni non voteremo la risoluzione di maggioranza alla Nota di aggiornamento al DEF. Non parteciperemo a questo voto, ma continueremo con forza a batterci per ottenere per il Paese risposte adeguate a questi problemi nella prossima legge di bilancio. È su queste risposte che orienteremo il nostro voto anche a quella legge. (Applausi dal Gruppo Art.1-MDP e Misto-SI-SEL).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Salutiamo le studentesse e gli studenti dell'Istituto «Antonio Rosmini» di Roma che, insieme ai loro docenti, stanno seguendo i nostri lavori. (Applausi).

Ripresa della discussione del documento LVII, n. 5-bis (ore 12,20)

D'AMBROSIO LETTIERI (GAL (DI, GS, MPL, RI)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'AMBROSIO LETTIERI (GAL (DI, GS, MPL, RI)). Signor Presidente, signori del Governo, colleghi, colleghe; signor Ministro, ho grande stima per la sua persona e il fatto che lei provenga non da ranghi politici, ma dal mondo accademico e dai livelli di competenza che hanno servito la politica, mi ha fatto sperare in un atteggiamento di maggiore orientamento alla verità che deve essere detta al Paese. Temo invece, e lo dico con tutto il rispetto, che il Documento di economia e finanza sia, per così dire, addomesticato alle esigenze politiche e il linguaggio, che ho ascoltato da rappresentanti del Governo e purtroppo anche da lei in questa occasione, non sia orientato a riparare il corto circuito che c'è tra la piazza e il Palazzo.

Signor Ministro, sono convinto che il Paese non abbia bisogno di Nembo Kid, a prescindere dal fatto che non esistono e men che meno, di questi tempi, ne vedo in politica. Credo che il Paese abbia bisogno di stabilità, di grande buonsenso e che questa stagione ardua, nella quale la difficoltà economico-finanziaria ha ricadute molto pesanti e gravi sui livelli di coesione sociale, debba essere affrontata con un atteggiamento meno orientato ad esaltare i decimali di un miglioramento che non vedo, più che ad impegnarsi a recuperare le ragioni della situazione di grave e perdurante difficoltà e sofferenza economica. Una difficoltà che io leggo, nell'esercizio della mia attività politico-parlamentare, vivendo anche nel territorio, nello stato di sofferenza delle nostre aziende, delle nostre imprese e delle famiglie. Lo leggo ancora di più nello stato di grande disagio, disillusione, rabbia, protesta e sdegno dei nostri giovani, quei giovani che non hanno futuro e per i quali non costruiamo una prospettiva di lavoro nella loro terra, ai quali temo stiamo consegnando un passaporto senza ritorno verso l'estero.

Credo che tutto questo emerga nei dati di finanza pubblica, che sono in parte anche esposti con elementi documentali puntuali e precisi nel Documento di economia e finanza. Su di essi, a mio avviso, avremmo dovuto porre maggior attenzione e costruire, a iniziare dal Governo, una riflessione seria per comprendere la situazione di crisi e di stagnazione economica del Paese, che non può essere riparata con la copertura in deficit della clausola di salvaguardia sull'aumento dell'IVA, che mi sembra soltanto un'alchimia. Così come un'alchimia è celebrare le contraddizioni tra debito e PIL. Bisogna, invece, esplorare l'effetto di ricaduta sulle politiche sociali, su un welfare che riduce sempre più le coperture e le garanzie, che produce una condizione di aumento delle diseguaglianze, che riacutizza quelle diseguaglianze che, invece, dovremmo riparare, per restituire un livello vero, pieno e attuato di coesione sociale al patto intergenerazionale che risulta essere gravemente pregiudicato. Tutto ciò al Sud assume colori più foschi e una situazione di sofferenza che si legge nella condizione di maggior e più evidente crisi.

Sull'occupazione vorrei recuperare gli elementi di ottimismo, ma non riesco. Voglio dunque essere realista, perché non credo che serva né il pessimismo né l'ottimismo. Io voglio bene al Paese, amo il tricolore e vorrei dare un modestissimo contributo e i contribuenti devono partire dal dire la reale condizione di difficoltà in cui si trova il Paese, con una disoccupazione preoccupante, soprattutto al Sud, e una condizione di precariato, che non è solo quello lavorativo: il precariato psicologico è la condizione che mi preoccupa e credo dovrebbe preoccuparci.

Sulle politiche sociali della sanità mancano risorse adeguate senza il riallineamento tra spesa e PIL e - mi si consenta, signor Ministro e signori del Governo - senza il tentativo di dire che forse c'è bisogno di una governance diversa nell'ambito delle politiche sociali e soprattutto nella sanità, perché sono convinto che non è cambiando il colore di chi governa il Paese che il problema si risolve. Credo che abbiamo il dovere di dire qualcosa in più su cosa si può fare in termini di governance complessiva di una sanità nella quale le dinamiche demografiche e l'evoluzione delle tecnologie portano a uno squilibrio profondo fra la domanda e l'offerta e nella capacità di dare una risposta adeguata alla domanda di persone che non si curano più per l'impossibilità di accedere al servizio sanitario e il conseguente aumento della spesa privata dei cittadini.

Credo che questi siano gli aspetti dei quali ci dovremmo occupare, insieme alla pressione fiscale che dovremmo contenere più di quanto non si sia riuscito a fare, alla burocrazia bizantina e ossessiva che opprime la libertà d'impresa, al debito pubblico che scende, alle poche parole dette sullo choc fiscale di cui avrebbe bisogno questo Paese e alle risorse da destinare al recupero di una politica sociale che ristabilisca uno stato di maggiore coesione tra i cittadini. Credo che tutti questi elementi siano stati affrontati in modo talvolta insufficiente e talvolta inadeguato. Questo mi dispiace.

Penso che si debba ancora lavorare e speriamo che le riflessioni raccolte nel dibattito di quest'Aula e persino le osservazioni dei colleghi Moscardelli, Bianco e Dirindin - che sono al riparo da forme di speculazione politica - possano servire a recuperare le ragioni perché nella legge di bilancio si metta un po' di buona volontà in più e, soprattutto, si dica qualche parola di verità in più al Paese.

Per queste motivazioni il Gruppo GAL, nel rispetto delle differenti specificità, esprimerà il voto contrario su questo documento. (Applausi del senatore Perrone).

FRAVEZZI (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FRAVEZZI (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, signor Ministro, signori rappresentanti del Governo, colleghe e colleghi, l'aggiornamento che stiamo valutando si fonda su elementi positivi e di assoluto rilievo e - diciamo la verità - fino a qualche mese fa addirittura impensabili.

I dati più recenti sul PIL ci permettono infatti di rivedere al rialzo la previsione di crescita del PIL reale, che sarà pari all'1,5 per cento per quest'anno e, probabilmente, anche per il 2018 e il 2019. Sono dati che ci confortano e che testimoniano come le politiche promosse per lo sviluppo economico e il lavoro abbiano cominciato a dare i primi frutti. La nostra è, infatti, una crescita influenzata, oltre che dal buon andamento dell'economia internazionale, anche dall'effetto ascrivibile alla ripresa degli investimenti e al miglioramento del mercato del credito.

Inoltre, le prospettive dell'economia beneficiano della rinnovata fiducia degli operatori e del sensibile miglioramento anche del settore del credito, favorito peraltro anche dagli interventi che noi qui abbiamo approvato per riportare il nostro sistema bancario verso una situazione di normalità.

L'unico dato macroeconomico che ci preoccupa è quello dell'inflazione e lo diciamo per un Paese fortemente indebitato come l'Italia; inflazione che, però, non cresce anche nei Paesi che stanno meglio di noi, dove i consumi ci sono e dove c'è quasi piena occupazione. E questo è un elemento sul quale, forse, dovremmo tutti riflettere, al di là della maggioranza e dell'opposizione, perché con esso dovremo fare tutti i conti nei prossimi mesi e anni.

La strategia del sentiero stretto, cioè tra consolidamento fiscale e sostegno alla crescita, ha consentito sicuramente al Paese di riprendere a crescere e, al tempo stesso, di consolidare i conti pubblici. Il debito pubblico, che pesa sulle prospettive future, ha infatti invertito la tendenza di incremento, che era stato costante tra il 2008 e il 2014. Già nel 2015 l'ISTAT, come è stato detto, aveva registrato la prima flessione. Per il 2017 si stima una riduzione rispetto al 2016 e per il 2018 la discesa al di sotto della soglia del 130 per cento.

Indubbiamente, quindi, il lavoro di questi anni ha dato buoni frutti anche sul fronte dei conti pubblici. Dobbiamo, però, evitare il rischio di rimuovere la questione del debito dal dibattito politico contrapponendo l'impegno per la riduzione del deficit a quello per lo sviluppo economico e disperdendo così il dividendo della maggiore crescita. E su questo ci vuole, forse, da parte di tute le forze politiche un maggiore senso di responsabilità.

La questione del debito è, infatti, una questione seria che non può essere aggirata. Dobbiamo avere un approccio responsabile e l'aggiornamento del quadro economico in senso positivo consente di sviluppare politiche in grado di favorire la tendenza positiva dell'economia. Questi dieci anni, avviati dopo la crisi del 2008, che aveva interrotto una stagione di grande ottimismo, hanno inciso in profondità sulla nostra realtà sociale ed economica, sulla vita delle persone e sulla loro percezione del futuro; in particolare, hanno impattato sul vissuto dei più giovani.

Per questo sono necessarie politiche che sappiano coniugare investimenti nell'innovazione e opportunità di nuova occupazione promuovendo competitività del sistema economico e al tempo stesso ridistribuzione della ricchezza. È per questo che il secondo capitolo del piano Industria 4.0 è dedicato questa volta (c'è l'intenzione di farlo) al lavoro 4.0. Dobbiamo infatti incentivare le assunzioni a tempo indeterminato e promuovere l'occupazione in nuovi settori, prodotti e servizi che ridimensioni la possibile riduzione e la trasformazione del lavoro.

Un piano d'investimenti in capitale umano, quindi, è fondamentale per una politica industriale che vuole innovare: investimenti e abbattimento del cuneo fiscale per la produttività, la crescita e il lavoro, ma anche istruzione, rete formativa, alternanza formazione-lavoro, politiche attive d'accompagnamento, servizi al mercato del lavoro sono i principali impegni per il futuro.

Esiste poi un altro capitolo sociale altrettanto importante. Negli ultimi due anni in materia di povertà assoluta abbiamo fermato la frana. Questo va detto: il Governo Gentiloni-Silveri ha colmato una lacuna storica del nostro Paese, varando la prima misura anti povertà (il cosiddetto reddito di inclusione). Si tratta di un intervento che debutterà nel 2018, rispetto al quale dobbiamo rafforzare gli interventi e i servizi per sostenere la parte attiva del nuovo strumento. Ben vengano, quindi, le maggiori risorse annunciate dal Governo.

Vediamo perciò con favore l'introduzione di strumenti selettivi orientati al sostegno dell'occupazione giovanile, del potenziamento degli strumenti di lotta alla povertà, degli investimenti privati e pubblici. Per questi ultimi, apprezziamo in modo particolare il fatto che parte delle risorse stanziate saranno destinate anche alle amministrazioni locali, le quali a nostro parere, se virtuose, dovrebbero essere anche destinatarie di misure che consentano lo sblocco e l'utilizzo dell'avanzo di amministrazione per la progettazione e la realizzazione di opere pubbliche.

Questi strumenti, a nostro parere, ci consentiranno di sostenere lo sviluppo nelle sue molteplici dimensioni: la qualità del sistema economico, l'integrazione con i mondi della formazione e della ricerca e il welfare. Quella che il Governo ci propone, infatti, è una strategia articolata, il cui successo sarà tale nella misura in cui sarà in grado di coinvolgere le istituzioni locali, le imprese, le parti sociali, i cittadini e i corpi intermedi della società; insomma, si tratta di quella crescita inclusiva cui all'inizio ha accennato il ministro Padoan.

Tale strategia dovrà essere ancorata a un forte impegno dell'Europa, altro capitolo importante. Per trasformare la favorevole congiuntura in un'espansione di medio-lungo periodo, basata su maggiore innovazione ed equità sociale, necessitiamo infatti di scelte europee di politica economica capaci di favorire gli investimenti pubblici, promuovere le imprese innovative, valorizzare il capitale umano e disegnare efficaci protezioni sociali. Questo significa che, oltre alle politiche monetarie espansive della BCE, è fondamentale investire sul processo d'integrazione, costruendo, nel contesto della futura evoluzione della governance dell'Unione europea, un Ministero europeo delle finanze e una vera unione fiscale europea. Solo con più Europa, infatti, possiamo pensare di affrontare le sfide che un mondo interconnesso e globalizzato ci impone. Nel contesto di un rafforzamento del processo d'integrazione europea, dobbiamo promuovere infatti una riflessione sulle vecchie architetture degli Stati nazionali, valorizzando la funzione delle grandi aree metropolitane, dei territori e delle autonomie locali, che spesso si proiettano nella competizione globale meglio dei sistemi nazionali.

Vi è poi il problema della fine del quantitative easing, la politica monetaria espansiva della BCE, che ha permesso al nostro Paese di contenere il costo del debito pubblico: ciò non deve coglierci impreparati.

Le risorse che si renderanno disponibili alla luce della revisione dell'obiettivo d'indebitamento netto saranno finalizzate a evitare l'entrata in vigore degli aumenti automatici dell'IVA e delle accise, com'è stato detto, che avrebbero gravi conseguenze e non favorirebbero la crescita. Non ci sarà molto a disposizione, questo è vero, ma quel tanto che ci permetterà sicuramente di camminare a passi più certi lungo questo sentiero stretto che presto, grazie alla politica economica e di bilancio delineata dal Governo, ci auguriamo possa trasformarsi in una strada priva di ostacoli.

Il nostro impegno per i prossimi mesi sarà quindi non solo quello di approvare una legge di bilancio che contemperi l'esigenza di non soffocare la ripresa congiunturale con quella di ridurre il debito pubblico, ma anche quello di favorire una conclusione positiva e ordinata della legislatura, per consegnare un'eredità forte al prossimo Parlamento e al Paese e non disperdere i risultati raggiunti in questi anni in termini di crescita, riduzione del debito e impegno per l'occupazione.

In conclusione, per tutte queste ragioni, il Gruppo per le Autonomie PSI-MAIE voterà con convinzione la Nota di aggiornamento al DEF e la risoluzione di maggioranza, la n. 5, con l'augurio che siano un buon viatico verso la legge di bilancio. Auguriamo inoltre buon lavoro al Ministro. (Applausi dal Gruppo Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

GUALDANI (AP-CpE-NCD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GUALDANI (AP-CpE-NCD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori del Governo, con l'approvazione del Documento di economia e finanza dello scorso aprile, avevamo registrato la prima vera inversione di tendenza del nostro Paese dopo la crisi economica degli ultimi anni. Nel 2016, il prodotto interno lordo è aumentato, la disoccupazione e le tasse sono diminuite e le riforme strutturali per il Paese erano in corso di approvazione e di attuazione. In altre parole, l'Italia si è rimessa in moto ed è tornata finalmente a crescere. Quello che è stato fatto finora ha rappresentato una fondamentale inversione di tendenza, ma allo stesso tempo non può essere che il primo di una serie di punti positivi per una piena e consolidata ripresa.

Siamo soddisfatti delle riforme fin qui attuate, dei provvedimenti di rilancio dell'occupazione e degli investimenti; ma tutto ciò non può che essere uno stimolo affinché Parlamento e Governo continuino sul percorso riformatore.

L'operato della maggioranza, sin dal suo inizio, ha perseguito una strategia orientata al rilancio degli investimenti pubblici e privati e, in modo particolare, al sostegno dei consumi interni, attraverso l'aumento del reddito disponibile delle famiglie e la riduzione della pressione fiscale. Questi fattori chiave, assieme all'ambizioso programma pluriennale di riforme strutturali, stanno contribuendo a migliorare la competitività del sistema produttivo.

Lungi dal sentirci appagati, signor Ministro, siamo consapevoli che l'anno passato deve costituire la base per un nuovo sviluppo più solido e strutturato, che coinvolga tutti i settori del Paese. La maggioranza e il Governo sono ben consci che gli ostacoli da superare per arrivare a una piena ripresa sono ancora molteplici e radicati da troppo tempo nel nostro sistema Paese. In ogni caso, i dati forniti attraverso la Nota di aggiornamento al DEF 2017 chiariscono che la ripresa economica italiana si è rafforzata a partire dall'ultimo trimestre del 2016, in un contesto di crescita più dinamica a livello europeo e globale. Ciò emerge sia dai dati di prodotto interno lordo sia da quelli di occupazione e ore lavorate.

Nei tre trimestri più recenti ricordo che il PIL reale è aumentato a un ritmo congiunturale di circa lo 0,4 per cento; il tasso di crescita tendenziale nel secondo trimestre ha raggiunto l'1,5 per cento. Sul fronte del lavoro, nella prima metà dell'anno gli occupati sono cresciuti dell'1,1 per cento su base annua, mentre le ore lavorate sono aumentate del 2,8 per cento. Questo quadro promettente consente di innalzare la previsione di crescita del PIL reale per il 2017 dall'1,1 per cento del Documento di economia e finanza di aprile all'1,5 per cento di oggi.

L'andamento di svariati indicatori suggerisce che il terzo trimestre potrebbe registrare una crescita più elevata rispetto ai precedenti, grazie al dinamismo dell'industria e di alcuni comparti dei servizi, quali i trasporti e il turismo. Le valutazioni delle imprese manifatturiere circa ordinativi e produzione sono ai livelli più elevati dall'inizio della ripresa; il fatturato è già cresciuto fortemente nei primi cinque mesi dell'anno, mentre la produzione di beni strumentali è decollata in giugno e luglio. Anche spingendo lo sguardo oltre l'attuale trimestre, la congiuntura può evolvere ulteriormente in chiave positiva.

Il sistema produttivo dovrà essere sostenuto attraverso un rafforzamento della detassazione e dei premi di produttività sulle piccole e medie imprese, da garantire attraverso un medesimo livello di tassazione per le diverse forme giuridiche in cui l'impresa viene ad organizzarsi.

Signor Ministro, in conclusione vorrei esprimere l'apprezzamento mio personale e del Gruppo Alternativa Popolare per l'orizzonte futuro delineato in questa Nota di aggiornamento, caratterizzata da coraggio e prudenza, determinazione e consapevolezza, innovazione e ponderatezza. Pertanto, non possiamo che esprimere il nostro voto favorevole sulla Nota presentata dall'Esecutivo. (Applausi dal Gruppo AP-CpE-NCD).

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, abbiamo espresso anche ieri in conferenza stampa un giudizio molto chiaro sulla Nota di aggiornamento e sulla manovra che il Governo ci presenta. Ancora una volta, ma questa volta con una forza ancora maggiore, abbiamo voluto definirla come un'occasione persa perché, francamente, Ministro, ci saremmo aspettati che almeno nell'ultima manovra di questa legislatura ci potesse essere uno scatto di reni, ovvero la possibilità di un'inversione di tendenza.

Invece noi ci ritroviamo nuovamente - questa volta in modo accentuato - con la presentazione entusiastica di una serie di dati. La ripresa viene presentata con assoluto entusiasmo, come se fosse interamente frutto delle cosiddette riforme strutturali. Ci chiediamo se è vera gloria. A noi non sembra affatto vera gloria. Signor Ministro, andando a leggere bene tutti i dati, essi sono molto meno entusiasmanti di come vengono presentati, perché si parla - certo - di una maggiore crescita e di una piccola riduzione del debito pubblico, ma, come lei sa, tutta la revisione a rialzo della crescita non corrisponde affatto a un aumento della produttività, né dei salari. C'è quindi un altro elemento che dovrebbe assolutamente far riflettere: il mercato interno è ancora estremamente depresso a causa del basso reddito.

Un altro dato che dovrebbe far scattare un campanello d'allarme riguarda il fatto che il piccolo aumento di PIL che si registra è addirittura maggiore del PIL potenziale, il che, come è evidente a tutti e soprattutto a lei, signor Ministro, che è un economista e dovrebbe quindi saperlo meglio di tutti, significa che i fondamentali non ci sono. Infatti, come hanno detto altri colleghi poca fa, la ripresina è dovuta sostanzialmente a fattori esogeni e non endogeni, ossia non alle vostre grandi riforme strutturali, ma, per l'80 per cento, al cambio favorevole dell'euro, al quantitative easing e ai bassi tassi di interesse (che non si sa quanto ancora dureranno). Forse per questo serviva un'inversione di tendenza e bisognava cambiare assolutamente registro. Infatti, la ripresina, così come è arrivata, se ne può riandare se vengono meno gli elementi esogeni che hanno prodotto questo risultato positivo.

Gli altri elementi che ci stanno molto a cuore e che vogliamo analizzare riguardano la parte sociale. Nonostante i dati occupazionali vengano presentati con entusiasmo come chissà quale risultato del jobs act, essi - ahimè - ancora una volta ci dicono che noi continuiamo ad avere dei record assolutamente negativi a livello europeo. Pensiamo, ad esempio, al record europeo (pari al 19,9 per cento) del numero dei Neet, ossia dei giovani di età compresa tra i quindici e i ventiquattro anni che non cercano lavoro, e al fatto che il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema è in aumento. Il dato del lavoro è di ulteriore precarizzazione, avendo a ciò condotto la riforma strutturale del jobs act e le politiche di incentivi a pioggia e di decontribuzione a favore delle imprese, le quali non hanno prodotto nulla.

Qui arriviamo all'altro punto che intendo rilevare. Voi chiedete, ancora una volta, una deroga al pareggio di bilancio. Ciò è un qualcosa di paradossale, lasciatemelo dire. Questa è la quinta volta che viene chiesta la deroga e che il Parlamento la vota dopo che, quasi all'unanimità, le forze politiche allora presenti in Parlamento votarono entusiasticamente l'inserimento del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. È stato sempre così, prima con il Governo Letta, poi con il Governo Renzi e adesso con il Governo Gentiloni. Il rinvio continuo dell'applicazione del pareggio di bilancio produce ovviamente delle risorse. Come sono state utilizzate queste risorse negli ultimi cinque anni? Questo è il punto che poniamo ancora una volta in discussione. Tali risorse sono state utilizzate per manovre elettorali, bonus e interventi di decontribuzione che non hanno prodotto quella ripresa e quella crescita durature che erano assolutamente necessarie e realizzabili approfittando della congiuntura internazionale. Continuate anche adesso a fare questo errore: chiedete la deroga e ci presentate una manovra di 20 miliardi di euro, la maggior parte dei quali (15,6 miliardi) serve a sterilizzare gli aumenti dell'IVA. Gli altri miliardi, invece, sono ancora una volta destinati un pochino al rifinanziamento del contratto del pubblico impiego e poi alla decontribuzione. Continuiamo! Questa politica non ha prodotto risultati dal punto di vista dell'occupazione stabile e della qualità dell'occupazione. Quando saranno finiti gli incentivi, finirà anche l'aumento dell'occupazione e noi, ancora una volta, avremo sprecato risorse. Ciò è grave, perché la congiuntura avrebbe permesso di fare un'operazione ben diversa.

Concludendo, chiediamo ormai da molto tempo - e lo abbiamo ribadito anche nella nostra proposta di risoluzione - una politica seria di investimenti pubblici, l'unica che, in questo momento, può agganciare la congiuntura favorevole e stabilizzare la ripresa economica. Ciò serve soprattutto sul piano occupazionale, per contrastare i cambiamenti climatici e per invertire davvero il modello di sviluppo. Si sarebbe potuto investire un punto di PIL nelle piccole e medie opere, per la cura del territorio, per la sicurezza, per i trasporti e per le città, che hanno un fortissimo problema di competitività e di qualità della vita. Queste sono le operazioni che, almeno questa volta, ci saremmo aspettati, per non parlare di quello che accade nella sanità. Il nostro è un Paese che sta soffrendo e dei vostri dati entusiastici non se ne fa niente, perché vorrebbe avere un messaggio di speranza nel futuro, che ancora una volta, dalla manovra in oggetto, assolutamente non viene.

Per tutti questi motivi, Sinistra italiana voterà convintamente contro la proposta di risoluzione della maggioranza e contro la deroga, non perché siamo per il pareggio di bilancio, ma perché avete sprecato e buttato dalla finestra tutte le risorse che si erano liberate. (Applausi dal Gruppo Misto-SI-SEL e della senatrice Ricchiuti).

LEZZI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEZZI (M5S). Signor Presidente a me viene in mente soltanto un aggettivo per definire la recente audizione e le ultime dichiarazioni del ministro Padoan: tragicomico.

Signor Ministro, lei si erge a paladino, come colui che sta bloccando gli aumenti dell'IVA e che è stato bravo ad andare a parlare con l'Unione europea e a chiedere nuovo deficit, ovvero la possibilità di fare nuovo debito pubblico, perché vuole aiutare e sostenere la crescita e non vuole frenarla. Ciò però è strano, perché le clausole di salvaguardia le ha inserite proprio lei, signor Ministro, insieme all'ex primo ministro Matteo Renzi. Esse non sono scese dal cielo e non le avete ereditate, ma sono il frutto della vostra non politica economica, del fatto che avete trascorso questi ultimi tre anni a fare campagna elettorale a spese degli italiani, che si ritrovano a dover pagare, con nuovo debito pubblico, le vostre campagne elettorali di propaganda. Questa è la realtà dei fatti: le clausole di salvaguardia erano state inserite alla fine del 2014 per coprire il famoso bonus da 80 euro.

Un altro pilastro delle sue dichiarazioni è costituito dal milione di posti di lavoro e dal fatto che la riforma strutturale del jobs act avrebbe portato questo incremento dell'occupazione. È vero che rispetto al 2008 ci sono pressoché gli stessi occupati, però il ministro Padoan dovrebbe anche dire che, rispetto al 2008, il monte ore lavorate è sceso di ben un miliardo di ore. Dovrebbe anche dire, il ministro Padoan, che le retribuzioni, al netto dell'inflazione, sono scese del 3,4 per cento. Quindi è inutile cantare vittoria, anche perché vorrei sapere, ministro Padoan, dov'è andato a finire quel giovane che finalmente avrebbe potuto contrarre il mutuo, acquistare la casa e si sarebbe potuto sposare, forte di un contratto a tempo indeterminato, grazie al jobs act. Anche l'ISTAT ci dice che stanno aumentando i contratti a tempo, per non parlare di quelli di somministrazione di lavoro: precariato su precariato! Il jobs act non c'entra assolutamente nulla con questo aumento di occupazione.

Inoltre, a parlare sempre di occupazione e di spreco di denari pubblici probabilmente sono diventata noiosa, ma noi siamo gli unici a ricordare che stiamo tornando al punto di partenza, esattamente al 2014. Cosa intendo dire? Avete fatto la decontribuzione, malissimo, che è costata oltre 20 miliardi di euro, a fronte della quale avete stralciato, abolito, abrogato una norma strutturale che aiutava l'occupazione di disoccupati, sia al Nord, sia al Centro, sia al Sud, in particolar modo nelle imprese artigiane. L'avete abolita.

Stiamo tornando al punto di partenza e nella prossima legge di stabilità ci sono solo noccioline da dare a causa del sentiero stretto dovuto alla vostra non-politica economica degli ultimi anni. Anche in questo caso, quindi, avete una gravissima colpa, a danno dei giovani e dei disoccupati.

Tuttavia, ci sono altre risorse da recuperare: occorre sistemare il contratto del pubblico impiego; dare almeno mezzo miliardo di euro alle Province, che avete fatto finta di abolire; distribuire un pochino di soldi a destra e a manca e allora arriva, impeccabile come sempre, la lotta all'evasione fiscale. Voglio parlare di questa lotta all'evasione fiscale, perché sono quattro anni e mezzo che ne sento parlare.

Io non mi invento niente, non faccio teorie, esamino i dati forniti dall'Agenzia delle entrate e dalla Corte dei conti. La Corte dei conti dice testualmente che i risultati del 2016 in termini di lotta all'evasione fiscale riflettono una notevole flessione degli introiti dovuti all'ordinaria attività di accertamento e controllo sostanziale: sono diminuiti del 17 per cento rispetto al 2015 e di più del 20 per cento rispetto al 2014. Abbiamo fatto la lotta all'evasione fiscale con i condoni, con la voluntary disclosure.

Non solo: abbiamo condannato le imprese che lavorano con lo Stato allo split payment, derogando a regole stabilite dalle istituzioni europee, che subito vi corrono in soccorso. Avevate anche promesso, fin da quando avete istituito lo split payment, che ci sarebbe stata una corsia agevolata per le imprese costrette a pagare l'IVA ai loro fornitori, ma che non la incassano dallo Stato e ne aspettano per mesi e mesi il rimborso. Così lo Stato si può finanziare praticamente gratis, invece le nostre imprese, quelle che lavorano con la pubblica amministrazione, sono sempre più strozzate da mancanza di liquidità. Questa è la vostra lotta all'evasione fiscale? Un mero calcolo contabile a carico delle imprese, quando invece gli accertamenti crollano. Chissà come, non si va a bussare alle porte di qualche amico importante, da cui invece si dovrebbe andare.

Si parla, poi, di riduzione del debito. Veramente non so da quali fonti prendiate i dati e mi sembra veramente assurdo anche solo dover specificare questi numeri. A dicembre 2015, infatti, il debito pubblico italiano era di 2.172 miliardi di euro; ora abbiamo sfondato il tetto dei 2.300 miliardi di debito. State qui a chiedere nuova flessibilità, nuovo debito, che sono poi tasse future per gli italiani; ma il problema non è neanche aver fatto nuovo debito: è come lo avete speso, e l'ho detto all'inizio. Lo avete speso soltanto per mera propaganda elettorale.

Ci troviamo, quindi, di nuovo in questa sede a far finta di sostenere questo paladino che blocca le clausole di salvaguardia, il supereroe interviene su clausole che lui stesso ha generato, e poi vorreste dire che noi dovremmo anche votare per senso di responsabilità? No. Noi siamo coerenti con quello che sempre vi abbiamo detto: la vostra politica economica è fallimentare.

Il Paese è ancora in ginocchio e la cosa più mortificante è vedere che il gap di disoccupazione e crescita tra noi e la media del resto d'Europa, da quando si è insediato Matteo Renzi, prima, e ora con Gentiloni, non fa altro che allargarsi: non solo cresciamo meno, ma cresciamo meno di meno di prima.

Il dato della Banca d'Italia dimostra che la crescita, in realtà, è dovuta per quattro quinti a fattori esogeni. Io mi spingo a dire che, se non vi fosse stata l'azione del Governo, se, invece di salvare gli amici delle banche aveste pensato a punirli quando hanno sbagliato e aveste pensato al bene degli italiani, probabilmente quella crescita sarebbe stata anche superiore. (Applausi dal Gruppo M5S). Bastava che steste fermi. Sarebbe stato meglio. Sarebbe stato meglio vedervi fermi. Invece avete agito e lo avete fatto male, punendo gli italiani.

Quindi, convintamente voteremo no alla risoluzione e voteremo no all'autorizzazione per lo scostamento, perché per l'ennesima volta si prospettano nuovi bonus, senza investimenti, visto che nel 2017 gli investimenti pubblici sono già diminuiti. Avevate promesso, con Industria 4.0, almeno due miliardi di media all'anno, ma già per quest'anno le indiscrezioni ci parlano di poco più di un miliardo, se riuscirete a recuperarlo. Come fanno le aziende a programmare il futuro con promesse che vengono mantenute a singhiozzo?

Ecco perché convintamente voteremo no sia all'autorizzazione allo scostamento, sia alla proposta di risoluzione accettata dal Governo. (Applausi dal Gruppo M5S).

AZZOLLINI (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AZZOLLINI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, è chiaro quale sia l'impostazione di questo DEF. Nel DEF, o meglio nella NADEF, da una parte vi è la registrazione di un'accelerazione della crescita che il Governo annette come conseguenza delle proprie iniziative e, dall'altra parte, un obiettivo di medio termine che nuovamente quest'anno, come negli anni precedenti, viene rinviato. Queste sono le due grandezze da considerare.

Cominciamo dalla prima: non nego che una parte dell'accelerazione alla crescita sia dovuta alle misure del Governo. In particolare, credo che le misure efficaci siano state quelle sul lato dell'offerta: penso alla cancellazione del costo del lavoro sull'IRAP o alla cosiddetta Industria 4.0, cioè agli incentivi direttamente incidenti sulle imprese. Non c'è dubbio che, su questo versante, la manovra del Governo abbia collaborato all'accelerazione della crescita. Qui però sono finite le ragioni di consenso per il Governo e cominciano quelle di dissenso.

Nella NADEF non c'è alcun tentativo di riflessione sulle altre questioni, la prima delle quali è la seguente: la crescita italiana continua a caratterizzarsi per essere inferiore a quella degli altri Paesi europei. Non c'è alcuna riflessione su questo dato. Infatti, al lordo della crescita, se un Paese cresce meno degli altri Paesi europei, si allarga il divario con gli altri Paesi e questo naturalmente si avverte sulle spalle dei cittadini, dei lavoratori e della Nazione nel suo complesso.

La seconda questione è che, ovviamente, l'accelerazione della crescita ha beneficiato anche della crescita internazionale. Non vi è dubbio che una parte importante di questa crescita sia dovuta alla componente internazionale. Si potrebbe sorridere al pensiero che un anno il Governo sbaglia per difetto e un altro anno sbaglia per eccesso, ma voglio dire che forse è inutile attribuirsi troppi meriti, perché le accelerazioni in economia non sono il frutto di uno schema cartesiano, ma della volontà e della collaborazione di eventi così numerosi che incidono e producono effetti non voluti all'inizio. Così infatti è stato, a mio avviso: il Governo ha collaborato alla crescita, ma l'accelerazione dipende per buona parte da eventi esogeni all'azione di Governo.

Questo è importante, anche perché non c'è una riflessione attenta su come rendere strutturale questa crescita. Faccio un solo esempio per ragioni di tempo, ma mi importa sottolinearlo come uomo del Mezzogiorno: il comparto privato più importante del Mezzogiorno è l'agricoltura. Il numero di occupati in agricoltura è enorme rispetto ad altri comparti privati. Non c'è riflessione su questo perché al politico, come credo a tutti noi, dell'accelerazione e della crescita interessano soprattutto le ricadute occupazionali. In agricoltura, per un quadro normativo molto confuso e assai penalizzante per certi versi, sia per i lavoratori, sia per i datori di lavoro, si rischia un tracollo.

Noi dobbiamo cominciare ad incidere subito su queste materie per fare in modo che quella crescita sia strutturale e quindi incida soprattutto sull'occupazione e sulla condizione dei lavoratori, oltre che su una sana e robusta situazione delle imprese.

Allo stesso modo, a mio avviso, è importante la contraddizione tra l'accelerazione della crescita e lo scostamento di medio periodo. Negli anni si è detto che la manovra doveva avere degli elementi temperanti per il verificarsi di eventi eccezionali, per alcune circostanze definite in ambito europeo e che queste servivano a consentire di effettuare manovre anticicliche di crescita; invece, questa volta si dice che la crescita accelera, però spostiamo ugualmente l'obiettivo di medio termine.

In verità devo dire che questo è stato oggetto di dibattito in Commissione e il relatore Guerrieri Paleotti ha individuato ragioni teoriche di un certo interesse che sarà utile considerare nel dibattito, ma qui in Aula la considerazione è politica. A me sembra che l'elemento anticiclico venga violato e questo non ci convince.

Signor Presidente, l'ultimo elemento riguarda la questione degli investimenti. Il Ministro stesso riconosce che gli investimenti privati sono ancora al di sotto dei livelli precrisi e che gli investimenti pubblici soffrono. Contraddittoriamente si afferma che bisogna semplificare, ma si invoca il codice degli appalti, che io invece - l'ho detto più volte e lo ripeto - ritengo sia una delle ragioni per cui l'appostazione per l'investimento pubblico non si traduce in reale investimento pubblico. A mio avviso questa è una contraddizione di grande rilievo rispetto alla quale possiamo solo essere dissenzienti nei confronti del Governo.

Sul debito, come ha giustamente detto la collega che mi ha preceduto, mi spaventa il valore assoluto. Quella frazionale riduzione del rapporto tra debito e PIL invocata non mi convince, anche perché negli ultimi tempi l'ISTAT sbaglia un po' troppo e si corregge anche in un certo lasso di tempo, per cui chissà cosa può accadere nel mentre. Ciò che mi importa invece è questo: ove mai la crescita dovesse riproporre un piccolo aumento dei tassi d'interesse, come dovrebbe essere logico, ciò inciderebbe in maniera molto significativa sullo stock totale del debito. Non c'è nella Nota di aggiornamento in discussione, e quindi nella manovra di bilancio, una riflessione attenta su come ridurre strutturalmente il debito, che è la vera piaga della nostra economia. Per questo, signor Presidente, annuncio il voto contrario sulla Nota di aggiornamento e sulla relazione per lo scostamento di medio termine. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

TONINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TONINI (PD). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi senatori, all'inizio di questa seduta lei ci ha ricordato che tra pochi minuti dovremo esprimere due voti, il primo dei quali è di assoluto rilievo costituzionale, nonché nella collocazione internazionale ed europea dell'Italia. Francamente io rispetto le opinioni di tutti i colleghi, ma faccio fatica a capire le ragioni per cui le principali forze di opposizione hanno annunciato il voto contrario alla risoluzione di maggioranza che propone all'Assemblea di autorizzare il Governo allo scostamento dall'obiettivo di medio termine, che è il pareggio di bilancio. Vorrei ricordare che l'equilibrio strutturale del bilancio, come è giusto dire in maniera tecnicamente precisa, è previsto non solo dai nostri impegni internazionali, ma dalla nostra Carta costituzionale, quindi è un vincolo costituzionale che abbiamo e la Costituzione stessa, all'articolo 81, afferma che questo non è un vincolo stupido che si applica in maniera ottusa in ogni circostanza, ma deve tener conto delle condizioni del ciclo economico e dei fattori straordinari ed eccezionali. Se ricorrono queste circostanze, il Parlamento può autorizzare il Governo ma, attenzione, lo può autorizzare con una maggioranza più larga di quella necessaria per la fiducia al Governo. Con ciò, in qualche modo, la nostra Costituzione chiama tutte le forze politiche ad assumersi una responsabilità su questo punto.

Naturalmente non è obbligatorio per nessuno essere d'accordo con il Governo. Si può benissimo dire che il Governo ha sbagliato a proporre in Europa questo scostamento, perché noi siamo per perseguire in maniera netta e precisa, senza deviazioni, l'obiettivo dell'equilibrio strutturale del bilancio. Io, colleghi, rispetterei in maniera piena chi adottasse questa posizione assumendosi anche la responsabilità di ciò che dice.

Faccio più fatica, collega Lezzi (una collega che stimo e con la quale lavoro quotidianamente nella Commissione bilancio), a capire le ragioni del no del Movimento 5 Stelle quando nel dispositivo della vostra risoluzione si dice: «impegna il Governo: (...) ad adottare tutte le misure necessarie per accelerare il tasso di crescita dell'economia», che bello, «derogando sin dalla programmazione 2018-2020 in corso alle regole di austerity imposte dal fiscal compact, nell'ottica di porre il veto (...); a sospendere l'applicazione del raggiungimento del pareggio di bilancio e quindi il rispetto dell'indebitamento entro il 3 per cento del PIL», cioè voi proponete un indebitamento sopra il 3 per cento del PIL e dite di no allo scostamento che rinvia di un anno l'obiettivo? (Applausi dal Gruppo PD). Senatrice, ma è come se qualcuno dicesse che il Governo propone di andare a Milano e voi, invece, voleste andare in Svizzera, anzi, a Capo Nord e poi prendete il treno per Napoli. Non si può fare così. Questo non vuol dire fare buona politica, ma cattiva propaganda. (Applausi dal Gruppo PD).

Il Paese non cresce così. Noi andiamo verso un confronto elettorale che sarà duro e aspro. È giusto che sia duro e aspro, ma deve essere anche corretto e lo è se ci diciamo le cose in modo corretto, se stiamo ai dati, se non ci attribuiamo cose false, se non diciamo una cosa ad una certa ora e il contrario un'ora dopo, se non diciamo no alla flessibilità che chiede il Governo perché ne vogliamo dieci volte tanto e poi accusiamo il Governo di fare debito facile.

Ma la stessa cosa, collega Azzollini, mi consenta, vale per la risoluzione di Forza Italia. Io accetterei la critica da Forza Italia che, come succede, nella dialettica tra destra e sinistra a volte - raramente in Italia perché bisogna ritornare alla Destra storica - incarna la destra del rigore, della riduzione della spesa come diceva Quintino Sella e quant'altro. Raramente è accaduto in Italia questo ma qualche volta è accaduto. Il senatore Azzollini ci dice che dobbiamo smettere di fare debito, dobbiamo ridurlo. Poi però leggiamo la risoluzione che vorrebbe impegnare il Governo per un elenco sterminato di spese: maggiore liquidità agli enti locali (e chi può essere contrario), riduzione della pressione fiscale (e chi può essere contrario), misure atte a stimolare la crescita, i consumi e la domanda interna. E ancora: abbassamento dell'età per l'accesso al pensionamento, reinserendo il sistema delle quote e delle pensioni di anzianità (non so quanti miliardi servano per cifrare queste voci), interventi a favore delle imprese agricole, del settore del turismo, valorizzazione del patrimonio culturale, interventi di prevenzione del rischio geologico. La risoluzione prevede un programma di spese per le quali non basterebbero due bilanci dello Stato.

E allora, colleghi, si può, anzi si deve criticare il Governo quando si sta all'opposizione. Io sono stato a lungo all'opposizione per cui non lo dico per denigrarne il lavoro ma l'opposizione è pagata per denigrare il Governo, è pensata per quello. Però distinguiamo tra momento e momento.

Certo che ci sono, anche nei documenti dell'opposizione, anche in quello del Movimento 5 Stelle, anche in quello di Forza Italia e in quello della sinistra e di altri Gruppi, spunti interessanti e critici, sui quali un dialogo parlamentare e politico davanti al Paese può essere serio. Ma questa è davvero cattiva propaganda. Io non posso credere che il Movimento 5 Stelle e Forza Italia votino contro la proposta di risoluzione che chiede questo margine di flessibilità, se non - ripeto - in presenza di una mozione che dica che essi vogliono e che si impegnano a fare, nella prossima legislatura, politiche restrittive e non più politiche espansive. Se dite questo, allora siete persone serie e avete la nostra stima.(Applausi dai Gruppi PD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Altrimenti, cadete in quel caso di cui parlava un grande dirigente politico, Giancarlo Pajetta, che diceva ai giovani dirigenti politici del suo partito, il Partito comunista italiano (non me ne voglia il presidente Napolitano, magari dico qualche stupidaggine), che ci sono i cretini e i dirigenti politici, e che la differenza tra queste due categorie è che i dirigenti politici non credono alla loro propaganda. Poiché so che i miei colleghi non sono cretini, ma sono dirigenti politici, so per certo che non credono alla loro propaganda e allora li invito a votare in maniera seria. (Prolungati applausi dai Gruppi PD, AP-CpE-NCD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE. Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. Procediamo alla votazione della proposta di risoluzione alla relazione ai sensi dell'articolo 6, comma 5, della legge n. 243 del 2012.

Avverto che per tale deliberazione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti dell'Assemblea. Pertanto, la votazione della proposta di risoluzione avrà luogo mediante procedimento elettronico con scrutinio simultaneo.

Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 100, presentata dai senatori Zanda, Bianconi e Zeller, alla relazione ai sensi dell'articolo 6, comma 5, della legge n. 243 del 2012.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi dai Gruppi PD, AP-CpE-NCD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

Passiamo alla proposta di risoluzione n. 5 alla Nota di aggiornamento del DEF, accettata dal Governo, sulla quale sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori ad illustrare.

MANDELLI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, intervengo solo per dire, in linea generale, che abbiamo voluto cercare di dare un contributo alla proposta di risoluzione di maggioranza, inserendo alcuni temi, in particolare quelli sulla sanità, che abbiamo anche approfondito nel corso dell'audizione del Ministro e trattato durante la discussione generale in Commissione. Abbiamo voluto anche introdurre alcune parti che ritenevamo più importanti rispetto a quelle inserite nella nostra proposta di risoluzione.

Vorremmo la massima considerazione sui temi legati alla sanità, che sono importanti e vicini alla gente, in particolare il superticket e l'adeguamento della percentuale sul PIL destinata alla sanità italiana. Tale percentuale sta scendendo sotto limiti preoccupanti, che vorremmo il Governo si impegnasse a riportare a cifre di livello europeo.

PRESIDENTE. Invito il relatore e il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti in esame.

GUERRIERI PALEOTTI, relatore. Signor Presidente, esprimo parere contrario su tutti gli emendamenti.

MORANDO, vice ministro dell'economia e delle finanze. Signor Presidente, il parere del Governo è conforme a quello del relatore.

A proposito del tema della sanità, faccio presente che il Governo si riconosce perfettamente nel punto della risoluzione di maggioranza che affronta questo tema. Per tale ragione anche su quell'emendamento il parere è contrario.

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 5.1.

SANTANGELO (M5S). Chiediamo che le votazioni vengano effettuate a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 5.1, presentato dai senatori Mandelli e Comaroli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 5.2, presentato dai senatori Mandelli e Comaroli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 5.3, presentato dai senatori Mandelli e Comaroli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 5.4, presentato dai senatori Mandelli e Comaroli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 5.5, presentato dai senatori Mandelli e Comaroli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 5.6, presentato dai senatori Mandelli e Comaroli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 5.7, presentato dai senatori Mandelli e Comaroli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 5, presentata dai senatori Zanda, Bianconi e Zeller.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Risultano pertanto precluse le proposte di risoluzione n. 1, presentata dal senatore Barani e da altri senatori, n. 2, presentata dalla senatrice De Petris e da altri senatori, n. 3, presentata dal senatore Cappelletti e da altri senatori, n. 4, presentata dal senatore D'Ambrosio Lettieri e da altri senatori, e n. 6, presentata dal senatore Romani Paolo e da altri senatori.

L'esame della Nota di aggiornamento è così concluso.

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

GIOVANARDI (FL (Id-PL, PLI)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIOVANARDI (FL (Id-PL, PLI)). Signor Presidente, non posso purtroppo approfittare della presenza del Ministro, che evidentemente ha altri impegni, ma vorrei segnalare che questa mattina abbiamo presentato un'interpellanza che vorremmo fosse discussa con urgenza. Credo si possano avere idee diverse sullo ius soli; in effetti, è in corso un importante dibattito parlamentare e tutto è legittimo. Mi sembra però discutibile che un'associazione di insegnanti stia organizzando incontri nelle scuole di tutta Italia, con il coinvolgimento di bambini dai sei ai dieci anni, in classe, fuori della classe, a livello di istituto e pubblicamente, indottrinando i bambini, compresi in tale fascia di età, sulla necessità di far passare indirettamente questa legge in determinate condizioni.

Ora, quindi, passerebbe il precedente che un partito, un'associazione o un movimento di qualsiasi tipo attraverso gli insegnanti, in maniera organizzata, utilizzi nella scuola pubblica i suoi aderenti per fare propaganda a quel partito, a quell'idea e a quel movimento. E mi sembra assolutamente inaccettabile. Chiedo pertanto che il Ministero intervenga perché la libertà di insegnamento è sacra. Un singolo insegnante in classe può legittimamente rifarsi alla libertà di insegnamento. Che un'associazione nazionale con 4.000 firme di insegnanti organizzi, invece, in tutte le scuole in cui è presente un coinvolgimento dei bambini su un tema così delicato mi sembra assolutamente fuori posto e chiedo al Governo e al Ministro dell'istruzione di voler rispondere alla nostra interpellanza per evitare precedenti che farebbero diventare la scuola un campo di battaglia.

ESPOSITO Stefano (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ESPOSITO Stefano (PD). Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato la possibilità di intervenire anche se non mi ero iscritto per tempo.

Cogliendo l'occasione della presenza del ministro Minniti, volevo segnalare una questione che riguarda l'importante quartiere Aurora di Torino, dove si sta concentrando, purtroppo, una situazione di tensione legata allo spaccio di droga e alla presenza sempre più massiccia di negozi abusivi. Naturalmente abbiamo coinvolto l'amministrazione comunale per le sue competenze, ma credo sia necessario un maggiore e più forte intervento del Ministero dell'interno, a partire dai suoi uffici territoriali.

Il quartiere Aurora ha sempre gestito finora in modo molto serio l'integrazione. Negli ultimi mesi, anche per una serie di scelte fatte, si è concentrata in alcune aree di questo quartiere una presenza significativa di criminalità cosiddetta comune. Peraltro, ricordo che questa area è stata all'attenzione delle cronache nazionali anche per l'aggressione subita dal nostro collega Airola, che ha reso noto a tutto il Paese quel quartiere. Però, spenti i riflettori, in quella zona continua a esserci una situazione molto delicata. Credo sia necessario che il Ministero dell'interno sensibilizzi fortissimamente la prefettura perché sono particolarmente preoccupato per una situazione che, prima o poi, potrebbe produrre tensioni con i residenti che si sono da sempre dimostrati molto attenti e disponibili anche rispetto a situazioni di integrazione e di gestione del rapporto con gli immigrati. Teniamo conto che poche persone possono rovinare un'integrazione che invece finora ha funzionato.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16,30, con lo stesso ordine del giorno.

La seduta è tolta (ore 13,28).

Allegato A

DOCUMENTO

Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2017 (Doc. LVII, n. 5-bis)

PROPOSTA DI RISOLUZIONE ALLA RELAZIONE AI SENSI DELL'ARTICOLO 6, COMMA 5, DELLA LEGGE 24 DICEMBRE 2012, N. 243

(6-00255) n. 100 (04 ottobre 2017)

ZANDA, BIANCONI, ZELLER.

Approvata

Il Senato,

        premesso che:

            la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2017 contiene come annesso, ai sensi dell'articolo 10-bis, comma 6, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, la Relazione al Parlamento di cui all'articolo 6, comma 5, della legge 24 dicembre 2012, n. 243;

            la Relazione, sentita la Commissione europea, contiene la richiesta di aggiornamento del piano di rientro, previsto nel Documento di economia e finanza dello scorso aprile, verso l'Obiettivo di medio periodo,

        autorizza il Governo, ai sensi dell'articolo 81, secondo comma, della Costituzione e dell'articolo 6, comma 5, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, a dare attuazione a quanto indicato nella Relazione citata in premessa.

PROPOSTE DI RISOLUZIONE ALLA NOTA DI AGGIORNAMENTO DEL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA 2017

(6-00256) n. 1 (04 ottobre 2017)

BARANI, MAZZONI, AMORUSO, COMPAGNONE, D'ANNA, FALANGA, GAMBARO, IURLARO, LANGELLA, Eva LONGO, MILO, PAGNONCELLI, SCAVONE, VERDINI.

Preclusa

Il Senato,

        premesso che:

            dopo Brexit il panorama europeo è caratterizzato dalla prevalenza di due diversi "modelli di sviluppo": da un lato la Francia, le cui orme sono seguite dalla Spagna e dal Portogallo, e la Germania che, a sua volta, può contare sul sostegno di altri piccoli Paesi: l'Olanda, il Lussemburgo, la Finlandia e via dicendo. Da un lato quindi il "colbertismo"; dall'altro il "capitalismo renano". Lo Stato centrale che svolge un ruolo di regolatore; le banche che controllano l'intera galassia industriale. Con la sola Deutsche Bank che partecipa al capitale di oltre il 70 per cento delle grandi e medie imprese tedesche;

            che non si tratti solo di una diversa filosofia è dimostrato dalle differenze sostanziali che si riscontrano nella concreta gestione della politica economica;

          la Francia non osserva le regole di Maastricht fin dal 2008, con il suo deficit di bilancio, sempre superiore al 3 per cento. Presenta, tuttavia, un tasso di crescita del PIL pari se non superiore a quello tedesco. Ha visto crescere enormemente il rapporto debito-Pil, violando, in tal modo, la cosiddetta "regola del debito" (impegno ad una riduzione pari al 5 per cento annuo). Presenta infine un deficit strutturale delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, conseguenza della bassa produttività derivante dall'eccessiva rigidità del mercato del lavoro nonostante un tasso di disoccupazione che oscilla intorno al 10 per cento. Un "esercito di riserva" che non è riuscito ad abbattere le barriere di ingresso che impediscono o ritardano il necessario ricambio;

          la Germania è l'unico grande Paese europeo che ha rispettato (quasi ) tutte le regole del fiscal compact. Presenta un attivo di bilancio consistente anche se non è riuscita - avendo dovuto sostenere il sistema bancario - a contenere il debito pubblico, secondo quelle regole. Quest'ultimo, infatti, invece di diminuire secondo la progressione auspicata è aumentato: seppure leggermente. Al pari della Francia è completamente uscita dalla crisi del 2007. Ha un mercato del lavoro estremamente flessibile, grazie alle riforme introdotte da Gerhard Schröder, ma pensate da Peter Harz: non a caso responsabile delle risorse umane del gruppo Volkswagen. Presenta un surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, che contraddice le regole europee. Superiore a quello cinese - oltre 8 punti di PIL - è all'origine di numerose contestazioni a livello internazionale, soprattutto da parte dell'amministrazione americana. Da solo rappresenta circa l'80 per cento del surplus dell'intera Eurozona, contribuendo in modo determinante all'eccessiva valutazione dell'euro nei confronti delle altre valute: in primis il dollaro;

            il riflesso istituzione di questo diverso modo d'intendere lo sviluppo economico è evidente. In Francia l'Eliseo è il principale propulsore della vita non solo economica del Paese. Il Primo ministro risponde del suo operato al Presidente della Repubblica, salvo il caso di coabitazione - ossia di non uniformità delle maggioranze politiche - nel qual caso la dialettica parlamentare diventa più complessa. In Germania, invece, il potere della Bundesbank è straripante. Al punto da assumere la veste di un competitore politico nelle decisioni più importanti che riguardano l'evoluzione economica del Paese e gli stessi rapporti internazionali. È la Bundesbank che si oppone al completamento dell'Unione bancaria, che vorrebbe l'istituzione di un Fondo monetario europeo per rendere ancora stringente la disciplina finanziaria in tutta l'Eurozona;

            mentre la Francia ha fatto di tutto per garantire un livello di benessere adeguato ai suoi abitanti, non esitando di incorrere nelle numerose "procedure d'infrazione", che, tuttavia, sono rimaste senza conseguenze ai fini del rinnovo dei titoli del debito sovrano. Come mostra l'andamento degli spread: media degli scostamenti degli OAT francesi a 10 anni rispetto al Bund tedesco pari ad appena 50 punti base, nel 2017. In Germania si è vissuti nella ristrettezza, nonostante l'abbondanza - anzi la grande abbondanza - di risorse finanziarie. Dovute sia all'attivo della bilancia dei pagamenti che ai trasferimenti di capitale a favore del bund, considerato un baluardo contro eventuali crisi sistemiche dell'Eurozona. In compenso sono aumentate le contraddizioni sociali: salari troppo bassi, forti squilibri territoriali specie nell'ex DDR, aumento della povertà, sofferenza dei pensionati. Una miscela che ha decretato la vittoria di Afd alle ultime elezioni. Il terzo incomodo che ha fatto franare uno dei più solidi equilibri politici dell'intera Europa;

            l'Italia si trova nel mezzo di questa morsa. Deve scegliere, in altre parole, se seguire le orme della Francia o continuare nelle politiche di austerità che hanno il marchio tedesco. Come è avvenuto dal Governo Monti in poi. La sua economia, infatti, è sospesa in un limbo. Il suo tasso di crescita, nonostante i risultati più positivi di questi ultimi anni che sono incontestabili, è del tutto insufficiente. Secondo i calcoli del centro studi di Confindustria la sua perdita di benessere rispetto alla media dell'Eurozona - espressa dal diverso andamento del PIL - è stata pari al 24,4 per cento dall'inizio del 2000. Le distanze con i francesi o gli stessi tedeschi sono aumentate di un quarto. E cresceranno ancora, se non vi sarà una svolta, seppure con un ritmo che si spera decrescente. Presenta al tempo stesso un mercato del lavoro ancora troppo rigido, visti i livelli di disoccupazione seppure in lentissima diminuzione, ma vanta un attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, pari al 2,4 per cento in media. Come mostrano le previsioni dello stesso DEF. Surplus strutturale che si pensa possa durare fino al 2020;

            l'Italia, in altre parole, è un po' tedesca e un po' francese. Ha forti attivi valutari, ma non un sistema bancario in grado di gestirli, come avviene in Germania. Al contrario quello italiano, nonostante i miglioramenti intervenuti, è ancora oberato dalla zavorra degli NPL (non performing loans). La Banca d'Italia non è certo la Bundesbank. Come è dimostrato dal fatto che il Parlamento italiano, dopo un lungo e forse colpevole silenzio, è stato costretto a varare una commissione d'inchiesta nel tentativo di far luce su fatti che la "Vigilanza" non è riuscita ad intercettare e correggere prima che si arrivasse ad esiti drammatici. Rispetto alla Commissione ha negoziato faticosamente maggiori margini di flessibilità nella gestione del bilancio. Ma, a differenza della Francia, non ha avuto il coraggio di criticare apertamente il fiscal compact e comportarsi di conseguenza. Non ha usato, in altre parole, il possibile maggior deficit per politiche di sviluppo, da destinare esclusivamente al rilancio degli investimenti pubblici e privati (sono in media di 4 o 5 punti di PIL inferiori a quelli francesi, secondo lo stesso DEF) e alla riduzione del peso della pressione fiscale;

            si è preferito inseguire la congiuntura non solo economica, ma politica, con piccoli interventi per tamponare le ferite più sanguinolenti, anche a costo di creare nuove segmentazioni della società italiana che sarà quanto mai difficile rimuovere quando si tratterà di pensare veramente ad una politica di sviluppo. Queste incertezze programmatiche, che si spera la prossima legislatura possa superare avendo a disposizione un arco temporale quinquennale, hanno pesato. Pesano alimentando fenomeni di ribellismo, dall'incerto profilo programmatico; pesano sugli squilibri sociali del Paese, che sono aumentati. Pesano anche sulla dinamica del debito pubblico, che non si riesce a contenere e non ci si riuscirà fin quando il tasso di crescita dell'economia reale sarà quello che abbiamo sperimentato in media in questi ultimi dieci anni e fin quando l'inflazione italiana sarà sistematicamente più bassa di quella della media europea;

            i due fenomeni sono tra loro collegati. Il target di una crescita dei prezzi del 2 per cento non rappresenta solo un obiettivo della politica monetaria della BCE, su cui Mario Draghi continua ad insistere, anche per rintuzzare le pretese della Bundesbank. Essa rappresenta il segnale più forte di una ripresa che tende a consolidarsi e divenire strutturale. Un'altra differenza significativa con il resto dell'Eurozona. L'inflazione italiana dal 2010 in poi è stata meno della metà di quella europea. Ne hanno indubbiamente beneficiato i percettori del reddito fisso - quindi buona parte della popolazione italiana - e gli esportatori; ma il costo complessivo è stato ingente, scaricandosi su quelle forze (soprattutto i giovani e le donne) che sono state escluse dal mercato del lavoro. Un'inflazione troppo bassa, rispetto agli standard internazionali, altro non è che il rovescio della medaglia della deflazione. Non è un caso se lo scarto maggiore si è verificato proprio negli anni in cui Mario Monti ha guidato il Paese. E non è ancora un caso se proprio in quegli anni si sia verificato il massimo incremento del rapporto debito-PIL: oltre 10 punti di PIL nel 2009 e quasi 7 nel 2012;

            purtroppo l'aritmetica del debito è stringente. Ha sostenuto il Governatore della Banca d'Italia nella sua ultima relazione - diagnosi del tutto condivisibile - "Dal 2008 l'incremento del rapporto tra debito e PIL è stato essenzialmente determinato dalla dinamica sfavorevole di quest'ultimo. Se il prodotto fosse cresciuto in termini reali al tasso medio, pur contenuto, degli anni compresi tra l'avvio dell'Unione economica e monetaria e l'inizio della crisi finanziaria e se l'aumento del deflatore fosse stato in linea con l'obiettivo di inflazione della BCE, per il solo effetto di un denominatore più elevato il rapporto tra debito e prodotto sarebbe oggi analogo a quello del 2007." Quasi 30 punti di PIL in meno: il costo dell'incerta collocazione italiana nel quadro delle politiche possibili a livello europeo;

            tutto ciò premesso e considerata realisticamente l'attuale fase politica, ad un passo dalle prossime elezioni nonché un certo miglioramento oggettivo dell'evoluzione congiunturale,

       impegna il Governo:

            a non gettare alle ortiche le proposte avanzate in termini di maggior deficit per costruire fin da ora una diversa prospettiva europea in cui si giunga realmente ad una "valutazione dell'esperienza maturata in sede di attuazione" del fiscal compact, come prevede l'articolo 16 del trattato istitutivo. Chiedendo alla Commissione europea uno specifico report sui risultati conseguiti da ciascun Paese facente parte dell'Eurozona. I risultati conseguiti, i limiti riscontrati, i prezzi pagati in termini di crescita e di sviluppo equilibrato e solidale. Onde acquisire i parametri indispensabili per decidere sul suo eventuale e definitivo inserimento nell'ordinamento comunitario;

            facendo presente quale sarà il tributo che l'Italia, anche per il 2018, è chiamata a pagare. Se l'asticella del deficit di bilancio potesse essere fissata al 2,9 per cento del PIL - rispettando le regole di Maastricht, ma non il fiscal compact - l'Italia avrebbe a disposizione altri 23 miliardi da poter destinare - vincolo assoluto - alla crescita degli investimenti pubblici e privati ed alla riduzione del carico fiscale. Una cifra che, stante l'attuale surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, è invece inutilmente congelata, alimentando l'ulteriore artificiale compressione del suo apparato produttivo. In ossequio ad una nuova ortodossia economica, che ha sempre più scarse relazioni con l'andamento del mondo reale.

(6-00257) n. 2 (04 ottobre 2017)

DE PETRIS, BAROZZINO, BOCCHINO, CERVELLINI, DE CRISTOFARO, PETRAGLIA, MINEO.

Preclusa

Il Senato,

            in sede di esame della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2017, degli allegati e del relativo annesso,

        premesso che:

            il Governo sottolinea la maggior crescita attuale (1,5 per cento contro l'1,1 per cento), la leggera diminuzione del debito pubblico (131,6 per cento) e del deficit che scende dal 2,1 per cento all'1,6 per cento del PIL (ma non all'1,2 per cento come previsto). La revisione al rialzo della crescita non corrisponde ad un aumento della produttività, dei salari, del mercato interno, ed è dovuta sostanzialmente alla favorevole congiuntura internazionale che facilita le nostre esportazioni, ai bassi tassi di interesse sul nostro debito pubblico (l'attuale debolezza dei tassi di interesse ha garantito all'Italia, dal 2012 a oggi, risparmi per oltre 15 miliardi, quasi l'1 per cento del PIL), al cambio favorevole dell'euro ed al quantitative easing messo in campo dalla BCE;

            la revisione al rialzo della previsione di crescita del PILreale per il 2017 (+0,4 per cento) si accompagna ad una revisione al ribasso della crescita del PIL nominale (il dato che è determinante per la finanza pubblica) al 2,1 per cento (- 0,2 per cento), a fronte di una crescita del deflatore al di sotto delle attese (0,6 per cento a fronte dell'1,2 per cento previsto nel DEF); tanto più appaiono irrealistiche le previsioni per gli anni 2018, 2019 e 2020 di un deflatore del PIL pari rispettivamente a 1,8 per cento per il prossimo biennio e 1,7 per cento per il 2020;

            ma questi sono i dati di una ripresa ciclica non consolidata nelle componenti della domanda, e mediocre, sia in assoluto sia nel confronto internazionale. Soprattutto, mediocre rispetto a un crollo che dai picchi ciclici trimestrali di dieci anni fa che si commisura negli scarti negativi seguenti: -6,8 per cento il PIL; -4,2 per cento i consumi privati; -27 per cento gli investimenti; -21,4 per cento la produzione industriale; -2 per cento l'occupazione; +7,1 per cento le esportazioni (ma al di sotto della crescita del commercio mondiale trainata da USA e Cina);

            non si può affermare che la crisi sia stata superata, tutt'altro. In Italia, nonostante la ripresa dell'ultimo biennio, il livello del PIL in volume è ancora inferiore di oltre il 7 per cento rispetto al picco di inizio 2008; in Spagna il recupero è quasi completo mentre Francia e Germania, che nel 2011 avevano già recuperato i livelli di attività pre-crisi, segnano progressi pari rispettivamente a oltre il 4 e quasi l'8 per cento;

            gli investimenti hanno seguito una dinamica simile e ora sono attestati intorno al 19 per cento del PIL, con un livello che è pari al 75 per cento di quello pre-crisi e nettamente inferiore alla media europea. Di converso, i tassi di profitto (come quota sul valore aggiunto) delle imprese non finanziarie in Italia risultano superiori alle media europea e dopo il calo registrato nel triennio 2009-2012 ora si trovano in ripresa (dal 41 per cento al 42 per cento);

            la domanda interna è troppo depressa per mancanza di reddito per essere appetibile per un miglioramento delle aspettative interne. E di fatto gli investimenti languono (+ 0,1 per cento). Non è un caso che se l'export cresce, le vendite al dettaglio vedono una contrazione dell'0,2 per cento su base mensile (luglio 2017) e dello 0,4 per cento su base annua. Questi dati sono dovuti al basso costo del lavoro che consente una maggiore competitività a bassi prezzi ma di qualità peggiore verso l'estero;

            da questo incremento dell'export sono esclusi i settori a più alto valore aggiunto. In Italia, biotecnologie, nanotecnologie, industrie del corpo umano, telecomunicazioni, digitale, neuroscienze, trasporto avanzato, informatica 4.0, sono settori che non esistono e se esistono svolgono solo un ruolo subordinato, da subfornitura etero-diretta, a vantaggio di imprese e profitti;

            ancor meno può usarsi la parola «crescita». Farlo è puro analfabetismo economico. Si ha crescita quando la progressione del prodotto, oltre a essere tendenziale (non ciclica), più che da un maggiore impiego del lavoro e delle altre risorse già disponibili ma sotto-utilizzate, scaturisce principalmente da intensificata accumulazione di capitale (al netto del deterioramento fisico e della obsolescenza tecnica dello stock), unita a ricerca, innovazione, progresso tecnico. Non è purtroppo questo il caso dell'economia italiana oggi, nonostante la ripresina in atto, la produttività langue su bassi livelli. Lo stock netto di capitale flette. Il prodotto orario del lavoro è diminuito sia nel 2015 che nel 2016;

            non stupisce quindi che, sebbene l'ultima rilevazione dell'ISTAT abbia messo in evidenza che gli occupati a luglio di quest'anno, pari a poco più di 23 milioni di unità, sono tornati allo stesso livello del 2008, il monte ore lavorate, invece, è diminuito di oltre 1,1 miliardi (-5 per cento). Se a parità di occupati sono diminuite le ore lavorate, rispetto al 2008, significa che i lavoratori a tempo pieno sono scesi e, viceversa, sono aumentati quelli a tempo parziale (contratti a termine, part-time involontario, lavoro intermittente, somministrazione, eccetera);

        rilevato come:

            il Jobs act non ha avuto effetti occupazionali reali e stabili dichiarati, mentre esso ha avuto l'effetto di aumentare la precarietà e la ricattabilità del lavoro. Anche l'aumento della domanda di lavoro, spesso sottolineata, è stata, in realtà, illusoria. Infatti, il mercato si è espanso, ma la domanda di lavoro è transitata principalmente verso i contratti a termine, effetto della cancellazione - contenuta proprio nel Jobs act - delle clausole di sussistenza delle ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo a giustificare il ricorso al tempo determinato. Nella valutazione dell'effettivo numero dei disoccupati devono essere compresi anche gli scoraggiati. Tale categoria contabilmente incide in negativo sulle forze lavoro effettive con l'effetto di diminuire il tasso di disoccupazione. Se si considerano le forze lavoro potenziali, i dati descrivono un quadro assai differente. L'Italia è il paese europeo dove il numero di lavoratori autonomi è fra i più alti d'Europa (più del 22,6 per cento), i giovani fra 15 e 24 anni che non hanno e non cercano lavoro (i cosiddetti NEET) toccano il record UE del 19,9 per cento (la media europea è 11,5 per cento), la differenza fra uomini e donne che lavorano è al 20,1 per cento, e il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (11,9 per cento) è aumentato fra 2015 e 2016, unico caso in UE con Estonia e Romania;

            se si considerano gli scoraggiati e i sottoccupati, il tasso di disoccupazione italiano risulta il più alto d'Europa, superiore a quello della Grecia e della Spagna. Abbiamo 3 milioni di disoccupati che salgono a 5 se consideriamo gli inattivi scoraggiati nella ricerca di un'occupazione;

            gli occupati si concentrano nella fascia di età dai 50 ai 64 anni in seguito in seguito all'elevamento dell'età pensionabile. Rispetto a giugno 2016 gli occupati over 50 sono cresciuti del 4,3 per cento mentre calano quelli in tutte le altre fasce di età. I più penalizzati sono le donne ed i giovani. Nel giugno 2007 il tasso di occupazione del segmento del lavoro giovanile dai 25 ai 34 anni era pari al 70,4 per cento. Oggi siamo al 60 per cento. La disoccupazione giovanile (per la fascia 15-24 anni) è del 35,4 per cento, mentre è pari al 16,7 per cento nell'eurozona;

            peggiora anche la già scarsa qualità dell'occupazione. Non solo per la precarietà dei lavori. Rispetto all'Unione europea a 15, l'Italia presenta un tasso di occupazione inferiore di quasi 10 punti percentuali, ma oltre 8 punti sono dovuti alla fascia di lavori ad alta qualificazione. Le ridotte dimensioni delle imprese e scarsi investimenti in ricerca e sviluppo sono i motivi dal lato della domanda di lavoro cui si ricorre per spiegare questo deficit. Da quello dell'offerta va aggiunto il basso livello di istruzione della forza lavoro;

            la scarsa capacità di creare occupazione altamente qualificata si deve anche alla scarsa domanda di lavoro da parte di tre settori connotati da una forte presenza di professioni intellettuali e tecniche. Sono settori dove in Italia, come negli altri paesi europei, è forte la presenza pubblica, poiché si tratta della pubblica amministrazione, dell'istruzione e della sanità;

            in una fase in cui la potenziale violenza dei fenomeni di compromissione o distruzione dell'ambiente naturale ha prodotto situazioni incredibilmente drammatiche nel nostro territorio, ci si sarebbe dovuti aspettare dai Governi in carica una propensione del tutto diversa alla tutela dell'ambiente. La crisi avrebbe potuto aprire, infatti, ad un radicale ripensamento del modello di sviluppo, una riconversione ecologica in grado di prospettare la questione ambientale quale elemento chiave per il futuro del nostro Paese e di tutto il pianeta. Invece si è agito in tutt'altra direzione;

            i provvedimenti da citare in tal senso sono moltissimi: il vergognoso Sblocca Italia con cui sono stati rafforzati modelli di sviluppo che dovrebbero essere superati da decenni, affiancato dall'eterna demagogia che contrappone il diritto al lavoro con il diritto all'ambiente e alla salute con cui è stata condotta la campagna contro il referendum sulle trivellazioni; gli infiniti decreti sull'ILVA; il ritardo nell'approvare l'accordo della COP21 che già da sé presentava molti limiti e debolezze e che, proprio per questo, necessitava di impegni ambiziosi da parte dei singoli Stati; una Strategia energetica nazionale che galleggia da anni nelle aule ministeriali senza essere in grado di costituire la spinta ai necessari processi di de-carbonizzazione; lo svuotamento degli incentivi alle rinnovabili; il ritorno degli inceneritori quale strumento determinante della politica dei rifiuti; la pessima riforma della Direttiva sulla Via cui il Governo ha contribuito; l'assorbimento del Corpo forestale dello Stato, principalmente, nell'Arma dei Carabinieri, un processo che ha prodotto la militarizzazione di un presidio fondamentale per il nostro territorio con conseguenze evidenti, già quest'estate, nella gestione degli incendi; il continuo attacco alla tutela della natura, manifestato attraverso la pessima proposta di riforma della legge sulle aree protette che sembra voler convertire i parchi in strumenti della politica locale -snaturando il senso della legge- (le nomine di presidenti e direttori, legate a logiche politiche e interessi locali, potranno aprire a inquietanti prospettive sull'ingresso di cacciatori nei parchi; per non parlare delle royalties una tantum per cui se paghi, puoi inquinare) e dal Piano di conservazione per il lupo. L'unica nota positiva è risultata l'introduzione degli eco-reati nel codice penale, frutto dell'impegno decennale di associazioni e cittadini;

            anche sul consumo di suolo l'impegno dei Governi è stato pressoché nullo, nonostante il nostro Paese sia tra i più urbanizzati d'Europa, con un suolo con copertura artificiale pari al 7,4 per cento contro una media UE del 4,1 per cento. Da novembre 2015 a maggio 2016, nonostante la crisi economica ne abbia rallentato la velocità, l'Italia ha consumato quasi 30 ettari di suolo al giorno, per un totale di 5 mila ettari di territorio. L'Ispra, in base agli scenari di trasformazione del territorio italiano al 2050 che ha ipotizzato, prevede che «Nel migliore dei casi (interventi normativi significativi e azioni conseguenti che possano portare a una progressiva e lineare riduzione della velocità di cambiamento dell'uso del suolo), di una perdita di ulteriori 1.635 km2 , di 3.270 km2 in caso si mantenesse la bassa velocità di consumo dettata dalla crisi economica e di 8.326 km2 nel caso in cui la ripresa economica riportasse la velocità al valore di 8 m2 al secondo registrato negli ultimi decenni»;

        considerato che:

            a fine legislatura occorre anche fare un bilancio critico, oltre che delle misure di contrasto della disoccupazione e di mancata tutela dell'ambiente, anche dell'insieme della politica economico-finanziaria dei Governi Renzi e Gentiloni. Alcuni altri dati sulla situazione del nostro Paese sono anch'essi indicativi. In questi anni si sono prodotti:

                   un forte aumento della povertà assoluta (1.619.000 famiglie pari a 4.742.000 persone) e della povertà relativa (2.734.000 famiglie, pari a 8.465.000 persone) (dati ISTAT 2016);

                   una decisa compressione del diritto alla salute, con 12 milioni di persone che hanno dovuto rinunciare alle cure e 13 milioni di persone che hanno avuto forti difficoltà a potersi pagare le spese sanitarie (7° Rapporto Censis 2017);

                   un aumento dell'abbandono scolastico precoce (15 per cento, dati Commissione europea 2016);

       questi dati, oltre a quelli sull'occupazione e sull'ambiente, non sorprendono se si considera che:

               - il rapporto tra spesa sanitaria e PIL che diminuirà dal 6,6 per cento del 2017 (era del 6,7 per cento nel DEF di aprile) al 6,5 per cento nel 2018, al 6,4 nel 2019, per poi precipitare al 6,3 per cento nel 2019. Si scende ben oltre la soglia del 6,5 per cento fissata dall'Organizzazione mondiale della sanità, sotto la quale, oltre la qualità dell'assistenza e delle cure, si riduce anche l'aspettativa di vita delle persone;

               - quello delle spese militari è l'unico settore che non subisce tagli, neanche in tempo di crisi. La spesa militare 2017 è prevista in 23,3 miliardi (1,4 per cento del PIL), in aumento rispetto al 2016 e soprattutto rispetto al 2006 (+21 per cento);

               - non è stata considerata neppure l'ipotesi di favorire - a fronte di un'età pensionabile che è la più alta d'Europa - la possibilità, almeno per le donne, di andare anticipatamente in pensione a condizione di accettare il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo (come proposto da "Opzione donna") . In questo modo si intenderebbe infatti riconoscere il valore del lavoro di cura, casalingo e della maternità, certamente interamente a carico delle donne che si trovano attualmente in età pensionabile, ai fini dell'accesso anticipato al trattamento pensionistico;

               - la Presidenza italiana dell'Unione europea poteva essere l'occasione per porre formalmente in discussione la politica di austerità, ma si è preferito ottenere per il nostro Paese una maggiore flessibilità di bilancio per finanziare la politica dei bonus a fini elettorali;

               - per l'economia, i Governi Renzi e Gentiloni si sono ispirati a una politica dell'offerta: riforme strutturali (ad iniziare da quella del mercato del lavoro), riduzione delle imposte, tagli alla spesa pubblica, maggiore libertà all'azione privata e riduzione dei vincoli amministrativi. Il risultato inevitabile è stato quello di sprecare ingenti risorse (decine di miliardi) con l'obiettivo di rilanciare il consumo delle famiglie che invece è rimasto stagnante e di aumentare i profitti delle imprese nella speranza che esse avrebbero aumentato gli investimenti, cosa che in carenza di domanda non poteva accadere;

               - gli investimenti pubblici sono crollati in termini nominali del 30 per cento dall'inizio della crisi, al 2,2 per cento del PIL, il tasso più basso degli ultimi 25 anni. Le stime per il 2016 confermano un ulteriore calo delle spese in conto capitale della pubblica amministrazione, del 6,6 per cento a prezzi costanti, rispetto all'anno precedente: nonostante fosse attivo l'accordo sulla "flessibilità degli investimenti" concordato con la Commissione europea. Mentre per i Comuni la spesa per investimenti è calata nel 2016 di oltre il 13 per cento, e dal 2008 ad oggi ha accumulato un -47 per cento;

               - al Sud sono venute a mancare negli ultimi anni tanto la spesa ordinaria in conto capitale (dimezzata rispetto ai livelli pre-crisi), quanto la spesa della politica nazionale di coesione territoriale. La spesa per interventi nazionali finalizzati allo sviluppo del Mezzogiorno è progressivamente scesa dallo 0,85 per cento degli anni Settanta fino allo 0,15 per cento del 2011-2015;

               - il programma di investimenti annunciato dal Governo prevede risorse per un ammontare pari a 100 miliardi da qui al 2032 (6,6 miliardi in media l'anno), ma con la maggior parte degli stanziamenti collocati a fine periodo;

               - anche la gestione delle crisi bancarie è stata pessima con l'utilizzo di notevoli risorse pubbliche e danni per i piccoli risparmiatori;

               - la politica industriale si è basata soprattutto su un consistente insieme di misure di detassazione e incentivazione fiscale a pioggia, sicuramente molto gradito alle imprese, ma non in grado di indirizzare il Paese verso un nuovo assetto industriale. Con Industria 4.0, il Governo ha sostenuto gli investimenti in tecnologia ma ha trascurato i fattori di contesto, le infrastrutture necessarie, la riforma dei sistemi scolastici e universitari, i sistemi regolatori del lavoro, l'adeguamento del welfare nonché le istituzioni che presidiano il mercato del lavoro, la riqualificazione professionale, le connesse transizioni occupazionali, nonché il ruolo del pubblico per lo sviluppo nel nostro Paese della quarta rivoluzione industriale. Inoltre, la digitalizzazione della pubblica amministrazione stenta a decollare e non si vede un disegno unitario;

               - rimane il problema di un'evasione fiscale di massa, mentre le sanzioni, già modeste, sono state ulteriormente ridotte. Sono state varate diverse misure di condono fiscale, l'amministrazione finanziaria è stata delegittimata e indebolita, si è rinunciato alla revisione del catasto dei fabbricati, si è eliminato l'imposizione patrimoniale sulle case d'abitazione anche di lusso. Molte sono state le norme a favore delle imprese, mentre si è svuotata l'autonomia impositiva di regioni ed enti locali;

               - riguardo alle migrazioni, il Governo, dopo la vergognosa campagna contro le ONG e con le misure messe in opera dal ministro Minniti, ha fatto prevalere l'aspetto repressivo sulle politiche dell'accoglienza e dell'integrazione;

            si tratta dunque di una politica che ha sprecato cinque anni mentre una altra politica era possibile anche nei limiti delle norme capestro del Trattato di Maastricht e del Fiscal compact. Ad esempio, il NENS nel 2015 aveva simulato gli effetti di una diversa strategia di politica economica basata sul riassorbimento progressivo delle clausole di salvaguardia, su una efficace politica di contrasto all'evasione con il contestuale utilizzo dei proventi per misure di riduzione dell'IRPEF e dei contributi sociali e di sostegno delle situazioni di povertà, e utilizzando tutte le altre risorse disponibili, incluse quelle derivanti dalla flessibilità europea, per spese di investimento ad elevato moltiplicatore. Le direzioni cui avrebbe portato una strategia alternativa sono inequivocabili e di rilievo: nel periodo 2015-18 il PIL sarebbe cresciuto di (almeno) il 6 per cento invece che del 3,8 per cento implicito nelle manovre governative considerando i risultati acquisiti nel 2015 e quelli previsti nei documenti governativi per i tre anni successivi (e probabilmente sovrastimati); l'indebitamento pubblico per il 2017 si sarebbe collocato sull'1,6 per cento invece del 2,3-2,4 per cento oggi previsto; il debito pubblico sarebbe sceso al 130,2 per cento del PIL, 2,5 punti in meno della stima del Governo. Inoltre ci sarebbero stati effetti positivi sull'occupazione, le aspettative e il clima di fiducia generale nei confronti della nostra economia sia in Italia che all'estero;

        osservato che:

            la Nota di aggiornamento fissa allo 0,3 per cento del PIL il taglio del deficit strutturale previsto per il 2018, contro lo 0,6 per cento chiesto da Bruxelles e lo 0,8 per cento indicato dal DEF dello scorso aprile. Il Governo con la presentazione di una Relazione al Parlamento, ai sensi dell'articolo 6, comma 54 della legge n. 243 del 2012, chiede la deroga dal percorso di avvicinamento verso l'"obiettivo di medio periodo" (il pareggio di bilancio), una richiesta peraltro non motivata da scelte di spesa convincenti. Si tratta della quinta volta che ciò accade dal 2013;

            l'ennesima richiesta di deroga ha un che di surreale, avendo il Parlamento praticamente all'unanimità nella scorsa legislatura approvato una modifica dell'articolo 81 della nostra costituzione che costituzionalizzava per l'appunto il pareggio di bilancio;

            non condivide l'utilizzo proposto per le risorse rese disponibili da questa maggiore flessibilità di bilancio (la moltiplicazione di inutili bonus e decontribuzioni a favore delle imprese). Serve una politica di investimenti pubblici dedicata alla conversione ecologica del nostro sistema produttivo, a rimediare al dissesto idro-geologico del nostro Paese, alla messa in sicurezza anti-sismica, dando lavoro qualificato a centinaia di migliaia di giovani;

            a fine 2017, il Fiscal compact, potrebbe essere inserito a pieno titolo nell'ordinamento europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche d'austerità. Questo pericolo può essere fermato: il nostro Paese deve gettare tutto il suo peso nella riforma del Fiscal compact e farsi promotore di una ulteriore fase di condivisione di politiche nell'ambito dell'Unione, laddove gli egoismi nazionali, rappresentanti dai governi nel Consiglio, trovino un adeguato contrappeso nelle esigenze dell'Unione e dei cittadini tutti, rappresentati dal Parlamento;

        ritenuto che:

            la Nota di aggiornamento del DEF 2017 risulta sostanzialmente vacua e indeterminata su molti punti, tanto che i Servizi del bilancio di Camera e Senato hanno dovuto chiedere ulteriori chiarimenti al Tesoro sulle ricadute finanziarie nel prossimo triennio delle misure fissate, seppure solo per grandi linee, dal Governo in merito all'occupazione giovanile, alla lotta alla povertà ed al sostegno agli investimenti. La manovra illustrata prevedendo comunque una correzione dello 0,3 per cento del deficit tendenziale in termini strutturali delinea una manovra di bilancio recessiva per il 2018;

            la manovra che il Governo proporrà al Parlamento sarà una legge di bilancio complessiva intorno ai 20 miliardi, di cui 15,6 destinati a cancellare gli aumenti IVA (la manovra correttiva di primavera ha limato di circa 4 miliardi il costo delle clausole), e gli altri divisi più o meno a metà tra rifinanziamento dei contratti per il pubblico impiego e misure per la crescita. L'impianto poggia su 9 miliardi circa di deficit aggiuntivo, e interventi orientati per il 30 per cento a tagli di spesa e per il resto ad aumenti di entrata. Gli altri miliardi necessari (5-6,6 miliardi) per completare tale sterilizzazione arriveranno dalle risorse che dovrà recuperare il Governo (contrasto all'evasione; spending review);

            compiuta la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia rimangono pochissime risorse (4-4,5 miliardi) per interventi di tipo espansivo, che saranno spese per i rinnovi dei contratti nel pubblico impiego (e per un "pacchetto forze dell'ordine"), la copertura delle spese cosiddette indifferibili ed a beneficio delle imprese per la decontribuzione delle assunzioni dei giovani fino ai 29 anni. Imprese le quali hanno beneficiato, nei tre anni precedenti, di una somma pari a 18 miliardi di euro con il l'unico risultato di incrementare l'occupazione precaria;

            alla manovra viene assegnato il compito di accompagnare l'espansione dell'economia, con un effetto che il Governo calcola in tre decimali di crescita aggiuntiva rispetto all'1,2 per cento a politiche invariate; obiettivo da raggiungere, appunto, anche grazie alla cancellazione degli aumenti IVA da 15,7 miliardi delle clausole di salvaguardia. Questa crescita ipotizzata (ma non si tiene in debito conto gli aspetti recessivi della manovra stessa) dovrebbe, secondo il Governo, aiutare anche a contenere l'indebitamento netto; nei programmi 2018 il deficit si attesta all'1,6 per cento, e quindi uno-due decimali più basso delle attese, confermando comunque la correzione "europea", cioè quella strutturale al netto delle una tantum e degli effetti del ciclo economico, da 0,3 per cento del PILcontro lo 0,8 per cento previsto ad aprile;

            il percorso verso il pareggio di bilancio si fa più lungo: l'appuntamento slitta di un altro anno, al 2020, quando un mini-deficit programmato a due decimali di PIL permetterebbe all'Italia di mostrare un pareggio sostanziale (le regole UE permettono uno scostamento da 0,25 per cento). Anche il saldo primario, cioè la differenza fra entrate e uscite al netto degli interessi, resta caratterizzato da una dinamica più morbida: quest'anno è all'1,7 per cento del PIL, e nel 2018 punta al 2,5 per cento;

            si conferma un piccolo arretramento del peso del debito sul PIL nel 2017 (131,6 per cento, contro il 132 per cento del 2016 secondo i calcoli aggiornati dall'ISTAT). L'incrocio fra crescita e deficit mette in calendario una discesa più pronunciata nel 2018 (130 per cento) e nel 2019 (127,1 per cento). Anche questo cambio di marcia strutturale del rapporto fra debito e PIL, è alimentato prima di tutto dalla crescita, accompagnata da previsioni di entrata dalle privatizzazioni (0,2 per cento del PIL quest'anno, 0,3 per cento nei prossimi tre);

            gli scenari macroeconomici descritti dalla Nota di aggiornamento del DEF prevedono una crescita del +1,5 per cento non solo per il 2017 (che gode di un'inattesa ripresa del commercio mondiale), ma anche per il 2018 e 2019. Ma l'aumento del commercio internazionale del biennio rimane inchiodato sotto il 4 per cento (dunque in calo rispetto al 2017), il prezzo del petrolio è dato in leggera crescita e il cambio euro-dollaro è dato in salita. Se l'estero non trascinerà le esportazioni, per il 2018-2019 bisogna sperare in una ripartenza più decisa della domanda interna. Ma qui l'unica voce trainante è quella degli investimenti. E infatti - secondo il Governo - dovrebbero accelerare sia le spese in macchinari che beneficerebbero degli incentivi del piano Industria 4.0 (da rinnovare), sia gli acquisti di case che dovrebbero crescere con maggiore lena. Aspettarsi una crescita del PIL permanentemente all'1,5 per cento (come anche il ritorno della crescita del PIL nominale al +3 per cento) appare dunque per ora un auspicio più che un'aspettativa razionale. Dello stesso avviso è anche l'Ufficio parlamentare del Bilancio il quale segnala la presenza di significativi fattori di rischio per gli anni 2019 e 2020;

        valutato che:

            all'interno della V° sezione della Nota, il MIUR passa in rassegna le misure, anche normative, adottate negli ultimi sei mesi nell'ambito delle azioni strategiche del PNR 2017 intraprese nel settore dell'istruzione e della formazione, dando particolare risalto agli otto decreti legislativi attuativi delle deleghe previste dalla cosiddetta Buona scuola ed ad un decreto ministeriale che amplia la sperimentazione (peraltro già in atto) di una riduzione del percorso della scuola secondaria superiore a soli quattro anni (cosiddetto liceo breve) ed intesa a favorire il passaggio dal mondo della scuola e della formazione a quello del lavoro;

            con gli otto decreti legislativi si è intervenuto in un contesto già fortemente caotico ed incerto nel quale, ormai da decenni, si sono stratificati una serie di provvedimenti privi di una visione sistemica in grado di mettere ordine nell'intreccio di norme, graduatorie e percorsi di specializzazione sviluppatisi nel tempo, senza però risolvere la condizione di coloro che da anni, oramai, ed a costo di pesantissimi sacrifici, hanno consentito il corretto funzionamento della scuola pubblica, ma non hanno ancora visto riconosciuta, con l'abilitazione o l'immissione a ruolo, la professionalità acquisita sul campo;

            con il decreto sul cosiddetto liceo breve il Governo ha invece disvelato la sua visione poverissima dell'istruzione e della sua missione, introducendo un'innovazione ordinamentale senza una visione della scuola alta, attenta ai bisogni reali degli studenti e alle priorità dell'inclusione e del superamento delle disuguaglianze, obiettivi fondamentali del sistema di istruzione. L'intervento sulla durata dei cicli che il Governo ha dato prova di voler sperimentare, senza un progetto nazionale di riferimento che ne individui le finalità educativo-didattiche, e senza alcun confronto con la comunità scientifica e le organizzazioni sindacali, rivela piuttosto la volontà, malcelata da un presunto ingresso anticipato nel mondo del lavoro e smentita dai dati sull'occupazione, di realizzare una significativa riduzione della spesa pubblica capace solo di impoverire drasticamente la qualità dell'offerta formativa del sistema scolastico pubblico, e danneggiare le fasce più deboli della popolazione scolastica. L'idea sarebbe, infatti, quella di convogliare nel percorso sperimentale un'élite di circa duemila alunni che non potranno mai rappresentare il livello standard degli studenti italiani e forniranno dati in uscita sicuramente eccellenti, ma significativamente non rapportabili, anche statisticamente, al resto della popolazione scolastica italiana. Inoltre la rinuncia a un più alto livello di sapere e di acculturazione non sarebbe bilanciata dal vantaggio di trovarsi in posizione competitiva rispetto alle possibilità d'impiego;

            sulla stessa lunghezza d'onda sembra muoversi anche il tanto sbandierato Piano nazionale scuola digitale che intende rilanciare e sviluppare ulteriormente una didattica, di carattere sostanzialmente ingegneristico, impostata in modo esclusivo sulla tecnologia digitale, quale strumento non solo più congeniale per la comunicazione del sapere, bensì paradigma cognitivo che deve piegare alla sua logica la trasmissione di qualsiasi contenuto disciplinare. Secondo una nuova narrativa che sembra voler fortemente legare la scuola al mercato e l'educazione all'impresa, superflue sembrano risultare al Governo le conoscenze di carattere culturale che fino a poco tempo fa erano considerate fondamentali per integrare positivamente la personalità del discente nel contesto della società civile, in quanto non immediatamente applicabili alla realtà produttiva;

            in ambito universitario, per l'effetto combinato della riduzione dei finanziamenti, dei blocchi del turnover e dei concorsi, e dell'abbassamento dell'età di pensionamento, negli ultimi sette anni si è verificato un crollo verticale del numero di docenti in servizio, pari a meno 30 per cento per gli ordinari, e meno 17 per cento per gli associati, superiore alla contemporanea modesta riduzione del numero degli studenti. A questo si aggiungano gli effetti derivanti dal graduale esaurimento della c.d. terza fascia prevista dalla normativa vigente;

            numerose analisi dimostrano che in assenza di interventi normativi che sblocchino l'attuale limite al turn-over previsto dall'attuale regime per le assunzioni delle università statali, si assisterà da un'ulteriore pesante contrazione del corpo docente che comporterà nel 2018 il dimezzamento del numero dei professori ordinari in servizio, rispetto a quello del 2008. Effetti analoghi si avranno sempre nel 2018, nell'ipotesi in cui nel frattempo non si proceda ad alcuna nuova assunzione o promozione dei professori associati, con una sensibile riduzione degli stessi pari al 27 per cento rispetto a quelli in servizio nel 2008. L'attuale normativa, infatti, prevede che nel 2016 risulti spendibile per il reclutamento il 60 per cento del turn-over, per poi passare all'80 per cento nel 2017 e solo a partire dal 2018 a stabilizzarsi al 100 per cento;

        tenuto conto che:

            una circolare del Ministro dell'interno del 1° settembre 2017 prevede l'istituzione di una cabina di regia in materia di occupazioni arbitrarie di immobili, e che in tale sede si provvederà anche ad una ricognizione dei beni immobili privati e delle pubbliche amministrazioni inutilizzati, compresi quelli sequestrati e confiscati. Sulla base di tale mappatura verrà proposto un piano per l'effettivo utilizzo e riuso a fini abitativi;

        alla luce delle premesse, impegna il Governo:

            ad attuare, per far cambiare rotta al nostro Paese, una politica della domanda - a partire da un significativo programma di investimenti pubblici - per uscire dalla recessione, una spesa pubblica e una tassazione riqualificata, un'ampia redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti, una riconversione ecologica del che cosa e come si produce, mettendo il lavoro al primo posto;

            per quanto riguarda il rilancio degli investimenti pubblici in un'ottica di riconversione ecologica dell'economia:

                a cambiare rotta e utilizzare un punto di PIL rispetto al programmatico definito nella Nota di aggiornamento presentata dal Governo, per fare politiche pubbliche di investimento finanziando un programma pluriennale di sicurezza anti-sismica e la promozione di un'economia a basse emissioni in linea con gli obiettivi di COP21, di cui 8 miliardi di euro da investire per un programma straordinario di mille piccole opere per la messa in sicurezza del territorio, delle zone sismiche, delle scuole, per la rigenerazione urbana in collaborazione con il sistema delle autonomie locali: 5.000 cantieri per interventi sul territorio per l'ambiente, le scuole da mettere in sicurezza - a partire da quelle nelle zone sismiche e dall'eliminazione dell'amianto stimolando le sostituzioni delle coperture con tetti fotovoltaici - le energie rinnovabili, le infrastrutture sociali (1.500 nuovi asili nido); ad avviare un Programma per la mobilità sostenibile con una dotazione annuale adeguata, nel triennio, 2018-2020 per il rinnovo e l'aumento della dotazione dei treni destinati alle tratte dei pendolari nonché di autobus urbani e extraurbani, utilizzati in particolare da lavoratori e studenti pendolari;

                a riservare il 45 per cento degli investimenti pubblici al Mezzogiorno (ripristino della "Clausola Ciampi");

                ad adottare un piano per il contenimento e il successivo azzeramento del consumo di suolo, incentivando la riqualificazione e il riutilizzo di edifici abbandonati, la rigenerazione urbana, che sia in grado di superare il blocco in cui galleggia la relativa legge, ormai svuotata del suo principale obiettivo;

                ad utilizzare le risorse derivanti dalla riallocazione dei sussidi dannosi di cui al "Catalogo dei sussidi dannosi e dei sussidi favorevoli" del Ministero dell'ambiente ai fini dell'operatività effettiva dell'accordo COP 21 di Parigi e per l'attuazione dell'Agenda 2030 dell'ONU per uno sviluppo sostenibile, anche definendo, con un apposito provvedimento normativo, le modalità per la riallocazione sostenibile dei sussidi dannosi all'ambiente, ai fini della fase di transizione;

                a valorizzare l'industria della trasformazione agricola per la riunificazione e l'accorciamento delle filiere, nonché il riutilizzo e/o la riconversione di intere aree industriali dismesse, l'insediamento di produzioni ad alto contenuto innovativo, la riconversione ecologica delle produzioni industriali a forte impatto ambientale come l'ILVA di Taranto, valutando al contempo di definire in tempi brevi un piano triennale per il lavoro per il Mezzogiorno nell'ambito di un programma di interventi urgenti ai fini ecologici e social finalizzata all'assunzione di lavoratori da parte di amministrazioni pubbliche e aziende private;

                a dotare l'Italia di precisi obiettivi scadenzati per escludere definitivamente le fonti fossili dal modello di sviluppo, raggiungendo la neutralità emissiva al massimo nel 2050, ed elaborando in tal senso una fiscalità ambientale volta alla riduzione e alla successiva eliminazione dei succitati sussidi alle fonti fossili;

                ad approvare la Strategia energetica nazionale (SEN), ancora in fase di consultazione, mettendola in linea con i necessari percorsi di decarbonizzazione e prevedendo misure di sostegno all'espansione delle fonti rinnovabili a un ritmo almeno triplo rispetto a quello degli ultimi anni, provvedendo altresì all'abrogazione delle disposizioni normative che configurano procedure ambientalmente inadeguate, come grossa parte delle disposizioni del pluricitato decreto Sblocca Italia;

                ad adottare definitivamente il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, anch'esso ancora in fase di consultazione, impegnando le necessarie risorse per una reale riconversione ecologica dell'economia, in particolare per ciò che concerne la lotta al cambiamento climatico e alle sue catastrofiche conseguenze in materia di dissesto idrogeologico, siccità e incendi; ad assicurare una maggiore partecipazione di cittadini e ONG in tutte le fasi dei processi decisionali in materia di ambiente, dalla fase progettuale a quella di realizzazione;

                a finanziare adeguatamente il sistema delle aree protette, principale serbatoio di biodiversità del nostro Paese e fondamentale contributo alla mitigazione dell'inquinamento e del clima;

                a procedere alla costituzione di un vero Corpo Polizia ambientale in grado di recepire il patrimonio di competenze ed esperienza che era del Corpo forestale dello Stato, il cui scioglimento sta già creando enormi problematiche nel presidio dei territori;

                a elaborare un efficace Piano nazionale degli invasi in grado di produrre una migliore gestione delle acque, riducendo inoltre le dispersioni e gli sprechi che tanto danneggiano il bene più prezioso del pianeta;

                a predisporre un'adeguata strategia fiscale con l'obiettivo di contrastare l'abbandono dell'agricoltura nelle aree interne e svantaggiate, incentivando i cittadini a prendersi cura del proprio territorio anche attraverso attività economiche come l'agricoltura;

                ad utilizzare per attuare una efficace politica di investimenti pubblici, la Cassa depositi e prestiti - l'ultima banca controllata dallo stato - che gestisce in Italia i fondi EFSI del Piano Juncker per nuove infrastrutture. Tali investimenti potrebbero essere estesi finanziando per diversi miliardi di euro un programma di "piccole opere" e di investimenti pubblici per gli enti locali e i servizi sociali, restando fuori dal bilancio dello stato. Sarebbe necessario tornare a una Cassa senza le banche private come azionisti e profondamente cambiata nei suoi meccanismi di gestione rispetto a oggi, facendone una holding delle partecipazioni pubbliche nelle imprese del paese, protagonista della politica industriale e degli investimenti;

            per cambiare le regole europee:

                a chiedere una modifica del Fiscal compact che vada nella direzione di una golden rule relativa a spese di investimento anche nazionali e le spese per Ricerca & Sviluppo e innovazione escludendo le spese militari;

               a evitare l'istituzione di un Ministro del tesoro europeo che non sia adeguatamente responsabile di fronte al Parlamento, in una logica di pieno rispetto e valorizzazione del circuito democratico;

               a promuovere l'adozione di nuove direttive per il raccordo delle normative fiscali nazionali, soprattutto per quanto riguarda l'IVA, al fine di recuperare il gap di evasione attuale, altissimo per l'Italia, pari a 35 miliardi e per scongiurare i meccanismi di elusione;

        a proporre:

                    - che l'Eurozona si doti di un piano di investimenti pubblici destinato a interventi medio-piccoli, attivabili rapidamente e modulabili in modo coerente con le esigenze del ciclo economico, come progetti di riqualificazione e ripristino del territorio, delle periferie urbane, della sostituzione di edifici sismicamente insicuri ed energivori con edifici sicuri e "verdi";

                    - di congelare gli accordi di libero scambio CETA (con il Canada), TTIP (con gli Usa), EPA (con il Giappone), per tutelare la base produttiva europea e lo spazio per l'intervento pubblico e le politiche economiche;

                    - di introdurre: una Tobin tax incisiva che assicuri un gettito rilevante e limiti in modo drastico le speculazioni finanziarie, la web tax, ed un'imposta unica a livello europeo sul reddito delle imprese, in modo da evitare che alcuni Paesi si comportino come paradisi fiscali interni alla UE;

                    - un'integrazione in campo militare solo in una prospettiva di disarmo nucleare e convenzionale e di riduzione delle spese militari in tutti i Paesi europei;

               a ridurre per quanto concerne il nostro Paese la spesa complessiva per la difesa almeno del 10 per cento pari a 2, 3 miliardi di euro; ad un graduale ma concreto disimpegno negli impegni nella NATO al fine di ridurre drasticamente le spese militari dirette ed indirette; all'uscita reale dagli impegni sin qui assunti sugli F35 e sulle fregate FREMM;

               ad assumere le opportune iniziative normative al fine di cancellare le modifiche agli articoli 81, 97 e 119 della Costituzione, apportate dalla legge costituzionale n. 1 del 2012, al fine di eliminare il principio dell'«equilibrio di bilancio» e di garantire la salvaguardia dei diritti fondamentali, come richiesto dalla nostra Corte costituzionale;

               a prevedere che le stime del BES - sui dati ISTAT- siano elaborate da un istituto indipendente, sul modello e la natura dell'Ufficio parlamentare di bilancio, che non sia influenzabile dall'esecutivo di turno al fine di evitare omissioni, manipolazioni e strumentalizzazioni;

          per quanto concerne Industria 4.0:

               ad assicurare nuovi investimenti pubblici a sostegno della riuscita del progetto, innanzi tutto infrastrutture strategiche, e in particolare le dotazioni immateriali (software e competenza), risorse per la ricerca e lo sviluppo, innovazione nella pubblica amministrazione e incentivi "selettivi" che perseguano primariamente la realizzazione contestuale di uno sviluppo industriale secondo i paradigmi della green economy e l'investimento nell'agricoltura di precisione;

               ad assicurare che Industria 4.0 sia affiancato a Lavoro 4.0, come chiedono unanimemente i sindacati italiani. Non solo gli aspetti di innovazione tecnologica devono divenire centrali ma i temi della formazione e delle competenze, quello degli orari, della loro gestione, di una diversa redistribuzione e di nuove possibilità di riduzione, anche per fronteggiare efficacemente i rischi di disoccupazione tecnologica;

          per quanto concerne le privatizzazioni:

               ad evitare ulteriori privatizzazioni dirette o indirette (via Cassa depositi e prestiti) di asset pubblici per fare cassa, comunque irrilevanti ai fini della sostenibilità del nostro debito pubblico, ed a finalizzare, in ogni caso, i relativi proventi agli investimenti pubblici piuttosto che alla riduzione del debito;

          per quanto riguarda i diritti di cittadinanza:

               a porre la fiducia sulla proposta di legge in materia di Ius soli per farla approvare entro al fine di questa legislatura;

          per quanto riguarda il lavoro:

               a finanziare un piano straordinario del lavoro per centinaia di migliaia nuovi posti di lavoro per un green new deal collegato alla realizzazione di 5.000 cantieri pubblici per le piccole opere e alla riconversione ecologica (quali la rigenerazione delle periferie, l'efficienza energetica degli immobili, l'innovazione tecnologica, la cura e la valorizzazione del paesaggio e dei beni culturali, pranzi bio nelle scuole e negli ospedali, eccetera) ed anche attraverso una serie di misure specifiche come: lo sblocco delle assunzioni delle pubbliche amministrazioni a partire dei settori della ricerca, dell'università, del sistema formativo, dei vigili del fuoco, partendo dalla stabilizzazione di 1.000 unità facenti capo alla categoria dei Vigili del fuoco precari, con "l'imponibile di manodopera" sugli appalti pubblici, un piano speciale per il lavoro di cittadinanza di 50.000 giovani nei servizi sociali del welfare locale, il sostegno ai contratti di solidarietà espansiva per ridurre l'orario di lavoro ed aumentare l'occupazione;

              invertire la rotta imboccata con il Jobs act favorendo l'occupazione stabile con misure che agiscano come leve per la creazione di nuovi posti di lavoro, come proposto da Sinistra Italiana-Possibile con il programma green new deal, e ripristinando la tutela reale in caso di licenziamento illegittimo dei lavoratori, approvando un Nuovo Statuto dei lavoratori anche tenendo conto delle proposte contenute nel testo di legge d'iniziativa popolare promossa dalla CGIL;

              a contrastare la precarietà bloccando tutte quelle forme di stage, tirocini, che di fatto sono coperture per lavori non pagati o sottopagati, regolando i lavori della gig economy attraverso l'introduzione di tutele per i lavoratori, rivedendo la disciplina dei contratti a termine per frenare il loro dilagare e sanzionare le imprese che alla fine degli incentivi licenziano il lavoratore; stabilendo un salario orario minimo a sostegno della contrattazione collettiva e determinato in maniera congrua in modo da non permettere che nessuno sia pagato meno della metà del salario orario medio risultato tale dalle osservazioni periodiche dell'ISTAT;

              a perseguire, quali fattori di sviluppo economico e sociale, strutturali scelte politiche e industriali che permettano ai giovani laureati e ai ricercatori di restare a lavorare in Italia e che siano in grado di attrarre giovani con queste caratteristiche dall'estero, almeno in numero sufficiente a compensare gli italiani che vanno via;

              nel settore degli ammortizzatori sociali, ad intervenire con provvedimenti mirati in quanto il perdurare della crisi economica, fa avvertire l'insufficienza di un unico strumento, quale la NASpI, che non appare in grado di coprire tutte le situazioni di criticità cui, nel passato, facevano fronte anche gli ammortizzatori sociali in deroga e l'istituto della mobilità, ed a prendere le opportune misure al fine di consentire a quei disoccupati che hanno beneficiato degli ammortizzatori sociali nel 2016 di poter percepire altre misure di sostegno a partire dal 2017;

              a rivedere le disposizioni che hanno reso oneroso e difficoltoso l'accesso alla giustizia nelle procedure giudiziarie concernenti il diritto del lavoro;

              a potenziare gli organici di INPS, INAIL ed direzioni territoriali del lavoro per quanto concerne le ispezioni sui luoghi di lavoro, ovvero dotando l'organico dell'Ispettorato nazionale del lavoro del numero necessario di personale dedicato all'attività ispettiva ma contemporaneamente risolvendo l'ambiguità dell'INL medesimo, sinora mera contorsione burocratica che non ha semplificato e ha mantenuto distinte le tre strutture, senza una reale unificazione informativa e senza una effettiva direzione unitaria;

          per quanto concerne l'istruzione, la formazione e la ricerca:

          a ritirare il decreto ministeriale sulla sperimentazione dei percorsi quadriennali di istruzione secondaria di secondo grado varato nell'agosto del 2017, abbandonando esigenze di puro "allineamento" ad altri Paesi europei che potrebbero solo produrre una pericolosa frattura con bisogni e tradizioni della cultura italiana, sia scientifica sia umanistica;

              a proseguire il percorso già intrapreso del programma nazionale per la ricerca 2015-2020 e ad assumere iniziative per elevare, in prospettiva, l'attuale spesa per investimenti in ricerca e sviluppo ad un livello pari al 3 per cento del prodotto interno lordo, anche al fine di accrescere i livelli di occupazione e benessere sociale del nostro Paese, e per adeguare nell'immediato i finanziamenti al sistema pubblico di formazione e ricerca alla media dei Paesi OCSE, del 2,2 per cento, ripristinando i fondi PRIN (progetti di rilevante interesse nazionale) e FIRB (fondo per gli investimenti della ricerca di base);

              a prevedere un piano straordinario triennale di assunzioni negli Enti pubblici di ricerca di ricercatori e tecnologi a tempo indeterminato valutando l'opportunità di dare priorità a chi ha prestato servizio con qualsiasi tipo di contratto per più di 36 mesi anche non continuativi e relativi stanziamenti;

              ad introdurre una riforma del sistema universitario che preveda il superamento del test di ammissione, in quanto l'accesso agli studi universitari deve essere pienamente libero, ed a prevedere l'assunzione dei docenti necessari a coprire i nuovi fabbisogni derivanti dalle immatricolazioni conseguenti all'abolizione del numero chiuso, in modo da ridare prospettiva al sistema universitario e alla formazione dei cittadini nel suo complesso;

              ad assumere iniziative per sospendere dal 2017, in ambito universitario, il meccanismo di contingentamento delle assunzioni, eliminando dalla normativa ogni limitazione del turn-over, al fine di assicurare il ricambio generazionale per tutte le figure del mondo universitario e della ricerca pubblica;

              ad assumere iniziative per definire un percorso post-dottorato, che recepisca quanto stabilito dalla Carta europea dei ricercatori ed a individuare, nell'ambito di un percorso di valorizzazione delle risorse umane nel settore dell'università e ricerca, strategie per l'assunzione in ruolo di ricercatori a tempo determinato sia di tipo A che di tipo B in possesso di abilitazione scientifica nazionale, in coerenza con il dettato costituzionale, dare priorità a chi ha prestato servizio per più di 36 mesi anche non continuativi;

              ad avviare nella scuola un piano pluriennale di assunzioni a tempo indeterminato di docenti e ATA a partire da un piano straordinario di stabilizzazioni capace di contrastare il fenomeno del precariato storico e di evitarne la sua ricostituzione, che garantisca un costante equilibrio tra immissioni dalle graduatorie e nuovo reclutamento. È necessario, oltre che procedere con urgenza all'assunzione a tempo indeterminato del personale docente ed Ata, sia sui posti vacanti che per il turn-over, superare il blocco delle supplenze in sostituzione del personale amministrativo tecnico e ausiliario assente e provvedere ai distinti bandi di concorso per DSGA ordinario e riservato, dato che ci sono ad oggi 1.476 posti vacanti;

              a prevedere un adeguato incremento delle risorse a disposizione del Fondo per il diritto allo studio (almeno 200 milioni);

          per quanto riguarda la politica fiscale:

              a continuare nel processo di razionalizzazione della spesa pubblica a fini di risparmio, riducendo in particolare le spese militari e per i sistemi d'arma, per le grandi opere, le agevolazioni perverse alle imprese, ma riprendendo le assunzioni (soprattutto qualificate) nel settore pubblico;

              a ridurre le tasse alle famiglie e alle imprese che oggi le pagano correttamente, e non ridurre la pressione fiscale complessiva, dati i vincoli di bilancio esistenti, il che implica la necessità di recuperare evasione da destinare alla riduzione delle imposte con le proposte avanzate dal NENS (come la fatturazione elettronica), di cui il Governo ha accolte le meno incisive, reintroducendo anche il reato di falso in bilancio e l'elenco clienti-fornitori;

              ad abbandonare una politica fiscale che tra bonus vari, incentivi, detassazioni settoriali o mirate, ecc. insegue le pressioni delle lobby e distrugge ogni logica di coerenza del sistema fiscale;

              a modificare la propria politica fiscale, facendo emergere le diverse capacità economiche dei contribuenti, per sostenere lo sviluppo e redistribuire il reddito, contrastando l'evasione fiscale ed il lavoro sommerso, attraverso:

                   • l'introduzione di un'imposta sui grandi patrimoni e la rimodulazione delle aliquote dell'imposta sulle successioni e donazioni;

                   • l'allargamento della base imponibile dell'imposta sulle transazioni finanziarie (cosiddetta Tobin tax), estendendola alle azioni, alle obbligazioni (tra cui i titoli di Stato scambiati sul mercato secondario) ed a tutti gli strumenti derivati;

                   • l'introduzione nell'ordinamento giuridico della cosiddetta web-tax;

                   • l'accentuazione della progressività fiscale dell'IRPEF con la previsione di un'ulteriore aliquota per lo scaglione di redditi oltre i 100.000 euro;

                   • l'assoggettamento alla TASI degli immobili di pregio adibiti ad abitazione principale;

                   • l'abolizione del regime fiscale di favore per attrarre capitali stranieri (cosiddetta flat tax);

                   • l'inasprimento delle pene attualmente previste per il reato di falso in bilancio;

                   • la conclusione dell'iter di revisione delle rendite catastali;

                   • a stabilire il limite dei pagamenti in contanti a 500 euro e stimolare i pagamenti cashless riducendo le commissioni per le carte di debito e le carte di credito rispettivamente a 0,10 per cento e 0,15 per cento, ex articoli 3 e 4 del Regolamento UE n. 751 del 2015;

          per quanto concerne il contrasto alla povertà:

              a prevedere uno stanziamento complessivo a regime non inferiore ai 7 miliardi di euro per finanziare in maniera adeguata il reddito di inclusione come unico strumento vigente a carattere strutturale, efficace di contrasto alla povertà sia assoluta che relativa e di reinserimento nella società, allo scopo di affrontare strategicamente la povertà e la disoccupazione, auspicando una ricalibrazione delle politiche attive, volte a valorizzare la professionalità del lavoratore, dando così luogo a un vero e proprio reddito minimo garantito;

          per quanto concerne il settore previdenziale:

              prevedere interventi per ristabilire la solidarietà interna al sistema pensionistico, mediante il principio della flessibilità di accesso alla pensione di vecchiaia, riportando l'anzianità contributiva richiesta a 40 anni, tenendo conto che la spesa pensionistica per ogni singolo soggetto non muta all'interno del regime contributivo; introdurre meccanismi di solidarietà e garanzia per tutti i percorsi lavorativi, al fine di eliminare le diseguaglianze derivanti dal rapporto intercorrente tra l'età media attesa di vita e quella dei singoli settori di attività; eliminare le diseguaglianze e le conseguenze negative delle riforme pensionistiche degli ultimi anni sulle donne tenendo conto del lavoro di cura, casalingo e della maternità; introdurre meccanismi di rafforzamento dei percorsi contributivi dei lavoratori discontinui; aumentare la concorrenza nel settore della previdenza integrativa, istituendo una forma di previdenza complementare pubblica presso INPS;

          per quanto concerne il diritto alla salute:

              ad assumere le necessarie misure per garantire l'effettiva universalità del Servizio sanitario nazionale al fine di raggiungere l'obiettivo di una spesa sanitaria al 7 per cento di incidenza sul PIL in particolare attraverso il finanziamento dei Livelli essenziali di assistenza del Fondo per la non autosufficienza, l'eliminazione del superticket, la riduzione delle liste di attesa, avviando il superamento del blocco del turn-over nel comparto sanitario; individuando risorse adeguate a garantire il rinnovo dei contratti e per la stabilizzazione dei precari;

              attuare un contrasto efficace alla corruzione e agli sprechi nel comparto sanitario destinando le maggiori risorse: ai farmaci innovativi, alla cura delle malattie croniche, all'aumento delle risorse per la non autosufficienza, alla garanzia dell'applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale della legge n. 194 in materia di interruzione volontaria di gravidanza;

          per quanto concerne le politiche abitative:

              ad assumere misure finanziarie efficaci in materia di politiche abitative per l'incremento dell'offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica anche prevedendo l'istituzione di un apposito fondo presso la Cassa depositi e prestiti per il sostegno di programmi da parte dei Comuni al recupero di immobili pubblici inutilizzati del demanio civile e militare ai fini di edilizia residenziale pubblica da destinare alle famiglie collocate nelle graduatorie comunali per l'accesso ad alloggi a canone sociale e per famiglie con sfratto eseguito o da eseguire per morosità incolpevole;

              a rifinanziare il fondo contributo affitto di cui all'articolo 11 della legge 9 dicembre 1998, n 431, e ad incrementare il fondo per la morosità incolpevole;

              a implementare la cabina di regia istituita dalla circolare 1° settembre 2017 del Ministro dell'interno, prevedendo la partecipazione dei rappresentanti dei Ministeri delle infrastrutture trasporti e dell'economia e delle finanze, nonché dell'Agenzia del demanio, dell'associazione degli enti gestori di edilizia residenziale pubblica "Federcasa" e dei sindacati inquilini, affinché il piano, ivi previsto, per l'effettivo utilizzo e riuso a fini abitativi, che dovrà tener conto anche delle necessarie risorse finanziarie, possa essere attivato con la partecipazione di tutti i soggetti interessati;

              ad adottare un piano di smaltimento dei non performing loans degli istituti di credito che si basi sull'acquisizione da parte di un fondo pubblico dei crediti deteriorati con garanzia reale, al fine di destinare ad uso sociale gli immobili sottostanti;

          per quanto concerne le politiche migratorie:

              a sostenere, in sede europea, la riforma del Regolamento di Dublino;

              a reintrodurre per i richiedenti asilo il diritto ad un ricorso effettivo, ed a abbandonare nei fatti l'approccio repressivo al fenomeno ed a chiudere i centri hotspot ove si consuma una sistematica violazione dei diritti umani delle persone migranti;

              a procedere ad una ampia e organica revisione delle strategie dei flussi migratori, con la rivisitazione delle norme del testo unico sull'immigrazione che impediscono un ordinato programma di regolarizzazione ed inserimento controllato dei migranti ed a prevedere vie legali alla migrazione anche di origine economica o climatica;

              ad instaurare, parallelamente, una cooperazione mirata e rafforzata con i Paesi di origine e transito dei flussi, che preveda un piano di investimenti non finalizzati a rafforzare le milizie e le forze di polizia e militari locali per fronteggiare, invece, le cause di fondo del fenomeno, la ricerca di condizioni di vita dignitose, della sicurezza, di uno sviluppo sostenibile.

(6-00258) n. 3 (04 ottobre 2017)

CAPPELLETTI, LEZZI, BULGARELLI, MANGILI, AIROLA, BERTOROTTA, BLUNDO, BOTTICI, BUCCARELLA, CASTALDI, CATALFO, CIAMPOLILLO, CIOFFI, COTTI, CRIMI, DONNO, ENDRIZZI, FATTORI, GAETTI, GIARRUSSO, GIROTTO, LUCIDI, MARTELLI, MARTON, MONTEVECCHI, MORONESE, MORRA, NUGNES, PAGLINI, PETROCELLI, PUGLIA, SANTANGELO, SCIBONA, SERRA, TAVERNA.

Preclusa

Il Senato,

        premesso che:

            la Nota di aggiornamento al DEF (NADEF) 2017 presenta una revisione al rialzo delle stime sull'andamento dell'economia italiana per l'anno in corso e per il triennio successivo rispetto alle previsioni formulate nel DEF di aprile, in considerazione dei segnali di rafforzamento dell'economia italiana emersi a partire dall'ultimo trimestre del 2016, in un contesto di crescita più dinamica a livello europeo e globale;

            in sostanza, la Nota di aggiornamento al DEF 2017 rivede sensibilmente al rialzo le previsioni formulate ad aprile e stima per il 2017 una crescita del PIL dell'1,5 per cento. Anche le prospettive per il triennio successivo migliorano, ma in rallentamento rispetto al 2017, e vengono riviste all'1,2 per cento per gli anni 2018 e 2019, rispettivamente di +0,2 e +0,1 punti percentuali. Nel 2020 si prevede una crescita dell'1,3 per cento (+0,2 punti). Nel testo approvato in primavera veniva messa in conto una crescita dell'1,1 per cento nel 2017 e dell'1 per cento nel 2018 e dell'1,1 nel 2019;

            le indicazioni incoraggianti emerse nei ultimi mesi inducono la NADEF a ritenere che nella seconda parte del 2017 l'espansione economica continui quantomeno in linea con il ritmo del primo semestre, trainata dal settore manifatturiero e da alcuni comparti dei servizi, quali i trasporti e il turismo. Secondo il Governo, la congiuntura può evolvere anche ulteriormente in chiave positiva, in quanto la ripresa si sta diffondendo a tutti i settori dell'economia, con l'unica eccezione di comparti ancora soggetti a processi di ristrutturazione, quali i servizi di informazione e quelli bancari. Gli indicatori disponibili forniscono segnali molto positivi anche per gli investimenti;

            la NADEF, nella proiezione di finanza pubblica presentata nel Capitolo III, pone la crescita nominale degli investimenti pubblici nel 2018 al 5,1 per cento, dopo un lieve incremento quest'anno (0,4 per cento). Se questa proiezione si realizzerà - sostiene il Governo - gli investimenti e i contributi in conto capitale nel 2018 aumenteranno complessivamente di 2,1 miliardi di euro, pari allo 0,12 per cento del PIL. Secondo la NADEF, l'incremento delle risorse a disposizione delle amministrazioni pubbliche fungerà da stimolo alla domanda aggregata, migliorando il potenziale di crescita dell'economia;

            in ogni caso, il tasso di crescita del PIL italiano resta tra i più bassi d'Europa;

            la NADEF presenta due scenari di previsioni macroeconomiche, uno tendenziale e l'altro programmatico. Le previsioni del quadro tendenziale incorporano gli effetti sull'economia del quadro normativo vigente che - precisa la Nota - include gli effetti sull'economia delle clausole di salvaguardia che prevedono aumenti di imposte indirette per il 2018 e 2019. Lo scenario programmatico incorpora l'impatto sull'economia delle nuove misure che saranno adottate con la prossima legge di bilancio per il 2018. Si precisa peraltro che con la prossima legge di bilancio si procederà alla disattivazione delle suddette clausole relativamente all'anno 2018. Le due previsioni, che coincidono dunque per l'anno in corso, si differenziano gradualmente negli anni successivi, in relazione alle future misure di politica fiscale;

            l'Ufficio parlamentare di bilancio «ha validato le previsioni tendenziali del MEF per il 2017-18 che ipotizzano una crescita reale rispettivamente del 1,5 e dell'1,2 per cento». Le previsioni, si legge «rientrano in un intervallo di valutazione complessivamente accettabile, anche se la dinamica ipotizzata del PIL reale nel 2018 appare marginalmente al di sopra dell'estremo superiore delle previsioni del panel Upb (composto, oltre che dallo stesso Upb, da Cer, Prometeia e Ref ricerche). Per quanto riguarda le previsioni tendenziali relative al biennio 2019-2020 (non oggetto di validazione) il quadro tendenziale MEF stima una crescita reale rispettivamente dell'1,2 e dell'1,3 per cento. E su questi andamenti l'Upb manifesta "maggiori perplessità". In particolare, nella stima relativa alla dinamica del PIL nel 2020 «si rileva la prevalenza di rilevanti fattori di rischio negativo. La previsione di un trend in accelerazione tra il 2019 e il 2020 è infatti soggetta a significativi margini d'incertezza, collocandosi in parziale controtendenza rispetto agli andamenti del prodotto globale ipotizzati nel quadro internazionale». Nella valutazione di insieme, riguardante il periodo 2017-2018, secondo l'Upb «si tiene conto del fatto che la dinamica reale è controbilanciata, in particolare nel 2018, da una stima più contenuta del deflatore del PIL; ne consegue che l'evoluzione del PIL nominale, variabile più direttamente rilevante per gli andamenti di finanza pubblica, si situa tanto nel 2017 quanto nel 2018 all'interno dell'intervallo delle stime ipotizzate dal panel dei previsori» dell'Ufficio parlamentare;

            il presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro, durante l'audizione sulla Nota di aggiornamento del DEF nelle Commissioni bilancio di Camera e Senato ha rilevato che "il sentiero programmatico del debito in rapporto al PIL, nonostante la riduzione a partire da quest'anno prevista dalla NADEF, non sarebbe sufficiente ad assicurare il rispetto della relativa regola numerica entro il 2020". "Il rispetto delle regole di bilancio nell'anno in corso e nel prossimo - ha aggiunto Pisauro - dipenderà dall'evoluzione, presumibilmente più flessibile, della loro interpretazione a livello UE a cui la normativa dell'Italia si richiama. Infatti, applicando rigidamente gli obiettivi richiesti dalla cosiddetta matrice, il rispetto della regola sul saldo strutturale e quella sulla spesa appaiono a forte rischio di deviazione significativa nel 2017. Per il 2018 con un aggiustamento richiesto dello 0,3 per cento strutturale per il prossimo anno si avrebbe il sostanziale rispetto delle regole in termini annuali mentre in termini biennali permarrebbero dei rischi di deviazione anche significativa";

            il quadro programmatico per gli anni 2018 e successivi presentato nella NADEF include l'impatto sull'economia delle misure che saranno adottate con la prossima legge di bilancio per il 2018. Il profilo della manovra indicata nella Nota avrebbe un impatto positivo sulla crescita di 0,3 punti percentuali rispetto alla previsione tendenziale nel biennio 2018-2019. La crescita programmatica risulta invece sostanzialmente pari a quella tendenziale nel 2020, con un impatto della manovra in tale anno prossimo allo zero. Nello scenario programmatico, la crescita del PIL reale è prevista pari all'1,5 per cento sia nel 2018 che nel 2019. Nell'anno finale della previsione si prevede una decelerazione all'1,3 per cento;

            dal punto di vista macroeconomico, rispetto allo scenario tendenziale, le misure di maggiore impatto della manovra programmata sono indicate nella disattivazione delle clausole di salvaguardia e dei relativi aumenti di imposte per l'anno 2018, pari a circa 0,3 per cento nel triennio. Gli effetti delle misure per il rilancio dell'economa, volte ad accrescere la competitività e l'occupazione, si tradurrebbero in un aumento del prodotto interno lordo pari allo 0,1 per cento nel 2018-19 e 0,2 per cento nel 2020;

            rispetto allo schema approvato ad aprile sale anche il deficit, che il prossimo anno viene portato all'1,6 per cento dall'1,2 per cento previsto. Rispetto inoltre al nuovo quadro tendenziale, cioè cosa accadrebbe a politiche invariate, si passa all'1,6 per cento dall'1 per cento. Questa differenza di sei decimi di punto rappresenta il maggior deficit che il nostro Paese utilizzerà per le misure da realizzare con la manovra. Prima fra tutte la sterilizzazione della clausole di salvaguardia che prevedono un aumento dell'Iva che, ha assicurato Padoan, "saranno totalmente eliminate". Quanto ai prossimi anni nel 2019 l'indebitamento netto dovrebbe scendere allo 0,9 per cento e nel 2020 a 0,2 per cento "che tecnicamente" - ha spiegato Padoan - consente "il sostanziale" raggiungimento del pareggio di bilancio. Secondo il Ministro dell'economia il pareggio di bilancio sarà conseguito nel 2020, slittando di un anno rispetto a quanto previsto ad aprile;

            le nuove politiche per lo sviluppo e la disattivazione delle clausole di salvaguardia per il 2018 saranno dunque coperte con una manovra del valore dello 0,5 per cento del PIL, che riguarderà la spesa pubblica per 0,15 punti di PIL e le entrate per la restante parte. Si evince quindi dalla Nota di aggiornamento al DEF che la manovra 2018 partirà da un minimo di 8,5 miliardi, dei quali, 6 miliardi riferiti alle entrate e 2,55 miliardi di tagli alle spese. Per la disattivazione delle clausole di salvaguardia, in particolare, il Governo prevede di utilizzare anche circa 10 miliardi di margine di deficit;

            la legge di bilancio per il 2018, secondo il Governo, fornirà ulteriore impulso alla crescita e al lavoro, pertanto una volta sterilizzate le clausole di salvaguardia, le risorse disponibili, seppure limitate dall'esigenza di stabilizzazione delle finanze pubbliche e di accelerazione del processo di riduzione del debito, verranno impiegate in scelte selettive privilegiando: l'occupazione giovanile (in particolare riducendo gli oneri contributivi); gli investimenti pubblici e privati; il potenziamento degli strumenti per la lotta alla povertà;

            il debito pubblico, anche al netto del sostegno al sistema bancario, nel 2017 è destinato per la prima volta a scendere. Dal 132 per cento sul PIL, stimato dall'ISTAT per il 2016, si passerà al 131,6 per cento nel 2017 e al 129,9 per cento nel 2018. Il Governo ha posto l'accento anche sul tema del rispetto delle regole europee, spiegando che l'attuale impianto prevede una correzione del deficit strutturale, il parametro che conta per essere in linea con le norme comunitarie, dello 0,3 per cento. Obiettivo concordato con Bruxelles e più morbido rispetto allo 0,8 per cento inizialmente previsto. I margini di finanza pubblica favorevoli concessi dall'Europa, porteranno il Governo a proporre al Parlamento una legge di bilancio non depressiva, "che non sarà un freno alla tendenza positiva dell'economia";

            il calo del debito dal 2017 è la vera scommessa di questa revisione del Documento di economia e finanza, ma come arrivarci sembra poco chiaro. I conti rischiano di non tornare, soprattutto per una sorpresa negativa di questi mesi: c'è un grande buco nell'inflazione, che la rivalutazione dell'euro amplia riducendo il costo dei beni importati. Poiché il debito si misura in proporzione alla taglia di un'economia calcolata in quantità di euro, un'inflazione vicina a zero può indebolire questo parametro anche se la crescita riparte. Il debito pubblico dell'Italia lievita automaticamente del 3 per cento all'anno solo per effetto degli interessi, mentre l'economia che lo deve sostenere si dilata più lentamente: 1,5 per cento di crescita reale più un effetto prezzi allo 0,6 per cento dà nel 2017 un aumento dell'economia al 2,1 per cento Di qui l'inerzia negativa fra debito e PIL;

            nelle cifre fornite dalla presente Nota compare una sorpresa: proventi da privatizzazioni nel 2017 per lo 0,2 per cento del PIL, cioè 3,5 miliardi. Eppure quest'anno lo Stato non ha venduto quasi niente. Con ogni probabilità, è il segnale che Padoan non esclude di trasferire alcune quote di ENI e ENEL alla Cassa depositi e prestiti - posseduta dallo Stato all'80 per cento, ma fuori dal suo perimetro contabile - per registrare proventi senza perdere il controllo delle aziende. Di fatto, nel 2017 la nota di aggiornamento al DEF prevede una riduzione del target delle privatizzazioni che passa dallo 0,3 per cento (circa 5 miliardi) allo 0,2 per cento del PIL (circa 3,5 miliardi). Dal 2018, e fino al 2020, il target resta fissato allo 0,3 per cento l'anno. In sostanza, si legge nella Nota, su poste e FS, c'è stato un "temporaneo slittamento" che non ha "compromesso la validità del piano d'azione". Lo slittamento è dovuto al cambio ai vertici di Poste e ai "necessari approfondimenti" sul "perimetro delle società soggette a razionalizzazione all'interno del nascente gruppo FS-ANAS" e a "eventuali operazioni straordinarie di scorporo di rami di attività del Gruppo" per la cessione. Secondo il Governo "è verosimile considerare i potenziali introiti come realizzabili nei prossimi mesi";

            alla fine il debito del 2017 è fissato al 131,6 per cento del PIL, in calo (minimo) di 0,4 per cento dal 2016. La partita sul 2018 potrebbe essere appena meno ardua, benché gravino le incognite della bassa inflazione e bassa crescita;

            gli investimenti avranno un ruolo cruciale per sostenere la crescita economica, pertanto la spesa per investimenti è prevista in crescita di circa 4 miliardi tra il 2016 e il 2019. A tal fine assume particolare valenza la previsione di istituire un Fondo da ripartire per il rilancio degli investimenti infrastrutturali, che dispone di una dotazione complessiva di risorse pari a 47,5 miliardi da utilizzare in un orizzonte pluriennale compreso tra il 2017 e il 2032;

            la scommessa del Governo è tutta fondata su una crescita mai vista degli investimenti nel prossimo triennio, soprattutto in macchinari e attrezzature (+11 per cento) e in costruzioni (+5,6 per cento). La previsione appare poco plausibile se si considera che non aumenterà mai l'incidenza sul PIL degli investimenti fissi pubblici (pari al 2,1 per cento dal 2017 al 2019 e al 2,0 per cento al 2020) e che anche l'enfasi della presente NADEF sul "Piano nazionale Impresa 4.0" non è supportata dalle stesse stime di impatto del MEF, che contano appena 1,2 punti di PIL in 5 anni;

            coerentemente con la tendenza prevista per l'intera Unione europea, infatti, le principali istituzioni internazionali (a partire da OCSE, FMI e Commissione europea) prevedono un rallentamento del ritmo di crescita del PIL italiano nel 2018 e nel 2019 (in linea con il quadro tendenziale del Governo) e, comunque, una variazione del PIL inferiore a tutte le principali economie avanzate. L'intervallo in cui tali previsioni si concentrerebbe la crescita del PIL è attualmente dello 0,9-1,4 per cento per quest'anno e 0,8-1,3 per cento per il 2018. In aggiunta alle tendenze internazionali, i previsori istituzionali esprimono preoccupazioni riguardo all'impatto sull'Italia della eventuale uscita della BCE da una politica di accentuato accomodamento monetario (QE), oltre che all'incertezza dovuta all'esito delle elezioni politiche, che avranno luogo entro maggio 2018;

          considerato altresì che:

            in relazione alla composizione della prossima manovra di bilancio, la Corte dei conti ha rilevato, nel corso dell'audizione svolta presso le Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato, che, "nel complesso la manovra è quantificata in circa 1,2 punti di prodotto: 0,6 punti proverranno dal peggioramento del disavanzo e 0,6 per un terzo da tagli strutturali della spesa e per i restanti due terzi da misure per accrescere la fedeltà fiscale e ridurre i margini di evasione ed elusione.Si tratta di margini di manovra molto stretti considerando che la sola disattivazione della clausola richiede 0,9 punti di prodotto e che i restanti 0,3 punti devono riguardare aree di intervento particolarmente ampie a cui si aggiungono le risorse necessarie a garantire la copertura finanziaria del rinnovo del contratto del pubblico impiego. Si presenta particolarmente impegnativa, poi, la valutazione della congruenza e della realizzabilità delle coperture. Ciò anche alla luce dei limitati margini rispetto ai parametri europei e di un quadro tendenziale che sconta già un profilo di riduzione significativo della spesa e consistenti misure per ridurre l'evasione e l'elusione fiscale.";

            la Corte dei conti ha altresì sottolineato "l'importanza di utilizzare i margini di manovra disponibili, realizzando interventi selettivi e non frammentati, in grado di riparare anche alle distorsioni accumulate durante il periodo della crisi". Pertanto, secondo la Corte "già a partire dalla prossima manovra che sarà contenuta nel disegno di legge di bilancio, occorrerà dare il segnale che si intende procedere con decisione verso più solide condizioni di crescita concentrando gli sforzi per migliorare la qualità della spesa, portando a compimento le riforme avviate e affrontando le ragioni della bassa crescita del PIL potenziale in Italia.";

            di particolare rilievo appaiono i richiami della Corte dei conti riferiti alle modalità di intervento adottate negli ultimi anni in tema sia di politica delle entrate che di contenimento della spesa pubblica. Infatti, la Corte ha rilevato che "la revisione della spesa è stata finalizzata a ridurre comunque i livelli di spesa, piuttosto che a ricercare maggiore efficienza nella gestione delle risorse pubbliche, anche attraverso un attento screening della qualità dei servizi resi e una più penetrante capacità di misurazione dei risultati raggiunti dai diversi programmi";

            secondo la Corte dei conti, l'azione di spending review portata avanti dal Governo in questi anni è stata condizionata dall'«urgenza impressa dalla crisi, e dunque dalle esigenze di breve periodo». Ciò ha comportato «il sacrificio di interi comparti (basti pensare al pesante declino dell'attività di investimento nelle infrastrutture pubbliche) e le difficoltà crescenti nell'offerta dei servizi alla collettività che, in alcuni settori, mostrano una riduzione significativa della qualità delle prestazioni». Quanto alla lotta all'evasione, presenta «per sua natura esiti incerti già nel breve periodo» e si basa su misure non strutturali. Inoltre, ha aggiunto ancora la magistratura contabile che «gli anticipi di imposta possono incidere sulla tenuta del gettito in un orizzonte temporale che si estenda oltre quello dell'urgenza del risanamento». Secondo il presidente della Corte dei conti «non va sottovalutata una tendenza che, concentrata sulla ricerca di risultati immediati e quindi su interventi non strutturali, potrebbe generare effetti distorsivi sull'assetto del nostro sistema fiscale, che, al contrario, sollecita riforme in grado di recuperare i principi di fondo cui dovrebbe ispirarsi»;

            valutato altresì che:

            la Nota in esame vanta la creazione di circa 900.000 posti di lavoro negli ultimi tre anni e riporta una crescita degli occupati su base annua dell'1,1 per cento nella prima metà dell'anno. A tal proposito occorre sottolineare che al di là dei toni quasi trionfalistici si è in presenza di un dato assai debole e che almeno metà dei posti di lavoro che sarebbero stati creati inquesti tre anni è costituito da contratti a termine. Peraltro, i dati recentemente diffusi dall'ISTAT nella nota trimestrale sulle tendenze dell'occupazione non possono certamente indurre all'ottimismo. Infatti il registrato aumento del numero degli occupati è dovuto solo all'aumento del lavoro precario: dai dati emerge che su base annua a fronte di 437.000 nuovi posti di lavoro, la grandissima parte, ben 329.000 sono a tempo determinato. In un anno occupati a termine crescono del 14,3 per cento, mentre quelli permanenti solo dello 0,4 per cento. La disoccupazione giovanile diminuisce dello 0,2 per cento, rimanendo comunque sopra al 35 per cento, quella degli over 50 aumenta del +15,2 per cento. Dalla medesima nota emerge inoltre che gli ormai abrogati voucher per lavoro accessorio sarebbero stati sostituiti dal contratto a chiamata il quale comporta una prestazione lavorativa che viene svolta in modo discontinuo o intermittente e che, quindi, costituisce di fatto un contratto precario;

            il quadro così delineato non solo è in netta contraddizione con l'affermazione riportata nella premessa al documento in esame secondo cui "il mercato del lavoro a partire dal 2015 è divenuto più dinamico con l'introduzione del Jobs Act" ma con il Jobs act stesso, poichè il decreto n. 81 del 2015 stabilisce che "il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro";

            nel documento in esame si afferma che "la legge di bilancio 2018 destinerà le limitate risorse a disposizione a pochi mirati obiettivi: investimenti pubblici e privati, occupazione giovanile e lotta alla povertà";

            se per favorire la ripresa del mondo del lavoro gli investimenti pubblici ed una politica industriale seria sono indispensabili va tuttavia anche segnalato il completo fallimento delle politiche dei bonus per le assunzioni finora intraprese con mastodontici stanziamenti di risorse pubbliche. A fronte della abrogazione di misure davvero struttuali, come le disposizioni di cui all'articolo 8 della legge 29 dicembre 1990, n. 407, gli incentivi introdotti con la legge di stabilità per il 2015 hanno comportato un grande dispendio di più di 2 miliardi euro di fondi pubblici e risultati complessivamente assai magri, anche a causa della formulazione della disposizione citata che non prevedeva una clausola di aumento occupazionale netto;

            i dati sul lavoro degli ultimi mesi sembrano invece confermare l'esigenza di massicci investimenti soprattutto in politiche attive e formazione, più che su altro poichè un aumento dei lavoratori con contratti a termine rende necessaria una rete di sostegno che possa favorirne la pronta ricollocazione. A tal proposito si deve tuttavia rilevare che i risultati finora ottenuti sono tuttaltro che soddisfacenti: anzitutto la costituzione dell'ANPAL non sembra aver contribuito al miglioramento dei Centri per l'impiego, che risultano ancora estremamente carenti in termini di risorse umane e finanziarie; il Fondo per le politiche attive è stato spesso utilizzato dal Governo per esigenze improprie, come il finanziamento della cassa integrazione in deroga; il più volte sbandierato programma "Garanzia giovani" è stato sfruttato (soprattutto nelle regioni del Sud) per finanziare finti stage che nascondevano vere e proprie posizioni lavorative che avrebbero potuto (e dovuto) essere regolate con veri contratti di lavoro;

            a quanto finora illustrato si devono infine aggiungere gli interventi totalmente inadeguati in tema di lotta alla povertà. I dati forniti dall'ISTAT in occasione del dibattito sul DEF avevano posto in evidenza le drammatiche condizioni di povertà in cui versano l'11,9 per cento delle famiglie italiane (7.209.000 persone) che nel 2016 si sono trovate nelle condizioni di "grave deprivazione materiale". La grave situazione di stagnazione economica e deflazione della nostra economia con il blocco, se non la riduzione dei salari, e la mancanza di aumento della produttività non ha fatto altro che aumentare le disuguaglianze e accrescere la perdita di potere d'acquisto delle famiglie. A tale situazione, il Governo ha risposto con l'adozione del reddito di inclusione, una misura largamente insufficiente a garantire tutti coloro che oggi vivono in una condizione di povertà e non certo uno strumento strutturale ed universale di lotta alla povertà nel medio e lungo periodo. Appare infatti del tutto evidente l'impossibilità di configurare il ReI come un reddito minimo, essendo destinato non all'individuo ma al nucleo familiare ed essendo il contributo esiguo (187-485 euro mensili) e fisso (anzichè a compensazione), la durata limitata (18 mesi), gli stanziamenti assolutamente insufficienti (1,2 miliardi nel 2017 e 1,7 nel 2018) persino a coprire l'intera platea di persone in condizione di povertà assoluta, e dunque, a maggior ragione, quelle in povertà relativa, compresi disoccupati, inoccupati, NEET e working poors. A tal proposito, si ricorda che il Fondo per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale (istituito dall'articolo 1, comma 386 della legge n. 208 del 2015) presentava una previsione per il 2017 pari a 1.030 milioni di euro. Nel biennio 2018-2019, il relativo capitolo di bilancio, con una dotazione iniziale pari a 1.054 milioni, riceve dalla legge n. 232 del 2016 per il 2018 un rifinanziamento di 500 milioni di euro, che porta la dotazione dei prossimi due anni a 1.554 milioni di euro. A tali risorse per il triennio, i commi 238 e 239 dell'articolo 1 della medesima legge hanno autorizzato, dal 2017, un incremento a regime di 150 milioni di euro;

            il Movimento 5 Stelle sostiene da sempre la necessità di inserire nel nostro ordinamento una misura come il reddito di cittadinanza condizionato alla soglia di povertà e a interventi di politica attiva. Per il Movimento 5 Stelle, quindi, uno strumento che possa dirsi sul piano fattuale veramente efficace deve avere requisiti ben specifici: la misura deve essere condizionata alla soglia di rischio di povertà elaborata da EUROSTAT, fissata al 60 per cento del reddito disponibile equivalente mediano nazionale; prevenire le situazioni di grave privazione materiale e far uscire le famiglie da tali situazioni. Per contrastare in modo efficace la trappola della povertà, il complesso delle misure di sostegno al reddito deve essere fortemente condizionato dagli investimenti nelle politiche attive del lavoro e in particolare nei servizi sociali e nei servizi per l'impiego pubblici; investimenti mai fatti in questi cinque anni, malgrado ve ne fosse la possibilità nell'ambito della discussione sul Jobs act;

            risulta sempre più urgente la definizione di strumenti che garantiscano un sistema strutturato di ammortizzatori sociali al comparto della pesca, con l'intento di trovare un approccio organico ad una rilevante questione che, di anno in anno, viene affrontata in maniera episodica con lo stanziamento di fondi a copertura dei fermi biologici.

            la Nota di aggiornamento conferma che la spesa sanitaria sarà di 115 miliardi per il 2018, 116 per il 2019 e 118 nel 2020 e, parimenti, conferma che la sua incidenza sul PIL sarà decrescente e passerà dal 6,6 per cento del 2017 e ulteriormente decrescente lo sarà anche nel 2020 passando dal 6, 4 per cento del DEF al al 6,3 per cento della Nota all'esame; si ufficializza dunque il passaggio al di sotto del 6,5 per cento quale soglia minima che l'OMS indica come livello minimo al di sotto del quale, in termini di aspettativa di vita, la salute dei cittadini è in pericolo. Si teme che il finanziamento del sistema sanitario nazionale, nelle cifre prevista dalla Nota, sconterà bene presto, in termini di insufficienza di risorse, anche l'introduzione dei nuovi LEA e ciò sulla base di quanto più volte segnalato anche dalle Regioni e dall'incompletezza della revisione dei LEA laddove manca, ancora oggi, l'individuazione delle tariffe relative alle nuove prestazioni di specialistica ambulatoriale e protesica che doveva realizzarsi entro il 2016; anche il recente decreto-legge che ha introdotto i vaccini obbligatori ad invarianza finanziaria in realtà rischia di non essere sostenuto da adeguate risorse finanziarie, come peraltro ha evidenziato anche il servizio di bilancio del Senato;

            nonostante già dal 2016 sia stato previsto un piano straordinario di assunzione, la carenza di personale sanitario non sembra trovare soluzione dinanzi ai tempi biblici del Ministero della salute che non sembra venire a capo del fabbisogno di personale sanitario da parte delle Regioni, permane dunque il blocco del turnover, che attraverso altre misure di contenimento della spesa sul personale hanno generato un aumento dell'età media dei dipendenti, un incremento dei carichi di lavoro e dei turni straordinari di lavoro del personale (nonostante la direttiva europea - recepita con legge 30 ottobre 2014, n. 161, entrata in vigore dal 25 novembre 2014 ed ancora inapplicata - abbia imposto all'Italia di adeguare l'orario di lavoro anche del personale sanitario);

            per quanto riguarda le politiche sociali la Nota di aggiornamento non introduce alcun elemento di novità rispetto al DEF 2017, e si limita a rivendicare la strategia innovativa dell'azione di contrasto alla povertà, basata su un sostegno economico condizionato all'attivazione di percorsi verso l'autonomia lavorativa, con un progressivo ampliamento della platea di beneficiari; tale strategia è in realtà tutt'altro che innovativa bensì assolutamente insufficiente, nonché un triste tentativo di emulare, in iso-risorse, il reddito di cittadinanza proposto dal M5S; inoltre si registra un ritardo nelle azioni da porre in essere in relazione alla prima infanzia, alle responsabilità genitoriali e ai centri per le famiglie poiché alcune Regioni non hanno ancora programmata le attività del 2015 e in alcuni casi, come Lazio e Sardegna, neanche del 2014 e sul Fondo per le non autosufficienze si registra una sensibile riduzione di risorse;

            il Governo appare disattento anche sulle cosiddette "questioni di genere", le quali certamente non rappresentano un problema esclusivamente femminile, al contrario riguardano tutte e tutti in quanto mettono al centro della politica il tema delle relazioni tra donne e uomini, evidenziando la disparità dei tradizionali rapporti di potere fondati sull'invisibilità e la "naturalezza" del lavoro domestico e di cura da parte delle donne;

            in relazione alla cultura: a una riorganizzazione e razionalizzazione della struttura ministeriale, che desta non poche perplessità per priorità, accorpamenti, criteri, e che sacrifica il ruolo propulsivo delle e delle strutture periferiche, si coniugano i ritardi sull'adeguamento e sulla liberalizzazione delle norme sul diritto d'autore, la costituzione di poli museali che penalizzeranno inevitabilmente realtà minori e più circoscritte, l'inadeguatezza dei fondi stanziati messi a disposizione, la difficoltà a reperirne di nuovi;

            mancano sia nel DEF che nella Nota di aggiornamento, di là dalla rivendicata approvazione della legge annuale sul mercato e la concorrenza (con le famose norme di «semplificazione» secondo alcuni, o «svendiarte» secondo altri…) una regia e una visione d'insieme. Manca soprattutto, e continua a essere assente, la predisposizione di un piano straordinario di interventi finalizzati a garantire la piena ed effettiva fruizione di musei e degli altri istituti e luoghi della cultura.Manca qualsiasi accenno alla faticosa predisposizione di norme sullo spettacolo dal vivo; mancano propedeutiche comunicazione e sinergie fra diverse realtà e istituzioni che garantiscano un dialogo proficuo fra diversi soggetti e interpreti della cultura, nonché il prioritario il recupero, anche a fini storici e identitari, delle aree o dei siti degradati e la valorizzazione di un patrimonio consolidato che versa in stato di abbandono;

            in relazione al comparto scuola: nonostante gli aggiustamenti rispetto ai proclami della «buona scuola» i problemi legati al reclutamento rimangono, congiunti con le complicazioni e le incertezze che afferiscono alla mobilità territoriale e, in particolare, non ci stancheremo di ripeterlo, al sostegno didattico per alunni e studenti disabili. Si parla di rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto istruzione e ricerca, e intanto continuiamo ad avere una classe di insegnanti con il contratto fermo al 2006 (in attesa di rinnovo dal 2009) che rimangono i meno pagati d'Europa e che sono, per questa e per una serie di ragioni ulteriori, esposti a uno svuotamento progressivo e costante della rappresentatività sociale del loro ruolo e della loro funzione. Di sicuro rilievo sono le criticità evidenziate rispetto all'attuazione dei princìpi di delega della «buona scuola», dall'istruzione professionale, sia circa l'apprendistato sia circa l'alternanza scuola-lavoro, dal sistema delle scuole italiane all'estero visto nel suo complesso, dai servizi educativi per l'infanzia, ben lontani dagli obiettivi europei per la copertura della popolazione e territoriale, dall'edilizia scolastica: un'emergenza cui, nella insistita assenza di operatività dell'Anagrafe e dell'Osservatorio nazionale, non si riesce a far fronte;

            in relazione a università e ricerca: si vorrebbero garantire al Programma nazionale della ricerca (PNR), azioni per il rilancio della ricerca libera negli atenei e negli enti di ricerca: tuttavia, nella Nota di aggiornamento in esame - si confronti Allegato I, vol. I, p. 360, rubricato Relazione sullo stato di attuazione delle leggi pluriennali di spesa - si legge testualmente: «In tale situazione, che è assolutamente insostenibile con la necessità di garantire competitività al sistema della ricerca pubblico, appare dunque particolarmente problematico garantire il raggiungimento di risultati davvero significativi soprattutto in considerazione del fatto che le risorse disponibili a valere sul competente capitolo 7245, per il triennio 2017-2019, a legislazione vigente ammontano a euro 136.447.755,00 in diminuzione rispetto a quelle del triennio precedente, ed addirittura pari soltanto a meno di un quinto rispetto a quelle del triennio 2007-2009 (euro 692.735.770), non destinate alla ricerca applicata». È chiaro che, a fronte di una Cenerentola quale può essere considerata la ricerca nel panorama italiano, l'obiettivo di aumentare il numero di ricercatori e dottori di ricerca (o addirittura la finalità di attrarre i migliori talenti) non possa che configurarsi come un colpo di teatro a effetto. Vengono, fra l'altro, annunciate misure di «valorizzazione» per i professori universitari: di che genere? In che forma? Secondo quali modalità e/o gratificazioni economiche? Resta un fatto che, senza copiosi investimenti, l'università e, in particolare, la ricerca sono destinate all'agonia e a un lento, inesorabile declino;

            tra i diversi comparti interessati da interventi di riforma strutturale rientra anche il sistema bancario che ha sofferto della durata e dell'intensità della crisi economica. A parere del Governo, il settore, nel suo insieme, "resta sano", ma sarebbero emersi alcuni "isolati" casi di crisi o di temporanea difficoltà che il Governo avrebbe fronteggiato e messo in sicurezza con soluzioni diversificate, nel rispetto delle nuove norme introdotte nell'ordinamento italiano dall'avvio dell'unione bancaria europea; le misure intraprese in tale ambito avrebbero favorito il miglioramento del clima di fiducia, e, nel tempo, porterebbero il sistema bancario a guadagnare in solidità ed efficienza;

            il Governo sarebbe intervenuto, altresì, per facilitare lo smobilizzo dei crediti deteriorati dagli intermediari e il rafforzamento del relativo mercato, potenziando la capacità di recupero del credito da parte dei prestatori, rafforzando i tribunali specializzati nella gestione del contenzioso delle imprese, introducendo una specifica garanzia sulle operazioni di cartolarizzazione dei crediti in sofferenza;

            occorre tenere presente che tra le raccomandazioni del Consiglio europeo indirizzate all'Italia vi erano, tra le altre, il trasferimento del carico fiscale gravante sui fattori produttivi verso imposte meno penalizzanti per la crescita, la riduzione decisa del numero e dell'entità delle agevolazioni fiscali e la riforma dell'obsoleto sistema catastale;

            per quanto riguarda il fisco, nella premessa alla Nota di aggiornamento è scritto che rispetto al 2013 "si stima che i contribuenti italiani pagheranno minori imposte per circa venti miliardi di euro". Questo grazie a una strategia economica i cui pilastri sono "la progressiva diminuzione della pressione fiscale (scesa di circa un punto percentuale tra 2013 e 2016), conseguita mediante gli interventi di riduzione dell'IRES e dell'IRPEF ai lavoratori con remunerazioni più basse, la cancellazione della componente IRAP sul lavoro dipendente, dell'IMU sui beni strumentali imbullonati e sui terreni agricoli, dell'imposta sulla casa di proprietà e residenza (TASI)";

            con riferimento al carico fiscale è necessario sopprimere l'IMU sui terreni concessi in affitto e in comodato a coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali per i contratti di durata uguale o superiore ai cinque anni;

            il Consiglio dell'Unione europea dell'11 luglio 2017 ha posto un particolare accento sul problema della corruzione nel nostro Paese giudicato 'ancora molto importante nonostante le riforme sin qui adottate' e che per via dell'allora vigente regime della prescrizione 'nella gran parte dei processi' per corruzione 'si interrompano per avvenuta prescrizione dopo la condanna di primo grado'. A fianco di una stigmatizzata carenza di risorse e di poteri per l'autorità anti-corruzione, il Consiglio dell'Unione europea ha quindi rinnovato la formale raccomandazione all'Italia 'a potenziare la lotta contro la corruzione, in particolare riformando l'istituto della prescrizione', ribadendo il nesso speciale intercorrente tra quel regime giuridico ed il fenomeno criminale;

            la Nota in esame, nella sezione dedicata all'attuazione del PNR per il comparto della giustizia, annovera impropriamente la modifica della prescrizione all'interno della sezione 'lotta alla corruzione e riforma dei tempi della prescrizione', titolo che risulta del tutto slegato dal contenuto della stessa sezione nella quale, in merito alla riforma del processo penale il nesso tra la lotta alla corruzione e l'introdotta modifica del regime della sospensione della prescrizione non è mai esplicitato. Ben sapendo, l'esecutivo, che la mera sospensione generalizzata della stessa, in difetto di un particolare trattamento per i reati di corruzione, non potrà che alimentare il ricorso a pratiche dilatorie da parte del condannato in primo grado, vanificando l'adempimento alla risalente raccomandazione europea;

            il documento in esame si pone in continuità con il Documento di economia e finanza 2017, confermandone l'impostazione secondo la quale la riforma della giustizia si debba comporre di una serie di interventi normativi a costo zero, e che, parimenti, nella prospettazione della legge di bilancio 2018-2020 non emergono chiari elementi di discontinuità in tal senso;

            nel solco degli interventi a sostegno delle imprese, non trova fondamento l'enfasi posta sul ruolo, in termini di effetti macroeconomici delle riforme, ascritto all'insieme coordinato di misure di agevolazione fiscale e di rinnovamento tecnologico volte a supportare e rafforzare la competitività del tessuto produttivo imprenditoriale italiano, identificate nel Piano industria 4.0. Le previsioni rispetto alla crescita sul "Piano" non è supportata dalle stesse stime di impatto del MEF, che contano appena 1,2 punti di PIL in 5 anni (NADEF 2017). Inoltre, lo stesso ministro Calenda, nei giorni scorsi, ha ammesso che alcuni tasselli del piano non hanno funzionato. A partire dalle misure di aiuto agli investimenti early stage in startup e imprese. A distanza di un anno, i finanziamenti sono cresciuti solo del 2 per cento; inoltre, il ritardo nell'approvazione dei provvedimenti attuativi sta posticipando l'avvio dei "Competence center", ossia i centri dove imprese e laboratori di alti studi o legati alle università dovrebbero sviluppare insieme progetti tecnologici da sperimentare nelle aziende stesse;

            è evidente che nessun risultato potrà essere raggiunto se non si investirà nella formazione, ossia nel cosiddetto "lavoro 4.0". Un capitolo assente nel Piano e nel documento in esame. Eurostat evidenzia che l'Italia ha la quota più bassa di lavoratori con elevate competenze informatiche tra le potenze economiche del vecchio continente. La quota è del 29 per cento, contro il 50 per cento del Regno Unito, il 39 per cento della Germania e una media UE del 37 per cento;

            in materia di concorrenza, poco credibile risulta, nell'ambito delle valutazioni di crescita degli investimenti e della produttività del tessuto imprenditoriale italiano, l'assunto secondo cui la politica della concorrenza, perseguita dal Governo con la recente legge annuale approvata, costituirebbe una delle misure strutturali di riforma cui, nel medio lungo periodo, vengono ascritti effetti positivi in termini di miglioramento del prodotto interno lordo. In particolare, nella tavola ricostruttiva degli effetti macroeconomici delle riforme per aree di intervento a tale politica viene ascritto un effetto migliorativo del PIL pari a 0,2 punti percentuali in un orizzonte quinquennale, a 0,5 punti percentuali nel medio periodo (dieci anni) e all'1 percento nel lungo periodo. Si dimentica, forse, che si è in presenza di una legge che è intitolata alla promozione della concorrenza ma che invece, accanto ad alcune, poche, norme positive, contiene per lo più norme a favore di interessi organizzati o di monopoli. Rispetto alle previsioni sul PIL, in particolare, occorre tenere presente che prima di poter spiegare i suoi effetti la legge per la concorrenza, per essere pienamente operativa, avrà bisogno dell'attuazione di altre 20 disposizioni, tra decreti ministeriali, provvedimenti di autorità di controllo e decreti legislativi;

            in materia energetica, il Governo rimarca la rilevanza della Strategia energetica nazionale (SEN), che mirerebbe ad accrescere la competitività del nostro Paese attraverso l'allineamento dei prezzi energetici a quelli europei, il miglioramento dell'approvvigionamento della fornitura, l'adeguamento delle infrastrutture e l'individuazione di un percorso di decarbonizzazione nell'ambito degli impegni presi con l'Accordo di Parigi; nel complesso, però, la SEN appare più una linea di difesa del gas naturale che una convinta proposta di decarbonizzazione dell'economia italiana, come invece ci si aspetterebbe da un Paese che può essere leader nel settore delle energie rinnovabili e, di conseguenza, del contrasto ai cambiamenti climatici. Si continua, infatti, a dare una valutazione errata sul ruolo del gas nei prossimi anni, ritenendolo centrale e fondamentale per soddisfare le esigenze energetiche del Paese, al punto da prevedere metanizzazioni su intere porzioni di territori. Si tralascia, inoltre, che nella SEN sono totalmente sottovalutati i vantaggi, per aziende, industrie e cittadini, che possono derivare dal un sistema energetico basato sulla generazione distribuita, che se accompagnata con regole chiare e trasparenti, può dare risposte ai problemi della rete, portando flessibilità e nuovi scenari per il mercato elettrico. Le analisi contenute nella SEN dimostrano che gli obiettivi non saranno raggiungibili se il Governo non individuerà misure più concrete di promozione delle rinnovabili, dell'efficienza energetica e della mobilità sostenibile;

            dalla Relazione del Ministro dell'ambiente allegata alla nota di aggiornamento, si evince, nella tabella 1 relativa alla sintesi delle informazioni nel primo periodo del protocollo di Kyoto (2008- 2012) che l'Italia ha sforato, gli obiettivi previsti;

            per le emissioni di gas nei settori non- ETS quali trasporti, piccola industria, agricoltura e rifiuti, riportati in tabella III della relazione, si evince che siamo ancora lontani dagli obiettivi previsti dalle decisioni nn. 162 del 2013 e 634 del 2013;

            con il Pacchetto quadro clima-energia 2030 sono introdotti nuovi obiettivi per il periodo 2021-2030, relativi a: riduzione dei gas serra di almeno il 40 per cento a livello europeo rispetto all'anno 1990; obiettivo vincolante a livello europeo pari ad almeno il 27 per cento di consumi energetici da rinnovabili; obiettivo indicativo a livello europeo pari ad almeno il 27 per cento per il miglioramento dell'efficienza energetica nel 2030 rispetto alle proiezioni del futuro consumo di energia;

            nella relazione del Ministero della difesa sulle spese di investimento e sulle relative leggi pluriennali allegata alla Nota di aggiornamento è segnalato come gli stanziamenti di bilancio non siano sufficienti a garantire la piena funzionalità della nuova organizzazione per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare, conseguente allo scioglimento del Corpo forestale dello Stato nell'Arma dei carabinieri. Le previsioni di risparmio previste dalla riforma non solo non si tanno verificando ma la Relazione chiede risorse aggiuntive per 15 milioni da destinare a investimenti nel triennio 2018-2020;

            la relazione del Ministero dello sviluppo economico sulle spese di investimento e sulle relative leggi pluriennali evidenzia come l'impatto della prosecuzione dei programmi aeronautici e navali ad alta tecnologia per la difesa, nonché i progetti di ricerca e sviluppo nei settori dell'aerospazio e dell'alta tecnologia richiedano ulteriori finanziamenti che rischiano, per il crescere esponenziale dei costi, di rendere non sostenibile per la finanza pubblica tali programmi di riarmo. Si prosegue inoltre nella politica di avviare nuovi programmi di armamento con stanziamenti iniziali palesemente insufficienti, cosa che determina lo slittamento nel tempo dei programmi stessi, tanto che sovente i "nuovi" sistemi d'arma risultano ultimati e disponibili per le FF.AA solo quando sono superati ed obsoleti se confrontati a sistemi d'arma tecnologicamente più aggiornati;

            in materia di trasporti, la Nota di aggiornamento richiama quanto introdotto dal decreto-legge n. 50 del 2017, relativamente alla fusione tra ANAS S.p.a e il gruppo Ferrovie dello Stato. Nel merito, occorre necessariamente ribadire la nostra più totale contrarietà a tale operazione fortemente voluta dall'Esecutivo esclusivamente per far uscire l'ANAS dal perimetro della pubblica amministrazione, aggirando, così, il problema relativo ai 500 milioni di debito del gruppo. Tale operazione, però, sembra non aver considerato le problematiche che sorgeranno dal fatto che ANAS non potrà più usufruire dei contributi a fondo perduto trasferiti dallo Stato e dovrà bensì fare affidamento su dei corrispettivi calcolati in base ad alcuni parametri come il traffico effettivamente registrato sulla rete (in calo su molte tratte), il rispetto di costi e tempi degli investimenti (anche questi ultimi molto in ritardo) e le performance dei servizi. Analogamente, suddetta scelta risulta rischiosa anche per il gruppo Ferrovie dello Stato, tenuto conto che ANAS ha ancora in attivo un contenzioso di circa 9 miliardi;

            il documento in esame ripercorre gli interventi adottati dal Governo in materia di trasporto pubblico locale. Si evidenzia come ancora una volta il Governo sia intervenuto, con il decreto-legge n. 50 del 2017, spingendo gli enti competenti a scegliere procedure competitive per l'affidamento dei servizi, sfavorendo la gestione diretta o l'affidamento in house. La riproposizione della norma suddetta, dunque, sebbene sotto forma di disincentivo e di penalizzazione economica, sebbene non si traduca in un chiaro divieto di affidamento in house, rappresenta una forzatura rispetto alle disposizioni contenute nel regolamento CE n. 1370 del 2007,

        impegna il Governo:

            - in materia di politica economica:

         ad adottare tutte le misure necessarie per accelerare il tasso di crescita dell'economia, derogando sin dalla programmazione 2018-2020 in corso alle regole di austerity imposte dal fiscal compact, nell'ottica di porre il veto all'inserimento del medesimo nei trattati europei e dare corso ad un periodo di politica economica espansiva, che abbia come priorità la destinazione di tutte le risorse disponibili agli investimenti pubblici, al sostegno dei redditi più bassi e al miglioramento delle condizioni di vita della collettività;

         a sospendere l'applicazione del raggiungimento del pareggio di bilancio e quindi il rispetto dell'indebitamento entro il 3 per cento del PIL, fino al conseguimento di uno stato di benessere sociale, in termini di sicurezza dell'occupazione, servizi ai cittadini, forme di sostegno ai redditi più bassi, innovazione e qualità dell'ambiente, pari ai livelli più elevati della media europea;

         a sostenere nelle sedi europee la politica di espansione, tramite l'interpretazione estensiva dei trattati esistenti, in modo da abbandonare l'attuale interpretazione promotrice di politiche di austerità;

         a intervenire, anche nelle sedi europee, per rilanciare il principio di una gestione autonoma del debito da parte degli Stati, basata non più su politiche di rigore, ma di riduzione progressiva del debito attraverso la crescita economica;

         a promuovere in sede europea iniziative per l'armonizzazione interna dei montanti di surplus/deficit tra i vari Paesi dell'Unione;

         a programmare una politica mission oriented incentrata sulla promozione dell'innovazione nei settori chiave con particolare attenzione al comparto dell'energia pulita;

         a considerare come vincolanti gli indicatori di Benessere equo e sostenibile, completando quei pochi recentemente individuati nel Documento di economia e finanza, rendendoli programmatici;

         a promuovere misure adeguate di sostegno al reddito e di inclusione sociale, di entità non inferiore a quelle già adottate dagli altri Paesi europei;

            - in materia bancaria, fiscale e tributaria:

         ad ampliare l'ambito di operatività dell'articolo 6 del decreto-legge 25 giugno 2017, n. 99, che - come noto - introduce misure di ristoro per gli investitori che siano persone fisiche, imprenditori individuali, nonché imprenditori agricoli o coltivatori diretti o i loro successori mortis causa che, al momento dell'avvio della liquidazione coatta amministrativa, detenevano strumenti finanziari di debito subordinato emessi da Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza ed acquistati nell'ambito di un rapporto negoziale diretto con le medesime banche emittenti prevedendo la possibilità per gli stessi di accedere alle prestazioni del fondo di solidarietà (articolo 1, comma 855 e ss., della legge 28 dicembre 2015, n. 208). L'attuale formulazione, infatti, limitata la possibilità di ottenere l'indennizzo forfetario ai soli strumenti finanziari di debito subordinato, sottoscritti o acquistati nell'ambito di un rapporto negoziale diretto con le banche emittenti, escludendo di fatto gli strumenti finanziari collocati da intermediari diversi dalle banche emittenti;

         analogamente, ad ampliare lo spettro di operatività del decreto del Ministero dell'economia e delle finanze 9 maggio 2017, n. 83, in modo da riconoscere tale possibilità anche agli investitori delle Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a. in liquidazione coatta amministrativa, Banca delle Marche S.p.a. in liquidazione coatta amministrativa, Banca popolare dell'Etruria del Lazio - Società cooperativa in liquidazione coatta amministrativa, Cassa di risparmio di Chieti S.p.a.;

         a riconoscere una percentuale di indennizzo forfetario superiore all'80 per cento del corrispettivo pagato per l'acquisto degli strumenti finanziari di debito subordinato, soprattutto qualora gli strumenti finanziari siano stati sottoscritti o acquistati in violazione della normativa in materia prestazione di servizi di investimento;

         ad individuare strumenti concreti al fine di facilitare lo smobilizzo dei crediti deteriorati e garantire il ritorno in bonis del debitore, avendo particolare riguardo anche alle problematiche delle posizioni personale in esubero nel settore bancario nonché dei tanti immobili posti a garanzia dei crediti sofferenti, immobili che spesso - a seguito di aste giudiziarie - vengono posti sul mercato ad un prezzo nettamente inferiore rispetto al prezzo stimato, con grave pregiudizio non solo del debitore ma anche del sistema bancario;

         ad evidenziare ulteriori e più significativi elementi in merito al gettito da voluntary disclosure effettivamente acquisito nel 2016 e a quello previsto negli esercizi successivi anche al fine di chiarire l'incidenza dell'andamento di tale voce di entrata rispetto all'aggregato complessivo delle "imposte in conto capitale" e alle revisioni apportate a tale voce della NADEF 2017;

        ad intervenire, nel primo provvedimento utile, in materia di riforma del catasto, questione da sempre all'attenzione dell'Esecutivo e mai realmente praticata;

            - in materia di giustizia:

         ad adempiere, in maniera esaustiva ed entro il 2017, alla raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 11 luglio 2017 con la quale si richiede all'Italia di "potenziare la lotta contro la corruzione, in particolare riformando l'istituto della prescrizione" attraverso una disciplina speciale per i reati corruttivi che non prescinda dalla sospensione senza limiti di tempo della stessa dopo il rinvio a giudizio ovvero dopo la condanna di primo grado;

         a reperire idonee risorse finalizzate all'implementazione delle piante organiche e alla valorizzazione delle risorse umane, sia con riferimento alla formazione che alla distribuzione del personale, assicurando la stabilità e continuità delle misure concernenti il personale del comparto giustizia - amministrativo oltre che appartenente alla magistratura - e dedicando la necessaria attenzione a servizi importanti ma sinora non valorizzati quali quelli di cancelleria, verbalizzazione e trascrizione degli atti;

            - in materia di lavoro e politiche sociali:

         a porre in essere una concreta razionalizzazione ed una semplificazione degli strumenti di sostegno al reddito attualmente esistenti al fine di pervenire, al pari di altri Paesi europei, all'introduzione del reddito di cittadinanza quale meccanismo di protezione sociale universale, finalizzato a contrastare le disuguaglianze e a conseguire risultati concreti per contrastare la povertà;

         ad incrementare le risorse e gli strumenti per le politiche attive del lavoro, investendo maggiori risorse per il riordino dei servizi per l'impiego al fine del rafforzamento della funzionalità dei centri, anche mediante l'assunzione di nuovi operatori, nonchè a procedere al monitoraggio, valutazione ed eventuale revisione dei compiti delle agenzie per il lavoro di somministrazione di lavoro;

         a porre in essere, attraverso opportuni strumenti normativi, una drastica riduzione della pressione fiscale per le aziende che investono in Italia e che creano posti di lavoro a tempo indeterminato, prevedendo inoltre sgravi contributivi crescenti a favore dei datori di lavoro che mantengono il lavoratore in azienda garantendone la costante riqualificazione;

         ad abbandonare la politica degli incentivi all'occupazione che hanno avuto il solo effetto di drogare il mercato del lavoro o quantomeno subordinare la concessione di tali incentivi ad un effettivo incremento occupazionale netto da parte dei soggetti beneficiari al fine di impedirne l'abuso;

         a valutare l'opportunità di realizzare «piani industriali» nei settori strategici, con finalità occupazionali, attraverso: a) la riduzione dell'orario di lavoro; b) adeguati investimenti pubblici e privati;

         a valutare l'opportunità di prevedere un programma di riqualificazione professionale dei lavoratori coinvolti in un'eventuale conversione digitale delle aziende;

         nell'ambito del lavoro autonomo, a introdurre l'individuazione di parametri standard minimi, concernenti la natura, il contenuto e le caratteristiche ed il relativo equo compenso delle prestazioni svolte dal lavoratore autonomo professionista, sia esso iscritto o non iscritto ad un albo o ad un ordine, nei confronti della pubblica amministrazione;

         nell'ambito del sistema pensionistico, a procedere a una modifica delle attuali politiche in materia pensionistica e previdenziale a partire dall'abolizione della cosiddetta "riforma Fornero" di cui all'articolo 24 del decreto-legge n. 201 del 2011, dalla salvaguardia delle pensioni di reversibilità e dall'aumento degli assegni sociali;

         a introdurre una flessibilità pensionistica diversa da quella prospettata con «l'anticipo pensionistico», conditio sine qua non per favorire il ricambio generazionale;

         a prevedere, nell'ambito della riduzione del «cuneo fiscale», la rimodulazione del contributo CUAF (cassa unica assegni familiari), che porterebbe a una riduzione di circa 2 punti percentuali dei contributi sociali a carico delle imprese;

            - in materia di cultura, scuola, università e ricerca:

         a reperire risorse adeguate - garantendone la continuità in controtendenza agli insistiti tagli che si sono succeduti - a tutela e sviluppo dell'intero comparto, senza che queste siano a valere su fondi «interni» e su finanziamenti stanziati in materia culturale;

         a garantire la piena ed effettiva fruizione di musei e altri istituti e luoghi della cultura, prevedendo in particolare:

            - l'eliminazione di eventuali condizioni di monopolio di società private circa la gestione di taluni servizi, come bigliettazione, accoglienza, guida e assistenza didattica, fornitura di sussidi catalografici, audiovisivi e informatici e regolazione degli accessi, e via enumerando…;

            - la previsione di appositi servizi didattici per bambini, e finalizzati alla fruizione «interattiva» dei musei da parte dei minori, con particolare riferimento alle scuole;

            - la presenza di specifici supporti e servizi per persone diversamente abili;

            - la promozione e incentivazione di accordi di partenariato tra cooperative di professionisti in materia di beni culturali ed enti locali per garantire al meglio promozione, conservazione e valorizzazione dei beni culturali;

         a dare impulso a un più ampio disegno d'insieme sulla formazione dei docenti e sulla didattica che non faccia mai perdere alla scuola e all'università la sua centralità e che, nel declino del modello umanistico, riaffermi l'imprescindibile valore dei saperi tradizionali, sempre più defilati, armonizzandoli con nuovi, aggiornati interrogativi, e da un nuovo, diverso e rinnovato rapporto con la conoscenza;

         a incrementare il sostegno didattico e a predisporre misure contro la dispersione scolastica, il diritto allo studio e l'inserimento di soggetti in difficoltà, anche attraverso il riconoscimento giuridico di educatori e pedagogisti; coordinare le azioni di monitoraggio e normazione tecnica riguardo all'edilizia scolastica, attraverso il sempre più auspicato espletamento delle funzioni dell'Anagrafe e dell'Osservatorio nazionale; garantire risorse per sanare il gap rispetto agli obiettivi europei per la copertura della popolazione e territoriale per i servizi educativi per l'infanzia, dando impulso al previsto Piano di azione nazionale pluriennale per l'estensione progressiva e graduale del piano integrato su tutto il territorio nazionale;

         a rivedere l'intero sistema di valutazione universitaria, ovviando con meritocrazia e trasparenza agli eccessi di burocrazia e al moltiplicarsi di consuetudini clientelari che impediscono un reale sviluppo delle istituzioni accademiche;

            - in materia di sanità e affari sociali:

         a garantire, già nella prossima legge di bilancio, le risorse adeguate ad aumentare il livello di finanziamento del fondo sanitario nazionale negli importi indicati nel Patto della salute 2014, assicurando quindi che l'incidenza della spesa sanitaria sul PIL sia collocata ad un livello accettabile tale da garantire il principio universalistico della tutela della salute e soprattutto così da assicurare l'effettiva esigibilità dei LEA;

         a garantire al SSN le risorse umane di cui necessita, provvedendo allo sblocco del turnover, all'attuazione delle procedure di mobilità interregionale del personale sanitario in relazione alle piante organiche e attivando le procedure concorsuali straordinarie in tutte le regioni come previsto nella legge di stabilità 2016 e nel rispetto della direttiva europea - recepita con legge 30 ottobre 2014, n. 161, entrata in vigore dal 25 novembre 2014 ed ancora inapplicata - che ha imposto all'Italia di adeguare l'orario di lavoro anche del personale sanitario.

           ad intervenire affinché siano aumentate le risorse sia del Fondo nazionale per le politiche sociali e sia del Fondo per le non autosufficienze, al fine, per lo meno, di portare a termine le relative azioni in forte ritardo rispetto al piano programmato;

         a garantire le risorse necessarie alla piena attuazione del piano nazionale antiviolenza per così dare efficacia agli strumenti giuridico-legislativi attualmente previsti e dunque: la messa in sicurezza e il sostegno economico delle donne vittime di violenza, il finanziamento delle attività e la formazione permanente di tutti gli operatori che entrano in contatto con le vittime di violenza, la messa a punto delle reti antiviolenza territoriali, l'implementazione del previsto sistema integrato di raccolta ed elaborazione dei dati finalizzato alla banca dati nazionale, l'attività di prevenzione e contrasto a molestie e violenze nei luoghi di lavoro;

            - in materia energetica ed ambientale:

         ad adottare programmi e azioni volti alla riduzione nonché al progressivo azzeramento di sussidi alle fonti fossili responsabili delle emissioni di CO2 e dei cambiamenti climatici, dando seguito a quanto indicato nel 'Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli', adottato in attuazione della legge sulla green economy e l'efficienza delle risorse (legge n. 221 del 2015), al fine di favorire la transizione verso un sistema fiscale ecologico e un modello di economia sostenibile;

            ad avviare una politica di internalizzazione dei costi ambientali e tassazione dei beni e delle attività inquinanti tali da scoraggiare, in via preventiva, l'utilizzo a vantaggio di tecniche gestionali meno impattanti;

            ad individuare misure concrete di promozione delle rinnovabili, dell'efficienza energetica e della mobilità sostenibile;

            a ridurre nettamente, nell'ambito del documento contenente la Strategia energetica nazionale, l'eccessivo peso attribuito al gas, evitando che un eccessivo sviluppo delle infrastrutture per il gas, rigassificatori e metanodotti in particolare, comporti nuovi e non necessari costi per i cittadini, sviluppando invece soluzioni lungimiranti in grado non solo di ridurre la nostra dipendenza dalle fonti fossili, ma anche di rispettare gli accordi internazionali e di contrastare e contenere il surriscaldamento globale;

             a delineare, nell'ambito della Strategia energetica, uno scenario al 2050, coordinando la SEN con il Piano clima-energia che l'Italia dovrà, a breve, presentare alla Commissione europea;

            a garantire la piena partecipazione delle fonti rinnovabili al mercato elettrico e ai suoi servizi, favorendo lo sviluppo di un sistema energetico basato sulla generazione distribuita;

            a favorire lo sviluppo di nuove tecnologie che valorizzino il ruolo del consumatore e della domanda attiva nel mercato elettrico;

            ad adottare urgentemente ogni opportuna iniziativa, anche di carattere normativo, volta alla revisione ed integrazione della disciplina normativa e regolamentare riguardante i sistemi di distribuzione chiusi, al fine di consentire la realizzazione di nuove reti elettriche private diverse dalle RIU e ad eliminare ingiustificate limitazioni alla concorrenza tra differenti modalità organizzative delle reti elettriche e tra differenti tecnologie di generazione;

            a favorire la realizzazione di condizioni che garantiscano un corretto sviluppo e una nuova evoluzione del sistema elettrico nazionale che preveda la coesistenza equilibrata tra reti private e reti pubbliche, in coerenza con gli obiettivi comunitari di lotta ai cambiamenti climatici, di efficienza energetica e di innovazione tecnologica delle reti elettriche, così come auspicato anche dall'Agcm;

            a rivedere il meccanismo di remunerazione della capacità da impianti termoelettrici, eventualmente attuandolo soltanto nei casi in cui sia realmente indispensabile, verificando, come chiesto dall'Unione europea, con quali altri meccanismi può essere ugualmente tenuta la sicurezza del sistema;

         ad assumere, in linea con quanto sta avvenendo nel resto dell'Unione europea, ogni utile iniziativa volta a vietare, entro il 2030, la commercializzazione di autoveicoli con motori alimentati a diesel e benzina di origine fossile, prevedendo nel periodo transitorio un obbligo in capo ai costruttori/importatori di quote crescenti di immatricolazione di autoveicoli/motoveicoli elettrici, ibridi e alimentati a idrogeno, al fine di contribuire concretamente al conseguimento degli obiettivi contenuti nell'accordo di Parigi;

         a dare completa e corretta attuazione a quanto previsto dal decreto legislativo 4 luglio 2014, n. 102, elaborando una Strategia per la riqualificazione energetica del parco immobiliare nazionale in grado di sostenere economicamente la trasformazione degli edifici esistenti in edifici a energia quasi zero, sia per la parte pubblica che per quella privata, garantendo le necessarie dotazioni finanziarie anche a garanzia dell'intervento;

            - in materia di trasporti:

            a sospendere e rivalutare il programma di fusione tra ANAS S.p.a e il gruppo Ferrovie dello Stato, al fine di evitare suddetta operazione;

            ad incrementare le risorse destinate al trasporto pubblico locale, rivedendo il meccanismo disincentivante nei confronti degli enti che non dovessero scegliere di ricorrere alla gara nell'affidamento dei servizi di trasporto, nonché il sistema di erogazione delle risorse di cui al Fondo nazionale per il concorso finanziario dello Stato agli oneri del trasporto pubblico locale;

            a prevedere una migliore allocazione delle risorse disponibili, al fine di favorire il riequilibrio modale a favore del ferro, allo sviluppo della modalità sostenibile e al trasporto collettivo;

            - in materia di agricoltura:

            ad esentare dal pagamento dell'IMU i terreni agricoli concessi in affitto e/o in comodato a coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali il cui contratto di locazione e/o comodato abbia durata di almeno cinque anni;

            ad adottare urgentemente un sistema strutturato di ammortizzatori sociali per il settore della pesca;

            - in materia di affari esteri, difesa e sicurezza:

            a ridimensionare le spese per armamenti incompatibili con il carattere difensivo delle nostre Forze armate come gli F35 e a contrastare e prevenire i fenomeni di corruzione nei grandi programmi di ammodernamento dei sistemi d'arma (a cominciare dalla cosiddetta legge navale) nonché alle gare di appalto oggetto di diverse inchieste giudiziarie che stanno coinvolgendo una parte dei vertici delle Forze armate;

            a rivedere la partecipazione italiana ad alcune missioni internazionali ormai fallimentari (Afghanistan tra le prime);

            a razionalizzare l'organizzazione per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare improvvidamente messa in discussione dall'accorpamento nell'Arma dei Carabinieri del Corpo forestale dello Stato;

            nell'ambito della legge di bilancio per il triennio 2018-2020 ad incrementare significativamente le somme per la pianificazione e coordinamento delle Forze di polizia, per le spese riservate alla Direzione investigativa antimafia, per il contrasto al crimine, tutela ordine e sicurezza nonché per gli stipendi e le retribuzioni del personale Polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri e dei Vigili del fuoco;

            a voler sostenere l'esame parlamentare dell'Atto Senato 2530, volto alla consultazione delle rappresentanze del personale del Corpo nazionale dei vigili del fuoco nella predisposizione dei documenti di programmazione economico-finanziaria e del disegno di legge di bilancio per il 2018.

(6-00259) n. 4 (04 ottobre 2017)

D'AMBROSIO LETTIERI, BRUNI, ZIZZA, PERRONE, LIUZZI, DI MAGGIO, TARQUINIO.

Preclusa

Il Senato,

     in sede di esame della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza 2017,

       premesso che:

              il Governo ha il compito di assicurare il graduale consolidamento delle finanze pubbliche e mettere in campo politiche a favore della crescita, anche attraverso le necessarie riforme strutturali, i cui effetti siano positivi e concreti;

              la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza 2017 stima un incremento del PIL pari all'1,5 per cento per l'anno in corso, dell'1,2 per cento per l'anno 2018 e 2019, dell'1,3 per cento per il 2020;

              l'Italia riporta invero un tasso di crescita fra i più bassi d'Europa, registrando una ripresa economica ancora molto fragile che avrebbe bisogno di essere sostenuta con maggiori investimenti, con politiche del mercato del lavoro e con nuovi strumenti atti a produrre occupazione stabile, con politiche finalizzate ai giovani e a coloro che non sono più giovani che si trovano in stato di inoccupazione;

           l'auspicata ripresa non può prescindere da una revisione del carico fiscale, che la Nota di aggiornamento attesta a livelli più alti rispetto a quelli del Documento approvato in aprile: dal 42,6 per cento del 2017 al troppo ottimistico 42,3 per cento del 2020, con un livello minimo del 42,6 per cento nel 2017, e a fronte di un aumento costante nel triennio del gettito tributario;

             il carico fiscale di cui sopra resta troppo elevato per i cittadini e per le imprese ed incide inevitabilmente sullo sviluppo della nostra economia con riflessi sul mercato del lavoro;

             rispetto al tasso di disoccupazione, ora all'11,7 per cento, la Nota di aggiornamento al DEF stima una riduzione al 11,5 per cento nel 2017 e fino al 9,8 per cento nel 2020, cioè valori ancora troppo alti rispetto agli altri Paesi UE;

             la crisi economica, determinando un consistente aumento delle persone in stato di povertà, ha già causato, in conseguenza, un parallelo aumento delle diseguaglianze sociali, a scapito soprattutto delle famiglie;

             il rapporto debito pubblico/PIL, a differenza di quanto stimato nel quadro programmatico del DEF, segna una irrisoria riduzione di mezzo punto percentuale, per attestarsi nel 2020 al 123,9 per cento;

             le stime di crescita delineate nella Nota di aggiornamento al DEF 2017 si fondano esclusivamente su generiche riforme in predicato di essere approvate con la legge di bilancio 2018;

       considerato, infine, che:

             le risorse previste per le spese di immigrazione, ammontanti ad oltre 4,2 miliardi di euro al netto dei contributi UE, gravando pesantemente sul bilancio dello Stato, potrebbero compromettere seriamente la salvaguardia delle finanze sovrane;

       preso atto che:

           l'Italia ha un'ampia e diversificata capacità produttiva dovuta alla presenza capillare sul territorio di tantissime piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto connettivo e vitale del Paese;

           occorre impedire fermamente qualsiasi sperpero di denaro pubblico e stanziare adeguate risorse per il comparto sanità, in generale, e in particolare per i pazienti affetti da gravi patologie e per il personale che frequenta i corsi ECM e/o per i medici specializzandi che attendono il finanziamento delle borse di studio dalla fine degli anni '80;

           gli effetti delle riforme fin qui approvate, sono stati molto limitati nell'efficacia e nel tempo,

       impegna il Governo:

           ad adottare le necessarie misure finalizzate a ridurre concretamente la pressione fiscale portandola al di sotto del 40 per cento, attraverso un programma certo di spending review che contempli anche la soppressione degli enti inutili e il taglio effettivo degli sprechi;

           a prevedere un piano strategico di opere mirato a promuovere la ripresa dell'economia e la crescita del Paese, nonché ad adottare le necessarie misure per favorire gli investimenti pubblici e privati, come risorse da destinare alla ricerca o le agevolazioni in favore della capitalizzazione delle imprese, tali da incrementare nel prossimo triennio il rapporto tra investimenti e PIL;

           a prevedere misure volte ad assicurare una effettiva riduzione del cuneo fiscale sul lavoro;

           a prevedere una nuova disciplina per la regolazione del lavoro accessorio che allo stato appare la più adeguata per far emergere forme di lavoro sommerso;

           a prevedere la rivisitazione dei criteri e delle modalità di ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario delle università italiane, allo scopo di accelerare il processo di riequilibrio delle università statali e al fine di alleggerire il peso della contribuzione studentesca, tenuto conto della primaria esigenza di assicurare la copertura delle spese fisse di personale di ruolo entro i limiti della normativa vigente;

           a prevedere misure volte ad assicurare una effettiva equità del settore previdenziale nonché a favorire una maggiore incentivazione fiscale delle forme di previdenza complementare;

           a rendere effettive le risorse necessarie per gli investimenti a favore delle politiche del lavoro per gli under 35 nonché misure in favore dei lavoratori e delle lavoratrici maggiori di 50 anni, privi dei requisiti di accesso alla pensione, che sono stati posti al di fuori del mercato del lavoro;

           a potenziare le risorse necessarie per le politiche a favore della lotta alla povertà;

           a porre in essere una politica di sostegno alle famiglie che incoraggi la natalità anche attraverso una riduzione mirata dell'IRPEF nei confronti dei nuclei familiari nonché a confermare il riconoscimento delle misure di cui all'articolo 4, comma 24, lettera b), della legge 28 giugno 2012, n. 92, come integrato dall'articolo 1, comma 357, della legge 11 dicembre 2016, n. 232;

           a valutare, anche attraverso una riforma complessiva delle norme relative alla disciplina del "secondo pilastro", l'individuazione di nuove fonti di finanziamento aggiuntive a quelle stanziate per il FSN, che consentano di garantire concretamente l'universalità del SSN e un più efficiente ed equo accesso alle prestazioni sanitarie stabilite dai LEA, definendo nuovi modelli di governance e disciplinando efficaci sinergie tra pubblico e privato;

           ad assicurare, in ambito sanitario, l'effettiva erogazione di servizi a vantaggio e tutela dei malati, in particolare stomizzati, incontinenti e malati terminali e gravi, nonché le misure a tutela di coloro che assistono un familiare con disabilità o patologie gravi;

           ad assicurare la corresponsione degli emolumenti dovuti ai medici specializzandi degli anni '80 e '90 e per i corsi ECM, a tutti gli operatori sanitari;

           ad assicurare la disponibilità delle risorse necessarie all'attivazione dei corsi di specializzazione per le professioni sanitarie non mediche, e in particolare per i farmacisti, e consentire a tutti i professionisti del settore di completare il proprio percorso formativo e la possibilità di accedere ai concorsi pubblici del Servizio sanitario nazionale;

           a proseguire nelle politiche recentemente adottate per fronteggiare il fenomeno immigrazione, fornendo altresì al Parlamento adeguate informazioni circa l'effettivo ammontare e la finalizzazione della spesa complessiva sostenuta direttamente dall'Italia e le relative fonti di copertura, al netto dei contributi UE, nell'ultimo trimestre del 2017.

(6-00260) n. 5 (04 ottobre 2017)

ZANDA, BIANCONI, ZELLER.

Approvata

Il Senato,

            esaminata la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (DEF) 2017,

         premesso che:

            negli ultimi quattro anni la politica economica e finanziaria ha dovuto procedere all'interno di un sentiero stretto, i cui confini risultano compressi da un lato dagli effetti di una crisi economica senza precedenti nella storia recente e dall'altro dall'esigenza di riduzione del disavanzo e del debito pubblico;

            la direzione del sentiero impressa dai Governi che si sono succeduti in questa legislatura, tuttavia, risulta ben chiara, perché guidata dall'urgenza di innescare la ripresa economica e, successivamente, di alimentarla;

            dopo un eccezionale tasso di riduzione del PIL pari a -5,5 per cento nel 2009 e una seconda ricaduta di -2,8 per cento nel 2012, l'economia italiana nel 2014 ha finalmente mostrato una inversione di tendenza (+0,1 per cento) e, nel biennio successivo, un rafforzamento (+1,0 per cento nel 2015 e +0,9 per cento nel 2016);

            con una previsione di crescita che si attesta per l'anno in corso a +1,5 per cento, l'accelerazione dell'attività economica nazionale lascia definitivamente alle spalle la crisi;

            i segnali di consolidamento strutturale dell'economia nazionale risultano peraltro particolarmente significativi nel mercato del lavoro, anche grazie al rafforzato grado di fiducia tra gli operatori economici: nel luglio 2017 il numero degli occupati ha superato i 23 milioni di unità, oltrepassato solo nel 2008, prima dell'inizio della grande recessione. Come evidenziato nella Nota di aggiornamento, negli ultimi tre anni sono stati creati circa 900.000 posti di lavoro, oltre la metà dei quali a tempo indeterminato;

            a tutti questi risultati ha contribuito una strategia di politica economica i cui pilastri sono stati: la progressiva diminuzione della pressione fiscale, scesa di circa oltre mezzo punto percentuale tra il 2014 e il 2016; una serie coordinata di incentivi agli investimenti privati che hanno spinto le imprese ad accrescere la propria capacità produttiva; un ampio insieme di riforme; le misure di contrasto alla povertà e alla diseguaglianza; l'attenta gestione delle finanze pubbliche e le misure di finanza per la crescita;

            le riforme e le diverse policy approvate in questi ultimi anni hanno ridotto il differenziale di crescita dell'Italia rispetto alla media dell'Unione europea, ma risulta necessario continuare ad adottare credibili misure che innalzino il potenziale di crescita dell'economia nazionale, l'occupazione e le capacità innovative e competitive delle imprese, in un quadro macroeconomico e finanziario sostenibile;

            in una Europa che si trova a fronteggiare una crescita che resta diseguale e in alcune aree fragile, un aumento delle disuguaglianze e delle migrazioni dal Sud del mondo, l'Unione e i Paesi membri sono chiamati a consolidare i risultati raggiunti, ampliandone perimetro e qualità, ripartendo dalla centralità della crescita economica, dell'occupazione e dell'inclusione sociale, da affiancare al completamento dell'integrazione monetaria e dell'unione bancaria; alcune prime discontinuità sono state già realizzate, anche in seguito alla costante e intensa azione di stimolo impressa dal Governo italiano sin dalla Presidenza di turno del 2014, quale ad esempio la maggiore flessibilità delle politiche di bilancio connessa all'adozione di opportune riforme strutturali e al supporto degli investimenti; peraltro, l'impostazione prefigurata dalle istituzioni UE nel valutare il rispetto delle regole europee sarà orientata sull'utilizzo di più ampi margini di discrezionalità volti ad assicurare una fiscal stance nell'area euro appropriata al contesto economico;

         rilevato che:

                 la Nota provvede ad aggiornare le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica, nonché gli obiettivi programmatici, rispetto a quelli contenuti nel DEF dello scorso aprile;

                 per quanto riguarda lo scenario macroeconomico, anche in virtù di un contesto più dinamico a livello europeo e globale, la previsione di crescita del PIL reale per il 2017 è rivista al rialzo di ben 0,4 punti percentuali rispetto alle stime contenute nel DEF;

                 sia pur nell'ambito di una valutazione prudenziale, che tiene conto delle aspettative di rialzo dell'euro e di una politica monetaria meno favorevole della Banca centrale europea, anche la previsione di crescita nello scenario tendenziale è superiore di circa due decimi di punto in media nei prossimi tre anni, attestandosi all'1,2 per cento nel 2018 e 2019 e all'1,3 per cento nel 2020;

                 è lo scenario programmatico del PIL, che incorpora gli effetti delle misure che il Governo intende inserire nella prossima legge di bilancio, a presentare i cambiamenti più significativi rispetto al DEF, con una crescita stimata pari all'1,5 per cento nel 2018 e 2019 e all'1,3 per cento nel 2020, che corrisponde ad una revisione di +0,5 punti percentuali annui nel prossimo biennio e di +0,2 punti nel 2020; un contributo determinante alla crescita del PIL è fornito dall'andamento della domanda interna, per la quale si prevede una decisa ripresa, che stante l'andamento di scorte ed export, dovrebbe garantire un contributo alla crescita dell'1,5 per cento nel 2018 e dell'1,4 per cento nel 2019; in particolare, gli investimenti presentano un andamento in netto aumento, passando dal 2,8 per cento del 2016 al 3,3 per cento nel 2018, mantenendo tassi di crescita sostenuti fino al 2020;

                 la crescita del PIL programmatico, superiore di 0,3 punti al tendenziale nel 2018, tiene conto della rimodulazione degli obiettivi di aggiustamento strutturale di bilancio, coerentemente con quanto comunicato dal Governo alla Commissione europea lo scorso maggio;

                 il Documento contenente gli elementi integrativi alla NADEF 2017, presentato dal Ministro dell'economia e delle finanze il 2 ottobre, chiarisce che con la manovra per il 2018 le clausole di salvaguardia saranno interamente sterilizzate per l'anno 2018, per un importo superiore a 15 miliardi di euro, e parzialmente per l'anno 2019, fino a un importo massimo di 11,4 miliardi di euro, con un impatto positivo sul PIL programmatico rispetto a quello tendenziale di 0,3 punti percentuali sia nel 2018 sia nel 2019;

                 gli effetti della crescita programmata è previsto che si riflettano positivamente anche sul mercato del lavoro;

                 per quanto riguarda il quadro della finanza pubblica, la previsione tendenziale dell'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è confermata per il 2017 al -2,1 per cento del PIL, mentre per gli anni 2018-2020 è attesa una progressiva riduzione, fino al conseguimento di un sostanziale pareggio a fine periodo (-0,1 per cento del PIL), contro una stima di aprile di -0,5 punti percentuali di PIL;

                 nello scenario tendenziale, le spese e le entrate finali convergono, fino a raggiungere il sostanziale equilibrio nel 2020; in particolare, le spese finali della pubblica amministrazione evidenziano un andamento di progressiva diminuzione in rapporto al PIL per tutto il periodo che va dal 2016 al 2020, passando dal 49,4 per cento al 46,5 per cento, mentre le entrate finali mostrano, invece, un andamento sostanzialmente stabile nel periodo di riferimento e sono previste passare dal 46,9 per cento nel 2016 al 46,4 per cento nel 2020; la pressione fiscale, in conseguenza di tale andamento, rimane sostanzialmente costante fino al 2019 (42,7 per cento in media), per poi diminuire al 42,3 per cento nel 2020: al netto delle misure riguardanti l'erogazione del beneficio degli 80 euro, la pressione fiscale è prevista diminuire dal 42,1 per cento del 2016 al 41,8 per cento nel 2020;

                 l'indebitamento netto programmatico viene rimodulato, rispetto a quanto fissato ad aprile, al -1,6 per cento per il 2018, a -0,9 per cento nel 2019 e a -0,2 nel 2020; in termini strutturali, l'obiettivo è conseguentemente rivisto al -1 per cento nel 2018, -0,6 per cento nel 2019 e -0,2 per cento nel 2020, con un percorso di riduzione più graduale di quanto stabilito nel DEF, che rinvia dal 2019 al 2020 il conseguimento sostanziale dell'obiettivo di medio termine (MTO), garantendo comunque un miglioramento del saldo strutturale dello 0,3 per cento nel 2018;

                 la maggiore restrizione fiscale prescritta dal Patto di stabilità e crescita per il 2018, infatti, risulterebbe eccessiva e tale da mettere a rischio la ripresa economica e la coesione sociale, come sostenuto negli ultimi anni dal Governo nelle sedi europee, ostacolando peraltro la riduzione del rapporto debito-PIL che, per effetto della ripresa economica di intensità superiore alle previsioni e del minore fabbisogno di cassa, è programmato scendere nel corrente anno al 131,6 per cento: secondo i nuovi dati di PIL dell'ISTAT, si tratterebbe di una nuova riduzione, dopo quella che si è verificata nel 2015, che è prevista proseguire con un andamento sostenuto per tutto l'orizzonte di previsione fino a raggiungere un rapporto debito-PIL del 123,9 per cento nel 2020;

                 alla riduzione del debito contribuisce altresì un obiettivo programmatico di avanzo primario che sale dall'1,7 per cento del PIL del 2017 al 2 per cento nel 2018, al 2,6 per cento nel 2019 e al 3,3 per cento nel 2020, per effetto del continuo controllo della spesa e dei nuovi interventi in corso di predisposizione posti a garanzia dei saldi di finanza pubblica;

                 la spesa per interessi è prevista diminuire progressivamente dal 3,8 per cento del 2017 al 3,5 per cento nel 2020, rimanendo entro limiti fisiologici e confermando la ritrovata fiducia dei mercati internazionali sulla solvibilità dei titoli del debito pubblico;

                 il saldo netto da finanziare programmatico del bilancio dello Stato in termini di competenza è determinato nel limite massimo di -46 miliardi di euro nel 2018, -26 miliardi di euro nel 2019 e -14 miliardi di euro nel 2020; il corrispondente saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato in termini di cassa è determinato nel limite massimo di -104 miliardi di euro nel 2018, -74 miliardi di euro nel 2019 e -60 miliardi di euro nel 2020;

        osservato che:

                 la disattivazione delle clausole, le nuove politiche per lo sviluppo e le cosiddette politiche vigenti comportano nel loro insieme oneri pari a circa l'1,1 per cento del PIL nel 2018, misure che saranno finanziate per circa lo 0,5 per cento del PIL nel 2018 da nuove coperture finanziarie e per la restante parte dal maggiore indebitamento netto rispetto allo scenario tendenziale;

                 le risorse disponibili per il triennio 2018-2020 verranno impiegate in scelte selettive, rifinanziando le politiche invariate, inclusive delle risorse per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego, e privilegiando le misure volte a sostenere la crescita, l'occupazione e la coesione sociale;

                 in particolare, saranno introdotti interventi in favore dello sviluppo attraverso l'incentivazione degli investimenti privati e il potenziamento di quelli pubblici, con il duplice obiettivo di supportare la competitività del Paese e stimolare la domanda aggregata, le cui componenti sono risultate il vero sostegno alla crescita, nonché misure per promuovere l'occupazione a tempo indeterminato dei giovani e sostenere i redditi delle famiglie più povere, in continuità con le politiche già adottate negli anni precedenti;

                 i contenuti della manovra di bilancio saranno dettagliati nel Documento programmatico di bilancio che il Governo presenterà al Parlamento e alle istituzioni europee entro il prossimo 16 ottobre e in maniera più compiuta nel prossimo disegno di legge di bilancio 2018;

                 la risoluzione con la quale, nella seduta odierna, è stata approvata dal Senato a maggioranza assoluta la Relazione che illustra l'aggiornamento del piano di rientro verso l'obiettivo di medio periodo (MTO) contenuto nel Documento di economia e finanza dello scorso aprile;

                 l'Ufficio parlamentare di bilancio ha validato le previsioni macroeconomiche tendenziali e programmatiche per il 2017 e il 2018,

       impegna il Governo:

                 a conseguire i saldi programmatici del bilancio dello Stato e quelli di finanza pubblica in termini di indebitamento netto rispetto al PIL, nonché il rapporto programmatico debito-PIL, nei termini e nel periodo di riferimento indicati nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza e nella Relazione ad essa allegata;

           a provvedere con la prossima legge di bilancio:

      a) alla completa sterilizzazione delle clausole di salvaguardia sulle imposte indirette per l'anno 2018;

        b) al sostegno degli investimenti, incentivando gli investimenti privati in beni strumentali e immateriali, nonché allocando maggiori risorse per gli investimenti pubblici delle amministrazioni centrali e locali, anche attraverso, per questi ultimi, l'individuazione delle misure più idonee per consentire un maggiore utilizzo dell'avanzo di amministrazione di ciascun ente per la progettazione e la realizzazione di opere pubbliche;

      c) alla promozione dell'aumento dell'occupazione, in particolare a tempo indeterminato per i giovani, mediante nuovi interventi di decontribuzione del lavoro;

       d) al potenziamento degli strumenti di lotta alla povertà e all'esclusione sociale, incrementando le risorse destinate a finanziare il reddito di inclusione;

      e) al finanziamento delle politiche invariate, inclusive delle risorse per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego;

             a favorire, nella legge di bilancio 2018-2020, un complesso di interventi in materia sanitaria, volti a:

      a) incrementare nel tempo le risorse di conto capitale destinate ad investimenti nel settore della sanità;

      b) rivedere gradualmente il meccanismo del cosiddetto superticket al fine di contenere i costi per gli assistiti che si rivolgono al sistema pubblico;

                 a prorogare la riduzione al 10 per cento della cedolare secca sugli affitti abitativi ed eventualmente estendere il sistema della tassazione sostitutiva anche sui redditi derivanti dagli affitti di immobili ad uso non residenziale;

                 a proseguire la politica di sostegno alle famiglie e di contrasto alla prolungata tendenza al calo demografico, valutando altresì la possibilità di potenziare il sistema degli assegni per i figli a carico, anche procedendo alla necessaria razionalizzazione degli attuali istituti;

                 a finanziare gli interventi della prossima legge di bilancio agendo sia sulle spese che sulle entrate, anche attraverso misure che accrescano la fedeltà fiscale e comprimano i margini di evasione ed elusione, i quali costituiscono una forma di concorrenza sleale;

                 a continuare a promuovere una nuova governance dell'area euro, volta a conferire una maggiore centralità alla crescita economica e all'occupazione, sostenendo con forza l'introduzione di strumenti comuni di stabilizzazione macroeconomica, in grado di sostenere la crescita inclusiva, quali ad esempio un sistema di assicurazione comune contro la disoccupazione per l'area euro, che mitighi gli effetti delle fluttuazioni cicliche sulle finanze pubbliche dei Paesi colpiti dagli shock, introducendo una concreta misura di protezione sociale europea;

                 a favorire, nell'ambito delle crisi bancarie e nel rispetto di quanto previsto dalle procedure europee e dai criteri stabiliti dalla legislazione vigente, il posticipo del termine previsto per accedere al beneficio del ristoro;

             a confermare, quali collegati alla decisione di bilancio, i disegni di legge già indicati nelle precedenti risoluzioni parlamentari di approvazione dei documenti programmatici.

(6-00261) n. 6 (04 ottobre 2017)

Paolo ROMANI, CENTINAIO, MANDELLI, AZZOLLINI, BOCCARDI, CERONI, COMAROLI, TOSATO, BERNINI, D'ALI', FLORIS, MALAN, GASPARRI, PELINO.

Preclusa

Il Senato,

        esaminata la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2017;

        premesso che:

        l'Italia è ancora il Paese che cresce più lentamente in Europa, mentre a livello europeo ed internazionale si è registrato un netto miglioramento. Nonostante il Governo faccia dichiarazioni in merito alla ripresa dopo la durissima crisi, il PIL italiano, nel 2016, è cresciuto soltanto dello 0,9 per cento, ossia uno 0,1 per cento in più rispetto al dato del 2015, confermando l'Italia all'ultimo posto dell'Eurozona: Infatti, secondo i dati dell'OCSE e del FMI, nel 2017, la Francia è cresciuta a ritmi stimati tra lo l'1,5 e l'7,7 per cento, la Germani tra l'1,8 per cento e il 2,2 per cento e la Spagna continua la sua scalata con una media tra il 3,1 per cento e il 2,8 per cento;

        il dato di crescita economica, pur confermandosi di segno positivo, si attesta dunque a livelli inferiori rispetto alla media europea. La Commissione europea, infatti, nel suo ultimo rapporto relativo alle previsioni di primavera, da un lato, ha confermato le stime italiane sul PIL a +0,9 per cento nel 2017 e a+1,1 per cento nel 2018, dall'altro ha alzato le previsioni sull'area euro, portando il Pil 2017 a +1,7 per cento da +1,6 per cento stimato in inverno;

         la crisi finanziaria globale resta ancora lontana dalla sua risoluzione e sulla ripresa italiana ed internazionale gravano ancora le incognite legate alla stretta monetaria che le banche centrali stanno attuando negli Stati Uniti, nell'Eurozona e in Giappone, al persistente contesto di bassa inflazione (lowflation) che i banchieri centrali non riescono ancora a spiegare, al possibile rallentamento dell'economia cinese, all'ulteriore, possibile aumento dei tassi di interessi da parte della Federal Reserve e al rischio di una nuova crisi sistemica del settore bancario dei Paesi del Sud Europa, dopo l'entrata a regime della direttiva europea sul bail-in e in seguito al recente downgrade di Deutsche Bank;

        i Governi di centrosinistra, nell'ecatombe bancaria che ha afflitto l'Italia, hanno enormi colpe, avendo recepito la direttiva europea senza effettuare prima una attenta riflessione sui suoi possibili effetti, causando così l'azzeramento dei risparmi di quasi duecentomila famiglie italiane, che ancora attendono di essere rimborsate;

         il quadro macroeconomico e di finanza pubblica presentato dal Governo con la Nota di aggiornamento al DEF sembra essere caratterizzato da eccessivo ottimismo, soprattutto in relazione alle previsioni sul tasso di crescita del PIL per il prossimo triennio, se si effettua un confronto delle previsioni fornite dall'Esecutivo con quelle fornite dalle principali istituzioni internazionali, che hanno presentato stime decisamente più basse, soprattutto per il prossimo biennio;

        nel loro dossier sulla Nota di aggiornamento, il Servizio studi e del bilancio di Camera e Senato hanno espresso numerose critiche nei confronti del documento presentato dal Governo: sottovalutazione dei rischi legati all'andamento economico internazionale, eccessivo ottimismo nella stima legata alle entrate, soprattutto quelle derivanti dalla voluntary disclosure bis, giudicate troppo aleatorie, errori di contabilizzazione, mancate informazioni sulla rilevazione delle spese e numerose altre. Per quanto riguarda le spese, la critica più pesante si riferisce al capitolo pensioni, ritenute troppo basse, in quanto il Tesoro, nel quantificarle, sembra non aver tenuto in debita considerazione il peggioramento della situazione demografica del Paese, relativamente alla variabile dei flussi migratori legati a motivi di lavoro e a quella del tasso di fecondità totale;

        l'intenzione del Governo di fare ricorso ad una ennesima manovra in deficit, ricorrendo ad ulteriori margini di flessibilità garantiti dall'Unione europea, appare attuabile soltanto grazie all'esistenza di un tacito accordo politico con gli alti funzionari di Bruxelles, dal momento che l'applicazione della cosiddetta clausola per "circostanze eccezionali" (sisma e immigrazione), utilizzata nel recente passato, non è più utilizzabile;

        leggendo la Nota, il Governo sembra dare già per acquisita la concessione di maggior deficit, su cui la Commissione europea e l'Eurogruppo, però, non si sono ancora espressi, se non attraverso una generica promessa. Tali valutazioni, infatti, possono essere effettuate ufficialmente soltanto a seguito dell'analisi dei documenti programmatici degli Stati membri, dopo la presentazione della legge di bilancio, il cui termine è fissato per il 15 ottobre, e comunque non prima del 30 novembre;

        il fatto che il ministro Padoan abbia più volte parlato di un "sentiero stretto dei conti pubblici" lascia intendere, in ogni caso, una grande difficoltà per l'Italia nel disporre di margini di manovra sufficientemente ampi per attuare gli ambiziosi piani espansivi del Governo;

        se pure all'Italia venisse concesso di aumentare il rapporto deficit/Pil per il 2017 fino al livello del 1,6 per cento, rispetto all'1,2 per cento previsto dal DEF di aprile, pesanti manovre correttive dovrebbero essere attuate negli anni successivi dal futuro governo in carica, al fine di raggiungere il pareggio strutturale di bilancio previsto dalla Costituzione e già concordato con le autorità europee, sempre annunciato da tutti i governi di centrosinistra che si sono succeduti e finora mai raggiunto;

        questo dimostra come la strategia di politica economica dell'Esecutivo sia egoista e irresponsabile, esclusivamente orientata a creare deficit di breve periodo, facendo finta di dimenticare che questo si tradurrà, ancora una volta, in un aumento di debito pubblico, che ha già raggiunto la cifra record di 2.300 miliardi di euro; un fardello irresponsabilmente addossato sulle future generazioni;

         il debito pubblico italiano si attesterà, infatti, al 131,6 per cento nel 2017, nonostante il miglioramento del PIL e contrariamente alle promesse del Governo di una sua riduzione sostanziale. La mancata riduzione è dovuta, in larga parte, alla totale assenza di entrate da privatizzazioni, il cui peso rispetto al PIL è stato addirittura rivisto al ribasso nella Nota, e da dismissione del patrimonio pubblico, praticamente inesistente. L'Italia conferma così, anche nel 2017, di avere il secondo debito pubblico più alto di tutta l'Eurozona, secondo soltanto a quello della Grecia. Una vera e propria bomba ad orologeria pronta a scoppiare, proprio nel momento in cui la riduzione del programma di allentamento quantitativo è stato annunciato dalla Banca centrale europea, evento che provocherà un forte aumento dei rendimenti dei BTP italiani e della spesa per interessi, con ulteriore aumento di deficit e debito;

        eppure, qualche condizione positiva da sfruttare ci sarebbe, per il Governo. La forza dell'euro rispetto al dollaro, per esempio, potrebbe infatti ridursi a breve, a seguito della decisione della Federal Reserve di aumentare i Fed funds e ridurre le dimensioni del suo bilancio. Una opportunità unica per le nostre imprese con forte vocazione all'export. Inoltre, il basso prezzo del petrolio causato dalla rivoluzione dello shale oil americano e dai continui litigi tra i Paesi OPEC hanno finora contribuito a tenere bassa l'inflazione in tutta l'Eurozona. Tuttavia, la cessazione del programma straordinario di acquisti di asset da parte della BCE rischia di creare una serie minacce per le finanze pubbliche italiane. Non avere approfittato delle circostanze economiche e monetarie favorevoli per intraprendere riforme economiche strutturali, da lungo tempo invocate da Mario Draghi, focalizzate sul mercato e sui suoi meccanismi di funzionamento, può costare molto caro;

        la dimostrazione di quanto appena detto si ritrova nelle previsioni dei principali organismi internazionali. Secondo il Fondo monetario internazionale, infatti, nei prossimi anni l'Italia sarà tra i paesi dell'Eurozona che cresceranno di meno;

        allo stesso modo, non si comprende come la riforma del bilancio dello Stato e la ridefinizione delle regole dell'equilibrio di bilancio di regioni ed enti locali possano portare a veri risparmi, senza il passaggio dalla spesa storica (finora sinonimo di sprechi) al costo standard (benchmark di riferimento per l'erogazione di prodotti e servizi di qualità). Quest'ultimo, infatti, è l'unico efficace metodo per orientare la politica delle amministrazioni pubbliche verso una nuova logica meritocratica che superi le note inefficienze del passato, attivando il circuito della responsabilizzazione degli enti e favorendo la trasparenza dei processi decisionali di spesa, al fine di garantire un elevatissimo grado di gestione responsabile del pubblico denaro;

        in assenza di drastiche misure di contenimento della spesa pubblica e in presenza di continui ricorsi a manovre finanziarie in deficit, infatti, è plausibile che, come già avvenuto per il 2017, anche nel 2018 il disegno di assestamento evidenzi che il sentiero di riduzione della spesa è ancora lontano dagli obiettivi prefissati;

        in tema di riduzione della spesa, risparmio e gestione oculata delle risorse pubbliche, il settore in cui è maggiormente possibile ottenere questi risultati è proprio l'ambito della pubblica amministrazione in cui gli sprechi non possono e non devono essere attribuiti soltanto ed esclusivamente alle situazioni patologiche di illegalità e incuria, ma anche alle situazioni di normalità, a causa di una gestione non ottimale (o meglio non professionale) dell'azione amministrativa;

        in questa direzione, la riforma del federalismo ha voluto inserire, nel nostro ordinamento, un sistema di finanza multilivello che assicurasse un coordinamento unitario e coerente fra le stesse politiche pubbliche che si sviluppano a diversi livelli di governo;

        si rende necessario attivare il circuito della responsabilità, favorendo la trasparenza delle decisioni di spesa e la loro imputabilità attraverso il pieno compimento del passaggio dalla spesa storica (che finanzia servizi e sprechi) al costo/fabbisogno standard (che finanzia i servizi) al fine di garantire un elevatissimo grado di solidarietà e di gestione responsabile del pubblico denaro;

        ciò accade anche perché in questo Paese non è stata mai adottata una reale politica federalista. Il che ha avuto ripercussioni in merito alla mancata responsabilizzazione degli amministratori locali che in molti casi ha avuto effetti degenerativi che hanno contribuito, anche, a far dilagare i fenomeni corruttivi e ad allontanare i cittadini dalle istituzioni e dalla politica. Come prima ricordato, oltre ad alimentare, quindi, un patologico uso criminale delle risorse, il centralismo ha perpetrato un sistema strutturato di cattiva gestione delle finanze pubbliche;

        è necessario quindi riavviare il più presto possibile il percorso federalista. Il prossimo 22 ottobre con il referendum consultivo che si terrà nelle regioni Veneto e Lombardia sarà il popolo, nell'esercizio del proprio libero voto, a fornire l'occasione per riconsiderare l'importanza storica di permettere alle regioni, non solo a quelle strettamente interessate dalla consultazione, di esercitare in piena autonomia le competenze legislative e di gestire le risorse finanziarie provenienti dai propri territori;

        tenuto conto dei dati demografici allarmanti che si rilevano dalla Nota, accanto all'attuazione della riforma del federalismo e delle autonomie, si rendono necessarie nuove e più organiche riforme, soprattutto nel campo delle politiche sociali e familiari: tali misure non devono essere i soliti frammentati interventi "spot", dettati esclusivamente da esigenze di natura elettorale, ma, come rileva la stessa Corte di conti devono costituire "un'azione incessante e prolungata di riforme strutturali in grado di ingenerare fiducia, accrescere i tassi di natalità, promuovere gli investimenti in infrastrutture materiali", prima fra tutte gli asili nido e i servizi socio-educativi, al fine di creare "nuove condizioni perché gli scenari demografici ed economici alla base della nuove proiezioni siano capovolti";

        a questo riguardo, si ricorda che il Governo, nell'ultimo disegno di legge sull'assestamento del bilancio 2017, ha previsto un aumento di spesa per i trasferimenti a famiglie ed istituzioni sociali private per 678 milioni, di cui, però, 600 milioni per i servizi d'accoglienza in favore degli stranieri in relazione al maggior fabbisogno determinato dai flussi migratori. Al contempo, ha operato un taglio di ben 50 milioni di euro alle politiche per l'infanzia e la famiglia e di ben 234,4 milioni alle politiche di sostegno per le non autosufficienze;

        in considerazione della situazione di difficoltà personale e fisica che le persone con disabilità, gli invalidi civili e le persone non autosufficienti vivono ogni giorno, con i relativi costi economici che queste persone e le loro famiglie devono sostenere, è inaccettabile che uno Stato, che nel suo testo costituzionale reca principi di ordine sociale, possa diminuire risorse destinate al sostegno di queste situazioni di svantaggio sociale ed economico;

        è nota, inoltre, nel nostro Paese, la difficile situazione economica in cui versano molte famiglie italiane a causa della crisi ancora non superata, la quale ha portato ad un incremento preoccupante della povertà che, a luglio 2017, ha registrato il picco di 5 milioni di italiani in condizioni di assoluta indigenza (tra cui 1,6 milioni di famiglie); in particolare, l'incidenza di povertà assoluta sul totale delle famiglie è pari al 6,3 per cento, praticamente in linea con i valori stimati negli ultimi quattro anni. Tra le famiglie con tre o più figli minori l'incidenza della povertà assoluta, anzi, è aumentata quasi del 50 per cento passando dal 18,3 al 26,8 per cento;

        si rendono dunque necessarie nuove politiche sociali destinate al sostegno della famiglia e della natalità;

        la mancata implementazione dei costi e fabbisogni standard, già previsti dalla (finora inattuata) riforma del federalismo fiscale, inoltre, ha avuto ed avrà in futuro delle pesanti ripercussioni sulla sanità pubblica, in cui i tagli lineari indiscriminati si sono ripercossi e si ripercuotono pesantemente sui cittadini, soprattutto su quelli più poveri che, nel corso degli ultimi tempi, rinunciano sempre più spesso alle sempre più costose cure;

         da anni si discute della necessità di effettuare risparmi nel settore sanitario, confondendo però il concetto di taglio strictu sensu con quello di spending review; la vera revisione della spesa consiste, infatti, nell'applicare i costi standard immediatamente, tagliando gli sprechi, imponendo best practices a tutte le Regioni ed evitando che i tagli lineari siano a detrimento dell'erogazione dei servizi;

        quanto sostenuto dal ministro Padoan riguardo alla spesa sanitaria, nel corso dell'audizione svoltasi nelle Commissioni bilancio riunite del Senato e della Camera, è del tutto insoddisfacente. L'Organizzazione mondiale della sanità ha ribadito che il livello minimo di finanziamento per un'assistenza sanitaria sufficiente richiede una spesa pari al 6,5 per cento del PIL: al di sotto di tale percentuale si compromette la qualità delle prestazioni erogate. La nostra spesa è inferiore a quella degli altri Paesi europei, e le difficoltà di accesso dei cittadini alle cure sono note e in aumento. Giova inoltre sottolineare che i LEA introdotti recentemente devono essere adeguatamente finanziati. Per tale motivo, parlare di aumento in termini assoluti della spesa sanitaria, quando la percentuale rispetto al PIL scenderà fino al 6,3 per cento nel 2020, significa voler mascherare una precisa scelta politica del Governo, ossia quella di non tagliare sugli sprechi, ma sulla salute;

        come emerge dal "Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all'evasione fiscale e contributiva", allegato alla presente Nota, per quanto riguarda le locazioni l'evasione tributaria (tax gap) è passata, tra il 2010 ed il 2015 da 2,3 a 1,3 miliardi di euro, mentre la propensione al gap è scesa dal 25,3 per cento al 15,3 per cento. Tale riduzione è stata favorita dall'introduzione della cedolare secca sugli affitti abitativi;

        con riguardo alla spesa pensionistica, risulta quanto mai sconcertante la previsione-già contenuta nel DEF 2017- di un'impennata di tale spesa quale conseguenza della riduzione dei flussi migratori;

        anche nella nota di aggiornamento al DEF il Governo insiste sulla teoria che se i conti sulla spesa pensionistica non tornano è perché il numero di immigrati è inferiore a quelli previsti;

        tali presupposti, del tutto errati a parere dei firmatari del presente atto, lasciano temere un nuovo giro di vite sulle pensioni nella prossima legge di bilancio, sulla falsariga di quanto avvenuto con il decreto n. 214 del 2011, invece che interventi mirati per accrescere l'occupazione, favorire il ricambio generazionale e combattere il fenomeno delle "culle vuote";

        l'errore grave, peraltro, è nel non considerare che, se un tempo l'immigrato chiamato dall'impresa col cosiddetto "decreto-flussi" poteva rappresentare una ipotetica risorsa per le casse dell'Inps, oggi la figura dell'immigrato nel nostro Paese è colui che, entrato illegalmente, vi permane in attesa di ottenere lo status di rifugiato o di profugo o altra forma di protezione internazionale e, come tale, rappresenta un costo per lo Stato, in termini di assistenza sociale, sanitaria e giudiziaria;

        in tema di pensioni, invero, il Governo dovrebbe abbassare l'età anagrafica dell'età pensionabile, atteso che l'Italia ha già abbondantemente oltrepassato la media europea nell'età pensionabile e che l'innalzamento dell'età anagrafica operato dalla riforma Fornero ha già assorbito gli eventuali ulteriori aumenti derivanti dall'adeguamento dei requisiti pensionistici all'incremento della speranza di vita;

        sul tema delle riforme nel campo della scuola, si nota che all'inizio di ogni anno scolastico migliaia di docenti assegnati nelle scuole in tutta Italia hanno fatto ritorno nelle regioni d'origine, in alcuni casi in modo definitivo, in altri con assegnazioni provvisorie legate a permessi per malattia, legge 104 (familiare con disabilità), avvicinamento per figli minori; con il risultato che all'inizio dell'anno scolastico molti presidi sono stati costretti a ricorrere a numerosi supplenti;

        i gruppi parlamentari Forza Italia e Lega Nord e Autonomie, effettuata una attenta riflessione sulla Nota di aggiornamento al DEF denunciano preoccupazioni reali, come premessa per poter procedere ad ulteriori sviluppi e confronti parlamentari, dai quali non intendano sottrarsi, nella consapevolezza dei rischi futuri che gravano sulla economia italiana,

         impegna il Governo:

        ad attuare tempestivamente ed integralmente, mediante provvedimenti ad hoc o nel primo provvedimento utile, la normativa sul federalismo fiscale, così come previsto dalla legge 5 maggio 2009, n. 42, al fine di completare l'attuazione del nuovo articolo 119 che prevede non soltanto l'equilibrio dei bilanci degli enti locali e territoriali, ma anche l'autonomia di entrata e di spesa di cui non è mai stata completata l'attuazione, come specificato in premessa;

        al fine di garantire maggior liquidità agli enti locali da impiegare nell'implementazione dei propri servizi ed investimenti, ad adottare le opportune iniziative di carattere legislativo affinché gli enti medesimi possano iscrivere, ai fine del pareggio di bilancio, una quota dell'avanzo libera, come risultato dal rendiconto dell'anno precedente, qualora utilizzata per le finalità quali: la copertura dei debiti fuori bilancio; i provvedimenti necessari per la salvaguardia degli equilibri di bilancio ove non possa provvedersi con mezzi ordinari; il finanziamento di spese di investimento o delle spese correnti a carattere non permanente; l'estinzione anticipata dei prestiti;

        ad introdurre norme aventi l'obiettivo di ridurre la pressione fiscale da record che grava su imprese e famiglie, implementando una radicale riforma del farraginoso sistema fiscale italiano, che preveda la sua totale semplificazione, l'introduzione di una imposta sul reddito basata su una singola aliquota (flat tax), il definitivo superamento delle misure di accertamento basate sui ricavi presunti, anziché su quelli effettivi, la razionalizzazione dell'arzigogolato sistema delle tax expenditures, senza aumentare la pressione fiscale, nonché l'introduzione, anche in via sperimentale, del «quoziente familiare», che considera il nucleo familiare, e non il singolo contribuente, come soggetto passivo dell'IRPEF,

         ad evitare di intraprendere qualsiasi politica volta alla distribuzione di risorse a pioggia, focalizzandosi, invece, su una strategia che si concentri esclusivamente sulle necessarie misure di carattere strutturale e permanente;

        a rinunciare definitivamente all'utilizzo di coperture aleatorie, vietate, tra le altre cose, dai regolamenti contabili, come quelle derivati da generiche "misure di contrasto all'evasione fiscale";

        a descrivere un quadro quanto più esaustivo di misure atte a stimolare la crescita, i consumi, la domanda interna e la produttività dei fattori, in particolare incentivando gli investimenti privati, la formazione e l'accesso al credito, a sostegno dello sviluppo dell'economia reale e del rilancio del sistema industriale e turistico del Paese;

        a presentare nella prossima legge di bilancio disposizioni per la riorganizzazione della spesa dei Fondi strutturali nazionali ed europei destinati al Mezzogiorno, contemplando un piano di completa revisione delle procedure e delle strutture dedicate alla assegnazione ed all'utilizzo dei Fondi europei, nell'ottica dell'attuazione di quelle politiche di adeguamento infrastrutturale indispensabili ad un piano di sviluppo del Mezzogiorno ed alla possibilità di gestire virtuosamente un panorama di competitività mediterranea sempre più complesso e ricco di sfide e di opportunità;

        a varare un piano straordinario di riduzione del debito pubblico e di valorizzazione del patrimonio pubblico, basato soprattutto su efficaci e pervasive operazioni di privatizzazione delle società a controllo pubblico e di apertura dei mercati alla concorrenza, nonché su un credibile piano di dismissioni del demanio pubblico;

         ad intraprendere misure efficaci per la lotta all'evasione fiscale, da attuarsi non attraverso minacciose operazioni di rimpatrio dei capitali dall'estero ma, soprattutto, attraverso la semplificazione degli adempimenti fiscali a carico di imprese e famiglie;

        sempre nell'ottica della lotta all'evasione fiscale, a intraprendere misure finalizzate: ad estendere il regime della cedolare secca, attualmente previsto per i canoni di locazione ad uso abitativo, anche ai canoni di locazione del settore non abitativo; ad estendere il regime della cedolare secca agli alloggi di proprietà condominiale; a prorogare a decorrere dal 2018 l'aliquota ridotta al 10 per cento prevista per i canoni concordati;

        ad adottare ogni iniziativa volta a razionalizzazione ed efficientare la spesa pubblica, attuando il piano elaborato dall'allora Commissario alla spending review Carlo Cottarelli, dando seguito a tutte le misure in esso contenute, anche aggiungendo ulteriori interventi che consentano un reale efficientamento della macchina amministrativa, implementando l'utilizzo dei fabbisogni e dei relativi costi standard a tutte le pubbliche amministrazioni, in particolar modo nel settore della sanità pubblica;

        tenuto conto delle risorse stanziate con decreto del Presidente del Consgilio dei ministri del 21 luglio 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 226 del 27 settembre 2017- riguardante il riparto del Fondo per il finanziamento degli investimenti e dello sviluppo infrastrutturale del Paese, di cui all'articolo 1, comma 140, della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (legge di bilancio 2017) - a monitorare che vi sia, in particolare, un corretto utilizzo delle risorse stanziate per gli interventi di ampliamento, riqualificazione, adeguamento e messa a norma delle strutture ospedaliere, finalizzati a perseguire l'efficienza, l'efficacia e l'economicità gestionale delle prestazioni sanitarie offerte e della sicurezza e agibilità dei luoghi di esercizio dell'attività sanitaria;

        nell'ambito della strategia di spending review, ad adottare iniziative volte a ridurre le piante organiche delle istituzioni ed enti che partecipano al bilancio consolidato della pubblica amministrazione, in conseguenza di una completa digitalizzazione della PA e di una responsabile semplificazione delle procedure a carico dei cittadini e delle imprese e a rivedere, quindi, i meccanismi stipendiali nella pubblica amministrazione al fine di valorizzare il merito e l'efficienza;

        a prevedere le necessarie coperture finanziarie per attuare il processo di cui al terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione, in primo luogo, anche in vista delle consultazioni refenderarie di Veneto e Lombardia, per tutte le Regioni che vorranno godere di maggiore competenze e funzioni legislative e finanziarie, secondo il principio della responsabilità;

        a valutare la possibilità di impiegare le risorse nazionali destinate al settore dell'immigrazione e dell'accoglienza a programmi ed interventi finalizzati, da un lato, al sostegno economico e reingresso nel mercato del lavoro a favore dei cittadini che si trovano in stato di disoccupazione e grave difficoltà economica, dall'altro, a politiche familiari e sociali indirizzate al sostegno alle famiglie e alla natalità, sia da un punto di vista di sgravi fiscali che da un punto di vista di implementazione delle infrastrutture e dei servizi offerti sul territorio;

        a pensare ad un tipo di fiscalità "formato famiglia, soprattutto a vantaggio delle famiglie più numerose, nonché ad incentivare la natalità attraverso strumenti di sostegno economici permanenti;

        a riconoscere quale priorità inderogabile nell'attuazione delle linee politico programmatiche la realizzazione di interventi in materia di servizi socio-educativi per l'infanzia finalizzati ad efficientare il funzionamento del servizio territoriale, la sua diversificazione, flessibilità e capillarizzazione sul territorio secondo un sistema articolato in cui concorrono il pubblico, il privato, il privato sociale e i datori di lavoro;

        a promuovere l'incremento delle risorse destinate al Fondo nazionale delle politiche sociali verificandone, inoltre l'equa ripartizione garantendo che in tutte le città italiane vi sia la medesima accessibilità ai servizi;

        a modificare in maniera drastica e strutturale la cosiddetta riforma Fornero delle pensioni, al fine di abbassare l'età per l'accesso al pensionamento, reinserendo il sistema delle quote e le pensioni di anzianità;

         a tener conto, nella revisione delle norme relative al sistema pensionistico, della necessità di garantire una maggiore equità tra le varie coorti, prevedendo tutele in particolare per i giovani a rischio di non poter ricevere, in futuro, un'adeguata copertura pensionistica, anche attraverso un maggior sviluppo del mercato dei fondi pensione e della previdenza complementare, ed eliminando gli ingiusti privilegi ancora esistenti;

        ad adottare ogni iniziativa volta alla rinegoziazione dei mutui contratti dagli enti locali ed aventi come controparte il Ministero dell'economia e delle finanze o la Cassa depositi e prestiti S.p.A., consentendo così di liberare risorse da destinare agli investimenti e ai servizi essenziali;

         ad assumere iniziative per rivedere i parametri per il Patto di stabilità degli enti locali, alleggerendo i vincoli riservati alle spese per investimenti;

        a disporre iniziative di riforma del sistema del credito, affinché esso possa garantire maggiore accessibilità ad imprese e famiglie, evitando di gravare tali soggetti delle proprie incapacità gestionali, attraverso l'introduzione di costi surrettizi e a garantire il risparmio, a disporre ulteriori iniziative sul mercato del risparmio per detassare i dividendi e le plusvalenze degli investimenti privati di medio e lungo periodo nelle piccole e medie aziende italiane, anche non quotate sui mercati regolamentati;

        a predisporre interventi di politica industriale e del credito volti a potenziare il settore manifatturiero e il ruolo delle piccole e medie imprese nella valorizzazione economica del territorio, sviluppando inoltre condizioni economiche più favorevoli alla creazione di impresa, riducendo drasticamente gli oneri non economici alla libera iniziativa di impresa e diminuendo al contempo l'onere della componente fiscale;

        a ridurre strutturalmente l'elevato costo del lavoro, facendolo convergere verso la media europea attraverso l'introduzione di una flate rate, in maniera da aumentare il tasso di occupazione e, contemporaneamente, garantire maggiore competitività alle nostre imprese;

         a completare, finalmente, la riforma del federalismo fiscale iniziata con l'ultimo Governo di centro-destra, che si coniughi con una efficace azione di spending review ad ogni livello di governo e con l'istituzione di forme di premialità per le Regioni più virtuose e punitive per le amministrazioni più costose, anche attraverso la previsione legislativa dell'obbligo di imposizione dei modelli più virtuosi alle Regioni più indebitate e con i costi dei servizi più alti;

        ad assumere un atteggiamento più proattivo nei riguardi delle istituzioni europee, al fine di ottenere la cancellazione di taluni vincoli di bilancio e al fine di rendersi protagonista dell'imminente processo di riforma della governance economica e finanziaria dell'Unione;

        a sostenere, con specifiche e mirate, azioni il settore agricolo prevedendo, in particolare, interventi a favore delle imprese agricole, strutturalmente sane, che si trovano in temporanea difficoltà, anche a causa di ricorrenti calamità naturali, o che siano state danneggiate da crisi di mercato, attraverso agevolazioni creditizie a fronte della realizzazione di un piano finalizzato al ripristino della redditività, tenuto conto dei limiti previsti dalla normativa comunitaria in materia di aiuti di Stato;

        a sostenere ulteriormente il settore del turismo, nonché la valorizzazione del patrimonio culturale nazionale, aumentando gli interventi volti alla sua tutela, valorizzazione e recupero, anche con l'intervento di investitori privati;

        a implementare gli interventi di prevenzione del rischio idrogeologico, prevedendo una campionatura dei comuni che autorizzano progetti di urbanizzazione in aree del proprio territorio ad alto rischio idrogeologico.

EMENDAMENTI ALLA PROPOSTA DI RISOLUZIONE N. 5 (6-00260)

5.1

MANDELLI, COMAROLI

Respinto

Alla risoluzione n. 5, negli impegni al Governo, al secondo capoverso «a provvedere con la prossima legge di bilancio», alla lettera c), aggiungere in fine le seguenti parole: «facendo convergere verso la media europea attraverso l'introduzione di una flate rate, in maniera da aumentare il tasso di occupazione e, contemporaneamente, garantire maggiore competitività alle nostre imprese».

5.2

MANDELLI, COMAROLI

Respinto

Alla risoluzione n. 5, negli impegni al Governo, al capoverso «a provvedere con la prossima legge di bilancio», dopo la lettera e), aggiungere la seguente:

            «e-bis) alla introduzione di norme aventi l'obiettivo di ridurre la pressione fiscale da record che grava su imprese e famiglie, implementando una radicale riforma del farraginoso sistema fiscale italiano, che preveda la sua totale semplificazione, l'introduzione di una imposta sul reddito basata su una singola aliquota (flat tax), il definitivo superamento delle misure di accertamento basate sui ricavi presunti, anziché su quelli effettivi, la razionalizzazione dell'arzigogolato sistema delle tax expenditures, senza aumentare la pressione fiscale, nonché l'introduzione, anche in via sperimentale, del «quoziente familiare», che considera il nucleo familiare, e non il singolo contribuente, come soggetto passivo dell'IRPEF;».

5.3

MANDELLI, COMAROLI

Respinto

Alla risoluzione n. 5, negli impegni al Governo, al secondo capoverso «a provvedere con la prossima legge di bilancio», dopo la lettera e), aggiungere la seguente:

            «e-bis) alla revisione delle norme relative al sistema pensionistico volte a garantire una maggiore equità tra le varie coorti, prevedendo tutele in particolare per i giovani a rischio di non poter ricevere, in futuro, un'adeguata copertura pensionistica, anche attraverso un maggior sviluppo del mercato dei fondi pensione e della previdenza complementare, ed eliminando gli ingiusti privilegi ancora esistenti;».

5.4

MANDELLI, COMAROLI

Respinto

Alla risoluzione n. 5, negli impegni al Governo, al terzo capoverso, alla lettera a), aggiungere in fine le seguenti parole: «e comunque in misura non inferiore al 6,5 per cento del PIL, soglia al di sotto della quale, anche secondo l'OMS, si compromette la qualità delle prestazioni erogate».

5.5

MANDELLI, COMAROLI

Respinto

Alla risoluzione n. 5, al terzo capoverso degli impegni, sostituire la lettera b) con la seguente: «b) ad abolire il meccanismo del cosiddetto "superticket", al fine di contenere i costi per gli assistiti che si rivolgono al sistema sanitario».

5.6

MANDELLI, COMAROLI

Respinto

Alla risoluzione n. 5, negli impegni al Governo, al terzo capoverso «a favorire nella legge di bilancio 2018-2020», dopo la lettera b) aggiungere la seguente:

            «c) tenuto conto delle risorse stanziate con DPCM 21 luglio 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 226 del 27 settembre 2017 - riguardante il riparto del Fondo per il finanziamento degli investimenti e dello sviluppo infrastrutturale del Paese, di cui all'articolo 1, comma 140, della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (legge di bilancio 2017) - a monitorare che vi sia, in particolare, un corretto utilizzo delle risorse stanziate per gli interventi di ampliamento, riqualificazione, adeguamento e messa a norma delle strutture ospedaliere, finalizzati a perseguire l'efficienza, l'efficacia e l'economicità gestionale delle prestazioni sanitarie offerte e della sicurezza e agibilità dei luoghi di esercizio dell'attività sanitaria;».

5.7

MANDELLI, COMAROLI

Respinto

Alla risoluzione n.5, negli impegni al Governo, al quinto capoverso, dopo le parole: «alla necessaria realizzazione degli attuali istituti», aggiungere in fine le seguenti parole: «introducendo strumenti di sostegno economici permanenti, soprattutto a vantaggio delle famiglie più numerose»

.

Allegato B

Testo integrale dell'intervento della senatrice Fucksia nella discussione del Doc. LVII, n. 5-bis

Signor Presidente, colleghi senatori, apparentemente la nota di aggiornamento rappresenta l'adeguamento autunnale delle previsioni relative alla situazione economico finanziaria del Paese descritta in primavera con il DEF

Sappiamo bene, però che la nota di variazione al DEF rappresenta qualcosa di molto più importante di un mero aggiornamento perché contiene il quadro macroeconomico di riferimento - tendenziale e programmatico - del Paese. Rappresenta, quindi, la cornice generale in cui si iscriverà la prossima legge di bilancio, che a giorni dovrà essere inviata all'Unione europea e subito dopo al Parlamento.

Preoccupa proprio il collegamento esistente tra i dati contenuti in questo documento, con le risorse (e i debiti) che saranno poi effettivamente iscritti nella legge di bilancio, perché dalla sua lettura emerge con chiarezza un fatto: il prospetto programmatico che il Governo ci sottopone è influenzato da valutazioni molto ottimistiche, temo troppo ottimistiche, sulle proiezioni di crescita del Paese.

Una considerazione preliminare: se è vero che il quadro economico internazionale è migliorato, rimane immutato il nostro annoso ritardo nei tassi di crescita rispetto alla media europea. Fatto che, per esperienza dovrebbe, suggerire una maggiore cautela nei proclami.

L'operazione che sta facendo il Governò è invece semplice ed opposta: poiché il PIL del 2017 registrerà un incremento pari all'1,6 per cento, "promette" agli italiani un ulteriore, futuro, certo e "notevole" innalzamento del PIL reale pari all'1,5 per cento per il prossimo biennio.

Eppure il Governo riporta previsioni poco rassicuranti nella Nota al DEF del seguente tenore: l'esportazione avrà un "profilo decrescente nei prossimi tre anni", per quanto riguarda il valore dell'euro, afferma che esso "si è apprezzato in confronto all'epoca del DEF, cosicché si è ipotizzato un tasso di cambio verso il dollaro di 1,19 circa per i prossimi tre anni contro l'1,06 utilizzato". Si attende quindi un aumento del valore della moneta pari circa al 10 per cento del suo valore attuale.

Certamente si potrà ancora per qualche tempo contare sull'aiuto della BCE al quale si riconosce nella nota con gratitudine il fatto che "la linea prudente sinora adottata (...) nel prospettare la possibilità di una graduale uscita dalla politica di accomodamento quantitativo (QE), fintanto che le condizioni economiche lo richiederanno, ha rassicurato i mercati" ma è certo che non ci si potrà contare ancora per molto. E se non avremo nel frattempo messo in ordine i conti le future possibilità di risanamento pubblico saranno ancor più gravose.

Il Governo si dimostra molto ottimista anche sul fronte dell'inflazione affermando che: "la crescita dei prezzi si sta muovendo nella direzione auspicata dalla banca centrale raggiungendo l'obiettivo di portare l'inflazione stabilmente in prossimità del 2 per cento".

Questi dati sono però contraddittori. Certamente la sorveglianza della BCE sullo spread dei titoli del debito pubblico ci ha molto aiutati, e molto ci aiuterà ancora per rifinanziare il debito a tassi bassissimi, ma appare inverosimile quanto affermato per l'inflazione, che solo pochi mesi fa era stimata nel DEF per un valore pari allo 0,6 per cento mentre nella nota di aggiornamento improvvisamente si considera quasi raggiunto l'obiettivo fissato dalla BCE, pari al 2 per cento.

Si consideri che l'aumento dell'inflazione è un fattore determinante per l'incremento del PIL nominale ma, come detto, non crediamo che ciò possa realizzarsi.

E non sono numeri di poco conto poiché si "conta" su un incremento del PIL nominale pari al 2,1 per cento per il 2017, del 3,1 per cento per 2018 e del 3,4 per cento per biennio 2019 e 2020.

Inoltre l'apprezzamento dell'euro, già in atto, farà diminuire non solo le nostre esportazioni, quindi il PIL reale, ma anche la crescita europea alla quale ci siamo faticosamente agganciati e dalla quale in gran parte dipendiamo.

Queste misure non ci pare consentano al Governo di prospettare una stabilizzazione del rapporto debito-PIL nel medio periodo e una sua riduzione poi. Eppure nella Nota si legge che il rapporto dovrebbe raggiungere il 131,6 per cento nel 2017 per scendere al 129,9 per cento nel 2018 e arrivare all'obiettivo del 123,9 per cento nel 2020 con un deficit pari a zero.

Una cosa invece appare certa: come già negli anni precedenti, le clausole di salvaguardia rappresentate dall'aumento dell'IVA, non scatteranno.

Ciò è in sé un bene, ma aver scongiurato l'aumento delle imposte sui consumi non significa che tutto vada bene. Come al solito nella legge di bilancio si preferirà ricorrere per 10 miliardi all'aumento del deficit, che continuerà a far aumentare il debito pubblico senza alcuna generosità ne equità verso le future generazioni.

È stato lo stesso Ministro dell'Economia ad aver assicurato la disattivazione delle clausole di aumento dell'IVA, le cui coperture sono state indicate per uno 0,5 per cento derivante dell'aumento del PIL e in altre risorse derivanti dalle entrate fiscali (sarebbe auspicabile che esse possano derivare dall'aumento della produzione venduta e non dall'aumento dell'imposizione fiscale) mentre l'unico dato che appare sicuro è l'ulteriore ricorso al deficit spending.

Le restanti risorse necessarie si reperiranno solo per un tezo tagliando la spesa pubblica mentre per i restanti due terzi si aumentano le tasse. Dalla nota si evince nel dettaglio chi saranno disponibili 6 miliardi di euro da entrate fiscali e 2,5 miliardi derivanti dal taglio della spesa.

Noi non crediamo che il Paese possa ridurre il rapporto debito/PIL e far ripartire sul serio l'economia ricorrendo a spese in deficit e a un contemporaneo aumento della pressione fiscale.

Lo stesso ufficio parlamentare di bilancio ha espresso perplessità sui numeri dati dal Governo sottolineando che, in base alle informazioni disponibili, c'è un rischio elevato di revisione al ribasso dei valori forniti dal Governo relativi al prossimo anno.

Ritiene possibile e auspicabile una programmazione degli andamenti di finanza pubblica più credibile e meglio definita. Ciò richiederebbe di evitare di fare ancora affidamento sulle clausole di salvaguardia mentre la programmazione interpreta le regole di bilancio in modo troppo flessibile e ciò si tradurrà nel mancato rispetto della regola sul saldo strutturale e sulla spesa. Per il 2018, si dovrebbe prevedere un ulteriore aggiustamento, pari allo 0,3 per cento strutturale, mentre il rischio è che per il 2019 ci possa essere una deviazione ancora maggiore e significativa rispetto a quanto previsto.

Per quanta riguarda il debito in rapporto al PIL, la riduzione prevista dalla Nota di aggiornamento non appare sufficiente ad assicurare il rispetto dell'obiettivo entro il 2020.

Questo il parere del "Guardiano dell'affidabilità dei conti".

Naturalmente lo scenario descritto non "promette bene" per il lavoro, per aumentare la produttività delle imprese e l'aumento degli assunti. Abbiamo già detto della riduzione delle esportazioni, che in questi anni di crisi hanno consentito la resistenza del sistema imprenditoriale. L'unica soluzione è quindi quella della ripresa della domanda interna per investimenti. Il Governo prevede un aumento delle spese in macchinari per i quali ricorre a incentivi, a cui aggiunge la speranza che riparta il mercato immobiliare.

Ebbene, attendere da questi comparti una crescita della capacità produttiva, una crescita del lavoro che sia in gradi di far aumentare il PIL dell'1,5 per noi rimane una pia illusione.

Serve invece una decisa riduzione del costo del lavoro, una fiscalità meno opprimente che consenta di liberare energie, distribuire reddito, favorire i consumi, gli acquisti, nuova produzione, nuovo lavoro e così via.

La scelta è stata invece opposta.

Chiudo, Presidente, con un argomento che mi sta particolarmente a cuore, la sanità.

Dalla lettura della nota si conferma il trend di riduzione delle risorse destinate al servizio sanitario nazionale. Alla fine del periodo di riferimento pluriennale di riferimento, i fondi destinati alla sanità saranno ridotti di una ulteriore quota del 6,3 per cento del PIL, portando tutto il Paese, e Roma in questi giorni ha testimoniato le estreme difficoltà in cui versa la stessa capitale ben al di sotto della soglia di allarme fissata dall'organizzazione mondiale della sanità.

Il rischio concreto è quello di ridurre, non solo la qualità dell'assistenza e l'accesso alle cure, ma anche l'aspettativa di vita delle persone.

Le risorse finanziarie nel loro ammontare complessivo destinate alla sanità pubblica non aumentano, nonostante l'estrema necessità oggettiva e percepita, infatti la nota di aggiornamento non prevede alcuna variazione rispetto ai valori di aprile, stimando in soli 114,138 miliardi di euro la spesa pubblica sanitaria per l'anno 2017, 115,068 miliardi per il 2018, 116,105 per il 2019 e 118,570 miliardi per il 2020.

Il dato è preoccupante sia per i valori assoluti disposti a favore della sanità, che per la prassi che si è seguita negli ultimi anni.

Mi riferisco al fatto che, da quando è iniziata la crisi economica, la sanità ha sempre ricevuto importi minori rispetto a quelli previsti nel DEF e negli aggiornamenti. Si eroga sempre meno di quanto disposto.

La stessa Corte dei conti con i suoi rilievi ha sollevato più volte la questione. Spero che ciò non abbia più a ripetersi perché ulteriori tagli alla sanità, specie se surrettizi, non rappresentano risparmi ma ferite ulteriori arrecate al corpo e all'anima dei malati.

Dopo anni di erosione di risorse da questo settore, letteralmente vitale, a causa della crisi economica, oggi temiamo che la pratica del finanziamento insufficiente divenga un male endemico.

Ci troviamo innanzi a un paradosso: la programmazione sanitaria sembra scollegata da quella finanziaria: astrattamente i cittadini italiani dispongono di una serie di tutele e garanzie che ci fanno apparire in possesso dei livelli essenziali di assistenza tra i più efficaci d'Europa, ma al tempo stesso la nostra sanità è agli ultimi posti per finanziamento pubblico e quindi non ha le risorse necessarie a garantire un diritto pieno ed effettivo alla salute.

I LEA rischiano di trasformarsi in mera propaganda. Il nostro Paese ha delle liste d'attesa che consentono alle malattie di fare il proprio decorso incontrastate, si è registrato un aumento della spesa sanitaria privata a vantaggio dei soli pochi cittadini abbienti e per i tanti, troppi cittadini malati e poveri, non è rimasta che una scelta obbligata: la rinuncia alle cure.

Un motto popolare recita: Chi è sano non sa quanto sia ricco.

Auguro quindi a tutti gli italiani di rimanere in buona salute, perché la classe politica che ci dirige appare se non malata almeno povera, e non mi riferisco alla sola povertà dei soli mezzi, ma anche alla povertà di visione politica, di coraggio, di lungimiranza, di senso di giustizia, Povera di pietas!

Eppure io spero, spero ancora che ci sia in Parlamento, in occasione dell'approvazione della prossima legge di bilancio, la maggioranza tra noi che possa e voglia avere uno moto di umanità e ricordare che non si possono separare i problemi sociali da quelli sanitari per tornare a comportarci, in scienza e coscienza, a vantaggio del bene di chi ne ha più bisogno: i malati.

Testo integrale dell'intervento della senatrice Vicari nella discussione del Doc. LVII, n. 5-bis

La ripresa dell'economia italiana si è rafforzata a partire dall'ultimo trimestre del 2016 in un contesto di crescita più dinamica a livello europeo e globale. Ciò emerge sia dai dati di prodotto interno lordo, sia da quelli di occupazione e ore lavorate. Nei tre trimestri più recenti il PIL reale è aumentato a un ritmo congiunturale di circa il 0,4 per cento; il tasso di crescita tendenziale nel secondo trimestre ha raggiunto 1'1,5 per cento. Sul fronte del lavoro, nella prima metà dell'anno gli occupati sono cresciuti dell'1,1 per cento su base annua, mentre le ore lavorate sono aumentate del 2,8 per cento. Questo quadro promettente consente di innalzare la previsione di crescita del PIL reale per il 2017 dall'1,1 per cento del Documento di Economia e Finanza (DEF) di aprile all'1,5 per cento di oggi.

Un altro fattore determinante dell'attuale congiuntura favorevole è l'effetto cumulato delle riforme strutturali intraprese negli ultimi anni, da quella della pubblica amministrazione, a quella del mercato del lavoro, a quella della finanza per la crescita, fino ad arrivare a quelle relative all'efficienza del fisco e alla giustizia.

Nello scorso mese di agosto, per la prima volta in Italia, è stata approvata la legge annuale per il mercato e la concorrenza, che introduce significative novità in tema di servizi finanziari, assicurativi e professionali, mercato dell'energia, poste e telecomunicazioni, turismo e farmacie; l'obiettivo del provvedimento è di rilanciare la modernizzazione dei comparti coinvolti, stimolare la produttività e la crescita, consentendo ai consumatori di avere accesso a beni e servizi a costi inferiori.

Questo scenario non nasce dal nulla ma è frutto di oltre quattro anni di scelte politiche mirate e lungimiranti che ci permettono, oggi, sulla base dei segnali incoraggianti degli anni scorsi, di affrontare il futuro non più col semplice ottimismo ma con la certezza di aver intrapreso la strada giusta.

Nei prossimi mesi si attuerà, ad esempio, l'apertura a investitori italiani ed esteri di settori quali le farmacie e gli studi legali, un punto, questo, sul quale Alternativa popolare si è battuta strenuamente durante questi anni al governo, riuscendo ad indirizzare, molto spesso in maniera determinante, le politiche del governo nel settore delle professioni, riuscendo così, finalmente, ad indurre i nostri partner di governo a superare quella diffidenza verso questo molto che è costata al Paese e a un settore fondamentale del nostro Pil un ingiustificabile ritardo.

Un'ulteriore spinta all'economia potrà derivare dagli investimenti pubblici. Il Governo è da tempo all'opera per promuovere un'inversione di tendenza degli investimenti pubblici. Ciò affinché venga non solo stimolata la domanda aggregata, ma migliori anche il potenziale di crescita dell'economia attraverso infrastrutture più moderne, efficienti e sostenibili, nonché attività di ricerca e sviluppo. Anche su questo tema, inutile ricordarlo, la nostra cultura liberale, contraria ad investimenti pubblici a pioggia e senza alcun criterio, ha evitato il ripetersi dello sperpero di risorse pubbliche messo in atto negli anni passati. Nonostante il periodo post-crisi, grazie ad un intelligente ri-allocamento delle risorse destinate alla crescita, siamo riusciti ad portare avanti un piano di investimenti pubblici mirati e sulla base delle reali esigenze dei settori e dei territori ai quali sono rivolti.

Le relative clausole di salvaguardia sono state modificate con la manovra di primavera, riducendone l'importo rispetto alla Legge di Bilancio 2017 in misura che varia fra 3,8 miliardi nel 2018 e 4,4 miliardi nel 2019. L'impatto negativo sul PIL è quindi lievemente inferiore rispetto alle previsioni di aprile, soprattutto nel 2018. La nuova previsione tendenziale del PIL per il 2018 riflette anche il maggior effetto di trascinamento derivante dalla revisione al rialzo del profilo trimestrale di crescita reale durante il 2017, il quale vale circa 0,1 punti percentuali di crescita. Chiaramente l'azione del Governo e della maggioranza sarà rivolta alla disattivazione delle suddette clausole relativamente all'anno 2018.

Nel primo semestre dell'anno, in coerenza con il quadro programmatico di finanza pubblica del DEF 2017, il Governo ha adottato alcuni provvedimenti con carattere di urgenza che associano misure di consolidamento degli andamenti di finanza pubblica a interventi per la ricostruzione dei territori interessati dagli eventi sismici del 2016 e del 2017, nonché iniziative per gli Enti territoriali, per il rilancio della crescita economica nel Mezzogiorno e per la gestione del fenomeno migratorio.

Nel complesso, tali provvedimenti comportano un miglioramento dell'indebitamento netto di 3,1 miliardi nel 2017, di circa 2,8 miliardi in termini di fabbisogno e 2,5 miliardi in termini di saldo netto da finanziare. Tenuto conto del carattere una tantum di alcune misure recate dal decreto-legge n. 50/2017, per l'anno 2017, il miglioramento del saldo strutturale di bilancio risulta pari a circa lo 0,2 per cento del PIL (3,4 miliardi). Negli anni successivi sono attesi lievi effetti migliorativi per tutti i saldi di finanza pubblica.

Le risorse reperite in termini di manovra lorda (maggiori entrate e minori spese) ammontano a 5,2 miliardi nel 2017, 10,2 miliardi nel 2018, 10,1 miliardi nel 2019 e 7,4 miliardi nel 2020. Nel periodo considerato, circa il 90 per cento delle risorse è ottenuto attraverso disposizioni per il recupero della base imponibile e l'accrescimento della fedeltà fiscale (ad esempio, gli incassi dall'attività di contrasto all'evasione per il 2017 è maggiore degli incassi realizzati nel 2016 per circa 2,62 miliardi, attestandosi a quota 14,1 miliardi di euro). Si tratta, in particolare, dell'estensione del meccanismo dello split-payment a tutta la pubblica amministrazione, ai professionisti, alle controllate dalla pubblica amministrazione centrale e locale nonché alle società quotate in borsa e delle disposizioni che mirano a limitare gli abusi dell'istituto delle compensazioni fiscali. Dal lato della spesa, contribuisce al finanziamento degli interventi la riduzione delle spese di parte corrente con le misure di contenimento della spesa dei Ministeri e le riduzioni delle dotazioni finanziarie di alcuni fondi del bilancio dello Stato.

Per il patrimonio immobiliare, il Piano di valorizzazione del Governo si sviluppa secondo due principali direttrici: i) la messa a reddito dei cespiti più appetibili, attraverso variazioni nella destinazione d'uso degli immobili e il loro conferimento a Fondi di gestione del risparmio per la successiva cessione sul mercato; ii) una gestione economica più efficiente degli immobili utilizzati per fini istituzionali, attraverso la razionalizzazione degli spazi utilizzati e una più attenta verifica sulla congruità dei canoni di locazione.

Per quanto riguarda le privatizzazioni, con riferimento alle società direttamente o indirettamente controllate dallo Stato, il Ministero dell'economia rivede a 0,2 punti percentuali di PIL l'obiettivo di proventi per il 2017 e conferma il perseguimento - nei prossimi anni - dell'obiettivo annunciato di introiti annui da privatizzazioni nell'ordine di 0,3 punti percentuali di PIL. Come noto, peraltro, sono in corso alcuni aggiornamenti di vari piani industriali per effetto dell'imminente incorporazione di Anas nel gruppo Ferrovie dello Stato nonché dell'insediamento del nuovo vertice di Poste Italiane.

Risultati che incoraggiano a proseguire il percorso intrapreso per rafforzare ulteriormente una ripresa dell'economia italiana che, dopo anni di profonda recessione, si è manifestata nel 2014, consolidata nel biennio 2015-2016 e ha, infine, preso vigore nell'anno in corso, anche in virtù di un contesto di crescita più dinamica a livello europeo e globale, mostrando crescenti segnali di irrobustimento strutturale.

Su questi e su molti altri obiettivi centrati Alternativa Popolare ha investito tutte le proprie energie, garantendo a questo Governo una maggioranza in grado di porre in essere tutti quei provvedimenti normativi che, a più di quattro anni di distanza dall'aprile 2013, consegnano agli italiani un quadro sensibilmente migliorato rispetto alle difficili condizioni politiche, economiche e sociali di partenza.

La crescita del PIL negli ultimi trimestri ha sorpreso al rialzo, le esportazioni di beni e gli afflussi turistici hanno accelerato e la graduale ripresa degli investimenti fornisce nel complesso segnali incoraggianti, particolarmente evidenti nella recente impennata di produzione e aspettative nel comparto dei beni strumentali.

Continua, inoltre, la crescita dell'occupazione, che si è portata al di sopra delle 23 milioni di unità, una soglia precedentemente oltrepassata solo nel 2008; negli ultimi tre anni sono stati creati circa 900.000 posti di lavoro, oltre la metà dei quali a tempo indeterminato. I dati più recenti indicano un ulteriore rafforzamento della crescita nella seconda metà dell'anno. Le prospettive dell'economia beneficiano della rinnovata fiducia degli operatori e del sensibile miglioramento del settore del credito, favorito dagli interventi intrapresi dal Governo per riportare il sistema bancario verso una situazione di normalità. La stima aggiornata del tasso di crescita risulta pari all'1,5 per cento sia nel 2017 sia nel 2018.

Il debito pubblico, che pesa sulle prospettive della comunità nazionale e sui margini di manovra dei governi, ha finalmente invertito la tendenza che tra il 2008 e il 2014 ha fatto registrare un incremento in rapporto al prodotto di circa il 30 per cento (dal 99,8 per cento del 2007 al 131,8 per cento): già nel 2015 l'ISTAT ha registrato la prima flessione dopo sette anni di aumenti ininterrotti. Per il 2017 si stima una riduzione rispetto al 2016 e per il 2018 la discesa alla soglia del 130 per cento.

A tutti questi risultati ha contribuito, a partire dal 2014, una strategia di politica economica i cui pilastri sono:

• la progressiva diminuzione della pressione fiscale (scesa di circa un punto percentuale tra 2013 e 2016), conseguita mediante gli interventi di riduzione dell'IRES e dell'Irpef ai lavoratori con remunerazioni più basse, la cancellazione della componente Irap sul lavoro dipendente, dell'IMU sui beni strumentali imbullonati e sui terreni agricoli, dell'imposta sulla casa di proprietà e residenza (TASI). Si stima che per effetto di questi interventi i contribuenti italiani pagheranno, rispetto al 2013, minori imposte per circa venti miliardi di euro;

• una serie coordinata di incentivi agli investimenti privati (il piano industria 4.0) che hanno spinto le imprese ad accrescere la propria capacità produttiva in un momento in cui maggiori opportunità possono essere colte a livello internazionale;

• un ampio insieme di riforme strutturali;

• il contrasto alla povertà e alla disuguaglianza;

• l'oculata gestione delle finanze pubbliche, la cui sostenibilità mira a contenere l'onere del debito e a preservare la stabilità finanziaria;

• le misure di finanza per la crescita, che contribuiscono ad accrescere e diversificare i flussi finanziari a disposizione dell'economia reale e dei comparti più innovativi.

La spesa per investimenti privati e pubblici è prevista in aumento di circa 4 miliardi tra il 2016 e il 2019, e questa tendenza andrà rafforzata in futuro. A tal fine, particolare valenza ha assunto:

i) la previsione di un fondo da ripartire per il rilancio degli investimenti infrastrutturali, che dispone di una dotazione complessiva di risorse pari a 47,5 miliardi da utilizzare in un orizzonte pluriennale compreso tra il 2017 e il 2032;

ii) l'abolizione del Patto di stabilità interno, che limitava le capacità di intervento degli enti locali;

iii) la riforma del codice degli appalti, affinata che aiuterà a gestire in modo più trasparente ed efficiente gli appalti pubblici.

Per il 2018 la politica di bilancio continuerà a iscriversi nella strategia che a partire dal 2014 ha assicurato una costante riduzione del rapporto deficit/PIL, la stabilizzazione del debito nonché, nel 2015 e poi di nuovo nel 2017, la sua riduzione. In considerazione del miglioramento delle finanze pubbliche, l'obiettivo di indebitamento netto viene posto per il 2018 all'1,6 per cento, garantendo un'accelerazione del processo di riduzione del deficit e un aggiustamento strutturale dello 0,3 per cento. La prosecuzione del percorso di riduzione del disavanzo negli anni successivi punta al conseguimento del sostanziale pareggio di bilancio nel 2020 e all'accelerazione del processo di riduzione del rapporto debito/PIL, che si porterebbe al 123,9 per cento nel 2020.

Sterilizzate le clausole di salvaguardia, le risorse disponibili, seppur limitate dall'esigenza di stabilizzazione delle finanze pubbliche e di accelerazione del processo di riduzione del debito, verranno impiegate in scelte selettive privilegiando il sostegno: i) dell'occupazione giovanile; ii) degli investimenti pubblici e privati; iii) del potenziamento degli strumenti di lotta alla povertà.

La principale sfida per la politica economica è trasformare l'attuale fase di uscita dalla crisi in una ripresa robusta e strutturale, che permetta all'Italia di superare definitivamente una prolungata stagione caratterizzata dal ristagno della produttività e della crescita. Il percorso da compiere è ancora lungo, benché alcune riforme comincino a produrre effetti concreti. Per citare alcuni esempi, il mercato del lavoro a partire dal 2015 è divenuto più dinamico con l'introduzione del Jobs Act. La realizzazione di un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita, accompagnandosi alla riduzione della pressione fiscale alle famiglie e alle imprese, ha accresciuto il grado di cooperazione tra contribuenti e amministrazione tributaria, semplificato e reso più certo il sistema tributario, innalzato la tutela dei diritti dei contribuenti.

Famiglie, imprese, lavoratori oggi, grazie a questo intenso e complesso lavoro, possono guardare il passato come un lontano ricordo. L'Italia è ripartita e cresce di nuovo, nonostante le enormi difficoltà che, in partenza, potevano far temere il contrario. Grazie a tutta questa lunga serie di riforme e investimenti ci apprestiamo a consegnare al prossimo Parlamento un'Italia non solo più stabile e più florida ma con reali prospettive di miglioramento. Una sfida che sembrava impossibile e che, pure, siamo riusciti a vincere, superando storiche quelle contrapposizioni ideologiche che per anni hanno ingessato la nostra economia a schemi ormai, finalmente, davvero superati.

VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Alicata, Anitori, Bubbico, Candiani, Capacchione, Cattaneo, Chiavaroli, Chiti, Della Vedova, De Poli, D'Onghia, Formigoni, Gentile, Monti, Napolitano, Nencini, Olivero, Pepe, Piano, Pizzetti, Rubbia, Ruvolo, Sangalli, Stucchi e Zuffada.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Lanzillotta, per attività di rappresentanza del Senato (dalle ore 10.30); Scilipoti Isgrò, per attività della 13a Commissione permanente; Amoruso, per attività dell'Assemblea parlamentare del Mediterraneo; Compagna e Divina, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).

Disegni di legge, assegnazione

In sede referente

2ª Commissione permanente Giustizia

Sen. Fucksia Serenella

Riforma della disciplina delle professioni intellettuali e tecniche in materia di equo compenso, definizione, armonizzazione normativa e libera concorrenza (2732)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 6° (Finanze e tesoro), 7° (Istruzione pubblica, beni culturali), 10° (Industria, commercio, turismo), 11° (Lavoro, previdenza sociale), 14° (Politiche dell'Unione europea)

(assegnato in data 04/10/2017)

13ª Commissione permanente Territorio, ambiente, beni ambientali

Sen. Arrigoni Paolo ed altri

Modifiche al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, concernenti autorizzazione paesaggistica e attività edilizia nei casi di dichiarazione dello stato di emergenza (2919)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 5° (Bilancio), 7° (Istruzione pubblica, beni culturali)

(assegnato in data 04/10/2017).

Disegni di legge, presentazione del testo degli articoli

In data 04/10/2017 la 2ª Commissione permanente Giustizia ha presentato il testo degli articoli proposti dalla Commissione stessa, per i disegni di legge:

"Modifiche alle disposizioni per l'attuazione del codice civile in materia di determinazione e risarcimento del danno non patrimoniale" (2755)

(presentato in data 24/03/2017)

C.1063 approvato dalla Camera dei deputati.

Mozioni

D'AMBROSIO LETTIERI, Mario FERRARA, ZIZZA, LIUZZI, PERRONE, DI MAGGIO, TARQUINIO, BRUNI - Il Senato,

premesso che:

gli antibiotici, nella terminologia corrente, sono sostanze, elaborate da microrganismi viventi o prodotte in laboratorio, in grado di determinare la morte dei batteri o di rallentarne o impedirne la proliferazione;

essi sono indicati per la cura di un ampio spettro di infezioni, ivi incluse quelle provocate da molti batteri diversi e quelle di cui non si conosce il batterio responsabile;

premesso, inoltre, che:

la ricerca farmaceutica, pur avendo già individuato e consentito l'utilizzo di tantissime molecole antibatteriche per la cura di molte patologie, prosegue ininterrottamente e con grande impegno per individuare altre e più specifiche sostanze in grado di debellare le infezioni con un minor grado di tossicità e un più elevato livello di efficacia;

i batteri, tuttavia, hanno sviluppato, a loro volta, nuove modalità biologiche di difesa, quali modificazioni genetiche e variazioni biochimiche, per "resistere" agli effetti indotti dai farmaci antibiotici;

uno dei principali fattori di "resistenza" dei batteri agli effetti dei farmaci antibiotici è dato dall'uso improprio degli antibiotici medesimi ovvero dal loro utilizzo in dosi o per periodi di tempo differenti rispetto a quelli di prescrizione;

detto fenomeno di "farmaco-resistenza" costituisce un enorme ostacolo per il controllo delle infezioni batteriche e, in conseguenza, rappresenta una vera e propria emergenza sanitaria;

considerato che:

nel mese di giugno 2017, la Commissione europea ha pubblicato "A European one health action plan against antimicrobial resistance" (AMR);

esso persegue l'obiettivo di supportare i singoli Paesi ad implementare le politiche nazionali per il contrasto all'antibiotico-resistenza, in modo da superare le differenze fra Stati, sostenere la ricerca, lo sviluppo e l'innovazione per promuovere politiche basate su dati scientifici e intensificare l'impegno della UE nella lotta contro la "farmaco-resistenza" a livello internazionale, al fine di limitarne i danni a livello globale;

lo scorso mese di luglio è stato reso noto un rapporto congiunto dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), dell'Agenzia europea dei medicinali (Ema) e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) che documenta i dati relativi al consumo di antibiotici in Europa e al fenomeno di "antibioticoresistenza" per gli anni 2013-2015;

detto rapporto, oltre a confermare il legame, già noto, esistente tra consumo di antibiotici e resistenza agli antibiotici (sia nell'essere umano che negli animali destinati alla produzione alimentare), evidenzia le notevoli differenze esistenti riguardo all'utilizzo di antibiotici negli animali e nell'uomo pur in rapporti differenti nei diversi Paesi dell'Unione europea;

considerato, inoltre, che:

il rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità "Antibacterial agents in clinical development" (2017) analizza il fenomeno dell'antibiotico-resistenza;

l'Oms evidenzia che le misure fin qui messe in campo per contrastare le infezioni antibiotico-resistenti sono insufficienti in quanto i nuovi antibiotici, pochi, seguono un percorso di ricerca e studio assai lenti rispetto gli agenti patogeni, che, al contrario, sviluppano le difese di contrasto all'antibiotico in maniera assai rapida;

secondo il citato rapporto dell'Oms, dal mese di maggio 2017 ad oggi sono stati sviluppati 51 antibiotici e 11 farmaci biologici (prodotti medicali ottenuti da organismi viventi), ma molti di questi sono varianti di sostanze già esistenti e, quindi, in prospettiva, avranno un'efficacia assai limitata, in considerazione del fatto che i batteri svilupperanno rapidamente nuove forme di difesa sempre più efficaci;

l'Oms ha stilato, inoltre, una lista di batteri resistenti agli antibiotici: tra questi vi sono i batteri responsabili delle infezioni ai pazienti intubati o con cateteri e diversi batteri patogeni, che causano alcune forme di tubercolosi, patologia che è causa di morte per 250.000 persone all'anno in tutto il mondo;

secondo i risultati dell'analisi condotta dall'Oms, nel mondo, ogni anno, complessivamente, circa 700.000 persone muoiono a causa di microrganismi multiresistenti; la cifra, secondo le stime, nel 2050 potrebbe aumentare fino a 10 milioni di decessi all'anno;

il direttore generale dell'Oms ha affermato che "la resistenza antimicrobica è un'emergenza sanitaria globale che seriamente pregiudicherà i progressi della medicina moderna. C'è urgente bisogno di maggiori investimenti in ricerca e sviluppo per le infezioni resistenti agli antibiotici, inclusa la tubercolosi, altrimenti saremo costretti a ritornare a un momento in cui le persone temevano le infezioni comuni e rischiavano la vita anche per interventi di chirurgia minore";

considerato, infine, che:

l'allarme sulla resistenza agli antibiotici riguarda anche i bambini; su 4 milioni di decessi in epoca neonatale che avvengono ogni anno nel mondo, circa 1,5 milioni sono dovuti a patologie infettive causate da microrganismi multiresistenti, primi fra tutti quelli che causano alcune forme di tubercolosi;

la Società italiana di neonatologia (Sin), già un anno addietro, aveva sottolineato come "la sempre più frequente presenza di microrganismi multiresistenti fosse un pericolo estremamente grave per i piccoli pazienti che deve essere affrontato su due fronti: l'impegno delle case farmaceutiche nell'attività di ricerca e il rafforzamento della prevenzione, soprattutto attraverso un uso responsabile degli antibiotici";

secondo la Società italiana di neonatologia, inoltre, "l'Italia è tra i Paesi più a rischio, perché è tra quelli dove c'è un eccessivo uso di antibiotici con conseguente aumento di batteri resistenti. La scelta di prescrivere o non prescrivere gli antibiotici da parte del pediatra può essere a volte molto difficile. In generale si può dire che se da un lato è vero che è necessario e urgente ridurre l'uso inappropriato di antibiotici, e l'ideale sarebbe poter sempre iniziare un trattamento antibiotico sulla base di esami colturali, a volte, quando i dati clinici e di laboratorio lo richiedono, deve essere messa in atto una terapia empirica";

la stessa Società sottolinea che specialmente negli ospedali, dove i batteri possono diffondersi molto rapidamente, anche da ospedale a ospedale, e diventare resistenti agli antibiotici in tempi brevi, dovrebbero essere attuate tutte le strategie preventive per ridurre i rischi con particolare attenzione al lavaggio delle mani e all'utilizzo di programmi di antibiotic stewardship;

rilevato che:

per contrastare la minaccia legata alla resistenza agli antibiotici, l'Oms e la Drug for negletected disease initiative (DndiI) hanno istituito il cosiddetto Gardp (global partnership per la ricerca e lo sviluppo di antibiotici);

lo scorso 4 settembre la Germania, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, il Sudafrica, la Svizzera, il Regno Unito, l'Irlanda del Nord e il centro di ricerca londinese "Wellcome Trust" hanno stanziato oltre 56 milioni di euro per finanziare il progetto di ricerca;

secondo il direttore del programma globale di tubercolosi dell'Oms, occorrerebbero oltre 800 milioni di dollari all'anno per finanziare la ricerca di nuovi farmaci antitubercolici;

rilevato, inoltre, che:

lo scorso 13 settembre è partita una nuova joint action sull'antibiotico-resistenza a cui partecipano oltre 44 partner europei, ivi inclusa l'Italia tramite l'Istituto superiore di sanità e l'università di Foggia;

il 18 novembre 2017 si celebra in tutta Europa la Giornata europea sull'uso consapevole degli antibiotici organizzata dall'European center for disease prevention and control (Ecdc) per informare la popolazione sul fenomeno della resistenza agli antibiotici e sul loro utilizzo appropriato;

la settimana dal 13 al 19 novembre 2017, inoltre, si svolge la settimana mondiale per l'uso prudente degli antibiotici;

preso atto che:

la resistenza dei batteri agli antibiotici oggi conosciuti e disponibili costituisce una delle più gravi minacce alla salute dell'uomo;

ad oggi, come confermato dal rapporto dell'Oms, sono necessari nuovi ed efficaci trattamenti per diverse patologie, ivi inclusa la tubercolosi, che necessita, per essere debellata, di ben tre trattamenti antibiotici combinati fra loro;

preso atto, infine, che a parere dei proponenti del presente atto di indirizzo occorrerebbe anche predisporre interventi in favore di un'accurata attività di prevenzione e monitoraggio delle infezioni, nonché prevedere adeguate campagne informative sull'uso appropriato e responsabile degli antibiotici utilizzati dagli esseri umani e di quelli impiegati nel comparto agricolo e in quello animale,

impegna il Governo:

1) a porre in essere un'accurata attività di monitoraggio delle infezioni causate da batteri che delinei chiaramente quali e quante siano in Italia le infezioni antibiotico-resistenti;

2) a prevedere dettagliate campagne educativo-informative sull'utilizzo corretto e appropriato degli antibiotici, attraverso tutti i mezzi di comunicazione maggiormente diffusi, la rete dei medici di medicina generale e dei pediatri e la rete delle farmacie dislocate sul territorio nazionale, le organizzazioni e le società del comparto sanitario, agricolo e dell'artigianato, nonché le associazioni delle imprese;

3) a prevedere adeguati e congrui stanziamenti da destinare al progetto di "global partnership" citato e ai progetti di ricerca sui batteri antibiotico-resistenti ad oggi in corso di svolgimento nel nostro Paese;

4) ad attivarsi nelle sedi europee ed internazionali preposte al fine di promuovere la partecipazione di altri Paesi al progetto di global partnership;

5) a programmare ed avviare una sorta di partnership tra pubblico e privato al fine di pervenire in tempi più rapidi e con maggiore efficacia all'individuazione di nuovi antibiotici;

6) a prevedere adeguati programmi di antibiotic stewardship per tutte le strutture sanitarie, pubbliche e private, dislocate sull'intero territorio nazionale;

7) a prevedere un programma di informazione ad hoc in vista della giornata e della settimana dedicate all'uso consapevole e prudente degli antibiotici;

8) ad avviare una seria attività di monitoraggio e controllo sul corretto ed appropriato utilizzo di farmaci antibiotici negli allevamenti di animali e nelle coltivazioni intensive;

9) a concordare con i rappresentanti di ciascun settore produttivo le forme di incentivazione più vantaggiose ed opportune per favorire la produzione biologica.

(1-00840)

Interpellanze

GIOVANARDI, GASPARRI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che, per quanto risulta agli interpellanti:

è stata costituita l'associazione "Insegnanti per la cittadinanza" promossa da Franco Lorenzoni, a cui hanno aderito 4.500 insegnanti, 840 dei quali sono legittimamente in sciopero della fame per chiedere l'approvazione della legge sulla cittadinanza dei bambini, figli di genitori stranieri, che frequentano le scuole italiane;

l'associazione ha organizzato in tutta Italia attività nelle singole classi, ma anche a livello di istituto e di manifestazioni pubbliche, che coinvolgono direttamente i bambini delle scuole primarie di secondo grado (ex scuole elementari), che sarebbero indottrinati sulla delicatissima questione, attualmente all'attenzione del Parlamento, soltanto secondo il punto di vista dell'associazione,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda assumere per contrastare tale a parere degli interpellanti inquietante occupazione degli spazi scolastici, che va ben al di là della libertà di insegnamento del singolo docente, strumentalizzando a giudizio degli interpellanti in maniera inaccettabile bambini dai 6 ai 10 anni.

(2-00481)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

ARRIGONI - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

il 27 settembre 2017 la squadra mobile della Polizia di Stato di stanza a Lecco ha arrestato il trentenne nigeriano Thomas Emevor, dando esecuzione ad uno specifico mandato europeo, spiccato in ragione dell'accusa rivoltagli di appartenere ad un'organizzazione dedita al traffico di esseri umani;

in particolare, si imputa ad Emevor l'organizzazione dell'arrivo in Italia di connazionali provenienti dalla Libia, da avviare al mercato della prostituzione;

Emevor è stato trovato nel centro di accoglienza straordinaria (CAS) gestito a Malgrate dalla cooperativa "Itaca", previa segnalazione da parte del Servizio di cooperazione internazionale di polizia inquadrato nella direzione centrale della Polizia criminale;

la cooperativa Itaca, apparentemente sottoposta a sua volta al controllo dell'UNHCR e della Comunità montana di appartenenza, afferma di aver operato tutte le verifiche previste per accogliere nelle proprie strutture dei migranti irregolari richiedenti asilo;

non sono chiare le ragioni che hanno reso possibile offrire accoglienza ad una persona destinataria di un mandato di arresto europeo, fermo restando che, a qualche livello, i sistemi di identificazione e controllo hanno dimostrato di essere "perforabili",

si chiede di sapere:

in quale posizione giuridica si trovasse al momento del suo arresto in Italia Emevor, ricercato per partecipazione alla tratta di esseri umani, donne, in questo caso, originarie del suo stesso Paese, e ciò malgrado ospitato in territorio italiano come richiedente asilo presso il CAS di Malgrate;

in particolare, se al momento del suo arresto, Emevor si trovasse in Italia come ricorrente contro giudizio avverso la commissione che ne doveva valutare l'idoneità ad accedere a forme di tutela internazionale o se risultasse invece ancora in attesa di pronunciamento;

quali spostamenti, ammesso che siano tracciabili, abbiano portato Emevor al CAS di Malgrate;

se l'attività di trafficante di essere umani, condotta da Emevor in Francia, sia pregressa rispetto al suo ingresso in Italia, ovvero se, in qualità di richiedente asilo, questi alternasse presenze in Italia e oltralpe e, in questo caso, se le sue assenze venissero o meno registrate dalla cooperativa di gestione dell'accoglienza, per permettere la sospensione temporanea dell'erogazione dei 35 euro giornalieri spettanti ad Itaca per ogni presunto profugo ospitato;

se il Ministro in indirizzo abbia, altresì, intenzione di predisporre accertamenti sulle cause che hanno consentito ad Evemor di accedere ai benefici concessi dalla legge ai migranti irregolari richiedenti tutela internazionale, malgrado fosse destinatario di un mandato d'arresto europeo;

quali misure intenda assumere per evitare che altre persone su cui gravino mandati d'arresto sfuggano alla cattura e riescano ad accedere alla protezione umanitaria assicurata dallo Stato.

(4-08168)

VICECONTE - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, dello sviluppo economico e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

come è noto l'azienda romana Acea ATO 2 si occupa della gestione e distribuzione dell'acqua potabile a volte, secondo l'interrogante, con risultati mediocri ed a volte pessimi, in quanto carente nella manutenzione e nella riparazione delle reti idriche, nella tempistica biblica degli allacci delle nuove utenze, nelle errate letture, che comportano un anticipo in conto fatturazione al cittadino, molto oneroso e di difficile recupero se inesatto, come d'uso;

il tutto è corredato da una serie di valutazioni autonome della società nell'ambito della fatturazione, che non hanno alcuna norma di riferimento e che, in periodi di necessarie economie familiari, suonano come abusi del più forte nei confronti di chi è indifeso, utilizzando, inoltre, uno spudorato "libero arbitrio" tipico a parere dell'interrogante delle monarchie autoritarie e non di un'azienda di servizi al cittadino;

considerato che, a giudizio dell'interrogante:

Acea ATO 2 palesemente approfitta del suo stato di soggetto dominante nell'ambito della gestione e distribuzione dell'acqua, a danno degli utenti;

non ha mai fornito risposte, né soddisfacenti, né tempestive alle lamentele degli utenti, né ha dato riscontri positivi ai numerosi tavoli tenuti con varie associazioni di consumatori ed alle multe dell'autority;

continua imperterrita a procedere con fatturazioni fantasiose, a danno degli utenti, con possibilità di recupero delle somme da parte loro pari quasi a zero;

ha aumentato le proprie fatturazioni annue in numero esponenziale e confusionario, che falserebbero il bilancio di qualsiasi famiglia, società o ente utente del servizio;

talvolta procede a recuperi tariffari retroattivi di somme con le più svariate motivazioni, raramente realistiche;

spesso intima recuperi coattivi e distacchi ad utenti a credito;

la scarsa manutenzione delle linee di distribuzione causa, inoltre, perdite importanti che nell'area abitativa producono inevitabilmente un movimento del terreno di giacitura degli immobili ed agli utenti un aggravio di spesa,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della situazione descritta e quali accertamenti o provvedimenti intendano adottare, con la massima urgenza, al fine di eliminare quanto prima lo stato di disagio, abuso e irrazionale coartazione che viene perpetrato sugli utenti di Acea ATO 2;

se non ritengano di attivarsi presso i vertici di Acea ATO 2 che non sembrano attualmente in grado di gestire l'odierna situazione degenerativa del servizio;

se non intendano sollecitare la società affinché si doti di linee guida e procedurali che facciano ritornare alla normalità la società di gestione e distribuzione acqua della capitale e rendano agli utenti un servizio efficiente, trasparente e razionale.

(4-08169)

CARDIELLO - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

il carcere di Fuorni, in provincia di Salerno, inaugurato nel 1981, presenta forti criticità, quali un elevato deficit strutturale (rete fognaria, idrica ed impiantistica obsoleta e non a norma), sovraffollamento delle celle, problemi di sicurezza determinati dall'aumento di detenuti legati alla criminalità organizzata locale di stampo camorristico, ristretti in regime di alta sicurezza che creano ripetuti disordini interni. La presenza del reparto destinato ai reclusi affetti da patologie mentali, non seguito da personale medico specializzato per tutte le 24 ore, acuisce tali criticità;

il regime aperto che consente ai detenuti di trascorrere parte della giornata fuori dalla propria cella non è attuabile in una casa circondariale difficile come quella di Fuorni, dove l'organico di circa 70 unità è insufficiente rispetto alle necessità della stessa. La carenza di personale produce un aumento insostenibile dei carichi di lavoro che determina straordinari non retribuiti, turni superiori alle 6 ore previste, negazione dei giorni di congedo e di licenza;

in mancanza di un intervento appropriato da parte dell'amministrazione centrale le problematiche evidenziate permarranno, con nocumento non solamente per i detenuti ma anche per gli operatori e gli agenti di Polizia penitenziaria,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda porre in essere per superare, quanto prima, le criticità strutturali evidenziate e la non adeguatezza della pianta organica della casa circondariale.

(4-08170)