Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (771 KB)

Versione HTML base



Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 885 del 27/09/2017


SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVII LEGISLATURA ------

885a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 27 SETTEMBRE 2017

(Antimeridiana)

_________________

Presidenza del vice presidente CALDEROLI,

indi della vice presidente DI GIORGI

N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: ALA-Scelta Civica per la Costituente Liberale e Popolare: ALA-SCCLP; Alternativa Popolare-Centristi per l'Europa-NCD: AP-CpE-NCD; Articolo 1 - Movimento democratico e progressista: Art.1-MDP; Federazione della Libertà (Idea-Popolo e Libertà, PLI): FL (Id-PL, PLI); Forza Italia-Il Popolo della Libertà XVII Legislatura: FI-PdL XVII; Grandi Autonomie e Libertà (Direzione Italia, Grande Sud, M.P.L. - Movimento politico Libertas, Riscossa Italia: GAL (DI, GS, MPL, RI); Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE: Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE; Misto: Misto; Misto-Campo Progressista-Sardegna: Misto-CP-S; Misto-Fare!: Misto-Fare!; Misto-Federazione dei Verdi: Misto-FdV; Misto-Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale: Misto-FdI-AN; Misto-Insieme per l'Italia: Misto-IpI; Misto-Italia dei valori: Misto-Idv; Misto-Liguria Civica: Misto-LC; Misto-Movimento la Puglia in Più: Misto-MovPugliaPiù; Misto-Movimento X: Misto-MovX; Misto-Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia Libertà: Misto-SI-SEL; Misto-UDC: Misto-UDC.

_________________

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente CALDEROLI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,35).

Si dia lettura del processo verbale.

FRAVEZZI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.

Sul processo verbale

CANDIANI (LN-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.

Verifica del numero legale

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato è in numero legale.

Ripresa della discussione sul processo verbale

PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.

È approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,39).

Discussione del disegno di legge:

(2541) Misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici dei medesimi comuni (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Realacci ed altri; Terzoni ed altri) (Relazione orale)(ore 9,39)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2541, già approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Realacci ed altri; Terzoni ed altri.

I relatori, senatori Vaccari e Mancuso, hanno chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore, senatore Vaccari. (Brusio).

Chiedo almeno ai colleghi che si trovano dietro al relatore di fare silenzio.

VACCARI, relatore. Signor Presidente, sottosegretario Degani, onorevoli colleghi, giunge oggi all'esame di quest'Assemblea il disegno di legge riguardante le misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli Comuni, nonché le disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici dei medesimi, di cui sono relatore assieme al collega Mancuso.

Si tratta di un disegno di legge d'iniziativa parlamentare, a prima firma del collega Ermete Realacci, approvato all'unanimità dalla Camera dei deputati, in considerazione della rilevanza dei contenuti, fortemente condivisi e molto attesi dai Comuni italiani, che, come sappiamo, nella maggior parte sono di piccole dimensioni.

Infatti, nei 5.585 piccoli Comuni con meno di 5.000 abitanti, che comprendono circa il 57 per cento del territorio italiano, vivono attualmente oltre 10 milioni di italiani. In questo contesto vi sono insediate circa 400.000 imprese agricole, impegnate ad assicurare la salvaguardia delle colture tradizionali, il mantenimento delle tipicità alimentari, la tutela del territorio dal dissesto idrogeologico e dagli incendi.

I Comuni sotto i 5.000 abitanti coprono un territorio dove, grazie all'agricoltura, si coltiva oltre la metà della produzione agroalimentare nazionale, che ha reso celebre il made in Italy nel mondo. Un patrimonio che fonda il suo successo anche sul terreno particolarmente fertile che offrono i piccoli Comuni alle produzioni di qualità: nel territorio di 3 piccoli Comuni su 4 sono presenti allevamenti destinati a produrre formaggi o salumi italiani DOP, mentre nel 60 per cento dei piccoli Comuni si trovano gli uliveti dai quali si ottengono i 38 oli italiani a denominazione di origine. Comuni e territori dove quest'anno si è registrato il più 76 per cento di presenze turistiche. Anche per questi dati, i piccoli Comuni sono una risorsa e non un problema per il nostro Paese.

Lo stesso presidente Mattarella non ha mancato di ribadire in più occasioni che il principale antidoto all'abbandono e allo spopolamento dei piccoli territori è il rilancio della strategia delle aree interne. E tale rilancio passa necessariamente attraverso iniziative normative come questa oggi al nostro esame, volte specificamente a fissare principi di accesso ai servizi anche nuovi per quei territori, a contrastarne l'abbandono, lo spopolamento e i disagi naturali e a prevenirne il dissesto idrogeologico.

Durante l'esame di merito la Commissione, pur non apportando modifiche al testo per accelerarne l'approvazione in Aula, ha voluto approvare alcuni importanti ordini del giorno che ci tengo a richiamare per temi. Tre ordini del giorno riguardano la distribuzione farmaceutica facilitata e l'erogazione di ulteriori servizi da parte delle farmacie medesime. Due ordini del giorno riguardano l'inserimento nel Piano nazionale per la riqualificazione dei piccoli Comuni anche degli interventi strettamente connessi alle aree in dissesto idrogeologico, di miglioramento boschivo e di rinaturalizzazione dei corsi d'acqua, in tal senso autorizzando i Comuni a stipulare convenzioni e contratti di appalto con gli imprenditori agricolo-forestali del territorio. Un ordine del giorno ha ad oggetto l'estensione nel prossimo provvedimento utile delle medesime misure di questo disegno di legge anche ai Comuni sino a 10.000 abitanti. Un altro ordine del giorno è finalizzato ad assumere ogni provvedimento utile a garantire l'armonizzazione della normativa in materia di contratti pubblici con la normativa speciale a tutela della multifunzionalità dell'imprenditore agricolo e forestale e per le zone montane.

Anche dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali sono venute indicazioni utili affinché venga valutata l'opportunità di prevedere forme di coinvolgimento delle Regioni e degli enti locali nel procedimento di adozione dei provvedimenti di selezione dei progetti presentati, di cui parlerò a breve.

Venendo alla descrizione del testo, di cui mi occuperò per la prima metà degli articoli, l'articolo 1 enuclea le finalità della proposta di legge, che riguarda i Comuni con popolazione residente fino a 5.000 abitanti. Esse consistono nel favorire e promuovere lo sviluppo sostenibile economico, sociale, ambientale e culturale, nel promuovere l'equilibrio demografico del Paese, favorendo la residenza in tali Comuni, e nell'incentivare la tutela e valorizzazione del patrimonio naturale, rurale, storico-culturale e architettonico. Il disegno di legge indica altresì la finalità di favorire l'adozione di misure a vantaggio sia dei cittadini che vi risiedono, sia delle attività produttive, con riferimento al sistema dei servizi essenziali e con l'obiettivo di contrastare lo spopolamento e di incentivare l'afflusso turistico.

La definizione di "piccolo Comune" viene ancorata, in una prima parte, alle caratteristiche dimensionali del Comune, che deve avere una popolazione residente fino a 5.000 abitanti o essere stato istituito a seguito di fusione tra Comuni aventi ciascuno popolazione fino a 5.000 abitanti. Si richiede poi, in aggiunta, che il Comune rientri in una delle tipologie ivi indicate, affinché possa beneficiare dei finanziamenti concessi ai sensi dell'articolo 3 del disegno di legge. Il provvedimento definisce lo strumento per stabilire, rispettivamente, i criteri per la definizione dei parametri relativi alle tipologie di piccoli Comuni e l'elenco dei piccoli Comuni ai fini dell'applicazione delle previsioni normative introdotte. Si prevede per quest'ultimo elenco l'adozione con decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell'interno e di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze e con il Ministro dell'ambiente, previa intesa con la Conferenza unificata, con un aggiornamento a cadenza triennale. Inoltre, si stabilisce che le Regioni possano definire interventi ulteriori rispetto a quelli previsti dalla proposta di legge in esame per il raggiungimento delle finalità indicate, anche al fine di concorrere all'attuazione della strategia nazionale per lo sviluppo delle aree interne.

L'articolo 2 reca disposizioni in materia di attività e servizi, demandando agli enti indicati la promozione della qualità e dell'efficienza dei servizi essenziali nei piccoli Comuni con riguardo ad una serie di ambiti, quali ambiente, protezione civile, istruzione, sanità, servizi socio-assistenziali, trasporti, viabilità, servizi postali, nonché al ripopolamento dei Comuni in questione anche attraverso progetti sperimentali di incentivazione alla residenzialità. Si prevede la facoltà nei piccoli Comuni, anche in forma associata, di istituire centri multifunzionali per la prestazione di una pluralità di servizi per i cittadini nonché la possibilità anche di stipulare apposite convenzioni con i concessionari di servizi.

L'articolo 3 istituisce un Fondo per lo sviluppo strutturale, economico e sociale dei piccoli Comuni, per il finanziamento di investimenti per una serie di finalità, con una dotazione di 10 milioni di euro per l'anno 2017, e 15 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2018 al 2023. Ai fini dell'utilizzo delle suddette risorse è prevista la predisposizione di un piano nazionale per la riqualificazione dei piccoli Comuni e un elenco di interventi prioritari assicurati dal Piano nazionale.

In materia di recupero e riqualificazione dei centri storici e promozione di alberghi diffusi, l'articolo 4 prevede la possibilità, per i piccoli Comuni, di individuare, all'interno del perimetro dei centri storici, zone di particolare pregio, dal punto di vista della tutela dei beni architettonici e culturali, da riqualificare mediante interventi integrati pubblici e privati finalizzati alla riqualificazione urbana, nel rispetto delle tipologie e delle strutture originarie, attraverso gli strumenti previsti dalla vigente normativa statale e regionale in materia.

L'articolo 5 consente ai piccoli Comuni, anche avvalendosi delle risorse del Fondo per lo sviluppo strutturale, economico e sociale, di adottare misure volte all'acquisizione e alla riqualificazione di immobili al fine di contrastare l'abbandono di terreni e di edifici in stato di abbandono o di degrado.

L'articolo 6 consente poi ai piccoli Comuni di acquisire o stipulare intese per il recupero di case cantoniere e di stazioni ferroviarie non più utilizzate, nonché di acquisire sedime ferroviario dismesso e non recuperabile all'esercizio ferroviario per finalità connesse alla valorizzazione dei propri territori.

L'articolo 7 attribuisce ai piccoli Comuni la facoltà, anche in forma associata, di stipulare, con le diocesi della Chiesa cattolica e con le rappresentanze delle altre confessioni religiose che hanno concluso intese con lo Stato, convenzioni per la salvaguardia e il recupero dei beni culturali, storici, artistici e librari degli enti ecclesiastici o degli enti delle confessioni religiose civilmente riconosciuti.

L'articolo 8 detta norme per lo sviluppo della rete in banda ultralarga, stabilendo che le aree dei piccoli Comuni per le quali non vi è interesse da parte degli operatori a realizzare reti per la connessione veloce e ultraveloce possano essere destinatarie delle risorse previste, in attuazione del piano per la banda ultralarga del 2015, per le aree a fallimento di mercato. Si prevede, inoltre, che i progetti informatici riguardanti i piccoli Comuni conformi ai requisiti prescritti dalla legislazione nazionale e dell'Unione europea, abbiano la precedenza nell'accesso ai finanziamenti pubblici previsti dalla normativa vigente per la realizzazione dei programmi di e-government.

Questa è la prima parte dell'articolato, che ho diviso con il collega Mancuso per quanto riguarda la descrizione di un provvedimento di assoluta importanza per il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Mancuso.

MANCUSO, relatore. Signor Presidente, mi occuperò della seconda parte di questo provvedimento. Mi consenta intanto di salutare il Governo, il sottosegretario Barbara Degani, che ci ha assistito in Commissione nel corso della discussione.

Prima di illustrare gli articoli di mia competenza, vorrei fare alcune considerazioni su un provvedimento tanto atteso e travagliato, che ci auguriamo oggi vedrà la luce, dopo che per ben quattro volte, in quattro legislature, era approdato in Aula alla Camera senza esito.

È un progetto di legge che - è bene precisarlo - non ha per oggetto il riordino istituzionale. Vi sono altri percorsi, molti dei quali incompiuti, che si occupano di questo aspetto e che vanno ripresi e completati. Essi vanno nella direzione del superamento della frammentazione e della accelerazione dei processi di cooperazione tra Comuni. Questo disegno di legge si occupa, piuttosto, di altro, come ha detto il collega Vaccari. Si occupa dei Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, che rappresentano un segmento molto rilevante del nostro Paese.

Sono 5.850 i Comuni con meno di 5.000 abitanti e rappresentano il 70 per cento del totale dei Comuni italiani. Coprono 164.000 chilometri quadrati e ospitano circa dieci milioni di abitanti, poco meno del 10 per cento della popolazione totale del Paese. Milioni di abitanti che vivono in zone rurali, in zone interne, in aree montane, spesso ignorati da un Paese disattento, che dimentica le caratteristiche, le fondamenta, la base sulla quale l'Italia è costruita. Territori che forse rappresentano una Italia minore: piccole comunità locali che custodiscono l'identità del nostro Paese. Comunità locali con grandi storie e tradizioni che, però, ormai si sentono abbandonate e prive di futuro a causa dell'elevata età media degli abitanti e di uno spopolamento ingravescente. Anche se ci incoraggia il dato per cui, in questo universo di piccoli Comuni, ve ne sono tanti che negli anni più recenti sono tornati a crescere e che dimostrano che, se si attuano adeguate politiche di sviluppo locale e territoriale, questi Comuni possono avere un futuro roseo. Ecco, quindi, quanto diventa importante per questo Paese affrontare una sfida difficile, ma necessaria. Ridurre i divari territoriali, non solo tra Nord e Sud, ma anche tra Città metropolitane e periferie, tra i centri urbani e le zone rurali.

Proseguendo l'illustrazione del provvedimento, riprendo dall'articolo 9 del disegno di legge, che è volto a favorire il pagamento di imposte, tasse e tributi e di tariffe per i servizi pubblici erogati (acqua, gas, energia elettrica). Esso stabilisce che nei piccoli Comuni è consentito il ricorso alla rete telematica gestita dai concessionari delle agenzie delle dogane e dei monopoli per l'attività di incasso e trasferimento di somme.

Inoltre, si consente ai piccoli Comuni, di intesa con la Regione interessata e sulla base del contratto di programma tra il MISE e il fornitore del servizio postale universale, di proporre iniziative per sviluppare l'offerta complessiva dei servizi postali, congiuntamente ad altri servizi in specifici ambiti territoriali. Tali ambiti saranno individuati tenuto conto di ragioni di efficienza e razionalizzazione della fornitura dei servizi e valorizzando la presenza capillare degli uffici postali da perseguire anche attraverso il ripristino di uffici dismessi.

Infine, si riconosce ai piccoli Comuni la facoltà di stipulare apposite convenzioni di intesa con le organizzazioni di categoria e con la società Poste Italiane SpA, affinché i pagamenti relativi alle imposte comunali e ai vaglia postali possano essere effettuati presso gli esercizi commerciali di Comuni o frazioni non serviti dal servizio postale. Tali Comuni potranno anche affidare a Poste Italiane SpA la gestione dei servizi di tesoreria e di cassa.

L'articolo 10 prevede che il Dipartimento per l'informazione e l'editoria presso la Presidenza del Consiglio dei ministri promuova la stipulazione di una intesa tra Governo, Associazione nazionale dei Comuni italiani (l'ANCI), la Federazione italiana editori giornali e i rappresentanti delle agenzie di distribuzione della stampa quotidiana onde adottare le iniziative necessarie affinché la distribuzione dei quotidiani sia assicurata anche nei piccoli Comuni.

L'articolo 11 stabilisce che i piccoli Comuni potranno promuovere il consumo e la commercializzazione dei prodotti agroalimentari provenienti da filiera corta o a chilometro utile. Questi ultimi sono quelli il cui luogo di produzione, coltivazione o allevamento della materia prima sia situato entro 70 chilometri da quello di vendita e per i quali è dimostrato un limitato apporto delle emissioni inquinanti derivanti dal trasporto. Nei bandi di gara indetti dai piccoli Comuni per la fornitura di servizi legati alla ristorazione collettiva costituisce titolo preferenziale per l'aggiudicazione l'utilizzo di tali prodotti, inclusi quelli biologici e, in tal caso, l'utilizzo dei prodotti deve essere adeguatamente documentato.

L'articolo 12 prevede che i piccoli Comuni destinino specifiche aree per la realizzazione dei mercati agricoli per la vendita diretta, sulla scorta dell'esperienza del mercato del contadino, riservando prioritariamente i posteggi ai prodotti agricoli e alimentari provenienti da filiera corta e a chilometro utile. Gli esercizi della grande distribuzione commerciale possono destinare una percentuale degli acquisti a questi prodotti. Viene fatta salva, infine, la facoltà per gli imprenditori agricoli di svolgere la vendita diretta.

L'articolo 13 pone in capo ai piccoli Comuni, che esercitano obbligatoriamente in forma associata le funzioni fondamentali, mediante unioni di comuni o unioni di comuni montani, l'obbligo di svolgere in forma associata anche le funzioni di programmazione in materia di sviluppo socio-economico e quelle che riguardano l'impiego delle relative risorse finanziarie.

L'articolo 14 prevede che ogni anno il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, d'intesa con l'Associazione nazionale dei Comuni italiani, le Regioni e le Film Commissions regionali, predisponga iniziative finalizzate alla promozione cinematografica in favore dei piccoli Comuni, anche quale strumento di valorizzazione turistica e culturale, che si aggancia al provvedimento che abbiamo approvato la settimana scorsa.

L'articolo 15 prevede che il Presidente del Consiglio, di concerto con il Ministro dell'economia e previa intesa in sede di Conferenza unificata, predispone il piano per l'istruzione destinato alle aree rurali e montane. Il piano deve avere particolare riferimento al collegamento dei plessi scolastici ubicati in tali aree, all'informatizzazione e alla progressiva digitalizzazione delle attività didattiche e amministrative. Inoltre, si prevede che, nell'ambito del piano generale dei trasporti e della logistica e dei documenti pluriennali di pianificazione, siano individuate apposite azioni per le aree rurali e montane, con particolare riguardo al miglioramento delle reti infrastrutturali e al coordinamento dei servizi di collegamento tra i Comuni delle aree rurali e montane con i Comuni capoluogo di Provincia e Regione.

L'articolo 16 contiene la clausola di invarianza finanziaria del provvedimento, con la sola eccezione delle maggiori risorse destinate alla dotazione Fondo per lo sviluppo strutturale, economico e sociale dei piccoli Comuni, che ammonta a circa 100 milioni di euro.

L'articolo 17 dispone che nei confronti delle Regioni a Statuto speciale e delle Province autonome di Trento e Bolzano le disposizioni legate al provvedimento trovino applicazione compatibilmente a quanto previsto dai rispettivi Statuti.

Signor Presidente, è chiaro che lo spirito di fondo di questo provvedimento è delineare nuove politiche di difesa di un patrimonio che caratterizza l'identità del nostro Paese; politiche che devono tradursi in tanti progetti concreti di recupero, valorizzazione, tutela e difesa dei piccoli Comuni, nella consapevolezza che solo attraverso queste prospettive si può sperare di invertire il lento declino di cui soffrono queste comunità, senza le quali la nostra Italia sarebbe più povera e senza identità; politiche che devono tradursi in tanti progetti concreti di recupero, di riqualificazione e messa in sicurezza degli edifici, di difesa del territorio, di riorganizzazione e unificazione dei servizi essenziali, di valorizzazione del patrimonio artistico.

Con questo disegno di legge, quindi, noi legislatori ci aspettiamo un colpo d'ala che deve venire anche dal basso, dai territori, dalle municipalità, che adesso avranno strumenti idonei a programmare, a mettere in campo progetti di sviluppo che possano costruire nuove prospettive di benessere e di attrattività per questi territori. Con questo provvedimento, quindi, signor Presidente, onorevoli colleghi (e concludo), non si vuole solo difendere una storia tutta italiana a rischio di estinzione, un piccolo mondo antico, ma si affrontano anche temi attuali e moderni, che vanno dalla difesa del suolo alla green economy, dal rapporto tra città e aree interne al completamento della banda larga, che deve essere uniformata sul territorio nazionale.

Si tratta, quindi, di un giacimento di risorse che dobbiamo valorizzare e sfruttare e che può diventare un'occasione di crescita per il nostro Paese. È un passo forse non decisivo, ma sicuramente importante per avviare una strategia di rilancio di ciò che il presidente Ciampi chiamava la piccola, grande Italia. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Cantini. Ne ha facoltà.

CANTINI (PD). Signor Presidente, i piccoli Comuni italiani, ossia le realtà amministrative con popolazione inferire a 5.000 abitanti, rappresentano circa il 70 per cento dei Comuni italiani e governano oltre il 55 per cento del territorio nazionale. Solo da questi due dati possiamo subito capire l'importanza e il valore di queste piccole realtà amministrative.

L'Italia è fatta da piccoli Comuni poco visibili, ma ricchi di saperi e innovazione, caratterizzati da una forte coesione e identità sociale che si fa custode di antiche tradizioni e che costituiscono una risorsa a presidio del territorio, soprattutto per le attività di contrasto del dissesto idrogeologico e per le attività di piccola e diffusa manutenzione e tutela dei beni comuni. È il lavoro degli uomini e delle donne di queste piccole comunità che ha permesso di ottenere un paesaggio agricolo e ambientale di inestimabile valore e bellezza come quello italiano. Queste piccole comunità, che spesso racchiudono il meglio della qualità manifatturiera, agroalimentare, storico-artistica e intellettuale, negli ultimi anni hanno resistito alla crisi economico-sociale che ha colpito l'Italia e l'Europa. La crisi più dura dal dopoguerra ha provocato lo spopolamento dei piccoli centri a vantaggio dei grandi poli urbani e, conseguentemente, l'abbandono progressivo di alcune parti del nostro Paese. Per questo è necessario oggi prevedere strumenti legislativi a supporto di queste comunità e, in questo senso, va la norma che stiamo per approvare.

La norma mira a promuovere lo sviluppo economico, sociale, ambientale e culturale dei piccoli Comuni, a garantire l'equilibrio demografico del Paese favorendo la residenza in essi. Non ci dimentichiamo che spesso chi risiede nei piccoli centri lo fa per scelta e, considerando i benefici positivi che si generano per la collettività, è giusto prevedere strumenti normativi a sostegno. I piccoli Comuni governano il 55 per cento del territorio e, oltre a rappresentare un serbatoio di biodiversità e manutenzione del territorio, rappresentano uno straordinario laboratorio di inclusione sociale e nuova cittadinanza. Molto spesso questi centri si contraddistinguono per un welfare di prossimità fatto di mutualità tra cittadini che collaborano tra di loro per superare i disagi quotidiani; comunità tutt'altro che chiuse dove l'inclusione e la collaborazione sono valori imprescindibili.

In questa direzione vuole andare la misura legislativa che stiamo discutendo, nella quale i piccoli Comuni sono considerati risorsa per l'Italia del futuro e con la quale si prevedono misure atte a garantire, a queste comunità, servizi indispensabili come sanità, trasporti, istruzione e servizi postali. Per dare una reale possibilità di sviluppo a questi centri è ormai strategico pensare a progetti capaci di mettere in «comunicazione» piccoli e grandi centri attraverso infrastrutture moderne e integrate con il territorio. Parlo di reti capaci di mettere in collegamento città e piccoli borghi, centri storici e periferie; solo così saremo in grado di garantire un modello di sviluppo al passo con la modernità, dove il telelavoro è una possibilità reale in questi Comuni. Per questo accolgo con soddisfazione i finanziamenti previsti da questa norma che mirano a migliorare le infrastrutture stradali e a portare la banda larga anche in questi territori.

Ci tengo a sottolineare che questa norma prevede, tra l'altro, che le Regioni, nell'ambito delle proprie competenze, possano definire interventi ulteriori rispetto a quelli previsti dalla legge per il raggiungimento delle finalità indicate. In questo senso mi auguro che, così come molte Regioni stanno già facendo, anche le altre si attivino per prime in questa direzione.

Concludendo, la norma al nostro esame è importante non solo perché prevede uno stanziamento economico di ampio respiro, ma anche perché sancisce per la prima volta l'importanza del ruolo dei piccoli Comuni nel sistema del nostro Paese. È un provvedimento che mette al centro dello sviluppo le piccole comunità, permettendo loro di continuare a svolgere al meglio il lavoro di custodi del patrimonio culturale e ambientale italiano. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Mancuso).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.

CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, il provvedimento al nostro esame arriva al Senato dopo un'approvazione unanime alla Camera dei deputati. E ciò è abbastanza raro. Anche se è un peccato che esso arrivi a fine legislatura, è comunque un passaggio importante, che peraltro fa luce su una delle caratteristiche del nostro Paese: la presenza comunale su un territorio ricchissimo, che ha una storia importante da difendere.

Presidente, mi ha colpito favorevolmente leggere nel provvedimento le tante opportunità che vengono offerte ai Comuni, dal recupero dei centri storici, andando ad acquisire gli immobili vecchi e abbandonati. E tutti sappiamo quanto, soprattutto nei Comuni più piccoli, l'abbandono o il passaggio di generazione e la stessa emigrazione dei propri abitanti abbiano portato uno spopolamento che corrisponde, nella maggior parte dei casi, anche a una fatiscenza dei centri storici. Dove non ci sono le risorse di qualche istituzione superiore, e non ci sono particolari opportunità per recuperare tali centri, il Paese è destinato a morire.

Nella legge si trovano invece delle opportunità per riattivare anche i sistemi di comunicazione e garantire ai concittadini che vivono nei piccoli Comuni i mezzi d'informazione. Penso anche alla difficoltà ad approvvigionarsi: quando chiude l'unica bottega presente nel Comune, non restano alternative se non fare parecchi chilometri o, in qualche caso, addirittura rinunciare al proprio standard di vita ed emigrare. Ho presente queste circostanze nelle valli lombarde, salendo verso la montagna. Penso alla mia provincia di Varese, quando si sale in Valcuvia. Penso a Rancio Valcuvia, a Cunardo e altri piccoli Comuni che si trovano nell'alto varesotto: se in tali centri chiude l'unico negozio presente, gli abitanti devono percorrere decine di chilometri per trovarne un altro. E le stesse condizioni ho trovato in Valnerina. Penso a tutte le bellissime aree dei borghi umbri, che hanno la difficoltà di restare attraenti per chi vi abita, fuori dalla stagione turistica, ed è quindi difficile potervi restare tutto l'anno. Sono borghi nei quali tutti noi andiamo per trascorrere bellissime giornate; cosa differente è abitarci tutto l'anno, rinunciando anche a dei servizi.

Nel testo del provvedimento trovo - ad esempio - delle opportunità di comunicazione per la banda larga. Presidente, le è nota l'esperienza, che anche lei ha fatto nei giorni scorsi, recandosi a Castelluccio di Norcia. Abbiamo percorso decine e decine di chilometri senza rete Internet e senza nemmeno la comunicazione telefonica, intere vallate totalmente precluse dalla comunicazione. Chiedere alle popolazioni di quelle terre di rimanervi ad abitare, soprattutto alle nuove generazioni, è un'impresa assai ardua rispetto alle comodità e alle facili opportunità offerte dai grandi centri urbani.

Ci sono opportunità di commercio, legate alla filiera corta sull'agricoltura e all'istruzione. Sappiamo quanto nelle piccole realtà sia difficile costituire delle classi. Lo stesso spostamento degli studenti da un Comune all'altro è spesso troppo oneroso per le famiglie e, quindi, si preferisce trasferirsi.

Tutto ciò per affermare che il mio Gruppo non può che sostenere questo provvedimento, come è stato fatto dalla Lega alla Camera. C'è però qualche stravaganza che bisogna mettere in evidenza. La principale, Presidente, è la scarsità di risorse impegnate nel provvedimento. Rilevo che 100 milioni di euro, messi così, sembrano un numero enorme, una cifra impegnativa anche solo da pronunciare: si tratta però di 100 milioni di euro suddivisi in sette anni per circa 5.583 Comuni, che corrispondono, più o meno (per i dieci milioni di abitanti coinvolti), ad 1,40 euro all'anno per abitante per ciascuno dei Comuni o, se vogliamo sommarli nei sette anni, a circa 10 euro ad abitante. Si tratta, quindi, di un'inezia. Se a un Comune vengono dati gli strumenti per poter procedere anche a piani di acquisizione degli immobili, si parla di svariate decine di milioni di euro per ciascun Comune. Se parliamo di risorse, le risorse devono esserci nel provvedimento. E mi rivolgo alla rappresentante del Governo, che vedo ancora distratta. Evidentemente è poco interessata, ma speriamo di no.

Parlando seriamente, nel provvedimento in esame devono essere impegnate delle risorse, perché esso resta un disegno di legge formalmente ineccepibile, ma sostanzialmente rischia di essere, per come è allo stato attuale, un elenco di desiderata che non va al di là dell'enunciazione di desideri.

Le ricorse vanno impegnate e mi ricollego, a tal proposito, a un altro fatto, che non potrò mai dimenticare, successo l'anno scorso, all'indomani del terremoto, in quest'Aula, ossia quel siparietto stucchevole consumatosi tra l'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi e il - credo tuttora - senatore a vita (anche se sicuramente non presente fra noi) Renzo Piano. Quest'ultimo venne in quest'Aula e ci descrisse il piano casa, la ricostruzione di tutti i piccoli borghi, soprattutto quelli della dorsale appenninica, che sono purtroppo soggetti a fenomeni sismici e ad essere distrutti. Ci venne detto, in quella circostanza, che sarebbero state messe a disposizione moltissime risorse, per decine di miliardi, perché bisognava ricostruire tutte le nostre città, e soprattutto i borghi più piccoli, che sono quelli più soggetti a spopolamento e a degrado, i quali, qualora dovessero essere colpiti da un terremoto - come abbiamo visto negli ultimi giorni - difficilmente verrebbero riabitati e ripopolati, se non ricostruiti ad arte. Cosa sono allora 100 milioni, se avete a disposizione decine di miliardi per l'implementazione del piano casa? Il dubbio reale che mi sorge è che quelle decine di miliardi per il piano casa non ci siano e non possiate andare al di là di una dichiarazione di principio sulla quale - per carità - tutti sono d'accordo.

C'è però ancora un'altra stravaganza che mi preme mettere in evidenza, signor Presidente. Ci sono dei disegni di legge presentati da senatori e deputati del Partito Democratico che esprimono, invece, la volontà di colpire i piccoli Comuni, che sono visti come piccoli, brutti e schifosi e, quindi, da eliminare e aggregare fra loro. Cosa c'entra, allora, questo con quanto è scritto in questo provvedimento?

Personalmente, come la mia parte politica, sono sempre stato a difesa delle identità locali, che sono quelle che ci caratterizzano, ma a questo punto pongo un'ulteriore riflessione che va oltre il provvedimento. Volete capire, una buona volta, che chiudere i piccoli Comuni vuol dire eliminare un presidio territoriale? Volete capire che fare aggregazioni di quattro o cinque Comuni per mettere insieme 5.000 o 6.000 abitanti, obbligandoli poi a percorrere decine di chilometri per raggiungere il capoluogo del futuro Comune, non significa un risparmio di spesa, ma al contrario annullamento di identità? Significa andare a eliminare delle identità territoriali e locali che ci caratterizzano e di cui siamo tanto fieri e orgogliosi quando il Ministro della cultura va all'estero a promuovere l'Italia dei borghi. Questa Italia dei borghi, però, ha una propria identità che deve essere difesa e non sono le decine - non certo le centinaia - di euro di un consiglio comunale a fare la differenza nel bilancio dello Stato. Piuttosto, se dovete fare un ragionamento, fatelo in maniera seria sull'aggregazione dei grandi Comuni.

Penso a tutto quello che avrebbe dovuto essere la riforma delle Città metropolitane, che non è poi andata realmente a buon fine. Aggregare un Comune di 100.000 abitanti a una grande Città di un milione di abitanti può avere un significato molto maggiore, in termini di risparmio di risorse, che non aggregare cinque Comuni di 200 abitanti in un unico Comune di 1.000, facendo peraltro patire un grande disagio ai suoi cittadini. Questo ci dice, signor Presidente, che quello in esame è un buon provvedimento in via di principio, ma occorre che contenga delle risorse, senza le quali non si va da nessuna parte.

Questo disegno di legge, che arriva a fine legislatura, rischia di rimanere un provvedimento che, ad di là delle dichiarazioni di intenti, finisce poi per esaurirsi nel tempo. Bisogna ricordare che quest'anno sono inseriti dieci milioni di fondi destinati alla spesa corrente, ma ormai siamo praticamente alla fine dell'anno e quindi non saranno spesi. Ci sono dei bandi previsti e sistemi da attivare perché le risorse non siano elargite a pioggia e indiscriminatamente, ma previa attenta valutazione dei progetti. Se così non sarà, ci ritroveremo con queste poche risorse addirittura assorbite da qualche Comune privilegiato, perché nella buona manica di qualcuno che sta al Governo, lasciando a secco tutti gli altri Comuni, che non vedranno neanche il famoso 1,40 euro per abitante.

Vorremmo pure che nel disegno di legge in esame fosse rivisto il sistema delle Province, che purtroppo è rimasto languente, ammazzato dalla cosiddetta riforma Delrio, che non ha portato nemmeno a una maggiore autonomia e responsabilità da parte dei Comuni. Insomma, buoni principi ma, nei fatti, senza dare non si va da nessuna parte. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Puppato. Ne ha facoltà.

PUPPATO (PD). Signor Presidente, desidero anzitutto ringraziare i relatori e gli onorevoli colleghi delle diverse Commissioni che hanno lavorato sul disegno di legge in esame, che personalmente oso definire, per la fortissima e incredibile potenzialità che ha, uno dei provvedimenti di maggiore impatto che ci troviamo a poter approvare nel corso dell'attuale legislatura.

Vorrei entrare nel merito della forte capacità innovativa che il disegno di legge riesce a mettere in campo. Anzitutto, va detto che il provvedimento riguarda 5.500 Comuni italiani. Stiamo parlando del 70 per cento del totale dei Comuni italiani - una quantità impressionante di Comuni - ossia di circa 10 dei 60 milioni di abitanti di questo Paese. Non sono solo le Regioni più piccole come il Molise e la Valle d'Aosta ad avere Comuni con meno di 5.000 abitanti. All'interno della griglia abbiamo indicato i Comuni in decrescita abitativa, in dissesto idrogeologico e all'interno dei parchi. Quindi, abbiamo identificato la quantità e la qualità poste per scegliere i Comuni che possono accedere ai finanziamenti, relativamente scarsi, come ha detto il senatore Candiani.

Desidero soffermarmi proprio sul tema dei finanziamenti, perché credo ci siano alcune cose importantissime da dire. Ci sono non solo i finanziamenti diretti, ma anche i molti finanziamenti indiretti. Il disegno di legge in esame si fa carico di alcune priorità, tra cui - ne cito due per tutte - la banda larga. Vi è una priorità assoluta per i piccoli Comuni, in particolare di montagna, di accedere ai finanziamenti relativi alla strategia nazionale sulla banda larga. Penso anche ai bandi pubblici sulla ristorazione collettiva, in relazione ai quali viene data priorità ai Comuni con aziende agricole a cosiddetto chilometro zero o ravvicinato, ossia - per dirla con le parole usate dai colleghi Mancuso e Vaccari - a meno di 70 chilometri di distanza. Si tratta, quindi, di un provvedimento che, proprio per la sua potenzialità, oso definire una legge quadro sui piccoli Comuni italiani.

Il primo tema su cui desidero soffermarmi riguarda gli obiettivi. Al fine di riuscire a ridare qualità di vita, ambientale e sociale nei piccoli Comuni, non si può che partire dalla necessità di offrire servizi. Mi pare evidente che l'obiettivo di colmare la lacuna dei servizi esistenti venga perseguito dal disegno di legge, mettendo in luce l'inadeguatezza di molti servizi sociali in ambiti comunali così ristretti. Ha un bel dire il senatore Candiani nel sottolineare il suo essere a favore dell'identità. Penso che, quando dei Comuni si mettono insieme - il disegno di legge lo precisa - fanno un intervento non solo di estrema intelligenza amministrativa, ma anche di grande razionalità, perché riescono a offrire di più, garantendo i loro cittadini. È infatti evidente che Comuni con 200 o 500 abitanti non possono aspettarsi di riuscire a garantire servizi sociali come quelli che spesso sono necessari proprio in quei Comuni dove la vetustà abitativa normalmente è assai più alta della media italiana, perché - lo sappiamo - lo spopolamento li ha riguardati proprio direttamente.

Quindi il disagio insediativo, l'indice di vecchiaia, la presenza di parchi, le lacune sui servizi sociali e l'inadeguatezza complessiva dei servizi sono il focus del disegno di legge in esame. E tante sono le opportunità, che non voglio leggere, perché sono già state assai ben definite dai due relatori che mi hanno preceduto e dai colleghi che hanno parlato. Cito però - per esempio - il tema dei centri multifunzionali, la cui creazione, con pluralità di servizi di carattere ambientale, sociale, energetico, comunicativo e di sicurezza, per la riqualificazione energetica degli edifici presenti o per il consolidamento statico e antisismico, consente di offrire pubblicamente e gratuitamente competenze di cui c'è bisogno in quest'ambito.

Mi pare anche molto interessante la capacità di gestire in modo sostenibile i boschi. Parliamo di un ambito naturale che pure rientra nelle opportunità del disegno di legge, che - come vi ho già detto - sono infinite. Stesso discorso vale per il recupero delle case cantoniere, delle stazioni ferroviarie e degli immobili storici decaduti o in decadimento. Anche la realizzazione di alberghi diffusi crea una grande opportunità nei Comuni collinari e montani - e non solo - dove abbiamo molti edifici dismessi e la potenzialità di offrirli a una richiesta sempre più importante, proveniente dal turismo internazionale e locale.

Vorrei infine sottolineare due ulteriori aspetti. Prima di tutto, servono sindaci con le idee per attingere a un amplissimo spettro di opportunità. È vero che abbiamo un valore economico messo in campo dal Governo di 10 milioni di euro per quest'anno e di 15 per il prossimo: se consideriamo che abbiamo 10 milioni di abitanti, qualcuno potrebbe ironizzare che si tratta solo di un euro e mezzo euro per persona. State però ben attenti: se questo provvedimento trova Comuni capaci di fare squadra - e qui, come avviene per i progetti europei, che sono quelli che stanno dando le rese maggiori, c'è la possibilità di mettere insieme pubblico e privato, che è altra grande cosa, persino per recuperare edifici di culto o ecclesiali dismessi - anche in questo caso lo Stato, grazie all'attivazione dei Comuni e delle Regioni, può essere un partner importante per creare solidità economica in territori che non ce l'hanno e creare, quindi, il modello di unione europea.

L'altra questione è relativa ai tempi rapidi: abbiamo centottanta giorni, nonostante tutti i Ministeri coinvolti, per creare il Piano nazionale di riqualificazione dei piccoli Comuni.

Vi è poi un elemento fondamentale, e per questo dico che il denaro non è tutto e, in questo caso, è addirittura poca cosa rispetto agli obiettivi. L'articolo 1, al punto 1, comma 5, dice una cosa che reputo basilare e che sono felice sia stata inserita nel disegno di legge: andiamo a monitorare e rilevare i dati relativi, indicativi dei miglioramenti conseguiti. E lo stesso abbiamo fatto per gli ecoreati, che stiamo monitorando con particolare riferimento alla qualità; lo stesso abbiamo fatto per altre materie fondamentali, come la buona scuola, relativamente agli edifici scolastici, con riferimento ai quali abbiamo un monitoraggio continuo dell'enorme quantità di progetti attivati. Ugualmente, questo disegno di legge si prefigge - ed è l'aspetto fondamentale - non tanto di mettere lì soldi, tanti o pochi che siano, che conta poco, quanto di monitorare come viene sviluppato e accolto il suo enorme potenziale da parte dei sindaci e delle amministrazioni comunali dei piccoli Comuni. Ecco perché ho ribadito che servono sindaci capaci e innovativi che, pur in piccoli Comuni, mettano in campo la fantasia, perché le opportunità adesso non mancheranno. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Mancuso).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

DIVINA (LN-Aut). Signor Presidente, riprendo da dove ha concluso la collega. Effettivamente serve molta fantasia perché, per usare una norma che possiamo definire solo di principio che lascia poi tutti relativamente a piedi, ci vuole molta, molta fantasia.

Premetto - come ha detto il collega Candiani - che non si può che essere d'accordo su un provvedimento come quello in esame che arriva, finalmente, dopo anni. Ricordo che la Lega propone da venticinque anni provvedimenti relativi alla stessa materia e chiede attenzione sulle problematiche dei piccoli e micro Comuni italiani. Dunque, non si può che essere d'accordo. Proviamo, però, a puntualizzare qualcosa, altrimenti rischiamo - come sempre - di emanare norme che resteranno belle dichiarazioni d'intenti, con la totale incapacità di risolvere minimamente il problema.

Come avete già detto, si tratta di un provvedimento che potrebbe interessare il 70 per cento dei Comuni italiani, che sono sotto la soglia dei 5.000 abitanti. Chi vi parla vive in una realtà ancora più polverizzata, dove l'88 per cento dei Comuni è sotto i 5.000 abitanti. Per il Trentino-Alto Adige e per altre realtà orograficamente molto simili alla nostra, si sta parlando di sopravvivenza di un sistema sociale, perché, a parte quelli del fondovalle, quasi tutti i Comuni necessitano della massima attenzione.

Non vorremmo che oggi i Comuni più virtuosi, le Province e le Regioni che sono state attente al problema si dovessero trovare penalizzate, perché - consentitemi di dirlo - chi è stato bravo e ha già affrontato il problema, con i parametri che vengono fissati in legge, potrebbe essere penalizzato, trovandosi in situazioni forse un tantino migliori rispetto a quelle di altri Comuni.

Voglio puntualizzare un'altra questione per parlare dei Comuni di montagna: quando si fissano le tipologie dei Comuni per avere titolo ad accedere ai finanziamenti, uno dei punti inseriti nel provvedimento è la difficoltà di comunicazione, ossia la lontananza dai grandi centri urbani. Faccio notare che la lontananza non è un parametro significativo, perché 50 chilometri a livello di pianura probabilmente sono poca cosa - possono significare venti minuti, mezz'ora di automobile - mentre 50 chilometri in zone impervie, in montagna, con condizioni climatiche avverse, magari in inverno con nevicate abbondanti, diventano una distanza impossibile.

Quando fu effettuata la razionalizzazione del sistema ospedaliero - per esempio - e sono stati chiusi i punti nascita e gli ospedali che si trovavano sotto certi standard, il risultato è stato che in montagna sono stati tolti servizi essenziali proprio perché la lontananza giustificava la scelta di chiuderli. Come ripeto, però, la lontananza in determinate situazioni geografiche non vuol dire nulla: dovremmo piuttosto considerare i tempi di percorrenza per arrivare, nel caso in ipotesi, all'ospedale.

Abbiamo posto degli standard basati su valutazioni squisitamente politiche. Sotto certi standard, il Ministero dell'istruzione ha stabilito che la scuola deve essere razionalizzata, si deve spostare un plesso da un Comune all'altro, e così per tutti i servizi sociali come asili, scuole materne e quant'altro. Cosa ha significato standardizzare con un parametro di livello nazionale? In montagna, i piccoli centri, i piccoli Comuni, le piccole realtà, in un attimo scendono sotto la soglia di tali standard. Togliere la scuola elementare e l'asilo in questi centri significa che una coppia di giovani non può restare e si trasferisce immediatamente, perché rimanere significherebbe subire un disagio prima di tutto ambientale per loro, ma anche per i figli che nasceranno e che saranno sballottati e portati in giro a seconda della capacità dei Comuni di gestire il servizio di trasporto. Questo significa lo spopolamento di quei Comuni; le giovani coppie si portano nei Comuni più importanti o nel fondovalle, dove ci sono i servizi.

Manca la popolazione, manca la domanda interna e anche le attività commerciali non ce la fanno; il negozietto che viveva a fatica finisce per chiudere. Chiudono le attività commerciali e rimangono quattro vecchi, non più in età operativa e lavorativa; la montagna cambia dimensione, cambia aspetto. Quei quattro anziani, a questo punto, devono essere aiutati, quasi come quando d'inverno ci sono grandi nevicate e dobbiamo portare il cibo e le balle di fieno, nelle postazioni di approvvigionamento, ai cervi e ai caprioli, perché altrimenti ci sarebbe una moria e conteremmo le carcasse nella primavera successiva. Bene: noi dovremo portare i servizi sociali per mantenere una popolazione che non ha neanche la capacità di muoversi e di trasferirsi con agibilità, ma che dipende dai figli e dai parenti, e cioè da qualcuno che porta loro quello che non trovano più nei posti dove vivono.

La montagna si impoverisce e si indebolisce. Ricordiamo che chi vive in montagna per lo più, al di là dell'attività agricola, vive anche di immagine, vive di turismo e di ambiente. Ma, se le persone non ci sono, anche la cartolina cambia, l'attrattività cambia; non c'è più attività economica e turistica. È una catena che andiamo a indebolire e i risultati li abbiamo visti: lo spopolamento in tanti Comuni montani e via dicendo.

Allora dobbiamo salire a ritroso. Non possiamo far mancare i servizi, anche a costo che essi non rispettino più gli standard di costi - sbagliati - parametrati su indici che possono andar bene per altri ambienti, ma non per quelli montani, non per i piccoli Comuni, per lo più in montagna.

Vengo a un altro esempio. Noi diciamo che i Comuni possono promuovere una serie di servizi essenziali, tra cui i servizi postali. È chiaro che siamo d'accordo. Ma come conciliamo tutto questo con le norme appena emanate sull'affidamento totale al concessionario Poste Italiane SpA, che ha deciso la razionalizzazione degli uffici postali, chiudendo tutti quelli che per lui non sono economicamente convenienti? Io posso capire che Poste faccia un discorso ragionieristico, ma la politica non lo può fare. Se i quattro vecchi che vivono ancora in montagna non possono neanche andare a ritirare la pensione - l'ufficio postale alla fine serve per pagare le bollette, per ritirare la pensione e per poco altro - allora mettiamoci d'accordo. Non possiamo concedere a Poste Italiane la totale autonomia di aprire e chiudere gli uffici, se poi dobbiamo dire ai Comuni di aprire loro stessi uno sportello postale, perché ciò è vitale per la loro comunità.

Andiamo avanti: i piccoli Comuni possono anche istituire centri multifunzionali per la prestazione di una pluralità di servizi. Vivaddio: fermiamoci. Non facciamo fare al pubblico ciò che non sa fare. Ci sono i privati che muoiono e noi apriamo il centro servizi comunale? Aiutiamo invece i privati, che sanno fare servizio, commercio e altro, a mantenersi in piedi con le loro gambe.

Come ha ricordato il senatore Candiani e come avete ricordato anche voi, qua si vogliono fare le nozze con i fichi secchi: 10 milioni, che diventeranno negli anni successivi 15 milioni all'anno. È molto interessante dire che i Comuni possono acquistare immobili e riqualificarli, per contrastare l'abbandono. Una delle cose più importanti è l'abbandono del sistema turistico: l'albergo non ce la fa e chiude. Ma, se noi abbiamo 10 o al massimo 15 milioni all'anno, quante strutture alberghiere potremo comperare, acquisire e valorizzare per mantenere ancora un po' economia sui territori? Ripeto: 10 o 15 milioni all'anno. Potremmo acquistare una o due strutture. Ma stiamo parlando di una legge che va a toccare 5.600 piccoli Comuni. Non possiamo dire che risolviamo il problema di oltre 5.000 Comuni facendo un investimento una tantum, che praticamente azzera il fondo. Se vogliamo veramente che la legge stia in piedi, dobbiamo mettere le risorse che facciano funzionare questa legge; altrimenti abbiamo realizzato una bellissima legge che tutti condividiamo, ma con princìpi che restano esclusivamente sulla carta.

Signor Presidente, mi conceda ancora pochi minuti prima di concludere. Dirò un'aberrazione, adesso, che contrasta con tutto ciò che finora ho detto: non servono soldi: per mantenere le comunità in montagna e i piccoli Comuni, non servirebbero neanche soldi, ma servono azioni. E la Lega nel tempo ha presentato un'infinità di proposte per defiscalizzare e semplificare. Una piccola attività in montagna ha più costi per la gestione del fisco che utili a fine anno. Cancelliamole i costi: si chiamavano concordati fiscali. Se un negozio finisce sotto determinati parametri, gli diciamo che fa un servizio sociale, e non più un'attività economica, perché la bottega di pane o la bottega di alimentari sono essenziali perché la comunità viva. Deve buttare via il registro IVA e il registro corrispettivi e risparmiare con il commercialista. Bene andare in intendenza di finanza, concordare e pagare 1.000-2.000 euro all'anno, che è l'equivalente del suo obbligo fiscale, e si cancellano tutti i costi. Così possiamo permettere alle attività economiche di non chiudere, senza spendere un euro.

In montagna vivono per lo più agricoltori, allevatori e contadini e fanno fatica. Una cosa è fare agricoltura in pianura, dove ci sono grandi aree e grandi ottimizzazioni di spesa, e un'altra è farla sui gradoni, dove il prodotto è minore, la fatica è maggiore, i costi sono di gran lunga superiori e i prezzi a volte non sono remunerativi. Speriamo che queste attività non debbano chiudere, ma ce ne sono tante che non ce la fanno più.

Cosa sono i contadini? Sono dei piccoli fai da te. Potremo dire loro: «Ancorché non siete iscritti nelle imprese che possono fare grandi lavori, potete fare piccole manutenzioni stradali, come ad esempio regimazioni delle acque sulle strade forestali»; si tratta di piccole canalette che portano via l'acqua, evitano che gli scrosci distruggano le strade e quant'altro. Un muretto di sassi, per lo più a secco, riesce a farlo anche il contadino: lo fa a casa sua e lo potrebbe fare anche per la comunità. Per quanto riguarda lo sgombero della neve, tutti i contadini hanno un trattore e portano via la neve dalle aree di produzione. Allora dategli l'incarico di pulire le strade di montagna. Aiutiamoli a integrare quel reddito che oggi è insufficiente. Il costo è zero e probabilmente risparmieremmo anche rispetto all'affidamento e all'appalto di questi piccoli lavori a ditte specializzate. Quanto possono costare tutte queste operazioni? Zero. Buona volontà, semplificazione e - aggiungo io - defiscalizzazione.

Termino il mio intervento con un aneddoto, perché qui si dice: «Con una mano li aiuto, ma con l'altra li ammazzo». L'aneddoto riguarda un allevatore che gestiva la malga. Sono arrivati i funzionari, che fanno il loro lavoro, e, per rispetto ai parametri stabiliti dalla normativa europea e quant'altro, hanno bloccato l'attività di casaro, perché il luogo dove si faceva il formaggio non rispettava i requisiti previsti dalla normativa europea, ovvero la piastrellatura fino a 2,20 metri in altezza. L'allevatore ha chiuso la malga e mi ha detto che non avrebbero messo le piastrelle a 2,20 metri di altezza perché glielo dice la legge provinciale, che ripete le normative europee, perché non vuole demolire il tetto per farvi uscire 20 centimetri di piastrelle al di sopra. Penso che con questo ci siamo capiti.

Se vogliamo dare una mano, cerchiamo di fare leggi ragionevoli che tengano in considerazione il contesto in cui saranno applicate. Se vogliamo applicare queste norme, finanziamole. Ricordiamo, però, che forse è più importante defiscalizzare e semplificare che buttare soldi, e inoltre dopo diciamo loro: «Butta giù il tetto altrimenti non ti lascio fare il formaggio, perché non hai le piastrelle fino a 2,20 metri di altezza». (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Mussini).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pezzopane. Ne ha facoltà.

PEZZOPANE (PD). Signor Presidente, finalmente, dopo quasi un anno dalla approvazione da parte della Camera dei deputati, approda qui in Senato questo importante disegno di legge. Ringrazio i relatori, il Presidente della Commissione e tutti coloro che si sono impegnati per arrivare qui in Aula e, soprattutto, i colleghi della Camera che sono entrati nel merito.

È un provvedimento importante, di forte carica simbolica, ma anche di norme concrete. Sarà insufficiente, senz'altro. Intanto, però, si inizia. Altri, prima di noi, avrebbero potuto farlo e non lo hanno fatto. Esso giunge, peraltro, a un anno di distanza da un drammatico terremoto che ha colpito proprio una parte di Appennino costituita da una miriade di piccoli Comuni. Il disegno di legge stanzia cento milioni, che poi aumenteranno nel corso degli anni, e ha lo scopo di risollevare le sorti dei piccoli Comuni con meno di 5.000 abitanti. Così come è già stato detto - e lo ripeto - solo 5.585 Comuni, pari al 70 per cento del totale dei Comuni presenti sul territorio italiano; oltre 10 milioni di cittadini italiani che comunque, nonostante le difficoltà, continuano a risiedere in questi territori.

È una legge molto attesa, è una opportunità per l'Italia, ha una forte innovazione ed è in controtendenza rispetto a politiche di altri Governi, punitive verso le piccole realtà. Dietro questa iniziativa c'è un pensiero forte, che viene da lontano, che ha visto generazioni di giovani, di intellettuali e di ambientalisti interrogarsi sul futuro di questi territori; che ha visto miriadi di sindaci, nel corso degli anni, impegnarsi e mobilitarsi.

Io mi sono battuta per anni contro l'abbandono, la chiusura dei presidi territoriali, la mortificazione dei territori e la mortificazione di una storia millenaria, che proprio lì, nei piccoli Comuni, specie nelle nostre montagne, si concentra. Promossi, proprio da amministratrice regionale, con Legambiente, con Ermete Realacci e con colleghi che oggi stanno qui in Senato e che allora avevano ruoli amministrativi, il progetto di Appennino Parco d'Europa, affinché montagne e piccoli centri diventassero area di sperimentazione di un nuovo sviluppo.

Per questo oggi sono doppiamente contenta, come senatrice del Partito Democratico - un partito che le cose le dice e le fa - e come donna dell'Appennino, che può tornare a sperare, e come persona che viene da una terra, appunto, di piccoli Comuni. Emerge una idea di sviluppo che punta sui territori e sulle comunità, che coniuga storia, cultura, saperi tradizionali con l'innovazione e le nuove tecnologie, la green economy. È una legge, questa, che aiuterà l'Italia a essere più forte e più unita.

Il provvedimento nasce da una proposta di legge di Ermete Realacci che, durante l'esame a Montecitorio, è stata poi unificata ad altra legge ed è arrivata qui in Senato. L'importanza dei piccoli Comuni si è vista anche nel terremoto, con il ruolo fondamentale per la tenuta delle comunità svolto proprio dai municipi. I nostri piccoli Comuni amministrano, quindi, una parte importante del territorio nazionale. Non sono una eredità del passato, ma una straordinaria occasione per difendere la nostra identità, le nostre specialità e proiettarle nel futuro.

Il disegno di legge per la valorizzazione dei piccoli Comuni prevede un vero e proprio Piano nazionale per la riqualificazione dei borghi con meno di 5.000 abitanti. Stanzia delle somme, che potranno certo essere aumentate, ma che non sono mai state stanziate prima, e propone anche misure per favorire la diffusione di banda larga, servizi più efficienti, itinerari di mobilità e turismo dolce. Penso proprio al fatto che oggi a Campotosto, epicentro di recenti terremoti, parte l'itinerario del Tratturo Magno. Poi c'è la promozione di produzioni agricole e agroalimentari a filiera corta.

In più, il provvedimento introduce semplificazioni per il recupero dei centri storici in abbandono. Prevede opere di manutenzione del territorio con priorità alla tutela dell'ambiente, messa in sicurezza di strade e scuole, efficientamento energetico del patrimonio edilizio. I piccoli Comuni potranno anche acquisire case cantoniere e tratte di ferrovie dismesse da rendere disponibili per attività di protezione civile, volontariato, promozione di prodotti tipici locali e turismo. Si tratta, quindi, di una legge importante per mettere queste realtà in condizione di essere non un peso, una zavorra per il nostro Paese, ma una straordinaria occasione.

Molte sono le misure previste, citate anche dai relatori: si va dalla possibilità di registrare la nascita di un bambino nel Comune di residenza anche se il parto avviene altrove (sembra poco, ma è importante), all'assicurare la qualità e la presenza dei servizi indispensabili come sanità, trasporti e istruzione.

Importante è anche la previsione del recupero dei cammini storici: sono stanziate risorse proprio per collegare i piccoli Comuni su questi antichi e storici cammini; vi sono, poi, il recupero dei borghi, con interventi antisismici, e diverse misure a sostegno dei prodotti tipici locali, come ad esempio la vendita diretta all'interno di punti commerciali, l'incentivo della filiera corta e la valorizzazione delle attività pastorali di montagna.

Obiettivo storico è frenare il disagio demografico ed economico che colpisce oltre 2.000 piccoli Comuni sotto i 5.000 abitanti, da cui i giovani tendono ad andare via e le case abbandonate o vuote sono addirittura una ogni tre.

I piccoli Comuni detengono, tra l'altro, la gran parte del patrimonio di biodiversità agroalimentare. Vi si coltiva oltre la metà della produzione agroalimentare nazionale che ha reso celebre il made in Italy nel mondo, grazie alla presenza di oltre 300.000 imprese agricole. Tre piccoli Comuni su quattro sono il territorio di riferimento per gli allevamenti destinati a produzioni importanti a denominazione di origine protetta (DOP), mentre nel 60 per cento dei borghi si trovano gli uliveti dai quali si ottengono i pregiati oli italiani a denominazione di origine protetta. Ma moltissimi, anche in Abruzzo, sono i veri e propri gioielli di produzioni tipiche e a volte i nomi dei Comuni si associano a quelli dei prodotti tipici.

Vale la pena ricordare, proprio per le cose che sono state dette, che l'iter della legge è stato molto complicato e che altre legislature non hanno avuto la forza di concluderlo. La prima proposta di legge è del 2001 e dal 2001 al 2017 sono passati in questo Paese Governi di altra ragione politica e di altra realtà, ma che non vollero o non poterono condurre a termine questa iniziativa. Si tratta, quindi, di un vantaggio, di una grande opportunità, di una novità di cui possiamo farci vanto.

Il disegno di legge fu sottoscritto, nelle varie occasioni in cui fu presentato, da parlamentari di ogni parte politica ed Ermete Realacci fu il conduttore, allora, di questa battaglia, oggi diventata comune e addirittura rivendicata da chi la osteggiò. Comunque, ci siamo arrivati e ci siamo arrivati bene. La Camera ha approvato all'unanimità il testo e sicuramente anche in questa occasione ribadiremo quell'unanime consenso.

Insomma, in Italia le cose vanno diversamente rispetto al passato. Oggi è una bella giornata, io sono orgogliosa del nostro lavoro e ringrazio tutti coloro che ci si sono cimentati. Penso soprattutto agli amministratori locali, ai sindaci, ai cittadini di quei paesi, a cui dobbiamo non solo l'approvazione di questa legge, ma anche un impegno speciale, all'indomani dell'approvazione della legge, affinché si impostino concrete politiche attive per arginare lo spopolamento e l'abbandono del territorio.

Ne avrà vantaggio tutta l'Italia, anche le aree metropolitane, che spesso ritengono queste realtà delle zavorre per poi magari vedere i propri abitanti passar lì il weekend in serenità e in pace. Con questo provvedimento uniamo proprio queste realtà che sembrano, apparentemente, in conflitto: le aree metropolitane saranno più coese alle aree marginali e ai piccoli Comuni in difficoltà, per il bene dell'Italia, intera e unita. (Applausi dai Gruppi PD e AP-CpE-NCD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morra. Ne ha facoltà.

MORRA (M5S). Signor Presidente, colleghi, intanto lasciatemi dire che attendere quattro legislature per tutelare le condizioni di vita di 5.585 piccoli Comuni italiani è vergognoso. Lasciatemi anche aggiungere che non è semplicemente una questione di numeri.

Infatti, le Italie - e qui correggo un pochino chi mi ha preceduto - hanno il loro fondamento in quella biodiversità che ha voluto offrire nel nostro territorio, anche da un punto di vista propriamente geografico, demografico e antropologico, un quadro, un caleidoscopio, delle differenze di sistemi socio-produttivi e relazionali che hanno fatto del nostro Paese qualcosa di unico al mondo. Attendere cinque legislature per ottenere una legge a tutela di queste realtà è qualcosa di vergognoso che ricade sulle forze politiche che hanno deciso, essendo maggioranza nei precedenti Parlamenti, di dimenticare tutto ciò.

E lasciatemi aggiungere un dato. Se è vero che noi ogni anno malediciamo terremoti e la senatrice Pezzopane ricordava che l'anno scorso eravamo tutti impegnati a fronteggiare l'ennesima scossa tellurica che aveva funestato in particolar modo il Centro Italia, se è vero che ogni anno dobbiamo far fronte ad alluvioni, a tracimazioni, e esondazioni, a frane e smottamenti che hanno un costo, prima ancora che economico, in termini di vite umane, di danni all'ambiente e di emotività danneggiata, ebbene tutto ciò è responsabilità di chi doveva governare il territorio e se ne è fregato. Dico questo perché i processi di inurbamento della popolazione italiana non vanno semplicemente subiti e non vanno neanche governati, ma vanno ostacolati quando sono assolutamente dissennati. Prendiamo allora coscienza, come ribadiscono ormai tanti antropologi, tanti demografi e geografi, che una popolazione concentrata soprattutto su realtà urbane particolarmente consistenti è un danno per l'ambiente tutto e per la popolazione stessa in termini di qualità della vita, se è vero che tutti quanti ci riempiamo la bocca di quei piccoli borghi in cui, come diceva la senatrice Pezzopane, dobbiamo andare a passare i weekend. Ma perché dobbiamo passarci il weekend? E poi, scusatemi, perché non recuperare la tradizione della nostra lingua: perché non passarci il fine settimana? O, aggiungo, perché non viverci stabilmente? Questo dipende dalla politica, perché se tu quei piccoli centri li abbandoni e quindi pregiudichi la sopravvivenza dei servizi essenziali, allora una tua responsabilità in quanto forza di Governo c'è.

Pongo allora una domanda a tutti. L'Italia è un Paese che contempla al suo interno, soprattutto al Nord, una pianura rilevante che conosciamo tutti e chi presiede appartiene a una forza politica che della Padania ha fatto il suo epicentro simbolico, però l'Italia è soprattutto montagna e collina, che è stata nel tempo antropizzata con difficoltà. Prima il senatore Divina, che adesso manca, faceva riferimento, per esempio, ai terrazzamenti con cui generazioni di contadini hanno assoggettato all'agricoltura dell'uomo gole, valli e territori comunque scoscesi e impervi, ottenendo produzioni di ottimo livello e qualità e questo sia al Sud, che al Centro, che al Nord.

Dopo la Seconda guerra mondiale, abbiamo seguito alcuni miti consumistici e americaneggianti invece della nostra civiltà di riferimento, che era essenzialmente una unità contadina, in cui i valori di comunità erano fondamentali e in cui - ricordo le parole della senatrice Puppato - la mutualità era valore vissuto e non un riferimento presso l'istituto di credito. Vorrei qui aprire una parentesi: se soltanto sui piccoli Comuni mettessimo la metà della metà della metà delle risorse che sono state utilizzate per favorire le banche, forse noi avremmo un'Italia diversa! (Applausi dal Gruppo M5S). Ma questo è un dato, diciamo così, "irrilevante".

Ora, signor relatore, è vero che i Comuni interessati da questa misura sono 5.585, ma è altrettanto vero che l'Italia è costituita da circa 8.000 Comuni e che, quindi, in termini di centri che conservano una loro identità, una loro storia e una loro proposta come ratio essendi per sopravvivere anche nel XXI, XXII e XXIII secolo, c'è tanto e se noi accettiamo, per esempio, che vi sia una svalutazione del patrimonio immobiliare di questi piccoli borghi, colpiti da una fiscalità assolutamente irrazionale ed iniqua, noi decretiamo la fine di quei centri.

E allora questo era un provvedimento centrale, ancor più delle varie leggi che arrivano e in quattro e quattr'otto vengono approvate perché bisogna portare fieno in cascina ai partiti e ricordiamo tutti a cosa faccio riferimento: ad esempio, alla cosiddetta Boccadutri, la leggina che ha permesso ai partiti di portare nel cassiere subito, cash, oltre una quarantina di milioni di euro. Addirittura una quarantina di milioni di euro subito, quando chi mi ha preceduto ricordava che questo provvedimento stanzia negli anni, non immediatamente, 100 milioni di euro. Una cifra enorme! Se consideriamo che il bilancio dello Stato arriva a cifre intorno agli 830-840 miliardi di euro l'anno, capiamo che 100 milioni sono proprio, lasciatemelo dire, l'attenzione che si deve a dei pezzenti, perché chi ha il coraggio, come tanti piemontesi, come tanti calabresi e tanti molisani, di vivere ancora in quelle realtà è semplicemente un resistente, ancorché un resiliente, a fronte del vostro continuo pensare ad altro. (Applausi dal Gruppo M5S). Perché questi cittadini, evidentemente, sono italiani di serie B, serie C e serie D.

Noi, come ovvio, rimarcando tutte queste criticità, non possiamo tirarci indietro e quindi voteremo a favore del provvedimento perché finalmente è qualcosa. Ed è qualcosa - e qui faccio una notazione di merito e di metodo - anche perché alla Camera, dove il provvedimento si è incardinato, si è deciso da parte del partito di maggioranza relativa di dialogare con la forza di opposizione che qui sono a rappresentare. Il testo base, proposto dal deputato Realacci, ingloba parti importanti di un'altra proposta di legge promossa in particolar modo da Patrizia Terzoni come prima firmataria e dal Movimento 5 Stelle tutto. Attraverso un dialogo che è stato difficile, ma comunque costruttivo, qualcosa è stato recepito, ma "qualcosa" è ancora ben poco rispetto a quello che quegli italiani debbono giustamente vedersi riconosciuto. Infatti, come ribadisce Franco Arminio, colui che ha dato i natali alla paesologia, noi non dobbiamo permettere che dopo la pensione, chi ha vissuto tutti i suoi anni migliori a Roma, a Firenze o in qualche altra grande realtà urbana, possa andare a recuperare la qualità della vita in Provincia di Sondrio, di Cosenza o di Caltanissetta, magari in un borgo che offra come valori immensi, per esempio, la qualità del pane oppure la straordinaria suggestione di un paesaggio. Certe volte, quando si osserva la natura, senza scomodare i grandi, ci si rigenera. E certamente questa capacità non la offre la grande metropoli o la megalopoli: nel caso, quella offre qualche mesotelioma, qualche problema oncologico relativo all'inquinamento in cui si è costretti a vivere.

Ribadendo le parole di Arminio, noi vorremmo che in questo Paese si promuovessero stili di vita per cui non si va a terminare la propria esistenza nel piccolo borgo, ma si accompagna tutto il proprio vivere in quelle strade, in quei luoghi, in quei posti che hanno permesso, ad esempio, a uno dei più grandi maestri della poesia italiana, Giacomo Leopardi (ieri in quest'Aula ricordavamo dei grandi della nostra cultura) di rendere universali borghi che altrimenti potevano essere conosciuti soltanto da chi vi viveva.

Quello però è un problema di atteggiamento mentale, di cultura, di mentalità. E voi che mentalità avete, se solo e soltanto promuovete la realizzazione di centri commerciali? Perché ieri è stato arrestato un sindaco di Forza Italia? Semplicemente perché aveva favorito l'ennesimo centro commerciale che indirettamente facilita lo svuotamento delle valli, delle colline e delle montagne per favorire chi sta in pianura e questa è la politica che voi, dissennatamente e in maniera anche funzionale a certe logiche corruttive, avete voluto realizzare in questi ultimi decenni.

Se il Paese vuole invertire la tendenza deve, ad esempio, puntare sulla montagna, sulla collina, su queste realtà per la prevenzione del dissesto idrogeologico e per un rilancio di attività produttive realizzate con creatività, con fantasia, perché la maestria di un maestro impagliatore o di un liutaio nessun robot, nessuna stampante in 3D la potrà garantire. Tuttavia, per far questo non sono sufficienti 100 milioni: questo è l'inizio e la prossima sfida dei prossimi Parlamenti sarà quella di ostacolare le leggi Boccadutri e di favorire leggi che abbiano anche come primo firmatario un esponente non del Movimento 5 Stelle, ma che abbia a cuore le esigenze e i diritti reali degli italiani. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Saggese. Ne ha facoltà.

SAGGESE (PD). Signor Presidente, intervengo anche io unendomi al coro dei colleghi del Partito Democratico che mi hanno preceduto, perché io ci vivo in un piccolo Comune dell'entroterra del Sud, pur non essendo ancora arrivata all'età della pensione e quindi tengo a sottolineare l'importanza del disegno di legge in esame, che pone un cambiamento di marcia completo rispetto a quanto in passato è stato fatto (o meglio non fatto) per queste aree. Si tratta di un piccolo passo per valorizzare le piccole realtà, per migliorare le condizioni di vita in queste aree, acquisendo finalmente la consapevolezza delle risorse e delle potenzialità che le nostre aree interne hanno, come è stato detto, da tutti i punti di vista (culturale, sociale, ambientale e delle produzioni tipiche locali). Dunque finalmente i centri minori tornano protagonisti e al centro del dibattito politico, dopo che erano rimasti per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico. Da qui evidenziamo in primo piano gli investimenti e le opportunità offerte alle aree interne proprio al fine di evitare quel fenomeno frequente e costante che è l'abbandono, con tutto ciò che ne consegue in termini di qualità e quantità dei servizi essenziali per i cittadini.

Abbiamo già detto che su 8.000 Comuni italiani 6.000 hanno popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, quindi ci stiamo rivolgendo a una parte molto rilevante del nostro Paese. I circa 6.000 Comuni al di sotto dei 5.000 abitanti non sono soltanto una priorità dal punto di vista numerico, ma rappresentano, nel quadro nazionale, una realtà molto importante e dinamica, sotto i profili più vari. Negli ultimi anni però abbiamo assistito ad una costante decrescita delle risorse messe a disposizione di questi piccoli Comuni, sia a causa dei tagli ai trasferimenti statali, sia a causa della costante migrazione, che purtroppo ha portato non soltanto ad un indebolimento economico, ma soprattutto, e molto più drammaticamente, ad un impoverimento del tessuto sociale. Sono molti i casi in cui nei piccoli Comuni non sono garantiti ed assicurati i servizi essenziali (penso alle poste, alla sanità, alla scuola), perché spesso negli anni passati è stata adottata una logica semplicemente economica di tagli drastici e di riduzione dei costi, senza pensare alle difficoltà ed alle maggiori necessità che questi Comuni hanno proprio per il disagio in cui vivono.

Aggiungo, peraltro, che, al contrario, l'equilibrata distribuzione della popolazione sul territorio nazionale va a garanzia di tutto il sistema sociale e culturale del Paese, non soltanto a beneficio e a vantaggio di queste piccole realtà e faccio riferimento, in particolare, alle questioni già sollevate della manutenzione del territorio e del patrimonio, del grande apporto che questi Comuni possono portare all'equilibrio del Paese.

L'obiettivo che questo disegno di legge si pone, quindi, è sicuramente apprezzabile. Certamente arriva con un po' di ritardo, ma finalmente arriva, e arriva in questa legislatura e si aggiunge agli altri provvedimenti che in questo periodo sono stati messi in campo a favore di queste piccole realtà e della costruzione di un sistema che miri a creare le condizioni perché i nostri giovani possano continuare a vivere dignitosamente nei piccoli paesi e nei luoghi dove sono nati. Penso che il cambiamento epocale di questo disegno di legge stia proprio nell'acquisizione della consapevolezza dell'importanza di questo passaggio.

Ben venga poi l'istituzione del fondo, le cui risorse forse saranno poche, ma rappresentano un primo passo. Cominciamo così ad agevolare le iniziative economiche e commerciali dei piccoli imprenditori che vivono in quei Comuni e che molto spesso sono veramente sopraffatti e soffocati. Anche l'iniziativa privata del ragazzo che vive nell'area interna di un piccolo Comune spesso è soffocata dagli interminabili iter burocratici e dal doversi districare in condizioni davvero complicate.

È importante evidenziare, tra le priorità che il fondo prevede, anche il recupero e la riqualificazione urbana dei centri storici, dei terreni, degli edifici in stato di abbandono. È stata sollevata da qualcuno la problematica dell'abbandono del patrimonio edilizio, perché purtroppo le persone non ci sono più, oltre alla questione delle infrastrutture stradali, perché spesso l'accessibilità rappresenta un vero e proprio ostacolo in queste piccole realtà.

Finalmente viene dato un segnale per il ritorno alla montagna: vorrei ricordare come qualcuno, nonostante abbia parlato dell'importanza della montagna e delle sue difficoltà, quando è stato forza di maggioranza e di Governo ha apportato tagli alla legge sulla montagna. È stato questo Parlamento, con la passata legge di stabilità, ad aver finalmente rifinanziato il fondo per la montagna.

L'attenzione rivolta a queste piccole realtà è improntata a rilanciare anche l'economia rurale, valorizzando e promuovendo il nostro territorio e tutte le sue eccellenze, le diversità della nostra piccola e bella Italia.

La maggior forza per i piccoli Comuni non deriverà quindi da operazioni artificiose, ma potrà discendere da una rinnovata consapevolezza delle proprie possibilità e della propria dignità, che vuol dire anche valorizzazione della propria storia e delle proprie tradizioni. La rinascita dei territori non può venire dall'acquiescenza alle politiche di bilancio che privilegiano i grandi centri, ma soltanto da un nuovo investimento in termini di energie, da mettere il più possibile al servizio di processi virtuosi di crescita programmatica e partecipata.

Infine, un'ultima piccola annotazione: i piccoli Comuni sono numerosi, se rapportati al complesso degli enti locali esistenti nel nostro Paese, e costituiscono l'articolazione tipica del nostro Centro Sud, un'area che è stata fortemente colpita dalla crisi degli ultimi anni, che ha necessità di particolare attenzione per poter ricominciare e diventare un motore della ricrescita. Il disegno di legge in esame è un altro segnale importante in questa direzione. Perciò mi auguro che non venga sprecato ulteriore tempo, ma che, anzi, il nostro tempo sia utilizzato per approvare il provvedimento il più rapidamente possibile. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Mancuso).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fasiolo. Ne ha facoltà.

FASIOLO (PD). Signor Presidente, colleghi, il disegno di legge al nostro esame è molto costruttivo, qualificante e di grande portata generativa.

È un provvedimento che affonda le radici - com'è stato detto nei tanti interventi dei colleghi che mi hanno preceduta - nella storia del Paese e nella sua peculiarità, dettata anche dal numero di enti locali. Tale peculiarità è senza alcun dubbio costituita dalla presenza numericamente molto rilevante di Comuni di piccole e piccolissime dimensioni, alcuni dei quali situati anche su piccole isole, il che porta il numero totale degli enti locali a oltre 8.000 su tutto il territorio nazionale. Questo numero è costituito, per almeno per il 70 per cento, da Comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti.

Un'organizzazione così atomizzata può facilmente dirsi anacronistica per l'insostenibilità da parte di molte municipalità italiane dell'erogazione di servizi, a causa della ridotta dimensione, spesso solo demografica e non territoriale, del Comune, che, in pratica, si traduce in un'esiguità di risorse a fronte di sempre crescenti necessità e di un'inadeguatezza delle strutture comunali nel fare fronte ai molteplici e multisettoriali obblighi di legge, sempre maggiori, sia in essere, sia in divenire.

Per far fronte a questi problemi la strada della razionalizzazione degli enti locali, ha spinto, spinge e sta spingendo verso fusioni e unioni territoriali intercomunali. È giusto che sia così, per mettere insieme servizi e risorse tra Comuni. Il Friuli-Venezia Giulia, la mia Regione, sta sperimentando, non senza problemi e necessità di correttivi, le unioni territoriali intercomunali (UTI).

I contenuti del provvedimento, tuttavia, non affrontano il tema della riorganizzazione dell'ente locale, bensì intervengono nella difesa e nella valorizzazione dei territori e delle comunità dei piccoli Comuni, che vogliono e devono mantenere le proprie peculiarità e non rinunciarvi, né in parte, né in toto, e non solo in una logica di sopravvivenza, ma in una logica di rilancio.

Si guarda alla tutela di quei territori e di quelle comunità che rischiano di chiudere a causa dell'abbandono delle abitazioni per trasferimenti lavorativi (ne sanno qualcosa le nostre aree di montagna, con i loro emigrati nel mondo), in conseguenza di dissesti idrogeologici, come a seguito di terremoti (anche qui ne sappiamo qualcosa), o per l'arretramento in quei territori della presenza dello Stato (caserme, presidi militari e di polizia, stazioni ferroviarie, case cantonali) a cui con questo Governo stiamo dando risposte.

Presidenza della vice presidente DI GIORGI(ore 11,15)

(Segue FASIOLO). Rispetto al venir meno, nel passato, del governo sussidiario dei territori, oggi si necessita di altro ed è ciò che il disegno di legge ha fortemente voluto: c'è bisogno di nuova linfa e di sostegno, di piccoli ma importanti aiuti, grazie ai grandi finanziamenti che qui sono previsti, attraverso i quali rilanciare il ripopolamento di queste aree e di queste comunità che vogliono rimanere tali e non intendono rassegnarsi a divenire territori abbandonati e comunità atomizzate in via di estinzione.

Si richiedono, perciò, sostegno e riqualificazione per questi Comuni: difesa del suolo, green economy, misure di contrasto all'abbandono e supporto alle esigenze anche dell'edilizia scolastica. Ecco, dunque, la ratio del Piano nazionale di cui all'articolo 3 del provvedimento, che prevede dei fondi significativi, a revisione annuale, per la riqualificazione. Nell'articolo 3 compare un elenco di interventi prioritari che devono mirare alla riqualificazione e manutenzione del territorio, alla messa in sicurezza delle infrastrutture e degli edifici pubblici (con particolare riferimento, come è stato detto molto bene dalla collega Pezzopane, alle scuole e agli edifici con funzioni socioassistenziali), nonché nell'ambito delle politiche dell'efficienza energetica e delle fonti rinnovabili (la filosofia della green economy, appunto), dell'acquisizione e riqualificazione di terreni ed edifici in stato di abbandono, sedimi ferroviari e via dicendo.

Lungi dal ritenere questo aiuto un mero strumento di assistenzialismo statale, le comunità dei piccoli Comuni oggetto del provvedimento dovranno fare la loro parte. In relazione alle politiche di riorganizzazione istituzionale parallele al provvedimento, le piccole comunità locali dovranno cooperare, lavorare insieme e costruire progetti, adeguandoli alle proprie realtà strutturali, professionali e organizzative, in una visione aperta al futuro. Dal disegno di legge in esame emerge quindi con assoluta evidenza che il progetto deve essere partecipativo e coinvolgere le comunità. Questo è l'apprezzabile spirito del provvedimento in esame, che vuole rivolgere attenzione alle esigenze insopprimibili delle numerose piccole e preziose comunità del nostro Paese. (Applausi dei senatori Mancuso e Silvestro).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ceroni. Ne ha facoltà.

*CERONI (FI-PdL XVII). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, il provvedimento in esame proviene dalla passata legislatura quando, strombazzato ai quattro venti dal duo Lupi-Realacci, è finito nel cassetto stante la sua inutilità. Si tratta di una minestra riscaldata che ci viene servita in questa legislatura, insignificante, inadeguata e inutile. Un provvedimento che non serve a niente, fumo negli occhi per ignari cittadini che non conoscono la realtà delle cose.

Sappiamo bene che idea avete delle autonomie locali. Alle autonomie locali voi preferite il centralismo democratico. Ma voi conoscete i problemi dei Comuni italiani, degli oltre 5.600 Comuni con meno di 5.000 abitanti? Onestamente non sono affatto sorpreso. I vostri pensieri sono mal celati. Conosciamo bene quali sono i vostri obiettivi: distruggere gli enti locali. Prima avete massacrato le Province, ridotte a enti di secondo grado, privato i cittadini della possibilità di scegliere i loro rappresentanti di area vasta, ridotto le competenze e il personale ed effettuato tagli feroci delle risorse, tanto che le Province non sono in grado di poter adempiere neanche minimamente alle quattro funzioni che sono ancora rimaste di loro competenza: scuola, viabilità, ambiente e urbanistica. Tutto ciò è stato fatto in aperta violazione della Costituzione. Tanto per voi la Costituzione, le leggi e i regolamenti sono carta straccia, optional.

Adesso la vostra azione prosegue portando i Comuni al dissesto e al fallimento, con tagli alle risorse e al personale e adempimenti burocratici continui e asfissianti, condannandoli così a una lenta e inesorabile agonia. Il vostro disegno è chiaro. D'altra parte, è scritto negli atti depositati in Parlamento.

Basta guardare la proposta di legge a prima firma Lodolini, sottoscritta da altri venti colleghi, di modifica al testo unico del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, in materia di popolazione dei Comuni e di fusione dei Comuni minori. Secondo Lodolini, bisogna trovare un efficace meccanismo per ridurre la frammentazione dei Comuni italiani: bisogna cioè distruggere comunità con 1.000 anni di storia; ovviamente, tutto questo con la complicità dell'ANCI, altra associazione del tutto inutile, che brucia denaro pubblico in quantità industriale. Gli oltre 5.600 Comuni sotto i 5.000 abitanti devono sparire con il pretesto del miglioramento della qualità e dell'efficienza dei servizi offerti ai cittadini. Ma perché non pensate a migliorare la qualità e l'efficacia dei servizi nei Comuni più grandi, dove il loro costo per abitante è spropositato e lo sperpero di denaro pubblico, le ruberie e il degrado riempiono le pagine dei giornali tutti i giorni?

C'è di più, voi siete capaci di fare altro. Vi racconto cosa sono stati capaci di fare nelle Marche. Le amministrazioni e i sindaci di Serrungarina, Montemaggiore al Metauro e Saltara decisero di fare un referendum sulla fusione dei tre Comuni. Scarsa fu la partecipazione, ovviamente: su 9.693 aventi diritto al voto, si presentarono in 2.652 a dire sì. Tuttavia, in un Comune, addirittura la maggioranza, il 70 per cento, disse di non volersi né sciogliere né fondere. Cos'ha fatto la Regione Marche? Con un atto di prepotenza, ha varato una legge regionale per accorpare tutti e tre i Comuni, obbligando alla fusione anche quello di Montemaggiore al Metauro, che si era pronunciato in senso contrario.

Queste scelte, però, le pagate care: lì, infatti, c'erano tre Comuni amministrati dalla sinistra; oggi c'è un sindaco di centrodestra e la sinistra se n'è andata a casa. Accorpamento forzato: o con le buone o con le cattive, dovete fare quello che diciamo noi. Nessuno era mai arrivato a tanto, neanche nel periodo fascista: il Fascismo, quando pensò di accorpare i Comuni con i regi decreti-legge nn. 383 del 1927 e 383 del 1934, aveva previsto la facoltà di accorpare i Comuni con una popolazione inferiore ai 2.000 abitanti nel caso in cui fossero mancati i mezzi per provvedere in maniera conveniente ai servizi pubblici. Poi, nel dopoguerra, il nuovo Governo consentì la ricostruzione dei Comuni fino a 2.000 abitanti che erano stati soppressi.

I problemi dei piccoli Comuni sono altri, innanzi tutto le risorse: i vostri tagli sono stati micidiali, li avete ridotti in ginocchio. Il mio Comune - faccio anche il sindaco - riceveva 550.000 euro di trasferimenti con il Governo Berlusconi nel 2011; oggi sapete quanti ne riceve? 170.000, ossia 80 euro per abitante per gestire i servizi di competenza di un Comune di 2.200 abitanti. Per ogni migrante ne avete stanziati 500: ma non vi vergognate a trattare i Comuni in questa maniera? (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore Consiglio).

Il taglio di due terzi dei trasferimenti in un momento del genere aumenta i problemi delle amministrazioni locali, perché la povertà avanza e vi è l'emergenza dell'immigrazione; i Comuni, così, hanno difficoltà anche ad aumentare le entrate proprie, perché una parte delle famiglie non ha più i soldi per pagare l'IMU, la TARI la TOSAP, i servizi mensa e trasporti e le lampade votive (vengono addirittura a chiedere di spegnere le lampadine nei cimiteri). Sapete bene che tale situazione è generalizzata in tutta Italia: come riportavano i giornali pochi giorni fa, nel Comune di Palermo il 68 per cento non ha pagato i contributi comunali.

Con questo provvedimento stanziate 100 milioni in sette anni: 10 il primo anno e 15 nei sei anni successivi; se ripartite questa somma su 5.600 Comuni, siamo alla ridicola cifra di 2.500 euro per ogni Comune: è una vergogna.

Sono eroi gli amministratori dei piccoli Comuni che al giorno d'oggi si fanno carico di amministrare le loro comunità, schiacciati dalle responsabilità, dalla burocrazia, dai problemi e dalla mancanza di risorse. Spesso i sindaci non sanno dove sbattere la testa. I sindaci dei piccoli Comuni quando hanno un contratto di servizio a trenta giorni pagano la fattura all'imprenditore che lo svolge; non fanno come il Governo che paga dopo due anni (la pubblica amministrazione deve pagare 70 miliardi di euro per servizi e forniture) o come fa il Comune di Roma, che ogni tanto fa un accomodamento e si rende necessario affidare ad un commissario la gestione separata dei debiti accumulati.

Sui grandi Comuni e sui Ministeri bisogna intervenire per tagliare la spesa e gli sprechi. Mi dovete spiegare come mai il debito pubblico, in questi cinque anni, è cresciuto di 360 miliardi mentre gli enti locali lo hanno ridotto di 7 miliardi. Gli enti locali negli ultimi cinque anni hanno contribuito al risanamento dei conti pubblici per oltre 15 miliardi, magari lo avesse fatto lo Stato.

Ai Comuni minori serve autonomia organizzativa, gestionale, decisionale, fiscale, impositiva. Ai Comuni serve poter fare programmazione, poter contare su risorse certe. Quando li fate voi i trasferimenti? A fine anno? Ai Comuni serve poter fare investimenti anche sulla manutenzione straordinaria. Una volta i Comuni potevano fare mutui fino ad una quota pari al 25 per cento dei primi tre titoli di entrata addirittura del bilancio preventivo, che si poteva anche un po' forzare; oggi siamo al 10 per cento dei primi tre titoli del bilancio consuntivo di due anni prima.

Oggi le risorse il Governo le assegna con la demenziale modalità del click day, ignorando che le condizioni della rete telematica sono diverse in ogni realtà italiana e il peso dei file, ovvero gli allegati del progetto, incidono sulla velocità di trasferimento delle domande. Fate veramente pena: o ci fate o ci siete.

I Comuni debbono procedere liberamente al turnover del personale quando vi è un solo dipendente per svolgere una determinata mansione. Se va via l'unico vigile urbano di un Comune, quest'ultimo resta senza; che significato ha, in questo caso, bloccarne la sostituzione? Bisogna consentire ai Comuni di utilizzare anche quella sola figura per mansioni multiple ed eliminare le procedure burocratiche inutili. I Comuni, infatti, sono in affanno perché devono rispondere alle continue richieste di statistiche.

Bisogna semplificare la contabilità, che non può essere la stessa per un Comune di 2.000 abitanti e per un Comune di 2 milioni di abitanti. Bisogna semplificare le procedure di appalto. Bisognava estendere l'esenzione dal patto di stabilità a tutti i Comuni minori e voi lo avete introdotto anche per i Comuni fino a 1.000 abitanti.

Ci sarebbero altre mille ragioni, potrei continuare nell'elenco fino a dopodomani per esprimere un giudizio assolutamente negativo su questo provvedimento, che risulta essere del tutto insignificante, inadeguato ed inutile. La montagna ha partorito il topolino, questo è il titolo che si potrebbe dare a questo disegno di legge.

Per disciplina di partito, ovviamente, seguirò le indicazioni del Gruppo ma il mio pensiero è chiaro. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

PRESIDENTE. Grazie senatore Ceroni, il suo pensiero è chiaro effettivamente.

È iscritta a parlare la senatrice Pignedoli. Ne ha facoltà.

PIGNEDOLI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, a differenza del collega che mi ha preceduto, esprimo soddisfazione per il fatto di essere arrivati oggi all'approvazione di questo disegno di legge, che si inserisce in un processo di razionalizzazione e ottimizzazione dei servizi attraverso riforme istituzionali e cerca, allo stesso tempo, di dare valore e trovare soluzioni specifiche dedicate a quella grande parte d'Italia che racchiude in sé patrimoni unici. Il disegno di legge al nostro esame cerca di sostenere la "tenuta" di quei luoghi dove si producono le maggiori eccellenze agricole certificate del nostro Paese, dove il prodotto coincide con il territorio e spesso il nome delle produzioni si identifica con il nome della montagna.

Il provvedimento è rivolto a quei territori di montagna in cui, nel secolo scorso, nel periodo della corsa all'industrializzazione, si è aperta una fase di spopolamento - non ancora finita - nelle zone più alte della montagna, una fase in cui si erano centralizzati nelle grandi aree urbane i servizi e le funzioni economiche e culturali, facendo diventare periferia i piccoli centri, facendo diventare marginale la cultura rurale, lontana fino al punto di perdere il rapporto tra il cibo e la sua origine, fino a creare una frattura, una dispersione di saperi e di consapevolezze sul valore della produzione alimentare.

Il grande centro urbano come catalizzatore di tutto. L'area agricola nei piani regolatori dei Comuni era zona bianca, l'area rurale come un retino unico, indistinto. Questa situazione non era allora frutto di un provvedimento o di due decreti; era frutto di una cultura, di un nuovo che enfatizzava la standardizzazione e la produzione intensiva.

Non sono d'accordo con i colleghi che mi hanno preceduto. Stiamo invertendo la rotta di quell'idea di Italia. Lo abbiamo fatto in questi anni, in questa legislatura, in particolare con le leggi che valorizzano la biodiversità: il collegato ambientale, il collegato agricolo, la strategia importante delle aree interne, con risorse mirate al recupero dei borghi. L'agricoltura, anzi le agricolture sono al centro di una nuova idea di sviluppo, di nuove professioni in agricoltura per le nuove generazioni. Questo è un dato, sono fatti. Spero poi che quest'Assemblea colga l'occasione di approvare la legge sul biologico e sulla dieta mediterranea in quest'ultimo squarcio di legislatura.

Ecco, noi continuiamo questa sfida anche in questo provvedimento sui piccoli Comuni, per valorizzare la ricchezza delle differenze e delle varietà, il nostro primo fattore competitivo in un mondo standardizzato. Stiamo invertendo la rotta nel rapporto tra funzione dell'urbano e nuove funzioni delle aree rurali e possiamo farlo ora, in questo tempo in cui gli elementi essenziali dei cambiamenti epocali, che sono la comunicazione e la produzione di energia, non sono più fondati su sistemi centralizzati. La comunicazione è fondata ora sulla diffusione in rete e l'energia sulla possibilità di produzione diffusa. Questo cambia tutto e apre una nuova idea del vivere. Ogni punto della rete ha la possibilità di diventare un centro, se si hanno le capacità, se vi è creatività, se vi è motivazione.

Servono infrastrutture e servono rapidamente. Non è un dettaglio l'articolo della legge che sostiene lo sviluppo della banda larga nei piccoli Comuni, perché questo è un elemento determinante. È una conquista di pari opportunità di comunicazione veloce, nel piccolo Comune di montagna come nella grande area urbana. È la differenza tra essere terminale e subalterno a funzioni direzionali nate altrove o essere protagonista in azioni imprenditoriali e culturali.

Questo è un provvedimento che guarda dunque a quell'Italia preziosa e ricca di opportunità, ma anche altrettanto fragile, ancora a rischio di abbandono, dove la possibilità di vita della comunità e delle famiglie è legata spesso alla tenuta di una scuola, alla qualità e alla sicurezza di un servizio ospedaliero o di un punto nascita in cui il valore sanitario e il valore sociale si intrecciano. In quelle aree la permanenza dei giovani diventa precondizione per ogni altro discorso di sviluppo.

Sì, sono importanti le risorse che vengono assegnate in questo provvedimento. Non sono abbastanza e dovranno essere certamente incrementate, ma non sono l'unico elemento importante e l'unico discrimine. Non sono d'accordo con il collega Candiani: lo stimolo è quello di rilanciare antichi patrimoni come elementi fondamentali per un'idea di futuro possibile. È una svolta culturale, è un ulteriore strumento per individuare, come viene richiamato nella legge, soluzioni inedite di servizi multifunzionali, per le poste, per la formazione, per il turismo con ospitalità diffusa. Ciò che è molto importante nella legge è che si aprono nuove possibilità che si sganciano dalla rigidità degli standard numerici come unico criterio di valutazione. Ciò che diventa davvero determinante ora è che tutto questo sia immediatamente riconosciuto, attivato e coerente con le scelte in atto, con i provvedimenti legislativi in corso.

È importante che siano riconosciute queste priorità dalle Regioni e che sia riconosciuto il senso di questo provvedimento, mentre si prendono decisioni parallele sulla tenuta dei presidi ospedalieri, sui presidi scolastici, sull'idea di sostegno all'iniziativa imprenditoriale, tenendo in conto le specificità. Penso alle imprese agricole capaci di produrre eccellenze uniche, come imprese ad alto livello di complessità. È necessario sostenere chi affronta la sfida della produzione agricola ecosostenibile e non invece fornire un'assistenza generica e indistinta. Questo è il cambiamento.

Ritengo, signora Presidente, che questo sia un salto culturale di grande importanza, un investimento sul futuro basato sul binomio di tradizione e innovazione, su soluzioni inedite da ricercare, con alcuni criteri da reinventare e paradigmi da reimpostare. Siamo in una fase di transizione e, se punteremo convintamente su originalità, valore qualitativo alto, salvaguardia del patrimonio storico-culturale e ambientale, faremo un grande servizio alle generazioni che verranno.

Il lunghissimo tempo che si è perso nell'iter del provvedimento in discussione dovrà essere compensato con azioni attuative rapide: questo sarà il vero risultato. (Applausi dei senatori Mancuso e Vaccari).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Centinaio. Ne ha facoltà.

CENTINAIO (LN-Aut). Signora Presidente, il Partito Democratico, in questo momento e soprattutto su questo provvedimento, lo vedo un po' come un malato bipolare: da un lato, presenta provvedimenti in cui si parla di accorpamento dei Comuni sotto i 5.000 abitanti o, in alcune proposte, di soppressione dei Comuni sotto i 10.000 abitanti; dall'altro lato, quando si riempie la bocca, come abbiamo sentito fare in quest'Aula, a proposito dei piccoli Comuni, parla di «cambiamento epocale» realizzato con questo provvedimento. O una cosa o l'altra: non si può pretendere di avere tutto.

Il grosso problema è che se questa è la svolta epocale c'è da mettersi le mani nei capelli. Se io fossi un sindaco di un Comune sotto i 5.000 abitanti o se fossi un sindaco che dovesse beneficiare di questa svolta epocale, sarei un po' arrabbiato, per il semplice motivo che questa svolta epocale, su una spesa dello Stato di circa 800 miliardi di euro, consisterà in 100 milioni di euro in sette anni. Dividendo tale cifra per 5.585 Comuni, si arriva a poco più di 17.000 euro a Comune all'anno; in sette anni significa circa 2.500 euro all'anno per ciascun Comune. Mamma mia, che svolta epocale! Wow, se fossi un sindaco, a questo punto stapperei lo champagne e direi: «Ho risolto i problemi del mio bilancio!».

Andiamo a vedere questa svolta epocale in cosa consiste. All'articolo 2, («Attività e servizi») si parla di costituzione di centri polifunzionali: benissimo, una bella svolta epocale, ma con quali soldi? Con 2.500 euro all'anno facciamo dei centri polifunzionali? All'articolo 3 («Fondo per lo sviluppo strutturale, economico e sociale») mettete a disposizione ben 25 milioni di euro per 5.000 Comuni; sembrano tanti, ma per fare che cosa? Tutela dell'ambiente, tutela dei beni culturali, mitigazione del rischio idrogeologico, salvaguardia dei centri storici, messa in sicurezza delle infrastrutture stradali e scolastiche, promozione dello sviluppo economico: il tutto con 25 milioni di euro da dividere tra più di 5.000 Comuni. È una svolta epocale!

All'articolo 4 («Recupero e riqualificazione dei centri storici e promozione di alberghi diffusi») sono previsti: manutenzione straordinaria dei beni pubblici già esistenti, riuso del patrimonio edilizio, miglioramento degli arredi urbani, consolidamento antisismico degli edifici storici. È vero che è una svolta epocale, ma con 100 milioni di euro e 17.000 euro in sette anni per Comune, la svolta epocale è solo nella mente dei senatori del Partito Democratico. Inoltre, sapete che cosa vuol dire promuovere gli «alberghi diffusi»? Sapete cosa vuol dire la promozione del turismo nel nostro Paese? A parte il fatto che la promozione del turismo è materia delegata alle Regioni, quindi facciamola fare a chi forse è più competente, perché se pensiamo al Ministero del Turismo anche in questo caso - lo dico da operatore del settore - c'è da mettersi le mani nei capelli (per chi li ha).

All'articolo 5 («Misure per il contrasto dell'abbandono di immobili nei piccoli comuni») si prevede la riqualificazione di immobili al fine di contrastare l'abbandono di questi centri; anche questo verrà finanziato con quei famosi 25 milioni di euro di cui parlavo prima. Oltre a tutto quello che vi ho detto, c'è anche questo. Ma stiamo prendendo in giro? Se dobbiamo prendere in giro 5.000 sindaci, diciamolo.

L'articolo 6 («Acquisizione di case cantoniere e realizzazione di circuiti e itinerari turistico-culturali») è una cosa che fa sorridere, perché ormai è la "fissa" del ministro Franceschini, che obiettivamente - ognuno ha le sue competenze - di turismo ne capisce veramente poco ed ha un Sottosegretario dei beni, delle attività culturali e del turismo che ne capisce ancora meno; di conseguenza, pensano di sviluppare il turismo in Italia con l'acquisizione e lo sviluppo delle case cantoniere. L'Italia è altro, signor Franceschini, rispetto alle case cantoniere. Si affidi a chi di turismo ne capisce. Anche in questo caso, però, non sviluppiamo il turismo con le case cantoniere a spese del Ministero del turismo, bensì delegandolo ai piccoli Comuni e dicendo ai piccoli Comuni: «Il turismo viene sviluppato con le case cantoniere ma a spese vostre» (con quei famosi cento milioni di euro). Anche in questo caso: con che soldi?

L'articolo 7 disciplina le convenzioni con le confessioni religiose e il recupero dei beni culturali. Nei piccoli Comuni, nei borghi più belli d'Italia, vi sono chiese che, in questo momento, rappresentano il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese. Esse sono da ristrutturare, sono da utilizzare, sono da valorizzare. E molto spesso confrontandoci con i sindaci che fanno parte dell'associazione Borghi più belli d'Italia questi ci dicono che ciò che manca sono i fondi. Benissimo. Anche in questo caso, bella l'idea. È stupenda, ma con che soldi la si realizza? Con i 100 milioni di euro sui circa 900 miliardi di euro di spesa dello Stato?

L'articolo 8 disciplina lo sviluppo della rete a banda ultralarga, della quale prima ha parlato benissimo il senatore Candiani. Anche, in questo caso, la domanda che mi pongo è: ma con che soldi sviluppiamo la banda larga, soprattutto nelle zone montane? Con quei famosi cento milioni di euro? Perché la coperta è quella. Il libro dei sogni è stupendo, è votabile. Se quelle sono le intenzioni siamo d'accordissimo e le votiamo, ma con che soldi?

L'articolo 9 contiene disposizioni relative ai servizi postali. Anche in questo caso, se fossi un sindaco mi arrabbierei. Sui servizi postali in questi ultimi anni i senatori della Lega hanno condotto battaglie insieme ai sindaci dei piccoli Comuni per riuscire a tutelare e a mantenere gli uffici postali nei loro paesi, proprio perché la società Poste italiane, con un piano di razionalizzazione degli uffici postali, ha massacrato i piccoli Comuni. Tanti uffici postali sono già stati chiusi e, in tanti casi, i sindaci sono riusciti a tenerli aperti perché hanno concesso i locali gratuitamente alla società Poste italiane per potere tenere aperti gli uffici postali.

La domanda che noi vi facciamo è: ma sapete quale sia il piano di sviluppo e razionalizzazione di Poste Italiane o, anche in questo caso, è il libro dei sogni, scritto così perché bisognava scrivere qualcosa, magari per tenere buoni i sindaci dei piccoli Comuni in vista delle prossime elezioni? Perché a me sembra questo.

Quanto alla diffusione della stampa di cui all'articolo 10, siamo d'accordo, è una bellissima idea: una edicola in ogni piccolo Comune. Ma per permettere a uno di fare l'imprenditore, andare in un piccolo Comune, diffondere la stampa locale, fare l'edicolante in un momento storico in cui le edicole stanno chiudendo nei grossi centri, e non nei piccoli centri, ag voran i danee, signori. Ci vogliono i soldini! (Applausi dal Gruppo LN-Aut). E se non mettete i soldini, magari scrivete il libro dei sogni e lo date a quegli edicolanti che lo distribuiscono gratuitamente ai genitori per far dormire i bambini.

All'articolo 11 si parla della promozione dei prodotti a chilometro zero; all'articolo 12 della vendita dei prodotti a chilometro zero; all'articolo 13 delle politiche di sviluppo delle aree rurali; all'articolo 14 della promozione cinematografica (questa, almeno, a costo zero si può fare) e, all'articolo 15, di trasporto e dell'istruzione. Signori, ci vogliono i soldi.

Caro Governo, ci vogliono i soldi per venire in Aula a raccontarci il libro dei sogni. Personalmente, a Gian Marco Centinaio sembra di essere tornato a ieri. Provvedimenti che non servono a nessuno. Siamo qua a dire che abbiamo portato a casa un altro provvedimento a costo zero che non servirà a nessuno. Servirà solo al premier "Renziloni" per riempirsi la bocca e dire che magari ha fatto una riforma anche lui. Una riforma storica. Avete portato a casa una riforma storica: bravi! (Il senatore Centinaio applaude ironicamente).

A costo zero, e nessuno ne beneficerà! (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Uras. Ne ha facoltà.

URAS (Misto-Misto-CP-S). Signora Presidente, il contenuto normativo di questo provvedimento è, secondo me, assolutamente positivo. È un segnale utile alle realtà delle nostre piccole comunità e, sul piano normativo, corrisponde all'esigenza di estendere poteri e opportunità per le nostre piccole amministrazioni comunali.

Rimane un tema che credo che anche il relatore e lo stesso Governo si pongano: ho idea che le dotazioni finanziarie che abbiamo visto inserite nel progetto di legge non siano così immodificabili, anzi, che sia interesse generale di quest'Assemblea, del Parlamento nel suo complesso e del Paese, già dalla prossima legge di bilancio, intervenire su questi argomenti rafforzando sul piano finanziario le cose buone che ci sono sotto il profilo normativo.

Detto questo, vorrei fare una considerazione che è alla base del mio giudizio positivo. Ovviamente mantengo la mia critica, che è anche sviluppata all'interno del Gruppo Misto con le altre componenti dello stesso, che su singoli articoli danno un giudizio non negativo, anzi di apprezzamento, ma che esprimono una preoccupazione circa l'efficacia delle norme contenute in questo disegno di legge con le dotazioni finanziarie previste. Si tratta di una considerazione circa uno dei temi alla base dello sforzo che il Parlamento e la Commissione competente hanno profuso in questo provvedimento. Il tema è lo spopolamento, che, badate, riguarda l'intero Paese, in quanto noi abbiamo un indice di crescita zero e addirittura, in molte realtà, abbiamo indici di nati (vivi e morti) assolutamente negativi. Io vengo da una Regione che ha un indice negativo di crescita e una proiezione demografica di desertificazione antropica molto rilevante. Nei prossimi trent'anni, per una Regione come la Sardegna, che ha 1.600.000 abitanti, parliamo di una perdita del 25-30 per cento della popolazione. Noi, nel 2050, avremo oltre 400.000 sardi in meno, in una Regione che ha la bellezza di 377 Comuni (perché il territorio è vasto), di cui un terzo sotto i 1.000 abitanti, oltre i due terzi sotto i 3.000 abitanti (sotto i 5.000 abitanti ancora di più) e pochissimi Comuni sopra i 30.000 abitanti. Si tratta di una Regione, quindi, che ha un problema di crescita e di arretratezza in ragione della sua consistenza demografica. Infatti, pur essendo una bellissima Regione, paga il prezzo, rispetto alla densità di popolazione, che deriva da uno svantaggio che è oggettivo e che ho avuto modo di sottolineare in altre circostanze: lo svantaggio oggettivo è l'insularità, interpretata in ragione dell'insufficienza dei collegamenti con le reti nazionali ed europee; un'insularità che è interpretata nel senso dell'isolamento, cosa oggi superabile, anche tecnicamente.

Il problema dello spopolamento non riguarda solo la realtà sarda, ma anche molte realtà nazionali. Non voglio qui aprire un capitolo che conosco ma non così approfonditamente come altre forze politiche di questo Senato. Mi riferisco, per esempio, allo spopolamento nelle realtà montane. Non voglio aprire questioni che si devono pure affrontare per le isole minori. Eppure anche questo è uno degli argomenti di cui dobbiamo occuparci. Neppure voglio aprire la questione che riguarda la gestione della vita delle persone, delle nostre comunità, dei gravi problemi che riguardano il lavoro e della possibilità di inserimento attivo nella società dei nostri giovani. Questi sono però i temi da affrontare per contrastare lo spopolamento, per mantenere vive le nostre piccole comunità, perché vanno mantenute tali in ragione degli stessi obiettivi che questa legge si pone, che sono principalmente il governo del territorio, la sua manutenzione e la sua difesa dai pericoli.

In cosa consiste il mantenimento delle identità e delle appartenenze come radici necessarie per lo sviluppo anche delle personalità? Nella difesa del nostro immenso patrimonio culturale, archeologico e storico, perché è nelle piccole comunità che vi sono gli aspetti spesso più rilevanti sotto questo profilo (sotto il profilo paesaggistico e dei beni culturali in senso lato). Per difendere tutto ciò, vanno mantenute vive le nostre comunità e chi fa, invece, solo un ragionamento economicista e pensa di sopprimerle attraverso accorpamenti forzati fa un errore, perché sta facendo una scelta di fondo insostenibile e da combattere. Esattamente si pone il problema della gestione del declino di questo Paese e ciò va evitato.

Noi possiamo e dobbiamo pensare allo sviluppo del nostro Paese, anche sotto il profilo demografico, attraverso il rafforzamento delle piccole comunità. Non è accettabile che si rinunci alle opportunità che ci vengono dal mondo, dai suoi fenomeni e dalle ragioni per le quali si sviluppano processi per rafforzarci anche sotto il profilo demografico. La demografia è un dato da tenere sempre presente perché incide su tutto. Lo dico a coloro che vogliono difendere le piccole comunità salvando le edicole: per salvare le edicole bisogna che ci sia qualcuno che compri il giornale, altrimenti le edicole chiudono perché non c'è nessuno che va a comprare il giornale. Per salvare gli immobili nelle nostre piccole comunità, bisogna che ci sia qualcuno che li abita, altrimenti deperiscono, si degradano e crollano perché nessuno mantiene una casa in cui non vive: l'abbandona anche se ne è proprietario. Quindi, per fare questo, abbiamo bisogno di gente. Si pensa allo sviluppo di questo Paese senza neppure riconoscere ai nostri cittadini il diritto di essere tali. Lo dico per lo ius soli e non voglio che ci siano equivoci. Noi abbiamo 6 milioni di stranieri nel Paese che lavorano per il 56 per cento - il 3 per cento in più di quanto lavorano gli italiani - perché accettano di occuparsi anche di settori nei quali i nostri connazionali ritengono di non doversi più impegnare. Abbiamo sei milioni di stranieri che hanno in buona parte o in parte consistente il diritto alla cittadinanza. Abbiamo giovani che qui hanno studiato e sono cresciuti; sono italiani fino all'ultima cellula della loro capacità di essere cittadini, perché questa è la condizione che hanno vissuto nelle scuole, nelle università e partecipando a progetti di professionalizzazione. Abbiamo sei milioni di stranieri, molti dei quali hanno maturato, rispetto ad una logica anche giuridica che va sanata nei confronti delle lacune che ancora riscontriamo nell'ordinamento, la caratteristica di essere cittadini del nostro Paese.

Dobbiamo tener conto del fatto che finalmente il mondo - non l'Italia o l'Ungheria - è inter-etnico e interculturale; bisogna pertanto pensare al rispetto nei confronti di tutti e all'acquisizione del rispetto di tutti attraverso processi di integrazione vera che facciano di questa risorsa umana importantissima una leva dello sviluppo complessivo del nostro continente e del nostro Paese. Attenzione perché se non facciamo così, saremo quelli che costruendo muri, finiranno per starvi sotto, perché essi crolleranno sotto il peso di una responsabilità dovuta ad una miopia politica insostenibile.

Possiamo rilanciare le nostre piccole comunità attraverso un'attenzione allo sviluppo demografico del nostro Paese. Ciò vuol dire aiutare anche le famiglie, le giovani coppie, coloro che vorrebbero rimanere in Italia, che si sono professionalizzati e hanno studiato per dare un contributo al nostro Paese, evitando che siano invece soggetti che emigrano. Ricordo infatti che siamo interessati da flussi migratori, ma anche da flussi di emigrazione. Vengo da una Regione che ha ancora flussi di emigrazione significativi, pari e anche superiori a quelli dell'immigrazione. Ciò riguarda soprattutto le nuove generazioni, coloro per i quali abbiamo investito risorse importanti per lo studio e la professionalizzazione; giovani capaci che vanno a giocare le proprie carte da altre parti e che invece noi vorremmo rimanessero nelle nostre comunità, anche in quelle piccole, in maniera tale da sostenere lo sviluppo della nostra terra.

Sono questi i temi che dobbiamo affrontare. Ritengo pertanto che il disegno di legge al nostro esame vada bene, se però viene inserito all'interno di un quadro di interventi generali che tengano conto dei grandi fenomeni sociali ed economici che il nostro tempo vive. (Applausi dal Gruppo Misto-SI-SEL e dei senatori Mancuso e Vaccari. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perrone. Ne ha facoltà.

PERRONE (GAL (DI, GS, MPL, RI)). Signora Presidente, colleghi, il provvedimento di cui oggi discutiamo rappresenta l'ennesimo tentativo del Parlamento di approvare una normativa compiuta per valorizzare i piccoli Comuni. Il testo del disegno di legge infatti, già approvato dalla Camera, ricalca in larga parte le disposizioni del provvedimento che fu approvato nel maggio del 2011 dall'Assemblea di Montecitorio, che purtroppo si arenò subito dopo, proprio in Senato. Prima di ciò furono posti in essere altri tentativi similari sia nel corso della XIV, che della XV legislatura.

Quanto detto risulta abbastanza singolare se pensiamo che degli 8.000 Comuni italiani, circa 5.000 di essi hanno una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, che insieme rappresentano il 54 per cento del territorio nazionale e nei quali vive il 16,56 per cento della popolazione. Non c'è da stupirsi quindi se le criticità legate alle dinamiche dei piccoli centri nel corso degli anni siano diventate di difficile risoluzione e ampiamente diversificate.

L'approvazione del disegno di legge in discussione non è ovviamente in grado di sanare tutte le debolezze e i disagi che affliggono i piccoli Comuni, tuttavia mi auguro possa costituire un'inversione di tendenza da parte del legislatore; un punto di partenza utile per fare chiarezza all'interno di una moltitudine di leggi settoriali che, a vario titolo, interessano le piccole realtà locali.

Parimenti, senza un'efficace armonizzazione di tutta la legislazione ad oggi in vigore sulla materia, continueremo ad assistere ad una fallimentare dispersione di risorse economiche e ad una difficile individuazione delle priorità su scala nazionale. Non a caso, i limiti del disegno di legge in esame, sono principalmente due: anzitutto, la previsione dello stanziamento annuo (10 milioni di euro per il primo anno e 15 milioni dal 2018 al 2023) per il Piano nazionale per la riqualificazione dei piccoli Comuni appare oltremodo irrisoria rispetto alla molteplicità degli interventi che il provvedimento si prefigge di raggiungere. Inoltre, forti perplessità sorgono in merito alle modalità previste per la ripartizione dei progetti da finanziare, soprattutto perché la scelta di accentrare i poteri decisionali a livello governativo rischia di rendere marginale il ruolo delle Regioni che, con il depotenziamento delle Province, sono le amministrazioni che hanno un dialogo più diretto con i piccoli Comuni. Tale condizione apre le porte al problema delle competenze concorrenti tra Stato, Regioni e amministrazioni locali, che verosimilmente potrà rallentare l'esecuzione degli interventi e, quindi, vanificare concretamente lo scopo del provvedimento.

Volgendo l'attenzione alle realtà dei piccoli Comuni, appare evidente che il problema principale da risolvere sia quello legato allo spopolamento, dal momento che, senza opportuni interventi, entro i prossimi dieci anni andremo inesorabilmente incontro al rischio di vedere salire al 60 per cento la quota di territorio nazionale abbandonato. Questo effetto fuga dei giovani e delle giovani famiglie ha creato un circolo vizioso per il quale i giovani cercano un lavoro ed una vita diversa nelle città e capoluoghi più vicini; allo stesso tempo però la mancanza di una popolazione numericamente adeguata costringe molte realtà locali a fare a meno di servizi, anche essenziali, per il cittadino. In questo modo, chi se ne è andato non farà più ritorno e coloro che vorrebbero lasciare la vita caotica delle città prediligendo una vita a dimensione umana nei piccoli Comuni sono demotivati proprio a causa della scarsa offerta dei servizi di base.

La condizione di marginalità di questi luoghi può essere superata mediante politiche integrate in grado di valorizzare il polo civico di questi territori e per la conservazione delle identità culturali. L'obiettivo che dovremmo prefiggerci di raggiungere come legislatori è quello di creare le condizioni per una politica di crescita economica e sociale dei piccoli centri, in grado di sviluppare i vantaggi della vita civile in tutte le sue forme. Per queste ragioni non va trascurata l'esigenza di avere riferimenti di socializzazione locale volti a migliorare la qualità della vita delle persone residenti; diversamente ci esponiamo al rischio di far diventare i piccoli Comuni delle periferie, luoghi senza identità e senza riconoscibilità. In quest'ottica, i paesi fantasma non sono solo quelli a bassa densità demografica, ma anche quelli che hanno perso la loro specifica cultura e le loro tradizioni, anche dal punto di vista produttivo. Ogni paese o piccolo borgo italiano ha la sua storia da raccontare, anche dal punto di vista produttivo, tanto che il 73 per cento dei borghi più belli d'Italia e il 94 per cento dei piccoli vantano almeno un prodotto con marchio di denominazione di origine protetta (DOP). Sono questi borghi, questi centri storici a rappresentare l'immenso patrimonio nazionale che rende il Belpaese una delle mete turistiche più ambite al mondo.

Per questo l'inversione di tendenza cui prima accennavo rappresenta un passo indispensabile per andare nella giusta direzione. Il fatto che il legislatore solo nel periodo compreso tra il 2011 al 2015 abbia operato tagli finanziari ai Comuni per nove miliardi di euro e previsto l'assoggettamento degli stessi alle regole del Patto di stabilità dimostra che un contenimento della spesa pubblica di tipo orizzontale e senza un bilanciamento degli interessi genera enormi disuguaglianze. Interventi che, specialmente nelle piccole realtà, hanno creato forti disagi per le amministrazioni locali.

Da questo punto di vista, è necessario mettere in condizione i sindaci e le amministrazioni locali di tornare ad investire sul territorio e non preoccuparsi soltanto di far quadrare i conti. È innegabile che il Governo in questi anni, rispetto alle reali esigenze, abbia concesso molto poco ai piccoli Comuni.

Anche questo disegno di legge, senza dubbio animato dalle migliori intenzioni, manca delle risorse economiche per dare seguito alle disposizioni in esso contenute. Il rafforzamento dei piccoli Comuni necessita di interventi multidisciplinari, giacché i caratteri identitari locali possono dirsi preservati soltanto raggiungendo un giusto equilibrio tra le funzioni residenziali, commerciali, del terzo settore, nonché della funzionalità degli spazi pubblici per stimolare la coesione sociale.

Il Parlamento deve licenziare definitivamente ancora importanti provvedimenti come il disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo, che si pone l'obiettivo di azzerare il consumo di suolo entro il 2050 e punta sulla rigenerazione urbana e l'edilizia di qualità, ma anche il disegno di legge per favorire la riconversione e la riqualificazione delle aree industriali dismesse.

Pertanto, è necessario prevedere un raccordo normativo, cominciando dalla ricognizione dei provvedimenti già in essere e da quelli che stanno per essere approvati. A maggior ragione quando è difficile reperire risorse finanziarie, queste devono essere utilizzate con intelligenza sulla base di priorità predefinite.

L'obiettivo deve essere assicurare la multifunzionalità nei piccoli Comuni, quindi da una residenzialità permanente non rinunciabile, alla promozione di attività produttive, agricole, commerciali e artigianali che siano tra loro interdipendenti. In questo contesto, assume molta rilevanza lo sviluppo tecnologico che, specialmente nelle aree interne e montane fatica a decollare. La realtà, infatti, ci ricorda che ad oggi il 26 per cento dei piccoli Comuni non sono ancora serviti dalla banda larga.

Per concludere, c'è ancora molto lavoro da fare per poter ritenere che qualcosa stia realmente cambiando in meglio. Sulla tutela del territorio stiamo ancora muovendo i primi passi. Considerando, però, che da qualche parte si deve pur cominciare, mi piace pensare che l'approvazione di questo provvedimento possa tenere alta l'attenzione su queste importanti questioni per la conservazione dell'incalcolabile patrimonio nazionale che abbiamo ereditato nel corso dei secoli. (Applausi dei senatori Mancuso e Liuzzi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Orellana. Ne ha facoltà.

ORELLANA (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, colleghi, è finalmente giunto in Aula un provvedimento a mio avviso assai rilevante, il cui obiettivo è quello di stabilire misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli Comuni. Il testo, come è già stato detto, nasce alla Camera dei deputati come Atto Camera 65 del presidente Realacci ed è stato approvato in tale ramo del Parlamento all'unanimità, con 438 voti favorevoli e nessun contrario, da tutti i Gruppi. Per questo resto sorpreso nel sentire il tono di alcuni interventi. Mi rendo conto che siamo in un altro ramo, ma i partiti alla Camera e al Senato sono gli stessi. Non mi spiego, quindi, i toni dei colleghi della Lega Nord oggi in quest'Aula rispetto al loro voto alla Camera di un anno fa. Anzi, una spiegazione c'è: hanno cambiato idea - immagino - all'avvicinarsi dell'appuntamento con le urne. Ma torniamo al provvedimento, perché ognuno risponde dei propri voti ai propri elettori e dovrà spiegare anche queste incongruenze.

L'importanza del disegno di legge risiede in particolare nel fatto che questa è forse una delle rare occasioni in cui, a livello istituzionale, viene presa in considerazione una realtà e una specifica caratteristica su cui, da sempre, il nostro Paese si basa: i piccoli Comuni, spesso situati in zone interne o in aree montane, in cui milioni e milioni di italiani vivono ed è paradossale che questi cittadini siano spesso assenti nell'agenda politica e istituzionale nazionale. Considero pertanto questo provvedimento un importante passo per invertire tale tendenza.

Questa realtà di un gran numero di piccoli Comuni è tipica della Regione dove risiedo, la Lombardia, che conta oltre 1.500 Comuni. La mia Provincia in particolare, quella di Pavia, conta poi 188 Comuni, di cui ben 164 con meno di 5.000 abitanti, molti dei quali montani e distanti da grandi centri abitati. I cittadini che vi risiedono si sentono isolati e, in un certo qual modo, dimenticati. Questa legge segna, mi auguro, una decisa inversione di tendenza.

Il testo, dunque, fissa misure per i Comuni con popolazione residente fino a 5.000 abitanti o Comuni istituiti a seguito di fusione tra Comuni aventi, ciascuno, fino a 5000 abitanti. I piccoli Comuni devono però avere determinate caratteristiche: ad esempio, essere collocati in aree interessate da fenomeni di dissesto idrogeologico, essere caratterizzati da marcata arretratezza economica o da condizioni di disagio insediativo, inadeguatezza dei servizi sociali essenziali e difficoltà di comunicazione e dalla lontananza dai grandi centri urbani.

In questo provvedimento è possibile individuare tre macro obiettivi: favorire e promuovere lo sviluppo economico-sociale sostenibile, ambientale e culturale dei piccoli Comuni; promuovere l'equilibrio demografico; garantire la tutela e la valorizzazione del loro patrimonio naturale, rurale, storico-culturale e architettonico.

In tal senso è rilevante l'adozione di misure a vantaggio sia dei cittadini che vi risiedono, sia delle attività produttive, con riferimento, in particolare, al sistema dei servizi essenziali, con l'obiettivo di contrastare lo spopolamento e incentivare l'afflusso turistico. In tale contesto assumono particolare rilevanza non solo le disposizioni di cui agli articoli 4, 5 e 6, ma anche quelle di cui all'articolo 8, miranti a incentivare lo sviluppo della rete in banda ultra larga e programmi di e-goverment. Più specificatamente il comma 1 dell'articolo stabilisce che le aree dei piccoli Comuni, per le quali non vi è interesse da parte degli operatori a realizzare reti per la connessione veloce e ultraveloce, possano essere destinatarie delle risorse previste, in attuazione del piano per la banda ultra larga del 2015, per le aree cosiddette a fallimento di mercato.

Non intendo però ripercorrere qui tutti i contenuti del testo, perché è stato già ben fatto dai relatori. Mi limiterò a quelli che mi hanno maggiormente colpito. Grazie alle disposizioni contenute negli articoli 11 e 12, i piccoli Comuni potranno promuovere il consumo e la commercializzazione dei prodotti agroalimentari provenienti da filiera corta o a chilometro utile. Inoltre, nei bandi di gara indetti dai piccoli Comuni, per la fornitura di servizi legati alla ristorazione collettiva, andrà a costituire titolo preferenziale per l'aggiudicazione l'utilizzo di tali prodotti, inclusi quelli biologici.

Inoltre, i piccoli Comuni potranno destinare specifiche aree per la realizzazione dei mercati agricoli per la vendita diretta, riservando prioritariamente i posteggi ai prodotti agricoli e alimentari provenienti da filiera corta e a chilometro utile, con la possibilità per gli esercizi della grande distribuzione commerciale di destinare una congrua percentuale degli acquisti a questi prodotti.

La finalità della disposizione è anche quella di accrescere la sostenibilità ambientale del consumo dei prodotti agricoli e alimentari, un obiettivo che andrebbe promosso e implementato a livello non solo locale, ma dovrebbe essere preso come principio guida della politica agroalimentare nazionale.

Concludo soffermandomi sull'articolo 15, commi 1 e 2, che prevede la predisposizione di un Piano per l'istruzione destinato alle aree rurali e montane, il quale deve riferirsi al collegamento dei plessi scolastici ubicati in tali aree, all'informatizzazione e alla progressiva digitalizzazione delle attività didattiche e amministrative che si svolgono nei medesimi plessi.

Sono assolutamente favorevole a questa iniziativa, ma avrei auspicato un impegno specifico per il trasporto degli studenti disabili. È innegabile che nei piccoli centri urbani sia ancora più difficile trovare risorse per garantire servizi primari come l'istruzione degli studenti con disabilità. L'approvazione del disegno di legge in esame sarebbe potuta essere un'opportunità per stanziare fondi destinati alla rimozione delle barriere architettoniche, al trasporto degli studenti con disabilità e all'assistenza alla comunicazione per i disabili nelle scuole di ogni ordine e grado. Proprio a tal fine avevo presentato degli emendamenti che però - purtroppo - non sono stati recepiti. Si è preferito, comprensibilmente, evitare modifiche al testo per giungere in Assemblea alla sua approvazione definitiva. Confido però che nella prossima legge di stabilità si possa rimediare a questa mancanza, incrementando il fondo creato dall'articolo 3 del provvedimento.

Concludo davvero augurandomi che il provvedimento in esame non solo venga approvato, ma che sia davvero il primo passo di un percorso di maggiore attenzione alla realtà dei piccoli Comuni. (Applausi dal Gruppo Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e della senatrice Cardinali).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mussini. Ne ha facoltà.

MUSSINI (Misto). Signora Presidente, francamente quando ho letto il testo del disegno di legge in esame ho pensato che ci fosse un errore di stampa, un refuso. Quando ho letto la cifra di 10 milioni ho pensato che mancasse qualche zero, perché in tutti gli articoli di cui il disegno di legge si compone si dipinge in modo chiarissimo qual è lo scenario dei bisogni del territorio.

L'Italia è fatta di una somma di territori, non è una nazione come altre, in cui si possa immaginare che le risorse, la storia, la cultura, la creatività e tutto ciò che rende un Paese sano siano concentrate. Questa è la situazione sotto il profilo geografico - l'Italia è una somma di territori - e per ragioni storiche.

Come ha ben dipinto, anche alla luce di un'esperienza personale, il collega Ceroni, la realtà di oggi è un incubo per i sindaci dei piccoli Comuni, al punto tale che - è notizia recente - alle ultime elezioni in alcuni Comuni nessuno si è candidato alla carica di sindaco. Come ha detto il collega Ceroni, fare oggi il sindaco di un piccolo Comune è una forma di eroismo. Purtroppo, però, le forme di eroismo non sempre sono quelle che noi scegliamo. Infatti, viene anche da chiedersi: chi ce lo fa fare?

Ciò che colpisce del provvedimento è anzitutto la dimensione ridicola delle risorse stanziate. Come già è stato messo in rilievo, dieci euro ad abitante per dieci anni vuol dire un euro all'anno. Facciamo un confronto con le cifre stanziate per il finanziamento per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese: si tratta di 1.900 milioni di euro per il 2017, 3.150 milioni di euro per il 2018, 3.500 milioni di euro per il 2019 e 3.000 milioni di euro per ogni anno dal 2020 al 2032. Questo è denaro fornito dai contribuenti. Ricordo che i contribuenti sono tutti gli italiani: un insegnante che vive in un piccolo Comune è contribuente esattamente tanto quanto un insegnante che vive in una grande città. Non può sfuggire il fatto che il cosiddetto bando periferie mette in gioco per le grandi città e i capoluoghi di Provincia svariate migliaia di milioni di euro.

Penso che questo sia il segno di un abbandono prima di tutto economico, ma anche culturale e soprattutto politico, di cui comunque i cittadini chiederanno conto. Infatti, questa è una Repubblica in cui - giustamente - per ogni cittadino c'è un voto. Questa politica, che è non solo di questo Governo ma degli ultimi vent'anni, ha manifestato la sua totale incapacità di ricongiungere due realtà: la realtà che piace accarezzare, quella che adesso vorrei rappresentare con l'esempio dei grandi poli museali che tanto piacciono al ministro Franceschini, con l'aspetto costitutivo di questo Paese, cioè una ricchezza diffusa sul territorio.

Quest'anno - lo dico perché così sollecito anche la giusta identità del senatore Vaccari, che è relatore - nel Comune di Maranello si è festeggiato il 70° anno della Ferrari. Vorrei sottolineare che il Comune di Maranello, che fino al 2000 si attestava rigorosamente al di sotto dei 15.000 abitanti, nel 1947 ha visto la nascita del gioiello della Ferrari. Questo è solo uno dei tanti esempi di creatività, sotto il profilo culturale e non solo industriale, che non starò a citare, che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora i nostri piccoli Comuni.

Ecco la risposta che dà la politica: un provvedimento in cui ci sono briciole rispetto a quanto descritto in tutti gli articoli, ossia una serie importante di necessità e idee per la valorizzazione che vengono finanziate con un euro per abitante al giorno. È uno schiaffo!

Qual è allora il punto centrale del testo in esame che trovo particolarmente fastidioso, perché è politico e istituzionale? Il provvedimento serve, in realtà, come inganno, come esca: all'articolo 3, dove si inserisce questo fondo, è scritto che, per quanto possibile, verrà assicurata un'equilibrata ripartizione delle risorse a livello regionale. «Per quanto possibile»? Ma come? E soprattutto verrà data priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusioni o appartenenti a un'unione di Comuni. Questa, quindi, è la vera finalità del provvedimento: spingere verso un processo rifiutato dalle comunità e dai cittadini, ossia la fusione e l'unione dei Comuni. Fusione e unione di Comuni, infatti, sono il parto di una burocrazia ragionieristica di mezze maniche che stanno sedute davanti ai loro conti e, senza guardare alla realtà del nostro Paese, si preoccupano di fare un ragionamento di tipo contabile. La fusione e l'unione dei Comuni, già resa difficile da una storia e una cultura che vedono il loro pregio e il loro valore nella differenza, sono ulteriormente rese ridicole dal fatto che pretendiamo si uniscano Comuni separati proprio dalla mancanza di quelle infrastrutture che forse renderebbero più accettabile una sinergia tra istituzioni diverse.

L'accusa che dunque mi sento di muovere alla classe politica e al Governo di oggi, ma anche a quelli di ieri e dell'altro ieri, è di non essere stati capaci di guardare costantemente alla realtà del nostro territorio e di essersi invece arroccati sulla ricerca di un consenso su grandi agglomerati, che ha fatto perdere di vista la nostra vera ricchezza; ora, però, si pretende da parte dei piccoli Comuni uno sforzo che va non solo contro la loro cultura, ma anche contro le loro oggettive capacità di condividere servizi. Questo è l'insulto più grosso.

A ciò si aggiunge il fatto che ai piccoli Comuni non viene data flessibilità rispetto a tutte le esigenze rappresentate in quest'Assemblea; anzi, viene chiesto di corrispondere agli stessi obblighi che vincolano i grandi Comuni, senza avere le risorse né il personale. Ecco un altro punto sul quale voglio manifestare qui, rispetto non solo a questo provvedimento, ma a uno stile generale: oggi si pretende di assegnare questo denaro sulla base di bandi. Non sono affatto d'accordo con l'opinione espressa da diversi colleghi che salutano il concetto di bando come un omaggio alla meritocrazia, perché stiamo parlando di bisogni.

Il bando è comprensibile quando si hanno davanti soggetti, per esempio le aziende, che giustamente devono essere messe alla prova sulla loro capacità di produrre e di offrire prodotti qualitativamente migliori. In questo caso, invece, stiamo parlando di amministrazioni, di cittadini, stiamo parlando di Comuni ai quali è stata sottratta la possibilità di dotarsi delle risorse umane necessarie per costruire quei bandi. Si chiede ai Comuni di investire magari in società private che allestiscano i bandi per loro. Se io sono lo Stato e raccolgo denaro dai contribuenti per distribuirlo sul territorio, non lo faccio sulla base del merito dei singoli cittadini del territorio ma sulla base dei bisogni. Una località che ha bisogno di uscire da una condizione di difficoltà, di arretratezza, che ha bisogno di dotarsi di scuole e di valorizzare i cittadini di oggi e i cittadini di domani, non la posso richiamare ad un concetto di merito, devo essere io Stato, se ho la pretesa di raccogliere il denaro dei contribuenti, a dare la risposta necessaria.

Se fosse solo per queste ragioni - la fusione dei Comuni e il procedere per bando - tale provvedimento non meriterebbe nulla di più di un voto di astensione, ma i due inganni contenuti nel disegno di legge, che sono inganni di meccanismo e realizzare una profonda manipolazione dei doveri dello Stato rispetto ai territori, mi spingeranno ad un voto contrario.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cioffi. Ne ha facoltà.

CIOFFI (M5S). Signora Presidente, parliamo, come hanno già fatto tanti colleghi, di un provvedimento che riguarda una parte dell'Italia che spesso viene dimenticata, quella dei piccoli Comuni. Come è stato già ricordato parliamo di 5.500 Comuni in tutta Italia per un totale di circa dieci milioni di cittadini. Il disegno di legge al nostro esame è il risultato della fusione di vari disegni di legge, compreso uno presentato alla Camera dal nostro Gruppo e la cui prima firmataria è la deputata Terzoni.

Il concetto ribadito è quello secondo il quale è necessario tener presente che i diritti delle persone sono uguali ovunque esse vivano, ovunque si trovino, perché si tratta sempre di cittadini di questo Paese e anche perché tali cittadini, anche se vivono in aree, diciamo così, periferiche, pagano le tasse come tutti gli altri e quindi hanno diritto ad avere gli stessi servizi delle persone che vivono nelle grandi città. Per esempio, abbiamo parlato del servizio postale. Sono stati chiusi alcuni uffici postali nelle aree periferiche perché bisognava realizzare economie di scala. Le economie di scala, però, non possono essere messe in campo se producono un danno e quindi una minore possibilità per determinati cittadini di usufruire di un servizio che deve essere ovviamente uguale, come abbiamo già detto, a quello delle grandi città.

Poi abbiamo detto che con questo provvedimento parliamo di 100 milioni di euro, ma a me viene in mente la storia, che sarebbe necessario ricordare sempre. Nel 1992, con il decreto legislativo n. 504 fu introdotto il Fondo nazionale speciale per gli investimenti che finanziava, con i proventi del casinò di Campione d'Italia, gli interventi che dovevano essere fatti nei Comuni sciolti per mafia e nei Comuni che si trovavano in particolari condizioni di disagio. C'erano una serie di tabelle elaborate dal Ministero dell'interno e i finanziamenti venivano erogati direttamente dallo stesso.

L'aspetto singolare è la quantità di soldi erogati in questo caso. Leggiamo, ad esempio, che nel 1996 erano stati corrisposti 11 milioni di euro, nel 1997 ancora 11 milioni, mentre nel 2001, tanto per fare un altro esempio, erano stati erogati 13 milioni. Nel provvedimento di oggi leggiamo che si erogano 10 milioni di euro nel 2017. Ora, 11 milioni di euro del 1996 non sono ovviamente 10 milioni di euro del 2017; quindi mi sembra che siamo arretrati rispetto a ciò che facevamo vent'anni fa. Questa è un'evidenza del fatto che le somme messe a disposizione sono veramente ridotte.

D'altra parte, dobbiamo ricordarci sempre dell'articolo 3, secondo comma, della Costituzione, che mi permetterò di leggere: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Noi dovremmo allora andare in questa direzione. Come potremmo fare? Ci sono questioni che riguardano la banda ultra larga, un tema a me particolarmente caro. Dobbiamo far sì che una persona possa utilmente lavorare, soprattutto in un'area lontana dai centri urbani; con le tecnologie disponibili tramite la rete, questo si può fare. Ci sono quindi questi aspetti, che sono sicuramente molto interessanti, anche perché le aree dei piccoli Comuni che ricadono nei cluster D, dove cioè nessuna azienda ha intenzione di intervenire e quindi interviene lo Stato, possono beneficiare delle misure previste dalla delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica che fa riferimento alla banda larga. Quindi, mi auguro che si vada realmente in questa direzione e che ci sia la possibilità per i cittadini di quelle aree di poter vivere utilmente e bene in quei luoghi e non invece nelle aree urbane, dove sempre più si stanno concentrando le persone secondo le dinamiche demografiche mondiali. Si può infatti vivere bene in un piccolo centro o in un piccolo Comune, anche montano, se si hanno i servizi. Quindi, quando si parla di unioni di Comuni - qui devo dissentire dalle parole della collega Mussini, che poco fa ha parlato - l'unione, che significa mettere i servizi insieme, è una cosa utile, sempre che non si tolgano gli sportelli di prossimità. L'efficienza e l'economicità della pubblica amministrazione non devono essere realizzate a scapito della possibilità, per l'utente che vive in un piccolo Comune, di avere uno sportello di prossimità. Questo va bene.

Potrebbe essere anche utile e interessante, sempre che le comunità locali siano d'accordo, arrivare all'unione di qualche Comune. Dalle mie parti due Comuni si sono fusi, dopo un referendum svoltosi tra i cittadini di entrambi i Comuni, realizzando un Comune più grande. Pertanto, quando parliamo delle persone che vivono in questi Comuni, dobbiamo considerare possibile, bello e buono uscire dal loop iperconsumista che tutti noi viviamo in una grande città, dove tutto è veloce, sempre più veloce. Non c'è bisogno che vi ricordi la canzone che diceva: «Vieni, vieni in città. Che stai a fare in campagna? Se tu vuoi farti una vita, devi venire in città». Era Giorgio Gaber, tantissimi anni fa, il quale ci ricordava proprio il fatto che siamo in una società sempre più produttivista e sempre più iperconsumista. Invece, è concettualmente giusta, la possibilità di vivere in un luogo, che mi permette di sviluppare le mie potenzialità e capacità se in quel luogo posso avere servizi e vivere una vita dignitosa. Però dobbiamo far sì che questo sia reale e che non siano chiacchiere, sennò non ne usciamo, non ne possiamo uscire.

Quando parliamo del piano generale dei trasporti, che deve connettere meglio i piccoli Comuni, va bene, ma bisogna vedere come verrà coniugato. Quando parliamo, ad esempio, del fatto che nei bandi per le mense bisogna privilegiare coloro che utilizzano i prodotti locali, va bene, ma si poteva osare un po' di più e pensare non solo ai beni alimentari, ma anche ai beni artigianali, commerciali e ai prodotti a filiera corta. Anche su questo si poteva spingere un po' di più, magari per incentivare le piccole e medie imprese e gli artigiani, che sono un altro tessuto fondamentale e molto diffuso nei piccoli Comuni. Come sempre, è un qualcosa che va bene, ma non è mai esaustivo; abbiamo sempre il fiato corto e non riusciamo a volare alto. Anche qui potrei citare Gaber quando diceva che l'idea è come un gabbiano ipotetico, ma poi il sogno si è rattrappito.

Bisognerebbe avere il coraggio di volare un po' più in alto, di riuscire a far sì che le cose che vogliamo mettere in campo siano potentemente forti. Solo con un'azione spinta e risoluta potremo contrastare la dinamica che ci porta tutti ad essere iperproduttivisti per rimettere al centro l'uomo e la nostra capacità di essere uomini e non macchine. Questo è un primo passo, non definitivo, però si può e si dovrebbe fare di più. Mi auguro che nella prossima legislatura riusciremo a fare quel passo definitivo che non siamo stati in grado di fare in questa. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signora Presidente, questo provvedimento avrà un ampio voto a favore anche da parte del Gruppo di Forza Italia. Siamo arrivati al punto che non si può neanche dire che questa legge sarà sempre meglio di niente, perché siamo già con il segno meno per quanto riguarda la considerazione dei piccoli Comuni negli ultimi anni. Poiché tutto ciò che è stato fatto contro i piccoli Comuni non lo cancelleremo certamente bocciando questa legge e dal momento che essa riconosce il problema e almeno una somma risibile - davvero risibile, ma poi ci tornerò - la stanzia, bocciare questa legge, i cui articoli sono in gran parte perfettamente inutili, vorrebbe dire eliminare quel piccolo riconoscimento di cui all'articolo 1 del provvedimento e quei pochi fondi previsti all'articolo 3.

In realtà, dire che tali fondi sono pochi è ancora essere ottimisti. Ho sentito parlare di 100 milioni: è verissimo, è il totale. Su sette anni ci sono 100 milioni, ma ricordiamoci che di solito le misurazioni su quanto stanzia lo Stato si fanno su un anno, per cui si tratta di meno di 15 milioni all'anno, il che significa meno di 2.200 euro all'anno per ciascun Comune.

Se calcoliamo che ogni immigrato che arriva con i barconi costa allo Stato, una volta arrivato e salvo spese straordinarie, 2.200 euro al mese, vuol dire che un immigrato vale quanto 12 piccoli Comuni ai sensi di questa legge. Ma, come dicevo, sono sempre meglio 15 milioni all'anno che niente, anche se siamo molto vicini al nulla.

Faccio un altro paragone. Il Fondo di solidarietà fra i Comuni, bizzarra istituzione, fa sì che i Comuni virtuosi debbano tirare fuori dei soldi per i Comuni non virtuosi. È un sistema assai discutibile, ma per lo meno dovrebbe essere tra Comuni: un Comune che ha di più, probabilmente perché è amministrato meglio, oltre che per più fortunate circostanze socioeconomiche, mette a disposizione delle risorse a favore dei Comuni che hanno incassato di meno. Ma dei 4,7 miliardi che costituiscono questo Fondo, 400 milioni se li è tenuti lo Stato. Quindi, dalle risorse del fondo di solidarietà tra i Comuni (quello al quale le comunità locali, attraverso i sindaci, versano risorse allo Stato per aiutare gli altri piccoli Comuni) 400 milioni li prende lo Stato, che poi con questa legge versa 15 milioni all'anno ai piccoli Comuni. Non so se rendo l'idea di quali dimensioni stiamo parlando.

La questione dei piccoli Comuni è stata fatta oggetto di gran parlare: «bisogna ridurre gli sprechi!». Ricordo al Movimento 5 Stelle che nel suo programma del 2013, quello con il quale sono stati eletti i colleghi presenti al Senato e naturalmente anche nell'altro ramo del Parlamento, comprendeva l'accorpamento dei Comuni sotto i 5.000 abitanti, perché, a quanto pare, i Comuni sotto i 5.000 abitanti sono uno spreco. Poi, però, se si va a vedere la realtà, non la retorica e non ciò che vogliono far passare i mezzi di informazione, scopriamo che, per legge (perché non è una facoltà), i Comuni tutti, dal più grande al più piccolo, devono fornire una serie di servizi ai cittadini.

In generale, se parlassimo di aziende, effettivamente, per l'economia di scala, dovremmo immaginare che i Comuni grandi forniscano servizi a costo inferiore, per una duplice ragione: perché sono più grandi (è la famosa economia di scala) e poi perché hanno, nella grande maggioranza, un territorio più semplice da governare. Per fornire un servizio a centomila milanesi, a centomila romani, a centomila torinesi, vi è un territorio, intanto pianeggiante (forse a Roma un po' di meno), dove centomila cittadini si trovano in un ambito ristrettissimo, addirittura in poche centinaia di metri. Invece, i Comuni che hanno mille o anche meno abitanti hanno un'economia di scala inferiore e gli abitanti sono molto più sparpagliati sul territorio, spesso montano o insulare o vivano in campagna, con comunicazioni più difficili.

Questa dovrebbe essere la realtà e, infatti, su questa certezza del tutto teorica si basa il principio che bisogna massacrare i piccoli Comuni, obbligarli a unirsi e mettere blocchi di ogni tipo, come ad esempio i blocchi delle assunzioni misurate sui grandi Comuni. La previsione generale, infatti, è che per ogni cinque dipendenti che vanno in pensione almeno uno può essere sostituito. Devono, però, essere andati tutti in pensione nello stesso anno. Questo vuol dire che un grande Comune, per ogni cinque pensionati, effettivamente può assumerne uno nuovo. Ma per i piccoli Comuni, che in gran parte hanno meno di cinque dipendenti (molti non ne hanno che uno), quando mai si verificherà la circostanza per cui cinque dipendenti vanno in pensione e se ne può così assumere un altro?

Abbiamo posto questo problema tante volte ma ci è stato detto dal relatore del Partito Democratico: è vero che il problema c'è, ma così spingiamo i Comuni ad accorparsi. Poi, però, dai dati vediamo che la media più alta della spesa per fornire servizi, nelle varie classi di popolazione, è proprio quella dei Comuni sopra i 250.000 abitanti. Questi, per fornire servizi di spettanza dei Comuni, spendono circa 1.578 euro pro capite, mentre la media generale è di 938 euro. Ma guarda un po': sono i Comuni più grandi quelli che spendono di più.

Al secondo posto per spesa elevata e, dunque, per cattiva gestione o, comunque, per maggiori costi nel fornire questi servizi vi sono i Comuni fra i 60.000 e i 250.000 abitanti, cioè la seconda fascia più alta per popolazione dove, comunque, siamo ancora sopra la media. I Comuni sotto i 60.000 abitanti mediamente hanno costi inferiori. I Comuni sotto i 5.000 abitanti, che hanno tutte le difficoltà che ho descritto prima (pochi abitanti sparpagliati su un territorio esteso, per cui nessuna economia di scala e notevoli disagi territoriali), sono ben sotto la media, circa il 10 per cento sotto la media di spesa.

Ma allora come mai bisogna massacrare i piccoli Comuni? Da qualche anno, ai grandi mezzi di informazione e ai partiti politici che li seguono piace accorpare, uniformare e omologare. Questo alla faccia dell'articolo 5 della Costituzione che vanta che l'Italia è una e indivisibile ma che lo Stato promuove, nell'ambito delle sue competenze, il più ampio decentramento amministrativo. Poi, però, sono arrivate, nonostante quell'articolo 5 che dal 1948 non è mai cambiato, alcune leggi che hanno fatto esattamente il contrario, senza neppure realizzare risparmi di spesa.

La soppressione di tanti tribunali e uffici giudiziari ha aumentato le spese per i piccoli Comuni. Poiché, infatti, difficilmente (ovviamente lo dico con ironia) un piccolo Comune diventerà capoluogo di Provincia, le spese sono aumentate perché le distanze sono maggiori. E il risparmio è stato pari allo zero assoluto. Si era promesso un risparmio vicino allo zero, di 80 milioni in tre anni, ma il risparmio è stato zero. Se ne è accorto anche il Partito Democratico che aveva nel suo programma del 2013 il ripristino di alcuni tribunali, elencati per nome (cito quello di Pinerolo perché si trova nella mia Regione, ma ve ne erano altri). Tutti gli emendamenti da me presentati, che riproducevano, parola per parola, il programma del Partito Democratico, hanno ricevuto parere contrario e sono stati respinti dalla maggioranza di quest'Assemblea. Poi, però, si fa la leggina dei piccoli Comuni.

La legge Delrio ha massacrato le comunità locali: avendo reso le Province un ente disarticolato, senza risorse, lontano dai cittadini, ha scoraggiato perfino gli unici a cui è rimasto il diritto di votare alle elezioni provinciali, cioè i sindaci e i consiglieri comunali; ha tolto perfino a loro la voglia di andare a votare, perché in molte Province abbiamo riscontrato un'affluenza alle urne intorno al 50 per cento. E parliamo dei consiglieri comunali, ossia persone profondamente coinvolte nella vita amministrativa locale.

Per quanto riguarda l'accorpamento delle funzioni, abbiamo presentato - l'ho fatto io personalmente - molti emendamenti per rinviare l'accorpamento obbligatorio delle funzioni dei Comuni, perché l'obbligo è assurdo: se c'è convenienza, i Comuni prima o poi lo fanno; se non lo vogliono fare, vi sarà anche una qualche ragione, visto che riescono ad avere costi inferiori a quelli dei grandi Comuni che dovrebbero prendere ad esempio. Eppure, dopo aver ottenuto un paio di proroghe, la norma è entrata in vigore.

Il risultato è che la stessa burocrazia che grava sui grandi Comuni grava sui piccoli Comuni, con l'aggiunta di un problema: una volta che il Comune ha i soldi e ha ricevuto tutte le autorizzazioni di questo mondo, non può sostenere una spesa perché deve fare la trafila attraverso l'Unione dei Comuni e deve far percorrere ad amministratori locali - ricordo che lavorano generalmente gratis, perdendoci - decine di chilometri in automobile per partecipare alle riunioni - parliamo di territori molto grandi - per approvare una spesa.

Mi riferisco, poi, alle leggi sulla Consip, che obbligano un Comune di montagna a rifornirsi nel grande emporio vicino alle città, perché magari lì una matita costa 20 centesimi di meno. E quante volte ci siamo visti respingere gli emendamenti che prevedevano che, se si fosse speso di meno, potesse essere consentito ai Comuni di rifornirsi al di fuori della Consip? Poi abbiamo capito il grande amore per la Consip, leggendo i giornali e le inchieste su di essa della magistratura.

Per la riduzione dei centri di spesa vale sempre lo stesso criterio. Credo sia importante ridurre la spesa, e non i centri di spesa, specialmente in un Paese in cui l'articolo 5 della Costituzione parla del più ampio decentramento amministrativo.

Concludo dicendo cosa servirebbe ai piccoli Comuni e che non costa niente, anzi sarebbe un risparmio per lo Stato: meno burocrazia. Se parlate con i sindaci, vi diranno che negli ultimi cinque anni il lavoro per fare le stesse cose che si facevano in passato è aumentato del 30-40 per cento; 30-40 per cento di lavoro in più per fare le stesse cose di cinque anni fa. Il tutto avviene - come dicono le leggi - senza maggiori spese. Certo, ma ciò vuol dire che puoi offrire meno servizi ai cittadini: non spendi di più, ma dai meno servizi ai cittadini.

Bisognerebbe allora abolire - come richiesto tante volte - una serie di adempimenti che già sono inutili per i grandi Comuni - figurarsi per i piccoli - come la relazione di inizio e di fine mandato, il DUP (documento unico di programmazione), i piani anticorruzione (consistono nel ruotare gli incarichi per i dipendenti e, quando un Comune ha un solo dipendente, deve fare una lunga relazione in cui deve spiegare come mai non ha fatto la rotazione degli incarichi), i piani della trasparenza, i piani delle performance e altre cose. Si tratta di adempimenti burocratici incentrati sui grandi Comuni, che per i piccoli Comuni rappresentano un onere spaventoso, che colpisce non i sindaci, gli assessori o i consiglieri, ma la popolazione. Colpisce i cittadini che hanno la stessa dignità degli abitanti delle metropoli che ci vogliono portare ad esempio e che pure spendono il doppio per fare le stesse cose. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e dei senatori Albertini, Candiani e Liuzzi. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Astorre. Ne ha facoltà.

ASTORRE (PD). Signora Presidente, il nostro Paese, dopo l'Impero romano, ha dato al mondo l'istituzione di cui oggi discutiamo: i Comuni. Nel 1200 nella Lega Lombarda, in Toscana, nelle altre Regioni d'Italia, i ceti mercantili, le arti e i mestieri, i piccoli e medi borghesi si organizzano e prendono in mano la gestione della municipalità, spesso cacciando signori o dittatori delle loro città. Nasce, quindi, in Italia - è un'istituzione originaria del nostro Paese - l'istituzione del Comune, che poi viene esportata in tutto il mondo. L'istituzione della municipalità e del Comune è croce e delizia dell'Italia, perché spesso siamo affetti da municipalismo; spesso le diatribe tra Comuni e municipalità fanno premio sulle sinergie che sono state anzi tempo evocate, ma sono una delizia perché rappresentano la radice del nostro essere, la vera radice dell'Italia.

È vero che la Costituzione dice che l'Italia si divide in Comuni, Province e Regioni, ma è vero pure che il 99 per cento degli italiani sentono la loro radice, il loro essere nell'appartenere a un determinato Comune o a un altro. Penso che il provvedimento in esame che definirei grande e importante, sia proprio nel solco della nostra tradizione più intima e profonda. Non ritorno sugli argomenti in esso contenuti, che sono stati già ben enunciati, dalla difesa del suolo, alla green economy e alla banda larga.

Su quest'ultimo tema voglio sottolineare una dimenticanza che vari esponenti dell'opposizione, dalla Lega a Forza Italia e al Movimento 5 Stelle, hanno avuto sull'articolo 8 quando, per ignoranza o per malafede, omettono di dire che, oltre ai 100 milioni di euro stanziati nel testo, il provvedimento consente di rientrare all'accesso di 2,2 miliardi di euro stanziati dal CIPE nel 2015 per i Comuni delle cosiddette zone bianche. A me non piace utilizzare la definizione europea di zone economicamente a fallimento, ma comunque si tratta delle zone in cui gli operatori privati - ci rientrano il 99 per cento dei piccoli Comuni - non hanno interesse a investire. Il CIPE nel 2015 - non nel 2008 o nel 2009, mi dispiace, senatore Malan - ha stanziato 2,2 miliardi di euro e i bandi da parte di Italtel sono in essere. Non sono solo i 100 milioni di euro. E, ricordando le gite turistiche che hanno fatto i senatori della Lega la settimana scorsa nelle zone terremotate, sottolineo che in quelle zone ci potrà essere la banda larga grazie a questo stanziamento.

Voglio, in particolare, segnalare l'articolo 9 sui servizi postali, di cui non ha parlato nessuno. Da ex consigliere regionale ho fatto una battaglia per la bellissima zona del Lazio della Valle dell'Aniene e della Valle Santa, dove c'è l'abbazia di Subiaco, dove è stato stampato il primo libro in Italia, e per il Reatino, colpito dagli eventi sismici insieme a tante zone del Frusinate e a tanti piccoli Comuni contro le Poste che volevano chiudere gli uffici postali. L'articolo 9 incentiva l'apertura e la non chiusura degli uffici postali e ricordo anche - lo dirò martedì prossimo in un'audizione all'amministratore delegato delle Poste - che la convenzione e il decreto ministeriale del 2008 vieta alle Poste di chiudere uffici postali in piccoli Comuni e definisce come servizio postale universale la copertura di almeno il 96 per cento dei Comuni italiani.

Parliamo di Comuni in spopolamento: negli ultimi quaranta anni hanno perso circa il 20 per cento della popolazione. Ci sono, però, 10 milioni di italiani che vivono in questi Comuni, che negli ultimi anni hanno subìto uno spopolamento e speriamo che misure come, quelle in esame, ma anche altre evocate, possano invertire la tendenza. E saranno anche in spopolamento, ma ricordo che il 73 per cento dei borghi più belli d'Italia appartiene alla categoria dei piccoli Comuni; il 94 per cento di essi ha almeno un prodotto DOP o IGP e il 79 per cento dei vini più pregiati d'Italia viene prodotto in questi territori. Ho citato queste cifre, che non ho sentito menzionare prima, per dire quanto la valorizzazione dei piccoli Comuni sia importante e bella, rilevando al contempo quanto essa possa essere un'opportunità dal punto di vista economico e turistico. Si tratta non soltanto delle nostre radici e del nostro ricordo, ma anche di un'opportunità che esiste - ho citato infatti prodotti e valori che ci sono, che producono economia - e che quindi va tutelata nelle forme e nei luoghi più opportuni.

Vorrei però rilevare che nel provvedimento è assente una misura che non poteva essere in esso prevista. Mi rivolgo al ministro Minniti, alla ministra Madia e al presidente del Consiglio Gentiloni Silveri: dobbiamo porci il tema della riparametrazione delle indennità degli amministratori dei piccoli Comuni. Fare oggi l'amministratore nei piccoli Comuni è sostanzialmente un'opera di volontariato. Negli anni abbiamo ridotto talmente tanto le loro indennità e la loro possibilità di prendere permessi, che sostanzialmente sono arrivate ad alcune decine di euro al mese. Penso che ciò non sia più tollerabile. Dobbiamo porci tale questione a partire dalla prossima legge di stabilità, ma anche affrontarla come battaglia politica. Stasera verrà ad assistere alle dichiarazioni di voto finali sul provvedimento una delegazione di piccoli Comuni; sono persone che hanno dovuto prendere dei permessi dal lavoro e perdere indennità di lavoro, perché non hanno possibilità di poter esercitare in maniera dignitosa la loro attività. Capisco che la riparametrazione a livelli di sussistenza economica delle indennità degli amministratori dei piccoli Comuni non è un tema molto popolare in un momento in cui culturalmente, da parte di alcuni movimenti politici, ma anche di alcuni giornali, viene assaltata l'idea che componenti dell'amministrazione e della politica debbano avere un'indennità. Anzi, si dovrà arrivare al punto in cui dovranno esserci delle sanzioni economiche per chi fa l'amministratore o il politico. Io pongo invece un tema in controtendenza: dal momento che il sindaco di un piccolo Comune ha le stesse responsabilità di fronte alla legge del sindaco di Roma, del presidente delle Regioni Lombardia o Lazio, penso che le indennità debbano essere riparametrate.

Ho ascoltato i colleghi della Lega e del Movimento 5 Stelle. Ho ascoltato altresì l'intervento del collega Malan che, per mettersi in linea elettorale con la Lega, ha parlato di una leggina, confrontando quanto viene investito con questo disegno di legge con quanto dedicato all'accoglienza dei profughi e dei richiedenti asilo. Ritengo questa una caduta di stile. In particolare, ai colleghi della Lega e del Movimento 5 Stelle, dico di trovare il coraggio per esprimere un voto contrario al provvedimento. Il Movimento 5 Stelle, preso dall'idea di vincere le elezioni, afferma che farà tutto nella prossima legislatura. Se allora il provvedimento fa così schifo, mancano in esso tante misure e non vi è nulla di positivo, prendete il coraggio, amici del Movimento 5 Stelle. Se la legge non vi soddisfa, è fatta male, prevede stanziamenti per le banche e per i partiti, esprimete un voto ad essa contrario.

Agli amici della Lega dico che dal 2001 si discute questo provvedimento e avete governato il Paese per nove anni. Potevate allora farlo meglio, invece di alzarvi e dire che non ci sono i soldi, non contiene tante misure ed è fatto male. È un provvedimento fatto in un giorno che ritengo meraviglioso per il nostro Paese. È una bella giornata. Ed è inoltre una bella giornata per chi crede nel Partito Democratico, che è il primo firmatario di questo disegno legge, che ha voluto, sostenuto e portato all'odierna approvazione definitiva; ma, soprattutto, è una bella giornata per l'Italia. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Mancuso).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16,30, con lo stesso ordine del giorno.

La seduta è tolta (ore 13,01).

Allegato B

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Airola, Amati, Anitori, Azzollini, Bubbico, Cattaneo, Chiavaroli, Della Vedova, De Poli, D'Onghia, Fattori, Fazzone, Fissore, Gambaro, Gentile, Lucherini, Mangili, Monti, Napolitano, Nencini, Olivero, Pepe, Piano, Pizzetti, Rubbia, Ruvolo, Sangalli, Sciascia, Tocci e Valentini.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Mucchetti e Valdinosi, per attività della 10a Commissione permanente; Casson e Stucchi, per attività del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica; Mirabelli e Molinari, per attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere; Di Biagio, Longo Fausto Guilherme e Zin, per partecipare a incontri internazionali.

Disegni di legge, annunzio di presentazione

Senatrice De Pietro Cristina

Riconoscimento della condizione di daltonismo per gli studenti, delega al Governo per la riforma sistematica dell'intera normativa in materia di daltonismo e istituzione dell'Osservatorio nazionale sul daltonismo (2917)

(presentato in data 26/09/2017);

senatori Fucksia Serenella, Quagliariello Gaetano

Riforma della disciplina in materia di equo compenso dei professionisti (2918)

(presentato in data 27/09/2017);

senatori Arrigoni Paolo, Centinaio Gian Marco, Calderoli Roberto, Candiani Stefano, Comaroli Silvana Andreina, Consiglio Nunziante, Crosio Jonny, Divina Sergio, Stefani Erika, Stucchi Giacomo, Tosato Paolo, Volpi Raffaele

Modifiche al Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, recante "Codice dei beni culturali e del paesaggio" e al Decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, recante "Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia" (2919)

(presentato in data 27/09/2017).

Mozioni, apposizione di nuove firme

I senatori De Biasi, Maturani, Bianco, Padua, Silvestro, Mattesini, Manassero, Granaiola e Aiello hanno aggiunto la propria firma alla mozione 1-00759 della senatrice Bianconi ed altri.

L'ordine delle firme deve intendersi il seguente: Bianconi, De Biasi, Albertini, Anitori, Bilardi, Conte, Dalla Tor, Di Giacomo, Formigoni, Mancuso, Marinello, Luciano Rossi, Maturani, Bianco, Padua, Silvestro, Mattesini, Manassero, Granaiola e Aiello.

Interrogazioni, apposizione di nuove firme

I senatori Taverna, Giarrusso, Nugnes e Castaldi hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 4-08113 della senatrice Paglini ed altri.

Mozioni

MANDELLI, RIZZOTTI, SCOMA, Mariarosaria ROSSI, FLORIS, SERAFINI, PICCINELLI, SCILIPOTI ISGRO', VILLARI, BARANI, AZZOLLINI, BOCCARDI, D'AMBROSIO LETTIERI, FUCKSIA, BOCCA, RAZZI, CALIENDO, FASANO - Il Senato,

premesso che:

da 17 anni, ogni 29 settembre, si celebra la "Giornata mondiale del cuore" per la prevenzione e la consapevolezza in ambito cardio-cerebro-vascolare. L'iniziativa è promossa e organizzata dalla World heart federation con sede a Ginevra e in Italia, gli eventi e le attività della Giornata mondiale per il cuore sono coordinati dall'Associazione fondazione italiana per il cuore, unico membro per l'Italia della World heart federation, in collaborazione con Conacuore (Coordinamento nazionale associazioni del cuore) e la Federazione italiana di cardiologia;

a questo proposito, l'ipercolesterolemia è un serio fattore di rischio cardiovascolare (CV) e vi è l'urgenza di costruire un nuovo modello di presa in carico del paziente ad alto rischio, attraverso una più diffusa consapevolezza da parte del sistema sanitario che necessita di nuove modalità per la refertazione dei parametri lipidici da parte dei laboratori clinici ed un'integrazione dei servizi ospedalieri e territoriali;

come da dati ISTAT, le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di mortalità nei Paesi occidentali. È stato calcolato che il numero di decessi annui attribuibile a cause cardiovascolari è significativamente maggiore di quelli associati a malattie oncologiche. In Italia le malattie cardiovascolari (ictus, ipertensione e malattie ischemiche cardiache e periferiche) sono al primo posto fra le cause di morte che, tradotto in numeri, corrisponde a oltre 220.000 morti nel 2012;

i fattori di rischio associabili alle malattie cardiovascolari sono molteplici; i più importanti sono correlati allo stile di vita e un recente studio italiano (studio CHECK) ha verificato che nella coorte in esame (tra 49 e 70 anni di età), il 15,1 per cento era a rischio cardiovascolare alto e il 19,9 per cento a rischio molto alto. Trasportando i dati sulla popolazione italiana, questo significa 4,68 milioni di soggetti a rischio elevato e 6,17 milioni a rischio molto elevato;

una mole imponente di studi epidemiologici condotti a partire dagli anni '80 dimostrano che la nostra salute si prepara ed è programmata nei nostri "primi mille giorni" di vita e che l'origine delle malattie non trasmissibili complesse, comprese il cancro, le malattie cardiovascolari, l'obesità, il diabete, le malattie degenerative del sistema nervoso e le patologie respiratorie croniche, va ricercata nelle influenze che l'ambiente esercita sul nostro genoma nelle primissime età della vita, dal concepimento al compimento dei primi 2 anni. Questa programmazione, una volta impostata nei "primi mille giorni" è destinata a funzionare per tutto il resto della nostra vita e rende necessario educare fin dalle prime età della vita, e soprattutto gli adolescenti, ad adottare uno stile di vita salutare, in modo che arrivino al concepimento e alla gravidanza in condizioni ottimali, inviando così all'embrione e al feto segnali ambientali corretti;

considerato che:

nel corso di due edizioni del "Progetto Cuore" (1998-2002 e 2008-2012) condotte dall'Istituto superiore di sanità attraverso l'Osservatorio epidemiologico cardiovascolare / health examination survey (OEC/HES) riguardanti il rischio cardiovascolare globale (ovvero la possibilità di andare incontro a un evento cardiovascolare nei successivi 10 anni) è emerso che i valori medi di colesterolo nella popolazione sono aumentati passando dal 20,8 per cento al 34,3 per cento negli uomini e dal 24,6 per cento al 36,6 per cento nelle donne. Inoltre, il Progetto Cuore mette in evidenza che il controllo dell'ipercolesterolemia è migliorato nell'ultimo decennio, ma risulta tuttavia ancora insufficiente, e permane più adeguato negli uomini: tra questi, i soggetti adeguatamente trattati sono passati dal 13,5 per cento al 24 per cento del totale degli ipercolesterolemici, mentre tra le donne si è registrata una variazione dal 9,6 per cento al 17,2 per cento per la stessa categoria;

lo scopo di un approccio mirato all'ottimizzazione di diagnosi e terapie è certamente quello di ridurre morbilità e mortalità cardiovascolari indotte dall'ipercolesterolemia, ma anche la riduzione dei costi sanitari per il Servizio sanitario regionale e quindi per il Servizio sanitario nazionale;

un recente studio realizzato sul database italiano Core/CINECA (datawarehouse ARNO) ha stimato, in un ampio campione di popolazione generale (oltre 2,9 milioni di soggetti), i costi diretti sanitari correlati ad un evento cardiovascolare;

un caso di SCA (sindrome coronarica acuta), di CVD (ictus-TIA) o di rivascolarizzazione coronarica costa al SSN italiano rispettivamente 14.871 euro, 9.537 euro o 25.079 euro per un paziente senza particolari comorbilità; se tra le comorbilità è invece presente il diabete, il costo per evento aumenta del 14 per cento per la SCA, del 10 per cento per CVD e del 60 per cento in caso di rivascolarizzazione coronarica;

il rapporto SDO 2014 sui ricoveri ospedalieri, rilevati sul territorio italiano, ha mostrato che le ospedalizzazioni di qualsiasi tipo (acuti, DH e lungodegenza) per malattie cardiovascolari rappresentano il 12 per cento di tutti i ricoveri, il 13,3 per cento di tutte le giornate di degenza e il 17,3 per cento della remunerazione teorica, ovvero un costo per il SSN di circa 5 miliardi di euro all'anno;

sono circa 20 i miliardi di euro spesi ogni anno in Italia per queste patologie (tra costi diretti e indiretti) e dell'impatto socio-economico, con particolare riferimento al mondo del lavoro. In Italia tali costi diretti delle malattie cardiovascolari per il Servizio sanitario nazionale sono di circa 16 miliardi di euro all'anno, ai quali vanno aggiunti circa 5 miliardi di euro in termini di costi indiretti calcolati principalmente come perdita di produttività. I costi indiretti non comprendono solo la produttività, ma anche le spese sostenute dal sistema previdenziale che è responsabile di fornire prestazioni assistenziali e previdenziali a tutte le persone affette da patologie e che eroga pensioni di inabilità ed assegni di invalidità;

considerando le singole prestazioni previdenziali (gli assegni ordinari di invalidità e le pensioni di invalidità previdenziali) la spesa in Italia dal 2009 al 2015 risulta essere rispettivamente di 4,7 miliardi di euro (669 milioni di euro in media all'anno) corrispondente al 23 per cento, su un totale di spesa complessiva per assegni ordinari di invalidità, e di 8,8 miliardi di euro (1,2 miliardi di euro in media all'anno) pari al 19 per cento, su un totale di spesa per pensioni di invalidità (Mennini et al., CEIS Sanità - Centre for Health Economics and Management (CHEM) dell'Università Tor Vergata di Roma, in collaborazione con la banca dati INPS),

impegna il Governo:

1) a valutare la possibilità di pianificare un piano per la lotta alle dislipidemie, poiché le conseguenze cliniche del mancato o intempestivo riconoscimento della patologia cardiovascolare o di un trattamento terapeutico intempestivo o inefficace rappresentano un pericolo di vita per il paziente e un costo molto significativo a livello nazionale;

2) a prevedere l'inserimento automatico del valore del colesterolo LDL nel referto di laboratorio ogni volta che vengano richiesti e refertati i valori di colesterolo totale, HDL e trigliceridi;

3) a valutare l'adozione nei laboratori d'analisi di modalità di refertazione (come da documento di consenso SIBIOC) tali da richiamare l'attenzione dei clinici ("alert") sui valori elevati di colesterolo che necessitano di ulteriori approfondimenti clinico-diagnostici (colesterolo totale maggiore di 310 milligrammi per decilitro; colesterolo LDL maggiore di 190 milligrammi per decilitro);

4) ad implementare gli screening appropriati, anche attraverso la sensibilizzazione di tutti i medici, per una prioritaria identificazione dei pazienti con ipercolesterolemia familiare tra i consanguinei di primo grado di pazienti che hanno avuto eventi cardiovascolari precoci e nei soggetti con valori elevati di colesterolo totale (colesterolo totale maggiore di 310 milligrammi per decilitro; colesterolo LDL maggiore di 190 milligrammi per decilitro);

5) a valutare la promozione di attività di informazione, educazione ed empowerment del cittadino;

6) a considerare un piano di promozione di attività di informazione ed educazione sul medico, in particolare il medico di medicina generale, per l'adozione di strumenti o raccomandazioni per il controllo e il conseguente miglioramento dell'aderenza alla terapia (compliance) da parte del paziente e conseguente empowerment del paziente stesso;

7) a promuovere programmi di screening e prevenzione, attraverso i servizi di analisi di prima istanza erogati dalla rete delle farmacie di comunità, per una tempestiva identificazione dei soggetti affetti da ipercolesterolemia ed un assiduo controllo degli stessi.

(1-00835)

DE BIASI, BIANCONI, CORSINI, D'AMBROSIO LETTIERI, GAETTI, PALERMO, Maurizio ROMANI, URAS, ALBERTINI, BIANCO, COCIANCICH, DEL BARBA, DIRINDIN, GIOVANARDI, GRANAIOLA, MANASSERO, MARCUCCI, MATTESINI, MATURANI, MIRABELLI, MUCCHETTI, PADUA, SILVESTRO, ZUFFADA, Paolo ROMANI - Il Senato,

premesso che:

l'Agenzia europea per i medicinali (EMA) è un organo regolatorio decentrato dell'Unione europea, con sede a Londra, il cui compito principale è quello di tutelare e promuovere la sanità pubblica e la salute degli animali mediante la valutazione ed il controllo dei medicinali per uso umano e veterinario;

l'EMA è responsabile della farmacovigilanza, della ricerca e della relazione con le imprese farmaceutiche;

dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea, l'EMA dovrà trasferire la propria sede in un'altra delle nazioni dell'Unione europea;

l'Italia è uno dei più importanti produttori farmaceutici d'Europa;

il Governo italiano ha avanzato la proposta di candidatura di Milano come nuova sede dell'EMA;

si tratta di un obiettivo strategico per il cui raggiungimento è necessaria la compartecipazione di tutte le istituzioni (Comune di Milano, Regione Lombardia e Governo nazionale), al di là degli orientamenti politici, come fu fatto in modo vincente con il "metodo Expo" nell'interesse del "sistema Paese Italia";

a questo proposito, si ricorda la recente costituzione dell'intergruppo parlamentare, italiano ed europeo, per un impegno trasversale finalizzato a sostenere la candidatura di Milano per l'EMA;

di particolare rilievo è anche la mobilitazione delle realtà produttive e di impresa per la stessa finalità;

premesso inoltre che:

Milano è l'area più adatta ad ospitare un'istituzione così importante per le sue caratteristiche infrastrutturali (basti pensare alla presenza di 3 aeroporti che consente un agevole collegamento con l'Europa e con il resto del mondo), la sua capacità di accoglienza e di rappresentare una "cerniera" con l'Europa;

Milano è la sede migliore per ospitare l'Agenzia europea per i medicinali, perché è al centro del più importante distretto della ricerca, compresa quella in campo biomedico, e sede di innovazioni nel campo (basti pensare al progetto "Human Technopole" e alla costruzione di una rete nazionale di ricerca);

Milano è una città che sta vivendo una fase molto dinamica della sua storia, con un consolidamento dei settori tradizionali e una forte espansione di quelli più innovativi. Le sue università, i centri di ricerca e l'industria specialistica garantiscono un habitat ideale per le necessità dell'Agenzia europea;

l'EMA a Milano non solo sarebbe un elemento di prestigio, ma potrebbe concorrere allo sviluppo e all'innovazione organizzativa, occupazionale e di prodotto, ad esempio se si pensa al campo dei farmaci innovativi e a quanto sia importante ragionare in chiave europea, e non solo nazionale, sui criteri di innovatività e sull'aspetto etico del prezzo dei farmaci, aspetti decisivi per l'accessibilità alle cure e all'universalismo del Servizio sanitario nazionale;

Milano deve essere vista quindi come centro propulsore di sicurezza, qualità e avanzamento produttivo su prodotti come i farmaci dall'indiscutibile valore di carattere etico,

impegna il Governo a proseguire in ogni ambito l'impegno perché l'EMA abbia sede a Milano.

(1-00836)

Interrogazioni

PAGLIARI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

in data 18 luglio 2017 il firmatario del presente atto ha presentato un'interrogazione, 3-03890, sui disagi relativi alla tratta ferroviaria Parma-Brescia;

da settembre 2017, la situazione è peggiorata per la chiusura del ponte sul fiume Po, che collega Colorno (Parma) a Casalmaggiore (Cremona), costringendo tutti ad utilizzare la linea ferroviaria Parma-Brescia;

a quanto si apprende da notizie di stampa non ci sono più vagoni per i treni ad alimentazione diesel che si muovono lungo la linea. Ciò sarebbe emerso dall'ultimo incontro tecnico, che ha visto confrontarsi le Regioni Emilia-Romagna e Lombardia, le Province di Parma, Cremona e Mantova e i gestori del servizio trasporto ferroviario Trenord e Tper;

ciò aggrava lo stato della mobilità già compromessa dalla momentanea chiusura del ponte stradale tra Colorno e Casalmaggiore;

il sindaco di Colorno ha evidenziato le difficoltà oggettive su una linea oramai obsoleta, non elettrificata. Ha chiesto quindi ufficialmente di incrementare il numero di corse al mattino e nella fascia serale intorno alle ore 22 per il rientro da Parma, così come la possibilità di aggiungere vagoni, compresi quelli per il trasporto delle bici;

inoltre la linea è frequentemente soggetta a rallentamenti, in quanto deve spesso dare precedenza ad altre linee accumulando per questo ritardi;

la concessionaria non ha assunto fino ad ora nessuna misura, pur in un contesto di emergenza crescente,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della vicenda;

se intenda mettere in atto iniziative nei confronti delle concessionarie Trenord e Tper per migliorare le condizioni dei viaggiatori, come ad esempio l'elettrificazione della linea, di cui è già in discussione un progetto, che porterebbe sicuramente ad un miglioramento del servizio, come già avvenuto per diverse altre linee in Italia e che consentirebbe di acquisire materiale viaggiante idoneo alle esigenze dei pendolari e in grado di far aumentare la frequenza delle corse.

(3-04011)

BERTUZZI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

il decreto-legge n. 59 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 119 del 2016, contiene norme che regolano il rimborso degli investitori che hanno acquistato gli strumenti finanziari subordinati emessi dalla Banca delle Marche SpA, dalla Banca popolare dell'Etruria e del Lazio società cooperativa, dalla Cassa di risparmio di Ferrara SpA e dalla Cassa di risparmio della provincia di Chieti SpA;

tra le misure previste c'è la possibilità per gli investitori delle banche in liquidazione di richiedere al fondo di solidarietà, istituito con la legge di stabilità per il 2016, l'erogazione di un indennizzo forfetario nel caso in cui abbiano un patrimonio mobiliare di proprietà di valore inferiore a 100.000 euro o un ammontare del reddito lordo ai fini Irpef, nell'anno 2015, inferiore a 35.000 euro;

successivamente, con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze n. 83 del 2017, recante "Regolamento disciplinante la procedura di natura arbitrale di accesso al fondo di solidarietà, di cui all'articolo 1, comma 857, lettera d), della legge 28 dicembre 2015, n. 208", è stata introdotta la possibilità per gli investitori di accedere alla procedura arbitrale, in alternativa all'indennizzo forfetario;

il decreto ministeriale n. 83 del 2017 è entrato in vigore il 28 giugno 2017, data a partire dalla quale sono stati avviati gli arbitrati per gli investitori "bruciati" nel 2015 con la messa in risoluzione di Carife, Banca Marche, Banca Etruria e CariChieti;

essenzialmente, esso impone di avviare i ricorsi entro 5 mesi, disciplinando le modalità di accesso al fondo di solidarietà tramite una procedura arbitrale da attivare presso appositi i collegi arbitrali, costituiti in seno all'Autorità nazionale anticorruzione (Anac);

a tali arbitrati è stato garantito l'accesso a tutti gli investitori che hanno sottoscritto direttamente gli strumenti finanziari subordinati, i bond e le obbligazioni "bruciate" con il "decreto salva-banche" n. 59 del 2016 e che non hanno avuto accesso ai rimborsi forfetari;

considerato che:

il rimborso forfetario avrebbe dovuto restituire, entro 60 giorni dalla richiesta, l'80 per cento del valore delle obbligazioni subordinate a chi rientrava nei criteri fissati per decreto;

stando alle informazioni possedute dall'interrogante, a Ferrara solo la metà dei richiedenti a tutt'oggi ha ottenuto il rimborso forfetario da fondo interbancario;

i dati del fondo interbancario di tutela dei depositi, aggiornati al 4 agosto 2017, evidenziano che, su circa 16.000 domande di rimborso presentate per le 4 banche, ne sono state liquidate 11.079, circa il 69 per cento del totale;

inoltre, considerato il ritardo con il quale è entrato in vigore il regolamento che consente di presentare la richiesta per l'arbitrato al fondo interbancario, di cui al citato decreto n. 83 del 2017, gli obbligazionisti subordinati, che non sono rientrati nei criteri previsti per il rimborso diretto, dovranno affrontare tale ricorso in tempi strettissimi, entro l'11 novembre 2017, con una procedura complicatissima che obbliga i risparmiatori a rivolgersi a professionisti esperti con conseguente ulteriore esborso di denaro, perché in caso di errori si rischia il rigetto dell'istanza,

si chiede di sapere:

quali siano le ragioni del rallentamento del processo di rimborso, che sta mettendo in gravissime difficoltà il bilancio familiare degli obbligazionisti aventi diritto;

come il Ministro in indirizzo intenda attivarsi per dare risposte certe e definitive ai risparmiatori;

se intenda impegnarsi per individuare procedure più semplificate che consentano agli obbligazionisti subordinati di accedere più facilmente alle procedure di arbitrato.

(3-04014)

Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento

BISINELLA - Al Ministro per lo sport - Premesso che a quanto risulta all'interrogante:

con delibera n. 27 del 26 giugno 2017, la commissione di disciplina nazionale dell'Associazione italiana arbitri (AIA) ha stabilito la sospensione del signor Luca Battista, arbitro effettivo di Terza categoria della sezione Lomellina, dall'esercizio dell'attività per un periodo di 13 mesi a far data dall'emanazione della delibera stessa;

la decisione è arrivata a conclusione di un procedimento disciplinare nel quale è stata contestata al signor Battista la violazione del regolamento e del codice etico dell'AIA, per aver postato sul proprio profilo personale "Facebook" fotografie attestanti la propria partecipazione nell'ambito dell'Associazione unitamente ad altre di contenuto ideologico e politico;

dinanzi alla Procura arbitrale, Battista avrebbe ammesso la paternità di quanto pubblicato in internet, precisando chiaramente di non aver avuto in alcun modo e in nessun momento intenzione di accostare l'immagine dell'AIA al contenuto di post pubblicati a titolo privato e di carattere evidentemente personale;

la condotta di Battista, per quanto probabilmente inopportuna e frutto di superficialità, appare quindi ascrivibile esclusivamente alla sua sfera privata e a considerazioni strettamente individuali, di certo non associabili e non collegate all'attività di arbitro effettivo dell'AIA, come peraltro da lui stesso spiegato in sede di audizione. Sembra pertanto eccessiva la sospensione per la durata di ben 13 mesi prevista dalla Commissione di disciplina a suo carico, anche alla luce del ruolo non di primo piano esercitato dallo stesso nell'ambito dell'Associazione italiana arbitri, quale arbitro di terza categoria,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti segnalati e se non ritenga opportuno intervenire, nei limiti della propria competenza e in considerazione di quanto sopra esposto, al fine di pervenire ad un riequilibrio e ad una riduzione della sospensione dall'esercizio dell'attività di arbitro stabilita dalla citata delibera n. 27 e di garantire in tal modo l'irrogazione di una sanzione proporzionata alla reale gravità dei fatti commessi.

(3-04010)

CASTALDI, DONNO, ENDRIZZI, GIARRUSSO, GIROTTO, MONTEVECCHI, MORONESE, NUGNES, PUGLIA, SANTANGELO, SERRA, TAVERNA, PAGLINI - Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo - Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

la Giunta regionale del Molise, con la delibera n. 712 del 30 dicembre 2014 (integrata e rettificata dalla delibera di Giunta n. 76 del 17 febbraio 2015) ha ammesso al finanziamento pubblico la realizzazione di un "tunnel di raccordo stradale tra il porto di Termoli ed il lungomare Cristoforo Colombo", per un importo di 5.000.000 euro, a valere sulle risorse del FSC (fondo per lo sviluppo e la coesione) 2007-2013;

il 25 giugno 2015, con deliberazione n. 161, la Giunta comunale di Termoli ha approvato il progetto preliminare per la realizzazione di un "tunnel di raccordo stradale tra il porto di Termoli ed il lungomare Cristoforo Colombo", quantificandone i costi in 11.125.094 euro, di cui 5.000.000 coperti dai fondi FSC 2007-2013 e i restanti 6.125.094 a carico del Comune di Termoli;

il 27 luglio 2015, con deliberazione n. 196, la Giunta comunale di Termoli ha formulato una "Proposta rimodulazione intervento per realizzazione di un tunnel di raccordo stradale tra il porto di Termoli e il Lungomare Nord con parcheggio multipiano interrato al di sotto di piazza Sant'Antonio e recupero funzionale dell'adiacente parcheggio multipiano area Pozzo Dolce", da realizzare tramite finanza di progetto, "ritenendo le due opere (tunnel e parcheggi) complementari e strategiche per il miglioramento delle mobilità urbana";

la Giunta regionale del Molise, previo parere favorevole del direttore del servizio viabilità della Direzione Area IV, espresso con nota del 30 luglio 2015, protocollo interno n. 86481/2015, ha approvato la suddetta proposta di rimodulazione con la deliberazione n. 417 del 3 agosto 2015, "per un valore complessivo di euro 14.967.400 di cui euro 5.000.000 a valere sulle risorse del FSC 2007/2013 ed euro 9.967.400, da acquisire mediante finanza privata di progetto";

considerato che:

con determina dirigenziale n. 976 del 7 agosto 2015, il Comune di Termoli ha approvato il nuovo schema di avviso pubblico esplorativo per la scelta del promotore nell'ambito della procedura di affidamento in finanza di progetto, ponendo a base di gara il progetto preliminare del tunnel, approvato con deliberazione di Giunta comunale n. 161 del 25 giugno 2015, e acquisendo in gara il progetto preliminare integrato comprensivo di entrambi gli interventi (tunnel e parcheggio Sant'Antonio con il recupero di "Pozzo Dolce");

la Giunta comunale, con deliberazione n. 291 del 5 novembre 2015, ha proposto di procedere alla dichiarazione di pubblico interesse dell'unica proposta pervenuta in data 29 settembre 2015 da parte della ditta "De Francesco Costruzioni sas" per la realizzazione di un tunnel di raccordo stradale tra il porto di Termoli ed il lungomare nord, con parcheggio multipiano al di sotto di piazza Sant'Antonio e recupero funzionale dell'adiacente parcheggio multipiano area "Pozzo Dolce", per un valore complessivo di 19.000.000 euro; progetto dal quale, tra l'altro, non si evince in modo esplicito che oltre a tunnel e parcheggio verranno realizzati immobili (negozi e appartamenti) che andranno in totale disponibilità del privato costruttore, realizzando così una colossale speculazione edilizia;

il Consiglio comunale di Termoli con delibera n. 10 dell'11 febbraio 2014 ha approvato il "Regolamento partecipazione dei cittadini" che al capitolo III (articoli dall'11 al 37) regolamenta l'attuazione del referendum consultivo comunale;

il comitato referendario denominato "Termoli Decide" ha depositato la richiesta di referendum sul tunnel di cui al citato progetto preliminare integrato comprensivo di entrambi gli interventi (tunnel e parcheggio Sant'Antonio con il recupero di "Pozzo Dolce") il 29 luglio 2016;

l'apposita commissione del Comune prevista dal regolamento di partecipazione dei cittadini, in data 30 giugno 2016, ha dichiarato non ammissibile il quesito del referendum; non ammissibilità confermata dal Consiglio comunale in data 22 settembre 2016, la cui decisione è stata oggetto di diffida da parte del Comitato "Termoli Decide";

il 16 febbraio 2017 il comitato referendario "Termoli No Tunnel" ha depositato tre nuovi quesiti concernenti la revoca della delibera di Giunta municipale n. 291 del 5 novembre 2015, con la quale si prevede: la realizzazione del progetto per la mobilità sostenibile urbana comprendente il tunnel (collegamento sotterraneo tra il porto e il lungomare Cristoforo Colombo), il parcheggio multipiano e le opere annesse; la trasformazione del costone di piazza Sant'Antonio, attualmente destinato a verde pubblico e sottoposto a vincolo paesaggistico, in immobili di proprietà privata a destinazione ricettiva e commerciale; la realizzazione di un parcheggio sotterraneo in piazza Sant'Antonio;

considerato inoltre che:

il progetto interessa una zona sottoposta a vincolo paesaggistico, dichiarata "area di notevole interesse pubblico", che tocca il centro storico di Termoli, nello specifico la Torretta Belvedere, le antiche mura perimetrali del centro storico e il castello di epoca federiciana, tutti beni culturali e paesaggistici sottoposti a vincolo archeologico e tutelati;

il tunnel e le opere annesse verranno a creare una nuova cesura tra il lungomare e altre zone centrali della città cancellando il rapporto storico e identitario tra la città vecchia e il borgo, mentre la percezione e l'identità dei luoghi verranno irrimediabilmente alterati, in contraddizione ai principi espressi dal codice di tutela del paesaggio (di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004);

l'impatto visivo di questo progetto è a parere degli interroganti devastante, in quanto la scarpata verde sotto piazza S. Antonio, oggi ben visibile dal lato del castello Svevo e della passeggiata lungo le mura del centro storico, e riconosciuta come elemento fondante del paesaggio, in quanto ultimo esemplare di falesia naturale rimasto in zona, scomparirà totalmente e verrà sostituita con due muraglioni in calcestruzzo armato con griglie d'acciaio;

il colle di Pozzo Dolce e la scarpata di piazza S. Antonio, pur rientrando in un'area sottoposta a vincolo paesaggistico e dichiarati "di notevole interesse pubblico" con decreto ministeriale 2 febbraio 1970, spariranno totalmente sotto una gettata di cemento;

l'area dove si dovrebbe procedere con i lavori è a forte rischio archeologico con il sovrappiù che non è stata effettuata alcuna valutazione dei possibili danni alle antiche e fragili strutture del centro storico, che il tunnel potrebbe arrecare in fase di esercizio, a causa della propagazione delle vibrazioni prodotte dal passaggio di autovetture e mezzi di trasporto pubblico;

in data 28 luglio 2016 il comitato referendario Termoli No Tunnel ha inviato un atto di significazione e diffida a ben 14 destinatari istituzionali, tra i quali il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e l'Anac (Autorità nazionale anticorruzione), perché vigilassero e intervenissero, ciascuno nel proprio ambito di azione;

con comunicazione dell'Anac, "Gara a procedura aperta con lo strumento della finanza di progetto per realizzare un sistema integrato per la viabilità e mobilità sostenibile con diritto di prelazione da parte del promotore ai sensi dell'art. 153, comma 19, del d.lgs. 163/2006" (prot n. 0065310 del 10 maggio 2017), si invitava la Procura del Tribunale di Larino ad approfondire e sorvegliare;

il comitato referendario ha presentato dettagliate osservazioni in sede di conferenza dei servizi decisoria, iniziata nell'agosto 2017, concernenti le innumerevoli irritualità e illegittimità riscontrate nel corso dell'iter del progetto;

considerato altresì che:

con nota del 12 giugno 2017 il Ministero chiedeva alla Soprintendenza per l'archeologia, le belle arti e il paesaggio di Campobasso di fornire notizie al Ministero stesso, su segnalazione dell'assemblea dei comitati referendari di Termoli;

nella conferenza dei servizi decisoria per la "Realizzazione di un sistema integrato per la viabilità e mobilità sostenibile del Comune di Termoli", svoltasi il 10 agosto presso la sala Giunta della Regione Molise, è stato formalizzato il parere negativo sul progetto della Soprintendenza ai beni paesaggistici e culturali del Molise e il parere contrario espresso nella medesima conferenza decisoria dal dirigente del Servizio pianificazione e gestione territoriale della Regione Molise;

a giudizio degli interroganti, vi è la necessità di iniziative urgenti da intraprendere, visto lo stadio di avanzamento del progetto e la decisa opposizione di buona parte della cittadinanza, che paventa la distruzione del proprio patrimonio storico, paesaggistico e archeologico in conseguenza degli interventi previsti; opposizione ampiamente testimoniata, tra l'altro, dalle circa 3.000 firme della petizione popolare (disciplinata anch'essa dal "Regolamento partecipazione dei cittadini" del Comune), con la quale si chiedeva al sindaco di sospendere l'iter procedurale del progetto tunnel in attesa dello svolgimento del referendum consultivo (petizione che, tra l'altro, non ha ricevuto alcuna risposta da parte del sindaco);

su tutta la area di intervento, nonché sulla Torre Belvedere e l'ex cinema Adriatico sono apposti vincoli paesistici, archeologici, architettonici che richiedono anche le necessarie autorizzazioni paesaggistiche ai sensi del decreto ministeriale 2 febbraio 1970, Dichiarazione di notevole interesse pubblico P.T.P.A.A.V (piano territoriale paesistico-ambientale di Area Vasta) n. 1 "Basso Molise" approvato con delibera del Consiglio regionale n. 253 del 1° ottobre 1997, della legge regionale n. 24 del 1989, del decreto legislativo n. 42 del 2004, art. 1,0 e del decreto legislativo n. 163 del 2006, della delibera del dirigente regionale n. 12 del 27 settembre 2004,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti;

se intenda attivarsi, anche alla luce della richiesta oggetto della citata nota del 12 giugno 2017, con urgenti iniziative di competenza, affinché venga confermato il parere negativo, motivato in modo dettagliato e ineludibile, espresso dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio del Molise, pronunciato anche per l'ambito relativo alla tutela archeologica in sede di conferenza dei servizi decisoria del 10 agosto 2017.

(3-04012)

CASTALDI, DONNO, ENDRIZZI, GIARRUSSO, GIROTTO, MONTEVECCHI, MORONESE, NUGNES, PUGLIA, SANTANGELO, SERRA, TAVERNA, PAGLINI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

l'Agenzia spaziale italiana (ASI) è un ente pubblico nazionale vigilato dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, che opera in collaborazione con diversi altri dicasteri; ha oggi un ruolo di primo piano tanto a livello europeo, dove l'Italia è il terzo Paese, che contribuisce maggiormente all'Agenzia spaziale europea, quanto a livello mondiale;

in data 15 settembre 2017, sul proprio sito web, l'ASI ha pubblicato il bando n. 16 del 2017, "Selezione pubblica, per titoli e colloquio, per la copertura di n. 4 posti a tempo indeterminato presso l'Agenzia Spaziale Italiana nel profilo di Dirigente Tecnologo, del livello professionale I";

considerato che:

per la partecipazione alla selezione per le 4 posizioni viene posta la "barriera" della cittadinanza, in quanto il bando specifica che: "Possono partecipare alla selezione, per la posizione DT3 esclusivamente i cittadini italiani, per le posizioni DT1, DT2 e DT4 i cittadini italiani o dei paesi dell'Unione Europea";

per la posizione DT3 viene chiesto il diploma di laurea (vecchio ordinamento) conseguito secondo la "normativa in vigore anteriormente al D.M. 509/99, in Ingegneria, tutte le classi, o in Scienze Politiche (o equipollenti) ovvero le classi di Laurea Specialistica o magistrale a cui i predetti specificati Diplomi di Laurea (equipollenze escluse) sono stati equiparati secondo il decreto interministeriale 9 luglio 2009 ai fini della partecipazione ai pubblici concorsi";

inoltre, come requisito vengono indicati "almeno dodici anni di specifica esperienza professionale nello svolgimento in piena autonomia di funzioni di progettazione, di elaborazione e di gestione correlate ad attività tecnologiche e/o professionali di particolare complessità e/o di coordinamento e di direzione di servizi e di strutture tecnico-scientifiche complesse di rilevante interesse e dimensione" nonché "ampia e documentata esperienza di almeno 6 anni, maturata presso pubbliche amministrazioni, nella gestione di programmi spaziali di natura duale e nella rappresentanza presso organismi nazionali ed internazionali per le attività di sicurezza";

per la posizione DT4 viene chiesto il diploma di laurea (vecchio ordinamento) conseguito secondo la normativa in vigore anteriormente al decreto ministeriale n. 509 del 1999 "in Ingegneria aerospaziale o in Scienze Politiche (o equipollenti) ovvero le classi di Laurea Specialistica o magistrale a cui i predetti specificati Diplomi di Laurea (equipollenze escluse) sono stati equiparati secondo il decreto interministeriale 9 luglio 2009 ai fini della partecipazione ai pubblici concorsi";

tra i requisiti sono anche richiesti "almeno dodici anni di specifica esperienza professionale nello svolgimento in piena autonomia di funzioni di progettazione, di elaborazione e di gestione correlate ad attività tecnologiche e/o professionali di particolare complessità e/o di coordinamento e di direzione di servizi e di strutture tecnico-scientifiche complesse di rilevante interesse e dimensione", nonché "ampia e documentata esperienza di almeno 6 anni, maturata presso pubbliche amministrazioni, nella negoziazione e gestione di programmi svolti in coordinamento con agenzie spaziali nazionali e internazionali e nella rappresentanza presso organismi e organizzazioni intergovernative per la gestione di programmi spaziali";

considerato inoltre che:

per la posizione DT3 sono previste attività a carattere tecnologiche quali "analisi di contesto delle attività dell'Ente, estesa al settore industriale, per la determinazione e predisposizione delle misure tecniche, tecnologiche, organizzative e gestionali da adottare per il contrasto alle tipologie di rischio connesse all'attività del settore, anche finalizzata alla segretazione di affidamenti di attività; - fornitura di supporto alle Unità dell'ASI in materia di sicurezza dei dati e delle informazioni; - partecipazione ai comitati nazionali e internazionali che trattano le tematiche di competenza";

per la posizione DT4 sono previste attività tecnologica con particolare riferimento a "elaborazione e aggiornamento del piano dei rischi programmatici, tecnologici e finanziari dei programmi istituzionali di Agenzia e assessment istituzionale di quelli dei programmi ESA; - coordinamento dell'applicazione delle normative spaziali nazionali e internazionali ai programmi di Agenzia; - presidio delle attività di Product Assurance dei programmi istituzionali; rappresentanza ai Board dell'ESA e alle iniziative internazionali con altre agenzie spaziali, nell'ambito di afferenza";

considerato infine che, a parere degli interroganti, dall'incrocio tra l'attività da svolgere e il titolo richiesto per le posizioni DT3 e DT4 appare evidente, e assolutamente incomprensibile se non per ragioni eminentemente personalistiche e di favore, che per la posizione DT3 siano richieste lauree che paiono in alternativa tra di loro quali "Ingegneria, tutte le classi, o in Scienze Politiche (o equipollenti)" per le previste attività a carattere tecnologiche complesse; e, in analogia, per la posizione DT4 e le relative attività tecnologiche complesse sia richiesta la laurea "in Ingegneria aerospaziale o in Scienze Politiche (o equipollenti)",

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti;

se non ritenga opportuno intervenire, affinché siano rimosse le condizioni di esclusione per posizione alla quale non possono partecipare i cittadini dei Paesi dell'Unione europea;

se non ritenga di dover revocare il bando, fugando ogni possibile dubbio circa la possibilità che i requisiti di accesso al concorso celino criteri personalistici e di favore.

(3-04013)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

RAZZI, Paolo ROMANI, ALICATA, AMIDEI, ARACRI, AUGELLO, AZZOLLINI, BOCCA, BOCCARDI, BONAIUTI, CALIENDO, CASSANO, CASSINELLI, CERONI, FASANO, FLORIS, GIBIINO, GIRO, MALAN, MANDELLI, MARIN, Giovanni MAURO, MILO, PALMA, PELINO, PICCOLI, RIZZOTTI, Mariarosaria ROSSI, SCOMA, SERAFINI, SIBILIA, VILLARI, ZUFFADA - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dei beni e delle attività culturali e del turismo - Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

la riserva naturale che si trova nella zona meridionale della città di Pescara, conosciuta come la "Pineta Dannunziana" versa in condizioni miserrime, perché in uno stato di totale abbandono. La Pineta si estende per una superficie di 53 ettari, la flora include molte specie di piante e arbusti tipici della macchia mediterranea ed è unica nella sua straordinaria varietà;

la Pineta, vero fiore all'occhiello della città di Pescara, era uno dei luoghi più amati da D'Annunzio, che l'ha più volte celebrata e resa nota nei suoi versi;

il Comune e le autorità cittadine hanno trascurato questo bellissimo parco, lasciandolo in uno stato di totale abbandono e degrado, sommerso da cartacce ed immondizie d'ogni tipo, situazione alla quale fanno da cornice strade dissestate, sporche e piene di buche, fornendo l'immagine di una realtà che quotidianamente mortifica e umilia il decoro della città di Pescara e dei suoi cittadini,

si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo non ritengano opportuno intervenire tempestivamente sull'operato degli addetti alla manutenzione della riserva, al fine di tutelare questo inestimabile patrimonio turistico, culturale e ambientale, e di garantire ai cittadini e a tutti i turisti di poter fruire correttamente della bellissima Pineta Dannunziana.

(4-08119)

CENTINAIO - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

nonostante 8 provvedimenti in materia di deroghe ai requisiti previdenziali introdotti dalla legge Fornero (decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011), a salvaguardia dei lavoratori esodati colpiti dal repentino innalzamento dell'età anagrafica di accesso alla pensione, non è stata garantita una soluzione definitiva alla questione e non sono stati tutelati tutti gli aventi diritto;

in particolare, sono sempre state escluse dalla salvaguardia un gruppo di donne esodate "ex postali", che si stima si aggiri intorno alle 40 unità, benché ancora non vi sia una quantificazione certa;

si tratta di un esiguo numero di donne con limitata contribuzione, che, entro giugno 2011, avevano sottoscritto accordi di incentivo all'esodo con Poste italiane SpA sulla base della vigente normativa pensionistica che prevedeva l'accesso alla pensione al raggiungimento del 60° anno di età;

la sottoscrizione di accordi per la fuoriuscita anticipata dal lavoro era frutto dell'adesione, da parte di tali lavoratrici, al piano industriale di Poste italiane articolato in due tipologie di accordi: una denominata "progetto Mix", che prevedeva contestualmente alla risoluzione del rapporto di lavoro del dipendente l'assunzione di un figlio con contratto a tempo indeterminato; l'altra, con accordo all'esodo, incentivato con una somma monetaria rapportata all'incirca al periodo temporale intercorrente tra le dimissioni e l'accesso alla pensione (tale tipologia di uscita lavorativa è stata oggetto di verbale di conciliazione, in sede sindacale è stato preceduto dal verbale di accordo con il dettaglio dell'incentivazione);

ovviamente, l'entrata in vigore della legge Fornero ha fatto sprofondare tali lavoratrici nel baratro del "senza lavoro, senza ammortizzatore e senza pensione" con drammatiche ripercussioni anche sul bilancio economico familiare, soprattutto per quei nuclei ove i figli, ancora studenti o disoccupati che non hanno potuto giovarsi del progetto Mix, sono rimasti a carico;

a giudizio dell'interrogante è opportuno un intervento di salvaguardia anche per queste persone, per il quale si potrebbe procedere facendo ricorso alle eventuali risorse residue dell'ottava salvaguardia, così da non dover reperire nuovi ed ulteriori stanziamenti;

si ricorda, infatti, che sono 30.700 i lavoratori interessati dall'ottava salvaguardia, così suddivisi: 11.000 lavoratori destinatari dell'indennità di mobilità ordinaria o dello speciale trattamento edile; 10.400 lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria dell'assicurazione IVS entro il 4 dicembre 2011; 7.800 lavoratori cessati dal servizio con o senza accordi con il datore di lavoro; 700 lavoratori che hanno fruito del congedo straordinario per l'assistenza ai disabili; 800 lavoratori, il cui contratto a tempo determinato è cessato entro il 2011;

il primo monitoraggio INPS consente già di individuare la disponibilità di posti che residuano dall'ottava salvaguardia in generale e dalla tipologia dei cessati nello specifico, consentendo di evidenziare le possibili risorse ricavate in avanzo da destinare alla categoria delle esodate postali,

si chiede di sapere quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda assumere per salvaguardare le esodate postali dalle penalizzazioni conseguenti alla cosiddetta riforma Fornero.

(4-08120)

NUGNES, CASTALDI, FATTORI, GIARRUSSO, PUGLIA, PAGLINI - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

con un articolo intitolato "Gioia Sannitica, un parco giochi al posto dell'ex discarica -La soddisfazione del sindaco Raccio: 'Noi gli unici a farlo nel casertano'", in data 19 settembre 2017, il sito di informazione on line "Anteprima24" evidenziava che l'ex sito di Petrito Colle Ducito, in località Gioia Sannitica in provincia di Caserta, in pieno territorio del monte Matese, che ricopre un'area di oltre 200 metri quadrati in cui per 30 anni si è sversato di tutto, sarebbe l'unico "sversatoio abusivo" del casertano ad essere stato realmente bonificato e ad aver perso un "infamante" status di discarica. Il sito sarebbe stato definitivamente escluso tra quelli compresi nella sentenza di condanna con cui l'Unione europea aveva condannato l'Italia;

come documentato dall'immagine diffusa da "Anteprima24", l'area dell'ex discarica di rifiuti appare completamente bonificata, mentre si riporta che in totale in Campania sarebbero ancora 11 i siti da bonificare; inoltre si specifica che nel casertano, in piena "Terra dei fuochi", oltre a quelli censiti dalla Regione, ce ne sarebbero tanti altri mai registrati o monitorati, sui quali ovviamente non si calcola alcuna sanzione, perché "ufficialmente" non esistenti;

secondo quanto riportato nell'articolo, il sindaco di Gioia Sannitica, Michelangelo Raccio, che ricopre anche il ruolo di consulente della commissione speciale Terra dei fuochi della Regione Campania, afferma che in poco più di 3 anni, con un finanziamento di 1,8 milioni di euro, "è riuscito a trasformare la discarica in un posto totalmente diverso, in un cui sorgono anche un parco giochi per bambini e una sala multimediale";

nell'articolo il sindaco Raccio afferma che: "Il sito di Petrito Colle Ducito, presente da oltre 30 anni sul territorio di Gioia Sannitica (...) non può chiamarsi più discarica tanta e tale è la bellezza emersa in seguito ai lavori di bonifica. (…) Non è stato facile però, perché paradossalmente chi inizia un lavoro di bonifica di una discarica deve portarlo a termine in un tempo prestabilito, e se lo sfora è costretto a pagare delle sanzioni; chi invece quei lavori non li inizia proprio sta tranquillo. In ogni caso finalmente siamo riusciti a bonificare una zona importante del nostro territorio e restituirla in tutta la sua bellezza ai cittadini";

considerato che la Regione Campania con la delibera n. 510 del 1° agosto 2017 ha indicato 10 siti campani altamente inquinati da bonificare, per i quali sarebbero a disposizione circa 200 milioni di euro,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se intendano attivarsi, nei limiti delle proprie attribuzioni, nei confronti della Regione Campania e degli enti preposti, affinché sia avviata un'attenta attività di monitoraggio e di bonifica finalizzata ad eliminare in modo definitivo l'esistenza di eventuali pericoli per l'uomo, gli animali, l'ecosistema e le coltivazioni confinanti;

se intendano rendere pubblici i cronoprogrammi di attuazione delle singole attività di bonifica e delle eventuali problematiche riscontrate che ne hanno ritardato l'avvio;

quali ulteriori iniziative di competenza intendano intraprendere, al fine di prevenire eventuali sanzioni da parte della Commissione europea per omessa bonifica.

(4-08121)

NUGNES, FATTORI, GIARRUSSO, PUGLIA, PAGLINI - Ai Ministri dell'interno e dell'economia e delle finanze - Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

da notizie di stampa si apprende che la Polizia di Stato il 19 agosto 2017 ha dato esecuzione ad un'importante operazione di sgombero di un immobile in via Curtatone a Roma ordinata dal prefetto, Paola Basilone. Il palazzo risulterebbe di proprietà della società IDeA FIMIT sgr (IDF), una società di gestione del risparmio nata nel 2002 come fondo immobiliare per la valorizzazione e la dismissione del patrimonio degli enti previdenziali pubblici. Tale attività avrebbe interessato circa 800 richiedenti asilo di nazionalità eritrea ed etiope, che abitavano all'interno del palazzo dal 2013, dopo che i movimenti per la casa lo avevano occupato e vi avevano favorito la loro sistemazione ("ilpost", del 19 agosto);

la IDF nasce dalla fusione di due società, la Fimit Fondi immobiliari italiani e First Atlantic real estate, e diviene uno dei più importanti intermediari finanziari autorizzati del settore con un patrimonio stimato di circa 9 miliardi di euro. Tale società gestisce il risparmio collettivo attraverso la costituzione o la gestione di altri fondi comuni di investimento, circa una quarantina, che hanno la funzione di acquistare immobili nelle principali città italiane al solo scopo di massimizzare la rendita, che a loro volta si finanziano facendo leva su altri soggetti finanziari;

la IDF conta circa 80 investitori istituzionali e ben 70.000 fondi retail ed è sotto il controllo della Banca d'Italia e della Consob, che vigilano sul rispetto delle regole a tutela dei risparmiatori. Il fondo farebbe capo alla DEA del gruppo De Agostini e all'INPS per circa il 30 per cento;

considerato che:

da un articolo a firma di Andrea Sparaciari del 31 agosto 2017, dal titolo "Le speculazioni immobiliari di Idea-Fimit dietro allo sgombero e alle violenze di piazza Indipendenza", pubblicato sul giornale on line "Business Insider Italia", si apprende che la società che ha ottenuto lo sgombero degli occupanti è la stessa che intenderebbe accogliere quanti più migranti possibili in un altro complesso di sua proprietà nel XII municipio a Roma, in vicolo del Casal Lumbroso 77, dichiarato dalla Prefettura "complesso idoneo a ospitare un hub per stranieri" e per il quale sarebbe "stato avviato l'iter per la locazione da parte dell'Agenzia del demanio";

nello stesso articolo si riporta che, nonostante gli altissimi costi di gestione dell'immobile nella seconda metà del 2015 la Sea Servizi Avanzati, società guidata dall'ingegner Vincenzo Secci, si era offerta di prendere in affitto l'immobile, senza versamento del canone, con la promessa di restituirlo solo quando il palazzo fosse stato sgomberato e completamente ristrutturato. Inoltre, è evidenziata la notizia che lo stesso titolare della società Sea avrebbe potuto contare sui presunti legami politici del proprio dipendente, l'ex generale dei Carabinieri in pensione Antonio Ragusa, già responsabile del Dipartimento risorse strumentali di palazzo Chigi, dimessosi per essere stato accusato e poi condannato in primo grado per corruzione e turbativa d'asta per una vicenda di un appalto da 4 milioni di euro;

considerato inoltre che:

la pagina web "Dinamo Press" del 28 agosto 2017 in un articolo di Sarah Gainsforth, dal titolo "Pd e fondi speculativi volevano sgomberare piazza Indipendenza già da febbraio", riporta con ampio risalto la notizia. Evidenzia che a Roma il rischio di esposizione allo sfratto è di una famiglia su 272, o che il 9,6 per cento dei residenti in città abita in roulotte, capanne o baracche mentre lo 0,6 per cento non ha un'abitazione. Si apprende inoltre che la città di Roma detiene il 27,5 per cento di tutto il patrimonio abitativo nazionale, ma che è anche al primo posto per il numero di persone residenti in famiglia che vivono in un forte disagio abitativo;

secondo una lista stilata dall'ex commissario straordinario del Campidoglio Francesco Paolo Tronca, contenuta nella delibera n. 50 dell'aprile 2016, i palazzi da sgomberare nella città di Roma sarebbero almeno 110 e 15 quelli nella "top ten", con il palazzo di via Curtatone al terzo posto, in quanto a pericolosità sociale;

nel 2014 la Regione Lazio, con la delibera n. 18 del 15 gennaio, pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione Lazio del 23 gennaio 2014 n. 7, ha stanziato 197 milioni di euro per l'emergenza abitativa a Roma. I fondi sono stati in parte destinati anche per risolvere il problema delle occupazioni. L'atto, in cui figura anche il palazzo di via Curtatone, era stato recepito dal commissario straordinario Tronca con la delibera n. 50 del 27 giugno 2016, protocollo RC n. 9623/16. Nel 2016 la Regione sollecita il Comune di Roma ad utilizzare tali fondi e concede alla Giunta comunale di Roma uno stanziamento di 40 milioni di euro per intervenire immediatamente;

con un articolo intitolato "Roma, i numeri dell'emergenza abitativa. La Regione al Comune: 'Avete 40 milioni, ma non ci avete mai risposto'" in data 26 agosto 2017, "il Fatto Quotidiano" evidenziava che la stessa delibera n. 50, prendendo atto delle deliberazioni n. 3154 e n. 3155 della Regione Lazio, prevedeva che il Comune procedesse ad "'individuare ed assegnare gli alloggi ai nuclei familiari presenti (…) attraverso uno specifico bando speciale in conformità alla normativa di settore', riservando loro una quota del 15% degli immobili disponibili. Insomma: gli sgomberi solo a soluzioni alternative e graduatorie già pronte";

la Giunta del Comune di Roma, come riportato da notizie di stampa ("la Repubblica" del 26 agosto 2017, articolo di Federica Angeli)in diverse occasioni avrebbe lasciato intendere di non applicare la delibera n. 50 e che la priorità per l'assegnazione degli alloggi sarebbe stata riservata alle liste di chi ha fatto domanda per gli alloggi in maniera regolare. Tale posizione non è mutata fino a quando. l'8 agosto 2017, l'assessore al Patrimonio della città di Roma, Rosalba Castiglione, propone la sala sociale dell'assessorato come luogo di accoglienza e assistenza;

a parere degli interroganti, la vicenda dello sgombero dell'immobile di proprietà della IDF di via Curtatone a Roma del 19 agosto è una vicenda dai cui emerge la forza di una certa parte di un "sistema" politico capace di raggiungere i propri obiettivi e denota un vuoto culturale e sociale rispetto a temi centrali in un Paese democratico come quello della casa e dell'accoglienza, temi che in questo caso sembrano essere stati subordinati alla difesa del diritto di proprietà e della massimizzazione della rendita immobiliare a discapito della collettività;

considerato altresì che, a quanto risulta agli interroganti:

nella seduta antimeridiana n. 56 di mercoledì 1° febbraio 2017 si è svolta l'indagine conoscitiva sulla gestione del risparmio previdenziale da parte dei fondi pensione e casse professionali, con riferimento agli investimenti mobiliari e immobiliari, e tipologia delle prestazioni fornite, anche nel settore assistenziale nell'ambito dei lavori della Commissione parlamentare di controllo sull'attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale. Dal resoconto stenografico si evidenziano le parole dell'amministratore delegato della IDF, dottor Emanuele Caniggia, che aveva accompagnato, tra gli altri, il presidente della IDF, dottor Gualtiero Tamburini: "Sono a Idea Fimit da meno di tre anni, però posso dire che storicamente Idea Fimit è stata sempre un grande partner di tutti questi istituti per la valorizzazione dei loro patrimoni. Ultimamente, data anche la grande esposizione, questo tipo di soggetti verso l'immobiliare sono un po' meno attivi sul mercato, però rappresentano sempre un ottimo partner per fare investimenti di varia natura. Vi abbiamo indicato anche alcuni rendimenti dei fondi. Come vedete, sia Alpha sia Beta, ma anche Omega e Omicron - non abbiamo grande fantasia per i nomi - sono fondi che hanno reso molto bene, perché, per esempio, Alpha, che è uno dei fondi quotati, ha reso il 7,57 per cento, dal momento della sua costituzione, quindi, dal 2001 a oggi, ogni anno ha reso il 7,57 per cento";

nello stesso documento si legge: "non c'è un paragone in altre tipologie di investimento che hanno reso in questo modo. Lo stesso si può dire di Beta e di Omega, che adesso è scesa al 6,45, perché c'è un problema strutturale. Omega è la deriva di un fondo molto grande, di cui sono rimasti alcuni immobili importanti, ma uno di questi immobili a Roma è occupato. Abbiamo un immobile che, in questo momento, è occupato da rifugiati di varia natura e genere. Ci sono 400 persone nell'immobile e non riusciamo a liberarlo, quindi, non riuscendo a liberarlo, sono quasi quattro anni che abbiamo l'investimento bloccato. Questo investimento è considerato per un immobile che vale quasi 80 milioni di euro, che sono fermi e sui quali oltretutto paghiamo l'IMU";

il già citato sito di informazione "Dinamo Press", evidenziando ulteriormente le notizia, in un articolo a firma Sarah Gainsforth dell'11 settembre 2017, dal titolo "Piazza indipendenza, ecco come gli idranti hanno protetto la speculazione edilizia e finanziaria" riporta le dichiarazione del presidente di IDF: "la situazione di occupazione, che avrebbe generato 4 milioni di euro di perdite alla società in bollette e imposte, era 'subita soprattutto dagli investitori nei nostri fondi, che sono anche le famiglie e non solo solamente i grandi operatori'";

secondo lo stesso articolo, sarebbe stata la stessa assemblea dei delegati, in rappresentanza di 5 sigle sindacali del fondo pensioni del gruppo Sanpaolo IMI che partecipa con una quota del 23,54 per cento al fondo Omega, di cui a parte l'immobile in via Curtatone, a sollevare alcune criticità in merito ad una "gestione opaca" del fondo, già in occasione dell'approvazione del bilancio 2009. In particolare scrivevano: "la rilevante presenza in portafoglio degli immobili strumentali della banca, racchiusi nel Fondo Omega, ci sembra inopportuna";

considerato inoltre che, per quanto risulta agli interroganti:

Intesa Sanpaolo, a seguito del fallimento del tentativo di vendita di 285 immobili conferiti ad una società-veicolo interamente posseduta dalla banca, IMMIT Immobili Italiani SpA, decide di accantonare l'idea di quotare in borsa Immit SpA e a dicembre 2008 conferisce i 284 immobili al fondo Omega, gestito da Fimit (poi IDeA FIMIT, all'epoca guidata da Massimo Caputi), al prezzo di 848,7 milioni di euro, cedendo il 70 per cento delle quote a investitori istituzionali e partecipando al Fondo con il rimanente 30 per cento. "Per inciso - scrive il Sinfub (Federazione Nazionale Sindacati Autonomi del personale di credito, finanza e assicurazioni) - questa operazione consentirà a Intesa Sanpaolo di realizzare una plusvalenza di circa 79 milioni di euro" ("dinamopress", dell'11 settembre 2017);

secondo i delegati del fondo pensioni del gruppo Sanpaolo IMI, come riportato dal suddetto articolo di "dinamopress", nel 2009 "la gestione degli immobili (di Fimit) continua a rivestire caratteri di elevata anomalia. A dispetto di un modello dichiarato di investimenti immobiliari diversificati per area geografica e per destinazione d'uso, con quotazioni chiare e trasparenti, ci ritroviamo ad avere in pratica tre fondi immobiliari chiusi, non quotati, che hanno tratto origine da operazioni discutibili. Siamo ripetutamente intervenuti per segnalare l'originalità di investimenti in palese conflitto d'interesse: Omega rappresenta gli immobili di Intesa Sanpaolo derivati dal fallito collocamento di Immit; Omicron rappresenta gli immobili di Unicredit (72 immobili), acquisiti probabilmente nella logica di uno scambio di favori incrociati (noi compriamo un po' di Omicron, loro comprano un po' di Omega: organizza FIMIT)";

considerato altresì che:

la pagina web "Ancora Fischia il Vento" del 12 settembre 2017 da ampio risalto alla notizia e ricorda che nel 2009 le quote del fondo Omega subiscono un'oscillazione, il cui andamento è seguito dal Sinfub (Federazione nazionale sindacati autonomi personale di credito, finanza e assicurazioni), che in una nota scrive: "ha del miracoloso, in un momento, tra l'altro, avverso al mercato immobiliare";

il sito di informazione riporta: "i valutatori immobiliari indipendenti, con un ruolo simile a quello delle agenzie di rating protagoniste della recente crisi finanziaria, emettono le perizie su cui si basano le compravendite immobiliari avevano certificato per il Fondo Omega un aumento del valore del 66%, irrealistico rispetto alle cifre correnti di mercato";

si apprende dalla pagina on line "Dinamo Press" dell'11 settembre 2017 che il valutatore indipendente del fondo Omega era la società REAG Real estate advisory group SpA (REAG), che, finita sotto inchiesta dalla Procura della Repubblica di Milano con l'accusa di aggiotaggio e concorso in falso di bilancio del gruppo Risanamento, schiacciato da 3 miliardi di debiti, avrebbe emesso perizie "su misura" e valutazioni con due pesi e due misure;

considerato infine che:

dalla suddetta fonte di stampa si apprende che sempre alla IDF facevano capo i palazzi di Casal Lombroso e quello in via della Stamperia a Roma con il primo acquistato per 75 milioni di euro e inserito nel fondo Alfa, poi valutato a 68,4 milioni e dopo crollato a 35,2 milioni e il secondo ceduto da IDF per 26,5 milioni a un senatore del Pdl che lo rivendette il giorno stesso all'Enpap per 44,5 milioni, sempre in base a una perizia di un valutatore indipendente (in entrambi i casi si trattava di Pro.Ed.In.);

la questione dell'emergenza abitativa rappresenta per Roma, a parere degli interroganti, una delle problematiche più rilevanti, perché riguarda un aspetto sociale di vitale importanza,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e di quali altri ulteriori elementi disponga a riguardo;

se non ritenga necessario adottare iniziative al fine di provvedere con urgenza alla sistemazione dei richiedenti asilo che abitavano nell'immobile di via Curtatone e come intenda procedere per evitare eventuali problemi per l'ordine pubblico;

se non intenda richiedere lo stato di programmazione e attuazione del piano di urbanistica della Città di Roma, al fine di coinvolgere tutte le parti sociali interessate e avere il quadro definitivo della situazione immobiliare del territorio;

se non intenda accertare lo status giuridico degli sfollati e se non ritenga opportuno approfondire le motivazioni dello sgombero, avvenuto, a parere degli interroganti, con un'apparente azione di legalità, anche valutando l'ipotesi di possibili operazioni di speculazione immobiliare;

se non ritenga di fornire i programmi e attività che si intende attivare per integrare i migranti sfollati e attualmente presenti senza dimora sul territorio italiano;

se non ritenga necessario che siano pubblicati tutti i bilanci della società Idea Fimit srg, preventivi e consuntivi, nonché di tutte le società con le quali siano state intrattenute relazioni finanziarie, per l'affermazione del principio di trasparenza e tracciabilità dei flussi finanziari;

se non ritenga doveroso predisporre un'attività di controllo sulla gestione dei fondi che fanno capo alla IDF per accertare l'osservanza delle prescrizioni dettate dai regolamenti della Banca d'Italia e della Consob.

(4-08122)

GASPARRI - Ai Ministri dell'interno e della giustizia - Premesso che:

a Norma, in provincia di Latina, è stato eletto sindaco il signor Gianfranco Tessitori, rinviato a giudizio, dal giudice Laura Matilde Campoli, per truffa e falso con le seguenti accuse: 1) per tre anni, dal 2007 al 2010, in diverse occasioni l'imputato sarebbe risultato presente, negli stessi giorni e negli stessi orari, tanto al 118 di Latina quanto al carcere di Velletri, lavorando in entrambe le strutture; 2) con una serie di falsi, avrebbe cercato di dimostrare che era presente al lavoro in un posto, mentre invece stava lavorando nell'altro, mantenendo entrambe le attività e truffando così l'Ares e la Asl romana;

a tutt'oggi, il sindaco di Norma non ha chiarito, nelle modalità prescritte dal regolamento per il funzionamento del Consiglio comunale, art. 24, e previste dal decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, recante "Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni", la situazione e la posizione della sua vicenda giudiziaria in itinere, né le modalità e i tempi di valore giuridico rispetto alle ipotesi di reato attribuite, ossia quali provvedimenti siano stati adottati o siano in via di adozione da parte del tribunale di Latina,

si chiede di sapere:

come si concili la carica di sindaco con le esigenze di trasparenza da tutti avvertite;

quali iniziative di competenza i Ministri in indirizzo intendano assumere per superare le situazioni denunciate;

se intendano verificare, quanto meno, la fondatezza delle situazioni esposte;

se il Ministro della giustizia intenda intervenire, avvalendosi delle prerogative ispettive conferitegli dall'ordinamento, presso i competenti organi del tribunale di Latina, per conoscere la situazione giudiziaria del procedimento penale a carico di Gianfranco Tessitori n. 3163/2012. Mod. 21 Reg. 8237/11-0042, al fine di individuare di tutte le eventuali responsabilità sottese al provvedimento, e non incorrere nella prescrizione, che dà una via di fuga dalle prescritte gravi conseguenze penali, ma non dà indulgenze per quelle relative al giudizio morale e politico così come sancito dall'articolo 54 della Costituzione della Repubblica italiana: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore».

(4-08123)

CANDIANI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

la probabile fusione, attraverso una joint venture in Europa, tra Thyssen-Krupp e Tata è destinata a cambiare l'assetto mondiale del mercato dell'acciaio;

l'accordo dovrebbe perfezionarsi entro il 2018 con la nascita di un gruppo europeo dell'acciaio, secondo dopo Arcelor Mittal, con 15 miliardi di euro di ricavi presunti e 21 milioni di tonnellate di acciaio prodotte annualmente;

la fusione tra i due gruppi, che prevede sinergie annuali tra i 400 e i 600 milioni di euro, porterà a 4.000 tagli di personale, ripartiti a metà tra Thyssen-Krupp e Tata; in totale il nuovo gruppo conterà 48.000 addetti, divisi in 34 siti produttivi;

in Italia, Thyssen-Krupp è tra l'altro proprietaria dell'Acciai speciali Terni. L'azienda, unica in Italia a produrre laminati, riveste un ruolo strategico per l'economia nazionale ed europea in riferimento alla produzione di acciai speciali, contribuendo da sola al 15 per cento del Pil regionale ed occupando, fra manodopera e indotto, circa 5.000 lavoratori;

al momento il polo siderurgico ternano sembra che sia escluso dalla trattativa in atto ma è evidente, dato il ruolo che lo stesso ricopre nel panorama dell'industria siderurgica, la necessità di un coinvolgimento della città, delle istituzioni locali e dei sindacati;

nell'ultimo decennio, la produzione dell'acciaio in Europa ha registrato un fortissimo calo a fronte della crescita della quantità di acciaio prodotta in altri Paesi come la Cina, favorita dall'applicazione di costi estremamente bassi; per tale ragione sul futuro della siderurgia italiana ed europea aleggia un clima di profonda preoccupazione, che inevitabilmente per l'azienda AST di Terni è amplificato dall'eventuale perfezionamento dell'accordo tra Thyssen-Krupp e Tata;

l'area ternana nel suo insieme è un distretto produttivo con caratteristiche peculiari e strategiche, vista l'integrazione del polo siderurgico e quello chimico e meccanico; appare quindi urgente adottare ogni iniziativa di salvaguardia della realtà produttiva ed occupazionale del polo siderurgico di Terni;

l'eventuale ridimensionamento rappresenterebbe un altro colpo alla politica industriale italiana, mettendo in luce la farraginosità dell'azione del Governo nell'adottare una seria iniziativa di rilancio non solo del settore siderurgico, nel quale l'Italia è sempre stata leader, ma dell'intero sistema industriale del Paese,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare per favorire una concertazione tra tutti i soggetti interessati, al fine di fare chiarezza sul futuro dello stabilimento Thyssen-Krupp AST di Terni, alla luce della fusione ormai prossima con il gruppo Tata, a garanzia della salvaguardia del polo industriale ternano, di valore strategico per l'economia italiana, e degli attuali livelli occupazionali;

quali siano gli orientamenti in merito alla necessità di attuare, in tempi rapidi, una seria politica di rilancio della produzione italiana dell'acciaio e alle ricadute che la fusione tra Thyssen-Krupp e Tata possa generare per il sistema industriale ed occupazionale del territorio italiano.

(4-08124)

FASIOLO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

con l'autonomia delle istituzioni scolastiche si è ristrutturato l'assetto organizzativo e gestionale, all'interno del quale il personale ATA è stato chiamato ad assumere nuove competenze e responsabilità, sul piano sia personale che professionale, organizzativo e funzionale, con una progressiva e continua ridefinizione di competenze e mansioni. Mentre tutto questo avveniva e si realizzava l'ampliamento dell'offerta formativa producendo effetti significativi sull'organizzazione dei servizi alla scuola, l'organico del personale ATA veniva continuamente tagliato anno dopo anno e contemporaneamente si produceva lo svuotamento delle competenze degli ex Provveditorati agli Studi, trasferendole alle scuole;

per il suo funzionamento, la scuola necessita del personale ATA, delle figure professionali di direttori dei servizi generali e amministrativi, degli assistenti amministrativi e tecnici, dei collaboratori scolastici. Sulla base degli ultimi dati degli organici in Friuli-Venezia Giulia si prevede, in continuità con il passato anno scolastico, una forte precarietà per questo personale, destando particolare preoccupazione all'interno del mondo della scuola; in particolare, se si prende a riferimento un range temporale che va dall'anno scolastico 2008/2009 all'anno scolastico 2017/2018, si registra che in Friuli-Venezia Giulia sono stati tagliati ben 855 posti, abbassando la dotazione organica da 4.927 a 4.072 posti (quasi 18 punti percentuali in meno), in un contesto di popolazione studentesca che è, sì, diminuita, ma non nelle percentuali applicate ai tagli di organico effettuato; inoltre è fortemente aumentato il numero di studenti portatori di handicap ai quali il personale ATA fa da ausilio;

a tutta questa situazione già di per sé gravosa, occorre aggiungere le ulteriori ristrettezze previste dalla legge di stabilità per il 2015, che ha vietato la sostituzione, sempre e comunque, di personale amministrativo e tecnico aumentando i carichi di lavoro, con l'entrata in vigore del divieto di sostituzione, anche per situazioni particolarmente delicate, come le malattie tumorali. Per i collaboratori scolastici il divieto di sostituire il personale assente a qualsiasi titolo fino ad assenze di 7 giorni aggrava la vigilanza, pregiudica la sicurezza degli alunni e di tutto il personale in servizio e contemporaneamente diminuisce l'ausilio agli alunni portatori di handicap;

le segreterie delle scuole sono costrette ad utilizzare piattaforme e programmi web senza l'ausilio di una formazione adeguata e predisposta dal datore di lavoro, perciò obbligate ad autoformarsi e a dialogare con la piattaforma ministeriale (SIDI);

le scuole in Friuli-Venezia Giulia, nello specifico, gli istituti comprensivi, sono composti da tanti plessi anche fuori dal Comune di residenza della scuola e ai quali occorre dare organico per garantire le turnazioni settimanalmente previste: si evidenzia, a tal proposito, che in molti plessi viene destinato un solo collaboratore scolastico, che fa orari fuori da quanto stabilisce il contratto di lavoro;

su circa il 37 per cento delle istituzioni scolastiche del Friuli-Venezia Giulia manca la figura professionale del direttore dei servizi generali e amministrativi, sono 62 su 169, un numero impressionante che, sommato alle vacanze dei dirigenti scolastici, rende la gestione e l'organizzazione delle scuole molto difficile;

infine, si sottolineala mancata predisposizione di un piano organico per l'assunzione di personale ATA su tutti i posti vacanti e disponibili, che, se predisposto, restituirebbe alle scuole serenità e continuità nell'organizzazione dei servizi e diminuirebbe di molto il continuo ricorso alle supplenze,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda assumere per far fronte nel Paese e nel Friuli-Venezia Giulia alle condizioni di disagio, in modo diffuso e in continuo aumento, che sta vivendo il personale ATA;

quale sia l'orientamento del Ministero sulla possibilità di rivedere i parametri in senso migliorativo per il calcolo degli organici, così da avere nei plessi decentrati ove vi è erogazione del servizio la presenza di almeno due collaboratori scolastici, anche ricorrendo, ove possibile, ad un'autorizzazione per un contingente di organico aggiuntivo per soddisfare le richieste che pervengono dalle istituzioni scolastiche;

se vi siano previsioni per evitare il licenziamento e la sola possibilità di virare su supplenze brevi e saltuarie del personale in applicazione, per l'anno scolastico 2019/2020, del comma 131 dell'art. 1 della legge n. 107 del 2015, che sancisce: "A decorrere dal 1° settembre 2016, i contratti di lavoro a tempo determinato stipulati con il personale docente, educativo, amministrativo, tecnico e ausiliario presso le istituzioni scolastiche ed educative statali, per la copertura di posti vacanti e disponibili, non possono superare la durata complessiva di trentasei mesi, anche non continuativi".

(4-08125)

SIMEONI, BENCINI, BIGNAMI, MUSSINI, BELLOT, DE PIETRO - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

le recenti cronache hanno descritto nel nostro Paese un'estate all'insegna della violenza sessuale: dapprima a Rimini, a fine agosto, dove una giovane donna polacca e, nell'immediatezza successiva, una transessuale sono state aggredite e quindi brutalmente abusate; a distanza di pochi giorni, a Firenze, una violenza sarebbe stata perpetrata ai danni di due studentesse, e sono ancora in corso gli accertamenti per stabilire le responsabilità di due carabinieri in servizio; ancora, a Roma, dove una donna tedesca di 57 anni è stata violentata e poi legata e imbavagliata la notte tra il 17 e il 18 settembre a villa Borghese; a Catania, dove la sera del 19 settembre una giovane dottoressa in servizio presso la guardia medica di Trecastagni è stata aggredita e violentata; a Bergamo, dove una mediatrice culturale è stata violentata in un centro di accoglienza;

la rilevanza mediatica di questi tempi, tuttavia, non è da imputare a una recrudescenza del fenomeno; invero, secondo i dati forniti dal Ministero dell'interno, nel primo semestre 2017 nel nostro Paese sono avvenute 2.333 violenze carnali, a fronte delle 2.345 dello stesso arco temporale del 2016. Il numero delle persone denunciate o arrestate si attesta a 2.438 nei primi 6 mesi di quest'anno, rimanendo sostanzialmente basso, e di questi, 1.534 risultano italiani e 904 stranieri; senza contare che il fenomeno delle violenze sessuali resta, a tutt'oggi, essenzialmente sommerso. I dati riportati comprendono, altresì, i minori, autori dei delitti e vittime: nel 2015, infatti, il Ministero della giustizia aveva in carico 532 ragazzi condannati per stupro e 270 per stupro di gruppo;

si tratta in sostanza di quasi 11 stupri al giorno, 4.000 ogni anno e, secondo l'Istat, 1.157.000 donne avrebbero subito almeno una violenza sessuale nel corso della vita, tra abusi sessuali e tentate violenze. Eppure, le denunce degli ultimi anni registrano una lieve flessione: 6 per cento in meno tra il 2014 e il 2015 e 13 per cento in meno dal novembre 2015 al novembre 2016. Quanto agli autori, in maggioranza sono italiani, ma quasi 4 denunciati su 10, come detto, sono stranieri;

per quanto attiene all'ultimo aspetto, ossia agli autori della violenza, come chiariscono investigatori e analisti, il dato deve essere rapportato al numero degli abitanti e dunque all'incidenza percentuale rispetto alla popolazione;

il problema dunque esiste e, soprattutto, persiste. L'evidenza è che si è di fronte a un reato che preoccupa e impone interventi più efficaci in termini sia legislativi che giudiziari e culturali;

considerato che:

come si è avuto modo di evincere dai dati resi noti, cresce il numero gli italiani denunciati: 1.534 nei primi 6 mesi del 2017 contro i 1.474 dello stesso periodo del 2016, ma resta altissima l'incidenza degli immigrati, sia come autori che come vittime: gli stranieri denunciati per violenza sessuale sono infatti 904 da gennaio a luglio 2017, poco meno dei 909 dello stesso periodo del 2016, rimanendo, quindi, il dato sostanzialmente invariato;

una recente indagine realizzata dall'istituto Demoskopika fornisce un quadro ulteriormente dettagliato del fenomeno: nel corso degli ultimi anni, denunce e arresti hanno interessato in maggioranza gli italiani (61 per cento dei casi), seguiti da romeni (8,6), marocchini (6), albanesi (1,9) e tunisini (1,3 per cento). Anche le vittime sono principalmente donne di nazionalità italiana (68 per cento dei casi), seguite da romene (9,3) e marocchine (2,7 per cento). E ancora: ogni 4 casi di violenza sessuale in Italia, almeno uno coinvolge un minorenne. Mentre Lombardia e Lazio detengono il triste record dei territori dove avviene, in valore assoluto, il maggior numero di questi odiosi reati;

quello che occorre rilevare in questa sede è che, sebbene si tratti di dati assunti sulla base delle denunce presentate, il fenomeno è essenzialmente sommerso, in quanto spesso consumato all'interno delle mura domestiche, ove l'alone dell'omertà aleggia in modo preponderante e rende impossibile l'azione preventiva delle forze dell'ordine, limitando l'intervento a disposizioni di legge a protezione delle donne, purtroppo molte volte concretamente inefficaci, ovvero a mera informazione e campagne di sensibilizzazione;

inoltre, occorre sottolineare l'incidenza del fenomeno in relazione alla percentuale della popolazione straniera presente sul territorio. La proporzione vede, invero, i cittadini stranieri commettere un terzo degli abusi e sovente in luoghi pubblici o aperti al pubblico ovvero in centri ove questi soggiornano, comunque, sottoposti al controllo della pubblica autorità. Il numero degli episodi, se non completamente debellato, può ragionevolmente decrescere attraverso opportune azioni di prevenzione da attuare mediante un più stringente controllo delle forze armate nei luoghi maggiormente frequentati quali stazioni, punti di ritrovo per i giovani, parchi pubblici, come anche luoghi isolati o poco illuminati;

considerato inoltre che:

l'analisi dell'Istat e del Ministero mostra i numeri di un massacro che non accenna ad arrestarsi nonostante il decreto-legge n. 93 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 119 del 2013, contro la violenza di genere; la percezione diffusa è che il fenomeno delle violenze sessuali, ormai tristemente all'ordine del giorno da anni, invii un messaggio di sostanziale impunità. È doveroso, pertanto, intraprendere ogni misura che comprenda modelli, leggi, educazione e protezione;

la legge n. 107 del 2015 ha introdotto la previsione dell'educazione alla parità tra i sessi nelle scuole di ogni ordine e grado, ma, a fronte dell'impegno profuso nella sensibilizzazione e nell'informazione, i centri antiviolenza chiudono per mancanza di fondi. Decine sono infatti le associazioni in difficoltà dopo il taglio sociale voluto dal Governo Gentiloni nel marzo 2017, in palese contrasto con quanto disposto dalla legge del 2013 sul femminicidio, che prevedeva l'erogazione di 10 milioni all'anno per i centri antiviolenza, spesso, peraltro, erogati in ritardo, quando non addirittura volatizzatisi prima di arrivare ai centri;

il fenomeno, in definitiva, resta di proporzioni allarmanti: quasi 7 milioni di donne hanno subito qualche forma di abuso nel corso della loro vita. Dalle violenze domestiche allo stalking, dallo stupro all'insulto verbale, la vita femminile è costellata di violazioni della propria sfera intima e personale, e lo Stato dovrebbe compiere ogni sforzo possibile affinché siano assicurati, tutelati e garantiti a tutte le donne i diritti inviolabili di protezione e sicurezza,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno disporre, in tempi brevissimi, un'ulteriore intensificazione dei controlli di pubblica sicurezza, specialmente nelle zone particolarmente sensibili e caratterizzate da grande afflusso di persone, quali stazioni, aeroporti, luoghi ad alta intensità turistica e similari, nonché presso i varchi di accesso ai parchi ed altri luoghi aperti al pubblico;

se non intenda fornire ulteriori e più precise delucidazioni circa il potenziamento dei controlli da effettuare presso i centri di accoglienza per i migranti e quali misure siano state predisposte in merito al contrasto alla violenza di genere;

quali siano, ad oggi, le politiche e le iniziative promosse per arginare il fenomeno della violenza di genere, anche con particolare riguardo ai casi di violenze sessuali sommerse;

quali iniziative intenda intraprendere affinché sia appurata l'esatta destinazione dei fondi erogati e destinati ai centri antiviolenza.

(4-08126)

PEZZOPANE - Al Ministro dell'interno -

(4-08127)

STEFANO - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare -

(4-08128)

(Già 3-03299)

COMPAGNA - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

il 13 settembre 2017, veniva descritta sul quotidiano "Il Dubbio" la penosa e tragica vicenda del procuratore generale di Catanzaro, Pietro D'Amico, morto suicida in Svizzera;

la vicenda era stata dettagliatamente ricostruita, anche grazie alla testimonianza della figlia del dottor D'Amico, signora Francesca, nel corso della trasmissione "La Nuda Verità", su "Radio Radicale", nella puntata andata in onda il 10 settembre 2017, condotta da Maria Antonietta Farina Coscioni e Massimiliano Coccia;

in sostanza, si apprendeva che il dottor D'Amico, coinvolto in una inchiesta di Luigi De Magistris e risultato poi assolutamente estraneo a ogni addebito contestato, ferito nella sua onorabilità di servitore dello Stato, sarebbe stato fisicamente, forse irrimediabilmente, ferito, segnato;

in preda ad un grave e profondo disagio psichico, il dottor D'Amico, il 27 aprile 2010, scriveva a un amico: "c'è poco da capire: in una situazione come la mia, io voglio morire perché aggredito da una malattia terribile in fase avanzata e terminale";

di conseguenza, il dottor D'Amico maturava la convinzione che fosse meglio sopprimersi con la "dolce morte", da praticare in Svizzera; e per questo avrebbe effettuato numerose "ricognizioni" per informarsi circa le modalità richieste e previste dalla legge elvetica. In proposito, il dottor D'Amico ha confidato: "Sto pensando a qualcosa di indicibile, e che nessuno può immaginare. Vado in Svizzera poiché là c'è chi provvederà nel caso come il mio";

un paio d'anni dopo, il dottor D'Amico riesce a dare attuazione al suo proposito suicida: ottiene la documentazione necessaria, certificati che affermano l'esistenza di patologie che rendano possibile, in base alla legge elvetica, il "suicidio assistito";

nell'aprile 2013, a Basilea, presso il centro "Life circle-Eternal spirit", la vicenda si conclude ed il dottor D'Amico trova la sua "pace"; la famiglia dell'alto magistrato, che nulla sapeva dei propositi, viene freddamente avvertita con una telefonata da parte dei responsabili della clinica elvetica dell'avvenuto decesso; la famiglia del dottor D'Amico chiede e ottiene l'autopsia, ed emerge una sconcertante realtà: il dottor D'Amico non era affatto malato di tumore, come forse credeva. Depresso, sì, per le ragioni dette. Ma l'autopsia e approfonditi esami di laboratorio escludono l'esistenza di quella grave patologia dichiarata da alcuni medici italiani e asseverata da medici svizzeri;

la famiglia D'Amico ora chiede di sapere se si tratta di un clamoroso errore, frutto di diagnosi errate, che hanno spinto il loro congiunto, già psicologicamente provato, a convincersi che l'unico modo per chiudere con dignità la propria esistenza, fosse quello di ricorrere al suicidio assistito;

rimarrebbe comunque da sapere se i documenti richiesti per la procedura per porre in essere il suicidio siano stati falsificati ad arte, per poter appunto accedere alla clinica svizzera e suicidarsi;

da anni, invano, la famiglia di D'Amico chiede di sapere, mentre la magistratura italiana, ripetutamente investita dal caso, al momento non sembra aver intrapreso particolari iniziative per l'accertamento dei fatti;

nella trasmissione "La Nuda Verità", condotta da Maria Antonietta Farina Coscioni e dal giornalista Massimiliano Coccia, la figlia del dottor D'Amico, signora Francesca, ha ripercorso tutte le tappe della vicenda e denunciato come al padre siano state diagnosticate patologie inesistenti e redatti certificati medici falsi. Evidente un problema di deontologia: "Possibile che sia arrivato in Svizzera - domanda la figlia - con due documenti sulle sue condizioni di salute e che nessuno faccia accertamenti per capire, confermare, accertare? Quale medico si può arrogare il diritto di disporre della vita altrui? Voglio andare fino in fondo a questa faccenda, per capire come sono andate esattamente le cose e se sono stati commessi errori",

si chiede di sapere:

se quanto riportato corrisponda a verità;

in caso affermativo se il Ministro in indirizzo non ritenga che vi sia, in questa vicenda, un'inspiegabile inerzia da parte dell'ufficio giudiziario incaricato di accertare come si siano svolti i fatti;

quale spiegazione possa darsi per detta inerzia;

quali iniziative di competenza intenda adottare per dare risposta agli inquietanti interrogativi posti dalla famiglia del dottor D'Amico.

(4-08129)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell'articolo 147 del Regolamento, la seguente interrogazione sarà svolta presso la Commissione permanente:

6a Commissione permanente (Finanze e tesoro):

3-04014, della senatrice Bertuzzi, sulle procedure di arbitrato per gli obbligazionisti coinvolti nel fallimento delle 4 banche nel 2015.

Interrogazioni, ritiro di firme

Il senatore Giarrusso ha dichiarato di ritirare la propria firma dall'interrogazione 4-08105, della senatrice Fattori.

Avviso di rettifica

Nel Resoconto stenografico della 833a seduta pubblica del 31 maggio 2017, a pagina 5, sostituire il titolo: "Rinvio in Commissione dei disegni di legge:" con il seguente: "Seguito della discussione e rinvio in Commissione dei disegni di legge:"