Legislatura 18 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05246

Atto n. 4-05246

Pubblicato il 8 aprile 2021, nella seduta n. 313

DE BONIS - Al Ministro della difesa. -

Premesso che:

presso le Commissioni permanenti Difesa, sia della Camera dei deputati che del Senato della Repubblica, nel parere espresso nel mese di marzo 2021 nel documento riguardante il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), pare che una parte dei fondi europei, in arrivo con il Recovery plan, siano indirizzati anche alla filiera militare delle armi. Si legge, infatti, nel documento: «Incrementare la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l'ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l'attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, contribuendo al necessario sostegno dello strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli occupazionali nel comparto». E ancora: «Occorre promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un'ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali»;

in buona sostanza si utilizzano i fondi destinati alla Next Generation, attraverso una mascherata transizione verde e digitalizzata e un welfare rinnovato, per essere usati anche per rilanciare l'industria bellica e nuovi sistemi d'arma per le Forze armate. Un'operazione di greenwashing per produrre nuovi armamenti e aumentare i finanziamenti di un settore che già riceverà almeno il 18 per cento (quasi 27 miliardi di euro) dei fondi pluriennali di investimento attivi dal 2017 al 2034;

il PNRR è entrato, dunque, nel dibattito delle Commissioni Difesa, Bilancio e programmazione economica per la filiera militare. Eppure il Governo Conte II si era limitato ad inserire misure di efficienza energetica degli immobili della difesa e di rafforzamento della sanità militare, mentre ora ci si ritrova sul tavolo un piano che prevede l'acquisizione di nuove armi e un incremento della spesa militare;

considerato che:

durante le audizioni in Parlamento hanno partecipato rappresentanti dell'industria militare, quali la Federazione aziende italiane per l'aerospazio, la difesa e la sicurezza, l'Associazione nazionale produttori armi e munizioni sportive e civili e Leonardo S.p.A. (da cui proviene il Ministro della transizione ecologica). I rappresentanti delle associazioni del mondo pacifista, del disarmo, del servizio civile, del volontariato, riuniti nella "Rete italiana pace e disarmo", non sono stati invitati, nonostante l'avessero chiesto presentando un dettagliato piano in 12 punti (dalla cooperazione internazionale alla difesa civile e nonviolenta, dalla riconversione dell'industria bellica fino all'educazione alla pace), che finora non è stato preso in considerazione;

tutto il mondo dell'associazionismo pacifista e nonviolento ha mostrato il proprio dissenso, definendo questo tentativo un'"appropriazione indebita" di fondi che, secondo quanto scritto nella stessa introduzione del PNRR dovrebbe prefigurare un futuro di pace e di riconciliazione con la natura: «Non c'è un mondo di ieri a cui tornare, ma un mondo di domani da far nascere rapidamente». Invece si è dato ascolto a quanto dichiarato, incredibilmente, qualche giorno fa dal capo della protezione civile: «Siamo in guerra e ci vogliono norme da guerra» e, anziché aumentare e migliorare il sistema di difesa civile e di prevenzione dei conflitti, si preferisce rafforzare il potere della dittatura delle armi;

a parere dell'interrogante, l'Italia è un Paese autosufficiente nella produzione dei sistemi militari necessari alla difesa armata, ma totalmente dipendente dall'estero per la tecnologia e le apparecchiature medico-sanitarie. I dati, infatti, dicono che si esportano all'estero sistemi militari (2,5 miliardi di euro all'anno) e si importano strumenti e apparecchiature mediche (6,5 miliardi). Un saldo positivo per le armi, un deficit per la sanità. Eppure questa pandemia da COVID-19 sta dimostrando che la nostra sicurezza non dipende dalle armi, ma dall'accesso alla salute, all'educazione, alla qualità dello sviluppo, alla distribuzione della ricchezza prodotta, al rispetto della biosfera e che i nemici da sconfiggere sono le povertà, la corruzione, l'illegalità, lo sfruttamento selvaggio delle risorse del pianeta, la violenza, l'inquinamento dell'atmosfera e degli oceani. Sarebbe, pertanto, prioritario orientare il rilancio del nostro Paese ai principi ed ai valori della pace;

anche il Santo Padre, nel suo messaggio "Urbi et Orbi" della domenica di Pasqua, è intervenuto per commentare il via libera in Parlamento delle risoluzioni elaborate nelle Commissioni Difesa alla Camera e al Senato, che vorrebbero destinare una parte dei 209 miliardi del Recovery Plan al settore militare: "La pandemia è ancora in pieno corso; la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri; malgrado questo - ed è scandaloso - non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. E questo è lo scandalo di oggi",

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga che i Fondi del Recovery Plan debbano essere riservati esclusivamente per investimenti in processi di pace, sviluppo civile, ambiente, mentre le armi falciano vite umane, distribuiscono sofferenze e distruggono ecosistemi e paesaggi naturali;

quali iniziative intenda assumere perché siano ripristinati i soli precedenti obiettivi riguardanti misure di efficienza energetica degli immobili della difesa e di rafforzamento della sanità militare, anche in considerazione del fatto che le risorse per la Sicurezza e Difesa sono già previste dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027.