Legislatura 18 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-04308

Atto n. 4-04308

Pubblicato il 27 ottobre 2020, nella seduta n. 268

DE BONIS - Al Ministro della salute. -

Premesso che:

gli ultimi dati sulla pandemia da Sars-CoV-2, come si è potuto osservare in questi giorni, sono purtroppo molto preoccupanti. Questi dati dicono che la seconda ondata del coronavirus è forse più violenta di quanto non si credesse nelle scorse settimane e torna al primo posto, rispetto agli altri non meno importanti, il diritto alla salute;

ormai l'epidemia dilaga da Nord a Sud e la domanda che sorge spontanea è che cosa abbia fatto il Governo negli ultimi mesi per evitare lo scenario attuale. Già a maggio si sapeva perfettamente di che cosa si sarebbe avuto bisogno per arginare una possibile seconda ondata. Anzitutto di un sistema di contact tracing più efficace per spegnere sul nascere i focolai e contenere la diffusione dell'epidemia. Quindi di potenziare la medicina territoriale, per assistere i pazienti con sintomi più lievi, evitando di gravare sugli ospedali, dove invece si doveva aumentare il numero di posti letto nei reparti di terapia intensiva. E poi ancora: di investimenti per rendere più sicura la mobilità sui mezzi pubblici in vista della riapertura autunnale di scuole, fabbriche e uffici. Infine, di un piano pandemico per gestire un'eventuale seconda ondata in modo coordinato, prendendo decisioni rapide ed efficaci (perché basate sull'evidenza scientifica ormai disponibile) nel caso in cui si fossero rese necessarie restrizioni per mitigare l'epidemia;

passata la fase acuta dell'emergenza, sono trascorsi 5 mesi per attrezzare il Paese in vista dell'autunno, la stagione dove le infezioni respiratorie sono più evidenti. Una volta tanto, non mancavano neppure le risorse finanziarie: bisognava soltanto spenderle bene e senza perdere tempo. Ma dai risultati ci si accorge, purtroppo, che non è stato fatto nulla di tutto ciò;

dai dati elaborati dalla fondazione Gimbe nella settimana del 14-20 ottobre, quando con una brusca impennata il rapporto fra casi positivi e casi testati è passato dal 7 a quasi l'11 per cento, si è certificato "il fallimento del sistema di testing and tracing per arginare la diffusione dei contagi". Eppure, su questo fronte dei miglioramenti c'erano stati, basti pensare che nella primavera, nella prima fase dell'epidemia, non si riusciva ad andare oltre i 30.000 test giornalieri; inutili al fine del tracciamento perché erano riservati per lo più a pazienti ospedalizzati o con sintomi evidenti del COVID-19. Oggi si è intorno a 150.000 tamponi al giorno ma, evidentemente, non è abbastanza;

il professor Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia e direttore del dipartimento di Medicina molecolare presso l'università di Padova, a maggio scorso aveva presentato al Governo un piano per dotare l'Italia di un sistema di sorveglianza attiva in grado di effettuare 400.000 tamponi al giorno. Ma da allora di quel piano non si è saputo nulla. In un'intervista, il professore ha rivelato che il Governo ha ignorato il piano di stabilizzazione dei contagi presentato al comitato tecnico scientifico tra luglio e agosto in vista della seconda ondata di epidemia. Il documento non ha ricevuto nemmeno una risposta e, riproposto al viceministro Sileri, che si era dichiarato favorevole alla sua presentazione al Senato e al comitato, ha subito la stessa sorte, cioè non è stato ritenuto degno di considerazione. Eppure, il professore lo aveva caldeggiato e ritenuto indispensabile per la prevenzione dell'epidemia;

adesso si assiste a file interminabili, di 10-12 ore ai drive through, che dimostrano che i tanti mesi a disposizione per preparare il Paese non sono stati utilizzati adeguatamente. Secondo gli esperti, infatti, il tracciamento funziona finché i numeri dei contagi sono contenuti, ma con 19-20.000 casi giornalieri è ormai impossibile;

un supporto tecnologico al tracciamento doveva arrivare dall'app Immuni, che però si è rivelata un fallimento, non solo perché la comunicazione istituzionale è stata incapace di spiegarne i vantaggi e motivare le persone a scaricarla, ma anche perché chi l'ha scaricata non ha avuto riscontri né dai medici, né dalle aziende sanitarie;

il secondo argine al coronavirus doveva essere la medicina territoriale: medici di base, aziende sanitarie, servizi di prevenzione con il coinvolgimento anche di pediatri e medici di famiglia per eseguire i tamponi ma, purtroppo, scarseggiano ancora i dispositivi di protezione e gli spazi adeguati negli ambulatori per garantire la sicurezza. Per non parlare della telemedicina, che in Italia non è mai partita davvero. E così, in assenza di una rete di assistenza capillare, capita ancora che chi avverte i sintomi della malattia si precipiti al pronto soccorso. Inoltre, delle 1.200 unità speciali di continuità assistenziale che avrebbero dovuto garantire l'assistenza domiciliare delle persone con sintomi più lievi ne risultano attive appena la metà;

per quanto riguarda i posti letto nelle terapie intensive, alcune regioni si sono già avvicinate alla soglia critica, fissata al 30 per cento dei posti letto occupati da pazienti COVID. Oltre questa soglia assicurare cure adeguate a tutte le altre persone che necessitano di terapia intensiva per altre malattie gravi diventa sempre più difficile. Secondo il commissario Arcuri, prima della pandemia si contavano 5.179 posti letto in terapia intensiva, ora sono 6.628 e si dovrebbe arrivare a 8.288. Le attrezzature sono già stata distribuite alle Regioni ma all'appello ne mancano ancora più di 1.600 senza che nessuno sappia perché. Un altro problema è quello di assicurare che attorno ai quei letti operi un numero adeguato di personale specializzato, che pure manca;

decenni di tagli alla sanità hanno svuotato le corsie. Nelle piante organiche degli ospedali e degli ambulatori di medicina generale si contano 20.000 posizioni vacanti tra medici, infermieri e operatori sanitari. Diverse Regioni hanno indetto concorsi, ma le assunzioni non sono ancora state fatte. Grande assente nella prima ondata epidemica è stato un piano pandemico che consentisse una gestione proattiva dell'emergenza;

l'impressione è che si continui a "navigare a vista", senza neppure una mappatura affidabile dei dati locali dell'epidemia che possa fare da guida per interventi mirati a livello territoriale e rinviando le misure di contenimento necessarie a quando è già troppo tardi. La verità, a parere dell'interrogante, è che aver perseguito la salvaguardia dell'economia a scapito della protezione della salute ha minato contemporaneamente la tenuta del sistema sanitario e quella del tessuto economico e sociale. Basta guardare quello che è accaduto nel trattamento domiciliare. L'OMS ha negato l'uso dell'idrossiclorochina, che ha invece ben funzionato nel trattamento domiciliare dei malati COVID. Se si è tempestivi nella cura a domicilio il numero potenziale dei pazienti da ricoverare diminuisce. E questo è un grosso risparmio di vite umane perché più aumentano i pazienti COVID negli ospedali, minori sono le possibilità di curare i pazienti affetti da patologie ben più gravi che non possono aspettare. E il vaccino pare ancora molto lontano, almeno per quanto riguarda le dosi che occorrono per tutti gli italiani;

l'avvicendarsi di decreti del Presidente del Consiglio dei ministri a cadenza settimanale e la parallela introduzione di ulteriori misure da parte di alcune Regioni, dal coprifuoco alla chiusura dei centri commerciali nei weekend, per non parlare delle misure contenute nell'ultimo decreto 24 ottobre, dimostrano che il Governo non ha una vera strategia per contenere questa seconda ondata. Se, come riferito dal premier Conte il 21 ottobre in Parlamento, l'obiettivo è quello di tutelare sia la salute che l'economia, Governo, Regioni ed enti locali devono prendere atto che il virus corre sempre più veloce delle loro decisioni. Non si può continuare ad inseguirlo basandosi sui numeri del giorno che riflettono i contagi di 15 giorni prima, ma occorre guardare alla proiezione delle curve a due settimane per decidere immediatamente lockdown mirati, eventuali zone rosse locali e misure restrittive molto più rigorose,

si chiede di sapere:

per quale motivo non si sia fatto in primavera ed in estate quanto sollecitato sia dal comitato tecnico scientifico sia da esperti, come il professor Crisanti, per non far trovare il Paese impreparato in questa seconda, prevedibile ondata di epidemia circa la dotazione di un sistema di sorveglianza attiva in grado di effettuare 400.000 tamponi al giorno, circa l'incremento dei reparti di terapia intensiva o la creazione di ulteriori strutture ad hoc, circa l'omologazione dei test salivari, in merito ad un uso più appropriato e diffuso della diagnostica, sulla distribuzione dei vaccini antinfluenzali, sull'uso dell'idrossiclorochina e sull'assunzione di medici specializzati ed infermieri;

come mai non sia stato allargato il tavolo del comitato tecnico scientifico rendendo più trasparenti modalità e logiche operative;

in che modo il Ministro in indirizzo intenda operare nell'immediato per cominciare ad ovviare alle numerose carenze sul piano sanitario, che se non ci fossero state si sarebbero certamente evitati il dilagare smisurato della pandemia e le gravi conseguenze attuali non solo sul piano della salute ma anche su quello economico e sociale.