Legislatura 18ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 240 del 15/07/2020

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,32).

Si dia lettura del processo verbale.

DURNWALDER, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Informo l'Assemblea che all'inizio della seduta il Presidente del Gruppo MoVimento 5 Stelle ha fatto pervenire, ai sensi dell'articolo 113, comma 2, del Regolamento, la richiesta di votazione con procedimento elettronico per tutte le votazioni da effettuare nel corso della seduta. La richiesta è accolta ai sensi dell'articolo 113, comma 2, del Regolamento.

Discussione del disegno di legge:

(1874) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, recante misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all'economia, nonché di politiche sociali connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19 (Approvato dalla Camera dei deputati)(ore 9,36)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1874, già approvato dalla Camera dei deputati.

Ha facoltà di intervenire il presidente della 5a Commissione permanente, senatore Pesco, per riferire sui lavori della Commissione.

PESCO (M5S). Signor Presidente, ieri sera la 5a Commissione permanente non ha provveduto a dare mandato al relatore perché i Gruppi, di comune accordo, in modo leale, pacifico e trasparente, hanno deciso di non esaminare gli emendamenti perché non vi erano i tempi per modificare il provvedimento in esame e sarebbe stato un puro esercizio fisico quello di respingere 1.500 emendamenti. Relaziono dunque non solo sullo stato dei lavori in Commissione bilancio, ma anche sullo stato d'animo della Commissione, che denota un po' di delusione per il fatto di non essere potuti intervenire su un provvedimento di questo genere. Siamo delusi, ma nella consapevolezza che un provvedimento di questo tipo era necessario e urgente per il Paese: 55 miliardi di euro erano infatti il minimo indispensabile per far fronte alle conseguenze dell'emergenza epidemiologica, che si stanno verificando in questi tempi nel nostro Paese. Siamo quindi delusi, ma consapevoli che era necessario farlo e se i tempi, purtroppo dettati dall'altro ramo del Parlamento, hanno impedito a questo ramo di intervenire in modo deciso, puntuale e preciso su un provvedimento di questo genere ne prendiamo atto; è però necessario che i Presidenti di Camera e Senato assumano dei provvedimenti e che ci si metta d'accordo, in modo sincero, leale e preciso, una volta per tutte, sul fatto che se arriva un provvedimento di questo genere, ogni Camera lo possa esaminare per non più di un mese (o anche un po' meno perché c'è bisogno di tempo per un eventuale terzo esame). (Applausi). È quindi necessario che si stabilisca fin dall'inizio quali sono i tempi necessari e idonei per poter approfondire lo studio di un provvedimento di questo genere. Quindi, il relatore non è stato nominato: la prossima volta cercheremo di fare il possibile affinché ciò non si ripeta. (Applausi).

PRESIDENTE. Presidente Pesco, penso di poter parlare a nome della Presidenza, che ha già fatto proprio il senso di queste sottolineature per quanto attiene alla piena possibilità di esaminare provvedimenti di questa importanza anche da parte del Senato.

Onorevoli colleghi, in relazione a quanto riferito dal senatore Pesco il disegno di legge n. 1874, non essendosi concluso l'esame in Commissione, sarà discusso nel testo trasmesso dalla Camera dei deputati senza relazione, ai sensi dell'articolo 44, comma 3, del Regolamento.

Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Grassi. Ne ha facoltà.

GRASSI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ieri guardando il volume del decreto-legge rilancio tentavo di scrivere nella mia mente l'intervento di oggi. Pensavo che avrei potuto parlare delle modifiche apportate all'ecobonus, e posso facilmente notare che la norma è stata in parte notevolmente complicata, ma continua a mancare il riferimento alle imprese, come se i locali che ospitano i lavoratori non fossero bisognosi di un miglioramento dell'efficientamento energetico. O ancora avrei potuto parlare della norma, inserita in extremis, che prevede aiuti economici per i Comuni dichiarati zone rosse con provvedimenti regionali; e lì, con un certo compiacimento, ho notato che questa maggioranza ha accolto alcuni spunti dell'opposizione: sarebbe bello se il nostro contributo venisse riconosciuto. Tuttavia, soffermarsi su questi aspetti di fronte a un testo di quasi 1.000 pagine è come cercare di descrivere un pagliaio rappresentando il singolo filo d'erba. In realtà, ieri, guardando quel volume, mi venivano in mente due grandi autori: Borges e Beckett.

Tutti sapete che Borges è l'autore di uno strepitoso testo, «La biblioteca di Babele», quella biblioteca ove sono contenuti in modo caotico tutti gli infiniti libri. Ebbene, quel testo ai limiti dell'illeggibile (e chiedo a ognuno di voi chi davvero lo abbia letto e ne abbia realmente inteso il senso e il valore normativo), quel volume di 1.000 pagine che ieri era presente sui nostri tavoli mi ricorda «La biblioteca di Babele». Non è di questo che il Paese ha bisogno, ma è chiaro, evidentemente, lo scopo di questa maggioranza: prendere tempo, aspettare Godot, che sarebbe l'Unione europea; prendere tempo, far credere al Paese di fare qualcosa, complicando enormemente il nostro ordinamento. A tale riguardo, ricordo che nella maggioranza c'è una forza politica che si è presentata agli italiani affermando di voler semplificare l'ordinamento: complimenti! Ebbene, credo che si stia scherzando con il fuoco perché sapete anche molto bene che, sì, state prendendo tempo aspettando che l'Unione europea fornisca i suoi aiuti ma sapete anche quegli aiuti possono costare molto, possono costare caro. Attenzione! Fate molta attenzione, perché io vedo in tutto questo un disegno, e vedo soprattutto un disegno incosciente per gli interessi del Paese. (Applausi).

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Grassi, anche per averci ricordato la figura della sineddoche.

È iscritta a parlare la senatrice Modena. Ne ha facoltà.

MODENA (FIBP-UDC). Signor Presidente, colleghi rappresentanti del Governo, capisco perfettamente l'indignazione di molti colleghi delle forze di minoranza anche per il modo con cui ieri è stato liquidato il decreto-legge rilancio in Commissione. Lo capisco perché, fin da quando è stato discusso alla Camera, i colleghi dell'altro ramo del Parlamento hanno detto che non c'era il tempo materiale per consentire un'analisi approfondita al Senato.

Questo però non toglie che alcuni "puntini sulle i" li dobbiamo necessariamente mettere, perché è un provvedimento cospicuo. (Brusio).

PRESIDENTE. Mi perdoni, senatrice Modena, alcuni suoi colleghi mi fanno cenno che non riescono a seguire a causa del brusio, che in effetti è in aumento, quindi prego i colleghi presenti in Aula di moderarsi. Prosegua pure, senatrice.

MODENA (FIBP-UDC). Parliamo di un provvedimento di un peso straordinario, sappiamo che abbiamo fatto uno scostamento di 55 miliardi di euro, ma abbiamo una leva di 155 miliardi di euro, un debito di 304 miliardi di euro fino al 2032, 98 decreti attuativi da approvare, che insieme ai regolamenti fanno un totale di 113 provvedimenti, una manovra che, come qualcuno ha giustamente detto, vale circa tre volte e mezzo una manovra di bilancio. Si tratta quindi di un provvedimento che è stato analizzato comunque a lungo, che non arrivava in fretta come il decreto cura Italia o come il decreto liquidità, o comunque sotto la pressione delle scelte che dovevano essere fatte al momento. Ritengo quindi che, siccome c'è stato tutto il tempo per meditare su questo provvedimento, che è cospicuo dal punto di vista economico e finanziario, vada rimarcato ciò che sostanzialmente manca in questo decreto bilancio. Ci troviamo, cioè, dinanzi a una supermanovra - questo è il termine che credo vada utilizzato - che però non è figlia di una visione complessiva di sostegno all'economia, ma di un concetto che è limitato a una specie di rinforzino, per chiamarlo così, o se preferite un'opera squisitamente risarcitoria con riferimento ad alcuni redditi che si sono perduti, mentre gli interventi per la ripresa - non parlo di visione, che secondo noi non c'è - sono assolutamente minimali. Mancano quindi alcune scelte sostanziali, come ad esempio il sostegno ai settori specifici per recuperare il livello di crescita pre-Covid - ma se volete possiamo anche dire pre-crisi - del 2008-2010. Questo è il punto politico di questo decreto rilancio: si rinforza un po' qui, un po' lì. La Camera ha anche potuto fare dei miglioramenti, ma non dimentichiamo che la cifra è 440 milioni di euro, quindi circa l'uno per cento di tutte le risorse che sono state previste con la scostamento di bilancio, ma fondamentalmente non c'è una linea guida sulla base della quale capiamo quale sia il disegno per ritornare a crescere a determinati livelli.

È vero che alcuni emendamenti, di Forza Italia in modo particolare, sono stati approvati alla Camera e secondo noi sono interventi migliorativi: penso al bonus per il personale, all'estensione dei benefici per le vittime del dovere, alla questione che riguarda i disabili e i cinque milioni di euro per le protesi e per gli ausili, al fondo per il sostegno della moda, alla norma che permette la possibilità di creare un fondo sovrano e, con riferimento anche alla mia Regione, l'Umbria, alla correzione che è stata fatta con riguardo alle zone rosse e al credito di imposta aumentato per le attività di ricerca.

Ciò non toglie che, oltre al fatto che - come ho detto - manca una linearità, le criticità sono moltissime, basti pensare per esempio a tutta la partita degli specializzandi e delle borse di studio, a tutta la partita del terremoto, alla questione dell'ecobonus che esclude alcune categorie, ai professionisti che sono esclusi dal fondo perduto, agli emendamenti presentati da Forza Italia che sono stati bocciati e che riguardavano la responsabilità dei datori di lavoro per quanto riguarda i contagi; penso altresì all'emendamento che riguardava i livelli essenziali di assistenza (LEA) con riferimento a chi è stato in rianimazione e alla follia di bloccare gli sfratti in tutto il Paese fino al 31 dicembre senza distinguere se il mancato pagamento era dovuto o no al Covid.

Pertanto, a fronte di questi miglioramenti - su cui però, lo quantifico, il Parlamento ha inciso per l'uno per cento, cioè per 440 milioni di euro - tutto il resto mi ha dato un peso al cuore. Non so se la maggioranza sente questo peso come lo sento io, perché nel mio piccolissimo io ho dato il mio voto per questo scostamento di bilancio, cioè ho consentito che il Paese si indebitasse fino al 2032, o chissà quando, per 55 miliardi di euro di debito (poi via via le cifre aumentano, ma quella era la somma); tuttavia, a fronte del fatto che nel decreto-legge rilancio in discussione non ci sono linee guida per la ripresa ma mille rivoli e quindi non si intravede il solco del fiume, tantomeno il mare alla fine, francamente mi chiedo se questo voto l'ho espresso veramente nell'interesse del Paese. Questa è una tematica che io ho comunque sulla coscienza e a cui penso ogni volta che leggo i provvedimenti del Governo. Non lo dico con enfasi o con volontà di attacco, ma perché chiedo a questa maggioranza se, a fronte del provvedimento in esame, stia tranquilla la notte quando va a dormire. (Applausi). Questo è ciò che vi chiedo.

Inoltre, visto che il dibattito è ridotto, con il senso profondo del ruolo di parlamentari della Repubblica che abbiamo, francamente vorrei sapere se anche voi la sera andate a dormire tranquilli o pensate che forse 55 miliardi di euro sono stati buttati un po' dalla finestra con tutta una serie di conseguenze per il Paese che si produrranno oggi e anche domani. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pellegrini Emanuele. Ne ha facoltà.

PELLEGRINI Emanuele (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, prendo la parola con un malcelato sentimento di delusione che ho avuto modo di lamentare più e più volte durante le discussioni degli ultimi provvedimenti portati avanti dalla maggioranza; provvedimenti che probabilmente non la interessano nemmeno, vista anche l'attenzione che gli sta riservando oggi in Aula.

Poco fa ho ascoltato le parole del presidente Pesco relativamente ai lavori della 5a Commissione e quando egli dice di riportare lo stato d'animo della Commissione riferendo che di comune accordo hanno deciso di non esaminare emendamenti e ordini del giorno, in queste sue parole molto trasparenti e chiare - di questo gliene devo dare atto - leggo anche uno dei sintomi del male che sta attanagliando il nostro povero Parlamento, cioè il fatto che noi stiamo rinunciando alla funzione legislativa, questo è un dato di fatto. (Applausi). Non è infatti possibile che questa volta, come in altre occasioni, ci ritroviamo a discutere per finta; stiamo facendo delle finte discussioni, perché oggi in questa sede stiamo parlando di un bel pacchetto che ci è arrivato e che - ricordiamocelo - in realtà è stato esaminato solo da un ramo del Parlamento. Se questo è il bicameralismo perfetto che dovrebbe essere garanzia dei valori della Costituzione evidentemente una sana riflessione dovremmo farla.

Dovremmo farla non tanto perché il bicameralismo non funziona, ma perché evidentemente lo strumento del bicameralismo è distorto da una funzione governativa che vuole utilizzare le Aule del Parlamento semplicemente come camere di compensazione, come a dimostrare che avete ascoltato le esigenze dei parlamentari che dovrebbero rappresentare il popolo e i cittadini, anche se questo di fatto non accade.

Arrivo al merito della mia Commissione, la Commissione giustizia, dove abbiamo presentato come Lega un parere di opposizione che ovviamente è contrario alle indicazioni contenute all'interno di questo provvedimento legislativo, perché come al solito - e come ho avuto più volte modo di dire all'interno di quest'Aula - il sistema giustizia è completamente abbandonato. Checché se ne dica e nonostante si affermi che sono stati presi dei provvedimenti atti a razionalizzare l'attività della giustizia nel nostro Paese, invito il ministro Bonafede e il presidente del Consiglio - che è un collega, un avvocato - ad andare nelle aule di tribunale oggi, come faccio io nei giorni in cui non sono qui in Aula, per vedere - come io faccio continuamente - come la funzione giurisdizionale sia assolutamente svilita e non si possa sostanzialmente garantire ai cittadini il suo esercizio: questo è un dato di fatto. Andiamo a vedere i rinvii che continuano ad arrivare, sotto tutti i punti di vista, dai magistrati che non riescono a svolgere la loro funzione ai cancellieri che non riescono a fare il loro lavoro, e noi siamo qua a far finta di discutere su un provvedimento che addirittura non riesce ad ottenere almeno i pareri. Noi in Commissione giustizia forse siamo stati troppo bravi e abbiamo espresso anche un parere di opposizione; ieri la maggioranza non è neanche riuscita a dare un parere in Commissione agricoltura (ero presente e neanche lì sono riusciti a dare un parere). È notizia di stamattina che neanche la 3a Commissione affari esteri e emigrazione è riuscita a esprimere un parere.

Facciamoci allora delle domande su cosa stiamo facendo in quest'Aula, perché se stiamo semplicemente prendendo in giro i cittadini, diciamolo. Diteglielo ai cittadini che li state prendendo in giro! Io sinceramente questa responsabilità non me la prendo; io sono qua per svolgere una funzione politica e devo rendere conto a quelli che mi hanno eletto e sinceramente alzerò la voce ogni volta di più fino a quando questa non verrà ascoltata. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mautone. Ne ha facoltà.

MAUTONE (M5S). Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, il decreto-legge n. 34, cosiddetto rilancio, nei suoi articoli e commi prevede un complesso di norme, riguardanti tra gli altri il settore sanitario, che si innesta sempre nel percorso di organizzazione, o meglio di riorganizzazione e di potenziamento della rete assistenziale per far fronte all'emergenza epidemiologica da coronavirus, conferendo alle Regioni e alle Province autonome le direttive necessarie per una migliore strutturazione delle attività ospedaliere, dei servizi territoriali e delle attività di sorveglianza attiva e di monitoraggio presso le residenze sanitarie assistite (RSA).

Il filo conduttore che in tema di sanità pervade e lega tutto il decreto-legge in esame è finalizzato ad un complessivo e progressivo rafforzamento del Servizio sanitario nazionale nelle sue diverse articolazioni territoriali e ospedaliere sia per quanto riguarda l'aspetto organizzativo sia per quanto attiene alla disponibilità di personale sanitario e parasanitario con le nuove assunzioni previste. Ed è in quest'ottica di una migliore e più appropriata programmazione della reale necessità di medici specialisti, necessari per il futuro della sanità italiana, che si innesta l'aumento consistente, mai realizzato prima, dei contratti di formazione specialistica per gli anni che vanno dal 2020 al 2024.

Punto importante e qualificante è secondo me il rafforzamento strutturale della rete ospedaliera del Servizio sanitario nazionale con uno specifico piano di riorganizzazione in grado di fronteggiare in maniera adeguata e rapida le emergenze pandemiche con un incremento strutturale dei posti letto di terapia intensiva e autorizzando le Regioni ad incrementare la spesa per le assunzioni di personale sanitario, parasanitario e tecnico.

In particolare per quanto riguarda la riorganizzazione e l'incremento su tutto il territorio nazionale dei posti di terapia intensiva si prevedono almeno 3.500 nuovi posti letto, determinando un rapporto di 0,14 posti letto per 1.000 abitanti.

È inoltre fondamentale quanto previsto per le Regioni, le quali devono individuare, nell'ambito delle strutture ospedaliere, le unità assistenziali nel regime di ricovero per pazienti affetti da Covid-19, provvedere a rendere efficiente la separazione dei percorsi affinché ciò diventi strutturale e organizzare e ristrutturare i reparti di pronto soccorso, individuando aree distinte di permanenza per i pazienti sospetti di Covid-19 o potenzialmente contagiosi e ancora in attesa di diagnosi.

Dopo la risposta all'emergenza è fondamentale programmare per evitare di trovarci impreparati di fronte all'eventuale ritorno di nuove ondate epidemiche o possibili altri pandemie che potrebbero verificarsi negli anni futuri.

Un altro aspetto che desidero sottolineare è la possibilità prevista di offrire una diagnosi più rapida per le infezioni da Covid-19, perché in ogni emergenza il fattore tempo fa la differenza. A tal proposito, è prevista la costituzione, da parte delle Regioni e delle Province autonome, di una rete di laboratori pubblici e privati qualificati, in grado di eseguire i test molecolari per la SARS-CoV-2 con rapidità e controllo della qualità.

Nel decreto-legge in esame è inoltre prevista un'implementazione dell'assistenza domiciliare integrata, anche attraverso le Unità speciali di continuità assistenziale (USCA) e pure per i pazienti in isolamento, perché positivi asintomatici o possibili contagiati, garantendo loro però - e questo è importante - adeguato supporto sanitario e attento monitoraggio e assistenza

Desidero sottolineare che il rafforzamento dei servizi infermieristici passa anche attraverso l'introduzione dell'infermiere di famiglia o di comunità, che dovrebbe diventare un cardine importante per l'assistenza generica e pediatrica sul territorio al fine di ridurre gli accessi al Pronto soccorso e il numero di ricoveri in ospedale, migliorando l'assistenza domiciliare sia qualitativamente, che quantitativamente (fatto, quest'ultimo, particolarmente importante nelle patologie croniche o neoplastiche).

Questo breve excursus rappresenta solo alcune delle considerazioni molto parziali sul decreto-legge in esame. Il provvedimento, pur nella sua complessità e nelle sue marginali sbavature, vuole essere un ampio ma programmato contenitore in cui confluiscono norme e misure concrete e attuabili, non solo per far fronte all'emergenza sanitaria ed economica ma destinate a sorreggere l'economia e porre le basi di un miglioramento ad ampio spettro dell'assistenza sanitaria - sia ospedaliera, che territoriale - in Italia, con uno sguardo attento a programmare anche il futuro. A tal proposito, si veda l'aumento dei posti letto di terapia intensiva e dei contratti per la formazione specialistica.

Non possiamo e non dobbiamo abbassare la guardia e dobbiamo provare a dare ai cittadini, pur nelle loro intrinseche difficoltà, vincendo le loro ansie e indecisioni, maggiore serenità, tranquillità e sicurezza. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lucidi. Ne ha facoltà.

LUCIDI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, colleghi, membri del Governo, quelli di questa mattina sono interventi molto particolari, perché purtroppo più che entrare nel merito, ci troviamo tutti accomunati da un grande senso di sdegno per il comportamento della maggioranza e del Governo. È già stato detto, io lo denuncio con forza e lo segnalo a lei, signor Presidente, per riportarlo poi al presidente Casellati, quanto avvenuto questa mattina in Commissione affari esteri, emigrazione. Si tratta, a mio modo di vedere, di un fatto assolutamente vergognoso. Il presidente Casellati ha assegnato alla Commissione affari esteri, emigrazione, come a tutte le altre Commissioni, la richiesta di esprimere il parere sul cosiddetto decreto rilancio; un tomo di 266 articoli, che sicuramente si pone al primo posto nella decretazione della Repubblica italiana. Avevamo quindi preparato un parere di minoranza. Ebbene, con sfrontatezza istituzionale, la Presidenza della Commissione affari esteri, emigrazione ha ritenuto di non esprimere un parere perché non ritiene il decreto rilancio di sua competenza. Quindi, a fronte di una richiesta del presidente Casellati, la Commissione, in assoluta autonomia, ha deciso di non esprimere un parere. Quindi questo foglio di carta rimarrà carta straccia; sicuramente non per noi.

Il Presidente ha già denunciato questo fatto dicendo che noi siamo il Parlamento degli invisibili. Da oggi saremo allora anche il Parlamento degli inascoltati perché non soltanto siamo qua a svolgere una nostra funzione ridotta all'osso, ma addirittura non possiamo esprimere nemmeno i pareri nelle Commissioni. La Presidenza della Commissione affari esteri, emigrazione ritiene infatti che le misure in tema di esportazione e internazionalizzazione, come il rifinanziamento per l'anno 2020 del fondo per la promozione integrata per i mercati esteri, non siano di sua competenza; analogamente ritiene non siano di sua competenza il rifinanziamento del fondo previsto dalla legge n. 394 del 1981 e l'incremento del capitolo 2515 del Ministero dello sviluppo economico. Così come, secondo la Presidenza della Commissione, non sono di sua competenza le misure per l'accoglienza, le strutture per il sistema di protezione delle persone richiedenti asilo e tutta una serie di altre argomentazioni, come per esempio la funzionalità dei nostri uffici all'estero, della nostra rete diplomatica consolare, in considerazione anche del ruolo cruciale che tali uffici svolgono nella strategia di rilancio economico del nostro Paese.

Ci chiediamo perché la Commissione affari esteri, emigrazione ritiene che tutte queste materie non siano di propria competenza. Stamattina, in questo mio breve intervento, desidero significare invece che noi vogliamo ribadire la nostra funzione parlamentare. Abbiamo un tomo di 266 articoli che sta passando in Assemblea nella sonnolenza e nella noia della maggioranza. Eccola qua la maggioranza che sostiene questo Governo! Distratta, come è stata distratta l'altro giorno durante le ratifiche. Denunciamo questo fatto e scriveremo sicuramente una lettera di rimostranze al nostro presidente Casellati, che ha già segnalato questo fatto. Sicuramente non vogliamo essere né invisibili, né inascoltati. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perosino. Ne ha facoltà.

PEROSINO (FIBP-UDC). Signor Presidente, Governo, colleghi, vorrei sapere cosa hanno detto la commissione Colao e gli Stati generali e cosa sia stato recepito nel cosiddetto decreto rilancio, per lo meno in quello che ci viene proposto nell'ultima versione. A mio avviso nulla. Quindi abbiamo perso tempo, abbiamo fatto delle "casalinate".

Partiamo da una constatazione che mi sta a cuore, pur sapendo che una certa mentalità pensa che il centrodestra di certe cose «se ne freghi». Se il PIL deve aumentare avremo dei problemi legati all'ambiente. Nel momento in cui c'era il lockdown si vedeva dal satellite la macchia dell'inquinamento sulla Valle Padana, dove ci sono stati i morti e dove è la causa della gravità della malattia, la concausa perlomeno. Se però riprendiamo a far aumentare il PIL avremo più inquinamento. Cosa ha detto la commissione Colao? Cosa hanno detto gli Stati generali?

Prendendo le informazioni dai giornali, perché dai documenti non risulta, le misure chiave sarebbero quelle sulla parità di genere. Con la parità di genere si risolverà il problema della crisi economica. Ora, pur essendo convinto che le donne occupino posti importanti e che quelle in gamba lo sono più degli uomini e crescono da sole, ritengo che la parità di genere, per risolvere questo problema, sia una barzelletta.

Credo anche che i monopattini - per i quali sono stati stanziati 60 milioni e altri 120, o magari 300, ne verranno aggiunti, come dice il Ministro dell'ambiente - rappresentino, l'ho già detto una volta, la libertà di uccidersi o di farsi uccidere. Sono pericolosissimi e vi pentirete della scelta.

Lo smart working può risolvere l'uno, il 2 o il 3 per cento del problema, una percentuale che può essere già significativa, ma basta che manchi un faldone o un colloquio con una persona e il lavoratore resta fermo.

Diamo soldi a pioggia che, per fortuna, richiedono tanti decreti attuativi, circolari e determine dirigenziali, così si procede lentamente perché essendo a pioggia sono spesi male. Quando non si vedono i risultati, come succede in una squadra di calcio, si cambia l'allenatore e si cambia la strategia. Se i risultati non ci sono e tutti sono scontenti, probabilmente bisogna cambiare strategia.

Invece le norme relative agli investimenti contenute nel decreto semplificazione - che sono importantissime: se ne parla da due anni in quest'Aula e probabilmente se ne parlava nelle legislature precedenti - le abbiamo rinviate, sperando che siano contenute e veramente attuabili. Per ora investiamo ulteriori tre miliardi in Alitalia. Ritengo che se un cittadino italiano qualunque capisse cosa vuol dire dare altri tre miliardi ad Alitalia, farebbe da capofila nel partito dei forconi. Il problema dell'ILVA non lo abbiamo ancora risolto e sulle concessioni autostradali si sono verificati fatti incresciosi che, se fosse in essere un Governo di centrodestra, avremmo scioperi in Senato e anche sui tetti del Senato, perché certe dichiarazioni non si possono fare a danno delle aziende che hanno partecipazioni anche estere e non basta essere amici della Merkel.

Abbiamo rinviato le norme fasulle: lotteria degli scontrini, plastic tax, sugar tax. Il rinvio sarebbe sine die. Siamo di fronte ad un nuovo costo dell'immigrazione selvaggia, peraltro aggravato dal fatto di importare dei positivi, come nel 2017. Spero che intervenga qualcuno e provveda. Ricordo poi i costi della giustizia, che non funziona e cerca di nascondere quanto è successo; speriamo nei testimoni di Palamara. Avremo una nuova stagione di NPL delle banche e avremo un autunno caldo, dice il Ministro dell'interno. Questa è la situazione.

Cosa hanno fatto le nazioni a noi vicine e più o meno amiche come la Germania, la Svizzera e anche gli USA? Hanno accreditato sul conto corrente di tutte le famiglie e di tutte le aziende una cifra significativa senza tante formalità e meno burocrazia perché tutti, a costo di compiere qualche errore, possano spendere e rimettere in moto l'economia.

I fondi si reperiscono in Europa. È in corso una disputa per spenderli. Siccome saranno tanti e non sappiamo quando arriveranno - forse nel 2021-22 - il Governo è prevedibile che regga, perché deve decidere come spenderli per fare clientela. Ho detto parecchie volte in quest'Aula che secondo me sull'Europa è in corso una grande infatuazione adolescenziale, una suggestione. Mettiamo tutti qualcosa nel MES per poi riprendere qualcosa, forse, ma controllati, perché i prestiti hanno delle condizioni.

Oggi un primo Ministro, un Ministro dell'economia e un presidente di una Commissione dell'Europa dicono che aiuteranno l'Italia e domani diranno che però ci sono delle condizioni sul fisco, sulle banche, sul sistema pensionistico e sul debito. Sono dichiarazioni che leggiamo e possono leggere tutti. Allora non ci capiamo. Il quantitative easing potrebbe diventare per acquisti pro quota se la sentenza dell'Alta Corte tedesca uscisse nei prossimi mesi e questa sarebbe una cosa gravissima e pericolosa. Tutto si trasforma in debito pubblico per i nostri pronipoti, per chi ci sarà.

È veramente ora di studiare, in quest'Aula. Viceministro Misiani, lei è attento a questi aspetti e gliel'ho già detto una volta: bisogna istituire un fondo per gli italiani. Non è una proposta fasulla, ce l'avete nei cassetti, è stata presentata da personalità trasversali: conferire gli immobili, sottoscrivere le quote da parte dei privati e delle istituzioni italiane.

In quel modo dimostreremmo veramente che il debito può calare: calerà il debito, calerà lo spread e facciamo da soli. Altrimenti ci avviamo pericolosamente verso il giubileo del debito, già evocato in quest'Assemblea e fuori da alcuni personaggi molto più famosi di me, i quali avvertono che verrà un momento in cui - stile Grecia, ma peggio - dopo aver prelevato il 27 per cento sui conti correnti, come è successo a Cipro e come prevedono le norme europee, il debito italiano sarà classificato con un giudizio negativo; il passaggio successivo sarà: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Mi dispiacerebbe, perché sarebbe la fine di questa forma di civiltà e anche della democrazia.

Ciò detto, siccome vedo e sento che c'è scontento, le persone che conosco mi chiedono (abbia pazienza, vice ministro Misiani): quand'è che li buttate giù? Non abbiamo i numeri, non riusciamo, fino alle prossime elezioni, con tutti i rischi che possono correre i partiti, compreso Forza Italia.

Ho incontrato uno stilista dilettante, che è un caro amico, e gli ho chiesto se per favore mi disegnava un abito molto vistoso da portare in Aula (magari lo do anche a qualche amico), affinché, nel momento in cui arriveranno i forconi - o come si chiameranno - mi possano identificare e mi possano salvare, perché ci tengo alla mia vita. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fusco. Ne ha facoltà.

FUSCO (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, membri del Governo (membro del Governo), siamo qui a fare una discussione su un decreto-legge che questo ramo del Parlamento non ha neanche avuto il tempo di vedere. Il Senato della Repubblica, luogo simbolo della sovranità popolare, è costretto a una discussione lampo in vista di un voto di fiducia, l'ennesimo, su un provvedimento che si occupa di tutto, che contiene oltre 250 articoli.

I rappresentanti dei cittadini sono costretti ad assistere all'ennesimo sopruso da parte di un Governo e di un Presidente del Consiglio che aveva promesso, a reti unificate, nei suoi vari discorsi, di voler parlamentarizzare tutto. A reti unificate e tramite le varie dirette Facebook accusava l'opposizione di non voler collaborare, dicendo che lui invece era aperto ad ascoltare le proposte. Invece le proposte che facciamo in Parlamento vengono bocciate, per poi magari rientrare come emendamenti del Governo o nei vari piani che le migliaia di task force nominate durante la quarantena hanno proposto. Questa volta neanche hanno visionato le proposte.

Si tratta di un provvedimento che costa oltre 80 miliardi di euro, arrivato in seconda lettura a una settimana dalla sua scadenza: nessun approfondimento in Commissione, né un dibattito. Curioso che tale atteggiamento venga, da una parte, e da un partito che per un anno e mezzo si è stracciato le vesti in nome del galateo istituzionale e, dall'altra parte, dal partito che, quando era all'opposizione, strillava in Parlamento accusando di dittatura il Governo a ogni fiducia posta. Siamo ad oltre venti fiducie in dieci mesi di Governo: record dei record. Complimenti vivissimi.

Riguardo alla tematica della difesa, ribadisco quanto abbiamo provato ad esprimere come Gruppo nei pochi secondi dedicati all'analisi del provvedimento in Commissione. Nel decreto-legge sono presenti alcuni articoli che hanno un più diretto interesse per le Forze armate e, in generale, per il settore della difesa; tra questi devono sicuramente essere citati quelli che riguardano il personale e la sanità militare e quelli attinenti ai mezzi e al patrimonio.

Ve lo abbiamo detto e ve lo ripetiamo: i fondi sono insufficienti, come abbiamo ricordato a più riprese. Le Forze armate hanno svolto, sin dall'inizio dell'emergenza, un ruolo fondamentale per la gestione dello stato di crisi, oltre all'impegno prodotto su tutto il fronte sanitario. Ricordiamo l'enorme contributo di medici e infermieri militari che sono stati mandati in aiuto del personale sanitario in servizio nelle zone più colpite dall'epidemia. Ricordiamo i militari che si sono adoperati per l'allestimento di diversi ospedali da campo sul territorio nazionale, che sono rimasti fondamentali nel supporto per la crisi sanitaria in corso.

Non dimentichiamo, inoltre, l'enorme ruolo che i nostri militari hanno avuto anche nella gestione e nel controllo del territorio, contribuendo al contenimento dell'epidemia.

Ricordiamolo, quando qualche politicante di una specifica parte politica, in futuro, nel momento in cui questa epidemia sarà definitivamente sconfitta e dimenticata, si rivolgerà ai nostri militari insultandoli e non capendo a cosa servono realmente. Ricordiamoci di questi giorni, in cui tutti volevano i militari per strada. Quei giorni in cui le Forze armate e le forze di polizia di questo Paese, troppo spesso bistrattate, sempre dai soliti noti, rappresentavano una fonte di sicurezza e di tranquillità per tutti.

Alla luce di tutto questo, come vi abbiamo già detto, i fondi che avete stanziato li reputiamo insufficienti, come inadeguato è tutto il provvedimento. Sapete perché i fondi sono insufficienti? Perché una parte di questa maggioranza, non tutta, ma una buona parte, è avversa ideologicamente alle Forze armate e ai nostri militari. Lo vediamo in alcune interrogazioni depositate; lo vediamo nelle interviste dove esponenti di questa maggioranza parlano di dual use, di conversione e di decrescita; lo vediamo negli strampalati progetti di legge e di risoluzione.

Fino a quando non inizierete a vedere le Forze armate e, in generale, il settore della difesa come un settore altamente strategico per il nostro Paese, anche dal punto di vista del rilancio industriale, nel campo della ricerca e dello sviluppo, non riuscirete a fare il bene dell'Italia. Puntare sulla difesa vuol dire puntare sul futuro del nostro sistema Paese: fino a quando non abbandonerete questo odio ideologico non riusciremo ad andare avanti. Per questo, l'unica soluzione per il bene del Paese è che vi facciate da parte. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Montevecchi. Ne ha facoltà.

MONTEVECCHI (M5S). Signor Presidente, in questi pochi minuti che ho a disposizione non ripercorrerò le numerose misure contenute nel decreto rilancio per l'istruzione pubblica, l'università, la ricerca, i beni e le attività culturali. Invece, vorrei concentrarmi sul futuro, su quanto ancora c'è da fare. Questo perché molto è stato fatto. Sono state iniettate risorse significative.

È giusto, però, che in quest'Aula noi guardiamo al futuro, anche forti delle audizioni svolte in 7a Commissione al Senato proprio sull'impatto che l'emergenza Covid ha avuto sul settore della cultura. Questo settore, come già è stato ricordato qui in Aula, è uno dei settori che maggiormente è stato colpito, soprattutto nel comparto dello spettacolo dal vivo. Noi sappiamo, infatti, che lo spettacolo dal vivo è un settore in cui vi è la prossimità delle persone che insieme partecipano allo spettacolo, anche da spettatori, in una sinergia e in un'unione energetica con gli attori e i musicisti che offrono il prodotto culturale. Dunque, il settore è stato gravemente colpito.

Proprio dallo spettacolo dal vivo parto, quindi, ricordando che, non solo sarà necessario estendere le misure previste in questo periodo di emergenza anche per il futuro, per accompagnare questi lavoratori fuori dall'emergenza, ma sarà necessario anche fare un intervento che aspettiamo da molti anni, ovvero un percorso di riforma destinato ai lavoratori dello spettacolo, che si occupi del welfare dei lavoratori dello spettacolo dal vivo in tutte le sue accezioni (teatro, danza, musica, cinema e audiovisivo) e che tenga conto della tipicità di questi lavoratori.

Tale tipicità è emersa nel corso di questa emergenza, laddove noi ci siamo dovuti occupare di mettere in campo misure adeguate per il sostegno di questa categoria di lavoratori, anche per uscire dal precariato e, dunque, prevedere forme di stabilizzazione, laddove necessario e laddove possibile.

Abbiamo, poi, sicuramente bisogno di concentrarci sulla manutenzione ordinaria e straordinaria del nostro patrimonio artistico. Io già avevo ricordato al Ministro quanto sia fondamentale pensare a un piano nazionale di manutenzione ordinaria e straordinaria, perché il Paese si mette in movimento anche rimettendo in movimento le professioni dei beni culturali. Tra queste rientrano anche i restauratori, per esempio, che attendono un riconoscimento giuridico, una valorizzazione e un welfare; attendono di uscire dalle nebbie dell'oblio ed essere finalmente valorizzati.

Se è vero, come ci ricorda un decreto ministeriale del 2015, che la fruizione dei luoghi della cultura è un servizio essenziale, allora dobbiamo anche pensare alla realizzazione di livelli essenziali delle prestazioni nei beni culturali, perché è inutile ricordarci che la cultura e la sua fruizione sono un servizio essenziale, ma poi dimentichiamo di fare tutto ciò che è necessario perché essa sia tale.

Le piccole, micro e medie imprese del comparto culturale del terzo settore vanno accompagnate e sostenute, perché sono quelle che ci garantiscono l'offerta culturale e la sua diffusione su tutto il territorio nazionale, al di fuori dei grandi centri aggregatori. Ciò è fondamentale in un periodo come questo in cui abbiamo un notevole bisogno di tenere insieme il tessuto sociale e di fornire dei luoghi, delle attività e delle alternative positive per superare le tragedie umane, psicologiche e personali che, giocoforza, si accompagnano in questo di emergenza. Quindi, di nuovo la cultura ci viene in soccorso.

Infine, dobbiamo assolutamente ricordarci di rafforzare il sistema museale, dei piccoli musei, di valorizzare la ricerca e tutte le professioni ad essa legate in questo campo. Inoltre - e qui mi ricollego al fondo per la cultura, al coinvolgimento di Cassa depositi e prestiti e ai fondi di investimento - dobbiamo stare molto attenti che il profitto non entri a gamba tesa nella cultura; già il Ministro aveva paventato questo e so che ne è ben consapevole. La cultura è giusto che si sostenga, ma essa in primis genera una ricchezza intangibile che - lo ripeto per l'ennesima volta - è quella che fa sì che noi nel mondo si possa essere apprezzati per le nostre arti, per la nostra creatività e per quello che chiamiamo il made in Italy (e la fonte arriva da lì), ma anche per la nostra crescita personale, intellettuale e spirituale, che deve essere il primo obiettivo al di là dei profitti. Quindi, occorre fare molta, molta attenzione che non si arrivi a delle dinamiche di profitto nel mondo della cultura, perché sarebbero deleterie e ci depaupererebbero di una grande ricchezza intangibile, se subordinata a logiche che non appartengono alla cultura. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ferrero. Ne ha facoltà.

FERRERO (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, onorevoli colleghi, non starò qui a ripetere che questo decreto-legge, per la sua complessità e corposità, andava diviso tra Camera e Senato: oltre il doppio di una legge di bilancio come stanziamento; oltre il doppio come articoli da esaminare e da emendare in soli due mesi, come è certamente giusto per un decreto-legge. Ma ricordiamo che sulla legge di bilancio solitamente il Parlamento lavora da ottobre a dicembre. Così oggi abbiamo un provvedimento, modificato dalla Camera in modo raffazzonato, e la fiducia in Senato in tutta velocità per non far decadere il decreto-legge. Complimenti davvero a Governo e maggioranza. (Applausi).

Ma noi della Lega non abbiamo rinunciato a presentare la nostra visione di rilancio anche qui in Senato, come è già avvenuto alla Camera. Deve rimanere agli atti che per la Lega questo decreto, seppur modificato alla Camera, è e rimane una complicazione di articoli con tanti interventi a pioggia senza una visione complessiva. O forse una visione c'è, una visione che non serve all'Italia, ma serve soltanto a compiacere.

In questo provvedimento c'è un coacervo di marchette, di interventi a categorie votanti che poco o niente hanno a che fare con il rilancio. Ho visto inserire un emendamento, rimasto lettera morta nella legge di bilancio - credevo che tale emendamento fosse stato tolto dalla legge di bilancio per pudore -, adesso bellamente inserito all'articolo 180 sotto le mentite spoglie di un titolo dall'intento meritorio: «ristoro ai Comuni per la riduzione di gettito dell'imposta di soggiorno ed altre disposizioni».

Ovvio: stiamo parlando d'imposta di soggiorno e i Comuni a vocazione turistica sono stati gravemente colpiti da questa crisi in termini di entrate previste a bilancio, che evidentemente non entreranno mai. L'intento quindi è sicuramente meritorio, salvo scoprire che poi altre disposizioni ai commi 3 e 4 riprendono l'emendamento già bollato a suo tempo nella legge di bilancio quale sanatoria sui reati del suocero di Conte (ricordiamo che era la proposta emendativa 87.10). (Applausi). È nuovamente bollato dai giornali come decreto rilancia-suocero, che con quest'intervento potrà così ripulire la sua fedina penale.

Per rilanciare davvero questo Paese, quindi, non servono le marchette, ma poche cose fatte bene: semplificazione...

PRESIDENTE. Senatrice Ferrero, ovviamente il termine che ha appena citato non è consono all'Assemblea.

FERRERO (L-SP-PSd'Az). Ho citato quello che dicono i giornali.

PRESIDENTE. Non importa chi cita: se ne assume la responsabilità personale, non basta citare quello che dicono altri.

FERRERO (L-SP-PSd'Az). Va bene, signor Presidente, me ne assumo la responsabilità. (Applausi).

Per rilanciare questo Paese veramente servono semplificazione...

PRESIDENTE. Non voglio interrompere, ma vale per questo come per gli altri interventi: ho appena sottolineato che per responsabilità personale s'intende che, se la Presidenza riprende un termine non consono all'Assemblea, è rivolto a chi lo esprime, non basta dire di assumersene la responsabilità. Se ne assume la responsabilità quando rivolge accuse precise ad altri, come ha fatto, quindi la Presidenza in questo caso, come per altri, non lo consente. Mi spiace aver interrotto proprio lei, senatrice Ferrero, ma naturalmente il tempo poi verrà recuperato.

FERRERO (L-SP-PSd'Az). Per questo Paese serve quindi semplificazione - oggi il relativo decreto-legge è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale - ma questo provvedimento sarebbe dovuto partire già dando il buon esempio. Avete prodotto invece un articolato complesso, con misure a cui può accedere solo chi può permettersi di pagare un professionista. Servivano una sospensione e una proroga serie dei versamenti delle imposte sui redditi IRPEF e IRES: anzi, proponevamo un anno bianco per non vessare gli italiani con imposte e tasse, una diminuzione dell'imposizione fiscale e una sua semplificazione; i nostri emendamenti proponevano flat tax, proroghe, ampliamenti della cedolare secca e tante altre proposte, tutte puntualmente bocciate.

Voi cosa proponete? Crediti d'imposta ovunque, con infinite condizionalità: strumenti tutt'altro che snelli, senza contare che li può utilizzare chi ha da pagare le imposte, che quindi ha prodotto reddito e utili. Ma quali utili? Gli italiani sono senza reddito e proponiamo loro di scorporare le tasse? C'è la cessione del credito, mi direte voi: certo, altro meccanismo di non facile applicazione; l'articolo 119 è un esempio di aspettativa enorme data agli italiani, con una complicazione e un'indeterminatezza sconcertanti. Vi rifate la casa a costo zero, questo è il messaggio: sì, ma ci sono le classi energetiche e l'ACE, gli uffici sono ancora chiusi, il catasto non risponde, le banche sanno poco o nulla e i piccoli costruttori sono penalizzati. Vi rendete conto della complessità?

In più, il Governo tende a prorogare lo stato d'emergenza, costringendo il Paese alla paralisi ancora per molti mesi e impedendo ai cittadini di usufruire di queste misure, che nella loro complessità alimenteranno il già enorme cumulo di contenziosi causati dalle successive interpretazioni fatte dai Ministeri, cumulo che in Italia si arricchisce ad ogni nuova legge che esce da queste Aule. Sapete chi guadagnerà il 10 per cento del 110 per cento, perché uniche in grado di essere capienti con il credito d'imposta? Le solite note: le banche, ma non quelle piccole, che avranno ugualmente problemi d'incapienza, bensì le grandi, che fanno utili e prevedono di farne nei prossimi anni.

Gli italiani non hanno bisogno dell'elemosina, come pure le aziende, che hanno invece bisogno di ripartire, grazie a leggi semplici, comprensibili e usufruibili da tutti i cittadini. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Floris. Ne ha facoltà.

FLORIS (FIBP-UDC). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, sottosegretario Misiani, registro con dispiacere l'assenza del ministro Catalfo, essendo il decreto in esame prevalentemente improntato sulla materia degli ammortizzatori sociali: circa un terzo delle somme stanziate dal decreto-legge, pari a 55 miliardi di euro, mai così abbondanti, è andato infatti a coprire la cassa integrazione e le indennità di chi non poteva lavorare, perché gli è stato imposto di non farlo.

Va detto peraltro che il blocco delle attività ha comunque avuto un peso anche sugli imprenditori, che hanno anticipato la cassa integrazione ai propri dipendenti, drenando peraltro parte di quella liquidità, che sarebbe dovuta servire per la ripartenza, se avverrà. Forza Italia esprime infatti grande preoccupazione per la fine del blocco dei licenziamenti, prorogato dagli iniziali sessanta giorni a cinque mesi: bisogna capire quante imprese ancora chiuse riapriranno, se troveranno un mercato capace di compensare le perdite precedenti e se ci saranno i flussi di cassa necessari a mantenere aperte le attività economiche. Peraltro, sulla proroga dei licenziamenti rimane un vuoto normativo - anche questo avrei voluto dire al Ministro - che va dal 15 maggio al 19 maggio e che dovrà essere ricoperto, per evitare cause di licenziamento tra lavoratori e imprenditori. Inoltre, ci sono le anticipazioni su una proroga del divieto di licenziamento fino a fine anno, accompagnato dalla proroga degli strumenti di sostegno. In questo modo però le imprese non ripartono. Alle imprese certamente non è arrivata quella montagna di risorse, che era destinata o che era stata annunciata dal Governo con tanta enfasi, posto che la principale misura di cui hanno usufruito è stata la moratoria dei prestiti e dei mutui già esistenti, di cui imprenditori e famiglie hanno usufruito, per non dover drenare ulteriore liquidità, nei mesi in cui non avevano entrate di cassa. Si tratta di rate posticipate, che gli imprenditori dovranno onorare, insieme a quelle imposte, che pure sono state prorogate solo di qualche mese.

Signor Sottosegretario, colleghi, aiutare le imprese significa aiutare i lavoratori, tenere chiuse le imprese o limitarne le attività significa non poter garantire i posti di lavoro precedenti. (Applausi). Non è solo una questione di ricavi dell'impresa, ma di entrate, che per la gran parte servono appunto a pagare gli stipendi, considerati i margini di utile sempre più ristretti per le imprese. Nella nostra concezione, di Forza Italia e di tutto il centrodestra, "impresa" è uguale a "lavoro". (Applausi). Anche ingenerare paure, con uno stato continuo di emergenza, che deprime il livello di fiducia dei consumatori, significa limitare l'attività di impresa e il mantenimento dei posti di lavoro. Questo viene dimostrato anche dalla caduta degli investimenti esteri, per un senso di sfiducia verso il mercato italiano, che si sta verificando in questo periodo, come riporta anche «Il Sole 24 ORE» di questa mattina.

Registriamo positivamente il rimbalzo dell'attività manifatturiera registratosi a giugno, con un aumento fisiologico dopo tre mesi di crolli, ma vorrei ricordare che la manifattura rappresenta un terzo o anche meno - si dice anche un sesto - del prodotto dell'economia italiana. A soffrire rimangono ancora tutti quei settori del terziario, che costituiscono i tre quarti del prodotto e della forza lavoro della nostra Nazione. Va detto che è stato introdotto anche un reddito di emergenza, da destinare alle famiglie più colpite dalla mancanza dei redditi da lavoro, che ha finito per stridere con quello di cittadinanza, che assorbe più di 7 miliardi di euro. Quell'assegno, dato a chi dovrebbe cercare un posto di lavoro, è parso infatti ancora più iniquo rispetto a quello dato a chi il lavoro lo aveva, ma non poteva percepire il salario, pur volendo lavorare a causa della chiusura delle attività.

Ad ogni modo, questo "breve" periodo di chiusura forzata - che ci auguriamo finisca in tempi brevi - ha dimostrato che non si può vivere di sussidi; il sussidio deve essere temporaneo, come dice, finalmente, in una nota di ieri, anche il ministro Catalfo. Forse è arrivata alla considerazione che non ci sono le risorse, caro sottosegretario Misiani, per sostenere a lungo o a tempo indeterminato le richieste che provengono dai percettori di reddito di cittadinanza o di altri sussidi.

Servono strumenti per il rapido inserimento nel mondo del lavoro, che il provvedimento che ha istituito il reddito di cittadinanza non ha previsto, o forse ha previsto, ma con una visione ideologica che non analizzava la difficoltà di far incontrare offerta e domanda di lavoro attraverso un'agenzia pubblica e centri per l'impiego. Allo stesso modo, fu un errore un decreto-legge che, in nome della dignità, consegnasse un sussidio a decine di migliaia di lavoratori che potevano vedere prorogato il proprio contratto, per ostinarsi a dover fare il contratto a tempo indeterminato. Non c'erano gli strumenti e questa grave crisi lo sta sempre più dimostrando.

Sarebbe altresì un errore imperdonabile, sulla scia di un patto di Governo - oramai sempre più debole - se si pensasse di inserire norme sul salario minimo che segnerebbero un ulteriore rallentamento alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Questo avrei voluto dire al Ministro, che non vedo presente ma che sicuramente leggerà l'intervento, o magari avrò modo di avere un incontro diretto con lei.

I posti di lavoro mancano in molti settori e sono difficili da reperire, come ci dimostrano i continui bollettini delle camere di commercio, secondo i quali risulta la carenza di 262.000 posti di lavoro a luglio 2020 e di 622.000 posti di lavoro a settembre di quest'anno. Questo direi al ministro Catalfo.

Si tratta, quindi, di occuparsi di politiche di formazione che lo Stato deve indirizzare ascoltando le scuole, le università e le imprese, che - lo ripetiamo - sono quelle che conoscono le esigenze del mondo produttivo e delle professionalità richieste.

Manca una visione organica del mondo del lavoro e degli strumenti per facilitare la creazione di posti di lavoro. Il Ministro del lavoro non può diventare il Ministro dei sussidi, ma deve fare di tutto affinché la dignità delle persone sia titolata all'avere un ruolo nella società.

Il decreto-legge al nostro esame, che indirizza soldi in mille rivoli, non risolve i problemi della carenza delle figure professionali anzidette, così come la regolarizzazione dei migranti, inserita con improntitudine in questo decreto-legge, ha dimostrato la sua completa inefficacia.

La norma voluta per regolarizzare i braccianti agricoli stranieri sta avendo uno scarsissimo successo, posto che rappresentano circa il 10 per cento delle richieste di regolarizzazione pervenute. Tale norma, invece, è stata utilizzata quasi esclusivamente per regolarizzare le badanti - vedremo nei prossimi mesi se in modo permanente - ma ha lasciato le aziende agricole prive di manodopera, costringendole a lasciare sui campi una larga parte dei raccolti stagionali.

Come ultimo argomento vorrei affrontare il tema del lavoro pubblico, considerato che, con una norma inserita in questo decreto-legge, si è consentito a circa la metà dei lavoratori della pubblica amministrazione di confrontarsi con lo smart working per altri sei mesi. La logica deduzione che se ne trae è che forse sarebbe opportuno verificare in modo serio il lavoro svolto; dopodiché, porre mano al fabbisogno di personale nel settore pubblico riducendo gradualmente - non aumentando - le piante organiche della pubblica amministrazione fino alle effettive esigenze.

PRESIDENTE. La invito a concludere, senatore Floris.

FLORIS (FIBP-UDC). In conclusione, aspettando un nuovo titolo ad effetto del prossimo decreto-legge, dopo i provvedimenti cura Italia, liquidità e rilancio, ci auguriamo che si giunga a una visione organica degli interventi e delle risorse, anche europee, da utilizzare veramente per far ripartire la nostra economia. Il rilancio, però, non può passare attraverso una nuova centralizzazione, o peggio una statalizzazione, ma vuole che diventino protagoniste le tante intelligenze italiane che devono poter provare a mettere il loro entusiasmo e il loro talento al servizio della nostra Nazione. (Applausi).

Signor Presidente, essendo la mia una trattazione più organica, le chiedo di poter consegnare il testo integrale del mio intervento.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Zuliani. Ne ha facoltà.

ZULIANI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, nei pochi minuti a mia disposizione toccherò solo alcuni dei punti che riguardano il decreto rilancio, preoccupato che molte delle misure, scritte secondo il criterio della complicazione, rimangano solo dei proclami o che vengano attivate con tempi biblici. Faccio di seguito alcuni esempi. Nel Titolo IV, l'articolo 105-bis (Fondo per il reddito di libertà per le donne vittime di violenza), al comma 1, recita: « Al fine di contenere i gravi effetti economici derivanti dall'emergenza epidemiologica da Covid-19 in particolare per quanto concerne le donne in condizioni di maggiore vulnerabilità, nonché di favorire, attraverso l'indipendenza economica, percorsi di autonomia e di emancipazione delle donne vittime di violenza in condizione di povertà» vengono stanziate le risorse ripartite con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per le pari opportunità e la famiglia, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, previa intesa in sede di Conferenza unificata. È proprio il riferimento al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che mi preoccupa, perché, per fare un esempio, nella manovra finanziaria un emendamento della Lega che prevedeva l'obbligo di esposizione del numero antiviolenza 1522, condiviso con tutto il Parlamento e tutta la maggioranza, è diventato legge nell'ultima legge di bilancio, ma l'emendamento, poi inserito nel testo, recitava che i contenuti, le lingue, le modalità di esposizione negli esercizi pubblici di tale cartello dovranno essere definiti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, entro novanta giorni dall'entrata in vigore della legge di bilancio. Ad oggi non è ancora stato fatto nulla. È vero che c'è stato il coronavirus, ma anche il più novellino dei funzionari può preparare per il Presidente una tipologia di cartello da esporre nei locali, anche perché c'è stata la chiusura, il lockdown e donne che già erano vittime di violenza si sono trovate in situazioni di gran lunga peggiori.

Visto che vi riempite la bocca di discorsi sulla tutela delle vittime di violenza, perché sulla videosorveglianza nelle scuole di infanzia e nelle RSA vi ostinate a non fare nulla? Non avete a cuore i nostri bambini e i nostri anziani? (Applausi). Nel decreto rilancio si parla di garantire e incentivare l'adozione di tutte le misure necessarie a tutelare la sicurezza sui luoghi di lavoro, ma la sicurezza dei nostri cari, dei nostri bambini, dei nostri anziani non conta nulla?

Passo ad un altro esempio, riferito alla mia Verona, ma che vale comunque per tutte le attività produttive a livello nazionale. Mi riferisco a Lignum, il mobile di Verona, distretto riconosciuto dalla Regione Veneto, uno dei molti distretti produttivi presenti nel nostro bellissimo Paese, da Nord a Sud. Il legno, questo materiale vivo, lo conoscono molto bene i Comuni afferenti alle Province di Verona, Padova e Rovigo, perché lo lavorano da circa un secolo in quei luoghi straordinari di cultura materiale che sono le botteghe e i laboratori artigiani, alcuni dei quali sono veramente all'avanguardia. È nato qui il mobile in stile della pianura veronese, dalle mani degli artigiani, che con le loro 1.200 aziende e i loro 6.600 addetti, hanno portato il loro saper fare in tutto il mondo e con un export verso 53 Paesi, dando vita ad un'economia che è stata forte e vuole tornare ad esserlo. Per essere forte, però, l'economia dei vari distretti produttivi, da Nord a Sud, ha bisogno forse semplicemente della semplificazione, perché è vero che con il decreto rilancio sono state previste alcune misure, ma i nostri artigiani, le imprese, gli imprenditori chiedono una formula semplice, che è questa, Presidente, secondo la situazione attuale: meno tasse, meno burocrazia. Già quello è il rilancio vero. (Applausi). La potenza di fuoco tanto decantata dal Presidente Conte, con iniezioni galattiche, così come da voi gestita, rischia di tramutarsi in una supposta fotonica. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Bertoldi. Ne ha facoltà.

DE BERTOLDI (FdI). Signor Presidente, per il suo tramite mi rivolgo anche al presidente Alberti Casellati, perché credo che il primo dovere di un parlamentare che interviene su un terzo decreto-legge su cui di fatto ci viene impedito di lavorare e di agire, sia quello di appellarsi alle Presidenze delle due Camere perché ciò non debba più ripetersi. Ritengo inaccettabile, inadeguato, sconveniente, vergognoso che il Senato della Repubblica su un terzo decreto-legge di tale importanza sia privato in effetti della possibilità lavorare, di esprimersi e di migliorare provvedimenti vitali ed essenziali per il nostro Paese. Pertanto, signor Presidente, io le trasmetto con forza, con impeto, con sincerità questo messaggio chiedendole che sia l'ultima volta; glielo chiedo certo di interpretare non solo la volontà di Fratelli d'Italia, ma quella di tutti i parlamentari onesti (e credo che siano veramente tutti) che non ne possono più di essere discriminati in questo modo, di vedere delegittimate in questo modo le regole della democrazia e della Costituzione italiana.

Ciò detto, signor Presidente, passando al merito, ho detto che è il terzo decreto-legge, se ne sta allestendo un quarto, ma purtroppo le nostre valutazioni negative non possono cambiare tenore e infatti non ci aspettiamo niente di meglio neanche dal prossimo provvedimento in arrivo; nei giorni scorsi abbiamo letto anche l'emerito professor Cassese stroncare il prossimo decreto-legge semplificazioni.

Oggi però, nella passerella che ci è concessa, come dicevo prima, ci occupiamo del decreto-legge rilancio. Quanto ci sarebbe bisogno di rilancio in questo Paese, signor Presidente, signor rappresentante del Governo. Il provvedimento vale 55 miliardi, che sono stati autorizzati grazie al senso di responsabilità del Centrodestra, che ha permesso alla maggioranza di disporre di risorse pari a quelle di due o tre leggi di bilancio ordinarie per cercare di rispondere a questa emergenza.

Sarebbe facile per me attaccare, fare demagogia, ricordare le mance, le mancette, i monopattini, le consulenze al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell'economia e delle finanze, i biglietti in business class; posso però sorvolare perché queste inadeguatezze, queste cose che nelle scorse legislature avrebbero fatto saltare in piedi gli amici del MoVimento 5 Stelle, ritengo non siano così gravi quanto lo è invece la mancanza di strategia politica, la mancanza di visione in provvedimenti che in effetti non sono altro che una distribuzione a pioggia di denaro senza una strategia. Questo è il problema maggiore che abbiamo; da uomo d'impresa, da professionista rilevo che manca una strategia: occorrevano due o tre linee di intervento chiare e forti per rispondere alle esigenze del Paese, non soldi distribuiti a destra e a manca, non mance o mancette più o meno elettorali, più o meno volute, date a tutti per non dare a nessuno. È il Paese che lo reclama e voi non avete saputo rispondere.

Serviva coraggio, signori della maggioranza; non servivano 50 miliardi, ma molti di più e si potevano trovare. Su questo vorrei fare delle considerazioni. Nei giorni scorsi abbiamo letto una ricerca del centro studi dell'Associazione artigiani e piccole imprese CGIA di Mestre, in cui è stato oggettivato come oggi i redditi da lavoro dipendente, cioè le buste paga, sono inferiori alle pensioni. Questo è un dramma per il Paese, perché nel momento in cui la parte produttiva, cioè chi lavora, è in numero significativamente inferiore a chi giustamente riceve l'assistenza pensionistica, le prospettive sono piuttosto negative. A ciò si aggiunga che la produzione di questo Governo e di questa maggioranza, dal governo Conte 1 al governo Conte 2, si è imperniata su forme perlopiù di assistenzialismo, dal reddito di cittadinanza al reddito di emergenza, per arrivare ovviamente alla naturale cassa integrazione; tuttavia quando le forme di assistenza superano gli interventi sulla produzione, quelli volti a creare imprese e lavoro, non si può dare un futuro ai nostri giovani e al nostro Paese.

Faccio allora una considerazione: avete pensato, signori della maggioranza, che la liquidità delle nostre famiglie, che giace nelle banche del nostro Paese, viene stimata intorno ai 1.200 miliardi? Non so se ci avete pensato, ma temo che in caso affermativo lo abbiate fatto pensando a una patrimoniale. Non è quella la strada che io indico, ma è quella di far riferimento a questo denaro per veicolarlo verso lo Stato e il debito pubblico in modo da ridurre sempre di più la dipendenza anche dall'estero del nostro debito pubblico. Soprattutto, ritengo che questa liquidità vada orientata verso il mercato dei capitali, quei mercati che sono atti a creare capitale per le imprese e quindi a creare investimenti. Non state facendo nulla di tutto questo. Non sono in atto politiche di facilitazione fiscale e la leva fiscale non viene usata in questa direzione.

Abbiamo una borsa italiana che viene caratterizzata su tutti i giornali specialistici come il fanalino di coda dell'Europa; è la borsa che ha sofferto di più anche durante il periodo di Covid-19. È una borsa che non riesce ad essere veramente impulso e benzina per le nostre imprese.

Abbiamo una Consob - lo abbiamo visto anche ieri in Commissione di inchiesta sulle banche - che di fatto non è stata capace di prevenire le perdite miliardarie a danno delle imprese e dei risparmiatori, ma che guarda caso ha favorito alcuni speculatori. E cosa fa il Governo per intervenire sulla borsa italiana? Cosa fa per controllare come la Consob non abbia probabilmente fatto tutto ciò che poteva e doveva fare per tutelare le nostre imprese e i nostri risparmiatori? Su queste grandi tematiche vorrei la maggioranza presente e vorrei anche scontrarmi con chi la pensa diversamente da me, ma sono certo che allora sì potremmo dare un futuro al Paese e alle nostre imprese.

Sul tema della liquidità, quella che manca alle imprese, perché non sono stati accolti l'appello e le proposte volti a detassare, ai fini delle imposte dirette, quegli strumenti finanziari che avrebbero permesso e permetterebbero alle nostre imprese di fare liquidità? Parlo del lease back, parlo del rent to buy e di quegli strumenti che sarebbero in pole position per dare soldi alle nostre imprese italiane, ma per poterli agevolare avreste dovuto detassarli, com'è stato chiesto da tante associazioni del mondo finanziario e dell'impresa. Nulla di tutto questo. Non si detassa, perché non si vuole utilizzare la leva fiscale, non si vuole utilizzare l'unico strumento o uno dei pochi strumenti davvero atti a risanare l'economia e a rilanciare le imprese.

Invece che fare assistenzialismo, facciamo in modo che le imprese abbiano voglia di crescere, di investire, di lavorare e mettiamole nelle condizioni di poterlo fare. Non servono le mancette, i piccoli crediti d'imposta, le cose ridicole che hanno riguardato il turismo. Il «Sole 24 ORE» oggi parla di 40.000 imprese a rischio fallimento nel turismo e voi pensate di rispondere al turismo con il credito di imposta per le persone che hanno un ISEE fino a 40.000? Ma ci stiamo prendendo in giro?

In conclusione, Presidente, mi conceda ancora un minuto per ricordare un'altra categoria che avete dimenticato completamente, che è quella dei professionisti. Dopo averla discriminata nel decreto-legge liquidità e nel cura Italia, dopo averla discriminata prevedendo limiti di reddito solo per loro, solo per i professionisti, per avere il sussidio, l'avete discriminata anche in questo decreto in modo vergognoso - lo dico da professionista e con orgoglio - negando solo ai professionisti italiani, ai 2.300.000 professionisti ordinistici, quel contributo a fondo perduto che giustamente viene riconosciuto alle imprese e agli altri lavoratori autonomi. Ribadisco: 2.300.000 professionisti che non hanno diritto a ciò che invece spettava loro e cioè il credito d'imposta.

Non avete fatto nulla per bloccare uno smart working nell'ambito del settore pubblico che sta penalizzando l'intero Paese. Gli avvocati vanno in tribunale e non riescono a lavorare perché nelle cancellerie non c'è nessuno. Noi commercialisti andiamo all'Agenzia delle entrate, ma dobbiamo usare il telefono per fare le adesioni e le trattative, perché non troviamo i dipendenti, cui magari - come dice la CGIL, che spesso vi ispira - dobbiamo dare anche il buono pasto mentre stanno a casa. Nel frattempo gli artigiani, i commercianti e i lavoratori autonomi hanno chiuso bottega e i lavoratori dipendenti del settore privato rischiano il licenziamento. Sono queste le risposte che credete di dare al Paese per crescere?

Cari amici, concludo auspicando che ci sia un rinsavimento (lo auspico davvero perché il Paese ne ha bisogno). I colleghi che mi hanno preceduto hanno paventato un ottobre o un novembre di difficoltà e il ministro Lamorgese ha detto chiaramente che rischiamo tensioni sociali. È nella vostra responsabilità dare risposte che siano non più di distribuzione a tutti, ma di crescita per l'intero Paese. Di questo abbiamo bisogno e per questo Fratelli d'Italia c'è e ci sarà solamente se saprete essere concreti, propositivi e davvero vincolati all'unico interesse che ci deve muovere, ossia la ripresa del nostro Paese. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Saponara. Ne ha facoltà.

SAPONARA (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, della cultura e del valore dell'istruzione in molti si riempiono la bocca, ma quanto viene investito in questi importanti settori è sempre poco rispetto al gettito che possono generare e alla loro valenza sociale.

Non fa eccezione il cosiddetto decreto rilancio, che per i settori istruzione e cultura ha riservato una fetta di investimenti paragonabile a un'ostia, come testimoniato dalle audizioni appena concluse in Commissione istruzione pubblica, beni culturali. Un'ostia - dicevo - assolutamente insufficiente per valorizzare quello che dovrebbe essere uno dei volani trainanti della nostra economia, perché investire in cultura significa favorire il turismo; investire in istruzione significa preparare le nuove generazioni e i giovani a tenere in mano le redini di questo nostro Paese; investire in università e ricerca significa essere competitivi con gli altri Paesi europei; un investimento in tal senso significa valorizzare le grandi potenzialità del Paese Italia.

Invece, con questo decreto (che di rilancio ha solo il nome) l'Italia - ancora una volta - non fa un salto in avanti, ma resta indietro rispetto agli altri Paesi europei. E - ciò che è peggio - il decreto-legge in esame lascia indietro tanti che lavorano nel settore artistico e culturale. (Applausi). Eppure stiamo parlando di 55 miliardi di euro, una cifra pari a quella di due leggi di bilancio. Stiamo parlando di 266 articoli raccolti in un tomo di quasi 1.000 pagine e scaturiti dallo studio e dal lavoro di 470 esperti, oltre ai Ministri e ai Sottosegretari.

Stiamo parlando di un decreto-legge che faceva ben sperare, ma che alla fine ha deluso tutti e - come se non bastasse - non c'è più tempo neppure per correggerlo, perché scade fra pochi giorni, e qui in Senato è arrivato blindato e nulla si è potuto aggiungere a quanto licenziato dalla Camera dei deputati.

Nonostante i numerosi emendamenti migliorativi presentati dalle opposizioni (1.500, per la precisione) e i proclami da parte della maggioranza di una collaborazione con le forze di opposizione, alla fine, nel passaggio alla Camera dei deputati, sono stati concessi poche briciole e pochi spiccioli, accogliendo solo pochissimi emendamenti, tra cui - e di questo ne siamo orgogliosi - quello relativo ai fondi per le scuole paritarie che, grazie alla costanza e alla perseveranza della Lega, sono stati infine raddoppiati. (Applausi).

Sono invece rimasti irrisolti, per quanto riguarda i settori di competenza della Commissione istruzione pubblica, beni culturali, le questioni relative al precariato degli insegnanti e del personale ATA e non solo.

In questo decreto manca la definizione di un quadro di interventi di riqualificazione delle scuole alla luce delle imminenti necessità legate alla riapertura a settembre. Manca un necessario fondo liquidità per la cultura, per garantire un sostegno finanziario alle imprese culturali. Manca la garanzia dello Stato in favore delle imprese di assicurazione a copertura dei rischi derivanti da Covid-19 per le produzioni cinematografiche e teatrali, visto che le assicurazioni si rifiutano di risarcire i danni da interruzione della produzione culturale causata dall'epidemia. Manca la previsione di interventi per i musei civici e per il rafforzamento delle attrattività dei piccoli borghi attraverso il restauro e il recupero di spazi urbani, edifici storici e culturali. Manca un opportuno finanziamento del fondo per il rilancio del sistema nazionale sportivo. Mancano, soprattutto, una visione strategica e una riprogrammazione del comparto scolastico e delle discipline universitarie. Manca il coraggio di staccarsi da quel rigorismo europeo che con i tagli imposti ha inciso così negativamente anche su un settore come quello della cultura, trainante per la nostra economia.

Noi abbiamo cercato di portare il nostro contributo al provvedimento, presentando anche ieri in Commissione un parere alternativo a quello della maggioranza, mettendo in evidenza alcune delle cose che con questo decreto-legge non si sono fatte, alcune questioni che non sono state affrontate.

Onorevole rappresentante del Governo, è stato imbarazzante verificare che alcune nostre osservazioni coincidevano con quelle contenute nel parere della maggioranza.

Come si può quindi dare un parere favorevole a un decreto-legge in cui la stessa maggioranza riscontra delle mancanze? Come possiamo parlare di rilancio quando lo stesso segretario generale della CGIL afferma che musei, archivi e biblioteche hanno difficoltà ad aprire al pubblico? Le sale cinematografiche e i teatri non sanno se e come proseguire un'attività che comunque si presenta dimezzata. E ancora, che per i lavoratori del settore artistico e culturale il Governo è intervenuto, ma le misure sono ancora insufficienti.

In sintesi - e concludo - con questo provvedimento, il cui ritardo è indiscutibile, assistiamo a una serie di interventi spot che corrono dietro ai problemi, senza peraltro risolverli, esattamente come quando si rattoppa una strada che avrebbe bisogno invece di un'asfaltatura uniforme, un po' come le strade di Roma. E finché ci sarà questo correre dietro ai problemi, senza una strategia, senza saperli veramente anticipare, non potrà mai esserci un vero rilancio per il nostro Paese. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mallegni. Ne ha facoltà.

MALLEGNI (FIBP-UDC). Signor Presidente, signor sottosegretario Misiani, colleghi, io questa volta, a dir la verità, ci avevo proprio sperato. Quando ho visto il titolo, ho pensato: questa volta ci siamo. Infatti qualche dubbietto ci era venuto sul cosiddetto decreto dignità; gli altri nomi ci sembravano poco entusiasmanti, ma quando ho visto la parola «rilancio», ho detto: è la volta buona, ci siamo riusciti; un sussulto di dignità e rispetto per gli italiani. E, poi, dopo una grande lettura che, come ben sapete, è cambiata diverse volte, mi sono rassegnato. Se si dovesse fare un ragionamento legato ai quotidiani, il titolista è un fenomeno, ma chi fa l'articolo una tragedia.

Mi spiace che, come sempre, le discussioni si svolgano in Aule semideserte, con i banchi del Governo abbandonati alle capaci mani del sottosegretario Misiani, che se fosse stato ancora all'opposizione, in Commissione avrebbe detto molto peggio di quello che sto per dire io. Ai 266 articoli iniziali ne abbiamo aggiunti altri 80, 150 commi molto più corposi e, anche qui, ci aspettavamo una soluzione importante e un'assunzione di responsabilità da parte del Parlamento.

Questo è il primo dato, poi arrivo ai numeri: un impegno della maggioranza per poter discutere anche al Senato, compiutamente, il cosiddetto decreto rilancio.

Vi ricordo - lo ricordo agli amici della maggioranza che oggi non sono in Aula perché hanno altro da fare - che i 55 miliardi previsti dallo scostamento che è stato votato dal Parlamento, se non ci fosse stata l'opposizione, non ci sarebbero stati. Se non ci fossero stati i voti dell'opposizione, lo scostamento non ci sarebbe stato. È stato possibile raccogliere anche il consenso dell'opposizione perché, tra persone serie, ci eravamo detti che il decreto-legge doveva essere di tutti, doveva entrare nel merito delle esigenze che tutte le forze politiche che rappresentano l'intero Paese possono segnalare e, di conseguenza, portare contributi veri, concreti e reali rispetto ad una parte politica che oggi non rappresenta più la maggioranza degli italiani.

Ebbene, è successo esattamente il contrario. Addirittura la maggioranza ha presentato migliaia di emendamenti alla Camera, e lo dico per farvi capire quanto fosse significativo quel decreto, per approdare in Senato ieri e ricevere in fretta e furia i pareri delle Commissioni. Ieri sera c'è stato uno sconfortato appello del nostro Capogruppo in Commissione bilancio, senatore Pichetto Fratin, che ha detto che abbiamo visto transitare il decreto perché non ci siamo potuti nemmeno impegnare nella discussione degli emendamenti che abbiamo presentato.

Oggi c'è la discussione generale, poi ci saranno le dichiarazioni di voto e domani mattina si voterà la fiducia, perché se non mettete la fiducia non è detto che il decreto al nostro esame passi, perché le imprese e i cittadini che stanno all'esterno hanno capito che è l'ennesima fregatura. Nel settore del turismo che qualcuno ha citato - io me ne occupo da sempre e ne ho la responsabilità per il partito di Forza Italia - vi ricordo che, tra diretti e indiretti, ci sono circa sette milioni di persone. Funzionerà così quest'anno, anzi sta funzionando così: chi lavorava dodici mesi ne sta lavorando sei, chi ne lavorava sei ne lavorerà quattro, chi ne lavorava quattro non lavorerà e voi vi troverete a pagare, noi ci troveremo a pagare perché siamo cittadini contribuenti, cassa integrazione sine die, ammortizzatori sociali sine die. Anche in quel caso abbiamo proposto di rimandare tutti a lavorare, di dare la cassa integrazione come dote e far pagare la differenza al datore di lavoro in maniera tale da avere un introito ulteriore di tasse e mantenere il livello occupazionale e la capacità di spesa del popolo italiano. Stiamo parlando di sette milioni persone: un settore che vale dal 13 al 25 per cento del prodotto interno lordo. Voi avete preso un quarto del prodotto interno lordo e l'avete buttato nel WC. (Applausi).

Ci sono dalle 40.000 alle 60.000 imprese, parlo di strutture alberghiere, che non sanno cosa fare, e 30.000 imprese per il turismo balneare, oltre a migliaia e migliaia di negozi. Vi abbiamo detto di esentare dall'IMU le categorie C e D, non C3 e D2. I tour operator che fanno? Guardano e gli sta bene pagare le differenze? Le imprese che non rientrano nella categoria D2 che fanno? Pagano l'IMU come se nulla fosse? Il 30 giugno abbiamo iniziato a finire le proroghe. Dobbiamo pagare le tasse. Ci sono tasse da pagare? No, ci fate pagare le tasse del 2019 come se nel 2020 avessimo incassato?

Io credo che voi siate fuori dal mondo. Ridete e mi guardate, ma vi dovete vergognare. (Applausi). Siete gente che nella vita ha sempre visto gli altri far qualcosa. Le partite IVA sono l'ossatura di questo Paese.

Avete abbandonato i bus turistici, come se fossero fantasmi; per 88 milioni di euro li avete cambiati all'ultimo minuto dicendo che non c'era la copertura da parte della Ragioneria dello Stato. Io sono indignato per voi, sono preoccupato per le persone che non avranno o perderanno il lavoro definitivamente e sono preoccupatissimo anche per il futuro. Girate per Roma, se non avete il tempo di andare altrove, e guardate quanti negozi sono chiusi o quanti alberghi non hanno riaperto. Guardate!

Ci avete preso in giro col tax credit. Avete detto, a chi non ha mai fatto le vacanze, di andare a farle, come se dovesse trovare i soldi sotto il tappetino di casa. Queste persone sono ancora più arrabbiate di prima. Vi dovete vergognare.

Non avrete mai il nostro voto su questo e noi ci batteremo. Abbiamo una posizione netta e chiara per cercare di migliorare le cose, ma almeno permettetecelo e non ponete sempre la questione di fiducia. Guardate che qualcun altro, oltre a voi, qualche idea migliore potrebbe anche averla, in particolare se nella vita ha sempre lavorato e non guardato, come la maggioranza di tutti voi. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pillon. Ne ha facoltà.

PILLON (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, non sarei voluto intervenire, perché onestamente sono colpito dalla sostanziale inutilità cui avete ridotto il Parlamento, concepito dai Padri costituenti come un luogo del dialogo e dell'arricchimento reciproco e trasformato in un votificio per la legittimazione postuma dei vostri decreti.

Poi ho letto l'articolo 105-quater del decreto-legge e ho deciso di parlare, perché la gente sappia e a futura memoria. Con la norma in parola stanziate 4 milioni di euro per uno «speciale programma di assistenza» per le vittime di discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere. Vogliamo parlare di discriminazioni? Ho scritto all'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD), che è l'organismo della Polizia e dei Carabinieri delegato a verificare i casi di discriminazione. Mi hanno risposto che ci sono 33 casi all'anno di discriminazione per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Se la matematica non è un'opinione, 4 milioni di euro diviso 33 casi all'anno significa 121.000 euro per ciascun caso.

Vogliamo parlare di discriminazioni? Nello stesso periodo, due milioni di famiglie sono scese sotto la soglia di povertà, quindi voi avrete sicuramente stanziato 240 miliardi di euro, per dare la stessa somma a ogni famiglia scesa sotto la soglia di povertà. Lo avete fatto? Neanche per idea. Nello stesso periodo 150.000 piccole e medie imprese hanno affrontato da sole, a mani nude, la crisi del coronavirus. Avrete sicuramente stanziato 18 miliardi di euro, per dare a ciascuna delle piccole e medie imprese 120.000 all'anno. Assolutamente no; anzi, il 20 luglio fate pure pagare l'acconto IRPEF. Nello stesso periodo abbiamo toccato il fondo con il peggior tasso di natalità in centodue anni; avrete sicuramente stanziato la stessa somma per i 435.000 striminziti nuovi nati nel 2019, per dare una speranza al Paese. Avrete quindi stanziato 52 miliardi di euro per i nuovi nati. Assolutamente no.

La verità è che a discriminare siete voi, coprendo d'oro chi vi sta ideologicamente simpatico e abbandonando al loro destino famiglie e imprese. (Applausi).

Ma almeno quei soldi fossero andati davvero a povere persone, più o meno presuntamente discriminate (anche se ci sarebbe da spiegare che per discriminazione intendete anche, per esempio, il fatto che si dica che due uomini non possono adottare un bambino o che due uomini non possono affittare l'utero di una donna e acquistare un bambino online; anche questa per qualcuno è discriminazione). Almeno questi soldi fossero andati davvero a persone povere e discriminate; la verità è che, invece, questi 120.000 euro ciascuno (4 milioni di euro complessivi) sono andati ad alimentare l'apparato che ogni mese, ogni anno, ogni elezione costruisce il vostro consenso politico.

Queste non sono risorse utilizzate contro le discriminazioni. Per usare le parole del segretario del Partito Democratico Zingaretti, che ha rilasciato un'intervista il 20 maggio 2019, «in Consiglio dei ministri portano solo marchette elettorali». Ecco, queste sono marchette elettorali. (Applausi).

PRESIDENTE. Senatore Pillon, richiamo anche lei ad un linguaggio più consono a quest'Assemblea. Dovrebbe avere già sentito che la citazione da altri non vale per chi parla in quest'Aula.

PILLON (L-SP-PSd'Az). Allora, signor Presidente, richiami anche il suo segretario.

PRESIDENTE. In questo momento mi sto rivolgendo a lei.

È iscritto a parlare il senatore Quarto. Ne ha facoltà.

QUARTO (M5S). Signor Presidente, onorevoli colleghi e membri del Governo, il coronavirus, tragedia planetaria, non arriva dalla cometa Neowise, né per caso e men che mai per opera di fantasiosi complotti. È ormai assodato che la pandemia in atto ha come concausa un errato modello di sviluppo globale, costruito negli ultimi decenni. È la cronaca di un virus annunciato: annunciato da HIV, Mers, Sars, Ebola, Zika. I microscopici nemici ormai ci accerchiano. D'altronde, è il loro compito. Tocca a noi umani arginarli.

La relazione salute-ambiente è inevitabile. Maldestramente, o perfino criminalmente, stiamo distruggendo la nostra casa comune. Stiamo sconvolgendo gli ecosistemi: disboscamenti con gravi perdite di foreste pluviali, agricoltura e inurbamento insostenibile, allevamenti intensivi, estrazioni minerarie illimitate, processi industriali inquinanti. Molto probabilmente saremo in grado di contrastare virus e batteri, ma non gli inquinamenti irreversibili, la perdita di biodiversità, il surriscaldamento globale.

La nostra folle corsa al "mal essere" ha talmente inciso sulla biodiversità da costringere differenti specie animali a condividere innaturalmente i loro habitat. Conseguentemente, virus e batteri saltano facilmente di specie, arrivano nei nostri polmoni e, in un giorno, fanno il giro del mondo. Così, in pochi mesi, il Pianeta è stato percorso dalla più grave tragedia sanitaria e socioeconomica degli ultimi cento anni. Ed è ancora in piena bufera.

Purtroppo, l'Italia è stata la prima tappa occidentale del virus. Lo stato di emergenza dichiarato velocemente e l'altrettanto tempestivo lockdown hanno mitigato enormemente l'immane tragedia. La risposta del Governo Conte, basata su di un valido supporto scientifico, è stata un connubio di determinazione, responsabilità ed efficacia.

Pur nella dolorosa tragedia dei nostri cari che non ce l'hanno fatta (e qui, scusate, il mio pensiero va a padre Michele, un sacerdote conterraneo che non ce l'ha fatta ed è morto di coronavirus) molte vite sono state salvate. Si badi bene: non solo vite di nostri connazionali, perché il modello italiano di contrasto al virus è stato esportato in tutto il mondo. Altro che immunità di gregge; altro che demenziali Covid party. L'Imperial College di Londra, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature, sostiene che, senza lockdown, in Italia ad oggi ci sarebbero stati oltre 650.000 morti.

Il peggio sembra scongiurato, grazie anche alla grande risposta civica dell'intero popolo italiano, che ha ben compreso che la limitazione della libertà individuale era funzionale alla libertà collettiva. Un plauso speciale va a chi ha lenito le tristi ferite pandemiche: operatori sanitari, Protezione civile, Forze dell'ordine, volontariato sociale. Grazie a tutti i lavoratori che hanno garantito una certa normalità. Qui mi piace sottolineare l'abnegazione dei docenti, che hanno dovuto letteralmente inventarsi la didattica a distanza. Ancora una volta, il senso del dovere e il genio italiano hanno permesso il prosieguo dell'anno scolastico e accademico.

Questa crisi pandemica ci sta fornendo due straordinari insegnamenti: nessuno si salva da solo, ovvero il valore della solidarietà umana, e la necessità di correggere gli attuali modelli di sviluppo. Nel "dopo virus" nulla dovrà essere più come prima: occorrerà una conversione ecologica; i modelli di produzione e consumo dovranno essere ecosostenibili, ma per davvero e non solo proferendo parole abusate e vuote. Le parole pregne di significato, direi guerriere, per le quali lottare ogni istante con onestà, competenza e passione per costruire un modello socioeconomico a prova di virus e giusto, devono essere: solidarietà, condivisione, ambiente, salute, sicurezza, lavoro e giustizia sociale, cultura, scuola, ricerca scientifica, sistema sanitario efficiente, innovazione tecnologica, energia rinnovabile, mobilità sostenibile.

Ovviamente la pandemia ha leso le fasce più deboli e danneggiato e rallentato gravemente l'economia. Per l'emergenza umanitaria, il ristoro dei danni e un rilancio economico sono stati varati due decreti-legge dal valore di 80 miliardi di euro.

Quanto al decreto-legge in discussione, mi soffermo solo su alcune misure che intervengono con decisione, innovazione e genialità, per dare compimento alle parole guerriere: 1,5 miliardi di euro destinati alla Protezione civile per il Fondo per le emergenze nazionali per il 2020, per un sempre più efficiente pronto intervento; rafforzamento del sistema sanitario (3,2 miliardi), per il superamento delle criticità evidenziate nel clou della fase pandemica; 1,5 miliardi di euro in due anni alla scuola, per un sistema scolastico sicuro, pronto alla ripartenza in presenza e a modularsi con più semplicità nell'eventuale necessità di una didattica a distanza. Inoltre, 1,5 miliardi di euro ad università e ricerca, di cui 250 milioni per assumere 3.300 ricercatori universitari con contratti triennali e 1.000 ricercatori negli enti pubblici di ricerca, e 550 milioni di euro per finanziare progetti di ricerca innovativi: menti e finanziamenti per l'innovazione tecnologica, pilastro fondamentale del necessario nuovo paradigma socioeconomico post pandemico. Cultura e turismo: 2,5 miliardi di euro. Cultura significa bellezza e, assieme al turismo, può essere un formidabile asse di sviluppo ecosostenibile e duraturo, dati gli straordinari beni ambientali e culturali che l'Italia vanta. Ancora 300 milioni di euro per la promozione della mobilità sostenibile (bonus per bici, monopattini e per gli autoveicoli a basse emissioni di CO₂; fino a 10.000 euro per le auto elettriche).

L'articolo 119 - fondamentale, secondo me - rafforza le agevolazioni per alcuni interventi di efficienza energetica e misure antisismiche sugli edifici effettuate dal 1° luglio 2020 fino al 31 dicembre 2021 (i cosiddetti ecobonus, sismabonus, bonus fotovoltaico e colonnine elettriche), tramite un credito di imposta del 110 per cento, anche cedibile. Estremamente interessante è poi la possibilità di poter realizzare impianti di climatizzazione geotermici. L'Associazione nazionale dei costruttori edili (ANCE) stima lavori per 6 miliardi di euro e ricadute per 21 miliardi di euro e 100.000 posti di lavoro.

Concludo: il decreto-legge in discussione non snocciola numeri secondo astrusi elenchi, ma traccia una visione chiara, volta a coniugare in modo geniale salute, sicurezza, solidarietà, ecologia e rilancio economico. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pergreffi. Ne ha facoltà.

PERGREFFI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, ascoltare a volte serve per capire le esigenze reali. Non serve invece chiudersi nei palazzi e guardarsi allo specchio, facendo annunci roboanti o nominando centinaia di esperti che tuttora ci chiediamo cosa abbiano fatto, cosa abbiano suggerito, a cosa siano serviti, a parte delegittimare il Parlamento. (Applausi).

Il Paese reale e le imprese reali avevano bisogno d'aiuto e noi, responsabilmente, abbiamo votato due volte lo scostamento di bilancio e ci saremmo aspettati un minimo coinvolgimento nelle scelte, non per noi ma per chi lavora, per tutte le categorie che hanno provato a far capire le proprie esigenze, che non sono importanti, sono essenziali! (Applausi).

Sia alla Camera sia al Senato abbiamo presentato una serie di emendamenti per migliorare un provvedimento che, alla prova dei fatti, è del tutto inadeguato.

Nel decreto-legge in conversione non sono presenti misure idonee a consentire l'immediato sblocco degli investimenti pubblici né misure di semplificazione della normativa vigente in materia di appalti pubblici. Gli interventi infrastrutturali previsti sono esigui e localistici, né si inseriscono in una visione organica di sviluppo infrastrutturale e le risorse destinate allo scopo sono irrisorie.

Nel decreto-legge in conversione non sono previste misure atte a risolvere i problemi cronici che affliggono gli uffici della motorizzazione civile di tutta Italia, incapaci - ancor più in questo momento d'emergenza - di espletare in tempi ragionevoli l'esame di guida, nonché le pratiche di revisione e collaudo periodici dei veicoli, con grave danno per i cittadini e, conseguentemente, per la sicurezza stradale in generale. Ma non avete accolto le nostre proposte per risolverli.

Abbiamo fatto proposte per le compensazioni dei danni subiti dagli operatori del settore aereo. Nel decreto-legge in esame si istituisce un fondo con una dotazione di 130 milioni di euro per l'anno 2020, al quale tuttavia possono accedere soltanto gli operatori nazionali e non anche i tanti operatori stranieri dotati di base operativa in Italia e con un elevato numero di dipendenti italiani, che sono completamente dimenticati. A tale fondo non possono accedere inoltre le società di gestione aeroportuale e di handling, entrambe del tutto escluse da qualunque misura di sostegno economico e finanziario, nonostante i costi ugualmente sostenuti durante tutta la fase di lockdown, stanti l'inattività e l'improvvisa riduzione dei ricavi.

Nel decreto-legge non viene prevista alcuna disposizione che obblighi i vettori aerei al rimborso del corrispettivo pagato per i titoli di viaggio non fruiti a causa dell'emergenza e ciò a discapito di cittadini, famiglie e imprese e in palese contrasto con quanto previsto dal regolamento comunitario e dai relativi orientamenti interpretativi da ultimo adottati dalla Commissione europea. (Applausi).

Abbiamo fatto proposte per sostenere il settore del trasporto pubblico locale e regionale dei passeggeri. A seguito degli effetti negativi derivanti dall'emergenza epidemiologica, si destinano 500 milioni di euro per compensare la riduzione dei ricavi tariffari, però per le associazioni di categoria le risorse necessarie sono appena un miliardo di euro.

Non sono previste misure per il sostegno degli operatori del trasporto marittimo. Abbiamo messo adempimenti inutili e gravosi per le imprese in amministrazione con un piano degli spostamenti casa-lavoro e il mobility manager, come se le imprese non ne avessero abbastanza. C'è una sperequazione finanziaria enorme tra i monopattini e invece l'automotive, una cosa assurda: la gente non mangia coi monopattini! (Applausi).

Non andrà tutto bene, comunque, e non è andato tutto bene: i cartelli su cui c'era scritto «Andrà tutto bene» si sono trasformati nel frattempo in «Affittasi»; rendetevene conto. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vallardi. Ne ha facoltà.

VALLARDI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, in questi quattro minuti a mia disposizione parlerò di agricoltura, perché è evidente che, se mangiamo ogni giorno, è grazie ad essa e soprattutto, se siamo sopravvissuti durante il periodo del lockdown, è grazie ai nostri agricoltori (Applausi), ai quali, assieme ai medici e agli infermieri, va sicuramente il mio grande riconoscimento, come penso quello di tutta l'Assemblea.

Quest'agricoltura ha vissuto e soprattutto sta vivendo un periodo difficile: è difficile sopravvivere con il biologico in Italia, quando siamo in forte competizione con gli altri Paesi, che spesso e volentieri si comportano scorrettamente, perché dalle altre parti si produce in maniera non sempre consona ai requisiti a cui sono soggetti gli agricoltori del nostro Paese.

Mi sarei aspettato quindi che in questo decreto rilancio ci fossero grandi investimenti per l'agricoltura italiana, che ne ha un fortissimo bisogno. Ero fortemente convinto che ci fossero tanti soldi per l'agricoltura italiana in questo decreto rilancio, perché, quando ho sentito parlare di potenza di fuoco di 750 miliardi di euro, mi son detto che era la volta buona per l'agricoltura italiana.

Invece, alla fine, vediamo che all'agricoltura italiana sono destinati 1,1 miliardi di euro: mi viene da ridere a pensare che gli agricoltori italiani contino neanche un centesimo del valore del pensiero di questo Paese. (Applausi).

Sappiamo benissimo che, di fronte ai cambiamenti climatici, che sono evidenti e che sono stati presi in considerazione da tutto l'arco politico, solo con riferimento all'irrigazione, parte fondamentale di un'agricoltura innovativa, e ai disastri che avvengono per le inondazioni sempre più frequenti, a causa dei cambiamenti climatici, l'Associazione nazionale bonifiche, irrigazioni e miglioramenti fondiari (ANBI) dice che ci vogliono 2 miliardi di euro solo per gli interventi essenziali e noi abbiamo stanziato 1 miliardo e 150 milioni di euro. Questo è prendere in giro i nostri agricoltori e quindi prendere in giro anche il nostro futuro. Mi auguro che non saremo più nuovamente chiusi in casa, ma, quando eravamo chiusi in casa, più di qualcuno si è chiesto "oggi cosa mangio?" e "domani cosa mangio?", soprattutto all'inizio del lockdown, quando il Governo aveva pensato bene di chiudere anche l'ortofloricoltura, che - lo ricordo a tutti - oggi è ancora il settore più danneggiato, perché per l'ortofloricoltura e per il settore vivaistico non sono stati stanziati soldi a sufficienza.

Quindi mi auguro che il Governo ci ripensi, se non con il provvedimento in esame, magari con i prossimi. Lo dico con il cuore in mano e a nome di tutti quegli agricoltori, che ogni giorno si alzano alle 4 o alle 5 di mattina e arrivano a lavorare magari fino a sera, per portare a casa il reddito minimo per poter sopravvivere. Questa non è assolutamente dignità. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Gallone. Ne ha facoltà.

GALLONE (FIBP-UDC). Signor Presidente, rappresentante del Governo, cosa si può dire di un provvedimento sul quale non si può dire niente e non si può fare niente?

Cosa si può fare di un provvedimento, che arriva blindato dall'altro ramo del Parlamento, in un sistema ormai sostanzialmente monocamerale, che ha distrutto il sistema democratico, tant'è che persino il Presidente della Commissione bilancio, che senz'altro non fa parte dell'opposizione, ha stigmatizzato questo modus operandi?

Cosa si può dire di un provvedimento gigantesco, un provvedimento con la «P» maiuscola, che ha da distribuire e da destinare 55 miliardi di euro, con 98 decreti attuativi e 113 provvedimenti? Si tratta di una manovra che vale tre volte e mezzo una manovra di bilancio, per un totale di 55 miliardi di euro di scostamento di bilancio. Attenzione, perché ciò vuol dire che ogni singolo centesimo sarà utilizzato con criteri assolutamente discrezionali, rispetto alla priorità delle scelte. Non ci sono cioè capitoli imposti, ma ogni singolo centesimo sarà speso secondo la volontà del Governo.

Si tratta di un provvedimento che deciderà del futuro del Paese, che sta uscendo ora - se lo permetterà il Governo, visto che lo vuole prorogare ad libitum - dello stato d'emergenza e che al posto di investire sul futuro, grazie ai fondi a disposizione, assume un debito che non potrà mai essere saldato perché i debiti si saldano, se si contraggono per effettuare investimenti, dato che senza investimenti, ma concentrando tutto sulla spesa corrente, con bonus spot, sarà come lanciare soldi dalla finestra, che non producono e non produrranno ricchezza e rilancio, ma che saranno un inutile spreco.

Se mi prestano dei soldi e, una volta uscita di qua, li uso per comprare una borsetta o per andare dal parrucchiere, non potrò mai restituirli. Il concetto è chiaro? Si potrebbe dire tanto, ma le parole servono a poco o non servono a niente, davanti a persone che perderanno il lavoro, davanti a settori completamente dimenticati, davanti a imprenditori che piangono la notte, non solo per loro stessi, ma per i loro dipendenti e per loro stringono i denti(Applausi), attingendo al loro patrimonio personale, anticipando in attesa di una cassa integrazione, che per molti ancora non è ancora arrivata.

Mi viene la pelle d'oca mentre parlo, perché ho ancora davanti a me gli occhi, evidenziati dalle mascherine, dei trasportatori turistici e scolastici che ho incontrato sabato, insieme al collega Mallegni, con gli autobus fermi, con le ragnatele sulle ruote, a testimoniare la paralisi dell'Italia. Io mi sento responsabile, personalmente responsabile, perché rappresento tanti, centinaia, migliaia di cittadini che voi oggi imbavagliate.

Vorrei vedere il Governo incontrare i lavoratori occhi negli occhi; vorrei vedere Conte uscire dallo schermo e parlare in pubblico, in carne e ossa, in una piazza. (Applausi). Ma per questo ci vuole coraggio, non il coraggio dimostrato venendo a Bergamo, nella mia città, nella notte, senza neanche ricordarsi il nome di Alzano e Nembro, i paesi falcidiati dal virus e oggetto di rimpallo di responsabilità, quando sappiamo bene che i militari c'erano da giorni ed è il Governo a mandare i militari, non la Regione, li manda il Governo. (Applausi). E non ha deciso.

È lo stesso coraggio che ci vuole a far morire la scuola, l'ossatura di un Paese, affidando al dottore Arcuri, mister mascherine, la sicurezza e la ripartenza. Il dottor Arcuri, che si è portato via le mascherine prodotte a Bergamo; andate a chiedere da dove arrivano le mascherine che sono state mandate alla Protezione civile e che a Bergamo non sono mai più ritornate! (Applausi). E oggi cosa vuole fare? Vuole comprare banchi ergonomici dimostrando l'incompetenza di chi non è mai entrato in una classe - sono un'insegnante e quindi mi permetto - ma anche di chi non rammenta quando a scuola - lo ricordate? - facevano dividere i banchi per fare le verifiche. Ci vuole così poco: si dividono i banchi, uno per banco e hai già fatto il distanziamento. E invece no, dai, buttiamo via altri soldi perché tanto cosa ce ne frega, abbiamo vinto alla lotteria, chi se ne frega!

Vorreste allestire teatri e tendoni per ospitare gli studenti e rifiutate, invece, l'alleanza con la scuola paritaria che metterebbe a disposizione i propri spazi; tanto, chi se ne frega; vivete nell'iperuranio, siete completamente schiavi nel recinto di arcaiche ideologie, quindi, Parlamento imbavagliato, cittadini imbavagliati. Anzi, peggio, Parlamento lasciato parlare come Cassandra. Ma noi combatteremo con tutte le nostre forze per non far entrare il cavallo che è fuori dalle nostre porte e che ha un nome e un cognome: si chiama Cina. Quindi, solito sciupio di inutile carta - lo dico da Capogruppo della Commissione ambiente - solito sciupio di soldi che vengono dispersi in mille rivoli.

Questo Governo non rilancia nulla, non rilancia il Sud, non fa ripartire e non aiuta il Nord, non agevola gli imprenditori e rimettersi sul mercato, non dà prospettive ai lavoratori, manca di un intervento realmente risolutivo, non c'è visione, non c'è prospettiva, solo uno scarico di responsabilità continuo e sistematico. Eppure, non sarebbe difficile. Basterebbe - che so - concentrarsi su due o tre settori strategici che tirano tutto il resto; far ripartire, per esempio, l'edilizia, l'automotive, il turismo, e di conseguenza si muoverebbe il comparto del riciclo, quello dei trasporti, del food, degli eventi, della cultura, dello spettacolo, il mondo operaio, i professionisti, e via dicendo, in una splendida cascata di vero rilancio. Per non parlare dell'agricoltura, che non contempla neanche i voucher: poi piangiamo, perché facciamo entrare i lavoratori stranieri, però all'agricoltura neanche il sistema dei voucher.

Per contro, ci sarà un rilancio, certo, ma sarà il rilancio dell'assistenzialismo: tasse per chi lavora, soldi gratis per chi non lavora. Lo voglio sottolineare ancora: tasse per chi lavora, soldi gratis per chi non lavora. (Applausi). Non stupiamoci, poi, se il Paese va in recessione.

Il Governo che fa? Se ne frega, con una nonchalance inquietante. Se ne frega dei professionisti ai quali abbiamo tolto il contributo a fondo perduto, giovani avvocati, commercialisti, consulenti, partite IVA: abbandonati. Se ne frega se la cassa integrazione non arriva. Se ne frega se l'ecobonus per l'efficientamento energetico non partirà, perché le imprese artigiane non possono permettersi di ritirare il credito d'imposta se non c'è un sistema di garanzia da parte dello Stato per il ritiro del credito. Se ne frega se dall'ecobonus rimangono fuori alberghi e scuole paritarie, le quali, come è stato già detto, avranno un po' di ossigeno grazie alla perseveranza anche di Forza Italia, che fin dal primo Governo Conte si è impegnata allo stremo. Se ne frega se il 20 luglio arriveranno le tasse da pagare senza moratorie e senza proroghe.

Se ne frega se la plastica, che è stata essenziale, continuerà a esserlo per gli imballaggi durante il lockdown e invece sposta solo di qualche mese l'odiosa plastic tax, se ne frega delle lavoratrici madri che si stanno licenziando perché non ce la fanno: lavorate voi in smart working con due o tre bambini in casa e fatemi ridere, pensando al bonus babysitter durante il lockdown: ma chi cavolo faceva entrare una babysitter durante il lockdown, con il rischio di essere contagiati? Ma insomma, dove viviamo? (Applausi).

Così come questo non è un Paese per donne, per famiglie, per giovani, per bambini, per studenti, volete ridurlo a vostra immagine e somiglianza, ma noi ci metteremo di traverso, faremo le barricate, perché l'Italia è la culla della tradizione occidentale. L'Italia è depositaria del marchio "Made in Italy", il primo brand dell'eccellenza nel mondo. (Applausi).

Volete annichilire le competenze. Ieri il senatore Toninelli è tornato a parlare e ha affermato con decisione che questo non è un Governo che si tira indietro. È una minaccia o una promessa? Caro collega Toninelli, lei ha centrato il problema: questo non è un Governo che si tira indietro e invece dovrebbe farlo subito, perché siamo sul ciglio del burrone.

Con il 18 agosto si aprirà la stagione dei licenziamenti e allora la miccia sotto il barile dell'esplosivo sociale si accenderà. Non c'è maggior pericolo dell'incoscienza, che non è coraggio, ma irresponsabilità. Non avete neanche l'umiltà di ascoltare per imparare o la furbizia almeno di copiare. Arroganza e presunzione come quello del super ministro Di Maio che, come riportava il «Corriere della Sera» l'altro giorno, dopo aver incontrato Draghi ha detto: «Mi ha fatto un'ottima impressione», come dire: «Ho palleggiato con Federer, mi ha fatto un'ottima impressione». (Applausi). Andate a lavorare, provate a lavorare un giorno e forse capirete quello che state combinando.

Roosevelt diceva: «È duro fallire, ma è ancor peggio non aver mai provato ad avere successo». Questo vale per il Governo, non certo per l'Italia, che ce la farà non appena voi lascerete il posto a chi sa come fare. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ripamonti. Ne ha facoltà.

RIPAMONTI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, oggi onestamente questi quattro minuti li dobbiamo spendere facendo un grande sforzo di intelligenza e lo dico senza fare ironia, perché ovviamente parliamo di un provvedimento, che oggi discutiamo praticamente in quattro e quattr'otto, che parla di 55 miliardi di euro che dovrebbero essere necessari per rilanciare questo Paese e facciamo veramente un grande sforzo di intelligenza, lo stesso sforzo, in realtà, che ha fatto anche il presidente Rossomando quando ieri, in Commissione, la relatrice, per quanto riguarda la nostra competenza, ha cercato di spiegare. Ne ho apprezzato lo sforzo, ma credo che in cuor suo, come del resto in cuor mio, ci fosse un po' la sensazione di essere inutili, perché, diciamocelo con grande franchezza: in questo ramo del Parlamento, quello che è chiamato la Camera alta, siamo stati, onestamente, su questo provvedimento e su molti altri semplicemente inutili. (Applausi).

Ma voi pensate davvero che questo provvedimento non lo volessimo votare? Pensate davvero che in un momento di grande e profonda crisi di questo Paese, in cui tutti richiamano alla necessità di essere uniti, di essere bravi, tutti insieme, non avremmo voluto votare un provvedimento di 55 miliardi, che sono tre finanziarie? Ma certo che lo avremmo voluto votare, eccome! Il problema è che non ce ne avete data la possibilità, perché di provvedimento in provvedimento, giorno dopo giorno, un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dopo l'altro, ci avete detto di star fermi, che c'era bisogno della collaborazione di tutti, di stare calmi e ci avete raccomandato di farvi delle proposte. Noi allora, da bravi scolari, ci siamo messi lì e abbiamo provato a fare delle proposte, lo abbiamo fatto dall'inizio e non abbiamo mai smesso di farlo, fino a quando anche il presidente Mattarella, a un certo punto, ha invitato alla calma e a fare tutti insieme le riforme o le grandi manovre che servivano al Paese.

E invece voi, che cosa avete fatto? E non mi riferisco a nessuno di voi in particolare, se non a quello che siede là in mezzo e che oggi non c'è, che si chiama Giuseppe Conte: se n'è ampiamente fregato. (Applausi). Si è limitato a dirci, durante le dirette Facebook, di fare delle proposte e noi - santo Cielo! - le abbiamo fatte, ma con che coraggio andiamo dalla nostra gente, da coloro che ci chiedono, a dire loro di avere pazienza, perché si tratta di sfiga? Non possiamo, perché sapete cosa c'è? Ci hanno detto di dare collaborazione, abbiamo dato il pacchetto e cosa hanno fatto? Una task force e poi si scopre che quella task force, rinchiusa in una villa particolarmente importante, esce fuori con quasi tutte le nostre proposte.

Allora ci prendete anche per i fondelli.

Abbiate almeno il coraggio di dire: fermi tutti, abbiamo il decreto-legge rilancio, questa volta lo facciamo insieme. Signor Presidente, lo dica ai componenti della cosiddetta Camera bassa che forse devono impiegare un po' meno tempo, devono darci la possibilità di entrare nel merito. Vedo che annuisce, perché probabilmente perlomeno su questo sappiamo di avere ragione entrambi.

Non mi soffermo sul provvedimento in sé perché quattro minuti sono veramente pochi, ma su di esso la pietra tombale l'hanno messa alcune associazioni, non ultima la Confindustria: il Governo non ha un progetto, la fase 3 è senza visione. Il presidente di Assiterminal ha parlato di 3 miliardi di euro per Alitalia, 200 milioni per Ferrovie dello Stato, 140 milioni sui monopattini (su questo stendiamo un velo pietoso) e 10 milioni di euro per i porti: peccato che sono quelli che portano le merci e le distribuiscono. Sulla logistica e le infrastrutture del nostro Paese, da ligure, potrei raccontare qualunque cosa e forse anche lei Presidente, che è piemontese, qualcosa potrebbe dirla.

Poi vi è l'Associazione tour operator italiani (ASTOI). Ieri lei ha fatto un accenno ai tour operator e ha fatto un'affermazione che io condivido, augurandosi cioè che il prossimo provvedimento contempli qualcosa in più per quella categoria. Questo è un leitmotiv: tutte le volte sentiamo dire che nel prossimo provvedimento ci sarà qualcosa che interesserà qualcuno o qualcun'altro. Ebbene, glielo dico io cosa pensa ASTOI del decreto-legge rilancio: si può dire senza tema di smentita che ogni aspettativa è stata disattesa e l'impressione è che non vi sia l'intenzione di salvaguardare un comparto e una buona parte delle 80.000 famiglie che vi lavorano.

Concludo il mio intervento, signor Presidente, con un accenno a colui che mi dà grande soddisfazione, il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. È un uomo straordinario, nella sua altezza e nelle sue fattezze gentili, peccato che per un comparto che rappresenta il 13 per cento del PIL e che rappresenta tantissime imprese abbia proposto il bonus vacanze. Nel corso dell'esame in 10a Commissione, di cui lei fa parte, dell'affare assegnato n. 445 abbiamo audito tantissime associazioni e - lo dico senza timore di smentita, i senatori Lanzi e Croatti fanno parte di quella Commissione - sul bonus vacanze c'è stata unanimemente una critica, perché evidentemente non si può dire alle imprese del comparto turistico che per salvare il turismo devono metterci i soldi, dopo che sono state in crisi, con il 60 per cento in meno: non glielo puoi dire! (Applausi). Allora vi prego di copiare bene; nella logica della collaborazione copiate bene: 300 euro a persona fisica che devono avere immediatamente, purché si stia in Italia e si utilizzino i tour operator. Era semplicissimo, meno male che una cosa l'ha fatta quel Ministro lì (semmai è un Ministro del turismo): non ha toccato la legge Centinaio, vivaddio una cosa l'abbiamo fatta bene. (Applausi).

PRESIDENTE. Senatore Ripamonti, lei mi ha anche chiamato direttamente in causa, segno che almeno l'interlocuzione dà qualche risultato, ma le sottolineature che lei e molti altri colleghi hanno fatto in Aula, a partire anche dal presidente Pesco, ovviamente sono un impegno che assumiamo per il prossimo vicinissimo futuro sulla trattazione dei provvedimenti.

È iscritta a parlare la senatrice Nisini. Ne ha facoltà.

NISINI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, colleghi, rappresentante del Governo, come hanno detto tanti miei colleghi, oggi è abbastanza umiliante intervenire in quest'Aula, perché abbiamo sperato che ci fosse un minimo di condivisione, un minimo di lavoro da poter portare avanti, per far pervenire le richieste che arrivano dal territorio, dalla disperazione dei commercialisti, dei commercianti delle partite IVA, delle piccole imprese, di tante famiglie che stanno chiedendo aiuto.

Sono passati i mesi di marzo, aprile, maggio; abbiamo iniziato con il decreto-legge cura Italia; è bello il nome cura Italia, ma la cura non ha funzionato. Siamo passati al decreto-legge liquidità, sperando che questa liquidità arrivasse e lenisse tutte le problematiche, le ferite che hanno colpito il tessuto economico e sociale del nostro Paese, ma la liquidità non è arrivata. Si è parlato di 400 miliardi di euro, ma dalle notizie di stampa di stamattina alle aziende ne sono arrivati solamente 51.

Abbiamo sperato in questo decreto rilancio per rilanciare finalmente il nostro Paese, per dare fiato, coraggio e speranza a tutte le nostre aziende, ma anche ai Comuni che stanno lavorando e si stanno sostituendo al Governo, ma ancora niente. Durante l'esame alla Camera del decreto-legge rilancio tutti gli emendamenti sono stati bocciati; poco è passato, briciole. In Senato gli emendamenti non sono stati neanche discussi.

I dati dell'INPS sono sconvolgenti: si parla di 110.000 domande di cassa integrazione in deroga sempre in giacenza e non ancora lavorate; di queste, 23.000 sono state trasmesse prima del 31 maggio. Ne consegue che 1.400.000 lavoratori sono senza assegno e di questi 89.000 non hanno ancora percepito nulla da marzo. (Applausi).

È così il Fondo bilaterale dell'artigianato, che aspetta dal Governo i soldi per pagare la cassa integrazione di aprile, maggio e giugno; il risultato è che un terzo delle aziende sono a rischio chiusura. Vi parlo come faccio sempre, perché sono orgogliosa di essere un amministratore e un assessore del Comune di Arezzo. La EBRET, che è l'Ente bilaterale dell'artigianato toscano, ha dichiarato che nella città e nella Provincia di Arezzo, nel periodo del lockdown, hanno chiuso due aziende artigiane su tre e che nei prossimi mesi ci sarà un calo dell'11 per cento dell'occupazione. Arezzo è importante non solo a livello nazionale, ma anche nel mondo, per il settore orafo-argentiero, che è stato completamente dimenticato: anche su questo avevamo collaborato con i parlamentari di tutti i Gruppi politici, perché è un settore importante. Il brand Made in Italy nel mondo: anche di questo si parlerà nel prossimo provvedimento, ma a settembre-ottobre la situazione non sarà più sostenibile.

C'è anche una denuncia: pare che all'INPS la piattaforma per gestire la cassa integrazione sprint, proprio del decreto-legge rilancio, non sia pronta. L'INPS sta respingendo massivamente tutte le domande di cassa integrazione in deroga che stanno arrivando. Allora, anziché pensare di smontare il decreto sicurezza, anziché chiudere quota 100 nel 2021, pensate ai problemi di oggi, altrimenti quando avrete raggiunto questo obiettivo non ce ne saranno più, perché l'Italia sarà un Paese morto. (Applausi).

Allora rilanciamo questo Paese e che sia l'orgoglio di tutti noi e di tutti i partiti politici, da destra a sinistra. Noi lo faremo e non smetteremo. Occuperemo quest'Aula e faremo tutto ciò che è indispensabile per far ripartire il Paese. E ricordatevi che le partite IVA, i commercianti e le imprese sono quelli che vi pagano lo stipendio: fra poco non ci sarà più neanche per voi e per noi lo stipendio, perché andremo tutti a casa. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Castellone. Ne ha facoltà.

CASTELLONE (M5S). Signor Presidente, Vice Ministro, colleghi, questo decreto non è solo un provvedimento per uscire dall'emergenza Covid, ma è soprattutto l'occasione per rilanciare questo Paese e migliorarlo dal profondo.

Si tratta di una manovra poderosa, un provvedimento da 55 miliardi di euro, che dopo i 25 già messi in campo dal cura Italia andranno a sostenere famiglie, imprese, lavoratori, ricerca, sanità ambiente e tanto altro. E non era affatto scontato che questo Governo riuscisse a trovare in così poco tempo così tante risorse per affrontare le conseguenze di un evento eccezionale che ci ha travolti con una potenza inaudita e ha messo a rischio la tenuta prima del nostro Servizio sanitario nazionale e poi della nostra economia.

Il decreto rilancio traccia il cammino della ripartenza attraverso lo sguardo visionario di chi ha il coraggio di osare, di uscire dagli schemi e di mettere in campo il meglio di sé partendo dall'attenzione agli ultimi, alle fasce più fragili della popolazione, quelle che finora non avevano potuto accedere a nessun'altra indennità, ma che adesso beneficeranno del reddito di emergenza. Si tratta di un sussidio che per qualche mese offrirà una boccata d'aria fresca a tanti nuclei familiari che versano in condizioni di necessità economica; una vera rete di protezione che, insieme alle indennità riservate a professionisti, autonomi e partite IVA e alla cassa integrazione, rappresenta uno scudo per tutti i cittadini, la mano che abbiamo teso a tutti per potersi aggrappare e rialzarsi.

Questa pandemia ha certamente acuito le differenze sociali in tutto il mondo, come ci hanno indicato le immagini dei senzatetto nei parcheggi dei centri commerciali americani o quelle dei poveri in India, arrampicati sugli alberi per sfuggire al contagio.

Il divario tra le classi sociali va colmato e ci dobbiamo preparare a un'altra crisi, un'altra emergenza mettendo un argine al disastro che abbiamo creato con la nostra distrazione etica. Il mondo non potrà più essere lo stesso dopo questo dramma e le parole d'ordine devono essere cooperazione e inclusione, per dare a tutti i cittadini e soprattutto a tutti i giovani di questo Paese le stesse possibilità di veder realizzato il proprio talento.

La rivoluzione più importante contenuta nel provvedimento in esame è però certamente quella che presentiamo in ambito sanitario, con il più grande stanziamento di fondi mai messo in campo per il Servizio sanitario nazionale (più di 3 miliardi di euro). Costruiamo una sanità nuova che parte dal territorio. Da tempi non sospetti asseriamo che il Servizio sanitario nazionale è in sofferenza perché non si è posta la giusta attenzione allo sviluppo della sanità territoriale e perché in molte Regioni non si è investito a sufficienza nell'integrazione tra cure ospedaliere e cure primarie intermedie, ma, di contro, si è preferito dare spazio alla sanità privata accreditata, depauperando il pubblico.

Per questo motivo, avevamo invocato già in legge di bilancio il necessario potenziamento dell'assistenza domiciliare e, prima ancora che la pandemia aiutasse a superare alcuni tabù e resistenze, messo a fuoco il bisogno di valorizzare l'assistenza infermieristica di comunità per garantire la completa presa in carico integrata delle persone nell'ambito della continuità assistenziale e dell'aderenza terapeutica, in particolare per i soggetti più fragili.

Oggi il potenziamento della sanità territoriale è finalmente al centro dell'agenda politica ed è punto focale del decreto-legge in esame, che a tal fine ha stanziato ingenti risorse. Non si può però pensare che tali risorse vengano riversate per consolidare un assetto che si è ampiamente dimostrato non all'altezza di espletare la funzione di filtro e presa in carico del bisogno di salute espresso dalla popolazione. Per realizzare un reale riordino dell'assistenza territoriale bisogna sostenere la creazione di strutture dedite all'erogazione di cure primarie intermedie, razionalizzare, ristrutturare e mettere in sicurezza i presidi di continuità assistenziale, potenziare la dotazione di strutture residenziali extraospedaliere e favorire il lavoro in team multidisciplinari e multiprofessionali, ricorrendo anche a strumenti di telemedicina. Tutto questo è previsto in parte nel provvedimento in esame e ci impegniamo a completare il disegno con i prossimi provvedimenti in arrivo o già in esame in Parlamento.

Un aspetto fondamentale del decreto-legge in esame è inoltre l'aumento dei contratti di formazione specialistica in medicina, una battaglia storica del MoVimento 5 Stelle a cui mi sono dedicata in prima persona. Negli ultimi due anni, grazie al nostro tenace lavoro, siamo passati da 6.000 contratti nel 2018 a 9.200 nella scorsa legge di bilancio e adesso, con l'aggiunta di altri 5.200 contratti, i giovani neolaureati in medicina potranno concorrere a 14.400 posti, cui si aggiungeranno tutti quelli finanziati dalle Regioni per la formazione specialistica e la medicina generale. (Applausi).

Siamo riusciti a colmare in soli due anni quell'imbuto formativo che i Governi precedenti avevano creato e aggravato sempre di più e non molleremo. E non molleremo. Continueremo a lavorare per portare avanti i nostri disegni di legge già incardinati in Commissione, che riformano il percorso di formazione post laurea dei medici per renderlo sempre più professionalizzante e di qualità e sempre più omogeneo su tutto il territorio nazionale.

L'esperienza drammatica che abbiamo vissuto ci ha cambiati; il dolore di perdere persone care, familiari, amici e colleghi ci ha fatto capire quanto sia importante avere il coraggio di perseguire le proprie idee, se indirizzate al bene comune.

Avevamo provato a concretizzare molte delle proposte qui contenute già nell'ultima legge di bilancio e oggi, col senno di poi, mi chiedo quanto sarebbe servito nell'emergenza pandemica avere già strumenti di telemedicina per monitorare i pazienti a domicilio, e quanto la disponibilità nel territorio di strutture di cure primarie, di team multidisciplinari e un'assistenza domiciliare e capillare avrebbero permesso di fare diagnosi più tempestive.

Ai 35.000 italiani morti di Covid-19, tra cui 172 medici e 40 infermieri, ai miei colleghi, che hanno lottato per salvare vite umane, alla mia più cara amica e collega di una vita, la mia maestra, anch'essa vittima di questa infezione, prometto di non abbassare la guardia (Applausi) e di vigilare perché si abbia il coraggio di cambiare questo Paese, superando le resistenze di lobby che, per mantenere il proprio potere, si oppongono con forza a ogni proposta di cambiamento.

Costruiremo una nuova sanità, una sanità pubblica che in quella privata deve trovare una stampella, un sostegno e non una spugna che assorbe risorse senza prestare servizi. (Applausi). Per tale ragione, già in questo provvedimento abbiamo vincolato le erogazioni a favore della sanità privata alla verifica delle attività effettivamente svolte e concordate e ai costi effettivamente sostenuti dalle strutture private.

C'è nel decreto-legge anche un'altra nota di orgoglio personale cui tengo molto, soprattutto per il rapporto costruito negli ultimi mesi e anni con i diretti attori in campo, i precari della sanità. Conoscere le loro storie e la loro dedizione mi ha dato la forza di non mollare e sono fiera che con questa norma venga finalmente garantita una continuità lavorativa a tutti i precari che hanno lavorato nel Servizio sanitario per trentasei mesi al 31 dicembre 2020. Molti di quelli che chiamavamo eroi nell'emergenza rischiavano di perdere il lavoro tra qualche mese e invece vedono finalmente riconosciuto il proprio impegno.

Il prossimo passo deve essere quello di rinnovare tutti i contratti del comparto salute e garantire a tutti i lavoratori della sanità uno stipendio dignitoso. Mi riferisco in particolare agli operatori del 118 che sono gli eterni dimenticati, sempre impegnati in prima linea, ma condannati a lavorare con contratti in scadenza e poco remunerativi, senza vedere ancora riconosciuta - ad esempio - la figura di autista soccorritore.

Non abbiamo la pretesa di poter guarire tutte le ferite, né di cancellare le conseguenze di quanto accaduto con un colpo di spugna, ma con enorme senso di responsabilità abbiamo lavorato per porre basi salde affinché il nostro meraviglioso Paese possa vivere un futuro di rilancio, di rinascita, di competitività, di sicurezza pubblica, di tutela della salute e di diritti fondamentali per tutti. Per farlo abbiamo superato anche la discrepanza tra posizioni diverse, ascoltando tutte le parti in causa e facendo una sintesi coscienziosa che rappresenti i grandi risultati che si possono raggiungere quando a muovere la politica sono il bene comune e il senso di unità.

Auspico infine che questa emergenza che - come ho ribadito più volte - ci deve spingere a scelte coraggiose, finalmente risvegli le coscienze anche di quella politica decisamente più distratta e slegata dalla realtà. Non possiamo attendere il prossimo evento disastroso per intervenire a riorganizzare quella ordinarietà che solitamente ci obnubila lo sguardo e ci fa dimenticare quanto il diritto alla salute dei cittadini passi innanzitutto per la garanzia di accesso alle cure.

Ai nostri occhi, che guardano attraverso chi ha vissuto in prima linea questa tragedia, è chiara la direzione da perseguire ed è su quella strada che stiamo camminando. (Applausi).

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 12,08)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Lunesu. Ne ha facoltà.

LUNESU (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, Governo, colleghe e colleghi, il decreto-legge di cui discutiamo reca le disposizioni in materia di piani di assistenza territoriale per poter fronteggiare al meglio l'emergenza epidemiologica sul fronte della salute, del sostegno al lavoro, del sostegno economico e delle politiche sociali.

Ma in Commissione sanità, esaminato il testo, e per quanto rechi disposizioni su piani di assistenza dei territori, gestione dell'emergenza per anziani o soggetti in condizioni di fragilità, borse di studio per medici specializzandi, riordino della rete ospedaliera, istituzione della scuola di specializzazione in medicina e cure palliative, non è stata considerata la possibilità di realizzare una centrale nazionale dell'emergenza sul modello CDC - principale Istituto nazionale di sanità pubblica: centro per il controllo e la prevenzione delle malattie - che sarebbe stato utilissimo nell'attuale fase 3 di riapertura, finalizzato a rafforzare le reti di monitoraggio dell'epidemia in corso e di altre future eventuali infezioni con controllo e profilassi internazionale.

Inoltre, nel caso in cui ci trovassimo in un nuovo stato di emergenza sanitaria, sono completamente assenti le disposizioni specifiche in materia di stato di urgenza. A questo grosso limite aggiungo che qualsiasi nostro suggerimento o proposta atti a colmare le numerose lacune presenti nel provvedimento vengono resi di difficile applicazione, spesso stravolgendone l'impostazione complessiva, a discapito delle analisi e dei controlli.

È stato reso pressappoco nullo anche tutto il lavoro che i nostri colleghi di opposizione come noi hanno svolto alla Camera. Mi riferisco - ad esempio -all'emendamento 1.26, all'articolo 1, che riguardava soprattutto gli infermieri di famiglia e di comunità, per i quali si chiedeva un ruolo di responsabilità nell'ambito dei servizi infermieristici distrettuali, con la partecipazione all'attuazione dei piani di assistenza territoriale per la gestione dei contatti e l'organizzazione di sorveglianza attiva.

Un altro esempio, sempre relativo all'articolo 1, è l'emendamento 1.27, con il quale si chiedeva al Servizio sanitario nazionale di garantire ai pazienti con elevate complessità assistenziali una presa in carico integrata fra tutte le prestazioni fornite a domicilio. In questo modo si sarebbero assicurati un costante monitoraggio clinico, il miglioramento del percorso terapeutico e la riduzione dei ricoveri ospedalieri per evitabili riacutizzazioni.

Ancora, un emendamento per me rilevante, anche questo respinto, è relativo all'articolo 2, il 2.46, che riguardava gli specialisti che seguono i pazienti con malattie croniche invalidanti e oncologiche, oppure con deficit del sistema immunitario e che necessitino dell'impiego di farmaci salvavita. Possono questi specialisti allegare al piano terapeutico individuale un vademecum personalizzato, in modo che, in caso di una nuova emergenza pandemica, sia semplificato accedere alle cure, alla somministrazione di farmaci, ai percorsi da seguire con sicurezza all'interno delle strutture sanitarie? Questo emendamento è stato condiviso con il progetto «La salute: un bene da difendere» coordinato da Salute Donna Onlus, con il contributo di 30 associazioni di pazienti, attive nel campo dell'oncologia. Lo scopo era quello di evitare che i pazienti indicati potessero interrompere la cura per paura di contrarre il virus e, per questo motivo, subire danni, anche permanenti, alla loro salute. L'emendamento intendeva riconoscere l'esperienza di ruolo degli specialisti curanti.

Queste sono alcune delle innumerevoli proposte, occasioni mancate, con totale chiusura del Governo che, rispetto ai suggerimenti del Parlamento di rinnovo e adeguamento del Sistema sanitario, anche post-Covid, preferisce presentare un provvedimento un ricco, sì, ma di lacune. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Briziarielli. Ne ha facoltà.

BRIZIARELLI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, non voglio ripetere l'ovvio e il detto, il fatto che siamo qui non a fare testimonianza ma a lanciare un atto d'accusa, anche se sappiamo che la decisione è già assunta; anche se sappiamo che il provvedimento è segnato; anche se sappiamo che domani, con la fiducia del Parlamento e la sfiducia del Paese, questo atto comunque andrà avanti; un atto per il quale le firme in banca, letteralmente, le abbiamo messe anche noi, ma nessuno ci ha chiesto di condividere le scelte.

Ebbene - come dicevo - non ripeterò questo ma enuncerò, per la mia Commissione, così come abbiamo fatto per ciascuna delle Commissioni e delle materie trattate, tutto quello che avrebbe potuto trovare posto in questo provvedimento che responsabilmente, come Lega, abbiamo proposto e non è stato accolto, e nell'interesse non di un partito ma del Paese, dei cittadini, delle famiglie e delle imprese.

Come non cominciare dalla plastic tax e dal monouso. Si potrebbe dire, purtroppo, che tutta la crisi è stata la rivincita di un materiale e di alcuni prodotti. Eppure, in maniera ideologica, si continua a non voler cancellare la plastic tax e, al massimo, si dice che entrerà in vigore a gennaio e, nel frattempo, c'è tempo per posticiparla. Ma intanto le aziende chiudono, non fanno investimenti, delocalizzano. Ebbene, noi avevamo proposto di fare una scelta coraggiosa, ma c'è stato sempre detto che costava troppo. Per una volta avevamo i soldi per fare, se non tutto, molto, ma si è scelto di non fare.

Avevamo chiesto, sempre in materia di ambiente e investimenti, anche interventi a costo zero, come - ad esempio - la proroga di due anni delle autorizzazioni rilasciate dalle commissioni di valutazione dell'impatto ambientale (VIA), considerato lo stop che c'era stato. Anche in questo caso abbiamo ricevuto un diniego.

Sorvolo, per decenza, sulle proposte fatte sul bonus per i monopattini. Noi abbiamo proposto di rivolgere proprio ad altro quelle risorse o che almeno si destinassero a prodotti italiani, affinché non fossero un rilancio dell'economia di qualche altro Paese (Applausi), considerando che hoverboard e monopattini in Italia non se ne producono. Si producono storicamente biciclette: ci sono film in cui si vedono i cittadini italiani andare a lavorare in bicicletta. Voglio proprio vedere le persone che vanno a lavorare in monopattino o in hoverboard a fare lo slalom nel traffico. Invece che inserire quindici domande e risposte sulla possibilità di richiesta e utilizzo, il Ministro dell'ambiente dia le decine e decine di risposte che non sta dando su tutto ciò che si poteva fare per la mobilità su altri settori, a cominciare dall'automotive.

L'ultimo esempio - me lo consentirà il Presidente se sono, come spero, nei tempi - lo dedico al terremoto, su cui, da umbro, insieme ai colleghi Pazzaglini, Arrigoni e Lucidi, abbiamo lavorato. È una vergogna vedere prorogata l'emergenza Covid-19, un'emergenza finita - l'ha ammesso persino Sileri che, da tecnico, non ha saputo dire una bugia ieri - e non vedere prorogata l'emergenza terremoto. (Applausi); un'emergenza che rischia di essere infinita. Non prorogando l'emergenza, si perderà il personale dei Comuni e degli Uffici speciali ricostruzione (USR) dedito allo smaltimento delle pratiche. Non è stata prorogata la zona franca urbana e non è stato esteso il bonus anche al terremoto. Ma - cosa ancora più grave - stiamo parlando di prorogare i pagamenti delle tasse alle aziende e ai cittadini. Ebbene, il 30 giugno le aziende delle aree del cratere del terremoto hanno ricominciato a pagare la prima rata delle tasse del 2016 e del 2017: oltre al danno, la beffa.(Applausi).

Concludo dicendo che la certificazione del fallimento di questo provvedimento sta nell'ammissione di colpa del ministro dell'interno Lamorgese. Quando si arriva a dire che in autunno ci saranno tensioni sociali e ci si aspettano le sommosse, significa che questo provvedimento non produrrà effetti materiali e che, alle macerie materiali di un terremoto, si aggiungeranno quelle economiche, in cui si troverà l'intero Paese; macerie che l'intera Italia vedrà anche per l'inerzia del Governo. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Urso. Ne ha facoltà.

URSO (FdI). Signor Presidente, attraverso lei mi rivolgo al Parlamento e, attraverso il Senato della Repubblica, parlo agli italiani, dato che oggi i nostri interventi vengono trasmessi tutti sul video.

Ebbene, cari italiani, ho in mano il testo del decreto-legge di cui dovremo discutere in poche ore: questo è il decreto-legge presentato dal Governo, così come modificato dalla Camera. Non è mai accaduto, nella storia della Repubblica italiana, che un decreto-legge, che per sua costituzione deve essere urgente, semplice e di immediata applicazione, sia composto da mille pagine. Ripeto: mille pagine! (Applausi). Un decreto-legge, che dovrebbe essere omogeneo, semplificato, urgente e immediatamente applicabile, è composto da mille pagine. E noi dovremmo esaminarlo senza il parere delle Commissioni, discuterlo, emendarlo e modificarlo in poche ore. Sfido chiunque tra voi a leggere e interpretare un decreto-legge di mille pagine in poche ore.

Tutto questo, cari rappresentanti del Governo e della maggioranza, avviene mentre è in corso di approvazione, salvo intese, il decreto sulla semplificazione. Vi rendete conto di quale paradosso legislativo politico-istituzionale avete creato? E mentre abbiamo un decreto di mille pagine, composto di 266 articoli, 1.051 commi, che dovrebbero prevedere 103 provvedimenti attuativi, voi presentate, salvo intese, un decreto sulla semplificazione che, ad ora, non è stato ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, dopo otto giorni dalla sua presunta approvazione, salvo intese.

Dico ai colleghi del MoVimento 5 Stelle che non c'è più la bandiera della trasparenza, della semplificazione, del corretto rapporto tra Governo e Parlamento, annunciata, sin dall'inizio della legislatura in quest'Aula e proclamata in ogni modo. Non esiste più la bandiera dello streaming. Vi sfido a fare uno streaming in diretta di mille pagine di un decreto-legge. Era la vostra bandiera e vi riducete, invece, ad approvare, salvo intese e senza alcuna discussione in Parlamento, i decreti-legge a scatola chiusa e ad approvare, col favore delle tenebre, i provvedimenti su argomenti di straordinaria importanza.

Stanotte, col favore delle tenebre, è stata approvata - o, almeno, sembra sia stata approvata, o comunque si è raggiunta un'intesa, perché con voi non si capisce mai se c'è un'intesa, salvo intese - una decisione storica che riguarda la rete infrastrutturale del Paese e delle autostrade. Bene o male? Non lo sappiamo ancora. Data la formula "salvo intese", infatti, a quest'ora non si sa, ovviamente, a quanto ammonti la valutazione. Se la valutazione era di meno di 7 miliardi, come diceva il partito di maggioranza relativa, o di 23 o 24 miliardi.

È una bazzecola sapere se la valutazione è di 7 o 23 miliardi. Salvo intese, poi la si farà in un'altra nottata, e chissà con quante lobby e contratti di consulenza per decidere se è di 7 miliardi o di 23 miliardi il valore che lo Stato dovrà sborsare. Chissà quanti incontri nelle tenebre della notte saranno fatti nel frattempo! Chissà quante consulenze saranno date nel frattempo! Chissà quante indagini ci saranno nei prossimi anni in proposito!

Nel frattempo sappiamo che, col favore delle tenebre, è stata raggiunta un'intesa nella maggioranza di cui non si era assolutamente parlato nei giorni e mesi precedenti, avendo voi litigato pubblicamente su altre opzioni; e ciò al punto tale che, l'altro giorno, il Presidente del Consiglio ha rilasciato un'intervista categorica, presentando al Paese e ai mercati la soluzione che si apprestava a realizzare. Quella intervista, così chiara e netta, da un giurista molto sopraffine qual è il Presidente del Consiglio, ha provocato il crollo in borsa del titolo dell'azienda di riferimento: meno 15 per cento. Colleghi della trasparenza, meno 15 per cento! Crollo in borsa sulla base di una intervista, che appariva chiarissima, sulle decisioni che avreste preso da lì a poche ore.

Colleghi della trasparenza, dopo la decisione presa nelle tenebre della notte in merito a una soluzione che nessuno aveva prospettato sino a quel momento, le azioni sono balzate questa mattina del 22 per cento. Ipotizziamo - lo ipotizziamo anche agli occhi delle autorità di controllo e magari di qualche magistrato - che qualcuno sapesse quello che stava per accadere; ipotizziamo che qualcheduno sapesse, che qualche studio di consulenza e qualche studio legale fossero stati interpellati. E ipotizziamo che qualcuno comprasse i titoli azionari dopo il crollo del meno 15 per cento, e poche ore dopo quel titolo balzasse del 22 per cento. Quanti milioni di euro qualcheduno ha guadagnato nel frattempo? Quante decine di milioni di euro qualche speculatore ha guadagnato nel frattempo? Quante centinaia di milioni di euro ha guadagnato nel frattempo qualche speculatore che sapeva?

A proposito, cosa ha detto il cancelliere Merkel l'altro giorno in un incontro ufficiale? Se non sbaglio, ha parlato di Autostrade. O mi sbaglio? E le decisioni le hanno prese il Parlamento e la maggioranza dopo un dibattito? Le ha prese il Governo, col favore delle tenebre, o le ha prese un Cancelliere di un Paese straniero, che da tempo aveva l'obiettivo di appropriarsi del sistema autostradale italiano?

Io cerco soltanto di capire e di far capire al Paese dove avete fatto piombare le istituzioni. Non avete scardinato il Parlamento, ma avete blindato con il favore delle tenebre, in modo che solo chi agisca nelle tenebre possa sapere in tempo e speculare sugli assetti del Paese. Questa è la vostra terribile conversione sulla via di Damasco, ovvero sulla via del potere delle poltrone, sacrificando tutti i vostri ideali e soprattutto gli interessi nazionali. Con questo decreto-legge di mille pagine fate un affronto al Paese. Ieri l'ex ministro Toninelli ha detto che abbiamo dato 80 miliardi di euro, ma io dico di debiti.

Le conclusioni quali sono? La Commissione europea, proprio sulla base delle vostre azioni, dei vostri proponimenti e decreti-legge, ha declassificato abbassando le proprie stime sull'Italia dal meno 9 al meno 13 per cento. Grazie a quello che avete fatto, purtroppo, tutti gli organismi internazionali hanno peggiorato le stime sull'andamento del Paese. Proprio leggendo questo provvedimento hanno peggiorato le stime e dicono all'Italia e al mondo che il nostro sarà il Paese che più di tutti gli altri pagherà le conseguenze economiche e sociali drammatiche del coronavirus; quello che, tra tutti i Paesi dell'Unione europea e tra tutti i grandi Paesi del mondo, avrà il maggiore impatto negativo in termini di produzione industriale, di prodotto interno lordo, di occupazione.

A questo avete ridotto il nostro Paese e le nostre istituzioni. Su questo il Paese, prima o dopo, vi giudicherà. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Damiani. Ne ha facoltà.

DAMIANI (FIBP-UDC). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, senatori, consentitemi di stigmatizzare - come hanno fatto anche altri colleghi nei loro interventi precedenti - quello che è stato e che è il comportamento del Governo sul provvedimento in esame: un comportamento irrispettoso nei confronti non soltanto di questa Camera, ma del Parlamento intero, per com'è stata portata avanti non la trattativa, ma il provvedimento stesso. Lo abbiamo denunciato fortemente proprio ieri e lo ribadisco anche in qualità di componente della Commissione bilancio, perché oggi è impossibile in maniera materiale trattare questo provvedimento, che scade tra poche ore e contiene un intervento assolutamente poderoso.

Mi associo quindi agli interventi degli altri colleghi a dimostrazione del modo in cui il Parlamento viene svilito da siffatti atteggiamenti nelle sue funzioni principali, anche democratiche, di confronto politico tra le diverse parti, maggioranza, opposizione e Governo.

Se lo ricordate tutti, cari colleghi, questo è il decreto aprile: nome con il quale era stato battezzato, e poi è stato varato il 19 maggio e verrà licenziato da questo Parlamento nel mese di luglio. Avrebbe dovuto essere, a detta delle comunicazioni del Presidente del Consiglio e del Governo, il decreto della ripartenza del Paese. Come prima dicevo, è poderoso e fatto di centinaia di pagine e di articoli, ma al suo peso fisico non corrisponde alcun peso specifico quanto a qualità e a sostanza nei confronti degli italiani e delle categorie sociali e produttive.

Si tratta di un provvedimento che oggi riteniamo già fuori tempo massimo per poter aiutare e sostenere le attività produttive e le famiglie del nostro Paese. (Applausi). Con esso oggi siamo qui in Parlamento a votare un ulteriore indebitamento che abbiamo già posto in essere: ecco perché anche qui oggi ci sentiamo sviliti nel nostro ruolo, perché questo Senato e soprattutto le opposizioni sono stati determinanti per votare lo scostamento di bilancio qualche mese fa, per 55 miliardi, proprio per iniziare il percorso di questo decreto.

Con il provvedimento in esame e considerando tutti gli altri, arriviamo a una richiesta di 304 miliardi d'indebitamento fino al 2032. Benissimo: non siamo spaventati dalle cifre, dai numeri e dall'indebitamento, perché in un'economia difficile come quella attuale c'è bisogno d'indebitarsi. Siamo spaventati dal taglio che avete dato ai vari provvedimenti meramente e puramente assistenzialistico, che non ha nulla a che vedere invece con un rilancio, una ripartenza e un sostegno all'economia reale e alle imprese del Paese. C'è poco o nulla, ed è per questo che siamo preoccupati. Ci spaventa non l'indebitamento e i suoi numeri, ma la qualità dei provvedimenti, i quali non vanno assolutamente nella direzione auspicata della crescita.

Per noi il rilancio passa necessariamente dalle imprese e dalle attività produttive, che vanno sostenute concretamente, senza se e senza ma, e con provvedimenti importanti. Da tempo lo diciamo, perché fa parte della nostra linea politica e, quindi, lo sosteniamo da tempo, soprattutto dal momento in cui è iniziata l'emergenza. Servono quattro cose semplici per aiutare il Paese: aiuti a fondo perduto; azzeramento della burocrazia; tempi rapidi di sostegno e soprattutto uno choc fiscale. Bastano queste quattro cose oggi per aiutare il Paese, le imprese e soprattutto le famiglie.

Andiamo invece in una direzione completamente opposta perché, per dare atto e attuare le centinaia di pagine di questi provvedimenti, serviranno altri 113 regolamenti attuativi, altrimenti quello in esame resterà chiuso nel cassetto dei Ministeri. (Applausi). Avete commesso ancora una volta lo stesso errore fatto con i decreti precedenti, che almeno ci potevano insegnare qualcosa. Ancora oggi gli italiani lamentano di non aver ricevuto cassa integrazione, sostegni, bonus e tante altre misure, appunto perché mancano i decreti attuativi di molti provvedimenti varati in precedenza. Almeno l'esperienza ci sarebbe potuta servire per fare qualcosa di migliorativo, anche nel confronto politico. E, invece, tutto questo non c'è stato. Quindi, commettiamo lo stesso errore e a pagarne le conseguenze sono le imprese e le famiglie italiane.

Al netto delle critiche, vorrei toccare alcuni punti importanti, guardando quali sono le proposte. C'è un taglio assistenzialista: ancora una volta, nel provvedimento in esame, si vanno a confermare, per il 2020, 7 miliardi di euro di spesa corrente per il reddito di cittadinanza, che anche gli italiani hanno bocciato, considerandolo inutile, e la cui erogazione, secondo la Corte dei conti, non ha prodotto nulla. Ancora una volta utilizziamo 7 miliardi di euro che invece si sarebbero potuti utilizzare per fare tante altre cose, più importanti, di sostegno all'economia. Ricordiamo anche i risvolti sociali iniqui che il reddito di cittadinanza ha avuto e ha, ancora oggi, sulle categorie artigiane e sui professionisti che, per legge, hanno lasciato chiusi i loro studi e attività e che dallo Stato hanno ottenuto solo tre mesi di bonus. Oggi come fanno a ripartire se non hanno ammortizzatori sociali che li sostengono?

Ecco perché c'è iniquità sociale in questi provvedimenti, per non parlare del capitolo delle tasse. Veniamo quindi a un'altra questione importante: la settimana prossima gli italiani dovranno andare a pagare le tasse, ma come faranno a pagarle i titolari di quelle attività che ancora oggi sono chiuse e non hanno una prospettiva, una visione e una possibilità di ripartenza? Non si è fatto nulla per le tasse, salvo una semplice sospensione, e, dunque, le dovranno pagare. Quello che invece chiediamo sono un taglio netto e una riforma fiscale importante, per aiutare e sostenere le attività, le imprese e le famiglie.

Il quadro economico - come poc'anzi diceva anche il collega senatore Urso - è drammatico. Vorrei ricordare alcuni dati importanti, che la Banca d'Italia ci ha comunicato di recente. La domanda interna oggi è in calo del 4,7 per cento nel primo trimestre. Il giudizio sulle condizioni per investire in Italia ha subito un crollo a picco, da -20 a -80 punti percentuali. Il clima di fiducia dei consumatori scende, mentre le attese di disoccupazione purtroppo salgono. E questo è un grave problema. Le previsioni sulla crescita, fatte dai maggiori enti nazionali e internazionali, stimano una diminuzione dell'11 per cento. Se l'emergenza Covid ha messo a nudo i problemi strutturali del nostro Paese, che ormai ci portiamo dietro da molti anni, non possiamo trascurare che l'emergenza, sanitaria prima ed economica poi, ha messo anche in evidenza tutta l'inadeguatezza del Governo nel gestire una situazione complessa, che ha bisogno oggi di una maggioranza politica, per governare il momento difficile nel quale ci troviamo e, soprattutto, per governare il nostro Paese.

Siamo convinti - lo dico alla presenza del rappresentante del Governo, anche a nome del Gruppo parlamentare Forza Italia - che l'Italia ce la farà a uscire dal guado della grave crisi economica in cui versa, ma il merito sarà soltanto e tutto degli italiani. In questi momenti e settimane le nostre imprese e le nostre famiglie stanno facendo enormi sacrifici (Applausi) e non hanno un aiuto concreto da parte del Governo e dello Stato, così come non l'hanno avuto in tutti gli ultimi mesi. Quindi, il merito è solo ascrivibile agli italiani, perché ancora una volta, con l'attuale maggioranza, che è solo numerica e non politica, avete dimostrato tutta l'inadeguatezza di una visione politica del Paese, che non c'è, e della strategia, che assolutamente non avete, su come governare il futuro dei nostri figli. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.

CANDIANI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, sottosegretario Misiani, quello al nostro esame è un provvedimento che tutti gli italiani aspettano da parecchio tempo. Ricordo a me stesso - ma purtroppo è una cruda realtà - che all'inizio era stato denominato decreto aprile, poi è divenuto decreto maggio, poi è passato il mese di giugno e oggi siamo a luglio. Tra l'altro, il decreto-legge scadrà il 18 luglio e, quindi, siamo al limite massimo per la sua conversione. Ciò dimostra che state mettendo un grande affanno nel dichiarare una realtà e nel proporre un'azione di Governo, per rispondere alla crisi economica conseguita al coronavirus, senza però tenere conto dei tempi.

Signor sottosegretario Misiani, il Paese si è fermato. Fermare il Paese è stato perfino facile, nella sua complicazione, ma farlo ripartire è adesso la cosa complicata, su cui si misura l'azione di Governo. Vedere un decreto-legge come quello in esame, che - giusto per dare una dimensione - è alto 10 centimetri ed è composto da parecchie centinaia di pagine, che a sua volta ha bisogno di almeno 100 decreti attuativi - e, per farla buona, se tutto va bene, vedremo qualcosa forse con l'inizio del prossimo anno - ci dice che avete sbagliato strumento.

Vede, sottosegretario Misiani, mi sono preso la briga di andare a recuperare lo strumento utilizzato dalla Repubblica Federale di Germania, ed è esattamente quello che ho in mano: quattro pagine, compresa la copertina. E parliamo di 130 miliardi. In quello al nostro esame ci avete messo di tutto, ne avete fatto un provvedimento omnibus: dai monopattini agli aiuti per le imprese, dai bonus per andare in vacanza fino ad arrivare a norme come quella sui Vigili del fuoco, poi dichiarate inammissibili per estraneità di materia. Anziché concentrarvi sull'azione di Governo per far ripartire l'Italia, avete utilizzato questo strumento per fare il solito mercato, dove tutto è stato messo dentro in maniera disomogenea e scoordinata, con le conseguenti difficoltà a tradurre in fatti ciò che è scritto.

Ho fatto cenno alla questione dei Vigili del fuoco: avete cercato di inserire nel testo la norma per l'equiparazione, ovvero la valorizzazione stipendiale dei Vigili del fuoco, che meritava un'attenzione tutta sua. Cosa c'entra questo con il Covid? Lo sapete solo voi. Dopodiché, avete cercato anche con un emendamento, nottetempo, presentato all'ultimo istante, senza che neppure ci fosse la conoscenza della ripartizione dei fondi, di inserire nel provvedimento la ripartizione degli stessi tra dirigenti e non dirigenti, tra operativi e non operativi, con tabelle che sono state - abbiamo scoperto successivamente - evidentemente concordate sottobanco con qualcuno - per gli amici, come si dice - e tenute nascoste anche alle forze sindacali.

Questa vostra azione non è andata a buon fine, e oggi sappiamo anche che sarebbe stato un ulteriore danno per una importantissima categoria, che invece merita rispetto. Ma questo dice quanto avete utilizzato strumentalmente il Covid per fare altre operazioni politiche, fino ad arrivare a fare le polemiche con noi.

Sottosegretario Misiani, ricordatevi che avete fatto fare a Colao un piano. Avete fatto fare a tutti gli esperti e agli scienziati piani per poter rilanciare il Paese che non sono entrati qua dentro; non ne avete tenuto conto. Avete fatto le passerelle a Villa Pamphili senza entrare qua dentro È ora di finirla, allora, con i proclami.

L'Italia ha bisogno di certezze, che significa disponibilità delle risorse. Sappiamo bene che il mitico bazooka da 400 miliardi si è tradotto forse in 50 miliardi di crediti alle imprese, con difficoltà anche sulle certificazioni antimafia perché le imprese non riescono a superare il timbro che deve mettere qualche ufficio.

Presidente, non è con il mito dello smart working che si fa ripartire il Paese, perché questo è un Paese che riparte solo se lavora in fabbrica, se lavora nell'artigianato, nell'economia reale, e non in quella fittizia degli schermi della televisione. (Applausi).

Dico, allora, Presidente, che questo è un provvedimento troppo complicato, troppo lento, con decreti legislativi che allungheranno ulteriormente i tempi e con toni troppo trionfalistici per poter essere reale.

Abbassate il livello del tono trionfalistico. Siate più concreti e piantatela di prendere in giro il Paese. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Steger. Ne ha facoltà.

STEGER (Aut (SVP-PATT, UV)). Signor Presidente, parliamo oggi di un provvedimento molto articolato, uno dei più articolati della storia del Parlamento italiano, che ha il merito di mettere ingenti risorse nel tessuto produttivo e sociale del Paese. È un provvedimento che - se vogliamo - riflette il contesto nel quale è stato emanato, con risorse destinate a tamponare l'emergenza, più che, purtroppo, a immaginare la ripartenza economica. Ne consegue il fatto che alcune misure camminano sul filo dell'assistenzialismo, e questo non va bene se guardiamo alle ultime previsioni economiche che ci parlano di un peggioramento del quadro economico. Mi preoccupa anche il mercato del lavoro.

Vedo in questo provvedimento misure quali ancora divieti dei contratti a termine come dei voucher. Si continua con il divieto di licenziamento. Bene, capisco, ma così si ingessa l'economia, e la libera iniziativa economica è scritta nella nostra Costituzione. Spero, quindi, che su questo fronte ci sia flessibilità, perché in una situazione emergenziale è ciò che ci vuole per le nostre aziende.

Nessuna azienda - e sfido chiunque su questo - vuole licenziare i suoi collaboratori; tutti cercano di tenerli perché sono parte della loro famiglia, ma è anche ovvio che non si può distruggere un'azienda perché non si dà la necessaria flessibilità.

Credo, per questo, che nei prossimi provvedimenti, a cominciare dal nuovo scostamento di bilancio e dal decreto che lo seguirà, non ogni euro - perché forse sarebbe esagerato - ma tanti euro devono essere destinati a quegli ambiti in grado di fare da moltiplicatore economico per consolidare e garantire l'effetto di rimbalzo del prossimo anno. Dobbiamo uscire dall'emergenza ed entrare in un'ottica di rilancio e di ripartenza, quindi meno tasse e un impegno costante per la semplificazione burocratica, un processo di accompagnamento per l'innovazione e per la competitività, che rimane il vero punto debole del sistema produttivo italiano. Una vera strategia industriale, quello ci vuole in Italia. In questo senso, le modalità con cui verranno erogati gli aiuti europei possono davvero trasformarsi in un'occasione storica per la modernizzazione e per il superamento di una serie di limiti strutturali che impediscono la crescita delle imprese. L'Europa però ci chiederà - a mio avviso giustamente - i progetti di investimento prima di versare soldi, ma noi siamo pronti per investire questi soldi europei? Abbiamo la progettualità necessaria per investirli nei prossimi due o tre anni? Abbiamo una pubblica amministrazione in grado di guidare questo processo? Io sono scettico, ma comunque non dobbiamo perdere questa occasione storica e unica, dobbiamo prepararci subito. Chiedo questo al Governo, per il bene dei nostri cittadini e per una vera ripartenza del nostro Paese. I temi, allora, sono digitalizzazione, giustizia civile finalmente funzionante, transizione ecologica che non penalizzi le imprese, ma che le accompagni gradualmente sul terreno della sostenibilità. L'Europa sta indicando una strada di uscita dalla crisi che non si limiti alla sola erogazione di risorse, ma che porti a tramutare questa vicenda in un'occasione per costruire nuovi Paesi in una nuova Europa. Credo si tratti di un segnale di straordinaria importanza e per questo spero davvero che l'accordo finale conservi questo impianto.

Per tornare al provvedimento, è davvero complicato dover dare conto di tutte le misure contenute. Sicuramente la misura bandiera, quella che viene guardata con attenzione dalle imprese, è il superbonus per i lavori di miglioramento energetico degli edifici. Si tratta di una misura che sicuramente può offrire impulso al settore, a condizione che le norme applicative siano all'altezza e consentano concretamente di accedere ai benefici. Purtroppo mi torna alla mente quanto è già successo in passato con lo sconto in fattura o di recente con l'erogazione dei piccoli prestiti garantiti al 100 per cento dello Stato. Positive sono invece le misure a favore dei nostri territori. Penso al fondo di due milioni per le scuole della Valle d'Aosta e delle Province autonome, ma anche all'estensione della rete di gas naturale nelle zone climatiche F, così come alla possibilità nei territori montani di poter applicare il superbonus anche agli interventi di allaccio ai sistemi di teleriscaldamento efficiente.

Importante, poi, è l'articolo del provvedimento che concerne il corretto funzionamento delle Regioni e delle Province autonome. L'accordo politico raggiunto negli ultimi giorni per far fronte al mancato gettito fiscale delle Province autonome è fondamentale per garantire il corretto funzionamento di una serie di servizi primari. Queste misure sono la riprova che il lavoro in Parlamento non è inutile ma conduce al miglioramento dei provvedimenti e qui va anche il ringraziamento al Vice Ministro che si è speso tanto per questo accordo. Purtroppo, ancora una volta un ramo del Parlamento ha ratificato il lavoro dell'altro. Sono mesi che denunciamo questa situazione. Se si vuole superare il bicameralismo perfetto si faccia una riforma costituzionale ma fino ad allora Camera e Senato hanno la stessa dignità, e questo vale ancora di più per un provvedimento di una tale importanza che vale due manovre finanziarie come minimo e che è stato reso possibile solo grazie allo scostamento di bilancio che il Parlamento ha autorizzato. Non vale neppure la scusa dei tempi dell'emergenza e della mole del provvedimento: in tempi non sospetti avevamo chiesto lo spacchettamento della misura per garantire a entrambi i rami di poter lavorare e di rendere ancora più veloce la sua approvazione. Questa continua spoliazione delle prerogative parlamentari non è accettabile, il Governo ripristini pienamente la corretta relazione tra esecutivo e legislativo.

In conclusione, signor Presidente, il mio forte auspicio è che d'ora in avanti si proceda con interventi che rifuggano tentazioni assistenzialistiche ma che siano in grado di rilanciare consumi ed economia. Una momentanea riduzione dell'IVA produrrebbe tra i consumatori, un effetto di fiducia nel mercato, con benefici immediati soprattutto per il ceto medio e quello basso; in Germania è stato fatto con profitto, se ne vedono adesso le conseguenze, non capisco perché questo non si possa fare anche in Italia. Serve un'accelerazione con la consapevolezza che il tema vero è quello della ripresa economica su cui dobbiamo concentrare tutte le nostre energie e tutte le risorse economiche, a cominciare dal decreto-legge semplificazioni, che sarà un altro importante banco di prova per verificare anche il doveroso coinvolgimento del Parlamento da parte del Governo. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zaffini. Ne ha facoltà.

ZAFFINI (FdI). Signor Presidente, nel mio intervento parlerò della materia della quale mi interesso in Commissione, quindi questa mia inclinazione verso la sanità da una parte è un motivo di vanto, ma dall'altra è una sorta di condanna. Come per quegli attori che sono fin dall'inizio destinati a fare solo la parte del buono o del cattivo nei film, mi riesce difficile uscire dall'argomento.

In questa fase però vorrei prendere qualche minuto per ragionare sul provvedimento; il collega Urso ne ha declinato meglio di me le dimensioni assolutamente ipertrofiche che, come ogni ipertrofia, poi pregiudicano il funzionamento dell'organo come è noto (quindi parliamo anche di sanità). È tuttavia motivo di preoccupazione, Presidente, la disinvoltura con la quale il testo in esame sostanzialmente adotta provvedimenti degni di una riforma: penso alla riforma del Servizio sanitario nazionale, alla riforma della scuola e dell'università, per parlare solo delle materie che conosco. Se vogliamo, in merito a questo regime di funzionamento a senso alternato delle Camere (mi viene in mente Matteo Renzi con il suo destino rispetto a un referendum che ha tentato di portare avanti nel Paese, andando a sbattere la faccia, come è noto a tutti), sarebbe stato facile: bastava fare un Governo con i 5 Stelle e sarebbe stato facilissimo fare la riforma costituzionale nel senso di abrogare alternativamente una Camera o l'altra. Mi riferisco a questo funzionamento a senso alternato per cui dove si incardina il provvedimento forse ci sono margini per ragionare nella fase emendativa e di discussione in Commissione, mentre dove purtroppo il provvedimento arriva già "masticato" dall'altro ramo del Parlamento non se ne parla nemmeno: bisogna deliberare in tre giorni, bisogna discutere in Aula senza i relatori e ovviamente votare l'ennesima fiducia (credo che quella attuale sia la ventitreesima o ventiquattresima del governo Conte 2, siamo al record storico nella storia repubblicana). Però a tutto c'è un limite, perché poi comunque la Costituzione ha i suoi contrappesi e le sue dighe, quindi prima o poi arriveremo al contrappasso e sarà nel momento in cui dovrete presentarvi davanti agli elettori.

Dicevo che il provvedimento in discussione, come ha detto anche il collega Candiani, ci riempie di 1.000 pagine, 266 articoli, circa 70 o 80 commi attuativi e circa 100 regolamenti di attuazione. Nei giorni scorsi la stampa evidenziava che già l'80 per cento dei decreti attuativi previsti dai decreti-legge rilancio e cura Italia erano fermi, mancava oltre l'ottanta per cento dei decreti attuativi. Ora ne aggiungiamo altri 100 in valore assoluto, che sono contenuti in queste 1.000 pagine; vi rendete conto da soli di quanto ciò sia solo fantasia, solo un auspicio nell'ipotesi di buona fede, nell'ipotesi di malafede, una sorta di panem et circenses, materia da dare in pasto a reti unificate, come abbiamo potuto vedere nelle numerose e innumerevoli conferenze stampa, incontri e prese di posizione rispetto a un Paese disorientato e smarrito, su cui gravano problemi enormi ai quali non riesce a trovare neanche minimamente un briciolo di risposta.

Veniamo all'argomento sanità: in Commissione igiene e sanità - non me ne voglia il presidente Collina che apprezzo e stimo, persona pacata e seria - qualcuno pretendeva che licenziassimo il provvedimento in un'ora. Dovevamo ascoltare il parere, articolato in dieci pagine e su due parti (dopo avere evidentemente letto le mille pagine del provvedimento e i 260 articoli con tutti i commi e i paragrafi e consentito naturalmente ad ogni commissario di esprimere le proprie opinioni in discussione generale), aver poi sintetizzato un parere di minoranza (perché tutti i provvedimenti importanti necessitano anche di un apporto della minoranza), nonché espresso le dichiarazioni di voto (sicuramente almeno i Capigruppo): tutto questo in un'ora. Morale della favola: il provvedimento è stato preso così com'era, "un pacco", ed è passato oltre. Noi abbiamo espresso voto contrario, la maggioranza ha espresso voto favorevole al parere e così si è andati avanti. Questa non è la logica della democrazia, è evidentemente la logica dei numeri alla quale la democrazia spesso è sottoposta.

Nel dettaglio e nel merito questo è un provvedimento che è dedicato in larga parte alla sanità, e non potrebbe essere diversamente, trattandosi di un provvedimento che affronta l'emergenza Covid. Rispetto però a questa parte che dettaglia la sanità (come avevo detto, esso attua una riforma importante di parti essenziali del Servizio sanitario nazionale, che attengono per esempio ai percorsi formativi e alle borse di studio delle specialità nella parte che riguarda l'università), non si tiene per nulla conto di un ordine del giorno cui ho accennato anche ieri alla presenza del ministro Speranza. Non ho avuto il tempo di leggerne gli impegni e credo che anche oggi il tempo mancherà, ma vi segnalo, colleghi, che tutti noi e voi in quest'Aula, uno dei due rami del Parlamento, abbiamo approvato all'unanimità, con parere favorevole del Governo, un ordine del giorno che conteneva degli impegni precisi e lo abbiamo votato il 9 giugno scorso, in tempi utili per essere debitamente ricompreso nelle oltre mille pagine del decreto che oggi stiamo valutando e sul quale verosimilmente sarà posta la questione di fiducia e dovremo dire semplicemente sì o no.

Gli impegni erano importanti, tant'è che li abbiamo votati tutti insieme. Erano impegni che attenevano alla necessità di: fare un monitoraggio dell'epidemia del virus nella popolazione; di sviluppare la donazione di plasma immune da parte dei soggetti individuati e creare una piattaforma digitale dove convogliare tutti i dati regionali per analizzare il virus in ogni dettaglio e in ogni manifestazione territoriale e geografica; definire i tempi del fabbisogno di test molecolari per la fase 2. Le famose tre «T» (non sto qui a raccontarvele di nuovo, perché ne abbiamo parlato tante volte) poste dall'Organizzazione mondiale della sanità (trace, test and treat) per andare dalla fase 2 alla fase 3 e gestire la fase finale della pandemia, prevedono appunto il monitoraggio, la mappatura del virus nella popolazione e il trattamento. Tutto questo veniva sintetizzato in un ordine del giorno con sette impegni importanti, declinati secondo un'alchimia che ha trovato maggioranza e opposizione favorevole. Ebbene, signor Presidente e rappresentante del Governo, nessuno - dico nessuno - di questi impegni è stato ricompreso in questo mega - ipertrofico provvedimento nonostante vi fosse tutto lo spazio necessario. Perché? Perché la maggioranza non è in grado di capire quello che c'è scritto in un ordine del giorno? Evidentemente no, non lo voglio minimamente pensare. Perché gli impegni erano di così grave e pesante complessità da non poter essere ricompresi in questo enorme provvedimento? No, nemmeno. È sciatteria: si tratta semplicemente dell'atteggiamento che verifichiamo tutti i giorni. È la colpevole cecità con cui affronteremo l'ipotetico nuovo innalzamento della curva; è proprio mancanza di senso di responsabilità. Noi andremo ad affrontare il verosimile aggravamento della situazione epidemiologica che ha portato al lockdown, con un ipotetico ulteriore e drammatico provvedimento di restrizione, senza aver ottemperato alle disposizioni minime stabilite da tutti gli organismi internazionali e anche dal comitato tecnico-scientifico nazionale, ossia la necessità di mappare il virus nella popolazione e di aggiornare i protocolli di sicurezza, in virtù di quanto accaduto nelle Regioni, e i protocolli di trattamento. Tutto questo non l'abbiamo fatto e ognuno se ne assumerà le responsabilità. Quello che diciamo oggi qui resterà agli atti.

Colleghi, rapidamente cambiamo strada: ce lo chiedono il Paese, ma soprattutto la nostra comune dignità. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Comincini. Ne ha facoltà.

COMINCINI (IV-PSI). Signor Presidente, siamo di fronte a un provvedimento corposo e complesso, che dà risposte plurime. Ci sono importanti misure in materia di lavoro, fisco, esigenze finanziarie delle imprese, sanità, protezione civile e servizio civile, politiche sociali, enti territoriali, pubblica amministrazione, giustizia, coesione territoriale e Mezzogiorno, scuola, università, alta formazione e ricerca, cultura e spettacolo, informazione e comunicazioni, infrastrutture e trasporti, ambiente ed energia, agricoltura e pesca, immigrazione, difesa e sicurezza. Un provvedimento così articolato e carico di risorse (ben 55 miliardi di euro) non si era mai visto nella storia della Repubblica, ma del resto non si era mai vista neppure una pandemia su base planetaria così importante e drammatica dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Le risorse e le misure contenute in questo straordinario provvedimento sono quindi giustificate dalla condizione di estrema urgenza che vive il Paese.

È un provvedimento risolutivo dei problemi che sta vivendo l'Italia? No, sicuramente no, ma il decreto-legge di cui discutiamo la conversione in legge dà certamente un contributo importante a molti settori e rappresenta il punto di partenza per costruire la rinascita del Paese. Serviranno certamente altri interventi, altre risorse e un attento ascolto dei bisogni dei cittadini e delle varie categorie. Nessuno può risolvere con un solo provvedimento o con tante buone parole una crisi come quella che stiamo vivendo, come del resto le esperienze di tutti i Paesi colpiti dal coronavirus e dalle conseguenze socio-economiche mettono in luce. Permettetemi di dire che se anziché esserci questo Governo ci fosse stato il frutto del Papeete credo che la situazione nella quale vivremmo e in cui si dibatterebbe il nostro Paese sarebbe molto più grave di quella che invece stiamo affrontando.

Voglio sottolineare alcuni dei più rilevanti strumenti previsti dal decreto-legge in esame, condivisi e migliorati alla Camera dei deputati anche grazie al contributo dei colleghi di Italia Viva.

In materia di lavoro è prevista la proroga degli ammortizzatori sociali e delle indennità spettanti ad alcune categorie di lavoratori e l'incremento di specifiche misure a sostegno della genitorialità. Vi sono poi disposizioni tese a consentire all'INAIL di destinare 200 milioni di euro, derivanti dalla vendita di immobili, ad un bando per il concorso al finanziamento di progetti di investimento delle imprese. C'è poi il contratto di rete con causale di solidarietà, che consente per il 2020 la stipulazione di contratti per favorire il mantenimento dei livelli di occupazione delle imprese e di filiere colpite dalla crisi. In ambito fiscale è prevista inoltre la definitiva soppressione delle cosiddette clausole di salvaguardia e dei relativi aumenti dell'IVA e delle accise; in materia di aiuto alle imprese previsto il taglio dell'IRAP, ulteriore tassello di un percorso di supporto alle imprese e al lavoro, cominciato e sviluppato dai Governi Renzi e Gentiloni Silveri e oggi consolidate con misure come questa o come quelle introdotte dalla legge di bilancio con la prosecuzione di industria 4.0 e l'ulteriore riduzione del cuneo fiscale (i famosi 80 euro, tanto vituperati e oggi potenziati).

Questa è la strada giusta. Questi sono i provvedimenti giusti e da consolidare. C'è il sostegno alle startup innovative con contributi a fondo perduto e la promozione e la valorizzazione delle attività delle imprese innovative. Troviamo la promozione del sistema delle società benefit e risorse importanti per un complessivo rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, delle sue diverse articolazioni, territoriale ed ospedaliera, sia sotto il profilo organizzativo che per quanto attiene le assunzioni del personale. Viene dato un primo e significativo supporto ai Comuni, che tiene conto delle minori entrate registrate. C'è il sostegno molto più corposo alle scuole paritarie ed è stato annunciato un nuovo significativo intervento sulla scuola pubblica, statale e paritaria, che necessita di un adeguato supporto. C'è l'importante riconoscimento che servizi sociali, sanitari e socio-assistenziali sono servizi essenziali, che non possono essere bloccati neppure in una fase emergenziale come quella che è stata il lockdown.

C'è tanto altro, colleghi, e sappiamo che tutto questo pesa e peserà sulle nuove generazioni perché c'è molto debito ed è per questa ragione che i prossimi passaggi devono essere mirati e essere fatti con grande attenzione, cercando di andare a cogliere i punti più critici della crisi che stiamo vivendo e dare il miglior supporto possibile ad ambiti che ancora stanno chiedendo aiuto o che, per ragioni legate alle risorse limitate, non hanno potuto ancora vedere risposte adeguate. Sappiamo però che il Governo sta per chiedere un ulteriore scostamento di bilancio al Parlamento e attraverso queste risorse, se il Parlamento le concederà, si andranno a dare aiuti a chi ancora chiede un adeguato supporto.

Crediamo che il centro dei prossimi passaggi deve essere mirato ad aiutare al meglio le imprese perché bisogna ripartire tutti insieme, salvaguardando il lavoro. Se si salvaguardano le imprese, salvaguardiamo il lavoro di oggi e di domani. Se le imprese vanno in crisi, per necessità legate alla liquidità o per questioni legate alla mancanza di entrata e quindi all'impossibilità di reggere pagamenti e tasse, sappiamo che a essere a rischio sarà il lavoro delle famiglie e di tanti italiani. Bisogna puntare quindi sul lavoro e non sull'assistenza. Bisogna puntare sulle decontribuzioni, come in questo provvedimento si è fatto nel settore dell'agricoltura, e non sull'assistenzialismo. Badate, le misure emergenziali per dare aiuto a chi ha bisogno in una condizione di particolare criticità sono sacrosante e vanno utilizzate ma non possono essere generalizzate e diventare la base di politiche di un Governo o di una maggioranza. Quindi vanno bene gli aiuti specifici dove c'è bisogno, senza però fare dell'assistenzialismo la bandiera di un percorso e di un processo. Crediamo che nel decreto rilancio siano state poste le basi perché non si vada in quella direzione ma in un'altra e sia questa la struttura dei provvedimenti che devono essere potenziati, quelli di supporto alle imprese e al lavoro.

Sono stati fatti anche degli errori, non nascondiamocelo; ci sono stati ritardi nell'erogazione del tanto che il Governo ha saputo disegnare con i propri provvedimenti, non solo con il decreto rilancio, ma anche con quelli precedenti, e crediamo che si debba chiedere conto delle responsabilità di chi non ha saputo essere tempestivo nell'attuazione dei provvedimenti che il Governo ha saputo mettere in piedi: penso all'INPS e ad altre realtà che non sono state proprio leste nel dare le risposte che i lavoratori si aspettavano con la cassa integrazione e con molto altro.

Dobbiamo perseguire la strada della semplificazione, questo è fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese e per la ripresa economica. Stiamo attendendo la pubblicazione dell'importante decreto emanato dal Governo (e il Parlamento saprà certamente migliorarlo). Come Italia Viva abbiamo dato un contributo significativo a questa partita con il Piano shock. Sappiamo che c'è ancora molto da fare, che possiamo ulteriormente migliorare questi provvedimenti e certamente lo faremo.

La strada è anche quella del sostegno alle famiglie. I dati che anche altri colleghi hanno citato quest'oggi relativi alla denatalità che ha raggiunto il record dall'unità d'Italia ad oggi, ci devono interrogare e ci devono muovere nella direzione di dare il massimo sostegno alle famiglie. C'è un piano - il Family act - che è stato avviato dal Governo, è già in discussione in Parlamento e va assolutamente potenziato nelle diverse misure che il ministro Bonetti ha disegnato e proposto e che il Governo ha fatto proprie avviando il percorso.

Bisogna far ripartire la scuola pubblica, statale e paritaria. Nel decreto-legge al nostro esame abbiamo dato importanti risposte dove c'erano criticità ma sappiamo che c'è ancora da fare molto. Bisogna dare ancora un supporto ai Comuni che sono il cardine della Repubblica e del sistema democratico perché vi si concentrano le richieste di tutti i cittadini.

Permettetemi di ricordare velocemente, Presidente, che nel corso della pandemia abbiamo spesso ricordato i medici e gli infermieri che sono morti, ma ci sono anche dieci sindaci in carica che sono morti a causa del coronavirus mentre svolgevano le loro funzioni per le loro comunità, ed è giusto ricordare anche loro.

Noi crediamo che vi sia una strada tracciata e una visione da perseguire. Con questo decreto-legge sono state poste, come dicevo, delle basi importanti che vanno potenziate. Dobbiamo perseguire una strada di cooperazione e collaborazione con il terzo settore che ha svolto una funzione importantissima in questi mesi, in questo periodo così critico. Anche a questo settore va dato un adeguato supporto. Il Governo deve avere attenzione anche per le loro richieste.

Oggi la strada, come dicevo, è quella della semplificazione, dell'innovazione, del sostegno alle realtà locali, della decontribuzione, del rilancio del turismo (con i gravi problemi che come sappiamo sta vivendo), del sostegno alle aziende per garantire il lavoro di oggi e di domani. Bisogna farlo cooperando con l'Europa. Il Governo e il Presidente del Consiglio stanno conducendo una trattativa importantissima per poter ottenere dall'Europa risposte significative.

Concludo con un appello al Governo e alla maggioranza perché dobbiamo anche saper meglio gestire i tempi dei provvedimenti, perché il fatto che una delle due Camere, in maniera ormai alternata, non riesca ad esprimersi compiutamente sui provvedimenti del Governo non è facile da digerire ed è grave per il processo della democrazia. Comprendo e accolgo le lamentele dell'opposizione su questo versante che sono le lamentele anche di chi è nella maggioranza perché è impossibilitato a dare il proprio contributo.

PRESIDENTE. Concluda, senatore Cominicini.

COMINCINI (IV-PSI). Chiudo, Presidente. Nel decreto-legge rilancio c'è tanto di buono che possiamo e dobbiamo migliorare con i prossimi importanti provvedimenti, quindi l'invito al Governo e alla maggioranza è di proseguire su questa strada, di potenziare i provvedimenti positivi e di organizzarsi anche al meglio per poter dare ad entrambi i rami del Parlamento il tempo per potersi esprimere. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Arienzo. Ne ha facoltà.

D'ARIENZO (PD). Signor Presidente, ho ascoltato con interesse tutti gli interventi che mi hanno preceduto, quindi ravvedo la necessità e l'opportunità di alcune precisazioni. Infatti quando in Aula si dice che si blatera o si fa testimonianza, non si rende merito al lavoro che ogni Gruppo parlamentare e ogni senatore svolge nell'ambito delle sue funzioni. (Applausi).

Allo stesso modo, sono convinto - parlo ovviamente a nome e per conto del Gruppo del Partito Democratico ma immagino per tutti - che gli eletti del Partito Democratico conoscano il mondo del lavoro, conoscano i problemi, sappiano quello che sta accadendo (perché non vivono chissà dove), conoscano l'Italia, e quindi in queste Aule esprimano la loro opinione, i loro progetti perché pensano siano quelli migliori per risollevare le sorti del Paese. Di fronte a questo, ripetere meccanicamente o urlando le soluzioni possibili non vuol dire rappresentare la verità. Inoltre, quando si paventano scenari foschi, non si fa altro che alimentare inutili divisioni.

Per quanto riguarda il bicameralismo, capisco bene che sia un tema vero e attuale in una fase di emergenza come questa. Sembra che vi sia una depressione delle idealità che ogni Gruppo parlamentare nelle due Camere può esprimere; ma dire che si è lavorato con il favore delle tenebre e a scatola chiusa è assolutamente inaccettabile. Anzi, a quel collega che ha detto una cosa del genere vorrei chiedere se lui non ha partecipato ad alcun tipo di discussione nel suo partito rispetto a quanto è accaduto (mi riferisco al decreto rilancio) alla Camera dei deputati.

Il decreto rilancio è il terzo, purtroppo, dall'inizio dell'epidemia. È certamente un progetto ambizioso, che consente al Paese non più solo ed esclusivamente di affrontare l'emergenza (anche ovviamente, in particolare quella sanitaria e della cassa integrazione) ma anche, con gli strumenti che sono contenuti in quel tomo (certamente non facile da leggere e neanche da gestire fisicamente), di finanziare e sostenere quanto più possibile i cardini e i pilastri dell'economia del nostro Paese. Con il decreto rilancio e con il prossimo decreto semplificazione, quindi, oltre a investire ingentissime risorse economiche, è intenzione nostra e del Governo superare tutti gli ostacoli, soprattutto quelli di carattere burocratico, per favorire il più possibile la ripresa delle attività.

È un disegno certamente ambizioso, ma ineludibile. Siamo di fronte a scelte in parte costrette dall'emergenza e dall'evidenza delle cose, ma con il decreto rilancio si mettono in campo delle operazioni che vanno anche in prospettiva. Potrei far riferimento all'eliminazione definitiva - finalmente - delle clausole di salvaguardia. Certamente all'interno del decreto rilancio vi sono previsioni che ci consentono di programmare e di affrontare serenamente il futuro attraverso il recovery plan e il recovery fund.

Il tema che noi dovremo affrontare purtroppo non è soltanto di tipo economico. Da parte nostra si ripete spesso che mai si è stanziato un simile volume di risorse in diversi settori (come nel campo sanitario e nel turismo, e non li elenco tutti); il problema è che non si tratta solo di soldi. Magari fosse soltanto un problema di soldi. Lo abbiamo visto nella fase più acuta dell'economia: oggi siamo in condizioni diverse grazie alle scelte operate dal Governo italiano ma soprattutto grazie a quel connubio felice che si è stabilito tra le scelte del Governo e delle istituzioni e i cittadini, che hanno rispettato i dettami del lockdown e hanno consentito al Parlamento, al Governo e alle istituzioni di essere ora in una situazione completamente diversa.

Purtroppo oggi, nonostante le risorse, nonostante gli sforzi, nonostante quello che ci sarà (mi riferisco anche al prossimo scostamento di bilancio: immagino un altro provvedimento di spesa), nonostante la volontà politica di supportare tutte le azioni possibili e immaginabili, non possiamo dire di essere fuori da quel timore. Il fatto che vi siano in Europa e nel mondo ancora situazioni di criticità e che vi sia una presenza del virus in tante parti del mondo, con le limitazioni che vi sono alla mobilità sociale tra i Paesi, sta continuando a deprimere la domanda; le presenze turistiche inferiori alle attese o a quello cui eravamo abituati ne sono la più evidente espressione.

Quando si dice che siamo in condizioni pessime, non si tiene conto che il vero punto di svolta è la soluzione che la comunità scientifica può darci attraverso il vaccino. In una condizione ancora difficile è quindi difficile immaginare quale sia il provvedimento migliore che risolleva il Paese.

Intanto, è compito del Governo affrontare tutte le ripercussioni; lo facciamo con i miliardi di euro nel campo sanitario e per rifinanziare la cassa integrazione, ma anche attraverso provvedimenti di spesa che mettono il Paese in condizione di ripartire in futuro. Si tratta quindi del terzo provvedimento di questo trittico, che si concluderà con il decreto semplificazioni e poi, ancora, con il recovery fund. Difficile dire il contrario: potremmo avere sbagliato qualche previsione (chi è che non commette errori?), è però difficile dire che, con questo provvedimento non si inietti nel Paese n volume di risorse tale che può consentire alle nostre attività economiche, alle famiglie, alla comunità italiana un percorso di ripresa.

Un altro punto importante, per me che sono curioso, ma immagino lo abbiano notato in tanti, è che non vi sono finora nei provvedimenti assunti (decreto Cura Italia, decreto liquidità e adesso decreto rilancio) misure immaginifiche. Non vi sono provvedimenti non in linea con il sentire comune degli altri partner europei. È importante questo passaggio, perché molte delle affermazioni che abbiamo sentito in quest'Aula nei giorni scorsi erano palesemente fuori dal percorso che stanno seguendo anche altri Paesi europei: come se vi fosse una regia, che è la cosa più ovvia. Altrimenti, se avessimo fatto qualcosa di diverso, quel tizio che in Olanda ha esposto il cartello avrebbe comprato tutti gli spazi pubblicitari olandesi per dire che non bisognava dare neanche un soldo all'Italia. Per fortuna, quel tizio è isolato e spero che anche gli amici italiani rompano i rapporti.

Ma tutto questo è assistenzialismo. Scusate, ma noi dovevamo garantire la cassa integrazione? Sì. Dovevamo sostenere il sistema sanitario? Sì. Dovevano garantire la liquidità? Sì. Quindi, se è vero che questo è assistenzialismo, tutti avremmo fatto una operazione assistenzialistica dare una mano e sostenere il Paese.

A proposito di Paese e di coinvolgimento, ma allora è un provvedimento che abbiamo scritto in solitaria o abbiamo ascoltato? Il Paese è stato ascoltato, lo abbiamo coinvolto o, nelle segrete stanze com'è stato ripetuto finora, abbiamo fatto qualcosa di riservato? Lo vediamo con i provvedimenti. Abbiamo ascoltato il mondo delle imprese? Per le imprese, oltre al decreto liquidità, vi sono ulteriori movimentazioni per altri 100 miliardi di euro per garantire la liquidità. Le abbiamo ascoltate o no? Abbiamo cancellato l'acconto IRAP di giugno. Le abbiamo ascoltate o non le abbiamo ascoltate? Mi pare che chiedessero proprio quello. Se poi chiedevano anche la luna, probabilmente, in futuro saremo in grado di dare anche la luna. Intanto, però, le loro proposte le abbiamo ascoltate, come quelle degli operatori del turismo. Ci sono 3 miliardi di euro, vari sussidi e vari finanziamenti e altri saranno investiti con il recovery fund.

E il mondo della scuola, lo abbiamo ascoltato? Ma il mondo della scuola è il plexiglass dei banchi o sono i 16.000 insegnanti che garantiamo anche quest'anno? La ricerca e l'investimento nella ricerca, con altri 4.000 ricercatori oltre ai 1.600 già deliberati? E il mondo del lavoro l'abbiamo ascoltato? Abbiamo rigarantito e rifinanziato la cassa integrazione, e probabilmente un altro provvedimento ad hoc lo faremo tutt'ora. Lo abbiamo fatto, sì o no? A me pare di sì. È difficile dire il contrario. Possiamo avere sbagliato qualche previsione, lo dico prima, ma è difficile dire il contrario. Soprattutto, lo ripeto ai più riottosi, non vi sono provvedimenti diversi negli altri Paesi europei dell'Unione europea. Non vi sono provvedimenti diversi. Come se vi fosse una regia, non scritta e non verbalizzata da parte dell'Unione europea, su provvedimenti di questa natura.

Con il decreto rilancio, non solo rifinanziamo molto di quello che è stato fatto in passato ma mettiamo le basi per garantire la ripresa e per utilizzare al meglio il recovery fund. Questo era il nostro compito, questo continueremo a fare. E lo faremo per il bene dell'Italia, non solo per il bene del Governo, che è un dettaglio nella vita e nella condizione che stiamo vivendo. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pichetto Fratin. Ne ha facoltà.

PICHETTO FRATIN (FIBP-UDC). Signor Presidente, colleghe e colleghi, signor Vice Ministro, inizio ringraziando il presidente della Commissione Pesco per l'intervento che ha svolto questa mattina nella comunicazione di cessato inizio dei lavori della 5a Commissione, perché in quella sede ha denunciato una situazione ormai surreale che stanno vivendo le due Camere (probabilmente vale anche per la Camera dei deputati su altri provvedimenti), ossia il fatto che non viene permessa la valutazione sui provvedimenti, che invece è diritto dei parlamentari e delle forze politiche che le rappresentano.

Ho ascoltato con attenzione anche l'intervento che mi ha preceduto e devo riconoscere che il collega D'Arienzo ho fatto una difesa d'ufficio del provvedimento veramente encomiabile. Non riesco a trovare altro modo per definirla: una vera arringa.

Il decreto-legge che stiamo convertendo in legge e su cui fra pochi minuti il Governo si appresta, stando almeno alle notizie ufficiose e ufficiali, a chiedere la fiducia (potrebbe ancor sempre cambiare idea), come già detto da molti, ha 55 miliardi di maggiore autorizzazione al debito, quindi 55 miliardi di scostamento rispetto all'equilibrio di bilancio precedente, ed ha degli effetti che vanno ben oltre i 70 miliardi, quindi notevoli, anche con recupero rispetto ai precedenti.

Il provvedimento, che è stato denominato «rilancio» ma che in realtà prima aveva un'altra denominazione (decreto aprile), è un treno con tanti vagoni ed interviene praticamente su tutta una serie di settori legati all'emergenza. Infatti, non è un decreto-legge di rilancio. Einaudi diceva che la realtà dobbiamo avere il coraggio di leggerla com'è, tutti insieme; poi le soluzioni possono anche dividerci. Rendiamoci conto che questo è un decreto-legge di emergenza, non di rilancio, perché al momento non lascia intravedere alcun disegno per il futuro; non è collegato a nulla se non, giustamente, all'emergenza.

Forza Italia aveva dichiarato, con le altre forze del centrodestra, la piena disponibilità alla collaborazione quando si era in fase di discussione del cosiddetto decreto cura Italia, in attesa di questo che doveva essere il decreto aprile; la disponibilità di portare il proprio contributo di idee, sapendo che il proprio contributo di idee e di proposte poteva anche non essere condiviso e quindi cadere, giustamente nel rispetto del rapporto maggioranza-opposizione. Di fatto, non c'è stata risposta nel rapporto politico tra maggioranza e opposizione, e non può essere considerata tale quella trattativa con pochi emendamenti di correzione approvati durante il passaggio nell'altra Camera del nostro Parlamento.

Si tratta quindi di un decreto-legge ancora d'emergenza caratterizzato sempre da un completo buio sul futuro. Le dimensioni colossali certamente ci portano, avendo trattato tutti i temi, anche a condividere singoli interventi. Non tutto negativo: è stata buona l'intenzione di agire sulle ristrutturazioni edilizie con il credito d'imposta del 110 per cento, anche se mi vien da dire che, se di ripresa dell'edilizia si parla, non ha senso escludere, almeno in teoria, coloro che avrebbero o i fondi per l'intervento o il credito d'imposta recuperabile per l'intervento. Se era di ripresa dell'edilizia, non era di scelta assistenziale o di merito assistenziale o di punizione di settore: era ed è un intervento che serve a dare lavoro. (Applausi).

E quindi il lavoro lo danno coloro che sono maggiormente nella condizione di darlo. A questo punto, allo stesso modo bisognava porre la questione delle imprese, che avevamo posto negli emendamenti che - ahimè - non hanno avuto sorte, perché non sono neanche stati valutati in Commissione. Questione posta sia per le imprese sia per gli immobili A1, A8 e A9, perché riguarda il merito e l'obiettivo che un Governo si dà. Non possiamo darci sempre due obiettivi, uno addirittura contrastante rispetto all'altro. Era scontata la necessità di copertura delle casse integrazioni e anche la correzione della cassa in deroga: la nostra forza politica a fine febbraio disse che la cassa in deroga, con le procedure che aveva, creava danni e non aveva le condizioni per la velocità necessaria a intervenire; c'è stata la correzione col decreto, di cui prendiamo atto, ma continuiamo a denunciare il disordine sulle scadenze d'imposta e di dichiarazione. Oggi ci sarà l'ingorgo a settembre, onorevole Vice Ministro: guardi che gli italiani non è che non vogliono pagare le tasse, ma vogliono avere anche certezze di percorso, per poter fare una programmazione delle proprie condizioni aziendali e familiari. Si può anche valutare quindi un tasso d'interesse determinato diversamente o una graduazione diversa, ma non la si potrà valutare col decreto d'inizio settembre, perché significa assolutamente creare una condizione di completa incertezza e insicurezza.

Uno dei primi doveri che credo abbia il Governo invece è proprio creare sicurezza e dare garanzie, il che vuol dire indicare percorsi. Date quindi alle famiglie la possibilità di programmare il proprio futuro: avete detto no al patto fiscale e alla pace fiscale, ma dei 954 miliardi che risultano incagliati e di cui credo almeno 700 neanche più discutibili, cosa si intende fare? Togliamoci il chiodo e sgombriamo alcune degenerazioni, anche ideologiche o ideali (per altro ho un'appartenenza ideologica, quindi ne rivendico tutte le virtù, ma sovente anche i difetti). Vogliamo affrontare le questioni? Vuole il Governo, in una brutta occasione come questa, tentare anche di mettere ordine, invece di aggiungere disordine? I 113 provvedimenti citati, che servono ad attuare questo documento, con il passo della pubblica amministrazione e della burocrazia che abbiamo - e parlo al plurale, perché la responsabilità non sta mai tutta da una parte - non so quando li finiremo. Si continua a non avere la bussola: qui abbiamo il Presidente del Consiglio dei ministri che parla di abbassare l'IVA; partiti della maggioranza parlano di intervenire sul cuneo fiscale; altri ritengono che si debba generalizzare rispetto all'aliquota del 38 per cento. A parte il fatto che forse, anche qui, richiamando Einaudi, prima bisogna leggere la realtà, perché ad esempio per avere un po' d'effetto con l'abbassamento dell'IMU (un punto sono circa 4,3 miliardi) lo si dovrebbe fare di almeno cinque punti. Non sappiamo valutare come risponderebbe la struttura commerciale italiana. Facciamo un esempio al contrario: con l'introduzione dell'Euro di vent'anni fa, la banconota da mille lire è diventata un euro; era così automatico che i prezzi e quindi le agevolazioni al consumo scendessero? Non lo sappiamo: allora, anche da Presidente del Consiglio, si dovrebbe pensare prima di parlare.

Concludo velocemente con un ragionamento sul tema fiscale, per capire se si vuole andare alla tassazione delle persone o del consumo: questo è fondamentale. Ora, mi pare che il rischio ormai ci sia tutto: avremo un calo del prodotto interno lordo molto elevato (si stima oltre il 10 per cento); dovremo agire con determinazione per agevolare - e non impedire - le assunzioni e modificare le regole del lavoro a tempo determinato. C'è qualcuno che ha già provato ad assumere un dipendente qua dentro? Una ditta individuale, che ha bisogno di un dipendente per due o tre mesi, desiste, perché il titolare deve fare un mese di corsi e poi deve far fare un mese di corsi anche al dipendente e quindi gli conviene lasciar stare e rinunciare alla commessa. Ce lo poniamo il problema? Non ritengo che la mia debba essere la soluzione corretta, ma il Parlamento e chi governa devono porsi anche questi problemi, perché altrimenti non ne usciamo. Su questo, quindi, manca completamente un raccordo con una politica organica. (Richiami del Presidente).

Il tema della discussione che impegnerà l'Assemblea oggi pomeriggio è parte di tutto ciò e deve essere contestualizzato, perché riguarderà la parte degli investimenti e dello sviluppo, ma la parte straordinaria rispetto al quadro di finanza pluriennale dell'Unione europea è legata al Covid-19 e alle conseguenze della pandemia sul prodotto interno lordo italiano ed europeo.

Concludendo davvero, signor Presidente, tutto questo ci ha fatto rendere conto dell'interdipendenza tra la nostra economia e quelle degli altri Paesi europei, non quelle frugali, che tentano in modo frugale di fregar qualcosa, e ha permesso, in primo luogo ai tedeschi, di capire che se l'Italia non è forte, ci rimettono anche loro. Questo è uno dei dati che il nostro Presidente del Consiglio, nella trattativa dei prossimi giorni, dovrà tenere presente. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mirabelli. Ne ha facoltà.

MIRABELLI (PD). Signor Presidente, ho chiesto di intervenire, perché penso che in Assemblea non si possa accettare qualunque ragionamento e qualunque riflessione e che una riflessione invece vada fatta. Ho sentito, in questa discussione, cose che credo non dovrebbero far parte di un dibattito parlamentare. Ho sentito purtroppo diversi esponenti dell'opposizione raccontare uno scenario in cui, dalla loro parte ci sono quelli che lavorano, mentre la parte della maggioranza è fatta da sfaccendati e da persone che non sanno cosa siano il lavoro e la fatica: è stato detto in diversi interventi. È stato detto in altri interventi che la maggioranza è fatta da persone abituate a vivere di notte, ad agire nell'oscurità e a non avere trasparenza. Penso che questo non si possa accettare (Applausi) per una ragione che riguarda la nostra democrazia.

Poi dirò cosa non ha funzionato: ci sono oggettivamente problemi di metodo e c'è oggettivamente un problema di funzionamento del bicameralismo. Non si può però accettare un'idea caricaturale della nostra discussione. Credo non sia utile al Paese, se gran parte dell'opposizione sceglie questa cifra, preferendo sbeffeggiare e agitare i problemi, anziché confrontarsi sul merito e contribuire a risolverli. Credo che questo sia un problema. Colleghi, avete sollevato tanti problemi di democrazia, ma io pongo questo problema: serve al Paese un'opposizione che agita i problemi, invece che cercare di risolverli? (Applausi). Avete evocato un futuro e raccontato un Paese che sta morendo di fame, ma non è così. Il Paese è messo male, ci sono molti che stanno soffrendo, ma in questo Paese nessuno sta morendo di fame, per i provvedimenti - anche quello al nostro esame - che il Governo ha messo in campo.

Ci avete spiegato che le misure previste (cassa integrazione, bonus di 600 euro, i 1.000 euro) sono assistenzialismo. Decidetevi! Fateci capire cosa vuole l'opposizione: se dobbiamo stare vicini alle persone che soffrono, a quelle persone che rischiano di non poter mangiare perché il reddito è diminuito con il lockdown oppure dobbiamo fare altro. Ditelo, però. Non si può dire tutto e il contrario di tutto. Non si può dire che questo Paese rischia di avere molte famiglie in condizioni drammatiche e poi spiegare che, però, quelle stesse famiglie non vanno aiutate. Allo stesso modo, avete evocato scenari drammatici rispetto alla nostra economia, ma siete sempre pronti a cambiare opinione - l'ho visto anche oggi - a seconda di cosa conviene per fare un po' di propaganda e alimentare le critiche al Governo.

Sono colpito da ciò che ho sentito oggi sulla vicenda Autostrade. Ho sentito affermazioni che sono il contrario di quanto è stato detto solo ieri. Ieri è stato spiegato da molti che sono intervenuti oggi che bisognava trovare un compromesso, una soluzione che tutelasse l'interesse pubblico, il lavoro, quindi l'occupazione, e nello stesso tempo intervenisse per far pagare le responsabilità a chi le ha avute. Oggi si dice che quel provvedimento non va bene esattamente per le stesse ragioni. Non possiamo lavorare così.

Credo siano giuste le critiche sul metodo; sono giuste le critiche - che peraltro non sono nuove - per il fatto che gran parte dei provvedimenti ormai può essere discussa solo in una delle due Camere; ma non è questo il tema. Confrontiamoci, quando possiamo, sul merito, e il merito non è quello che avete raccontato.

Ho sentito un solo intervento dell'opposizione richiamare una misura straordinaria, anticiclica, qual è il bonus del 110 per cento su ecobonus e sicurezza. Non ho sentito nessuno richiamare che già centinaia di migliaia di famiglie hanno richiesto e ottenuto il famoso bonus vacanze. Non ho sentito nessuno raccontare che chi ha subito la crisi potrà versare le tasse a settembre, non a luglio. Non ho sentito nessuno ricordare che in questo provvedimento ci sono molti soldi a fondo perduto che andranno - e stanno già arrivando perché queste sono già misure concrete - alle aziende italiane. Questo sta succedendo.

È un decreto-legge, non sono chiacchiere. Sono interventi concreti che si stanno facendo. Questa è la verità.

Concludo velocemente. Cassa integrazione, 600 euro, 1.000 euro per autonomi e partite IVA, reddito di emergenza, blocco degli sfratti: sono tutti provvedimenti che servono a evitare lo scenario, che qui tutti temiamo, di un Paese messo in ginocchio e di famiglie messe in ginocchio dalla crisi. Crediti garantiti alle imprese, accelerazione dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione (12 miliardi), finanziamenti a fondo perduto per tutte le imprese: sono provvedimenti che dicono che noi vogliamo rilanciare l'economia di questo Paese, aiutare le imprese, che abbiamo un'idea di sviluppo del Paese che guarda al lavoro, all'ambiente, alla vivibilità delle città, ma soprattutto che in questo momento sente il dovere di stare vicino ai cittadini in difficoltà e che soffrono. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bossi Simone. Ne ha facoltà.

BOSSI Simone (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, come sempre in quest'Aula mancano due cose: i Ministri e il tempo. (Applausi). Di Ministri non ne abbiamo visto neanche uno in una giornata di lavoro e, in riferimento al tempo, è sempre troppo tardi per fare qualcosa.

Ho appena ascoltato l'intervento di chi mi ha preceduto, ma dopo 1.500 emendamenti non avete capito quello che c'era scritto? Venite in Aula a chiederci di dirvi cosa vogliamo, ma non bastano 1.500 emendamenti? (Applausi). A voi serve uno bravo che ve li spieghi, perché è impossibile. Diteci cosa dobbiamo fare per farvelo capire. Veramente non lo so. Come hanno già detto i colleghi del mio Gruppo che mi hanno preceduto, questo decreto è iniziato ad aprile, è inciampato, è arrivato a maggio, è caduto a giugno, è rotolato rovinosamente ed è arrivato a luglio e al 18 luglio questo decreto-legge scade. Non riusciamo neanche a discuterlo. In Commissione non abbiamo avuto neanche il tempo di leggerlo, se non dieci minuti per esprimere un parere. Stiamo parlando del decreto-legge che dovrebbe fare la storia dei decreti, con 266 articoli, più i bis e i tris e mettiamoci quello che vogliamo, e non abbiamo avuto neanche venti minuti per poterlo analizzare insieme. Ma di cosa stiamo parlando, signori? (Applausi).

Nel frattempo fuori, nel mondo reale, hanno chiuso imprese, la cassa integrazione non si è vista, e quella che stanno aspettando è ancora la cassa integrazione di aprile, non quella di luglio. La potenza di fuoco è diventata impotenza, il gesto d'amore chiesto alle banche, che è arrivato dopo, è stato una pacca sulla spalla, perché non è pervenuto. Del resto, dagli amici dei banchieri non c'era da aspettarsi null'altro. A casa ci sono milioni di italiani, uomini e donne che si sentono presi in giro, ma voi non li ascoltate, non volete ascoltarli così come non volete ascoltare noi. Ci sono milioni di attività produttive, piccole e medie imprese, artigiani, avvocati, commercialisti, aziende della filiera agricola, tutta gente la cui attività domani non aprirà più. Ditelo agli italiani, dite cosa state facendo, ma va detto con chiarezza: state facendo 55 miliardi di debito pubblico. State sprecando questi soldi. Si poteva fare quella che voi non avete mai avuto il coraggio di fare, una flat tax per tutti al 15 per cento, con 15 miliardi e il Paese post Covid sarebbe ripartito. (Applausi). Così, invece, avete fatto 55 miliardi di sussidi, di redditi di nullafacenza e poi la pentaidiozia delle pentaidiozie: il monopattino. Ma ragazzi, il mondo non ha bisogno del monopattino, ha bisogno di lavorare. (Applausi).

Quando in Commissione dicevano che questo era il documento della storia, avevano ragione: con 266 articoli, ad occhio e croce serviranno 130-150 decreti attuativi e quattro o cinque mesi per mandare avanti questo decreto, e sapete cosa accadrà in questi quattro-cinque mesi? Il Paese morirà aspettando i soldi che non arriveranno mai. State millantando finanziamenti dei fondi strutturali europei, sapendo che il dazio da pagare subito dopo si chiama condizionalità, controllo e impegno della spesa. A proposito, qualcuno di voi sa dirmi dove sono le tabelle di marcia relative all'effettivo stanziamento di questi fondi? Qualcuno di voi sa dirmi con certezza se l'Italia sarà percettore netto? Se le garanzie sui futuri finanziamenti saranno agganciate al bilancio dell'Unione europea, che peraltro è ancora in discussione, non solo i tempi si allungheranno ancora di più, ma continueremo ad essere contributori netti, punto e basta.

Viene voglia di ricordare solo una cosa, prima di concludere, signor Presidente, perché il Ministro comunque non c'è, quindi mi rivolgo a lei o al sottosegretario Castaldi, che è sempre presente: la migliore delle operazioni della storia della medicina su un tomo di 200 e passa articoli è riuscita perfettamente, ma ahimè il paziente è morto e ahimè il paziente si chiamava Italia. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cioffi. Ne ha facoltà.

CIOFFI (M5S). Signor Presidente, stiamo parlando, come abbiamo detto in tanti, di questo decreto-legge che investe 55 miliardi e voglio iniziare questo intervento raccontando un episodio che mi è capitato in treno, mentre salivo da Salerno a Roma. Ho incontrato un ragazzo che conosco, che è un piccolissimo imprenditore nel settore della ristorazione, e mi ha ringraziato. Mi ha ringraziato perché, insieme al suo commercialista dal quale si è fatto aiutare, è riuscito ad avere le risorse che noi abbiamo messo a disposizione: è riuscito ad avere il prestito nell'ambito dei 25.000 euro, è riuscito ad avere i 600 euro, è riuscito ad avere il contributo a fondo perduto. (Applausi). Questo significa che le cose di cui si parla a volte sono lontane dalla realtà, quindi spesso quando si parla bisognerebbe quantomeno chiedere ai cittadini, che sono gli attori veri della nostra economia, se le misure che messe in campo hanno portato loro dei benefici, degli effetti. Questa è una cosa che mi è capitata, ma vicende del genere succedono a tutti noi.

Parlando di tutto questo ci riferiamo al fatto che da moltissimi anni ci troviamo di fronte a una incredibile crisi dovuta a un incremento enorme delle disuguaglianze, non solo in Italia, in tutto il mondo. Sappiamo perfettamente come nei Paesi di lingua anglosassone le disuguaglianze siano esplose, più di tutti negli Stati Uniti, ma in tutti i Paesi di lingua anglosassone; in Europa fortunatamente la cultura latina ha un po' ridotto questo incremento delle disuguaglianze, che pure c'è stato. Dobbiamo renderci conto di cosa è il mondo e di cosa ci ha portato il Covid; non ha fatto altro che far esplodere qualcosa che già c'era.

Prima ho sentito parlare del fatto che c'è assistenzialismo; ma il reddito di cittadinanza e il reddito di emergenza inserito nel decreto-legge in esame non sono misure di assistenzialismo, ma di riduzione delle disuguaglianze. (Applausi). È un'azione feroce, profonda, quella cui si riferiva - ho qualche vecchio ricordo - un signore che si chiamava Carlo Rosselli, il quale parlava del socialismo liberale. Forse bisognerebbe ricordare cos'è il socialismo liberale di cui parlava Carlo Rosselli, che si distingueva dalle teorie marxiste per andare nella direzione di quel socialismo ben rappresentato dal più famoso, dal più caro (penso caro per tutta l'Assemblea) Presidente della Repubblica che si chiamava Sandro Pertini, quando diceva che non esiste libertà se non si combatte e non si ottiene la giustizia sociale, perché le due parole vanno fuse. (Applausi). Solo se si riducono i problemi della fame, si può essere liberi.

Inoltre, rispetto alle azioni messe in campo, qualcuno parla di statalizzazione. Gaber diceva che qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto e qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini, ma questa è la citazione di una canzone. Noi però ci troviamo di fronte a questa situazione.

Poi accadono alcune cose strane. Oggi, ad esempio, leggiamo che la Commissione europea ho perso una causa contro il Governo irlandese e contro la Apple perché il Governo olandese aveva detto a tale società che poteva pagare tasse che nel 2003 erano pari all'uno per cento degli utili europei, nel 2001 pari allo 0,5 per cento e nel 2014 allo 0,005 per cento. La Commissione europea ha perso questo ricorso, ma allora noi dobbiamo lavorare tutti insieme per spiegare di cosa stiamo parlando. Per tornare a quel discorso di giustizia sociale di cui parlavamo prima, se vogliamo mettere in campo un'azione, deve essere forte e seria.

Poi è molto singolare sentire alcuni esponenti dell'opposizione. Se non ricordo male il loro leader una volta era un comunista padano che ha citato anche Berlinguer, il quale si sarà rivoltato nella tomba 150.000 volte (Applausi) a sentir parlare in questo modo di flat tax, che significa non far pagare le tasse a chi ha e farle pagare a chi non ha. Cosa potrebbe mai dire Berlinguer di fronte a un'affermazione del genere, detta da un comunista padano? Mi viene da ridere, mi viene molto da ridere, perché poi bisognerebbe ricordarsela la storia e, quando si fanno affermazioni, sapere di chi si parla. La storia va studiata e se la studiassimo ci ricorderemmo anche, per esempio, che se non ricordo male quando il signor Salvini era nella IX Commissione alla Camera votò la trasformazione del contratto concessione di Autostrade per l'Italia (che sarebbe la concessione autostradale) in legge, blindando quel provvedimento e inserendo i famosi articoli 9 e 9-bis, sui quali c'è stata una fortissima trattativa. Questa trattativa ha portato a far sì che una società che ha dei guadagni stratosferici torni nelle mani dei cittadini: questo è quanto abbiamo fatto. (Applausi).

È una cosa semplice: non significa statalizzare, significa impedire che qualcuno abbia un guadagno stratosferico, cosa che abbiamo già denunciato in un esposto fatto all'ANAC nel novembre 2017, quando erano ancora segretate le concessioni, ma guarda caso siamo riusciti a leggerle. Infatti, tutta la Commissione lavori pubblici, comunicazione del Senato nella scorsa legislatura chiese al Presidente, all'epoca Altero Matteoli che ora non c'è più, di avere copia degli atti. Gli atti furono mandati in Commissione con una letterina firmata dall'architetto Coletta, che era il dirigente generale del servizio di vigilanza, in cui era scritto che, siccome gli atti avevano rilevanza economica e patrimoniale per la società, non dovevano essere diffusi ed erano segreti. Stranamente erano segreti gli atti di ASPI, ma non gli atti di ADR, che è sempre di Atlantia, che erano pubblici: un'incredibile disparità.

Leggendo quegli atti e trascrivendoli a mano uno ad uno - purtroppo quegli atti li sapevo leggere perché, immeritatamente o forse meritatamente, ho fatto il mestiere dell'ingegnere libero professionista per tantissimi anni e li scrivevo anch'io, certo non quelli di Autostrade (magari, come ingegnere intendo) - ho presentato un esposto, da cui è nato tutto questo, in cui si evidenziava quell'incredibile guadagno.

Oggi siamo intervenuti: è stata una lunga battaglia, è stato molto complicato e solo con la pressione che il MoVimento 5 Stelle ha fatto siamo arrivati allo stesso risultato, magari per una strada diversa. Siamo arrivati al risultato di restituire un bene pubblico nelle mani di chi possiede quel bene, perché quel bene è stato costruito con i soldi dei cittadini. (Applausi).

Si tratta dei soldi dei cittadini. Ci vogliamo ricordare quando fu fatta la privatizzazione di Autostrade che cosa prevedeva la concessione? Era il 1999, molti anni fa. In quella concessione c'era scritto che i ricavi previsti nel 2018 sarebbero stati di 1,7 miliardi. Ma se vediamo i ricavi oggi sono pari a 3,9 miliardi. Le manutenzioni erano previste per 235 milioni e nel 2018 sono state di 270 milioni; più del doppio dei ricavi, ma le manutenzioni sono rimaste uguali. Il costo del lavoro è passato da 350 milioni a 270 milioni: questo prevedeva la concessione.

Chi è l'unico depositario che può prendere in mano una concessione così forte, che genera così tanti utili, e redistribuirli nell'ottica di cui parlavo prima, quella di Pertini o di Rosselli? Lo ricordo a tutti i componenti della maggioranza, perché in fin dei conti queste cose ci possono unire: l'ottica è quella di fare in modo che il guadagno generato sia redistribuito, perché dobbiamo combattere le disuguaglianze.

Con questo decreto siamo intervenuti su tantissime cose, ovviamente non sto a raccontarle, ma siamo intervenuti su questo: è l'inizio di una prospettiva, che non significa statalizzare tutto, ma ridare il potere in mano a chi lo deve avere. (Applausi). E gli unici che devono avere il potere sono sempre i cittadini, mai le società private. Hanno fatto i loro sporchi comodi per tanti anni e ora non lo possono fare più. (Applausi).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Poiché il rappresentante del Governo non intende intervenire in replica, valutato l'orario, le circostanze e la glicemia, la Presidenza decide di sospendere i lavori fino alle ore 15, per poi riprendere con le comunicazioni del presidente Conte in vista del Consiglio europeo.

La discussione del decreto-legge all'ordine del giorno riprenderà dopo la votazione delle relative risoluzioni.

(La seduta, sospesa alle ore 13,59, è ripresa alle ore 15,03).

Presidenza del presidente ALBERTI CASELLATI

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. Comunico che, come concordato fra i Gruppi, le convocazioni delle Commissioni permanenti per il rinnovo di cui all'articolo 21, comma 7 del Regolamento, già previste alle ore 19 e alle ore 21, sono rinviate ad altra data.

Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo straordinario del 17 e 18 luglio 2020 e conseguente discussione (ore 15,04)

Approvazione della proposta di risoluzione n. 1 (testo 2). Reiezione delle proposte di risoluzione nn. 2 (testo 2), 3, 4 e 5 (testo 2)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca... (Applausi). Scusate... (Commenti. Applausi). Mi sembra... (Applausi). Per cortesia, dovrebbe parlare il Presidente del Consiglio.

L'ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo straordinario del 17 e 18 luglio 2020 e conseguente discussione».

Ha facoltà di parlare il presidente del Consiglio dei ministri, professor Conte.

CONTE, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente del Senato, gentili senatrici e gentili senatori, venerdì 17 e sabato 18 luglio parteciperò al Consiglio europeo straordinario che, per la prima volta dal febbraio scorso, si terrà nuovamente a Bruxelles.

Il Consiglio torna dunque a svolgersi in presenza, recuperando quella normalità che il Covid-19 ha stravolto, insieme anche al vivere quotidiano dell'Europa e del mondo intero. Questo Consiglio europeo straordinario scaturisce, in una prospettiva fortemente politica, dalle proposte della Commissione europea del 27 maggio. Lo ricordo: si prevede un fondo per la ripresa, next generation EU, di 750 miliardi di euro, di cui 500 miliardi di sovvenzioni e 250 miliardi di prestiti, oltre che, ovviamente, la definizione del quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e anche, lo devo ricordare doverosamente, la proposta franco-tedesca - che risale al 18 maggio - che è stata un passaggio preliminare molto importante perché ha comunque delineato un poderoso piano europeo di ripresa.

Sia le proposte della Commissione europea, sia la proposta franco-tedesca sono coerenti con quanto l'Italia sin dall'inizio della crisi ha affermato con la massima determinazione in sede comunitaria. Mai come in questa occasione dobbiamo riconoscere che le istituzioni dell'Unione europea si sono mostrate sensibili agli strumenti con i quali il mio Governo, già nelle fasi iniziali della pandemia, ha cercato di leggere e di interpretare la natura e la portata della sfida che avevamo e abbiamo ancora di fronte.

Mai come oggi possiamo affermare che l'Italia ha contribuito in maniera decisiva a orientare la prospettiva nella quale collocare le risposte che l'Europa è chiamata ad offrire per essere all'altezza della sua storia, della sua civiltà, del suo destino. Ricordo, in particolare, la lettera che abbiamo scritto, insieme ad altri otto Paesi membri, già dal marzo scorso per sollecitare strumenti finanziari innovativi in un quadro di debito comune europeo.

D'altra parte, la crisi Covid-19 è senza precedenti e richiede azioni e misure straordinarie. La crisi determinata dalla pandemia è una crisi simmetrica a cui si deve rispondere anche, se necessario, con soluzioni asimmetriche, in un'ottica responsabile e matura di solidarietà e di redistribuzione. Non solo un'Unione tra Stati membri, ma ancor più unità tra Stati membri.

Il Consiglio europeo deve mostrarsi all'altezza di questa coraggiosa visione. Non può mancare questo obiettivo di portata epocale: rilanciare l'economia europea per disegnare il futuro del nostro continente per i prossimi decenni. Solo uniti riusciremo a rendere l'Europa di nuovo forte, di nuovo protagonista, competitiva nel mondo. Risposte nazionali sarebbero anacronistiche e inefficaci.

La crisi da Covid-19 dimostra che ai cittadini dobbiamo offrire soluzioni, dobbiamo offrire rimedi, non nuove paure o l'illusione di un anacronistico ritorno ad un piccolo mondo antico, dominato da egoismo e chiusure identitarie, un mondo tutt'altro che sicuro, tutt'altro che protetto, anzi, molto più esposto al rischio di un inesorabile declino. Certamente dobbiamo essere consapevoli che visioni veramente economicistiche e rigoriste ci darebbero solo l'illusione del concreto, per usare le parole di Carlo Morandi, uno storico molto sensibile alle prospettive avanzate dall'integrazione europea.

La posta in gioco non è solo il funzionamento del mercato unico, la tenuta delle economie europee, ormai sempre più interdipendenti, la difesa delle catene di valore europee, la convergenza economica e sociale. Sono in gioco anche i pilastri sui quali è stata costruita l'Unione europea, sui quali si è sviluppato, grazie all'intuizione e alla visione dei grandi europeisti del Secondo dopoguerra, nel processo di integrazione che ha contribuito ad assicurare un lungo periodo di pace e di crescita economica, un periodo mai conosciuto dalle precedenti generazioni.

I pilastri sui quali è stata costruita l'identità dell'edificio europeo sono oggi messi a rischio dalla crisi da Covid-19, che ha colpito il Continente dopo due gravi crisi finanziarie, acuendo ancor di più gli squilibri e le divergenze economiche tra gli Stati membri. Se non vogliamo essere travolti, dobbiamo agire con coraggio, porre in essere misure straordinarie. Non abbiamo alternative.

Le proposte avanzate dalla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen muovono in questa direzione; peraltro sono state confermate, quantomeno negli obiettivi di fondo, dalla proposta di conclusioni presentata dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, venerdì 10 luglio scorso, a seguito delle varie consultazioni che ha condotto con i 27 Capi di Stato e di Governo.

Bisogna riconoscere che, in uno scenario assolutamente inedito, l'Unione europea, con il contributo di tutte le sue istituzioni, ha già assunto, con una certa rapidità, decisioni fondamentali. Come ha affermato nella giornata di apertura della consultazione nazionale «Progettiamo il rilancio» il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, le prime politiche di contrasto all'emergenza messe in campo dalle istituzioni europee sono state ispirate da una visione già di ampio respiro protesa al cambiamento. Già in quella fase una politica miope, ispirata a canoni neoliberisti, a una visione angusta della competitività e della concorrenza, è stata ritenuta inidonea a gestire e affrontare la crisi.

Ricordo le decisioni più importanti che abbiamo assunto: innanzitutto, la sospensione del Patto di stabilità e crescita, attraverso l'applicazione della general escape clause; poi la flessibilità accordata al regime degli aiuti di Stato; ancora, l'avvio da parte della Banca centrale europea del programma cosiddetto PEPP da 750 miliardi di euro. Ricordo che a giugno la medesima BCE ha deciso un incremento del programma per ulteriori 600 miliardi di euro, per un totale di 1.350 miliardi di euro. (Applausi).

Ricordo ancora il ricorso alla flessibilità nell'uso delle risorse della coesione; il piano della Banca europea per gli investimenti (BEI) per attivare fino a più di 40 miliardi di euro di finanziamenti destinati alle piccole e medie imprese.

A queste misure si sono aggiunte le tre linee di sicurezza, per i lavoratori, per le imprese e per gli Stati, avallate dai Capi di Stato e di Governo dell'Unione europea il 23 aprile scorso, sulla base della relazione dell'Eurogruppo del 9 aprile. Si tratta di un pacchetto consistente, di 540 miliardi di euro, così articolati: un fondo europeo di sostegno a strumenti nazionali per la lotta alla disoccupazione (Sure) di 100 miliardi di euro; un fondo paneuropeo della BEI, in grado di mobilitare fino a 200 miliardi di euro; c'è poi il pandemic crisis support, nell'ambito della linea di credito precauzionale del Meccanismo di stabilità, pari a 240 miliardi di euro, alla quale gli Stati membri dell'area euro possono decidere di ricorrere.

Proprio il Consiglio europeo del 23 aprile ha dato un inequivoco segnale politico verso l'istituzione del recovery fund, definito espressamente, come richiesto - permettetemi di sottolinearlo - da parte italiana, necessario e urgente. Possiamo affermare che la decisione è frutto di un percorso negoziale nel quale l'Italia ha svolto un ruolo fondamentale, un ruolo propulsivo. (Applausi).

È stata una decisione senza precedenti, perché ha segnato un'apertura inedita ad uno strumento di politica fiscale europea basato su un principio di intervento finanziario comune. Sottolineo che la proposta del recovery fund modifica i termini del rapporto tra la Commissione e i Governi nazionali: adesso sono i singoli Stati ad essere chiamati a una maggiore responsabilità, indicando i propri progetti di rilancio, il proprio percorso di riforme e di investimenti.

Ora tocca a noi, Capi di Stato e Capi di Governo dei 27 Stati membri, assumere con rapidità una decisione altrettanto coraggiosa, affinché il next generation EU e il prossimo quadro finanziario pluriennale possano tradursi in misure e azioni concrete. La nostra casa comune è in grado di offrire vantaggi per tutti, se però usciamo dall'ottica negoziale del gioco a somma zero e acquisiamo la consapevolezza di una diversa prospettiva negoziale. Quando sono in pericolo le fondamenta dell'edificio europeo, nessuno Stato può avvantaggiarsi a scapito di altri. Dobbiamo essere tutti consapevoli che, se alcuni Paesi europei più in difficoltà dovessero soccombere di fronte alla crisi, i Paesi più ricchi non se ne avvantaggerebbero. In questo grave tornante della storia europea, la negoziazione tradizionale stessa è destinata al fallimento: oggi vinciamo tutti o perdiamo tutti. (Applausi).

Per questo riteniamo cruciale che la decisione del Consiglio europeo sia assunta entro luglio, quindi al più presto, e non sia svilita sulla base di una logica e di un compromesso al ribasso. Questo sarebbe inaccettabile non solo sotto il profilo politico ed economico, ma anche dal punto di vista morale. Un simile scenario non sarebbe certamente auspicabile; l'ho già affermato in quest'Aula - se ricordate bene - il 17 giugno scorso: non lo meritano le decine di migliaia di vittime europee del Covid-19, come anche le famiglie, i giovani e le imprese che stanno affrontando le conseguenze economiche e sociali della pandemia.

In queste settimane ho condotto un'intensa attività diplomatica, nell'ultima settimana anche con vari incontri e visite, per discutere con i miei omologhi sulla necessità di assumere al più presto una decisione di alto profilo basata sui principi di responsabilità e di solidarietà, ambiziosa, capace di assumere davvero un sostegno senza precedenti all'economia europea. Il next generation EU dovrà essere all'altezza delle sfide presenti e future; lo ha ribadito anche il Parlamento europeo, il cui consenso politico, come quello dei Parlamenti nazionali, rimane fondamentale per un'immediata attivazione e dunque per rispondere tempestivamente alle urgenti necessità che nessuno Stato membro può affrontare in modo isolato e in solitudine. Con spirito europeo, dunque, continuerò a lavorare - come sempre nel corso di questa crisi - affinché al tavolo del Consiglio europeo prevalga la logica di una comunità di interessi basata su valori condivisi. (Applausi).

È fondamentale che il risultato finale, quanto al volume e alla composizione ad ampia prevalenza di grants, vale a dire di sovvenzioni, sia coerente con la proposta attualmente sul tavolo e che sia preservato il principio di un finanziamento straordinario di lungo termine tramite debito comune europeo. Altri aspetti prioritari dell'accordo su next generation EU, sui quali il Consiglio europeo dovrà trovare anche qui un punto di equilibrio, senza perdere però tempo prezioso in negoziati che snaturino o rallentino l'accordo complessivo, sono i seguenti: i criteri di allocazione non devono essere stravolti, perché essi assicurano l'effettivo ed efficace sostegno di Paesi, regioni e settori più colpiti dalla crisi Covid-19; molto critico è anche il tema della governance: la proposta sul tavolo garantisce lo stretto collegamento con il semestre europeo, con le raccomandazioni specifiche per Paese della Commissione; riteniamo accettabili le regole proposte legate al rispetto dello Stato di diritto e quelle collegate agli ambiziosi obiettivi europei in materia di lotta al cambiamento climatico. Inoltre è essenziale preservare la centralità degli obiettivi sociali e verdi. Mi riferisco, per quanto riguarda il primo profilo, alla coesione sociale, alla lotta alle molteplici diseguaglianze che la crisi - come sappiamo - ha acuito, al sostegno della parità di genere, alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro, alla mitigazione degli effetti della disoccupazione. Quanto al secondo aspetto, l'improcrastinabile avvio della ripresa economica europea deve continuare a considerare centrali lo sviluppo dell'economia verde, la digitalizzazione, le nuove tecnologie: tutti fattori fondamentali nei prossimi decenni per rendere le economie europee competitive, nella prospettiva peraltro delineata dall'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e in vista di una nuova strategia industriale.

In questa prospettiva, colgo con favore l'appello lanciato da cinquanta parlamentari nazionali ed europei orientato anche ad indirizzare quanto più possibile le risorse del piano in favore delle nuove generazioni, attraverso un coraggioso investimento in cultura, istruzione, mobilità sociale e parità di genere. (Applausi).

Riguardo all'accordo sul prossimo quadro finanziario pluriennale, non c'è spazio politico ed economico per illudersi di vivere in tempi ordinari. Non ci sono le condizioni per negoziare per settimane o per mesi, come - dobbiamo confessarlo - ci eravamo predisposti a fare all'inizio dell'anno, in Consiglio europeo su singoli aspetti tecnici, semmai attenti solo alla convenienza nazionale o alla conservazione di anacronistici privilegi.

Certamente, pur muovendo da un approccio costruttivo teso a favorire un accordo rapido e di alto profilo, continueremo a tutelare le nostre priorità con particolare riguardo alla coesione e alla politica agricola comune. Il nuovo bilancio europeo settennale non dovrà assolutamente rinunciare al sostegno dei settori e delle fasce di popolazione più colpite e, conseguentemente, la massima centralità dovrà essere riservata ai principi della coesione economica e territoriale, al dialogo sociale, alla trasformazione verso un'economia resiliente, sostenibile, socialmente giusta e competitiva.

Quanto a quelli che ho definito privilegi anacronistici, mi soffermo sui rebates. Conoscete la mia posizione e quella del Governo perché l'ho già annunciata in precedenza. Ecco, ogni nostra anche parziale flessibilità riguardo all'esigenza politica per alcuni Stati membri di mantenere i rebates non può che essere condizionata - dobbiamo essere chiari - a una piena ed effettiva apertura da parte di quei Paesi ad un accordo rapido e di alto profilo su next generation EU. (Applausi).

Per quanto riguarda le entrate di bilancio, occorre continuare a perseguire con ambizione alcuni obiettivi, anche con riferimento alle nuove risorse proprie, che sono lo strumento ineludibile - peraltro riconosciuto anche dalla Commissione e nella stessa bozza di conclusioni del presidente Michel - se vogliamo favorire politiche europee davvero efficaci, durature e compensare le divergenze sociali ed economiche tra Stati membri e gli attuali squilibri interni al mercato unico.

Tutte le considerazioni sinora svolte riguardano l'obiettivo, ad elevata valenza politica, di un impegno europeo comune finalmente anche sul piano finanziario per rilanciare le economie e renderle resilienti. Se l'Unione europea sta cercando di rendere la crisi da Covid-19 un'opportunità, tanto più questo è vero per l'Italia. Sono convinto che questa crisi, sanitaria ed economica ad un tempo, abbia portato in evidenza numerose criticità che bloccano il sistema economico italiano e che la politica non ha saputo o non ha potuto risolvere in modo efficace e duraturo.

L'acuta sofferenza sociale ed economica del nostro Paese può e deve consentire uno sforzo corale da parte di tutte le sue componenti per intraprendere - e questa volta sino in fondo - un percorso di rilancio di ampio respiro.

Come ha ricordato il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l'Italia in molti momenti della sua storia ha sorpreso il mondo: l'Europa ha ora bisogno di quest'Italia, di un'Italia più forte. È con questo spirito, che il Governo tutto è impegnato a realizzare un programma di riforme credibile, articolato e fondamentale, con una prospettiva di medio-lungo periodo, con un orizzonte di legislatura e l'ambizione di rendere l'Italia resiliente anche di fronte a eventuali future crisi, che non auspichiamo.

Entro questa prospettiva riformatrice, siamo contemporaneamente impegnati a definire il piano nazionale di ripresa e resilienza che presenteremo a Bruxelles dopo la pausa estiva. Saremo i primi a monitorare la spedita attuazione delle nostre riforme e degli investimenti in programma, perché è nel nostro interesse farlo. In queste fasi così cruciali per la nostra storia, anche europea, massimo sarà il coinvolgimento del Parlamento. (Applausi).

Gentile Presidente, gentili senatrici e senatori, nella dichiarazione passata alla storia con il suo nome, Robert Schumann disse: «L'Europa non potrà farsi in una volta, né sarà costruita tutta insieme; sorgerà da realizzazioni concrete, che creino anzitutto una solidarietà di fatto». Ebbene, la crisi da Covid-19 rende la solidarietà di fatto un obbligo morale, prima ancora che politico, e implica un ineludibile ancoraggio dell'interesse nazionale ai valori fondativi del progetto europeo: pace, stabilità, benessere, democrazia e tutela dei diritti fondamentali.

In conclusione, mi appresto dunque a partecipare al Consiglio europeo straordinario del 17 e 18 luglio determinato a concretizzare il next generation EU, il quadro finanziario pluriennale 2021-2027, in piena coerenza con le proposte della Commissione europea, a beneficio di tutti i cittadini europei e soprattutto di coloro che stanno maggiormente soffrendo le conseguenze sociali ed economiche della crisi.

Spero di poter ricevere da questa Assemblea una convinta adesione all'impegno che stiamo profondendo per l'Italia in Europa. (Applausi).

PRESIDENTE. Avverto che le proposte di risoluzione dovranno essere presentate entro la conclusione del dibattito.

Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.

È iscritto a parlare il senatore Casini. Ne ha facoltà.

CASINI (Aut (SVP-PATT, UV)). Signor Presidente del Consiglio, chi, come me, in quest'Aula si dichiara europeista - non siamo pochi - e lo è sempre stato riconosce la necessità del sovranismo europeo: non ne vedo altri possibili, con la globalizzazione che esiste oggi, per nessun Paese europeo. Per chi, come me, è profondamente europeista, non c'è dubbio che il presupposto, con cui si è presentato a questo Parlamento, sia da condividere. L'Europa poteva morire o risorgere: ora, aspettiamo a dire che è risorta, se non altro per scaramanzia. Ma senza dubbio in questa crisi del Covid-19, l'Europa ha dimostrato l'orgoglio di voler esistere (Applausi) e la consapevolezza, cari colleghi, che da solo nessun Paese può andare avanti. Credo sia molto miope ritenere che sulle disgrazie di qualche Paese europeo possa vivere e prosperare l'economia di qualche altro Paese europeo. I Paesi più forti hanno bisogno che i vagoni procedano tutti assieme, che il treno vada avanti e che nessuno abbia delle sventure particolari da questa vicenda.

L'Europa è un po' come il vecchio partito comunista polacco, incerto tra un vecchio ordine, che non riusciva a difendere, e un nuovo, che non riusciva a costruire e questa drammatica vicenda ha dato all'Europa intorpidita l'opportunità di risvegliarsi.

La trattativa che il Governo italiano sta seguendo in sede europea, secondo il Gruppo per le Autonomie è corretta, risponde al mandato del Parlamento, allo spirito europeo e, colleghi, agli interessi nazionali. Nessuno di noi si illude, infatti, che le trattative in seno al Consiglio europeo siano un pranzo di gala: non lo sono, sono contrattazioni dure, a volte esasperate, a volte infinite e questo fa parte delle regole del gioco. Nessuno è così ingenuo da pensare di andare in Europa e ricevere applausi dagli altri partner comunitari.

Non c'è dubbio, altresì, che la trattativa - questa è sostanza e non forma - dovrà chiudersi al più presto e la decorrenza dei provvedimenti dovrà materializzarsi a breve scadenza: negoziazioni infinite non sarebbero tollerabili, tempi e modi non sono variabili indipendenti.

Concordo altresì con il Presidente del Consiglio che è necessario non stravolgere i criteri di allocazione del next generation EU, che è necessario un equilibrio tra le sovvenzioni garantite dal debito pubblico europeo e i prestiti di cui i singoli Stati potranno usufruire e che la definizione di questo deal andrà declinata insieme al quadro finanziario pluriennale, in cui persistono aree di conservazione di anacronistici privilegi per alcuni Stati.

Vorrei essere chiaro su questo punto: dobbiamo sfatare le preoccupazioni dei cosiddetti Paesi frugali. L'ho detto in una passata riunione del Senato: la preoccupazione di saper spendere bene i soldi che riceveremo dall'Europa, deve essere nostra, è la preoccupazione dei nostri figli e non solo dei Paesi frugali. (Applausi). Non possiamo però accettare lezioni morali da chi elargisce privilegi fiscali, per calamitare allocazioni di imprese e finanze sul proprio territorio nazionale. (Applausi). Su questo bisogna essere molto chiari: nessuno è più furbo degli altri. Siamo tutti furbi o nessuno è furbo. Diciamo così: siamo tutti abbastanza smaliziati per capire che le lezioni morali sono inaccettabili.

Non saranno rose e fiori. Dobbiamo essere chiari: dovremo accettare anche controlli sui nostri progetti. Dunque vorrei fare, in questa sede, due considerazioni. In primo luogo, signor Presidente, vorrei esprimere, dal Senato italiano, apprezzamento per la cancelliera Merkel e per il presidente Macron. Credo che i loro due Paesi, la Germania e la Francia (Applausi) non meritino la facile ironia, che ogni tanto, in modo superficiale, viene loro indirizzata dal nostro Paese, perché stanno spingendo dalla parte giusta. Infine, c'è un problema che riguarda l'Italia, riguarda noi. Lei ha parlato di opportunità che si aprono, ha ragione, ma, colleghi, le opportunità si declinano assieme alle responsabilità, e la responsabilità è tutta nostra: avere progetti chiari, immediatamente esecutibili; non perderci in lungaggini e rinvii; non aprire dibattiti interminabili come quello del MES, che divide maggioranza e opposizione. Vedo infatti che, esattamente come è divisa la maggioranza su questo, è divisa l'opposizione (ma non è una grande soddisfazione perché in questo momento governa la maggioranza, non l'opposizione). È la maggioranza che deve avere la lucidità di non perdersi in discussioni interminabili, con le gabbie ideologiche del passato. Non possiamo vedere il MES come qualcosa che non esiste più, perché le condizionalità che c'erano non ci sono più, perché le lenti ideologiche e le gabbie con cui abbiamo visto questi temi - forse anche giustamente qualche anno fa - oggi non hanno più ragione di esistere.

Infine, voglio dire una cosa che riguarda anche lei, presidente Conte, che ho visto che in qualche modo ha anticipato opportunamente con una dichiarazione nei giorni scorsi. Lei ha detto che dopo la pausa estiva presenteremo il nostro piano a Bruxelles: è comprensibile. Credo che spetti a noi, spetta al Parlamento, se vogliamo recuperare la centralità del Parlamento, che tante volte evochiamo a parole: dobbiamo utilizzare la pausa estiva non solo e non tanto per le vacanze, ma soprattutto per esaminare quei provvedimenti che dopo la pausa estiva andranno a Bruxelles, perché il Parlamento, in questo momento di drammatica crisi sociale ed economica, deve dare l'esempio al Paese di essere un passo avanti e non dieci passi indietro. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Romano. Ne ha facoltà.

ROMANO (M5S). Signor Presidente, l'uomo può dirsi libero quando non è strumento di altri, ma è autonomo centro di vita. Su questo principio nasceva il sogno europeo, quell'Europa dei popoli, libera e unita nella diversità, che Altiero Spinelli concepiva come pronta a tracciare un percorso di crescita comune e condiviso, in nome di una solidarietà che di tante Nazioni era destinata a fare un unico popolo.

In tutta onestà, non so dire se si è trattato di un sogno utopico, ma so che quella nobile ispirazione è stata tradita in nome di logiche che poco - molto poco - hanno a che fare con la solidarietà, e che rispondono sempre più al desiderio di imporre visioni utilitaristiche e regole astratte calate dall'alto.

Abbiamo ora l'occasione di recuperare quell'antico spirito, di dimostrare che appartenere all'Europa significa sposarne appieno i principi, con la convinzione di far parte di una casa comune che non sia solamente un luogo, ma una comunità, che condivide difficoltà e gioie, nel rispetto di regole che non rispondono alla volontà di fare di una Nazione lo strumento di altre Nazioni, privandola della propria libertà. Il recovery fund va approvato subito, servono risorse fresche e a fondo perduto, senza condizioni, entro l'anno. Non si possono accettare compromessi al ribasso.

Evidentemente queste risorse non possono giungere dal Meccanismo europeo di stabilità (MES): un perverso strumento che, in nome di una presunta frugalità, finirebbe con lo strozzare proprio i Paesi più colpiti dall'emergenza sanitaria ed economica, privandoli di quell'autonomia di cui ogni centro di vita ha bisogno per essere veramente libero. Non facciamo questo errore, signor Presidente del Consiglio. Non cadiamo nella trappola, visto che l'Europa ha messo in campo le risorse necessarie, che tuttavia servono quanto prima per non vanificare gli enormi sacrifici a cui sono stati chiamati i nostri connazionali, che non meritano di essere offesi da Paesi che fanno dell'austerity lo strumento dei propri interessi.

Serve un'Europa davvero competitiva. Abbiamo bisogno non di paradisi fiscali, ma di un salario minimo europeo, di un green new deal che dica addio al fossile e di una vera rivoluzione digitale. L'Europa potrà cambiare se tutti quanti avremo avuto coraggio e se lei, signor Presidente del Consiglio, avrà il coraggio. Noi saremo al suo fianco in questo percorso finalizzato a dare dignità all'Europa dei popoli e non delle lobby.

Non ci si può discostare dalla proposta della Commissione, restando fermo il principio di un finanziamento eccezionale e a lungo termine tramite debito comune europeo, con un accordo che giunga in tempi rapidissimi affinché, dopo i necessari passaggi, si arrivi presto all'attuazione di next generation EU e del prossimo quadro finanziario pluriennale. Solo così le singole economie potranno avere una prospettiva di crescita e l'Europa un futuro di unità e prosperità.

Tutti noi abbiamo apprezzato la fermezza con la quale, pur nel rispetto delle differenti sensibilità, ha saputo sostenere e sostiene una linea che è la sola capace di garantire una vera comunità di interessi, rispondente a valori realmente condivisi. Una chiusura su next generation EU non è giustificabile, perché comprometterebbe la ripresa economica proprio dei Paesi e dei settori più colpiti dalla crisi in atto e più bisognosi di ricevere protezione. La crescita e il lavoro potranno ripartire solo se si saprà cogliere l'occasione di mutare strategie, mettendo in campo risorse economiche importanti per rafforzare gli investimenti pubblici e privati legati a progetti e riforme convincenti, che diano fiducia e speranza.

Signor Presidente del Consiglio, è in gioco non soltanto la reputazione dell'Italia, come lei sa bene, ma anche il futuro dell'Europa, dei nostri concittadini e delle generazioni che verranno. Noi confidiamo in lei. Sono certo che non ci deluderà. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Paragone. Ne ha facoltà.

PARAGONE (Misto). Presidente Conte, non ho votato la fiducia al suo Governo, perché ero certo che il demone mefistofelico di Bruxelles ne avrebbe imposto le scelte e ne avrebbe in qualche modo condizionato il percorso futuro. Così è stato. Quel demone oggi vi suggestiona le soluzioni e domani vi obbligherà a cedere l'anima. Finché l'anima è vostra, amen. Ma il problema è che l'anima è dei cittadini italiani: lavoratori, famiglie, imprenditori e professionisti.

Non credo per nulla all'Unione europea e non credo nemmeno all'Unione monetaria, però provo pena a vedere l'Italia supplicare un po' di morfina ai Paesi del cosiddetto asse del Nord. Si sa: io sono per l'uscita e spero che si possa ancora avere un po' di dialettica rispetto al tema dell'Europa.

Voi continuate a subire il fascino di modelli sbagliati su presupposti finanziari fallaci. State però attenti a dire che arriveranno tanti soldi, perché altrimenti quei soldi, un euro per un euro, vi verranno chiesti dall'economia reale. Ognuno dei cittadini italiani sarà titolato a chiedervi: perché, visto che c'è una montagna di soldi, a me quei soldi non arrivano? Purtroppo a settembre vedrete le ferite di questo Paese, del Paese reale. Ma prendo per buono quello che per voi è la montagna di soldi e vi dico di stare attenti, perché tanti soldi e una montagna di soldi è diverso da "soldi illimitati": questa è la grande differenza, questa è la sfida. E aggiungo che quella illimitatezza dei fondi dovrebbe essere monetizzata dalla Banca centrale europea: questa è la grande prova di maturità.

L'economista Paul De Grauwe, che non è certamente un euroscettico - tutt'altro, è un socialista ed è un liberale pro-mercato - continua a ripetere - e con lui molti altri economisti - che i soldi che oggi vendete come la soluzione non finiranno nelle disponibilità, appunto, dell'economia reale. Allora vi invito a non affannarvi nel replicare le fatiche di Sisifo, perché il masso che portate in cima alla montagna è destinato a tornare al punto iniziale: è quello il supplizio di Bruxelles. State attenti. Lasciate perdere le illusioni del MES e del recovery fund. Ripeto che non credo al disegno unionista, ma se davvero volete la prova d'amore e di maturità da Bruxelles chiedete che la BCE compri all'infinito e monetizzi il deficit. È il testo della risoluzione che vi propongo.

I soldi servono adesso, senza conti da pagare e compiti a casa da fare. Se non lo farete, allora il vostro fallimento darà ragione a chi come me chiederà Italexit. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saccone. Ne ha facoltà.

SACCONE (FIBP-UDC). Signor Presidente del Consiglio, mi permetta di cominciare con un'affermazione, nonostante il collega che mi ha preceduto: l'Europa c'è, con tutte le sue istituzioni. Il Presidente del Consiglio europeo Michel ha affermato che non si deve ridurre il recovery fund a 750 miliardi di euro (quella è la cifra). L'Europa c'è con la Banca centrale europea e, nonostante la scivolata della signora Lagarde, la BCE sta facendo il suo lavoro. E chi dice il contrario, e cioè che non stanno arrivando i soldi dell'Europa, dice una cosa non vera, perché senza la Banca centrale europea oggi saremmo già falliti. Rispetto all'affermazione di comprare titoli per 1.350 miliardi, non sono spiccioli.

Signor Presidente del Consiglio, c'è anche il Presidente della Commissione europea, la quale - ne sono convinto - è profondamente consapevole che in un'Europa senza solidarietà non si mette fine e non si incide sul destino degli italiani, ma si pone fine al destino dei Paesi europei.

Signor Presidente, mi permetta però di esprimerle dei dubbi sulla sua relazione, che permangono perché si insiste in una via solitaria. Voi avete emanato tre decreti dallo scoppio di questa pandemia. Nessuno di noi nasconde la drammaticità dei numeri, che sono da conflitto bellico. Ma i tre decreti-legge approvati - il cura Italia, il decreto liquidità e il decreto rilancio - non stanno portando nessuno dei benefici da voi sperati.

In effetti, nascondersi dietro al fatto che tutto vada bene è un'ipocrisia e, allora sì, che ci sarà l'apocalisse, come ha detto il direttore de «il Fatto Quotidiano» Antonio Padellaro.

Signor Presidente, non voglio entrare nel merito dei 400 miliardi, di cui solo 51 effettivamente destinati agli investimenti, ma non c'è alcun dubbio che quei decreti non stanno producendo gli effetti sperati. Allora la risposta qual è? La risposta è quella di dire chiaro e tondo al Paese che da soli non ce la fate. Se voi continuate su questo percorso, rischiate di andare a sbattere.

Ha detto bene il presidente Casini: se, da un lato, non dobbiamo in modo alcuno non additare chi in Europa ci vuole insegnare e dire qual è lo strumento che dobbiamo adottare - noi siamo i primi a difenderlo - allo stesso tempo dobbiamo fare autocritica. Noi siamo credibili al cospetto dei Paesi membri dell'Unione europea. Voglio dirlo con molta franchezza: la Francia e la Germania sono non i nostri nemici, ma i cofondatori di un grande disegno, di un'utopia che è diventata realtà. Se noi continuiamo a trattare i Paesi membri come nostri nemici, non credo che troveremo giovamento.

Sono contento, signor Presidente del Consiglio, che da questa maledetta pandemia un insegnamento lo abbiamo tratto: nessuno di noi può fare da solo e non siamo sulla scia di qualcuno dei membri del suo Governo che, non molti anni fa, ma un anno e mezzo fa è andato a Parigi per legittimare i gilet gialli. Sono contento che oggi vi sia stata una conversione verso Bruxelles, un'importante conversione, non vuol dire che entrare nel sistema, ma far valere le proprie idee sui tavoli che contano.

Su questo noi vogliamo insistere, signor Presidente del Consiglio, come sul fatto che l'Italia, purtroppo, è incapace di spendere i soldi, perché è vero che siamo il terzo contribuente dell'Unione europea, ma è altrettanto vero che siamo tra gli ultimi Paesi europei a spendere quei soldi. Mi permetta di citare l'esempio delle Marche, l'ultima Regione che riesce a spendere i soldi destinati dall'Unione europea (appena il 20 per cento), il cui Presidente si permette di dire: «Sì, è vero, sono scaduti i sette anni, ma abbiamo altri tre anni per spenderli». Questa è la testimonianza più plastica di quanta distanza c'è tra chi governa i territori e le esigenze di quei territori.

Presidente Conte, mi permetta di dire con molta franchezza che noi oggi ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso. Il capo dell'opposizione di un Paese membro, appartenente al centrodestra, ha preso la parola in Aula e ha detto: «La fortuna del nostro Presidente del Consiglio coincide con la fortuna del nostro popolo».

Noi siamo profondamente convinti nell'augurarle buona fortuna, ma vorremmo che lei cambiasse atteggiamento e assumesse con umiltà la consapevolezza che da soli non si va da nessuna parte: pensiamo a quanto è accaduto con questa pandemia. Devo dire con molta franchezza, ma anche con un po' di autocritica, che noi apparteniamo a quella cultura democratica cristiana e liberale per cui, quando il Presidente del Consiglio siede a un tavolo internazionale per un negoziato, noi auspichiamo il successo di quel negoziato per quanto riguarda gli interessi nazionali. Al contempo, però, le chiediamo se siete veramente all'altezza di spendere quei fondi.

Questo è il quesito che dovete porvi voi, in prima istanza, e poi noi come parlamentari, perché qui fuori non importa nulla a nessuno di chi è la responsabilità: fuori da quest'Aula a settembre-ottobre, nel caso in cui malauguratamente dovessero scoppiare delle rivolte sociali, non distingueranno tra maggioranza e opposizione.

Ecco perché, allora, noi non chiediamo nella maniera più assoluta un inciucio: noi chiediamo semplicemente che il suo Governo e la sua maggioranza abbiano l'umiltà di coinvolgere l'opposizione, perché noi rappresentiamo la stragrande parte del popolo italiano. Se lei insiste sulla linea della solitudine, signor Presidente, mi permetta di dirle che non andrà lontano. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.

CANDIANI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, mi riallaccio subito alla domanda retorica posta dal senatore Saccone: no, senatore Saccone, non sono all'altezza e non sono in grado di governare e di spendere i soldi che occorrono per fare ripartire il Paese in questa situazione.

Le do subito un'evidenza, caro presidente Conte. Basta che lei compari il voluminoso testo del decreto rilancio, che è frutto del lavoro del Governo, che è diventato una sorta di decreto omnibus, nel quale avete fatto convergere tutto, fino ad arrivare anche a perderne il significato e dal quale discenderanno almeno un centinaio di decreti attuativi, con le quattro paginette del provvedimento della Repubblica federale di Germania. Ho in mano i due fascicoli: uno è il provvedimento della Repubblica federale di Germania, l'altro è il suo decreto. Questo è il paragone di fronte al quale lei oggi si pone agli italiani e va in Europa. (Applausi): abbiamo in un fascicolo 130 miliardi l'uno, nell'altro 55 miliardi.

Non c'è nulla da ridere, Presidente, anzi le chiederei anche una cortesia: dica al suo ufficio stampa, magari allo stesso Casalino, di aggiornare il suo discorso perché continua a essere un po' noioso dopo mesi, mesi e mesi. (Applausi). E magari gli dico di aggiornarlo tenendo conto che da febbraio è la prima volta che viene in Parlamento a chiedere un indirizzo politico al Parlamento italiano. (Applausi). Febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, siamo a luglio e lei è dal mese di marzo che dice «settimana prossima arrivano i soldi», «settimana prossima arriva il piano di soccorso».

Avete impegnato Colao. Avete preso schiere e orde di scienziati per andare a costruire un piano che è finito nel cassetto e che nel testo del decreto rilancio non si trova, presidente Conte. Lo capisce che non funziona il paragone tra i due provvedimenti? Lo capisce che non funziona il suo Governo? Lo capisce che così il Paese non lo fate ripartire? Lo capisce questo? Se capisce questo, può andare in Europa a rappresentare l'Italia; altrimenti il rischio è che vada in Europa e semplicemente faccia fare brutta figura al nostro Paese, che invece ha bisogno di essere rispettato. (Applausi).

Un applauso lo chiediamo anche noi, senatore Casini, ma lo chiediamo per gli italiani, che non si stanno piegando e stanno cercando di rialzarsi da soli, anche se da mesi aspettano dall'INPS l'erogazione di una previdenza, di un sussidio e di una cassa integrazione che ancora non sono arrivati. Questa è la realtà, presidente Casini.

Allora di fronte a questo ci dobbiamo porre degli interrogativi: come volete spendere i soldi? Avete posizionato il discorso sui soldi, dicendo «arriveranno i soldi, ce li manderà l'Europa», sempre con la solita retorica. A tutt'oggi però non c'è un piano reale che possa dire che avete cambiato le regole che hanno affossato l'Italia ieri e che la faranno ripartire domani.

Non avete cambiato una sola regola e il mostro che sta per approdare in Senato, il cosiddetto decreto semplificazioni, sarà per l'ennesima volta aver perso un'occasione per riformare il Paese. Se infatti non l'avete capito, il Paese si è fermato, l'economia si è fermata. A chi racconta che, con il lavoro da casa il Paese si può rimettere in piedi e diventare competitivo, rispondo che questo è un Paese che lavora nelle fabbriche, nei campi, nelle botteghe artigiane (Applausi), nelle botteghe dei commercianti. È un Paese che si rimbocca le maniche. Non è un Paese virtuale come le vostre visioni, presidente Conte.

È evidente a tutti che man mano che cala la pressione della preoccupazione per la crisi sanitaria e per la pandemia, tornano a riemergere i problemi di prima, che non sono affrontati e che la sua maggioranza non è in grado di risolvere, a partire dall'Ilva, che è stata dimenticata, e dai problemi e dal caos che avete creato in questi giorni in Liguria, con la gestione autostradale e con tutto quello che ne consegue.

Presidente Conte, questo è il Paese reale (Applausi), e non quello che descrive Casalino nei suoi discorsi.

Restano ancora tutti irrisolti i problemi della giustizia che non ci siamo dimenticati, anche se spariscono dalla quarta, dalla quinta o dalla ventesima pagina dei giornali. Non ci siamo dimenticati che il tempo sta trascorrendo infruttuosamente. Questo Paese, presidente Conte, non è la Cina e non vi lasceremo soffocare gli italiani come i cinesi fanno con Hong Kong. Anche se lei a quel Paese si ispira, noi questo non glielo concederemo. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mantovani. Ne ha facoltà.

MANTOVANI (M5S). Signor Presidente, gentile Presidente del Consiglio, membri del Governo, colleghe senatrici e senatori, nella conferenza stampa con il ministro Azzolina del 26 giugno scorso, in merito al tema della riapertura delle scuole nel mese di settembre, ha parlato di recovery fund e della possibilità di utilizzare le risorse che saranno messe a disposizione anche per il rilancio della scuola italiana e - come ha ricordato oggi - per next generation EU, per le nuove generazioni e per l'educazione.

In particolare, ha parlato di opportunità di investimento in percorsi di formazione per i nostri ragazzi, in modo da combattere la dispersione scolastica, di migliorare la formazione, di investire in competenze digitali per tutto il personale scolastico e infine della possibilità di migliorare i percorsi professionalizzanti per permettere ai nostri giovani di accedere al mondo delle imprese. Si tratta di parole importanti che mi sento di condividere in pieno: scuola, digitalizzazione e professionalizzazione dei ragazzi dovrebbero essere al centro degli investimenti del Fondo europeo per la ripresa.

Purtroppo - come lei saprà - scontiamo sul terreno delle competenze digitali - ed è un problema dal momento che dobbiamo affrontare la transizione digitale senza tali conoscenze - un grave ritardo dovuto alla mancanza di una strategia dei Governi che l'hanno preceduta. Nel DESI 2019, ossia l'indice di digitalizzazione dell'economia e della società realizzato dalla Commissione europea per quanto riguarda il capitale umano, che si riferisce a coloro che hanno competenze nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, l'Italia si posizionava al ventiseiesimo posto su 28. Recentemente è uscito il DESI 2020 e la posizione dell'Italia è peggiorata. Nel 2020, secondo l'indicatore del capitale umano, siamo al ventottesimo posto, scendendo di due posizioni, ossia all'ultimo posto. Questa situazione è tragica non soltanto per noi, ma anche per il futuro dei nostri figli. A che genere di scuola stiamo affidando i nostri figli? Che prospettive avranno i nostri figli? Che possibilità avranno di comprendere e interpretare il mondo in cui stiamo vivendo?

Molte volte ci soffermiamo a discutere per molto tempo di dettagli e non delle questioni veramente strategiche per il Paese. Ritengo che, se l'Italia non aumenterà il numero dei laureati nell'ambito delle materie scientifiche, non potrà che rassegnarsi a essere uno dei Paesi della nuova colonizzazione tecnica e scientifica. È infatti in atto una vera e propria competizione che punta a sottrarre i cervelli ai vari Paesi e a far studiare e trattenere il maggior numero di giovani che provengono da altre parti del mondo. Questa fuga di cervelli, e cioè l'emigrazione senza ritorno dei giovani ricercatori italiani, è un danno per l'Italia. Abbiamo pochi laureati STEM e quelli che riescono a diventare tali ci vengono sottratti dagli altri Paesi.

Mancando queste competenze, non comprendiamo l'importanza dei dati. Abbiamo la materia prima - cioè i dati digitali - ma non ne traiamo alcun vantaggio perché non ne capiamo il valore, che potrebbe essere sfruttabile per la crescita dell'Italia.

È di domenica scorsa l'articolo apparso sul sito online del "Corriere della Sera": «Cloud, sfida tra USA e Europa: la battaglia (sulle nuvole) per l'Italia vale 5 miliardi». E noi questi 5 miliardi - il valore del cloud italiano - li lasceremo agli Stati Uniti, perché gli italiani non hanno le competenze non solo per realizzare un proprio cloud, ma anche per capirne l'importanza.

Tutto ciò avviene perché in Italia manca la cultura scientifica. Mancano - e non certo per colpa loro - gli insegnanti che sappiano trasmettere la cultura scientifica fin dai primi anni di scuola. Manca una didattica che permetta a tutti di apprezzare questa cultura, che non è seconda ad alcuna altra tipologia di cultura. Purtroppo in Italia non è percepito che uno scienziato stia svolgendo un lavoro intellettuale e produca pensiero e cultura. Se non capiamo in primis noi parlamentari che c'è assoluto bisogno di una strategia di lungo periodo per risollevare il Paese puntando alla cultura scientifica, cominciando fin dalle scuole elementari in modo che la cultura scientifica sia veramente inclusiva e per tutti, affosseremo definitivamente il Paese. La matematica, che è alla base di queste conoscenze, è per tutti e tutti devono avere il diritto di impararla, per avere le basi culturali per comprendere il mondo in cui viviamo e, quindi, poter esercitare i propri diritti, nella consapevolezza di quello che accade intorno.

Il recovery fund - come lei, Presidente, ha sostenuto - può essere davvero un'importante occasione e, per non sprecarla, è necessario strutturare i relativi interventi attraverso una puntuale strategia. La strategia è la digitalizzazione del Paese e non è possibile realizzarla senza adeguate risorse umane. Occorre un grande piano per la scuola digitale, per alfabetizzare i bambini e i giovani, insieme ai loro genitori e agli insegnanti. Non basta la digitalizzazione della pubblica amministrazione; non basta la digitalizzazione delle aziende: serve anche una strategia per innovare i contenuti didattici e i programmi scolastici. È un compito immane, molto difficile, ma dobbiamo impegnarci a realizzarlo, altrimenti perderemo ogni possibilità di competere insieme ai partner europei nella sfida mondiale.

Sono convinta che il Governo saprà cogliere tale occasione, che segue questo periodo tragico per il nostro Paese e per il mondo causato dall'emergenza epidemiologica, che ci ha fatto capire l'importanza del digitale, attraverso strumenti come lo smart working, l'e-commerce, la didattica a distanza e le video call con le persone lontane. È necessario impegnare tutti gli sforzi e le energie a disposizione per elaborare tale strategia e permettere a tutti i cittadini di padroneggiare tali competenze e dominare la digitalizzazione.

In conclusione, facciamo in modo che il nuovo umanesimo, da lei, Presidente, spesso citato, metta davvero al centro del suo pensiero le attuali inclinazioni dell'uomo moderno, che comprendono, ora più che mai, la conoscenza scientifica e la competenza digitale. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Urso. Ne ha facoltà.

URSO (FdI). Signor Presidente, fin dall'inizio di questa drammatica crisi, noi, come Fratelli d'Italia, abbiamo auspicato che vi fosse una convergenza tra maggioranza e opposizione sulle posizioni da assumere in sede di Unione europea, per rendere più forte, consapevole, coeso e quindi determinato il nostro Paese. Purtroppo questo non è avvenuto e non certo per responsabilità dell'opposizione, perché sono la maggioranza e il Governo a dover creare i presupposti affinché l'opposizione possa contribuire nei passaggi decisivi; certamente tra questi vi sono quelli in cui si danno indicazioni al Governo su come comportarsi nelle sedi comunitarie.

Questo non è avvenuto nei precedenti dibattiti in prossimità dei Consigli europei: abbiamo ascoltato intendimenti, ma non proponimenti. E non è avvenuto nemmeno nella elaborazione dei tre provvedimenti in merito alla reazione sociale, sanitaria ed economica alla drammatica crisi del coronavirus.

Di questi tre provvedimenti è emblematico, signor Presidente del Consiglio, l'ultimo: un decreto-legge che, come tale, dovrebbe essere omogeneo, di immediata applicazione ed è, invece, un provvedimento di mille pagine, che presuppone oltre cento decreti attuativi. È quindi un manifesto ideologico, ma non un provvedimento urgente, tempestivo e concreto.

Purtroppo ciò è avvenuto anche con i precedenti decreti-legge, di cui ancora manca circa l'80 per cento dei decreti attuativi. Delle risorse stanziate (80 miliardi in debito), credo sia giunto a destinazione - secondo alcune analisi - non più del 20-25 per cento. L'unica misura su cui ci siamo trovati d'accordo ha riguardato lo scostamento di bilancio: vi abbiamo concesso di scostarci dal bilancio per questo ammontare significativo (80 miliardi di euro), che però non è giunto ai nostri cittadini e alle nostre imprese.

Signor Presidente del Consiglio, ricordo una sua conferenza televisiva in cui annunciava l'immediata disponibilità di 400 miliardi per le imprese. Di quei 400 miliardi in debito, che sono soltanto appunto indebitamento, sono giunti alle imprese verosimilmente 51 miliardi, di indebitamento delle imprese. Per questo il nostro Paese è purtroppo indietro rispetto agli altri Paesi europei nel reagire alla crisi. E ciò è tanto è vero questo che le stime della Commissione europea e quelle di tutti gli altri organismi internazionali peggiorano di giorno in giorno per quanto riguarda il nostro Paese. L'ultima stima ci dice che il prodotto interno lordo si ridurrà di oltre il 12 per cento; e purtroppo tutti noi sappiamo che le stime sono sempre migliori rispetto alla realtà che poi si verifica. Il 12 per cento in meno: siamo il Paese che più di chiunque altro pagherà l'impatto della crisi economica tra tutti i Paesi dell'Unione e tra tutti i più grandi Paesi avanzati, perché abbiamo annunciato e promesso molto, ma realizzato poco.

I nostri cittadini non sono soltanto e giustamente imbavagliati con la mascherina: i nostri cittadini e le nostre imprese hanno purtroppo ancora oggi, più di ieri, le mani legate e non riescono a mettersi in moto. È emblematico che il provvedimento chiamato "semplificazioni", che ancora non è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, perché c'è il "salvo intese", giunga mentre il Senato dovrebbe esaminare in poche ore (quindi leggere, discutere ed emendare) un provvedimento di 1.000 pagine. Il paradosso è che il divario tra un decreto-legge "semplificazioni" che dovrebbe giungere in Parlamento e l'ultimo lavoro legislativo del Governo e del Parlamento di 1.000 pagine rappresenta il divario tra l'Italia immaginata e l'Italia reale, tra le promesse e la realtà.

Purtroppo in sede europea dobbiamo ancora ascoltare proponimenti, anche legittimi e giusti; lei ha utilizzato qui un certo piglio. Mi permetta però di dirle che questo non è il suo Governo. Lei, signor Presidente del Consiglio, ha parlato del "mio Governo". Questo è il nostro Governo e questo è il nostro Parlamento. Noi siamo espressione del nostro Paese. Se dovessimo invece considerarci in qualche misura con l'"io" - "questo è il mio Governo, questo è il mio Parlamento, questo è il mio Paese" - noi avremmo una postura sbagliata rispetto alla necessità di oggi, che è davvero drammatica, perché il contesto europeo è quello in cui - forse solo quattro, come lei ha detto - si distinguono alcuni Paesi. È noto che, tra gli altri 23, vi sono tutti i Paesi mediterranei, ma anche il blocco sovranista di Visegrád. Tra i nostri principali alleati in Europa vi è la Polonia, che guida il blocco di Visegrád e che è guidata da un partito sovranista a noi alleato (recentemente consacrato dalle elezioni presidenziali). Gli avversari dell'Italia sono altri: l'Olanda e gli altri Paesi cosiddetti frugali, quelli che una volta venivano considerati Paesi liberisti o comunque tali da essere osannati da una certa cultura ideologica della sinistra italiana.

Ebbene, in questa coalizione noi abbiamo però una necessità impellente rispetto a quella degli altri: i tempi. E i tempi purtroppo per noi sono estremamente penalizzanti, perché le uniche vere misure realizzate in questi mesi sono quelle messe in campo non dalla Commissione europea, non dal Consiglio europeo, ma dalla Banca centrale europea, sotto l'impronta o la matrice dell'ex Governatore. Questo è l'unico istituto che ha messo in campo davvero strumenti efficaci; gli altri sono annunci e promesse, peraltro con mille condizionamenti. Ma, se gli altri Paesi possono aspettare, noi non possiamo aspettare, perché la drammaticità della situazione economica e imprenditoriale italiana, la drammaticità della situazione occupazionale e sociale ci impongono di mettere in campo subito le risorse nazionali, di farle giungere ai nostri cittadini e alle nostre imprese e di obbligare l'Europa ad anticipare e non posticipare - come vorrebbe fare con una tattica ostruzionistica e dilatoria - quello che può mettere in campo.

Per questo - e concludo - ci pare improprio parlare di presentare il programma italiano di riforme dopo la pausa estiva, innanzitutto perché il Parlamento ha deciso di non aver alcuna pausa estiva. In questo Paese, con l'attuale drammaticità, con i cittadini italiani che non sanno davvero come giungere alla fine del mese, ben consapevoli che i provvedimenti sulla cassa integrazione non sono stati rinnovati - per la maggior parte delle imprese la cassa integrazione è scaduta e non sappiamo in queste ore se, come e per quali settori sarà prorogata - non vi sono certezze ed è questo il problema che le imprese purtroppo talvolta devono affrontare. Ebbene, parlare di pausa estiva è un errore macroscopico. Il Paese non si può fermare, il Governo e il Parlamento non si possono fermare nemmeno per la pausa estiva.

Dopo la pausa estiva, se l'Europa non dovesse decidere davvero col prossimo Consiglio dei ministri, noi dovremo affrontare una drammatica situazione sociale, economica e imprenditoriale la cui responsabilità non sarà del suo Governo, del suo o del vostro Parlamento, ma sarà del nostro Governo, del nostro Parlamento, della nostra Italia.

Per questo, noi come ultimo appello vi diciamo di lavorare insieme, di non rimanere abbarbicati alle vostre soluzioni di potere. Il rischio è che, dopo tanti annunci sul denaro che c'era e non c'è, sul denaro che arriverà e non arriverà, il Paese chiederà di rendere conto a tutti noi, ossia alla classe politica italiana e alla classe dirigente, degli errori e della miopia strategica che voi avete imposto al Parlamento e, quindi, anche all'opposizione. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Richetti. Ne ha facoltà.

RICHETTI (Misto). Signor presidente Conte, penso che la relazione tra lei e questo Parlamento abbia bisogno di un tagliando, e glielo dico con tutto il rispetto che le porto in quanto Presidente del Consiglio del mio e nostro Governo. Ma dobbiamo uscire dal cliché per il quale lei viene in Parlamento, utilizza parole condivisibili, anche se abbastanza retoriche - ad esempio, niente sarà più come prima, «o vinciamo tutti o perdiamo tutti», ed oggi siamo arrivati alle autocitazioni di ciò che ha detto in quest'Aula il 17 giugno - e, dopo che è finito il suo intervento, parte una discussione discretamente ideologica; una discussione nella quale il collega Casini puntella le questioni serie che dobbiamo affrontare, ossia il fatto che con ogni probabilità quelle del MES saranno le uniche risorse a disposizione da qui ai prossimi mesi, e un altro pezzo della sua maggioranza pare non intendere un principio di realtà che può portare serie ripercussioni nel Paese.

Lo dico perché in questo comprendo la fatica del suo lavoro, ed è la fatica che la porta, nelle stesse ventiquattr'ore, a fare un'intervista pubblica in cui, al giornalista che dice che, se lo Stato rilevasse con Cassa depositi e prestiti una parte di Atlantia diventerebbe socio dei Benetton, lei risponde: «Appunto, ci troveremmo consoci dei Benetton, le pare normale?». E al giornalista che insiste: «La disturba che lo Stato diventi consocio dei Benetton?», lei risponde dicendo che lo troverebbe paradossale. E ventiquattr'ore dopo accade esattamente questo, ma non perché lei è incoerente: semplicemente perché continua a tenere insieme una maggioranza di cui una parte le chiede il MES e l'altra demonizza il MES.

C'è un punto di fondo: nella discussione di oggi noi dovremmo rispondere puntualmente a delle domande. È vero - come ci dice la Banca d'Italia - che l'accesso a quei 36 miliardi, rispetto all'accesso con il debito ordinario, fa risparmiare non a lei o a me, ma al nostro Paese, 500 milioni di euro all'anno per dieci anni? Se non è vero, forse è meglio andare a citofonare alla Banca d'Italia, e lei è più autorevole di me. Se è vero, avremmo risolto il problema degli specializzandi di medicina che anche quest'anno non finanziamo per intero in termini di borse di specializzazione, mantenendo un imbuto formativo insopportabile, quando lo potremmo fare con il solo risparmio di interesse.

È vero o no, come ci ha detto il presidente Casini e come ci hanno ricordato tante volte i Presidenti dei Gruppi PD di entrambi i rami del Parlamento, tanto Marcucci quanto Delrio, che il MES è un'occasione straordinaria perché è privo di vincoli (o comunque sono molto allentati), non è più il fondo salva-Stati e ha condizioni di accesso limitati agli investimenti in sanità? O non abbiamo bisogno di investimenti in sanità o non c'è una risposta credibile a questo diniego e non c'è nemmeno una risposta credibile all'atteggiamento attendista, signor Presidente. Vedo quotidianamente cosa vuol dire: in periodo pre-Covid, prima lanciare, poi ritirare e infine prendere tempo sulla plastic tax (sulla sugar tax abbiamo fatto uguale); in periodo post-Covid lei ha aperto una discussione pubblica sulla riduzione dell'IVA immediatamente stoppata dalle forze di maggioranza. Ora, sul tema dell'accesso alle risorse europee non possiamo permetterci di impiegare l'estate e l'autunno per decidere: sa quanto me che il recovery fund sarà disponibile in tempi non sostenibili per le esigenze delle imprese e delle famiglie del Paese.

Sotto questo profilo, insieme al presidente Bonino prima firmataria, abbiamo presentato una proposta di risoluzione molto semplice, che propone di non rinunciare a quelle risorse: ci aspettiamo che chi ha detto sì al MES pubblicamente guardi quantomeno con favore a quell'impostazione; se così non fosse e se alle domande che ho posto non ci fossero risposte dovremmo pensare che, forse sì, con questo Governo ci avete messo al riparo dai deliri estivi di Salvini ma non dai capricci di Di Maio e Casalino; e non so cosa sia peggio dei due. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Giammanco. Ne ha facoltà.

GIAMMANCO (FIBP-UDC). Signor Presidente, colleghi, il prossimo Consiglio europeo rappresenta un appuntamento storico: il dossier sul recovery fund è sicuramente uno tra i più importanti che la storia dell'Unione ricordi. Tra i temi sul tavolo ci sarà il modo in cui saranno valutati gli impegni su investimenti e riforme degli Stati che utilizzeranno il recovery fund: si tratta di un argomento decisivo per far accettare ai Paesi rigoristi, cosiddetti frugali, il piano di prestiti e sovvenzioni a fondo perduto che, a loro modo di vedere, agevolerebbero troppo i Paesi affacciati sul Mediterraneo.

Come giustamente ha ricordato, presidente Conte, si parlerà quindi della governance del recovery fund, un tema sensibile per il nostro Paese, che otterrà il maggior contributo europeo se saremo in grado di assumere impegni precisi e puntuali su riforme e investimenti da realizzare in tempi brevi. È fondamentale quindi in questo contesto che le decisioni finali sull'assegnazione delle risorse rimangano in capo alla Commissione e che non siano delegate al Consiglio, nel quale sarebbe senz'altro più forte l'ingerenza dei Paesi frugali e pertanto la loro capacità d'incidere sul futuro del nostro Paese. Non possiamo permettere che pochi Stati blocchino il nostro piano per la ripresa, dando per scontato - lo dico per inciso, signor Presidente - che questo piano ci sarà. Lo dico con franchezza in quest'Aula: dubito che in tempi brevi saremo in grado di presentare un piano all'altezza della situazione. Il piano per la ripresa e la resilienza di cui ha parlato dovrà essere molto specifico e dettagliato, ma non vediamo il necessario impegno da parte del Governo. Lo dico perché purtroppo è sempre più evidente che il Paese sia privo di una guida chiara e sicura, che dia fiducia agli italiani. Pertanto, signor Presidente, mi spiace, ma fatico davvero a credere che, dopo l'estate, il piano da presentare a Bruxelles potrà esprimere una visione di futuro e un'idea convincente di Paese, ricevendo la fiducia dell'Europa. (Applausi).

Signor Presidente, da quando si è insediato, lei si riempie la bocca di riforme in quest'Aula e anche in altre occasioni, ma le sue sono rimaste solo belle parole. Questo Governo procede a rilento su tutto: troppi sono stati gli errori e troppe le risposte non date, le aspettative disattese e le contraddizioni in seno alla maggioranza; così si tira solo a campare, lo abbiamo capito tutti, e non si va da nessuna parte. La situazione sta precipitando ma voi sembrate vivere in un altro mondo. A maggio ci sono state più pensioni pagate che buste paga erogate: non si può vivere di soli sussidi, l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (Applausi) e non sul reddito di cittadinanza o su sussidi, Presidente.

Vogliamo un'Europa più solidale e più forte, sì, ma nello stesso tempo il Governo ha il dovere di lavorare nell'interesse degli italiani e in particolare delle future generazioni - non a caso parliamo di next generation EU - che non dovranno essere costrette a pagare il prezzo dei vostri errori, della vostra ideologia e dell'incompetenza. Diciamoci la verità: è vero che, negli anni, non siamo stati esattamente un esempio virtuoso nell'utilizzo dei fondi strutturali, ma è altrettanto vero, Presidente, che questo Governo ha dimostrato tutta la sua incapacità nel gestire gli enormi problemi che il Paese sta vivendo. Pertanto è comprensibile che molti Paesi dell'Unione esigano da noi il dovuto impegno.

Proprio in questi giorni sono stati resi noti i dati, che certificano l'assoluta incertezza occupazionale che affligge gli italiani e che ha causato un crollo delle nascite e un aumento dell'emigrazione all'estero. Solo nel 2019 gli italiani che sono andati fuori a lavorare sono aumentati di più dell'8 per cento. Signor Presidente, sono numeri che fanno male, che dovrebbero fare male a chiunque in questa Aula e che raccontano il grido di dolore di un Paese bloccato, fermo, che non offre opportunità a chi ha studiato per una vita e a chi si è preparato al mondo del lavoro, salvo poi scoprire la dura realtà della mancanza di prospettive.

Un altro punto dirimente è il fattore tempo: quando arriveranno le risorse di cui parliamo da mesi? Siamo consapevoli, per carità, del fatto che siamo alle prese con un iter complesso, ma proprio per questo serve accelerare questo percorso. Forza Italia dice no a negoziati senza fine! Il fattore tempo è fondamentale, l'Europa deve correre e deve dimostrare di saper rispondere con velocità alle emergenze, anche modificando rituali pletorici e superati dal tempo. La crisi morde ora, adesso, e tra qualche mese per molti lavoratori sarà troppo tardi, Presidente. A tal proposito, le chiedo a che punto è la richiesta per il piano Support to mitigate unemployment risks in an emergency (Sure). Non ce ne ha parlato: è stata accettata? I danari sono disponibili? Tra poco le risorse della cassa integrazione finiranno e le imprese hanno bisogno di certezze. Nel frattempo, il Governo rinvii il pagamento di tutte le tasse all'anno prossimo. Lo diciamo ormai da mesi: serve un anno bianco fiscale. Gli italiani in questi mesi non hanno lavorato ed evidentemente non possono pagare le tasse: mi sembra un concetto abbastanza semplice da comprendere. Serve poi ridurre davvero la pressione fiscale, in modo strutturale: se non ora, quando? Non servono i bonus, i vostri contentini non risolveranno i problemi degli italiani.

Signor Presidente del Consiglio,pongo un'ultima questione e la prego di ascoltarmi perché su questo punto sono molto sensibile. Nel piano da presentare a Bruxelles dovrete inserire un capitolo specifico dedicato al Sud. Da uomo del Sud, lo faccia per dare risposta a tutti noi meridionali. (Applausi). Utilizziamo il recovery fund per completare il corridoio europeo che va da Palermo a Berlino. Si dia avvio alla realizzazione di grandi opere strategiche, come il ponte sullo Stretto. In quest'Aula, qualche settimana fa, il ministro Gualtieri mi ha risposto che il Governo sta ancora facendo un'analisi del rapporto costi benefici del ponte. Praticamente siamo ancora a "caro amico, ti scrivo". È un controsenso, se si pensa che il ponte creerebbe occupazione e trasformerebbe la Sicilia in un polo turistico e logistico per l'Italia e l'Europa. È un paradosso ancora più assurdo, se si pensa che per distribuire bonus e prebende, in questi anni, avete speso svariati miliardi di euro, e in più gli italiani stanno pagando milioni di euro di penali, perché nel 2011 l'allora presidente del Consiglio Monti decise di mettere fine alla realizzazione del progetto, avviato dall'allora Governo Berlusconi. (Applausi).

Servono sgravi fiscali, investimenti, concrete semplificazioni e una vera riforma del sistema della giustizia. Il caso Palamara, le scandalose rivelazioni sull'ingiusta condanna di Silvio Berlusconi hanno dimostrato, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che tale riforma non è più rinviabile, che gli italiani hanno bisogno di credere in una giustizia giusta e che le imprese devono essere messe nelle condizioni di lavorare e di produrre ricchezza per il Paese.

Signor Presidente, ci ascolti, vada oltre le ideologie e recepisca le nostre proposte. Abbiamo l'opportunità unica di ammodernare il Paese, di renderlo più competitivo, di poter attrarre nuovi investimenti: facciamolo! Noi, nell'attesa che presto si possa ridare voce agli elettori e che finalmente la maggioranza di Governo rifletta quella del Paese, fino ad allora collaboreremo, con spirito produttivo e costruttivo. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Iwobi. Ne ha facoltà.

IWOBI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, colleghe senatrici, senatori, signor Presidente del Consiglio, la pesante emergenza sanitaria che ha coinvolto il nostro Paese ha messo in luce le debolezze strutturali che necessitano di una riflessione, anche in vista del Consiglio europeo.

Il primo tema che dobbiamo affrontare riguarda la centralità parlamentare. Questo luogo, signor Presidente, deve ritornare a essere una sede di confronto reale, perché è qui che batte il cuore della democrazia. Noi siamo il fondamento e non la stampella del Governo perché rappresentiamo tutto il Paese, maggioranza e opposizione. (Applausi). In una fase di emergenza sanitaria è solo in Parlamento che si può ricercare un dialogo che possa mettere al centro il bene dei cittadini e non con gli attriti tra le forze politiche qui rappresentate.

Il virus ha semplicemente messo in evidenza ciò che ormai avviene da qualche anno, tanto che il ragionamento comune spinge a pensare di votare per un Governo e non per il Parlamento. Noi non ci arrendiamo, signor Presidente. I cittadini hanno votato il Parlamento per essere rappresentati da persone che hanno idee differenti, ma che hanno un obiettivo comune, cioè il bene del popolo italiano. (Applausi). Questo aspetto lo abbiamo visto anche bene sui rapporti con l'Unione europea: il deficit democratico che investe le istituzioni comunitarie deve essere uno stimolo e non un blocco per coinvolgere maggiormente il Parlamento su decisioni che definiscano una posizione dell'Italia a livello internazionale.

Un secondo aspetto che ritengo importante affrontare riguarda il rapporto con il territorio. È evidente che ogni Regione è stata colpita dal coronavirus con intensità differente, ed è proprio per questo che la logica ci chiede che situazioni tra di loro diverse vengano affrontate con provvedimenti altrettanto diversi. Non solo, il lavoro, che è il fondamento della nostra Repubblica trova nel territorio un elemento importante per la sua esistenza; per questo sarà fondamentale sostenere la creazione di reti territoriali che possano supportare i servizi per l'impiego, per i quali ancora non si è fatto nulla. Fino ad oggi non abbiamo visto nulla. (Applausi).

In seno al Consiglio europeo vorrei che il Governo portasse l'Italia che ha voglia di lavorare; l'Italia fatta da piccole e medie imprese, da Nord a Sud, che chiedono meno burocrazia, meno tasse e la possibilità di maggiori investimenti per creare lavoro e non assistenzialismo. Investire sul lavoro, signor Presidente, crea ricchezza per i cittadini e per lo Stato. L'Europa non è un ideale astratto, ma è fatta di popoli, di territori e di famiglie, ed è a partire da loro che va costruita una soluzione per il difficile scenario socio-economico.

Il terzo aspetto - e concludo - riguarda la politica migratoria. Dal Consiglio europeo deve uscire una posizione chiara degli Stati membri sulla gestione dei flussi migratori, che stanno aumentando notevolmente negli ultimi giorni. L'Europa non può - come troppo spesso è avvenuto in passato - scaricare la responsabilità e i problemi sui Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, quindi l'Italia. La presenza di diversi migranti positivi al Covid-19 è un'aggravante per il rischio di una terribile diffusione del contagio. L'aumento degli sbarchi è legato prima di tutto all'inesistenza di una gestione strategica di questa criticità con i Paesi africani. Sono convinto, signor Presidente del Consiglio, che occorra una politica europea volta a favorire l'immigrazione regolare, che è una ricchezza per ogni Paese ospitante, e a combattere definitivamente l'immigrazione clandestina, anticamera di insicurezza e illegalità e per il rispetto della dignità umana. L'Italia, data anche la sua posizione geografica, può giocare un ruolo fondamentale su questo punto. Signor Presidente del Consiglio, questo è ciò che mi aspetto dall'Italia che lei rappresenterà nel Consiglio europeo; mi aspetto altresì che dagli altri Stati membri ci sia comprensione verso i Paesi come il nostro, che all'Europa hanno sempre dato più di quanto ricevono.

Concludo chiedendo a lei, signor Presidente del Consiglio, di assumersi davanti al Parlamento e quindi davanti al popolo italiano la responsabilità per le decisioni che saranno prese nel prossimo Consiglio europeo. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pellegrini Marco. Ne ha facoltà.

PELLEGRINI Marco (M5S). Signor Presidente, gentili colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, signor Presidente del Consiglio, l'arrivo del Covid-19 nel nostro Paese ha causato la perdita di tante vite umane in un breve lasso di tempo. Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini sconvolgenti di camion militari che portavano via le vittime e nelle orecchie i racconti dei parenti che non avevano nemmeno potuto assistere e confortare i propri cari negli ultimi giorni e nelle ultime della loro vita. L'unica maniera per arginare questa terribile pandemia è stata quella di prendere misure drastiche e dolorose di chiusura temporanea di attività lavorative e di distanziamento sociale, che hanno fermato il contagio, evitato centinaia di migliaia di morti, ma che hanno avuto conseguenze importanti dal punto di vista economico.

A questa grande crisi è corrisposta una grande, decisa e veloce reazione del Governo e della maggioranza che lo sostiene, approvando e convertendo in legge in poco tempo in Parlamento provvedimenti come i decreti-legge cura Italia, liquidità e rilancio, che hanno impegnato fondi per 75 miliardi di euro a sostegno del comparto sanitario, delle imprese e dei cittadini, con misure assolutamente straordinarie e mai adottate prima.

L'azione di questo Governo e di questa maggioranza si è fatta sentire in maniera decisa e innovativa anche nell'Unione, convincendo gli altri Paesi europei che fosse indispensabile intervenire immediatamente per evitare che una crisi sanitaria simmetrica, cioè che aveva riguardato tutti i Paesi europei, potesse avere conseguenze economiche e sociali asimmetriche molto più pesanti in alcuni Paesi e più leggere in altri, tali da compromettere gli sforzi di convergenza dell'Unione europea e di provocare distorsioni probabilmente irreversibili sul mercato unico e sulla vita stessa dei cittadini e sull'Unione.

La proposta di cambiare radicalmente e in maniera rivoluzionaria il modo di approcciare una crisi di origine esogena come quella che ci ha colpito e di tale devastante portata è partita proprio dall'Italia, da questo Governo, cui subito si sono affiancati otto Paesi europei. Nel giro di poche settimane, quello che fino a marzo sembrava impossibile, quello che i cosiddetti Paesi frugali non volevano nemmeno sentirsi raccontare, è diventato possibile e a portata di mano: la creazione di uno strumento di debito comune europeo di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza che potesse dare agli Stati membri le risorse necessarie a superare la crisi sanitaria ed economica e porre le basi per un rilancio europeo e per una soluzione (speriamo definitiva) alle diseguaglianze esistenti nell'Unione europea.

Tutto questo è nato grazie al suo coraggio, signor Presidente del Consiglio e a quello del suo Governo e della maggioranza che lo sostiene, di cui il MoVimento 5 Stelle costituisce la forza politica più numerosa. Noi del MoVimento 5 Stelle ci eravamo prefissi proprio questi obiettivi nel corso degli ultimi dieci anni, quando tutti dicevano che fossero obiettivi utopici; abbiamo dimostrato che così non era e che si potevano raggiungere.

L'azione diplomatica di questo Governo ha portato all'arcinota proposta della Commissione europea di un piano per la ripresa che si fonda sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027, che ha un importo proposto di 1.100 miliardi di euro, e sul next generation EU, che prevede un fondo di 750 miliardi di euro, di cui 500 distribuiti a fondo perduto e 250 in forma di prestiti. In questo quadro all'Italia andrebbero oltre 170 miliardi, di cui poco meno della metà a fondo perduto.

Siamo arrivati fino a questo punto e ora dobbiamo fare l'ultimo passo che è quello necessario: occorre che queste proposte della Commissione europea diventino realtà. Bisogna vincere le ultime resistenze dei Paesi europei, quei Paesi europei che non hanno alcun interesse a far sì che l'Italia torni ad essere un grande Paese con un'economia vivace, un'economia che tira e produce ricchezza e benessere per i propri cittadini.

In questo momento servirebbe coesione e che tutte le forze politiche facessero quadrato attorno alle proposte italiane. Invece abbiamo in questo Parlamento i cosiddetti sovranisti, Salvini e Meloni, amici per esempio dei sovranisti olandesi - che per un caso si chiamano Partito per la libertà - e di quel politico sovranista olandese Wilders che pochi giorni fa esponeva un cartello su cui c'era scritto: «Non un centesimo all'Italia». Sono amici di questa gente qui! (Applausi. Commenti). Sono vostri amici, non certo miei.

PRESIDENTE. Scusi, senatore Marco Pellegrini, «questa gente qui» sono senatori della Repubblica. La pregherei di moderare il linguaggio. (Applausi).

PELLEGRINI Marco (M5S). Ho raccontato un fatto. È sulle prime pagine di tutti i giornali, poi se non si vuole sentire non c'è problema. I cosiddetti sovranisti italiani sono amici dei nemici degli italiani: questo è quello che penso e quello che pensa la forza politica cui appartengo.

Signor Presidente del Consiglio, lei e il suo Governo avete sin qui operato bene e siete stati sempre sostenuti in maniera convinta dal MoVimento 5 Stelle. Tutto ciò non è stato facile e non era affatto scontato; per convincersene basta guardare ad un precedente recente anch'esso originato da un fattore esogeno, cioè la crisi dei mutui sub-prime dagli Stati Uniti. Nel 2008 si abbatté sull'Italia una crisi fortissima da cui ancora oggi non siamo riusciti a risollevarci dopo più di undici anni. Ebbene, il Governo Berlusconi di allora ci raccontava che non c'era la crisi e che le pizzerie e i ristoranti erano pieni. Tremonti ci diceva che le banche italiane erano solidissime (e poi si è visto) e in pochi mesi - lo voglio ricordare - lo spread schizzò a 575 punti base e loro, quel Governo, assistettero senza muovere un solo dito alla crisi devastante che investì tutto il Paese e colpì in modo terribile, per esempio, il settore delle costruzioni! (Applausi).

Il Governo Berlusconi non fece nulla nel mezzo di una tempesta perfetta, in un momento in cui le banche non facevano prestiti né ai privati, né alle imprese. Fallirono centinaia di migliaia di aziende, si persero centinaia di migliaia di posti di lavoro; il valore delle case, cioè del risparmio degli italiani, quasi si dimezzò. Poi, per essere sicuri di dare una mazzata finale all'Italia fecero due aumenti dell'IVA, tra luglio e agosto del 2011: la portarono prima dal 20 al 21 per cento e poi dal 21 al 22 per cento. Infine, proprio per essere sicuri di aver dato la mazzata definitiva, aumentarono l'IMU di più dell'80 per cento con una misura approvata nel dicembre 2011 che costava alle tasche degli italiani 24 miliardi di euro come maggiori tasse. Nessuno di loro - e ho concluso - pensò di dare liquidità alle imprese, di fare una moratoria sui mutui, di dare soldi a fondo perduto, di estendere la cassa integrazione, di impedire i licenziamenti, cose che ha fatto questo Governo! (Applausi).

Per fortuna dell'Italia ora c'è lei, signor Presidente del Consiglio, c'è questa maggioranza e tutte le nostre energie saranno indirizzate ad assicurare agli italiani una vita e un avvenire migliore. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ginetti. Ne ha facoltà.

GINETTI (IV-PSI). Signor Presidente, colleghi, signor Presidente del Consiglio, Ministri e membri del Governo, dunque con la presentazione del recovery plan incentrato sul nuovo strumento next generation EU, cade di fatto nell'Unione il divieto di ricorrere all'emissione di titoli di debito comune: una buona notizia per il progetto di costruzione europea, una cattiva notizia per le forze sovraniste antieuropeiste.

L'ultima parola spetta ora proprio al prossimo Consiglio europeo per fare in fretta, signor Presidente, vincere le tensioni dei Paesi cosiddetti frugali del Nord, a partire da Austria e Olanda e superare così una crisi sanitaria diventata crisi economica e sociale senza precedenti, come lei ricordava, ma con il coraggio di non guardarsi alle spalle e al passato ma verso un orizzonte comune europeo.

La decisione sulle risorse proprie permetterà alla Commissione di prendere a prestito 750 miliardi di euro sul mercato, in modo tale che gli Stati membri non dovranno versare rilevanti contributi aggiuntivi al bilancio pluriennale 2021-2027; risorse proprie fino al 2 per cento del PIL che potrebbero includere plastic tax, ma anche web tax nei confronti dei giganti del web - e qui chiaramente avremo l'opposizione dell'Olanda - ma soprattutto lo schema del trading delle emissioni inquinanti, con relativo diritto doganale alle frontiere. Un prelievo europeo dunque che potrebbe aprire la strada a un'auspicabile unione fiscale tra gli Stati membri verso il superamento dell'attuale e non più tollerabile dumping fiscale interno al mercato comune, distorsivo della concorrenza interna. Un tabù, quello della conseguente e eventuale riforma dei Trattati, che lo stato di emergenza potrebbe dunque abbattere, anche confidando nella forza della nuova presidenza tedesca del semestre europeo, con la cancelliera Merkel alla quale non sfuggirà di certo l'opportunità storica di farsi paladina di un'Europa - quella che noi vogliamo - più forte e competitiva a livello mondiale, ma anche più equa, sostenibile e anche più sicura.

Debito comune, dunque, con il recovery plan, il cui pagamento sarà garantito dal bilancio europeo tramite la Commissione europea. Una cifra che, come lei ricordava presidente Conte, non ha precedenti nella storia dell'Unione europea, cui si aggiungono i fondi già definiti e disponibili in seno all'Eurogruppo: il fondo Sure, il fondo BEI, ma anche il potenziale del MES, che sembra diventare irrinunciabile, se si dovesse decidere di prorogare lo stato di emergenza sanitaria. In effetti 36 miliardi di euro a tasso prossimo allo zero e senza condizionalità ci sembrano irrinunciabili per implementare la rete ospedaliera, ma soprattutto per rafforzare il sistema sanitario territoriale, per una crisi che ha colpito simmetricamente, si diceva, ma con effetti asimmetrici tra gli Stati, anche per i differenziali di sviluppo di partenza. L'Italia sarebbe il primo Paese per risorse allocate (81 miliardi di euro a fondo perduto, 91 in prestiti).

Certamente, signor Presidente, questo è il momento anche per riflettere su una riforma definitiva del Patto di stabilità (oltre alla mera sospensione), ma anche del regime di aiuti e del rispetto da parte degli Stati membri di tutte le regole interne, compreso il rispetto dei diritti fondamentali - e sto pensando all'Ungheria di Orban - condizionalità per tutti irrinunciabili per un progetto comune europeo.

Obiettivo del recovery plan è di superare la crisi generata dalla pandemia, affrontando la doppia sfida della transizione digitale ed ecologica lanciata con il green new deal e garantendo, al contempo, l'equità sociale della manovra, con particolare attenzione ai giovani, cui stiamo lasciando l'eredità del debito. Appare comunque del tutto congruo che i sussidi vengano concessi, subordinatamente però alla presentazione di un coerente piano di ripresa e resilienza nazionale, da presentare, come lei diceva, dopo l'estate e sottoposto al controllo della procedura del semestre europeo. Attenzione, presidente Conte, perché concentrare il controllo solo sul Consiglio significa certificare la sfiducia tra gli Stati membri, quindi il nostro auspicio è che vengano coinvolte tutte le istituzioni decidenti.

Il nostro compito quindi è pianificare la crescita nazionale e affrontare i nodi strutturali del Paese con impegni rispetto anche alle tradizionali raccomandazioni che per l'Italia significano riforma fiscale, riduzione dei tempi della giustizia, maggiore efficienza della pubblica amministrazione, investimenti sulla qualità dell'istruzione; abbiamo iniziato con il decreto rilancio, ci stiamo lavorando con il decreto semplificazioni. Una ripresa economica e occupazionale a partire anche dal piano delle opere pubbliche in attesa di essere realizzate in fretta, come noi abbiamo chiesto nel piano shock.

Presidente Conte, noi siamo con lei in questa prova di forza con l'opposizione dei Paesi rigoristi, non solo contrari al recovery fund, ma a ciò che un intervento con il bilancio comune comporta, cioè l'avvio della costruzione di un'Europa federale. Aiuti per il nostro Paese che valgono ben il 30 per cento del prodotto interno lordo, cioè 500 miliardi di euro. Ecco perché l'Europa conviene all'Italia. All'Europa spetterà di mettere a disposizione i fondi, ma all'Italia spetta di prepararsi ad impiegarli per la ripresa economica e per le riforme.

I posti di lavoro, si sa, Presidente, non si mantengono e non si creano per decreto. L'importanza della proposta della commissione next generation EU quindi non è nella combinazione, anche se importante, di prestiti con sovvenzioni, ma nell'assunzione collettiva di responsabilità per il finanziamento della ripresa. Un primo passo verso un'Unione di bilancio, un importante passo per il completamento del disegno di un'autentica Europa dei popoli. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Alfieri. Ne ha facoltà.

ALFIERI (PD). Signor Presidente, il Presidente del Consiglio ha chiesto di avere una delega piena per andare quanto più forte, visto che non è un Consiglio banale, non è uno di quei Consigli ordinari, tanto che c'è voluto un Consiglio straordinario per riuscire a portare a termine un percorso che inizia da lontano. Non era scontato. Siamo davanti a uno di quei cambi di fase in Europa che non può essere sottaciuto. Quindi anche il mandato che lei chiede, Presidente del Consiglio, non è un mandato ordinario.

Non voglio scomodare parole del passato impegnative, ma quando nel maggio del 1950 Robert Schuman, un democristiano tra i più illuminati, disse che ci servivano sforzi creativi paragonabili alle minacce che venivano dall'Est, allora rappresentate dal pericolo dell'Unione Sovietica, è perché stava cambiando il mondo: si stava costruendo un nuovo ordine internazionale e noi avremmo retto solo se avessimo messo insieme le democrazie uscite dalla guerra, inventandoci qualcosa di originale come un'organizzazione sovranazionale che metteva insieme il carbone e l'acciaio per i quali si erano combattuti nei cento anni precedenti gli stessi Paesi europei.

Oggi abbiamo nuove sfide, non è una guerra, né un conflitto bellico, ma una pandemia, la lotta ai cambiamenti climatici, l'uscita da una crisi economica, il cambio di un ordine internazionale. Infatti i nuovi attori, anzi gli stessi attori del passato oggi con scelte diverse e unilaterali, da una parte la Cina e dall'altra gli Stati Uniti, reggono la costruzione di un nuovo ordine internazionale nel momento in cui l'Europa decide non giocare la partita. Il ruolo dell'Italia per rilanciare il sogno dei Padri fondatori è quindi fondamentale, pertanto oggi sono necessari sforzi straordinari considerate le grandi sfide che abbiamo davanti, paragonabili a quelle passate.

Non è banale il lavoro svolto dal Governo italiano nell'ultimo anno, perché rispetto al Governo precedente abbiamo dovuto recuperare all'evidente isolamento in cui il Paese si trovava. Lei se lo ricorderà, Presidente, quando è andato a Strasburgo con il Governo precedente, il clima di "ostilità", a volte anche eccessivo e sbagliato. Ma quel clima di ostilità in un anno è stato cambiato profondamente con un lavoro importante, e lo dico rendendo atto al MoVimento 5 Stelle del lavoro avanzato che ha fatto nell'ultimo anno.

Ricordo - noi lo abbiamo considerato un errore: lo voglio dire senza ipocrisie - il viaggio del ministro Di Maio, oggi agli esteri ma in passato Ministro del lavoro, quando ha fatto una passeggiata insieme al leader dei gilet gialli, sbagliando a mio avviso. Lo dobbiamo dire perché in un rapporto basato sulla franchezza le cose vanno dette. Allo stesso tempo, però, devo dire che il lavoro che abbiamo fatto insieme quest'anno sul fronte europeo è stato decisivo proprio perché svolto da lei, presidente Conte, insieme al ministro Di Maio, al ministro Amendola e all'intero suo Governo.

Partivamo da una situazione di isolamento con la Francia che ad un certo punto non ci parlava quasi più. Abbiamo dovuto ricostruire i rapporti, che sono ripartiti con un vertice importante - quello italo-francese - con il quale, grazie alla creazione delle nuove missioni internazionali, con una collaborazione tra i Paesi fondatori abbiamo creato un clima positivo che ha permesso di costruire la "lettera dei nove", iniziativa proprio italo-francese e spagnola, e quello è stato un passaggio fondamentale che ha ricostruito l'asse con cui abbiamo costruito tutti i negoziati più importanti d'Europa, che ci hanno permesso di "tenere botta" rispetto ad un quadro finanziario tutt'altro che scontato e che, con la nomina dall'altra parte del commissario Gentiloni Silveri, ci ha permesso di costruire, passo passo, con la fatica della politica, un progetto che non ha eguali rispetto al passato perché next generation UE e in particolare il recovery fund sono l'embrione, di fatto, degli eurobond per cui noi ci siamo battuti per anni. (Applausi).

Lo abbiamo fatto insieme in Europa. Lo dico perché il recovery fund ha tre caratteristiche: la prima è quello di essere proprio l'embrione di un'iniziativa finanziaria comune. Non è banale. È qualcosa di simile a quanto accaduto in passato - e non a caso sono partito da questo - nel momento in cui furono messi insieme carbone e acciaio: noi decidiamo di mettere insieme un pezzo del nostro debito. Non era scontato e non è banale.

Il secondo aspetto fondamentale è che non sono solo loans, prestiti, ma sono anche grants, sussidi. È fondamentale per noi, per un Paese fortemente indebitato. Noi, diversamente dai Paesi con cui abbiamo costruito l'alleanza, ricordo che il rating delle nostre principali società è pari a «BBB», mentre per gli altri Paesi è pari ad «AAA» oppure «AA». È una bella differenza. Avere la possibilità di portare a casa uno strumento che ci permette di avere sussidi a fondo perduto ci permette di non caricarli sul nostro debito. Questo è un passaggio fondamentale e lo aggiungo ad un altro: rispetto a una crisi come questa, simmetrica ma che può avere conseguenze asimmetriche, il fatto che le risorse possano andare a chi ha maggiormente bisogno è un ulteriore successo italiano.

Lei ha fatto bene, signor Presidente del Consiglio, a rivendicare anche l'azione diplomatica che ha messo in campo in questi giorni. Lo abbiamo visto e gliene diamo atto. Però abbiamo visto anche qualcos'altro ed è inutile che dagli altri banchi si innervosiscano quando i colleghi dei 5 Stelle glielo ricordano perché abbiamo presente l'immagine in cui lei andava ad incontrare il Premier olandese in uno dei passaggi più delicati della trattativa di questi giorni per arrivare a compimento rispetto ad un successo che viene intestato a tutta l'Italia (non al MoVimento 5 Stelle, non al Partito Democratico, non a Italia Viva, non a LeU ma a tutto il Paese); ebbene, nel momento in cui lei profondeva lo sforzo massimo, il leader del Partito per la libertà olandese, non uno qualunque, uno dei principali alleati della Lega insieme al quale i leghisti hanno costituito in Europa un gruppo - Identità e democrazia - alzava un cartello con scritto: «Geen cent naar Italie!», non un centesimo all'Italia! Guardate che il fatto di essere amici di questi signori - e lo sottolineo - non è un problema perché sono avversari del MoVimento 5 Stelle o del Partito Democratico, ma perché sono avversari dell'Italia. Questo è il punto. (Applausi).

Per questo dobbiamo stringerci intorno al Presidente del Consiglio in una battaglia del genere - giusto o sbagliato, è il nostro Paese - in una sfida così decisiva e importante. Lo abbiamo visto in passato, anche nel momento in cui si costruivano accordi importanti, come alla Valletta, piuttosto che nei passaggi più decisivi per un nuovo modo di regolamentare la gestione dei flussi migratori: abbiamo visto Salvini dietro i fili spinati insieme a Orbán, che è quel signore che, quando noi chiediamo la ricollocazione su base volontaria, risponde: mai, mai un immigrato sbarcato sulle nostre coste. (Applausi).

Viene meno il principio di solidarietà, viene meno l'Europa. Questo è il punto fondamentale ed è qui che giochiamo il futuro dell'Europa, se riaffermiamo quel principio di solidarietà. La fatica della politica di questo Governo ha portato, ad esempio sulla missione europea Irini, dopo che era stata di fatto smantellata precedentemente, non solo a decidere di ritornare nel Mediterraneo centrale, ma anche a far sì che i Greci, che mettono una nave, d'ora in poi non sbarcheranno i migranti in Italia ma, per il principio del burden sharing, della condivisione degli oneri, li porteranno in Grecia. Questo è un passaggio fondamentale, perché è l'embrione di quella ricollocazione cui abbiamo lavorato con fatica. Non bastano gli slogan in Europa. (Applausi). Bisogna lavorare concretamente. (Applausi).

Chiudo il ragionamento per dire che oggi arriviamo a costruire un pacchetto complessivo: Sure, BEI, la linea pandemic crisis support del MES, il recovery fund. Quando avremo il quadro complessivo sapremo quante risorse potremo complessivamente ottenere e quali strumenti utilizzare. Su questo vogliamo che il Parlamento si possa pronunciare, quando avremo il quadro complessivo. Ma la cosa più importante - chiudo su questo - è avere idee chiare su come utilizzeremo questi soldi: serve un piano strategico fondamentale. Deve essere l'occasione per ripensare il nostro modello di sviluppo alla luce di quanto è successo con il Covid-19. Questa è la nostra sfida più importante. (Applausi).

Per questo è bene che si inizi a ragionare sul decreto semplificazione, perché questi soldi dovremo saper spenderli bene e velocemente e su questo siamo chiamati ad esprimerci.

Vorrei chiudere con questo. Il segnale forte che lei, Presidente, vuole ricevere noi oggi glielo daremo, per andare in Europa da protagonisti e per poter accorciare anche quel divario che c'è tra l'opinione pubblica e l'Europa. Troppo spesso noi abbiamo descritto l'Europa come matrigna; abbiamo detto: «ce lo chiede l'Europa», spesso per coprire l'incapacità dei nostri Governi, di tutti i colori, di fare quelle riforme che erano necessarie per il nostro Paese.

Oggi noi abbiamo un'occasione straordinaria: con tutte le risorse che arrivano dall'Europa non possiamo sbagliare. Non possiamo sbagliare per le nostre imprese, che sono in evidente difficoltà, per i soggetti più fragili e per quelle famiglie che - come ha ricordato nel suo intervento, Presidente del Consiglio - hanno pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane. Oggi abbiamo una scommessa molto importante, che è quella di restituire credibilità all'Europa e alla nostra azione politica. La credibilità e la fiducia in Europa e nel mondo valgono più di mille sondaggi. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Romani. Ne ha facoltà.

ROMANI (FIBP-UDC). Signor Presidente, vorrei partire da una sottolineatura che ha fatto il presidente Conte, che non mi sembra irrilevante. Lei, Presidente, ha detto che la crisi determinata dalla pandemia è una crisi simmetrica, alla quale si deve rispondere, anche, se necessario, con soluzioni asimmetriche. Ciò significa che la pandemia è una crisi simmetrica, che ha coinvolto tutti i Paesi europei, ma probabilmente gli effetti e le soluzioni hanno una caratteristica tipicamente asimmetrica.

Noi viviamo in un clima di totale incertezza; abbiamo messo sotto controllo la pandemia in Italia, nel nostro Paese, grazie alla straordinaria disciplina del popolo italiano. Ma la pandemia non è finita nel mondo; vediamo quanto sta accadendo negli Stati Uniti, vediamo quanto accade in America latina, non sappiamo esattamente cosa accade in Africa e sicuramente non accadono cose buone in alcuni Stati asiatici. Quindi c'è la possibilità e la probabilità di un ritorno della crisi pandemica, forse in autunno, forse nel prossimo anno. Viviamo in un clima di incertezza totale, che mi costringe a farmi e a farle alcune domande e a cercare alcune risposte.

Per fare queste domande, mi piacerebbe mettere a sistema alcuni numeri che sono in campo. L'unico intervento vero e reale con il quale ci confrontiamo è l'intervento della BCE: 1.350 miliardi. Il PEP (Purchase emergency program) durerà fino alla metà del prossimo anno. Nel frattempo l'Europa ha immaginato, con il temporary framework, di stabilire ad esempio la sospensione del Patto di stabilità, di accordare flessibilità per quanto riguarda gli aiuti di Stato e nell'uso delle risorse di coesione (argomento che per noi italiani è abbastanza complicato, perché non le abbiamo mai usate correttamente). Questa flessibilità vuol dire sostanzialmente che non c'è più bisogno del cofinanziamento italiano rispetto alle risorse che l'Europa mette a disposizione e che noi spendiamo male, in una frammentazione delle decisioni che a esse presiedono. Nel frattempo l'Europa dice di aver messo a disposizione 540 miliardi: i 100 miliardi del Sure, i 200 miliardi di mobilitazione (chiamiamola così) della Banca europea degli investimenti e i famosi, fantomatici 240 miliardi del MES.

Dico questo perché c'è un precedente rispetto all'intervento della Banca centrale europea; mi riferisco al famoso precedente del 26 luglio 2012. Allora il presidente Draghi disse che, nell'ambito del suo mandato, la BCE era pronta a salvaguardare l'euro con ogni mezzo (il famoso "whatever it takes") e che questo sarebbe stato sufficiente. Ma Draghi in quel momento, mentre pronunciava alla conferenza di Londra queste parole, aveva a disposizione un formidabile strumento di deterrenza finanziaria, che erano gli OMT, che forse alcuni di voi non conoscono, ma che, detto in inglese, vogliono significare gli outright monetary transactions e che, detto in italiano, sono le operazioni definitive monetarie. Sono quello strumento finanziario che consentirebbe alla BCE, e che poteva consentire già allora, l'intervento nell'acquisto di titoli di Stato sul mercato primario (oggi la Banca centrale europea interviene nell'acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario). Quel formidabile strumento di deterrenza finanziaria non fu utilizzato e non fu necessario utilizzarlo; bastò la parola di Draghi in quella sede e bastò anche la conoscenza di quello strumento.

Però c'è un problema: l'utilizzo o l'eventuale utilizzo di quello strumento presuppone l'adesione al MES. Ecco perché in precedenza ho fatto riferimento alla crisi e alla soluzione del problema asimmetrico: quello strumento si può utilizzare laddove c'è una crisi asimmetrica e l'adesione al MES consente l'utilizzo di questo straordinario strumento finanziario. Io non ho sentito parlare di questo argomento e mi sono chiesto, signor Presidente, al di là del dibattito ideologico e demagogico, che poco o nulla mi interessa, se voi vi siete posti il problema di cosa abbia significato la lettera del 7 maggio dei commissari Gentiloni Silveri e Dombrovskis al presidente dell'Eurogruppo Centeno. Quest'ultimo oggi non è più presidente, perché con un colpo di mano è stato sostituito da chi non volevamo noi (chiusa la parentesi). In quella lettera si diceva: "L'unico requisito per accedere alla linea di credito sarà che gli Stati membri dell'area euro che richiedono il supporto si impegnino a utilizzare questa linea di credito solamente per il sostegno interno dell'assistenza sanitaria diretta e indiretta". Poi la lettera prosegue con una serie di sterilizzazioni e sospensioni di tutte le clausole previste dal regolamento n. 472 - non vedo più in Aula il professor Monti - che fu approvato nel 2013 e che era conseguente al Trattato di istituzione del MES del 2012. Allora la domanda è: se lo strumento finanziario della BCE, formidabile come potrebbe essere quello che ho appena enunciato, è comunque conseguente all'adesione al MES, l'eventuale adesione al MES prevede, per quanto vi riguarda, una verifica delle possibilità di accesso in base alle sterilizzazioni e alle sospensioni che sono state scritte nella lettera oppure no? O quantomeno, siccome non ne ho sentito parlare, è un problema che vi siete posti, al di là - ribadisco - del dibattito demagogico o ideologico, che nulla o poco ci interessa? Questa era la prima domanda.

L'Europa nei nostri confronti ha un atteggiamento di diffidenza; l'ha sempre avuto per due ordini di motivi: il primo è che non siamo mai stati bravissimi a utilizzare i fondi europei, con la scusa che ci dovessero essere cofinanziamenti nazionali. Ma, come dicevo prima, i fondi europei sono stati male e scarsamente utilizzati. Il secondo problema è una vecchia e antica polemica nei confronti del nostro Paese. Ci viene detto: voi italiani avete il più alto debito pubblico d'Europa, ma avete anche un risparmio privato altissimo (oggi è arrivato a quasi 1.100 miliardi); ma avete accumulato questo risparmio privato grazie all'evasione - e gli europei ci beccano spesso su questo - di 150 miliardi all'anno. Se moltiplichiamo 150 miliardi per dieci anni fa 1.500 miliardi. E questa è una delle accuse che ci fanno.

Siamo noi in grado di rispondere a questa critica? Siamo noi in grado di reggere il confronto quando i famosi Paesi frugali chiedono che non ci sia una maggioranza qualificata per decidere come fare i monitoraggi su come saranno spesi gli eventuali quattrini del recovery fund? Siete in grado di reggere il confronto sull'argomento, su cui loro ci vorrebbero portare, di una decisione all'unanimità, che sarebbe il blocco totale di qualsiasi possibilità di accesso al recovery fund?

Dico queste cose perché siamo comunque consapevoli che ci sia stato un cambio di paradigma nella politica europea. Il fatto che non si parli più di austerità e che si parli di contributi addirittura a fondo perduto vuol dire che è cambiato qualcosa. Il presidente Michel, nel suo documento preparatorio al vostro incontro dei prossimi giorni, dice: prenderemo, come recovery fund, a prestito i 750 miliardi, poi ci porremo il problema di come rimborsarli.

Mi avvio a concludere. Ho una cattiva impressione: la Germania, che è il primo Paese manifatturiero d'Europa (noi siamo il secondo, o quantomeno lo eravamo, ma immagino e spero che rimarremo il secondo), ha risolto i problemi della rimessa in moto della macchina tradizionale industriale tedesca e userà i fondi europei solo per l'indirizzo e le indicazioni che sul recovery fund vengono date, ovvero un'Europa più verde e più digitale. A noi questo interessa, ma fino a un certo punto, perché l'innovazione tecnologica non è solo verde e non è solo digitale. Siamo in grado di ribadire che la nostra macchina industriale è quella che ha consentito al nostro Paese di essere uno dei più importanti del fronte europeo e quello che garantiva ai cittadini italiani la redditività che ha garantito in questi anni?

Queste sono le domande, signor Presidente del Consiglio. Penso di avere detto quasi tutto. Vorrei farle altre domande, ma il tempo è tiranno, quindi a questo punto concludo. Io spero che nella replica ci darà qualche indicazione ulteriore. Lei ha omesso, come le dicevo, alcuni argomenti, ma penso che valga la pena che nella replica, che probabilmente lei farà in questa sede, ci posso dare qualche ulteriore informazione. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Salvini. Ne ha facoltà.

SALVINI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, innanzitutto faccio i complimenti a qualcuno che oggi avrà sicuramente da festeggiare e da battere le mani, perché in questo momento il titolo di Atlantia in Borsa guadagna il 25 per cento del suo valore, quindi i Benetton sicuramente sono contenti. (Applausi).

Qualcuno oggi l'affarone l'ha fatto, poi saremo curiosi di andare a vedere chi ha venduto e comprato le azioni in questi giorni, perché con una dichiarazione e con un Consiglio dei ministri si fanno girare miliardi di euro, questa è l'economia vera. (Applausi). Quindi non so se lo Stato ci guadagna, ma sicuramente oggi qualcuno ci ha guadagnato: questo è poco, ma sicuro.

Veniamo all'Europa. È la terza volta che sentiamo parlare di millemila miliardi in arrivo: bene, riavvolgiamo il nastro sulle promesse che abbiamo sentito in quest'Aula nelle ultime settimane e poi arriviamo ai nostri dubbi sulle promesse che arrivano da Bruxelles.

Sulla cassa integrazione, chiacchiere: mi ha appena scritto un piccolo imprenditore di Milano con 32 dipendenti - quindi non una grande azienda - la metà dei quali da marzo non ha ancora visto un euro. Se riescono a dar da mangiare ai loro figli è perché quest'imprenditore ha anticipato la cassa integrazione, sulla quale quindi lei ha fatto chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere, mentre gli imprenditori ci hanno messo i soldi.

Sui soldi promessi dalle banche, ci ricordiamo il bazooka da 400 miliardi: ad ora, i 400 miliardi sono 53, non dati, ma domandati dalle imprese; e, se su 5 milioni di imprenditori, coloro che han fatto domanda sono 823.000, evidentemente lo strumento non funziona. Anche sui soldi promessi dalle banche, quindi, chiacchiere.

Sul rinvio delle tasse, chiacchiere: è uscita adesso una richiesta di Confcommercio che è il minimo indispensabile, poiché chiede di rinviare le scadenze fiscali del 20 luglio quantomeno a settembre; tutti gli altri Paesi europei hanno già rinviato a settembre le scadenze fiscali dell'estate. Almeno su questo, signor Presente del Consiglio, copi i suoi colleghi degli altri Paesi europei: non le dico di far meglio, quantomeno di copiare. (Applausi).

Ringrazio la senatrice 5 Stelle che è intervenuta prima di me sollevando il tema della scuola: sottoscrivo il suo intervento. Anche sulla scuola, grandi chiacchiere: oggi, però, il ministro Azzolina ha ribadito - non so se ci è o ci fa - che un milione di studenti da settembre non troverà posto in classe e dovrà andare a fare lezione nei cinema, nei musei o nei teatri. È un insulto agli studenti, agli insegnanti e alle famiglie italiane. (Applausi). Possiamo riaprire le scuole mandando i bimbi a scuola?

Sull'immigrazione, il collega del Partito Democratico ha superato se stesso, facendo un miracolo incredibile: secondo i dati di oggi - visto che siete tanto bravi a trattare con l'Europa, che vuole bene a questo Governo e all'Italia, e ci sono l'accordo di Malta, le redistribuzioni, la Grecia, eccetera - gli sbarchi l'anno scorso ad oggi erano 3.186, mentre oggi, grazie al fatto che siete persone di parola e l'Europa vi vuole bene, sono più del triplo. Quasi 10.000 persone sono arrivate senza che nessuno muovesse un dito: devo capire se al Governo ci sono incapaci o complici di questa tratta di esseri umani, perché il dubbio che mi rimane è questo. (Applausi). E l'accordo di Malta vale zero, perché sono qua: anzi, avete perfino sospeso i corridoi umanitari che il brutto, cattivo e sovranista ministro Salvini aveva proseguito con le associazioni cattoliche; quindi non ci sono più gli arrivi dei profughi veri, ma ne state facendo arrivare migliaia di finti, che stanno mettendo in difficoltà Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria, nonché le Forze dell'ordine. Se questo è il vostro peso in Europa, evidentemente c'è qualcosa che non funziona, caro Presidente del Consiglio.

Veniamo a quello che fanno gli altri: siamo al terzo o quarto dibattito sull'Europa che verrà, che forse ci darà soldi; la cosa incredibile è che stiamo discutendo dei soldi che forse - se siamo fortunati - arriveranno fra un anno. Chi fosse a casa deve capire che, se ha un problema col mutuo, l'affitto, la bolletta, la macchina, l'azienda, i dipendenti o quello che vuole, i soldi di cui state parlando arriveranno, se va bene, nella primavera 2021. Siamo a luglio 2020: cosa stanno facendo gli altri Paesi europei? Stanno aspettando questi soldi? No.

Facciamo esempi concreti, per cui la invito a copiare i suoi colleghi.

Macron, Francia (non sono un suo tifoso, ma persona concreta e obiettiva). Il Governo francese, senza aspettare i soldi europei, ha già stanziato, ad oggi, 8 miliardi di euro annui per l'aumento degli stipendi di medici e infermieri, cosa che mi piacerebbe accadesse anche in Italia, perché non basta dire quanto sono eroici i nostri medici, ma bisogna anche aumentare i loro stipendi (Applausi) e la Francia lo ha fatto, con 8 miliardi di euro all'anno. Turismo: 16 miliardi di euro per le aziende che lavorano con il turismo, in Francia. (Applausi). Il settore dell'automobile ha avuto 8 miliardi di euro dal Governo francese e voi vi baloccate con i monopattini elettrici cinesi: c'è qualcosa che non funziona. (Applausi). Cito sempre la Francia del pericoloso sovranista Macron: 8 miliardi di euro a fondo perduto per le piccole imprese, 3 miliardi di euro a fondo perduto per i negozianti, per pagare affitti e bollette della luce, dell'acqua e del gas, 3 miliardi di euro per i lavoratori autonomi, per sgravarli da tasse e contributi. Questo ha fatto la Francia, con soldi suoi.

La Germania ha tagliato le tasse, non sui giornali come il presidente Conte, ma nei fatti. L'IVA è scesa dal 19 al 16 per cento. Signor Presidente del Consiglio, il Gruppo Lega glielo ribadisce: se lei porterà, non sui giornali o nelle dirette Facebook, ma in Assemblea, un'ipotesi di taglio delle tasse, i voti della Lega li avrà in un minuto! (Applausi). Non sono però le interviste a "il Fatto quotidiano" che migliorano la vita dei nostri imprenditori, purtroppo. Bastasse solo questo, saremmo fortunati. In Germania hanno rinviato le scadenze fiscali e hanno dato 50 miliardi di euro per le piccole imprese. In Germania - tema assolutamente dimenticato - fra Governo federale e Autorità locale di Berlino hanno stanziato, a fondo perduto, 1 miliardo di euro per gli artisti e le associazioni culturali, per finanziare un assegno da 5.000 euro per ogni artista o membro di associazione culturale a Berlino. A sinistra vi riempite la bocca della parola "cultura", ma quando c'è da fare qualcosa, non fate un accidente. (Applausi). Prendete esempio da Berlino e dalla Germania! (Applausi).

Concludendo, arriviamo alla pericolosissima Inghilterra, che ha avuto la folle e sciagurata idea di uscire dall'Unione europea. Sono messi così male, nella sciagurata Londra, che hanno dato 10.000 sterline, a fondo perduto, ad ogni piccola impresa, e 25.000 sterline a fondo perduto per commercianti, piccoli imprenditori e albergatori. Sapete come hanno fatto gli inglesi, che hanno sciaguratamente lasciato l'Unione europea, ad accedere a questi fondi? Compilando questo modulo, scaricabile sul telefonino (Il senatore Salvini mostra uno smartphone). Signor Presidente del Consiglio, è un modulo di una pagina. Con una pagina, sul telefonino, hanno ottenuto fino a 25.000 sterline a fondo perduto, mentre qua chi aspetta una risposta dai Ministeri o dall'INPS deve pregare il buon Dio in paradiso. Capisco che vi faccia innervosire, però non vi chiediamo di fare meglio degli altri, ma di copiare gli altri. (Applausi). Copiate gli inglesi, i tedeschi, i francesi o gli svizzeri: copiate gli altri! (Applausi). Non dico di fare meglio degli altri, ma, quantomeno, di copiare. In Italia abbiamo lo smart working per i dipendenti pubblici fino al 31 dicembre: andatelo a dire all'artigiano o alla partita IVA, che va a lavorare anche se ha 40 di febbre, che c'è qualcuno che sta a casa fino al 31 dicembre, a fare lo smart working. (Applausi).

Una riflessione finale: siccome siamo positivi, propositivi e costruttivi, prendiamo atto del fatto che la comunità italiana, in questi anni, ha versato nelle casse dell'Unione europea 200 miliardi di euro. Questi sono i numeri: 200 miliardi di euro sono stati già dati e lei, signor Presidente del Consiglio, viene qua, di settimana in settimana, di mese in mese, a dirci che, a fronte di questi 200 miliardi di euro già dati dagli italiani, se facciamo i bravi, se accogliamo un po' di clandestini, se magari tagliamo un po' le pensioni o applichiamo una nuova patrimoniale, forse ci restituiscono una piccola parte di questi 200 miliardi di euro dati dagli italiani. Voi siete matti! Viva l'Italia, viva l'Italia libera, bella, ricca, felice e sovrana! Buon lavoro e, soprattutto, buona fortuna. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ricciardi. Ne ha facoltà.

RICCIARDI (M5S). Signor Presidente, colleghi, oggi interveniamo in quest'Aula per riaffermare la volontà di dare a lei, Presidente del Consiglio, un mandato forte al fine di arrivare a una soluzione in Europa sul recovery fund e sul bilancio pluriennale europeo. Una soluzione in linea con la proposta che il Governo, su stimolo decisivo del MoVimento 5 Stelle, ha avuto il merito di imporre ai tavoli europei, al punto da far recepire la proposta dalla Commissione europea.

Si tratta di un risultato importante, storico per tutta l'Unione europea, se solo consideriamo la fragilità delle risposte europee all'inizio dell'emergenza Covid. Stiamo parlando, infatti, di provvedimenti che, per la prima volta, mettono in comune risorse a livello comunitario, e rappresentano un primo esempio di debito comune per finanziare spese con ricadute positive sui singoli Stati.

In merito ai contenuti, stiamo discutendo molto della differenza tra prestiti e sovvenzioni. È chiaro che preferiamo le sovvenzioni ai prestiti, e in questo senso il recovery fund è sicuramente da difendere, soprattutto laddove destina la maggior parte delle risorse individuate ai contributi a fondo perduto; ma è altrettanto chiaro che sarà necessario utilizzare tali risorse per transizione digitale, ambiente e tecnologie, temi cari ai 5 Stelle.

Questo risultato non è frutto del caso, ma della capillare rete di alleanze che lei, Presidente, con il suo Governo è riuscito a stabilire con molti Stati membri dell'Unione europea. Mi riferisco agli stimoli nei confronti della cancelliera Merkel, al rapporto con la Francia e il presidente Macron, all'asse che il Governo ha saputo valorizzare con i Paesi del Mediterraneo.

In questo percorso emergono anche rischi di rigidità da parte di alcuni Stati membri, ad esempio, i cosiddetti frugali, ma questo rientra nelle dinamiche negoziali e siamo sicuri che il Governo saprà negoziare nel miglior modo. Ciò detto, signor Presidente, noi tutti sentiamo, però, l'urgenza e la necessità di affrontare questo passaggio, oserei dire storico, dell'Unione europea. Mi lasci, quindi, ribadire che quello che oggi gli Stati membri si accingono a compiere è un passo decisivo verso un futuro comune.

Siamo partiti dal fondamentale intervento della Banca centrale europea, che continua a operare con i suoi stimoli monetari, e adesso è il momento di condurre in porto il recovery fund, con i suoi 750 miliardi, di cui l'Italia sta per ottenere la fetta più grande.

Quanto al MES, Presidente, sappiamo tutti che è uno strumento a disposizione; sappiamo tutti che è nelle proposte europee, perché esiste dal 2012, dopo che nel 2011 fu approvato da quel Governo di centrodestra di cui facevano parte i sedicenti sovranisti di Lega e i leader di Fratelli d'Italia, che oggi hanno incredibilmente perso la memoria di questo non trascurabile precedente. (Applausi).

La questione sull'interesse potenziale dell'Italia all'attivazione dello strumento è diventata stantia. Solo dopo aver definito i dettagli del recovery fund e del quadro finanziario pluriennale, che sono i vari obiettivi dell'imminente Consiglio europeo, si può valutare la convenienza di altri strumenti, che fanno leva sul debito: ad esempio, il piano Sure, i debiti BEI, e quindi anche il MES. Ma oramai è chiaro: l'Italia non ha bisogno di quei 36 miliardi, perché, nell'attesa delle risorse del recovery fund, il nostro Paese può tranquillamente continuare ad accedere al mercato collocando i suoi titoli di Stato, tanto più che la BCE ha potenziato il suo piano di stimoli monetari aumentando gli acquisti di titoli da 750 a 1.350 miliardi. Occorre ancora, però, a nostro giudizio, presidiare alcuni passaggi e talune ambiguità, per esempio, l'atteggiamento tedesco sul seguente punto.

Chi, tra Consiglio e Commissione, devi avere la regia della valutazione dei progetti di investimento? Noi crediamo che debba essere la Commissione. Allo stesso modo, vanno respinte una volta per tutte le pretese avanzate da Paesi sulla carta rigoristi - ripeto, sulla carta - come l'Olanda. L'idea che l'Olanda possa dettare condizioni all'Italia o alla Spagna, signor Presidente del Consiglio, non può e non deve avere più spazio nel dibattito europeo. La stessa Olanda, infatti, è stata più volte inserita dalla Commissione speciale sui crimini finanziari, sull'evasione e sull'elusione fiscale (cosiddetta TAX3) del Parlamento europeo nella lista dei Paesi cosiddetti a fiscalità aggressiva (e sto usando un eufemismo). Pertanto, la risposta all'emergenza coronavirus deve prevedere anche il superamento delle pratiche fiscali che sono dannose tra gli Stati membri. Il dumping commerciale e la presenza dei cosiddetti paradisi fiscali europei provocano all'Italia una perdita stimata tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari all'anno e falsano completamente l'andamento degli investimenti esteri: basta pensare che nei Paesi Bassi questi investimenti esteri rappresentano il 535 per cento del PIL, mentre nel microscopico Lussemburgo arrivano al 5.760 per cento annuo e sappiamo che non sono veri e propri investimenti produttivi. Sono Paesi che poi hanno il coraggio di fare la morale all'Italia su debito pubblico, politica economica e premono per il massimo rigore.

Da ultimo, signor Presidente, mi permetta un passaggio sul debito pubblico. In questa fase di emergenza, complice anche una doverosa sospensione del Patto di stabilità e crescita, è stato fondamentale compiere uno sforzo economico in deficit all'interno dei vari provvedimenti economici approvati ed anche da approvare. Questo naturalmente ha avuto un fisiologico impatto sul debito, il cui livello cresce sensibilmente. Diversi strumenti europei, come ad esempio il piano Sure, avrebbero un impatto sul debito perché sono prestiti. Per questo, signor presidente del Consiglio Conte, dobbiamo anche cogliere l'occasione della crisi per riflettere sull'applicazione di un piano italiano di autofinanziamento. Con il decreto-legge rilancio abbiamo aperto la strada, introducendo bonus affitti, sanificazioni e il super bonus al 110 per cento, il cui funzionamento passa dalla veloce circolazione del credito di imposta, che ne è alla base; riflettiamo quindi sull'opportunità, anche grazie all'uso di una piattaforma informatica ad hoc, di utilizzare questi crediti fiscali come veri e propri strumenti di scambio. Lo stesso possiamo dire per i titoli di Stato: l'ottimo risultato raggiunto dai BTP Italia e Futura dimostra che gli italiani, nella più totale garanzia di libertà dei loro investimenti, credono nei nostri titoli. Anche in questo caso, con un'opportuna piattaforma tecnologica si potrebbero usare questi titoli come strumenti di scambio. Lei stesso, signor Presidente del Consiglio, ha detto che mai come oggi dobbiamo essere innovativi. Lo siamo stati in Europa, lo siamo stati in tante misure del decreto-legge rilancio, possiamo ancora esserlo lasciando tutti insieme un segno importante. (Applausi).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.

Comunico all'Assemblea che sono state presentate le proposte di risoluzione n. 1 (testo 2), dai senatori Perilli, Marcucci, Faraone, De Petris e Unterberger, n. 2 (testo 2), dal senatore Calderoli, n. 3, dalla senatrice Bonino e da altri senatori, n. 4, dai senatori Bernini, Ciriani e Romeo, e n. 5, dal senatore Paragone e da altri senatori. I testi sono in distribuzione.

Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, al quale chiedo anche di esprimere il parere sulle proposte di risoluzione presentate.

AMENDOLA, ministro per gli affari europei. Signor Presidente, il Governo esprime parere favorevole sulla risoluzione n. 1 e parere contrario su tutte le altre.

PRESIDENTE. Passiamo alle votazioni.

UNTERBERGER (Aut (SVP-PATT, UV)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

UNTERBERGER (Aut (SVP-PATT, UV)). Signor Presidente, signor presidente del Consiglio Conte, la reazione iniziale dell'Europa alla crisi Covid non è stata certo delle migliori. Il primo approccio è stato quello di chiudere le frontiere, bloccare le forniture dei dispositivi di protezione a beneficio dei propri cittadini; dopo è arrivato il categorico no ai coronabond e i sovranisti stavano già affilando le loro armi. Poi però è accaduto un mezzo miracolo: la Francia si è fatta portavoce degli interessi degli Stati del Sud Europa e si è seduta al tavolo con la Germania per creare una soluzione, in Germania c'è stata la svolta copernicana con l'abbandono del dogma dell'austerità e a quel tavolo è nata la proposta che nessuno aveva ritenuto possibile, quella di un recovery fund da 500 miliardi di euro, portati poi a 750 dalla Commissione europea. Certo, i negoziati sono ancora in corso e come sappiamo il diavolo si nasconde nei dettagli. Quindi, si parla dell'ammontare dei fondi, della loro tempistica, della divisione tra prestiti e contributi a fondo perduto e su chi deve avere la governance dei piani di rilancio.

Tuttavia, la Presidenza e l'impegno della Germania lasciano ben sperare. La cancelliera Merkel, questa grande donna e leader europeo, già nella crisi dell'immigrazione siriana nel 2015 aveva pronunciato le sue parole famose «wir shaffen das» (ce la facciamo), dimostrando grande umanità e solidarietà verso chi era in difficoltà. Adesso, con lo stesso spirito, porta avanti le trattative con gli Stati membri per ricucire la frattura tra Nord e Sud Europa.

C'è da trovare un compromesso e per questo bisogna avere la capacità di immaginarsi anche nei panni degli altri leader politici che devono giustificare il proprio operato ai loro cittadini, soprattutto quando hanno al loro interno personaggi di destra come Wilders, grande amico dei sovranisti italiani, che salutando il nostro Presidente del consiglio ha sventolato il famoso cartello.

È chiaro che i leader nordeuropei vogliono delle garanzie sul fatto che le ingenti risorse non vengano adoperate per debiti pregressi o per misure assistenzialistiche, ma per fare davvero le riforme necessarie. È giusto che chi condivide un debito sia chiamato anche a sapere come quelle risorse verranno spese: questo è interesse anche dell'Italia, che deve sapere come gli altri Paesi useranno le risorse. Di certo non dovranno andare ad alimentare pratiche fiscali aggressive e scorrette, come l'Europa ha più volte rimproverato all'Olanda, o permettere lo svilimento dei principi dello Stato di diritto come accade nei Paesi di Visegrád. Inoltre, lasciare alle future generazioni un indebitamento ancora maggiore è moralmente lecito solo se sull'altro piatto della bilancia ci saranno interventi in grado di raggiungere gli obiettivi indicati dal presidente Von der Leyen.

Il nostro obiettivo deve essere portare a casa un accordo che non snaturi l'impianto solidaristico approvato dalla Commissione. Per riuscirvi abbiamo bisogno di un'Italia che a tutti i livelli mostri il suo volto responsabile e un Premier che possa contare su un Governo stabile. Serve un passo indietro dei singoli partiti che compongono la maggioranza per farne uno in avanti rispetto all'obiettivo comune e serve un'opposizione costruttiva che non abbia come unico scopo di indebolire il Governo, perché con questo indebolisce tutta l'Italia. In ogni caso in queste ultime settimane l'Europa ha dato un forte segnale di vita e ha dimostrato quel lato solidale e inclusivo per la quale è stata fondata. Il cartello di Wilders invece è la rappresentazione plastica che la narrazione dei sovranisti di un'Europa diversa è un fake. Europa e sovranismo nazionale è una contraddizione in sé. (Applausi).

FAZZOLARI (FdI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FAZZOLARI (FdI). Signor Presidente, presidente Conte, permettetemi un inciso prima dell'intervento vero e proprio. Anche oggi abbiamo assistito alla solita scena di lei che fa un intervento composto, moderato e dialogante e il MoVimento 5 Stelle che attacca a testa bassa le opposizioni. Già le avevamo fatto presente che questa era una chiara regia. Oggi alla Camera dei deputati ne abbiamo avuto la prova.

Presidente Conte, anche oggi alla Camera abbiamo avuto la prova che tutto questo è una regia scritta nella stanza del suo ufficio stampa, perché lei oggi è intervenuto alla Camera e immediatamente dopo di lei è intervenuta una deputata del MoVimento 5 Stelle con un intervento scritto che riportava dei virgolettati del discorso che lei aveva appena fatto. Quindi, con ogni evidenza, la deputata del MoVimento 5 Stelle aveva prima l'intervento che lei ha fatto e, allora, non prendiamoci in giro, vorremmo che lo stesso tono moderato e pacato, che lei ha abitualmente, lo avessero anche i deputati del MoVimento 5 Stelle. Diventa difficile infatti dialogare con lei che fa il moderato e poi avere il MoVimento 5 Stelle che ci lancia le palate di melma mentre discutiamo in Aula.

Passando al tema, sappiamo tutti che la trattativa che andiamo a fare è fondamentale. Non giriamoci attorno, avremmo voluto ben altro Governo e un Premier con una maggiore esperienza. Un po' la fragilità è istituzionale e non può essere imputata certo a lei. Lei avrà davanti la Merkel che è cancelliere da quindici anni, avrà davanti Macron che è un presidente della Repubblica che nessuno può smuovere per cinque anni, e quando sistematicamente l'Italia si presenta con Governi traballanti, purtroppo le trattative diventano più complicate. È uno dei tanti motivi per i quali ribadiamo che una riforma in senso presidenziale dell'Italia sarebbe molto utile in ogni circostanza e, in modo particolare, in questa.

Certo, non aiuta avere una maggioranza particolarmente divisa al suo interno, non aiuta purtroppo neanche l'immagine che il Governo ha dato di non avere le idee chiarissime e di fare gli Stati generali a Villa Pamphili per raccogliere idee. Sarebbe stato meglio avere idee chiarissime o quantomeno fingere di avere idee chiarissime perché la trattativa in Europa sarebbe diventata più facile.

Proveremo a darle qualche consiglio, lo ha fatto il nostro presidente Giorgia Meloni questa mattina, proverò io, umilmente, a farlo adesso. Lei è una persona capace e valida. Noi non abbiamo nulla di personale contro di lei. Diciamo che oggettivamente si è ritrovato da poco a fare una nuova attività; per usare una immagine un po' colorata, diciamo che ci presentiamo ai mondiali di pugilato schierando un violinista talentuoso. Proviamo allora a darle qualche consiglio a bordo ring prima che salga: tenga alta la guardia, attento al mento, non stia mai fermo. Insomma, le solite cose.

Presidente Conte, stanno provando a «fregarla». Questo è il vero motivo per il quale siamo in apprensione. E stanno provando a «fregarla» intanto con il MES. Perché il MES è diventato fondamentale in Europa, nei media e dentro quest'Aula per qualcuno? L'ottimo ministro Gualtieri ha spiegato bene che tutto ciò che ci viene raccontato è una menzogna e, cioè, che non sono soldi regalati, è un prestito che non sono risorse aggiuntive. Se non prendiamo quei 37 miliardi dal MES, non è che abbiamo meno ospedali, semplicemente li finanziamo sui mercati. Il vantaggio è che, secondo quanto dice il vostro Ministro, avremo un vantaggio di circa 400 milioni di interessi l'anno. Molti economisti dicono che non è così. Anche io penso che non sia così, ma prendo per buone le parole di Gualtieri: calcolatrice alla mano perché le opinioni sono discutibili, ma il pallottoliere no, 400 milioni l'anno sono pari allo 0,05 per cento della spesa pubblica annua italiana. Con 900 miliardi di spesa pubblica italiana e 400 milioni di risparmio presunto dal MES, abbiamo lo 0,05 per cento. In altri termini, 1 a 2.000. Sarebbe come andare da una famiglia che spende mensilmente 2.000 euro per spese, mutuo e prestiti vari e andargli a spiegare che può accedere a una linea di credito particolarmente vantaggiosa, in virtù della quale risparmierebbe di interessi sul mutuo un euro. Uno. 2.000 euro di spesa mensile di quella famiglia, un euro di risparmio di MES. Faccia i calcoli con la calcolatrice, col pallottoliere, chiamiamo le task force di cui il Governo dispone e verifichi che il risparmio del MES equivale a un euro ogni 2.000 che spendiamo. Allora non prendiamoci in giro, non è una motivazione economica. Qual è il motivo?

Lo spiego adoperando due immagini storiche. La prima è quella del cavallo di Troia, lo abbiamo detto mille volte, il cavallo di Troika, per cui si aprono le porte a eventuali condizionalità. La seconda immagine storica è quella delle Forche caudine, per cui l'Italia deve fare questo atto di sottomissione per dimostrare che ha bisogno dell'Europa, ma i romani almeno la guerra l'avevano persa prima di abbassare la testa alle Forche caudine.

Noi abbiamo bisogno dell'aiuto europeo? No e questa è l'altra grande menzogna che le stanno dicendo. L'Italia versa ogni anno all'Unione europea almeno 4 miliardi più di quanti non ne prenda e quindi noi paghiamo salata la nostra partecipazione al club europeo.

Sempre stando al MES, solamente in base all'ultima versione, abbiamo versato 14 miliardi. Lo sa quanti anni ci vogliono (interessi agevolati e così via) prima di andare in pari? Trenta anni. Allora facciamo così: ci riprendiamo i nostri 14 miliardi e rinunciamo alla generosità del MES.

La Banca centrale europea, però, si sta comportando bene, perché sta comprando titoli di Stato, ma anche questa è una menzogna. La Banca centrale europea, non io, si è data come obiettivo un tasso di inflazione al 2 per cento annuo. Nell'eurozona noi abbiamo un tasso di inflazione dello 0,2 per cento, per cui la potenza di fuoco della BCE è nettamente inferiore, non a quello che dice Fratelli d'Italia, ma a quello che la stessa BCE si è data come obiettivo.

Il pacchetto europeo, dunque, non ci sta regalando assolutamente nulla e questo dobbiamo andare a dirlo: l'Italia ha sempre dato all'Europa più di quanto ha preso. Va bene, ma il contesto europeo ci agevola: no.

Prima anche la senatrice Ricciardi del MoVimento 5 Stelle ha detto delle cose assolutamente condivisibili. Paradisi fiscali, perdita competitiva rispetto all'eurozona per il meccanismo dell'euro: dal 1999 al 2007 - un think tank tedesco ha fatto il calcolo - ogni italiano, solamente in virtù dello svantaggio della moneta unica, ha perso 74.000 euro. Nel totale abbiamo perso 4.300 miliardi e questo lo dicono i tedeschi, non lo diciamo noi.

Allora, che cosa dovremmo andare a fare? Dovremmo andare in Europa e dire: «Scusate, le istituzioni sono roba nostra». La finanziamo in modo molto generoso; chiediamo che faccia quello per cui è pagata.

Il contesto europeo è nettamente svantaggioso per l'Italia perché abbiamo tutto quello che in questi giorni abbiamo detto, per cui chiediamo un riassetto degli equilibri. Lei, presidente Conte, deve andare a testa alta a ribadire che l'Italia non chiede aiuto all'Europa; l'Italia pretende dall'Europa che si riequilibrino i rapporti di forza, che sono purtroppo drammaticamente a svantaggio dell'Italia, per colpa certo della debolezza della politica italiana, anche in virtù del colpo di stato del 2011, che ha tolto l'ultimo Governo che aveva la forza di un consenso popolare alle spalle.

Vada quindi in Europa, signor Presidente del Consiglio, ribadisca che siamo contribuenti generosi di questa Unione europea e che il contesto europeo favorisce Olanda, Germania, Francia, i Paesi dell'Est e sfavorisce l'Italia e che abbiamo le nostre carte da giocare.

In conclusione, poiché il tempo a mia disposizione è terminato, ribadiamo che la nostra immagine di Europa non è questo comitato di affari che ci siamo ritrovati, che fa l'interesse dell'asse franco-tedesca e delle lobby. La nostra è l'immagine storica e di visione dell'Europa, quella nata nel 1957, quella che ha saputo nel 1981 accogliere la Grecia, anche se non aveva le caratteristiche per farne parte, che ha accolto - per dare un'immagine cara a Giovanni Paolo II - i nostri fratelli dell'Est dopo la fine della dittatura comunista sovietica. Questa è l'immagine di Europa che vorremmo ritrovare in futuro. (Applausi).

GARAVINI (IV-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GARAVINI (IV-PSI). Signor Presidente del Consiglio, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, l'Europa sta dando grande prova di sé. Di fronte alle difficoltà, l'Unione europea sta mettendo in campo misure idonee, capaci di affrontare in modo solidale la più grave crisi economica, finanziaria, sociale e sanitaria dal dopoguerra ad oggi. Si certifica che l'Europa è la soluzione non il problema, soprattutto per il nostro Paese che è destinato ad essere il primo beneficiario delle misure stanziate con circa 500 miliardi a disposizione dell'Italia nel giro di soli due anni, vale a dire un terzo del nostro prodotto interno lordo, una ventina di manovre finanziarie.

Solo che adesso c'è bisogno di agire molto in fretta. I decreti emergenziali che abbiamo approvato fino ad oggi, per quanto positivi, non bastano a soddisfare tutte le esigenze del Paese. Bisogna intervenire ulteriormente per tamponare numerose lacune, in modo che l'economia non imploda su se stessa. Già adesso, se non ci fossero stati i vari interventi predisposti dall'Europa, il nostro spread sarebbe alle stelle ed il Paese sarebbe andato in default da un pezzo.

Grazie all'Europa e ai diversi finanziamenti che si appresta a stanziare - BEI, Sure, MES, BCE, next generation EU e residui del bilancio - l'Italia avrà a disposizione un patrimonio imponente ad un costo molto basso, ottenibile senza dover aumentare il nostro debito pubblico che proprio oggi ha raggiunto livelli purtroppo ancora più elevati. Tali risorse ci possono consentire di far fronte alla crisi attuale rispondendo all'enorme bisogno di liquidità in atto e ci danno la possibilità di fare investimenti strategici con i quali realizzare riforme strutturali di cui si avverte la necessità da decenni.

Adesso, però, dobbiamo sciogliere presto il nodo ancora aperto sul MES, quel MES che, se solo lo avessimo voluto e chiesto, sarebbe stato probabilmente già disponibile con la bellezza di 36 miliardi di euro, risorse che non possiamo permetterci di non utilizzare, risorse senza condizionalità a tasso praticamente nullo, risorse che potremmo utilizzare non solo per aumentare i posti letto e i macchinari di emergenza, con le quali potremmo assumere infermieri e altro personale, ma con le quali potremmo anche innovare le cure attraverso l'utilizzo di nuove tecnologie, digitalizzando la gestione sanitaria, introducendo la telemedicina, come si sta facendo con successo in diversi Paesi.

Il fatto che altri Stati non facciano ricorso al MES non significa che non sia conveniente, anzi, semmai non è conveniente per loro. Per noi invece sì, eccome. Ciò dipende dal fatto che siamo uno dei pochi Paesi in cui il costo dell'indebitamento nazionale è molto maggiore rispetto al costo del MES.

Inoltre, un'altra motivazione spesso addotta secondo cui le recenti vendite di buoni del tesoro pluriennali a dieci anni sarebbe andata bene a costi appena dell'1,65 per cento, non regge perché utilizzare il MES piuttosto che i BTP sarà molto più conveniente. Ci consentirà, nei fatti, un risparmio di sei miliardi in dieci anni, dieci volte il risparmio prodotto dal taglio del numero dei parlamentari, giusto per avere un'idea plastica di che cosa questo significhi.

Ecco perché il Paese non può permettersi di non ricorrere al MES. Noi abbiamo ancora maledettamente bisogno di liquidità per evitare che le aziende falliscano e che la disoccupazione esploda. Ecco perché condividiamo il contenuto e la richiesta espressi nella risoluzione presentata dalla collega Bonino ed esprimeremo un voto favorevole sulla stessa, come pure su quelle di maggioranza.

Lei, Presidente, ha definito il prossimo Consiglio europeo un appuntamento con la storia. Ha ragione, Presidente, siamo davvero ad un appuntamento con la storia, per l'Italia e per l'Europa. Tra l'altro ci troviamo di fronte ad uno scenario internazionale che sta velocemente mutando. Da parte degli Stati Uniti continua ad esserci un progressivo disimpegno su tutta una serie di scenari internazionali di crisi, anche quando si tratta di affrontare grandi problemi globali di sfiducia, la sfiducia del presidente Trump negli accordi multilaterali indebolisce tutta l'architettura della governance internazionale. Ecco che l'Europa potrebbe diventare un fattore decisivo per l'equilibrio e la sicurezza internazionale, supportata da una considerevole forza che è economica e tecnologica, ma anche civile e culturale. Questa è la responsabilità che ci consegna il passaggio storico di questa fase. Proprio in un periodo così complesso, l'Unione europea ha un'opportunità: fungere da fattore di equilibrio e diventare motore di stabilità a livello internazionale, promuovendo una prospettiva in cui contino gli organismi sovranazionali e gli accordi multilaterali. Serve, però, un passo avanti nella capacità dell'Unione europea di esprimere la propria politica estera e di difesa, a favore della sicurezza e della stabilità internazionale, proprio in una fase in cui la grave crisi sanitaria da Covid-19 e l'instabilità geopolitica internazionale rendono ancora più evidente l'importanza di accelerare il percorso verso la creazione di una vera difesa unica europea, con risorse e strutture adeguate. Ecco che è importante che anche il tema degli investimenti e della realizzazione di una difesa unica europea venga inserito nel dibattito in corso sul bilancio europeo per il prossimo settennato.

Inoltre, Presidente del Consiglio, dobbiamo decidere in fretta su come intendiamo investire al meglio le ingenti risorse a nostra disposizione. E non lo dobbiamo solo ai nostri alleati di Bruxelles, che giustamente chiedono ragguagli anche solo per zittire le preoccupazioni e le provocazioni dei cosiddetti Paesi frugali; lo dobbiamo soprattutto ai nostri figli, dal momento che, anche nella migliore delle ipotesi, gli stessi finanziamenti a fondo perduto saranno comunque sempre debiti del nostro Paese a danno delle nuove generazioni. Ecco perché non ci possiamo permettere di usarli senza costruire un mondo migliore, un futuro migliore, proprio per il bene dei nostri ragazzi.

L'Europa è la nostra casa, signor Presidente. L'Europa è la nostra occasione di riscatto e di rinascita dopo mesi drammatici di emergenza sanitaria ed economica. Non ci sono alternative; anzi, si potrebbe dire a tutti coloro i quali continuano ad imprecare contro l'Europa e contro l'Italia: meno male che l'Europa c'è.

Se è vero che continuiamo a sentire accuse ed improperi contro l'Europa, dobbiamo dire invece nettamente che al di fuori dell'Europa non c'è proprio storia. Anzi, proprio durante le difficoltà peggiori l'Europa sta dimostrando quanto sia capace non solo di essere solidale, ma anche di essere estremamente concreta, fattiva, generosa, tra l'altro con tre donne alla guida, mettendo in campo risorse ingenti, inimmaginabili da stanziare come singolo Paese.

Allora, diciamolo, signor Presidente, a tutte le destre populiste: è controproducente continuare a strizzare l'occhio ad ideologie nazionaliste o a un sottobosco di forze antieuropeiste che, alla prova dei fatti, si stanno rivelando dannose in primis proprio per gli interessi del nostro Paese. Quando il gioco si fa duro, sono gli Orbán di turno che alimentano toni aspri contro di noi e chiedono di votare contro gli aiuti al nostro Paese e a quegli altri Paesi del Sud che maggiormente hanno subito la crisi. Noi di Italia Viva siamo dalla parte opposta di chi attacca la democrazia.

Signor Presidente del Consiglio, nell'annunciare il voto favorevole di Italia Viva alle risoluzioni prima citate, consegniamo a lei il compito di imporre una linea autorevole; una linea che dica sì alla proposta della Commissione europea, che dica sì alla sanità pubblica, sì allo sviluppo, all'ecologia, ai pari diritti, al lavoro. In una parola, una linea che dica sì all'Italia. (Applausi).

ERRANI (Misto-LeU). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ERRANI (Misto-LeU). Signor Presidente, noi condividiamo l'impostazione che il presidente Conte ci ha proposto e abbiamo apprezzato il lavoro di questi difficili mesi nel ricostruire un rapporto con l'Europa. Il Consiglio europeo è certamente un passaggio straordinario, non solo per l'Italia, ma - come ha già sottolineato anche lei - per il futuro dell'Europa.

Io vorrei fare solo alcune considerazioni di impianto. L'epidemia da Covid-19 ha messo in evidenza alcuni problemi fondamentali. Il primo riguarda il valore della solidarietà, intesa, Presidente, non solo come solidarietà tra i Paesi dell'Unione, ma anche come uno dei punti fondativi dell'Unione europea, e il valore irrinunciabile dei servizi sanitari e della loro universalità.

Da questo punto di vista, è necessario un salto di qualità dell'Europa, non solo sul vaccino, ma sulle tecnologie e sulla ricerca, perché qui ci giochiamo e ci giocheremo un pezzo di futuro della nostra economia e dell'economia europea. Ci ha dimostrato l'insostenibilità della vecchia e sbagliata politica di austerità, che tanti danni ha creato, accrescendo le disuguaglianze, e ha dimostrato l'insufficienza storica di un impianto neoliberista nelle politiche.

Noi discutiamo tanto di MES (poi tornerò su questo punto), ma in Europa e nel mondo è aperta una discussione strategica su questi punti. Sentire - consentitemi, colleghi, lo dico con rispetto - il solito elenco di ciò che non va non ci mette all'altezza della sfida e del confronto che abbiamo in Europa con i partner europei e che è aperto nel mondo. Perché non riusciamo ad alzare lo sguardo? È evidente (altra lezione del Covid) che la linea sovranista non esiste e, se esistesse, sarebbe un dramma per questo Paese. (Applausi). Capisco perché Salvini ci parla della cassa integrazione (problema serissimo): perché fa fatica a prendere atto di quando, anche solo due mesi fa (se lo ricorda, signor Presidente?), le dicevano e ci dicevano che l'idea di un cambiamento dell'Europa sarebbe stata impraticabile. L'Europa, colleghi, è cambiata e sta cambiando. (Applausi).

Abbiamo risolto i problemi? No, ci sono ancora tanti problemi e mai dire che abbiamo fatto quello che ci aspettavamo l'Europa facesse finché non passiamo da questo Consiglio. La questione dei tempi è una questione decisiva: è sostanza. Ma l'Europa è cambiata ed è cambiata anche grazie al ruolo che ha avuto questo Governo e alla sua iniziativa. Diciamoci la verità (l'ho già detto anche in un'altra occasione): i tedeschi hanno capito che l'idea dell'austerità, cioè di tenere bassa la domanda interna nei Paesi, non gli consente di sviluppare la loro politica economica. Hanno capito che c'è bisogno di un salto strategico; poi di qui ragioniamo sui condizionamenti e sulle altre cose e andiamo a vedere seriamente. Ma questa è la novità ed è una bella novità, tutta da conquistare, che però ci interroga in modo serio, signor Presidente. Non voglio fare l'elenco delle iniziative, però ho sentito dire anche che l'intervento della BCE non è un intervento fondamentale. Io voglio ribadire che, per quello che ci riguarda, se la BCE non avesse fatto le scelte che ha fatto, oggi l'Italia non sarebbe qui. Non siamo autosufficienti; no, non lo siamo.

Concludo ricordando, prima di tutto a me stesso, che non dobbiamo mai dimenticare, colleghi, che il Covid ci ha messo in questa drammatica crisi. Vorrei dire ai colleghi dell'opposizione, soprattutto a quelli della Lega: per favore, smettetela di dire che non sappiamo cos'è la piccola e media impresa, cos'è un artigiano, cos'è un lavoratore. Ma basta! (Applausi). Rispettiamoci; io rispetto le vostre posizioni, ma io lo so cos'è un piccolo imprenditore e non prendo lezioni da nessuno da questo punto di vista. (Applausi). Dobbiamo alzare il livello della discussione, ma di tanto, di tanto! (Commenti). A forza di ascoltarlo...

Però vorrei dire che il Covid è arrivato quando erano già chiare tre emergenze: quella climatica, quella tecnologica e quella sociale e delle disuguaglianze. Noi abbiamo fatto alcuni provvedimenti e non tutto funziona al cento per cento, lo so bene. Ma adesso è arrivato il tempo di fare questo piano nazionale di rilancio e di passare dalle politiche di tutela e di sostegno a delle scelte strategiche.

Signor Presidente, lei sa quello che penso: green economy, transizione, investimenti. Però le voglio porre due questioni. La prima: la semplificazione è assolutamente una necessità; la sburocratizzazione è una necessità. Ma, signor Presidente, se non diamo competenze e forza alla pubblica amministrazione, non faremo mai il salto di qualità. (Applausi). Non possiamo pensare di andare in deroga fra dieci anni; bisogna avere i direttori per gestire le gare; bisogna avere i RUP per gestire le gare; bisogna avere nei Comuni gli urbanisti per cambiare l'organizzazione delle città. Non possiamo venir meno a questo.

Ora, l'emergenza si collega a un piano strategico. Verificheremo come va questo Consiglio e potremo fare allora un ragionamento complessivo sugli strumenti da utilizzare. Io penso che abbiamo bisogno di un piano strategico sulla sanità e penso, dunque, che dovremo verificare quali sono gli elementi più vantaggiosi per il nostro Paese; e nessuno dall'Europa ci deve dire quali strumenti dobbiamo utilizzare. Ma a noi spetta il compito di decidere sulla base della sostanza. Ho sentito giustamente tra i colleghi della maggioranza posizioni diverse, ma c'è l'impegno di tutti a non avere una posizione ideologica. Questo è il modo migliore e la scelta che lei ha fatto è giusta e noi la condividiamo.

In secondo luogo, sulla scuola, signor Presidente, mi ha già ascoltato: sono e siamo preoccupati. Bisogna fare qualcosa di straordinario in queste settimane. Vorrei dire però al collega Salvini: non va bene il plexiglass, ma per trovare il modo per fare, come penso io, formazione e didattica in presenza è giusto utilizzare anche altre strutture. Ma questo lo dobbiamo organizzare e ci vorranno più insegnanti, signor Presidente, lei lo sa bene. Dobbiamo essere pronti a fare tutto.

Infine, un nuovo rapporto Stato-mercato. Sulla vicenda dell'Alitalia ho apprezzato la soluzione del Consiglio dei ministri di questa notte. Vorrei dirle Signor Presidente del Consiglio una battuta: dobbiamo trovare il modo, nella nostra maggioranza, di arrivare a dei Consigli che si facciano la mattina e il pomeriggio; questa è la cosa più utile, ed ha capito che cosa intendo. Un nuovo rapporto tra Stato e mercato: dobbiamo decidere qual è la missione strategica della Cassa depositi e prestiti. E poi abbiamo delle grandi potenze, ENI ed ENEL: è qui che facciamo la politica industriale; è qui che possiamo costruire nuove filiere industriali. Su cosa? Sul green new deal? Sulla transizione ecologica? È qui che dobbiamo fare il salto. Dobbiamo chiamare queste imprese a svolgere un ruolo strategico per rilanciare la nuova manifattura di questo Paese.

Infine, quanto alla nuova politica sul lavoro, penso che dobbiamo anticipare l'Europa, che ne sta discutendo: è ora che pensiamo ai diritti per tutti i lavori e tutti i lavoratori, a una base uguale per tutti e non solo alle possibili public company per quello che riguarda Autostrade, ma anche a nuovi sistemi partecipativi dei lavoratori nelle imprese. Questa è l'Italia nuova, per evitare che il dialogo tra imprese e lavoro sia fondato solo sulla riduzione delle tasse o dei diritti. (Applausi).

PITTELLA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PITTELLA (PD). Signor Presidente, desidero dichiarare il voto favorevole del Gruppo PD alla proposta di risoluzione che abbiamo cofirmato, che esprime un forte auspicio per una conclusione positiva del negoziato sul bilancio poliennale e sul next generation EU.

Dichiaro invece voto contrario alla proposta di risoluzione a prima firma Bonino - e ci dispiace - perché è incentrata su un tema che non è all'ordine del giorno del prossimo Consiglio europeo, ossia la linea di credito del MES, che è uno degli strumenti che saranno valutati quando tutto lo scacchiere delle disponibilità sarà sul tavolo e sarà valutato da questo Parlamento.

Come ha detto il mio collega, senatore Alfieri, andiamo ad un passo decisivo, relativo al piano della ricostruzione. Rispetto a questa scadenza, ci attendiamo che l'Europa dimostri di essere protagonista, come ha fatto in queste settimane, con l'attivazione delle misure della Banca centrale europea, la sospensione del Patto e tutti gli altri strumenti che conosciamo bene, smentendo la previsione che i soliti professionisti dell'Europa matrigna avevano espresso.

L'Europa non farà nulla e oggi, rispetto all'iniziativa forte dell'Unione europea, non sanno che dire e fanno discorsi fuori tema e comizi elettorali, senza elezioni. L'Europa invece ha agito bene e l'ha fatto anche grazie alla spinta del Governo italiano: ora quelle risorse andranno spese tutte, come ha ricordato spesso il presidente Marcucci, e finalizzate a investimenti nell'economia verde, nella cultura, nel turismo, nella sanità e nel digitale.

Signor presidente Conte, è certamente consapevole dell'ostilità dell'ultimo miglio, per ciò che riguarda sia la parte del piano di ricostruzione sia il bilancio poliennale; conosce bene anche i suoi limiti e cercherà di modificarli nella trattativa (mi riferisco alle risorse inadeguate di Erasmus Plus e di Europa creativa, ma anche al mancato investimento su un corpo europeo di solidarietà della gioventù europea, progetti che esprimono il più alto valore aggiunto dell'Unione europea).

Quindi penso che lei, signor Presidente del Consiglio, lavorerà in questo senso e le affido anche il monito di Laocoonte ai troiani: "timeo Danaos et dona ferentes", ovvero "temo i greci, anche quando portano i doni". Mi riferisco a certe dichiarazioni, che conosce perfettamente: quella del presidente del Consiglio europeo Michel e quella del premier Rutte. Il primo vorrebbe conchiudere tutto all'interno del Consiglio europeo, ovvero la valutazione di tutti i progetti, con un meccanismo di unanimità nel Consiglio europeo. Pensate: il dio sole! È inaccettabile per la democrazia europea. (Applausi). Il meccanismo dell'unanimità - ha ragione il senatore Romani - paralizzerebbe l'attuazione del piano di ricostruzione, in Italia e in Europa. Poi c'è Rutte, che dice che si può andare anche a settembre, tanto dobbiamo collegare i fondi alle riforme. Basta con questa condizionalità! Il Governo italiano lo ha già detto e lo ripeta: nessuna condizionalità, perché non abbiamo bisogno di lezioni! (Applausi). Le riforme le facciamo noi, sappiamo quando e come farle e non abbiamo bisogno di avere imposizioni moralistiche. Qualcuno non ha ancora memorizzato che c'è sempre un puro, più puro, che ti epura.

Infine, ciò che serve in Europa, soprattutto in questo momento, è una forte leadership europea. Devo dire con estrema sincerità che mi fa piacere e ci fa piacere che Angela Merkel guidi il semestre di Presidenza del Consiglio dell'Unione europea. Ci hanno diviso tante posizioni dalla Cancelliera tedesca nella nostra storia politica, però dobbiamo riconoscere con onestà che, grazie al lavoro, alla determinazione e alla lungimiranza della Cancelliera tedesca, grazie al lavoro del Governo italiano e grazie al lavoro del commissario Gentiloni Silveri e del presidente Sassoli, siamo riusciti a fare una cosa insperata: un piano di ricostruzione per 750 miliardi di euro, collegato al bilancio pluriennale, con misure adeguate alla terribile pandemia e all'emergenza che stiamo soffrendo. Merkel ha avuto un ruolo determinante e deve essere un punto di riferimento, in un'alleanza pro-europea. Guardate che il problema non è più tanto la contrapposizione tra frugali e cicale e forse neanche la divisione tra sovranisti ed europeisti. Il problema vero, oggi, è la sopravvivenza stessa dell'Europa e dei modelli di democrazia liberale, che ne sono la sostanza fondatrice. (Applausi).

BERNINI (FIBP-UDC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERNINI (FIBP-UDC). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, rappresentanti del Governo, colleghi, ho ascoltato, come sempre con grande rispetto e attenzione, l'intervento del collega Pittella e tutti gli interventi che hanno preceduto il mio e devo dire che l'approccio nei confronti dell'Europa, da parte dell'Italia, deve essere sicuramente un approccio demanding, come si direbbe da quelle parti. Siamo contribuenti netti e diamo più di quello che, sino ad ora, abbiamo ricevuto. Certo, bisognerebbe indagare quanto di quello che abbiamo ricevuto o che avremmo potuto ricevere non lo abbiamo ricevuto fino in fondo perché non siamo stati in grado di attingere a disponibilità delle cui modalità di utilizzo non eravamo completamente padroni.

Cerchiamo di essere molto franchi con noi stessi; cerchiamo di parlare dicendoci parole di verità.

Signor Presidente del Consiglio,come mi sembra sia stato evocato anche da altri interventi che mi hanno preceduto, credo che non esista un'Europa in sé buona o cattiva, nutrice o matrigna, solidale o rigorista. Sicuramente questa Europa, rispetto a un'altra Europa che abbiamo visto in altri periodi storici e politici, ha messo a disposizione una potenza di fuoco (quella, sì, è una potenza di fuoco) soprattutto da parte della Banca centrale europea, mai vista fino ad ora. Ha messo a disposizione la possibilità, finalmente, di condividere, di mutualizzare il debito europeo, non passato ma futuro, con il famoso next generation EU.

Signor Presidente del Consiglio mi perdoni, glielo dico, come sempre, con rispettosa simpatia: non credo che il Governo italiano si possa presentare in Europa - mi rivolgo anche al collega Pittella - dove conti se ti conti, se hai alleanze strategiche, conti sulla base della progettualità, della credibilità, della concretezza dell'azione politica dei singoli Stati membri, con un programma nazionale di riforme che dice il cosa ma non il come: etichette molto poco piene di contenuti.

Non credo che il nostro Presidente del Consiglio si possa presentare in Europa con un decreto-legge semplificazioni. Lei ha detto, signor Presidente, che è un provvedimento che l'Europa ci invidia: ecco, vorremmo quantomeno leggerne il contenuto. (Applausi). Sappiamo che si tratta di un provvedimento «salvo intese», che di solito significa - nel gergo del Governo in carica - che non c'è accordo su nulla. Sappiamo che l'unica semplificazione possibile in questo momento sarebbe quella di cancellare tutti i provvedimenti precedenti i cui decreti attuativi rendono praticamente paralitica l'azione di questo Governo, a partire dal decreto-legge cura Italia allo stesso decreto-legge liquidità, che sono gocce in un mare di sete che tanti italiani hanno come lo stesso decreto-legge rilancio, signor Presidente del Consiglio, che abbiamo visto passare in velocità: una cosa piuttosto sconcia, devo dire. (Applausi). Siamo molto offesi per quello che è successo, non solamente nei nostri confronti come opposizione, ma di tutto l'Emiciclo, anche della maggioranza: un treno lanciato in velocità che non si è fermato alla stazione Senato. (Applausi).

Abbiamo guardato dai finestrini il contenuto del decreto-legge rilancio, ma non abbiamo potuto in alcun modo agire nel merito. Non è un grande rispetto per il Parlamento questo. Ma parliamo del suo toolkit, la sua cassetta degli attrezzi, con cui si presenterà venerdì e sabato in Europa. Certo, come abbiamo detto, è un Consiglio dell'Unione europea non assolutamente determinante, ma è una fase importante di negoziazione di un asset europeo che lei definirebbe poderoso: next generation EU, un fondo a cui dovranno attingere i Paesi che hanno bisogno.

Personalmente non reputo opportuno che lei si presenti a questa negoziazione dopo aver ipotizzato la proroga dello stato di emergenza per l'Italia, che ci fa fare una bruttissima figura a chi guarda dalle finestre, da fuori l'Italia, dando l'impressione che l'Italia sia ancora un Paese a rischio, che gli italiani siano una sorta di conventicola di untori con infrastrutture sanitarie non sufficientemente efficienti, che rendono, quindi, necessario un prolungamento, una proroga di uno stato di emergenza che ha abbattuto, congelato l'economia italiana e le sue categorie produttive, oltre ad avere distrutto tre mesi di vite familiari. Ha separato famiglie, lasciato persone anziane, nonni da soli terrorizzati, chiuso bambini in casa privandoli della scuola, dei giochi, degli amici, della vita; spento luci negli studi professionali; spento, purtroppo, macchine di cicli produttivi che fanno molta fatica a riprendere; abbassato saracinesche che fanno fatica a rialzarsi.

Signor Presidente del Consiglio, lei ipotizza di poter prolungare uno stato di emergenza di questo tipo? (Applausi). Se lei vuole veramente bene al nostro Paese, le ripeto ancora una volta, come in tutti i miei interventi, che l'unica proroga che il suo Governo e lei personalmente dovrebbe fare è quella delle scadenze fiscali degli italiani al 31 gennaio 2021. (Applausi). Ci sono 6 milioni di partite IVA che non stanno guadagnando: sono quelle luci spente, signor Presidente del Consiglio, quei cicli produttivi, quegli artigiani, quei commercianti, quelle imprese industriali che non stanno riagganciando la ripresa che lei abbatterebbe ancora di più se prolungasse lo stato di emergenza; queste persone, queste aziende che non stanno lavorando lunedì 20 luglio dovranno pagare le tasse. Come? Con i soldi che non hanno? Noi le stiamo chiedendo una cosa molto banale, signor Presidente del Consiglio, quello che altri Paesi europei hanno già fatto in ogni modo possibile, mettendo i soldi sui conti correnti delle famiglie e delle imprese, non facendo fare inutili file a poveri imprenditori e persone fisiche, come se fossero degli imprenditori falliti, dei postulanti davanti alle banche, per ottenere piccoli prestiti con modalità che solo una congiunzione astrale complicatissima, particolarmente difficile, rende possibili.

Non è così, signor Presidente del Consiglio, che si affrontano le emergenze. Non è così che si va in Europa. Lei lo deve dire in Europa che in Italia non è andato tutto bene. Le sue politiche non hanno funzionato, avete perso tempo, avete sprecato soldi. Nel decreto-legge rilancio non ci sono investimenti produttivi, non ci sono investimenti sulle infrastrutture materiali e immateriali di cui il nostro Paese ha bisogno. Penso a piccole, grandi, medie opere pubbliche e private, infrastrutture immateriali, economia della conoscenza, scuola, formazione, scuola! Ha presente la parola «scuola»? (Applausi). Però se la ricordi, non solo qui.

A settembre, oltre allo sblocco dei licenziamenti e alla fine della cassa integrazione (per chi l'ha avuta, perché 800.000 persone ancora non hanno avuto la cassa integrazione in deroga e stanno ancora aspettando le sue promesse), 12 milioni di famiglie, signor Presidente del Consiglio, dovranno capire cosa ne faranno dei loro figli. Lei non deve parlare coi suoi comitati tecnico-scientifici, ma con gli insegnanti, che le diranno che alcune forme di didattica per certa età non sono possibili, non è possibile fare la didattica a distanza. Come sono i banchi, ergonomici? Facciamo i banchi ergonomici, signor Presidente del Consiglio: si vede che voi non avete mai fatto compiti in classe, come dice la mia collega Gallone. (Applausi).

Tutto ciò premesso - e non è poco - le ho chiesto tante volte se lei sente il rumore della piazza; sa che la piazza le parla ogni giorno? Oggi c'erano estetiste, le parrucchiere, i barbieri e non mi dica che quel taglio di capelli se l'è fatto da solo, perché non ci credo! (Applausi). Allora, quantomeno in ossequio a questo, li ascolti, non ascolti i suoi comitati; anzi, ci piacerebbe se applicasse il famoso piano Colao. Il problema è che lo ha fatto talmente bene che a lei non va bene, perché punta sugli investimenti e non sulla spesa assistenziale, sull'assistenzialismo che voi proponete dando pochissimo a pochi, alimentando il non lavoro e non puntando sull'unica cosa che contrasta veramente la povertà: il lavoro! (Applausi). Bisogna sostenere chi lavora, chi produce, non bisogna dare soldi a chi non lavora, perché li si rende sempre più poveri e sempre più privi di prospettive.

Come possiamo noi pensare che lei vada in Europa forte di questa politica e di un piano che noi non condividiamo, perché non pensiamo che l'Italia si possa rialzare su questi presupposti? Noi le abbiamo tante volte proposto il nostro aiuto, le abbiamo detto di puntare sulle infrastrutture, sulla riforma fiscale, di dare aria adesso con la sospensione dei pagamenti all'Agenzia delle entrate, che peraltro sta facendo partire - lo dice Ruffini, una cosa inquietante - 8 milioni di cartelle esattoriali più altri 22 milioni a quelle povere partite IVA che non sanno più come fare, non guadagnano. (Applausi). Lei è avvocato come me, lo sa che i giovani avvocati non guadagnano più? Cosa diciamo ai giovani avvocati, ai giovani commercialisti, ai giovani professionisti? Cosa diciamo loro? Cosa raccontiamo loro? Perché non voglio condividere la responsabilità di scelte così sbagliate. Non la vogliamo condividere. Abbiamo cercato in ogni modo di proporvi alternative: riforma della burocrazia, riforma della giustizia, investimenti in infrastrutture, investimento nel mattone, tutto quello che sanamente fa ripartire la crescita e rilancia il ciclo economico.

Signor Presidente del Consiglio, tante citazioni in questo periodo: Churchill e Manzoni, quest'ultimo citatissimo anche per la questione della peste. Manzoni dice nei «Promessi Sposi»: «Verrà un giorno». Ecco, verrà un giorno, signor Presidente del Consiglio, in cui a tutti noi, ma a lei in particolare che è molto esposto, chiederanno conto non solo di quello che ha raccontato, ma di quello che ha seminato. E speriamo che quel giorno venga presto, perché quando quel giorno verrà noi di Forza Italia e tutto il centrodestra unito ci saremo, con nuovi progetti, nuovi entusiasmi e nuova speranza per la nostra amata, amatissima Italia. (Applausi).

*BAGNAI (L-SP-PSd'Az). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BAGNAI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, le grandi stanze vuote di solito hanno un'eco persistente. Per qualche strano mistero di acustica politica le grandi frasi vuote del signor Presidente del Consiglio hanno avuto una scarsa eco di applausi, solo in un settore della sua maggioranza. (Applausi).

È risultato particolarmente anecoico - che non è una parolaccia - per qualche motivo il PD, che però si è unito agli applausi quando il Presidente del Consiglio ha fatto un rituale richiamo alla necessità di tenere coinvolto il Parlamento. D'altra parte, me lo ricordo (lui era lì ed io ero là), quando tutta questa meravigliosa avventura è iniziata, a fare un richiamo alla centralità del Parlamento che poi si è un po' persa strada. Avremmo quindi applaudito anche noi naturalmente alla volontà di coinvolgere il Parlamento, se dopo tanti mesi, i sei mesi che ha snocciolato il collega Candiani, non fossimo convinti che questi richiami sono ormai non voglio dire ipocriti, ma senz'altro retorici.

Eppure ci sarebbe bisogno di un coinvolgimento del Parlamento, questo è almeno quello che ci dice la retorica dei funzionari europei, dove ci viene raccontato (a me è stato raccontato tante volte in questi lunghi mesi) che quando si arriva al tavolo del negoziato il finlandese, il lettone o l'estone è forte perché il suo Parlamento gli dà un mandato e quindi il negoziatore può porre delle red line perché l'Europa rispetta la democrazia. Allora forse bisognerebbe, se così fosse, venire qui e ragionare su quali siano le nostre red line.

Invece di capire quali sono gli ambiti negoziali disponibili e quali sono gli obiettivi che il Governo vuole ottenere, c'è stato snocciolato tutto il prontuario delle frasi fatte, le grandi frasi che non vogliono dire nulla, tutto il sottisier europeo: "uniti si vince", "indietro non si torna", "Piccolo mondo antico", l'Italietta implicita e naturalmente il "fate presto". Fate presto, cioè schnell, che naturalmente gli italiani ormai sanno come funziona, perché dopo il "fate presto", a seconda dei contesti storici, c'è una raffica di austerità o una raffica di machine pistol. Non va mai comunque a finire bene dopo un "fate presto".

Dovremmo invece prenderci il tempo di riflettere soprattutto sui dettagli che sono quelli che fanno la delizia dell'intenditore: per esempio, c'è stato detto che le istituzioni europee si sono mostrate sensibili. Io che ho qui di fronte una targa che ci ricorda una frase di Vittorio Emanuele II non posso non pensare a «noi non siamo insensibili al grido di dolore». Quindi, l'Europa non è stata insensibile al grido di dolore degli italiani. Ma che razza di discorso è? Avrebbe forse dovuto essere insensibile? Che cosa ci aspettiamo dalle istituzioni? Hanno fatto il loro dovere, se non sono state insensibili; non è che noi dobbiamo essere sempre proni, riconoscenti e subalterni. Fra l'altro, bisognerebbe anche capire come hanno tradotto questa loro sensibilità in pratica.

L'Italia ha contribuito in maniera decisiva: va bene, sarà anche vero e, se le fa piacere, le credo. Le carte, però, non dicono questo e non lo dicono neanche i titoli della stampa internazionale.

Il 19 aprile è arrivata la proposta spagnola; il 21 aprile è arrivata la proposta della direzione generale budget della Commissione e il 22 aprile "la mosca cocchiera" italiana ha proceduto con la sua proposta che poi ricalcava di fatto quella della Commissione. In ogni caso, al di là di chi è stato forza propulsiva, abbiamo bisogno di un'operazione di verità. A che cosa ha contribuito l'Italia, visto che ancora non sappiamo come funzionerà il recovery fund? (Applausi). Ne vogliamo parlare?

Adesso non voglio ritornare sulle cifre e sui numeri, anche perché queste cifre non le ha nessuno. Lei ci ha spiegato che vuole più grant, più sovvenzioni: ma, la vogliamo fare un'operazione di verità? In ogni caso non sono soldi regalati; in ogni caso sono soldi che vanno rimborsati attraverso i contributi al bilancio comunitario, attraverso risorse proprie che sono nuove imposte, che è nuova taxation without representation. Eh, quanto è dura questa propaganda!

Peraltro, se voi volete raccontare agli italiani che arriva una pioggia di miliardi, a noi sta anche bene, basta che sia ben chiaro che questo lo raccontate voi, perché quei miliardi non arriveranno. (Applausi).

In questo momento, in particolare, non sono arrivati perché l'Europa, non solo non li ha raccolti, ma non si è neanche messa d'accordo su come raccoglierli. Quindi non capisco veramente di che cosa parlano certe fonti di stampa. Comunque a noi fa piacere sapere che lei in Europa è stato così efficace; ci farebbe piacere perché, se fosse vero, i risultati ottenuti in quella sede - che noi non vediamo, ma che lei vede e noi le vogliamo credere - compenserebbero quelli non ottenuti qui. Vogliamo parlarne?

Qui al 6 luglio, da un ufficio del suo Governo, risultavano 30 provvedimenti legislativi del suo Esecutivo che avrebbero richiesto 431 provvedimenti attuativi, di cui finora ne sono stati adottati 73, per cui ne restano da adottare ancora 358, di cui 125 con termine scaduto: in particolare, sono scaduti 26 provvedimenti attuativi dei tre "decretoni" Covid.

La strategia dell'annunciare i decreti per poi non farli sta mostrando la corda: per esempio, noi aspettiamo ancora il decreto semplificazioni, perché non va in Gazzetta neanche stasera, come lei saprà e avrà saputo prima di me, giusto? (Applausi). Al di là di questo, alla fine i decreti si fanno, escono in Gazzetta, le trombe suonano, rullano i tamburi e poi non si fanno i decreti attuativi: per forza che poi la gente i soldi non li vede, se non viene deciso né quanti sono, né soprattutto come darglieli, per cui c'è decisamente qualcosa che non va.

Se posso, sommessamente, siccome io sono un uomo d'ordine, nel senso che mi piacciono le stanze ordinate, a Palazzo Carpegna ho in mezzo tutti gli scatoloni di cartone che avevo preparato per andarmene perché, essendo una persona corretta, volevo lasciare al Presidente di Commissione, che avremmo eletto questa sera, la stanza a posto: avrei giusto passato un panno per togliere la polvere. Mi faccia una cortesia: metta d'accordo la sua maggioranza, votate, così mi trovo un altro posto. Io guardo avanti. Se ce la fate, provateci. (Applausi).

Il nostro ovviamente sarà un no, com'è stato un no il suo, perché lei, con il suo Governo, ha espresso parere contrario sulla nostra risoluzione che chiedeva una cosa sola, un'unica cosa: che il Parlamento venisse fatto esprimere su ognuna delle meravigliose articolazioni di questo splendido progetto che è fatto di tante sigle, di tre aggettivi (poderoso, inclusivo e sostenibile) e di zero soldi. Noi volevamo comunque votare sul Sure, sul MES, sul BEI, sul recovery and resilience fund: avremmo voluto, ce lo faccia fare, ci faccia giocare alla democrazia. Non mi sembra però che qui ci stiamo orientando in questa direzione. E allora noi voteremo un no, che però non è un no liturgico. Non votiamo no perché siamo l'opposizione e dobbiamo dire no. È un no che va contro le cose che ci ripugnano, perché a noi ripugnano i luoghi comuni, ci ripugna la natura illiberale del progetto, di questo leviatano, dell'idea che centralizzando tutto in questo immenso mostro burocratico risolveremo tutti i nostri problemi.

Lei non vuole i compromessi al ribasso e questa è una cosa molto divertente, un'aspirazione nobile, ma lei lo sa in che sistema è? Lei è in un sistema che fatalmente vive sui compromessi al ribasso perché in un'unione monetaria se non si svaluta la moneta, si svalutano i salari.

Lei vuole essere pragmatico, ma allora quando smetterà di raccontarci la favola di quelli che ci regalano i soldi per farci riaprire gli ospedali che ci hanno fatto chiudere? (Applausi). Questa favola non fa più ridere.

Mi avvio quindi a concludere rapidamente. Noi abbiamo apprezzato la dignità con cui Mitsotakis ha detto una cosa molto semplice: fateci fare le nostre riforme, noi sappiamo quello che c'è da fare nel nostro Paese, non abbiamo bisogno delle lezioni, in particolare di quelle della Germania. Un Paese in cui, come ricordava il sovranista Pittella, abbiamo avuto un autorità di vigilanza che anziché indagare su uno scandalo, ha minacciato i giornalisti che lo stavano rivelando. Parlo del wirecard e parlo dei giornalisti del «Financial Times». Abbiamo adesso un film che racconta cosa il MES ha fatto la Grecia, che in quel Paese viene censurato. Certo che non abbiamo bisogno delle moralità e delle lezioni di questi popoli.

Se lei, signor Presidente del Consiglio, tornasse qui con lo spirito di Mitsotakis, tornasse qui senza nascondere agli italiani le difficoltà, ma mostrando di credere in loro, di avere di avere fiducia nella loro capacità di essere arbitri del loro destino, anziché continuare con questi sterili, liturgici, noiosi, stantii appelli alla necessità di questa Unione europea, che è un'unione che fa la debolezza, non è un'unione che fa la forza perché ci impedisce di reagire tempestivamente alle sfide della globalizzazione, se lei tornasse così, la applaudiremmo anche noi della Lega, soprattutto se ci permettesse di dare il nostro contributo. Naturalmente, per fare quello, dovrebbe ogni tanto venirci a trovare, ma siccome così non è, e siccome molto visibilmente lei non è qui per difendere la dignità e l'indipendenza degli italiani, ma per difendere progetti che sono alieni al nostro Paese e al nostro popolo, temo che con il mio Gruppo esprimeremo un voto contrario alla risoluzione di maggioranza. (Applausi).

PERILLI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERILLI (M5S). Signor Presidente, ringrazio anzitutto il Presidente del Consiglio; io ho ascoltato le sue comunicazioni e ho notato - e questo, Presidente, è un connotato che apprezzo molto - anche una sua certa emozione nella parte finale, che rende giustizia ad un suo aspetto che, le assicuro, viene apprezzato anche fuori di qui, che è un senso di umanità e di consapevolezza di quello che si sta facendo e della sfida che si sta raccogliendo. (Applausi).

Questo, Presidente, deve essere sfuggito ai più, perché dinanzi a questa azione - e ricordiamo l'azione dell'Italia in seno all'Europa, il Governo che è diventato capofila rispetto ad altri otto Paesi, portando avanti queste richieste e attraendo questi finanziamenti europei, senza precedenti, per far fronte a una rinascita del Paese - chi ama quel Paese dovrebbe cogliere e rivendicare il senso di questo prestigio e di questa forza.

Sono però tante chiacchiere, Presidente, perché io noto che specularmente, in maniera inversa, più si va in una direzione, cercando ovviamente collaborazione su questi presupposti, più dall'altra parte c'è una strumentalizzazione, un'interpretazione tipica dell'opposizione sterile, che è assente in tutti i momenti più importanti. (Applausi). È assente e critica. Siamo arrivati addirittura a criticare che gli Stati generali si tenevano in una villa istituzionale perché forse si era abituati ad Arcore precedentemente, non lo so, o in altri posti. Si sono criticati gli aperitivi; io non citerei gli aperitivi e esco dalle facili battute. Però, Presidente, dal momento che si tratta di una questione che riguarda ovviamente le sorti del Paese, per senso di giustizia - lo avevo anticipato informalmente anche ai miei colleghi - non ce la faccio a sentire un racconto così lontano dalla verità.

Ebbene, il senatore Salvini dice che abbiamo fatto un bel regalo ad Autostrade e che il titolo di Atlantia è schizzato verso l'alto. Il regalo non l'abbiamo fatto noi ad Autostrade, ma l'ha fatto, pensate, la famiglia Benetton alla Lega quando ha donato 150.000 euro e non solo alla Lega ma anche a Fratelli d'Italia. (Applausi).

Glielo andate a spiegare voi al Paese il sistema delle donazioni, che erano a tappeto, da parte dei Benetton? Di questo non date spiegazione, ve ne guardate bene. Citate altri regali, non queste cose: non vi riguardano. (Applausi. Proteste).

Vedete, mi sono preparato una specie di "ballario", un prontuario delle balle che vengono dette immediatamente. (Applausi). Ed è per titoli, dal momento che il senatore Salvini, ma a turno anche altri senatori, raccontano sempre i grandi classici della propaganda. Lei si duole, senatore che è intervenuto adesso, nell'ultimo intervento. (Proteste). Bagnai, me lo sono dimenticato, non è una mancanza di rispetto nei confronti di Bagnai. (Proteste).

PRESIDENTE. Senatore Perilli, si rivolga alla Presidenza.

Per cortesia, fate parlare. Non sono ammissibili interruzioni.

PERILLI (M5S). Il senatore Bagnai si duole della propaganda...

PRESIDENTE. Parli con me.

PERILLI (M5S). Ha detto che la propaganda è fastidiosa: penso che si rivolgesse a se stesso o a chi, a turno, ha fatto propaganda, perché, dicevo, ho un indice per titoli delle balle che vengono sempre ripetute.

Iniziamo dal recovery fund: non è vero che ci vuole un anno. Dove lo avete letto che ci vuole un anno? Sarà pronto a gennaio del 2021, ma voi lo date per scontato e su questo ci costruite la vostra narrazione, oltre al fatto che il MES lo avremmo attivato migliaia di volte, oltre al fatto che non ci sono provvedimenti in favore delle imprese e a tutela del lavoro. Vengono citati sempre i professionisti ma non viene citata, ad esempio, relativamente alle tasse e al regime fiscale, l'abolizione delle clausole di salvaguardia che sarebbero costate al nostro Paese, nel 2021, 20 miliardi. (Applausi).

E lo sapete chi ha fatto l'aumento dell'IVA? Il centrodestra quando era al Governo. Ma queste cose le dovete dire e anche se non le dite le troveranno. Tra l'altro si sventola un faldone, che dicevo è il faldone delle balle che vengono dette, senza dire che c'è stata una diminuzione del cuneo fiscale che va a vantaggio di 16 milioni di lavoratori dipendenti. Questo non viene detto. Non viene detto che c'è stata, per il 2020, l'abolizione del saldo e acconto IRAP per le imprese fino a 250.000 euro. Questo non interessa. Il reddito di emergenza non interessa. Basta sventolare un faldone, dicendo: guardate quanto è corposo questo provvedimento! Si prende il telefonino e si dice, senza verifica e senza poterlo condividere: in altri Paesi, in pochi secondi, si riesce a fare quello che non avete fatto voi. L'avete fatto quando eravate al Governo? Non avete fatto niente. (Applausi).

L'incapacità! L'incapacità! L'incapacità! E guardate che non vi salva e non vi rende onore dire del ministro Azzolina che ci fa o ci è. Il bello è che poi, quando si viene qui si parla di massimo rispetto e collaborazione: il Presidente del Consiglio viene definito un criminale, un venditore di pentole da Fratelli d'Italia. Però quando venite in Aula dite che non gradite le tonnellate di fango del MoVimento 5 Stelle. Ma cosa c'entra? Ma questi sono i vostri comportamenti, vi qualificano, è la vostra storia, non è la mia. (Applausi).

Sulla cassa integrazione non una parola sul fatto che viene pagata direttamente dall'INPS che può anticiparne il 40 per cento. Vi guardate bene dal dirlo, perché la narrazione che funziona fuori di qui per voi è quella di dire che non si pagano i lavoratori, non si paga la cassa integrazione in deroga. (Proteste).

PRESIDENTE. Per cortesia. Ognuno dice quello che vuole.

PERILLI (M5S). Vorrei arrivare, Presidente, alla questione dei migranti, che non c'entra su questo. Il numero dei migranti ricollocati in Europa, ad esempio, è quasi decuplicato dall'era Salvini a quella del Governo Conte-bis. È decuplicato e il dato è quadruplicato in proporzione agli sbarchi avvenuti. Se c'è stata incapacità o, peggio, se non c'è stato rispetto delle leggi lo vedremo quando si tratterà di decidere sull'autorizzazione in merito a quanto è avvenuto rispetto alla dignità delle persone. (Applausi). Se ci sarà da accertare una responsabilità, come tutti i cittadini pagherà e questo è da accertare. (Commenti).

È impossibile parlare di provvedimenti ai cittadini. Ma lo so che vi danno fastidio le parole; le parole sono frecce, se arrivano, arrivano, ma è questa la realtà. Se avrete la pazienza di scartabellare le carte, vi renderete conto che non ha senso fare citazioni, parlando di amore per la Patria. Tra l'altro, questo Paese - consentitemelo - è già nella prospettiva della rinascita; è già un Paese che vuole ritornare alla felicità. Lo sapete perché? Perché è libero dal loro governo, è già libero. (Applausi. Commenti).

Signor Presidente, io la invito a continuare, a nome di quel popolo che la sostiene per tutte le azioni che lei ha saputo comunicare al Paese, a portare avanti le iniziative finalizzate al reperimento delle risorse che saranno a beneficio di tutti, anche di coloro che in questa sede stanno cercando di sminuire la portata non solo del suo Governo, ma dell'Italia e di tutti i cittadini, al cuore dei quali loro asseriscono di saper parlare. Ma non è così. (Applausi).

BONINO (Misto-PEcEB). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

BONINO (Misto-PEcEB). Signor Presidente, colleghi, signor Ministro, ho presentato con altri due colleghi, il senatore Richetti e il senatore De Falco, una risoluzione sul MES, che non è estraneo - consentitemi - al pacchetto di cui stiamo parlando. Ritengo infatti che la sua posizione negoziale sul next generation EU sarà indebolita, non rafforzata, dall'ambiguità di una risoluzione, che non è neppure in grado di stabilire chiaramente che si può accettare un prestito, che farebbe risparmiare i contribuenti italiani. Tanto è vero che su questo non decide, perché la sua maggioranza è indecisa. Certamente lo è anche l'opposizione, ma la maggiore responsabilità ovviamente ce l'ha chi governa.

Vede, signor Presidente, penso che il MoVimento 5 Stelle... Dove siete? Qui? (Commenti). Non vi eccitate, per favore, calmi. (Commenti).

Io penso che il MoVimento 5 Stelle cambierà idea anche sul MES... (Commenti. Applausi).

Mi difendo da sola! Mi volete lasciar parlare? Mi difendo da sola.

Così come è passato molto rapidamente dall'alleanza con Farage alle citazioni commosse di Altiero Spinelli. Ma se si deciderà tra tre mesi, di questo ritardo tutti pagheremo i costi. (Commenti).

Collega Pittella, il problema è che oggi c'è fame di liquidità nel nostro Paese; poi ci sarà anche a ottobre e a novembre. Ma adesso è fondamentale mettere le scuole in condizione di riaprire e partire con il rafforzamento ospedaliero. Abbiamo così tanto bisogno di liquidità, che già sento parlare di un nuovo scostamento di bilancio di 20 miliardi e Bankitalia ci ha detto, se non mente, che abbiamo fatto 40 miliardi di debito in un solo mese. Gli interessi che gli italiani pagheranno grazie a questa non decisione, che io chiamo la tassa Crimi (adesso non mi insulterà nessuno), sono dovuti alla fragilità della vostra maggioranza.

Onorevole Bagnai, questa storia della Grecia non la voglio più sentire. (Commenti). Fermi, fermi! La crisi greca, come lei sa bene, è del 2009 e il MES non c'era. Va bene? Avranno usato altri strumenti. Bene? Male? Non so; ma non era il MES. Il MES arriva nel 2012, molto più stringente, e, come lei sa, l'hanno usato con ottimo successo sia il Portogallo che l'Irlanda. Quindi su questa bufala vera, o su questa ignoranza storica, vediamo di chiudere.

Infine veda, signor Presidente del Consiglio, io penso che le avremmo fatto un favore se l'avessimo rafforzata in questo negoziato. E penso che lei avrà la strada anche più in salita, proprio perché voi non l'avete fatto. Cari colleghi, voi dovete decidere, voi del PD, voi di Italia Viva, che l'avete già fatto e vi ringrazio, voi di Forza Italia stessi dovete decidere se unirvi al voto del fronte populista anti MES o se volete dare un voto ragionevole. Votate la mozione Bonino, Richetti, De Falco. (Commenti).

Smettetela!

PRESIDENTE. Senatrice Bonino, "smettetela" lo posso dire soltanto io. Quindi stia tranquilla e concluda, perché ha superato abbondantemente il tempo per la dichiarazione di voto in dissenso. D'accordo? Per cortesia, termini.

BONINO (Misto-PEcEB). Signor Presidente, lei ha ragione e mi scuso. Normalmente sono più educata, diciamo così, salvo il fatto che mi hanno un po' innervosita, perché è impossibile dire una parola senza finire sotto un mare di insulti.

Però ve lo volevo dire: rafforzare questo negoziato dipende da voi, non solo dalle vostre fragilità, ma anche da tutte le vostre potenzialità. (Applausi).

LA RUSSA (FdI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Su che cosa, senatore La Russa?

LA RUSSA (FdI). Sull'ordine dei lavori, signor Presidente.

Io credo che sia tempo di cambiare questa cosa che dobbiamo fare per parlare. Non c'è più il coronavirus così grave. Non c'è più. (Commenti).

PRESIDENTE. Scusatemi, parlo io. Stia seduto, parlo io. Devo purtroppo osservare che le regole del distanziamento non si stanno osservando in quest'Aula. Allora, siccome abbiamo detto che non vogliamo abbassare la guardia, io vi richiamo al vostro senso di responsabilità, perché vedo i banchi pieni senza distanziamento e le tribune che non sono vuote.

Prego, senatore La Russa. Su cosa chiede di intervenire?

LA RUSSA (FdI). La ringrazio, signor Presidente, perché io non mi sono permesso di modificare le regole, ma di sollecitare una valutazione. Visto che i membri del Governo sono attaccati a 20 centimetri, non capisco perché io debba scendere fin qua per parlare. Comunque va bene lo stesso, non è questo il problema.

PRESIDENTE. Mi dica su cosa vuole intervenire.

LA RUSSA (FdI). Signor Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori.

Credo che lei debba valutare la possibilità in questo momento - altrimenti la difesa sarebbe tardiva - di consentirci di intervenire su una calunnia clamorosa, degna di denuncia penale. (Commenti). Lasciatelo valutare a me che faccio politica da molti anni... (Commenti)... da troppi per voi. Ne farò ancora e sempre con la parola che voi usate, «onestà», ma avendola dimostrata nei fatti. (Commenti).

PRESIDENTE. Senatore La Russa, lei risponda a me.

LA RUSSA (FdI). Sì, signor Presidente, ma se mi interrompono... Mi conceda un minuto.

Il Capogruppo dei 5 Stelle ha affermato - ci sono le registrazioni - che Fratelli d'Italia, testualmente, ha preso soldi: Sarebbe lecito... (Commenti). Non lo so. Io non posso parlare per Forza Italia. Come dicevo, avrebbe preso soldi da Benetton. Non importa se leciti o illeciti. Siccome noi non abbiamo mai preso una lira, né in forma lecita né tantomeno in forma illecita - ma ripeto neanche in forma lecita - da Benetton. E siccome questo argomento è stato utilizzato a sostegno di una tesi politica che non voglio ripetere e che avete sentito, chiedo che la Presidenza ora consenta di riparare a questa ignobile accusa (Commenti). Ripetoignobile accusa. Io chiedo le scuse da parte del Capogruppo. (Commenti).

Se non è vero, se non ci sono, va bene; ci sarà un giurì d'onore, ci sarà un tribunale civile e penale in cui mi auguro rinunci a ogni prerogativa parlamentare per pagare quello che sarà dovuto. (Applausi).

PERILLI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERILLI (M5S). Signor Presidente, ringrazio il senatore La Russa - senatore, mi ha chiamato in causa e le sto rispondendo - che mi consente di citare più esattamente. Ha ragione e devo aggiungere dei particolari. L'articolo citato è del giornale «il Fatto Quotidiano» e dice: «La famiglia Benetton ha sempre fatto i propri affari con debita distanza dei palazzi romani, ma accade qualcosa di strano nel 2006. Quando si comincia a parlare di una fusione tra Autostrade per l'Italia e la spagnola Albertis. Prima di conoscere l'inquilino...». (Commenti).

PRESIDENTE. Scusi...

PERILLI (M5S). «... un assegno di 150.000 euro ciascuno per la coalizione di centrodestra, Alleanza Nazionale, Forza Italia e Lega Nord». (Applausi). All'epoca era Alleanza Nazionale. (Commenti).

PRESIDENTE. No, no, no, scusate.

PERILLI (M5S). C'è scritto. C'è scritto.

PRESIDENTE. Scusatemi, ma interrompo qui questa discussione...

PERILLI (M5S). Io ho citato...

PRESIDENTE. Scusi...

PERILLI (M5S). Mi faccia finire. Ho citato un articolo di giornale...

PRESIDENTE. Io non credo che «il Fatto Quotidiano» possa essere una fonte di diritto.

PERILLI (M5S). Aspetti. (Commenti).

PRESIDENTE. Io non penso che questa citazione possa costituire una fonte di diritto.

PERILLI (M5S). Scusi, ma non mi fa parlare.

PRESIDENTE. Stiamo parlando di una cosa grave.

PERILLI (M5S). L'unica precisazione che faccio è che era Alleanza Nazionale e non Fratelli d'Italia. (Applausi). Va bene, avete ragione. Era Alleanza Nazionale. (Commenti). È scritto nell'articolo di giornale. Cosa volete da me? (Vivaci commenti).

PRESIDENTE. Non mi costringete a sospendere la seduta.

Riprendete i vostri... (Commenti). Allora tolgo la parola a tutti.

PERILLI (M5S). La Russa, devi querelare «il Fatto Quotidiano», non me. È scritto su «il Fatto Quotidiano».

PRESIDENTE. Tolgo la parola a tutti e chiudo qui dicendo che su questa vicenda, che è indubitabilmente di una enorme gravità, faremo un approfondimento. (Commenti). E di un'enorme gravità (Applausi), perché non penso che «il Fatto Quotidiano» possa essere una fonte di diritto. (Applausi).

Allora prima di passare alle votazioni... (Commenti).

Se non vi sedete tutti, sospendo la seduta. Riprendete tutti i vostri posti. Per cortesia, chiedo che i senatori Questori si attivino affinché tutti stiano ai loro posti.

Prima di passare alle votazioni, avverto che, in linea con una prassi consolidata, le proposte di risoluzione saranno poste ai voti secondo l'ordine di presentazione.

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 1 (testo 2), presentata dai senatori Perilli, Marcucci, Faraone, De Petris e Unterberger.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi).

CALDEROLI (L-SP-PSd'Az). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALDEROLI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori, perché vorrei avere certezza e contezza da parte del Governo che il parere contrario sia stato espresso sulla risoluzione giusta, avendo io presentato una risoluzione che poi ho brevemente riformulato in un testo 2, che recita come segue: «impegna il Governo a non dare il proprio assenso ad accordi che prevedano forme di condizionalità che possano incidere sulle scelte di politica economica dello Stato italiano».

Pertanto, se è confermato il parere contrario da parte del Governo sul non dare l'assenso ad accordi che prevedano condizionalità, vuol dire che il Governo e chi dovesse votare contro questa risoluzione è a favore delle condizionalità (tra parentesi, la troika). (Applausi).

Quindi, che mi piaccia o meno, il richiamo del senatore Bagnai alla Grecia mi sembra molto attuale in questa proposta di risoluzione.

PRESIDENTE. Senatore Calderoli, questa riformulazione e cioè il testo 2, è stata sottoposta al parere del Governo e lo è stata soltanto questa. Quindi, non penso che il Governo abbia qualcosa da dire in contrario.

MARCUCCI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARCUCCI (PD). Signor Presidente, il precedente intervento era già di tutt'altro argomento rispetto all'ordine dei lavori (Applausi), perché dovrebbe impedire di annunciare una denuncia penale in Aula.

Il presidente Calderoli ormai ci ha abituato a interventi sull'ordine dei lavori che non lo sono, come questo: lei, signora Presidente, deve garantire a quest'Assemblea di non venir presa in giro puntualmente con interpretazioni faziose del Regolamento. (Applausi).

Per favore, garantisca innanzitutto da parte dei suoi due Vice Presidenti del centrodestra un comportamento corretto e rispettoso di quest'Assemblea. (Applausi).

PRESIDENTE. Garantisco sempre il comportamento corretto di quest'Assemblea, che dev'essere tale da parte di tutti, ovviamente.

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 2 (testo 2), presentata dal senatore Calderoli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B). (Applausi).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 3, presentata dalla senatrice Bonino e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 4, presentata dai senatori Bernini, Ciriani e Romeo.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 5 (testo 2), presentata dal senatore Paragone e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Si sono così concluse le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 1874 (ore 19,12)

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole D'Incà. Ne ha facoltà.

D'INCA', ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, onorevoli senatori, a nome del Governo, autorizzato dal Consiglio dei ministri, pongo la questione di fiducia... (Proteste. Richiami del Presidente) ...sull'approvazione, senza emendamenti né articoli aggiuntivi, dell'articolo unico del disegno di legge n. 1874, di conversione del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, nel testo approvato dalla Camera dei deputati.

PRESIDENTE. La Presidenza prende atto della posizione della questione di fiducia sull'approvazione del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 34, nel testo identico a quello approvato dalla Camera dei deputati.

È convocata, qui in Aula, la Conferenza dei Capigruppo per organizzare il relativo dibattito.

Autorizzo la 5a Commissione permanente a riunirsi, per rendere il parere sui profili di copertura finanziaria del testo del disegno di legge n. 1874, di conversione del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34.

Sospendo pertanto la seduta.

(La seduta, sospesa alle ore 19,13, è ripresa alle ore 19,48).

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

BERGESIO (L-SP-PSd'Az). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERGESIO (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, il Ministro e autorevoli membri del Governo sbandierano, come risultato positivo per l'agricoltura italiana, il provvedimento di sanatoria di clandestini che, in trenta giorni, ha ottenuto 80.000 richieste, di cui quasi il 90 per cento riguarda posizioni di colf, badanti e altri che nulla hanno a che vedere con gli stagionali o con i braccianti in agricoltura. Siete senza vergogna! Non può funzionare così.

Come avevamo previsto noi della Lega Salvini Premier - e uno studio della fondazione Moressa basato sugli ultimi dati del Viminale lo conferma - non solo esiste il rischio di adesioni fittizie, perché per ottenere un permesso di soggiorno si fa di tutto e di più, ma il problema vero è che i costi non sarebbero sostenibili per i nostri conti pubblici; questo è gravissimo. Una sanatoria conquistata con le lacrime - purtroppo solo televisive - con la scusa di favorire il lavoro nei campi dei braccianti e dei migranti, che però andata a esclusivo utilizzo di altri. Un palese fallimento, costoso e inefficace.

L'Italia ha bisogno di scelte sensate. Di lacrime, le famiglie italiane ne hanno già versate e ne continuano a versare ancora molte. Il Ministro venga in Aula a rispondere alla nostra interrogazione che abbiamo presentato la settimana scorsa, puntuale su questo argomento.

Signor Presidente, non serviva un esercito di schiavi, ma incentivi, sgravi, prezzi regolati, qualità dell'offerta del lavoro: lo sanno bene gli agricoltori, quelli che questo Governo continua ad umiliare parlando esclusivamente di caporalato. Sapete solo esprimere giudizi morali e demonizzare chi si sacrifica e lavora duramente.

Un noto quotidiano, «la Repubblica», non certo sovranista o leghista, la settimana scorsa ha pubblicato una lettera di un cittadino al ministro Bellanova. Questo cittadino ha cercato di regolarizzare un migrante e a un certo punto della sua lettera scrive: «Ecco perché la bieca retorica si giova della pavidità dimostrata anche dal Governo che ha varato il suo modello di sanatoria e lei, signora Ministro, è la migliore alleata dei caporali e dei padroni senza scrupoli. E mi sembra che così le sue lacrime acquistino un nuovo e più amaro significato!»

Ebbene, il vostro modo di governare il settore agricolo manderà in crisi migliaia di aziende familiari. Mollate le poltrone e andate a casa per il bene degli agricoltori, ma soprattutto per il bene di tutti gli italiani! (Applausi).

MAUTONE (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAUTONE (M5S). Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei portare all'attenzione dell'Aula uno degli ultimi episodi di violenza verbale e fisica e di aggressione a sfondo razziale in cui la follia, l'odio e le perversioni mentali e personali si mescolano e trovano terreno fertile nel clima latente e serpeggiante di intolleranza razziale, purtroppo ancora presente sporadicamente nel nostro Paese.

Quanto accaduto alla giocatrice di basket paraolimpico, Beatrice, di ventitré anni, è da biasimare e condannare in maniera ferma e decisa. Beatrice è stata offesa due volte: come disabile e come straniera che vive in Italia. Questa stellina della nazionale di basket paraolimpico, rumena di origini, ma che vive e studia in Italia da sedici anni, con cittadinanza italiana, costretta in carrozzina da una poliomielite contratta a tre mesi di vita, è stata aggredita verbalmente e apostrofata come «handicappata» e «straniera». Confondere la sua disabilità, che ha già segnato la sua vita, e la sua origine razziale come un marchio indelebile che si porta addosso, rappresenta l'espressione violenta di una mente disturbata, ma anche un campanello d'allarme del clima particolare di tensione sociale e di arretratezza culturale che si vive in alcune zone del nostro Paese.

Esprimo la solidarietà e la vicinanza di tutta l'Aula del Senato e mia personale a Beatrice e alla sua famiglia. È grave ed incredibile come ancora oggi si debbano commentare e rimarcare simili episodi di odio, violenza e ignoranza. Mi auguro che colui che ha commesso questo gesto insano e ignobile sia individuato e condannato moralmente da tutto il Paese.

Concludo dicendo che questo episodio può rappresentare un momento per riflettere tutti, nessuno escluso. Il rispetto degli altri è alla base della convivenza civile. (Applausi).

Sui lavori del Senato
Organizzazione della discussione della questione di fiducia

PRESIDENTE. La Conferenza dei Capigruppo ha proceduto all'organizzazione della discussione della questione di fiducia posta dal Governo sul disegno di legge di conversione del decreto-legge "rilancio" nel testo approvato dalla Camera dei deputati.

Per la discussione sulla fiducia, che avrà inizio nella seduta di domani a partire dalle ore 9,30, è stata ripartita un'ora e quarantacinque minuti in base a specifiche richieste dei Gruppi. Seguiranno le dichiarazioni di voto e la chiama.

Restano confermati il question time alle ore 15 di domani e la discussione di mozioni nella giornata di martedì 21 luglio.

La Conferenza dei Capigruppo tornerà a riunirsi nella stessa giornata di martedì 21, alle ore 15, nella Sala Koch, per definire il calendario dei lavori delle settimane successive.

I Gruppi hanno indicato le materie oggetto delle mozioni che saranno poste all'ordine del giorno di martedì 21 luglio a partire dalle ore 9,30, che sono le seguenti: santuari dell'acqua potabile; Aspi-Autostrade per l'Italia; glifosato; scuole paritarie; occupazione giovanile; tutela del patrimonio artistico nazionale. Le mozioni che non sono già state presentate dovranno pervenire entro domani, alle ore 17; quelle eventualmente connesse entro lunedì 20, alle ore 13.

Atti e documenti, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, le interpellanze e le interrogazioni pervenute alla Presidenza, nonché gli atti e i documenti trasmessi alle Commissioni permanenti ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento sono pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per la seduta di giovedì 16 luglio 2020

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, giovedì 16 luglio, alle ore 9,30, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 20,01).