5º Resoconto stenografico
SEDUTA DI MERCOLEDÌ 11 giugno 2003
Presidenza del presidente PEDRIZZI
INDICE
Audizione della Confindustria
BONAVITA (DS-U) 10
* CANTONI (FI) 9
GIRFATTI (FI) 12
PASQUINI (DS-U) 11
TURCI (DS-U) 13
MORATTI Pag. 4, 8, 14
FELISATI 8
N.B.: Gli interventi contrassegnati con l’asterisco sono stati rivisti dagli oratori. Sigle dei Gruppi parlamentari: Alleanza Nazionale: AN; Democratici di Sinistra-l’Ulivo: DS-U; Forza Italia: FI; Lega Padana: LP; Margherita-DL-l’Ulivo: Mar-DL-U; Per le autonomie: Aut; Unione Democristiana e di Centro: UDC; Verdi-l’Ulivo: Verdi-U; Misto: Misto; Misto-Comunisti italiani: Misto-Com; Misto-Lega per l’autonomia lombarda: Misto-LAL; Misto-Libertà e giustizia per l’Ulivo: Misto-LGU; Misto-Movimento territorio lombardo: Misto-MTL; Misto-MSI-Fiamma Tricolore: Misto-MSI-Fiamma; Misto-Nuovo PSI: Misto-NPSI; Misto-Partito repubblicano italiano: Misto-PRI; Misto-Rifondazione Comunista: Misto-RC; Misto-Socialisti democratici italiani-SDI: Misto-SDI; Misto Udeur Popolari per l’Europa: Misto-Udeur-PE.
Interviene il vice presidente della Confindustria per l’Europa, dottor Gian Marco Moratti, accompagnato dal direttore degli affari europei, dottor Daniel Kraus, dal dottor Marco Felisati degli affari europei, dal responsabile dei rapporti parlamentari, dottor Zeno Tentella, e dalla dottoressa Letizia Pizzi dell’ufficio stampa.
I lavori hanno inizio alle ore 15,15. PROCEDURE INFORMATIVE Audizione della Confindustria PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito dell’indagine conoscitiva sugli aspetti finanziari, monetari e creditizi connessi all’allargamento dell’Unione Europea. Comunico che, ai sensi dell’articolo 33, comma 4, del Regolamento, è stata chiesta l’attivazione dell’impianto audiovisivo e che la Presidenza del Senato ha già preventivamente fatto conoscere il proprio assenso. Se non ci sono osservazioni, tale forma di pubblicità è dunque adottata per il prosieguo dei lavori. E’ oggi in programma l’audizione dei rappresentanti della Confindustria che ringrazio per aver accolto il nostro invito a partecipare alla seduta odierna. Ricordo che hanno già avuto luogo diverse audizioni a cui hanno partecipato il vice ministro per le attività produttive Urso, il ministro per le politiche comunitarie Buttiglione, il presidente della CONSOB Spaventa, il direttore generale dell’Ufficio italiano dei cambi Santini e, infine, il presidente dell’Istituto per il commercio estero Quintieri. Obiettivo della Commissione è acquisire informazioni sul processo di adeguamento giuridico, economico e finanziario dei Paesi di prossimo ingresso nell’Unione europea rispetto alle indicazioni fissate dalla Commissione europea. Con l’audizione odierna, soprattutto in considerazione dei sopralluoghi che la Commissione effettuerà in alcuni dei Paesi che il prossimo anno entreranno a far parte dell’Unione Europea, si vorrebbero verificare le condizioni nelle quali si troveranno ad operare in futuro i soggetti economici e finanziari italiani e agevolare la penetrazione economica e commerciale delle nostre imprese in questi Paesi. Seguendo l’iniziativa del Governo, che ha intrapreso quest’azione di avvicinamento volta ad una migliore conoscenza e ad instaurare nuovi rapporti con i Paesi PECO, a livello parlamentare si intende svolgere un importante ruolo di traino, ovviamente dopo aver conosciuto meglio lo stato dell’arte, in particolare la situazione finanziaria, monetaria e creditizia di questi Paesi, nonché la situazione del controllo della finanza e della criminalità; si rende necessario allora prendere in esame i presidi predisposti da questi Paesi per contrastare il riciclaggio ed i fenomeni di patologia economica. MORATTI. Signor Presidente, debbo sottolineare innanzitutto l’importanza che riveste per il futuro del nostro Paese e delle nostre industrie la prospettiva europea. È ormai chiaro a tutti che, al di fuori dell’Europa, l’Italia sarebbe una periferia isolata. Quello che dispiace è constatare che almeno il 98 per cento degli italiani non ha idea della differenza tra la Commissione, il Consiglio e la Convenzione europea. Tutte le volte che ho l’opportunità di farlo, spingo i media, la televisione, ad approfondire maggiormente la tematica Europa in quanto non possiamo portare avanti questo processo senza un forte appoggio popolare. Non si può confinare la politica alle istituzioni italiane: la gente deve sapere che cosa è il Parlamento europeo, quali sono le sue funzioni, cosa sono la Commissione europea, il Consiglio, cosa sta facendo la Convenzione e la sua importanza. Oggi ne ha parlato il presidente Ciampi e speriamo che questi messaggi vengano pubblicizzati e spiegati dettagliatamente. Signor Presidente, riassumerò una relazione che intendo consegnare alla Commissione, che esprime la nostra opinione sulla situazione industriale europea. La Confindustria ha sempre sostenuto la necessità di fornire una risposta politica alle legittime aspirazioni di integrazione dei Paesi candidati. L’obiettivo strategico comune di tutti gli Stati membri è quello di rilanciare la competitività ed il processo di Lisbona. Come sapete dal terzo capitolo della Convenzione è stata cancellata la parola «competitività», di importanza strategica per contare in Europa, superare gli Stati Uniti e tenere il passo a Paesi emergenti come la Cina. È stato confuso il concetto di competizione con quello di competitività. Ci stiamo impegnando affinché si ponga rimedio all’errore. Bisogna limitare le distorsioni della concorrenza, garantire l’efficienza del mercato interno ed assicurare la tutela dei consumatori. Ciò significa, innanzitutto, accompagnare l’allargamento con investimenti pubblici e privati in ricerca, formazione ed innovazione. È chiaro che la ricerca non ha nessun senso senza una buona università ed essa non è tale senza una buona scuola, la base del sapere del nostro Paese. Poiché il lavoro di «braccia» sta scomparendo in Europa anche per il livello salariale competitivo dei Paesi del terzo mondo, lo sforzo dei governanti e di noi industriali deve essere teso a valorizzare il cervello delle persone. Inoltre l’allargamento dovrà essere governato efficacemente, limitando deroghe e periodi transitori per evitare fenomeni di dumping intra-comunitario e distorsioni alla concorrenza. Bisogna ripensare i meccanismi istituzionali per un sistema a 25 Paesi, la maggior parte dei quali necessitano di riforme strutturali che debbono essere coordinate da una Unione europea in grado di decidere. Secondo stime effettuate dalla Commissione all’inizio dei negoziati di adesione, nel 1999, l’impatto macro-economico dell’allargamento per gli attuali Paesi della Unione europea doveva essere «moderato, ma positivo», in ragione di uno 0,2 per cento del PIL europeo. Oggi, alla luce della situazione congiunturale, credo che questa previsione dovrebbe, realisticamente, essere rivista al ribasso. Quanto ai flussi commerciali, l’accesso dei prodotti provenienti dai Paesi dell’Est è già elevato. Non vi sarà una esplosione dell’export di questi Paesi perché le barriere tariffarie sono già quasi completamente cadute ed il saldo totale dei prodotti dei Paesi PECO per l’Europa rimane altamente attivo. Sul fronte delle importazioni, quelle italiane dai PECO pesano soltanto per l’1,5 per cento della produzione industriale italiana e per l’1,6 per cento della domanda interna. Nei prossimi anni esse resteranno moderate. Il commercio dei dieci Paesi candidati cresce a ritmi sostenuti, mentre il commercio dai Paesi candidati rimane modesto. I candidati sono Paesi a medio reddito in transizione, che hanno un’elevata propensione a ricevere investimenti diretti esteri. Quanto alle disparità regionali, quindi ai fondi strutturali, le differenze economiche si stanno riducendo rapidamente tra gli Stati membri ma molto più lentamente tra le loro regioni. Nei Paesi candidati, sia le disparità tra Stati sia tra regioni sono più elevate. L’allargamento rischia di acuire il divario tra le regioni sottosviluppate dell’Unione europea e le altre. Conosco molto bene la situazione di certe regioni e quindi dobbiamo darci da fare per essere all’altezza della competizione europea. Gli strumenti di intervento per lo sviluppo territoriale (fondi strutturali) devono accelerare i processi di convergenza delle aree più arretrate, perché l’allargamento comporterà una riduzione, più o meno ampia, del sostegno finanziario dell’Unione Europea all’Italia. Pertanto, è necessario un riorientamento di queste politiche, dando priorità alle infrastrutture ed ai vantaggi localizzativi per gli investimenti esteri a più elevato contenuto qualitativo. Il negoziato attualmente in corso tra la Commissione e gli Stati membri sul prossimo ciclo dei fondi strutturali 2007-2013 (conosciuto anche come Memorandum Barnier) dovrà consentire all’Italia di mantenere una dimensione finanziaria adeguata. Ad esempio, nel manifatturiero saranno a rischio i settori ad alta intensità di lavoro, come ho detto in precedenza, in quanto i Paesi candidati hanno manodopera mediamente di buona qualità a minor costo. Anche settori specializzati subiranno pressioni competitive. Ad esempio, i veicoli a motore e i macchinari elettrici appaiono contemporaneamente settori «di opportunità» e «a rischio», mentre abbigliamento e mobili appaiono decisamente «a rischio». Gli attuali membri dell’Unione europea sono avvantaggiati nei servizi alle imprese e in quelli finanziari, ma i Paesi candidati sono già competitivi nel turismo e nei trasporti. Nel commercio al dettaglio e nei servizi personali l’allargamento avrà un impatto minimo o neutro in Europa, mentre sarà consistente in Italia, così come nell’alberghiero e nella ristorazione dove le pressioni competitive sono già oggi rilevanti. A rischio sono soprattutto le piccole e medie imprese, soprattutto quelle piccolissime, delle regioni più arretrate, a produzione labour intensive, specie se vicino ai Paesi candidati. Esse tendono a servire i mercati locali in cui la domanda è in calo, hanno margini di ristrutturazione ristretti, stentano ad innovarsi ed hanno scarsa propensione all’internazionalizzazione, proprio quando la congiuntura economica e le dinamiche dei consumi nazionali la imporrebbe. Molte piccole aziende di alcune regioni italiane lavorano soprattutto per il mercato interno e a prezzi mediamente del 30 per cento superiori a quelli di mercato. Per quanto riguarda gli aspetti monetari e finanziari, i Paesi candidati stanno rifondando i loro sistemi monetari, finanziari e creditizi, creando nuove istituzioni monetarie e bancarie e adottando provvedimenti di stabilizzazione antinflazionistici. Contestualmente sono state avviate politiche di ristrutturazione, liberalizzazione e privatizzazione degli intermediari bancari e finanziari. Con riferimento ai rapporti tra banca e impresa, è stato introdotto il principio di merito del credito che ha favorito una maggiore disciplina finanziaria da parte delle imprese. Nel complesso, il quadro regolamentare in corso di completamento costituisce un dato di relativa stabilità per le imprese, ma per assicurare il rilancio competitivo della nuova Europa allargata è necessario che i Paesi candidati adottino entro il 2005 le misure contenute nel Piano di azione per la realizzazione del mercato integrato interno dei servizi finanziari approvato dal Consiglio europeo di Lisbona. Va rafforzata la vigilanza in materia di riciclaggio, frodi, instabilità e volatilità dei mercati finanziari locali e i Paesi candidati devono evitare la costituzione di mercati immobiliari deboli e sottoposti a forti pressioni speculative. I periodi transitori devono essere attentamente controllati. Ad esempio, Polonia, Ungheria e Cipro godono di deroghe sino al 2007 per l’adeguamento del capitale minimo richiesto per le istituzioni creditizie di tipo cooperativo; altre deroghe hanno riguardato il livello dei depositi minimi di garanzia concesso a Estonia, Lituania, Lettonia e Slovenia. L’impatto di Basilea 2 sui requisiti minimi patrimoniali delle banche rischia di limitare l’accesso al credito da parte della nascente imprenditorialità privata e delle stesse società miste costituite con partner italiani. In tale contesto vanno rafforzati gli interventi della BERS (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) e della BEI (Banca europea per gli investimenti) per assicurare supporto finanziario ad intermediari nazionali certificati e alle imprese per la realizzazione dei piani di sviluppo industriale. Specialmente in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia le imprese italiane hanno fatto massiccio ricorso agli strumenti di promozione e assicurazione all’export, ma queste leggi – ve ne cito alcune – tra cui la n. 100 del 1990, relativa alla promozione della partecipazione a società ed imprese miste all’estero, la n. 394 del 1981, relativa alla promozione commerciale, la n. 304 del 1990, per il finanziamento agevolato agli insediamenti industriali, non saranno più utilizzabili quando i Paesi candidati faranno parte dell’Unione europea. Piani di sviluppo aziendali precedenti rischiano di fallire per la decadenza di queste misure necessarie all’espansione delle banche italiane nei Paesi candidati e al rafforzamento dei servizi. I fondi strutturali devono mirare alla creazione di moderne infrastrutture, soprattutto nelle zone Obiettivo 1 e in quelle transfrontaliere, con assi di collegamento nazionali intersecanti le reti ed i corridoi verso Est. La diversificazione su base territoriale dei regimi fiscali per le imprese (riduzione dell’IRAP nel Mezzogiorno) potrebbe sostenere la competitività delle industrie nazionali – in particolare le piccole e medie imprese – per le quali il peso fiscale costituisce uno svantaggio competitivo aggiuntivo. Sottolineo nuovamente l’importanza dei corridori. Troviamo qualche difficoltà soprattutto per il tratto Lione-Torino; il corridoio 5 è assolutamente vitale per non trovarsi in una periferia dimenticata dell’Europa e per non doversi basare eccessivamente sul Mediterraneo, che resta comunque una frontiera sempre interessante dal nostro punto di vista. Lo stesso discorso vale per il corridoio 8, che arriverà a Durazzo, valorizzando conseguentemente l’economia del Sud attraverso Brindisi (il corridoio adriatico) e, infine, per il corridoio 10 che dovrà collegare gli altri due poco prima di Budapest, per poi arrivare nella parte orientale della Bulgaria nei pressi del confine con la Macedonia. Questi tre corridoi per l’Italia sono assolutamente vitali. Bisogna supportare le istituzioni locali ed abbattere gli ostacoli non tariffari legati alla legislazione societaria, fiscale, assicurativa, del lavoro, civile, amministrativa, regolamentare, tecnica, eccetera. L’imprenditore è motivato ad investire nei luoghi in cui trova regole conosciute. A questo fine è necessario intensificare i programmi di assistenza tecnica delle organizzazioni europee per il trasferimento di conoscenze, quello che viene chiamato private sector institution building. Per promuovere e finanziare gli investimenti bisogna valorizzare le confindustrie locali – questo è un nostro compito, che stiamo già svolgendo – attraverso la loro messa in rete ed utilizzare i fondi dell’Unione europea per far ricorso ad esperti e consulenti specializzati. La bonifica del business environment è la precondizione per il project financing; senza tale bonifica risulta poi molto difficile lavorare. Molte piccole e medie industrie nei Paesi candidati sono state create in seguito alla cessazione dell’attività e alla privatizzazione di massa avvenuta nei grandi conglomerati statali. Altri project management institutes provengono dal sommerso. Bisogna sviluppare il mercato dei servizi locali, diffondere le migliori pratiche a livello di impresa e contribuire alla crescita delle risorse locali attraverso consulenze specialistiche, come nel caso della preparazione dei business plans. I maggiori ostacoli allo sviluppo imprenditoriale sono la mancanza di servizi, sia tecnici che finanziari a livello locale, di informazione e di accesso ai mercati e al credito. Bisogna promuovere l’assistenza alle microimprese con misure di accompagnamento e contributi finanziari. È fondamentale incoraggiare le piccole società a fornire nuovi prodotti e servizi finanziari adatti ai bisogni delle piccole aziende attraverso l’integrazione della microfinanza nel sistema locale. A questo fine è necessario istituire un quadro regolamentare che preveda l’inserimento di piccoli centri di assistenza finanziaria nel sistema nazionale per far emergere il sommerso dei Paesi candidati, affiancando degli specialisti alle imprese e rafforzando i piccoli centri di assistenza finanziaria da cui esse dipendono. Queste attività andrebbero poste in atto in stretta collaborazione con enti multilaterali, come le agenzie dei donatori internazionali specializzate nelle piccole e medie industrie, la BEI, le banche di sviluppo, i fondi di investimento e le altre istituzioni finanziarie europee locali. PRESIDENTE. Vorrei conoscere il vostro giudizio sull’operatività attuale del nostro sistema creditizio in relazione alla penetrazione delle piccole e piccolissime imprese italiane nei Paesi PECO. MORATTI. Come industriale e responsabile della Confindustria penso che finora il nostro sistema bancario, che ha compiuto certamente grandi passi in questi ultimi anni, non è ancora sufficientemente diversificato nei Paesi entranti. Non penso che le piccole e medie imprese italiane trovino sufficiente appoggio e sostegno da parte del sistema bancario in questi Paesi. Noi italiani siamo sempre stati abituati a presentarci da soli come industriali, con le nostre scialuppe di salvataggio a combattere contro corazzate, formate da membri di governo, da una diplomazia molto preparata dal punto di vista economico, da banche che proteggevano le industrie che si recavano nei Paesi esteri e da aziende ben coordinate da questi tre gruppi, che certe volte ci spiazzavano. Questo non deve più avvenire e si sta lavorando molto a livello diplomatico per mutare la situazione, per costituire un sistema. Poiché si deve sostenere un sistema industriale formato soprattutto da piccole e medie imprese, è molto importante che queste possano usufruire di tutti quei servizi che la grande industria può permettersi di avere. Le nostre piccole e medie industrie sono estremamente vivaci, hanno una grande inventiva e mostrano un grande coraggio: è il caso allora di sostenerle con tutti i nostri mezzi per creare un vero e proprio sistema. FELISATI. La Confindustria ritiene che, nell’analizzare il supporto che il sistema bancario e creditizio fornisce alle piccole e medie imprese, non sia opportuno porre l’attenzione solamente sul grado di concentrazione degli istituti e delle aziende di credito italiane all’estero: nessuno potrebbe dire che le banche italiane non sono presenti oltre i confini. Piuttosto rileviamo che non è stato mai sufficientemente approfondito, per numerosi ragioni, il tema della gamma dei servizi reali che tali istituti prestano alle aziende. Riteniamo che parte della spiegazione di questo deficit di competitività congiunta – perché interessa sia la penetrazione, quindi il presidio di zone di influenza degli intermediari finanziari, sia le capacità commerciali delle imprese – risieda in una scelta di campo compiuta dall’Italia verso la fine degli anni ’80, laddove di fronte al dilemma proposto dalla Commissione con le direttive di riavvicinamento bancario e finanziario, l’Italia, anziché andare verso la formula della banca universale che raggruppava all’interno della stessa impresa quattordici attività cosiddette di para-bancario (tutti quei servizi cioè assolutamente fondamentali per l’internazionalizzazione), decise di configurare il sistema bancario secondo il modello dell’allora gruppo polifunzionale. A distanza di oltre un decennio, proprio quando la congiuntura internazionale richiederebbe alle piccole e medie imprese di crescere nell’internazionalizzazione, verifichiamo che nei Paesi dell’Europa centrale ed orientale uno dei principali ostacoli è quello di non poter sfruttare pienamente e in maniera coordinata le economie di scala e le sinergie operative che possono instaurarsi tra un’azienda produttiva ed un istituto finanziario presso la stessa sede. Questo dibattito in Italia ha subìto un andamento carsico. La Confindustria auspica l’istituzione di una sorta di Agenzia per l’internazionalizzazione, come quella di cui dispongono i partner europei (in Germania c’è la GTZ), una sorta di camera di compensazione tra pubblico e privato che rappresenterebbe un’autentica corazzata all’estero. CANTONI (FI). La mia prima osservazione è che le banche italiane presentano ormai, da alcuni decenni, da un punto di vista culturale, un carattere provinciale, in parte determinato dall’eccessiva cupola di protezione della Banca d’Italia che negli anni ’70 ed ’80 ha centralmente metabolizzato la grande crisi e la ristrutturazione del mondo industriale con una saggia operazione di centralità delle banche a sostegno del sistema industriale del nostro Paese. Purtroppo negli anni successivi, la globalizzazione non governata, che ha causato grossissimi problemi e disastri di carattere finanziario mondiale soprattutto con il depauperamento dei risparmi dei ceti deboli e meno protetti, ha rallentato ulteriormente il nostro processo di espansione in questi Paesi. L’Unicredito è l’unica banca alla quale dobbiamo fare i complimenti per una saggia strategia di penetrazione nei Paesi della cosiddetta nuova Europa, termine che ormai sta entrando nell’ambito del linguaggio comune. Il presidente Moratti ha giustamente raccomandato alcune fondamentali opere (il corridoio n. 5 in modo particolare) per evitare l’emarginazione mediterranea del nostro Paese che si trova ormai nel Sud dell’Europa. Mi spiegherò meglio. I Paesi che entreranno a far parte dell’Unione europea dal 1º maggio del prossimo anno sono prevalentemente del Nord-Est e quindi noi introduciamo circa 75 milioni di abitanti, in misura prevalente dai Paesi che fanno parte di una sorta di asse mitteleuropeo. Per il Sud entreranno soltanto Cipro e Malta, paesi la cui entità è estremamente limitata. Pertanto, l’equilibrio dell’Europa si sposta radicalmente verso il Nord. Questa riflessione deve essere oggetto di un’ampia discussione. So che la Confindustria già se ne è occupata perché, sia nella relazione del presidente D’Amato, che ho avuto occasione di incontrare a Santa Margherita, che presso Assolombarda e presso l’assemblea della Confindustria ha insistito su queste grandi infrastrutture. Da ultimo anche il presidente Moratti ha affrontato oggi questo aspetto, ma certo un conto è fare riferimento alle infrastrutture in generale, tema assolutamente necessario, un altro è parlare di quelle di sostegno finanziario e bancario. Salvo Unicredito, che in Polonia detiene la maggioranza del 55 per cento della Bank Pekao SA, che è al secondo posto tra le banche internazionali, preceduta solo dalla Bank Handlowy comperata al 75 per cento dalla Citibank, ed è presente in Bulgaria, Croazia, Slovenia e ora anche in Cecoslovacchia (dove è in corso l’acquisizione di una banca importante) e che si pone quale leader di questa trasformazione bancaria a sostegno delle piccole e medie imprese, non esistono praticamente altre realtà bancarie italiane in questi Paesi. Pertanto il nostro sistema si caratterizza per essere nanocentrico verso certe realtà, tranne appunto Unicredito. Come è stato giustamente evidenziato, l’aspetto dei servizi, del parabancario o near bank, viene in parte sopperito con strumenti finanziari di banche locali, insufficienti però sotto l’aspetto del sostegno delle banche internazionalizzate. L’Agenzia per la promozione, come ha detto il dottor Felisati, è un aspetto fondamentale nel riordino del Ministero degli affari esteri dove si tenderà a dare corpo all’ICE, alla SIMEST e a tutte quelle associazioni che, pur di notevole importanza, sono tra loro scoordinate. Sarà necessario garantire loro dunque un’organizzazione che favorisca la coordinazione in termini moderni ed il supporto alle nostre imprese in questi Paesi. Il lavoro stenta però a decollare per problemi di varia natura, che attengono ai rapporti che intercorrono tra il Ministero delle attività produttive e l’Istituto per il commercio estero, che vuole maggiore spazio. Se si vuole veramente garantire un sostegno alle nostre imprese, bisogna andare assolutamente avanti con grande coraggio e realizzare infrastrutture, che siano soprattutto in grado di assicurare un sostegno culturale, di project financing, bancario e finanziario. I piccoli imprenditori, come è noto e come ha detto il presidente Moratti, sono estremamente vivaci e creativi, ma in realtà vengono coordinati molto poco perché non trovano istituzioni con le quali dialogare. Si rende dunque necessario realizzare un coordinamento maggiore di quello fino ad oggi garantito. BONAVITA (DS-U). In primo luogo vorrei fare qualche considerazione rispetto alle audizioni che si sono finora svolte. Abbiamo notato che nei confronti dei Paesi candidati ad entrare a far parte dell’Unione europea allargata, l’Italia ha dei benefici soprattutto con riferimento alle piccole e medie imprese; è solitamente il secondo partner nell’interscambio commerciale, mentre per quanto riguarda la propria penetrazione finanziaria in termini di investimenti in questi Paesi siamo, a seconda delle situazioni, molto più indietro. Questa differenziazione ci penalizza nel lungo periodo rispetto alla nostra capacità imprenditoriale e alla possibilità di una maggiore presenza in termini di interscambio. Un’altra considerazione emersa nel corso delle audizioni è che molto spesso i nostri imprenditori, pur essendovi in questi Paesi filiali di banche italiane, preferiscono ricorrere a quelle locali in quanto trovano migliori condizioni di credito. Ho l’impressione che si esportino all’estero anche i difetti esistenti in Italia nel sistema creditizio e bancario. Abbiamo constatato che, pur essendoci una forte penetrazione all’estero soprattutto da parte delle piccole e medie imprese – e in questo caso bisognerebbe anche valutare l’opportunità di un impegno maggiore da parte delle imprese più grandi – tutti quei servizi di cui necessitano le piccole imprese mancano ed è impossibile trovarli all’estero. Questo dato, considerata anche la prossima adesione di questi Paesi all’Unione, rende necessaria una riflessione sul nostro specifico sistema del credito. Cosa si può e si ritiene di dover fare. Il senatore Cantoni ha evidenziato alcuni limiti strutturali del nostro sistema bancario. Noi ci troviamo di fronte al fatto che le piccole e medie imprese hanno difficoltà di accesso al credito, nell’innovazione di prodotto, nella ricerca e nello sviluppo, sono penalizzate, per cui occorrerà individuare alcune strategie che consentano loro di disporre di quei servizi alle imprese senza i quali riuscirebbe difficile muoversi. Vi è poi un altro aspetto sul quale invito tutti a riflettere. Per lungo tempo il sistema alla base delle concentrazioni bancarie presupponeva alcune idee di fondo, come quella che le nostre banche avessero una massa critica troppo ridotta per reggere la concorrenza dei colossi stranieri. Questo in parte è vero, però quello che emerge – e vorrei sapere se la vostra considerazione è analoga – riguardo al credito molto specializzato, soprattutto riferito ai prodotti finanziari innovativi, è che non è determinante la dimensione quantitativa del credito, quanto piuttosto la capacità professionale e l’essere in possesso di nuovi prodotti. Molte volte ho l’impressione che anche in Italia si sia preferito correre dietro alle mode, trascurando invece l’interazione esistente tra il sistema di credito locale e le piccole e medie imprese. Condividete queste valutazioni? PASQUINI (DS-U). Signor Presidente, vorrei un chiarimento e una conferma, e cioè se il modello di banca universale che esiste in Italia, nei Paesi dell’Unione europea e soprattutto in quelli di prossima adesione, non sia privilegiato rispetto alla banca polifunzionale. Se così fosse, ma lo chiedo come elemento di chiarimento, sarebbe un ulteriore elemento di penalizzazione per le banche universali, considerato il regolamento approvato nell’ambito degli accordi di Basilea 2, risultando favorite invece le banche polifunzionali. In secondo luogo, credo che per quanto riguarda le azioni di sostegno e di supporto alla piccola e media impresa che si insedia, si sviluppa e promuove iniziative in quei Paesi, si debbano considerare anche strumenti e servizi di politica industriale che a mio avviso richiedono un modo profondamente diverso rispetto all’esperienza italiana di rapportarsi al mondo dell’economia, degli affari e delle imprese. Vorrei una conferma o una smentita in proposito. Mi riferisco ad un modello di banca che nel nostro Paese non esiste. Il modello di banca che auspico dovrebbe svolgere anche la funzione di Camera di commercio, di luogo in cui gli imprenditori possono venire a contatto con occasioni imprenditoriali, con il mondo degli affari e con le realtà economiche locali. Non so se il problema si potrà risolvere con un’agenzia ma certamente gli organismi italiani esistenti (come il SACE e l’ICE) sono assolutamente inadeguati alle esigenze. Conosco l’ICE in quanto dirigente di un’azienda: esso è un organismo specializzato nell’organizzazione di eventi, di manifestazioni di carattere culturale, di fiere, di pubbliche relazioni, di rappresentanza. Credo sia necessaria una modifica profonda avendo noi bisogno di una struttura che affronti i problemi del project financing, del fisco, delle infrastrutture, dell’energia, delle joint-ventures con il tessuto imprenditoriale locale e crei occasioni di sviluppo degli affari e delle attività imprenditoriali. Concordo sul fatto che occorra una effettiva integrazione tra l’azione pubblica e gli obiettivi delle aziende private (è importante che le associazioni imprenditoriali si muovano in tal senso). Eventuali agenzie di servizi di supporto e di sostegno prevalentemente pubbliche, senza un’adeguata integrazione con il tessuto imprenditoriale e con le associazioni di rappresentanza dell’impresa italiana, non potranno che svolgere mere funzioni di rappresentanza. Chiedo al dottor Moratti se dispone di dati sulle cosiddette delocalizzazioni che in Italia siamo abituati a valutare negativamente: una parte delle imprese infatti «delocalizza» perché trova manodopera a buon mercato. Nella globalizzazione le imprese devono invece conquistare mercati con una sede stabile, una presenza ed una rete commerciale, dei punti di riferimento strutturali nel Paese e ciò comporta investimenti. Sapete quindi quante sono le imprese che si insediano in questi Paesi per il basso livello di costo di manodopera e le restanti che si insediano con quelle caratteristiche strutturali a cui ho fatto riferimento? GIRFATTI (FI). A parte i problemi macroeconomici dei Paesi candidati all’allargamento, in questi due anni ho visitato più volte e ho avuto contatti con i vari esponenti politici e del mondo economico di questi dieci Paesi, anche in qualità di vice presidente della Giunta per gli affari delle Comunità europee. Abbiamo riscontrato che la capacità di acquisire fette di mercato a tutti i livelli in questi Paesi è demandata ai singoli imprenditori, in base alla propria capacità professionale. L’ICE si è preoccupato di procedere alle statistiche di quanto è successo, ma non di dare un’impostazione o dei riferimenti certi ai nostri imprenditori. Molte fette di mercato della Polonia ma anche dei Paesi del Baltico sono state acquisite dai nostri imprenditori perché essi hanno tenuto presente, ma in minima parte, non solo l’aspetto di marketing del proprio prodotto, ma anche la componente del costo del lavoro: gli imprenditori si sono indirizzati verso quei Paesi dove il costo del lavoro era di molto inferiore a quello italiano. Le merci sono state prodotte e reintegrate, quindi immesse nel nostro Paese, per cui registriamo un grosso differenziale attivo dei dieci Paesi nei confronti dell’Europa. Comunque oggi, se consideriamo l’aspetto finanziario, la situazione per i nostri imprenditori è difficile. Quale assistenza possiamo dargli? Al di là di Unicredito, non credo che il sistema bancario italiano sia preparato ad affrontare questa situazione: fino ad oggi il sistema è stato protetto dalla Banca d’Italia e dall’istituto di vigilanza, soprattutto in materia di erogazione del credito specifico. Inoltre, su operazioni a medio e lungo termine, molti istituti speciali oggi praticano in Italia una commissione di spread addirittura doppia rispetto agli interessi attuali praticati dal mercato. Se si considera il tasso base di riferimento, l’euribor, pari a circa il 2,20 per cento, viene applicata una commissione per intermediazione o per spese che va dal 2 al 4 per cento. Dobbiamo quindi eliminare queste distorsioni ed anomalie del nostro Paese. La Commissione deve intervenire su questo aspetto per creare un’organizzazione che riesca a reggere la concorrenza con le banche tedesche, già fortemente radicate nel territorio, che non applicano queste condizioni. La nostra attività finanziaria e bancaria incontrerà, secondo me, vari ostacoli in questo mondo nuovo per le banche, ma non per le imprese, fatto di 80 milioni di cittadini e imprese che necessitano di maggiori agevolazioni e di assistenza. Credo che uno dei princìpi fondamentali alla base dell’attività governativa sia di dare un supporto alle imprese che vanno ad operare, rischiando in proprio, in territori che, oltre a non essere molto conosciuti, presentano anche dal punto di vista politico notevole incertezza. A mio avviso, è compito sia della Confindustria che del Parlamento sorvegliare, ma soprattutto condizionare, il sistema creditizio e finanziario perché faccia la propria parte. A questo proposito, sarà necessario rivedere in qualche misura le condizioni attualmente esistenti in Italia, applicando possibilmente condizioni agevolative ulteriori agli imprenditori che rischiano in proprio in tali territori che, pur non avendo ancora fatto l’esperienza di una concorrenza economica, subiranno l’impatto derivante dall’ingresso di sistemi bancari europei, come quello tedesco o inglese, certamente più adeguati e preparati del nostro. TURCI (DS-U). Considerato che la sua relazione era molto complessa e che dunque necessiterà di una lettura attenta per poterne trarre tutto l’utile possibile ai fini del nostro lavoro, intendo limitarmi ad una sola domanda, che spero di formulare correttamente. In relazione a quest’allargamento europeo di cui ci stiamo occupando e considerato il livello di integrazione, più passivo che attivo, del nostro sistema imprenditoriale rispetto ai principali Paesi europei di cui siamo già partner da parecchi anni nell’Europa consolidata, ritenete che in quest’area dell’Est europeo l’integrazione delle imprese italiane possa manifestarsi anche attraverso un ruolo più attivo? È vero che esistono settori abbastanza simili, che possono anche determinare rischi di concorrenza; a prescindere da tale rischio però i settori che presentano un più forte know how e una più forte capacità organizzativa potrebbero diventare la leva attraverso cui operare un’integrazione attiva nei confronti di questa parte dell’Europa futura. Qual è la vostra valutazione complessiva, pur tenendo conto del fatto che si sta parlando di settori e di regioni diverse? È una domanda che tiene conto anche di alcuni distretti industriali che in qualche misura risultano già spostati. In quest’area, al di là della presenza forte della Germania, l’Italia può giocare o meno un ruolo significativo, non solo in termini commerciali, ma anche di integrazione territoriale? MORATTI. Vorrei ringraziare i senatori Cantoni, Bonavita, Pasquini, Girfatti e Turci perché dai loro interventi si intuisce un notevole desiderio di collaborazione, oltre ad un modo di vedere le cose piuttosto simile al nostro, che è prettamente legato al mondo industriale. È un aspetto che ci conforta moltissimo. Mi limito pertanto a fare alcune precisazioni. Il modello della banca universale, rispetto a quello della banca polifunzionale, dal nostro punto di vista fornisce maggiori garanzie. Cito alcuni esempi pratici, in particolare quello che ha portato la Deutsche Bank ad aiutare il sistema industriale tedesco anche in termini di penetrazione nei Paesi dell’Est. Da parte nostra l’Italia ha fatto miracoli, considerato che, ad esempio, con la Polonia siamo uno dei Paesi con maggiore interscambio, però contestualmente – ed è stato detto – gli aiuti non sono stati adeguati. Adesso la situazione sta certamente cambiando. Ricordo, ad esempio, una missione che tra breve sarebbe dovuta partire per la Cina, ma che poi è stata rimandata in seguito agli eventi legati alla comparsa dell’epidemia SARS. La delegazione prevedeva 300 membri, di cui il 98 per cento industriali, e sarebbe stata capitanata dal Presidente della Repubblica. È forte la sensazione che finalmente il Paese si stia muovendo e stia creando questa «corazzata». In Cina si sta facendo molto e anche il mio gruppo ha trovato sfoghi, sia pure dal punto di vista tecnologico, molto interessanti. Sappiamo tutti che c’è un forte handicap in termini di brevetto europeo, che non esiste e senza il quale risultiamo privi di protezione; i nostri prodotti e le nostre macchine, al massimo nel giro di un anno, saranno imitate. Il vero problema è che la patente europea non sarà pronta prima del 2010. Insieme al presidente di turno dell’Unione europea, Costas Simitis, e al presidente dell’Unione delle confederazioni dell’industria e degli imprenditori d’Europa (UNICE) abbiamo fatto le nostre rimostranze su questo aspetto che riteniamo di grandissima importanza. Non solo la Cina, ma anche Paesi confinanti con l’Europa e che stanno chiedendo di farne parte, stanno imitando alla perfezione i nostri macchinari, anche il colore dei depliant, modificando solo il nome al quale si aggiunge o si toglie una lettera. Ciò danneggia in maniera decisiva la nostra industria creativa. Inoltre, non abbiamo trovato ancora la lingua base su cui basare il patto. Inizialmente si era tutti d’accordo sull’inglese, ma poi i francesi hanno voluto aggiungere la loro lingua: siamo arrivati ormai a ben 19 lingue. Mettere su una piccola industria e pensare ad un brevetto da tradurre in 19 lingue implica dover sostenere un costo assolutamente impensabile. All’interno di un’Europa che dispone di 26 mila impiegati e burocrati e di ben 93 mila pagine di normative si rendono necessari miglioramenti. Non è soltanto un problema del Sistema Italia. Da questo punto di vista ritengo dunque che il modello della banca universale dia maggior garanzia rispetto a quello della banca polifunzionale. Per quanto riguarda la delocalizzazione, cito l’esempio delle aziende del Veneto, che è il caso più evidente. In questa Regione non esiste manodopera: o si impiegano gli extracomunitari, molti dei quali non hanno il permesso di lavoro, oppure si va in Romania. Molti imprenditori si sono trasferiti in Romania, un Paese civile con gente che ha voglia di lavorare ed emergere, perché nella loro regione non c’era più spazio in termini di manodopera e sono stati appoggiati dalle banche venete che hanno aiutato questi gruppi a trasferirsi, ad imporsi e ad imporre il proprio prodotto. Anche l’Emilia, che non abbonda di manodopera, si sta muovendo in tal senso. Vorrei dare una risposta al senatore Girfatti sul Sistema Italia. Prima si è fatto l’esempio che si combattevano con le scialuppe le corazzate, intendendo con ciò dire che mentre il sistema politico e diplomatico si dimostrava compatto, noi invece ci presentavamo in ordine sparso. Questo è un aspetto al quale dobbiamo porre rimedio e noi chiediamo l’appoggio della classe politica: ho notato su alcuni temi specifici una grande consonanza tra maggioranza ed opposizione. Il sistema bancario, come è stato sottolineato da un grande banchiere qual è stato il professor Cantoni, deve fare di più, deve internazionalizzarsi maggiormente. Perciò, pur dando ad Unicredito il giusto merito, tutto il sistema deve essere in grado di muoversi adeguatamente sulla scena internazionale e di sostenere maggiormente il sistema industriale italiano. Sono d’accordo sulla istituzione di un’Agenzia per l’internazionalizzazione che organizzi il nostro lavoro. Abbiamo lavorato molto bene con l’ICE in Cina, ma sarà necessaria un’agenzia ad hoc per l’Europa. Tra i vari elementi da considerare vi è quello umano. Dopo 48 anni di esperienza lavorativa e di grandi viaggi, sono della convinzione che il popolo italiano sia tra i più intelligenti del mondo occidentale: l’unico difetto è che non ha coesione sociale; è stato, infatti, dimostrato che le popolazioni maggiormente coese sono quelle più ricche anche se non più intelligenti. Dobbiamo coltivare l’intelligenza italiana soprattutto oggi che assistiamo all’abbandono delle scuole, al conseguimento di poche lauree nelle materie scientifiche, di cui abbiamo bisogno perché lo sviluppo scientifico deriva dalla ricerca. Gli Stati Uniti investono nella ricerca il 3,6 per cento del PIL, l’Europa l’1,9 e l’Italia l’1,1. Poiché la ricerca è alla base della conoscenza, tra le nostre priorità deve esserci il suo sviluppo al fine di organizzare un nostro sistema e di non dover importare scienziati e ricerca dall’estero. A sostegno del lavoro di Confindustria, ricordo che quando ho organizzato una conferenza sulla competitività con i parlamentari italiani presso il Parlamento europeo, alla fine di essa molti si sono avvicinati dicendo che la delegazione italiana, capitanata dal direttore degli affari esteri dell’epoca Daniel Kraus, è forse la migliore in assoluto. Abbiamo mandato le nostre forze migliori, giovani pieni di voglia di fare presso la nostra sede di Bruxelles. In Italia non abbiamo mai avuto la cultura di coltivare l’Europa, da cui infatti siamo assenti: siamo nelle mani dei francesi che forniscono la parte dirigenziale e dei belgi, che forniscono burocrazia. Delors ha fatto un ottimo lavoro per l’Europa e per la Francia. Stiamo inoltre assistendo allo «sgomitare» della Spagna che vuole avere un ruolo di rilievo e che vede nell’Italia il primo avversario da mettere in un cantone. Dobbiamo fare in modo che il nostro peso in Europa sia molto più forte. Spero pertanto che il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea sia un successo e che vi sia una stretta cooperazione e collaborazione tra il Presidente della Commissione europea e il Presidente del Consiglio per dare al nostro Paese l’opportunità di imporci all’interno dell’Unione. PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Moratti e il dottor Felisati e gli altri rappresentanti della Confindustria per il loro contributo ai nostri lavori. Dichiaro conclusa l’audizione e rinvio il seguito dell’indagine conoscitiva ad altra seduta. I lavori terminano alle ore 16,25. Licenziato per la stampa dall’Ufficio dei Resoconti