Il 23 settembre, l'Assemblea del Senato ha approvato in via definitiva, con 78 voti favorevoli e 52 contrari, il ddl n. 957 recante disposizioni in materia di retribuzione dei lavoratori. Sono risultati assorbiti i disegni di legge nn. 956 e 1237, abbinati in discussione congiunta.
Il disegno di legge delega il Governo in materia di retribuzione dei
lavoratori e di contrattazione collettiva nonché di procedure di controllo
e informazione. I firmatari della proposta, Conte (M5S) e altri deputati
dei Gruppi di opposizione, hanno ritirato la sottoscrizione in dissenso
con il testo approvato dalla maggioranza alla Camera dei deputati il 6
dicembre 2023, per la soppressione della disposizione che fissava a 9 euro
lordi il livello del salario minimo orario. In particolare, l'articolo 1
fissa principi volti a garantire l'applicazione dei contratti collettivi
nazionali maggiormente rappresentativi; sono previsti obblighi per le
imprese, comprese quelle in appalto e subappalto, di riconoscere
trattamenti economici non inferiori a quelli dei CCNL di settore,
estendendo tutele anche a lavoratori non coperti da contratti. Sono
inoltre disciplinate disposizioni volte a promuovere il rinnovo tempestivo
dei contratti, la partecipazione dei lavoratori agli utili d'impresa e
strumenti di monitoraggio tramite codici contrattuali e flussi INPS.
L'articolo 2 rafforza le procedure di comunicazione e controllo, anche
attraverso tecnologie e banche dati condivise, al fine di contrastare
lavoro irregolare ed evasione contributiva. Infine, si stabilisce la
rendicontazione pubblica semestrale dei risultati delle ispezioni, mentre
la neutralità finanziaria delle misure è garantita dall'articolo 3, con
tempi di attuazione fissati in sei mesi.
Il disegno di legge n. 956, di iniziativa popolare, prevede il diritto,
con riferimento alla paga base oraria, a un trattamento economico minimo
non inferiore a 10 euro lordi l'ora.
Il disegno di legge n. 1237, del senatore Magni (AVS) e altri, reca
disposizioni in materia di retribuzione complessiva sufficiente e
proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato e di
trattamento economico minimo orario che, in mancanza di contratti
collettivi nazionali per il settore di riferimento, non può essere
complessivamente inferiore a quella stabilita dal CCNL, nel medesimo
settore, per mansioni equiparabili.
L'esame in Commissione
Il provvedimento è stato incardinato nella 10a Commissione in sede referente il 2 ottobre 2024 con la relazione della senatrice Minasi (LSP).
Il 29 ottobre la Commissione ha adottato il ddl n. 957 come testo base e ha deliberato lo svolgimento di una procedura informativa. Il ciclo di audizioni informali è stato avviato il 28 gennaio 2025 ed è proseguito il 13 maggio. La documentazione acquisita nel corso delle audizioni è disponibile per la consultazione sulla pagina web della Commissione.
Il 22 maggio sono intervenuti in discussione generale i senatori Magni (AVS), Camusso (PD) e Berrino (FdI). I senatori di opposizione hanno sottolineato i vantaggi del salario minino, in particolare in riferimento al superamento del fenomeno del lavoro povero, mentre il senatore di maggioranza ha evidenziato gli effetti negativi della misura in questione sulla marginalizzazione della contrattazione e la contrazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali. La discussione è proseguita anche il 27 e 28 maggio.
L'11 giugno sono stati pubblicati gli emendamenti presentati al disegno di legge assunto come testo base. Il 18 giugno l'esame è stato rinviato in attesa del parere della Commissione bilancio sul ddl n. 957. Il 2 e 3 luglio si è svolta l'illustrazione degli emendamenti, con gli interventi delle senatrici Camusso e Guidolin (M5S), che hanno ribadito l'urgenza dell'introduzione del salario minimo legale per il contrasto al lavoro povero e al dumping contrattuale, del senatore Mazzella (M5S), che ha evidenziato l'intento di ripristinare i contenuti fondamentali della proposta di legge originaria presentata alla Camera dei deputati, e delle senatrici Furlan (IV), che ha rilevato carenze nel testo base sul riconoscimento del ruolo delle parti sociali, e Camusso, che ha illustrato l'emendamento 2.1 soppressivo dell'articolo 2, ritenuto carente in rapporto agli obiettivi in materia di retribuzione minima.
Nella seduta del 17 settembre il Presidente Zaffini (FdI), relatore in sostituzione della senatrice Minasi, e il sottosegretario al lavoro e alle politiche sociali Durigon hanno espresso parere negativo su tutti gli emendamenti che, posti in votazione, sono risultati respinti. Gli interventi dei senatori di minoranza hanno sottolineato in particolare gli effetti positivi dell'istituzione del salario minimo sull'occupazione, l'espansione economica e il contrasto della precarietà. Dopo le dichiarazioni di voto contrario dei senatori Camusso, Magni, Mazzella e Furlan a nome dei rispettivi Gruppi, la Commissione ha conferito mandato al relatore a riferire all'Assemblea sul testo trasmesso dalla Camera del ddl n. 957, con conseguente assorbimento dei ddl nn. 956 e 1237.La discussione in Assemblea
Il 23 settembre il disegno di legge è stato illustrato all'Assemblea dal relatore Zaffini.
Si è quindi svolta la discussione della questione pregiudiziale, avanzata dal senatore Patuanelli (M5S), che è stata respinta dall'Assemblea con 77 voti contrari, 19 favorevoli e un'astensione.
Nella discussione generale sono intervenuti i senatori Mazzella, Dolores
Bevilacqua, Elisa Pirro (M5S), Misiani, Cristina Tajani, Sandra Zampa
(PD), Russo, Zullo (FdI), Annamaria Furlan (IV) e Magni (AVS). Le
opposizioni hanno condiviso una forte critica alla legge delega, in quanto
inefficace e priva di impatto reale sui salari e sul lavoro povero,
sostenendo l'urgenza di introdurre un salario minimo legale a 9 euro lordi
l'ora. Hanno denunciato l'inerzia del Governo, il calo dei salari reali, i
contratti pirata e la mancanza di coinvolgimento delle parti sociali. I
senatori di maggioranza hanno difeso la legge delega come strumento
organico e realistico per affrontare il lavoro povero, opponendosi a un
salario minimo fissato per legge, puntando sul rafforzamento della
contrattazione collettiva, sui controlli, sul rinnovo dei contratti e sul
contrasto al lavoro sottopagato e alla concorrenza sleale.
In fase di esame dell'articolato, sono stati respinti tutti gli
emendamenti ed è stato accolto l'ordine del giorno G1.8,
a firma del senatore Scalfarotto (IV).
Nelle dichiarazioni finali hanno annunciato un voto favorevole i senatori
Michaela Biancofiore (Cd'I), che ha sostenuto che i dati sull'occupazione
dimostrano la bontà delle misure adottate e accusato le opposizioni di
speculare sul tema per propaganda; Daniela Ternullo (FI-BP), secondo la
quale le misure del Governo Meloni - dal taglio del cuneo fiscale alla no
tax area, dalla decontribuzione per le madri alle agevolazioni per i
contratti stabili - rappresentano strumenti concreti contro la povertà;
Elena Murelli (LSP), che ha rivendicato l'approccio serio e pragmatico
della Lega contro scorciatoie ideologiche: la legge delega rafforza i
contratti nazionali rappresentativi, estende tutele e promuove controlli,
affiancandosi a misure fiscali per ridurre il cuneo e aumentare il netto
in busta paga; Paola Mancini (FdI), che ha respinto il salario minimo
legale come misura ideologica e inefficace, che non garantirebbe dignità
ma rischierebbe di ridurre l'occupazione e indebolire la contrattazione
collettiva, vera garanzia per i lavoratori.
Hanno dichiarato voto contrario i senatori Lombardo (Az), che ha
richiamato la proposta condivisa delle opposizioni sul salario minimo
legale a 9 euro lordi l'ora, sottolineando la necessità di una legge sulla
rappresentanza per eliminare i contratti pirata; Julia Unterberger (Aut),
che ha citato l'esempio tedesco, che con il salario minimo ha aumentato
redditi e occupazione, sostenendo che la misura aiuterebbe anche a ridurre
il gender pay gap; Annamaria Furlan (IV), che ha difeso la contrattazione
collettiva come pilastro della dignità del lavoro e ha accusato il Governo
di volerla svuotare con una delega in bianco che esclude il ruolo delle
parti sociali, denunciato la cancellazione del riferimento ai sindacati
più rappresentativi; Magni (AVS), che ha sostenuto la necessità del
salario minimo legale e dell'adeguamento dei salari all'inflazione, come
già avviene in Germania e Spagna, lamentando la mancanza di prospettive e
di dignità per milioni di lavoratori; Maria Domenica Castellone (M5S), che
ha accusato la maggioranza di alimentare una guerra tra poveri nel
difendere contratti sotto soglia e precariato, e denunciato l'aumento
della povertà assoluta, l'emigrazione giovanile e il gender pay gap;
Susanna Camusso (PD), che ha condannato la scelta del Governo di rinviare
il tema del lavoro povero con una delega, accusandolo di non voler
affrontare la questione salariale e criticando la mancanza di interventi
per stimolare i rinnovi contrattuali e il blocco di politiche industriali
come Industria 4.0.