Nella seduta del 22 luglio l'Assemblea del Senato ha approvato in prima deliberazione, con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni, il ddl costituzionale n. 1353 su ordinamento giurisdizionale e Corte disciplinare. Il testo è quindi tornato alla Camera per la seconda deliberazione.
La proposta di iniziativa governativa, approvata in prima deliberazione dalla Camera dei deputati il 16 gennaio scorso, introduce nell'ordinamento il principio della separazione delle carriere dei magistrati, modificando le disposizioni costituzionali sugli organi di autogoverno della categoria. Al posto dell'attuale collegio unico, si prevede quindi l'istituzione di due organi distinti: il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica e competenti, per le rispettive carriere, in materia di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni. La giurisdizione disciplinare su tutti i magistrati viene invece attribuita a un'Alta corte appositamente istituita. Ai fini della composizione dei tre collegi, il criterio elettivo vigente per l'attuale CSM viene integrato con quello dell'estrazione a sorte, con l'obiettivo di ridurre l'incidenza delle correnti organizzate nell'autogoverno della magistratura. È inoltre previsto, entro un anno dall'entrata in vigore delle nuove disposizioni costituzionali, l'adeguamento delle leggi ordinarie che disciplinano il CSM, l'ordinamento giudiziario e la giurisdizione disciplinare. Il ddl n. 504, presentato dalla senatrice Erika Stefani (LSP) e altri, oltre ad analoghe norme sulla separazione delle carriere e sull'istituzione di due distinti organi di autogoverno, prevede la modifica dell'articolo 112 della Costituzione, con l'aggiunta, alla disposizione "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale" delle parole "nei casi e nei modi previsti dalla legge". Ciò in quanto si ritiene opportuno consentire al legislatore di poter intervenire sugli indirizzi politicamente rilevanti dell'azione di contrasto della criminalità esercitata dalla magistratura requirente.
L'esame in Commissione
Il disegno di legge costituzionale è stato incardinato in 1a Commissione
il 29
gennaio, con la relazione illustrativa del Presidente Balboni (FdI),
in trattazione congiunta con il ddl n. 504. La procedura informativa,
avviata il 20 febbraio, si è conclusa l'11 marzo. Sono stati pubblicati su
internet i documenti
acquisiti dai soggetti sentiti in audizione. Il 12 marzo la
Commissione ha deliberato la congiunzione dell'esame della Petizione
n. 98 e ha adottato, a maggioranza, il ddl n. 1353 come testo base
della discussione. Nelle cinque sedute tra il 18 e il 25 marzo si è svolta
la discussione generale, con gli interventi dei rappresentanti di tutti i
Gruppi parlamentari. I senatori di IV hanno ricordato che il proprio
Gruppo ha espresso alla Camera un voto di astensione, non essendo
contrario al principio della separazione delle carriere ma giudicando
negativamente l'introduzione del sorteggio e il mancato intervento sul
principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, ritenuto inattuabile.
Gli altri esponenti dell'opposizione hanno sostenuto che la separazione
delle carriere rappresenta un passo verso il controllo governativo della
magistratura requirente e il conseguente indebolimento dello Stato di
diritto. I senatori della maggioranza hanno replicato che la separazione
delle carriere non intacca ma rafforza l'autonomia e l'indipendenza della
magistratura e che le nuove norme sul sorteggio sono volte ad impedire le
degenerazioni correntizie nella formazione degli organi di autogoverno. Il
Presidente e relatore Balboni e il vice ministro per la giustizia Sisto,
intervenuti in replica, hanno affermato che la separazione delle carriere
rappresenta il completamento della riforma del processo penale attuata nel
1989, con il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio. Il 25
marzo sono stati pubblicati gli emendamenti
e ordini del giorno presentati. Il 26 marzo, dopo le comunicazioni
sugli emendamenti dichiarati improponibili o inammissibili, è stata
avviata l'illustrazione degli emendamenti, proseguita nelle sedute dal 1°
al 23 aprile. Nelle seduta del 29 aprile è iniziata la votazione degli
emendamenti, proseguita fino al 4 giugno. Nelle sedute del 20 e 28 maggio
si è svolto un dibattito sull'applicazione della "regola del canguro",
proposta dal Presidente Balboni per unificare e ridurre le votazioni
riferite a proposte di mera forma a carattere ostruzionistico. I senatori
dell'opposizione hanno contestato la legittimità della procedura,
ritenendola inapplicabile alla votazioni in Commissione di disegni di
legge costituzionali. In esito al parere
favorevole espresso dalla Giunta per il Regolamento, la regola è stata
comunque applicata a partire dalla seduta del 28 maggio.
Nella 2a seduta pomeridiana dell'11
giugno, dopo una breve ripresa della votazione degli emendamenti, a
seguito degli interventi dei senatori Cataldi (M5S), De Cristofaro (AVS) e
Tosato (LSP), la Commissione ha preso atto dell'inutilità di proseguire
l'esame, considerando l'indisponibilità della maggioranza ad accogliere
emendamenti e il radicale dissenso dell'opposizione, che presumibilmente
determinerà l'indizione del referendum confermativo. Il Presidente
Balboni, dopo aver ricordato l'impegno profuso per prorogare il tempo a
disposizione e pervenire alla conclusione dell'esame, anche mediante
l'applicazione della "regola del canguro" avallata della Giunta per il
Regolamento, si è impeganto a riferire in Assemblea sulla mancata
conclusione dei lavori in sede referente.
La discussione in Assemblea
Il 18
giugno il Presidente Balboni ha riferito in Assemblea sulla mancata
conclusione dell'esame in sede referente, nonostante l'intenso lavoro
profuso dalla 1a Commissione.
I senatori Cataldi (M5S), Ilaria Cucchi (AVS) e Giorgis (PD) hanno
illustrato rispettivamente le questioni pregiudiziali QP1,
QP2
e QP3,
sulle quali sono intervenuti a favore i senatori De Cristofaro (AVS), Ada
Lopreiato (M5S), Verini (PD) e contro i senatori Dafne Musolino (IV),
Zanettin (FI-BP), Potenti (LSP) e Malan (FdI). AVS, M5S e PD hanno
contestato il metodo autoritario con cui è stato imposto il testo, frutto
di forzature procedurali gravi in sede parlamentare: la riforma altera
l'equilibrio tra poteri, rafforzando l'Esecutivo a scapito
dell'indipendenza della magistratura, con il rischio di ritorno a un
modello in cui il pm è subordinato alla politica. LSP, FI-BP e FdI hanno
sostenuto che la riforma non viola la Costituzione, ma anzi realizza il
principio del giudice terzo e imparziale: la separazione delle carriere
rafforza le garanzie per il cittadino. Anche IV ha espresso contrarietà
alle pregiudiziali, pur contestando l'immodificabilità del testo e il
sorteggio per il CSM. Il senatore Casini (PD) ha dichiarato l'astensione
poiché, pur ritenendo che la separazione delle carriere non violi la
Costituzione, l'ha definita potenzialmente controproducente. Al termine
del dibattito, le questioni pregiudiziali sono state respinte, in un'unica
votazione, con 110 voti contrari, 52 favorevoli e 3 astensioni.
È quindi iniziata la discussione generale, alla quale hanno preso parte i
senatori Alfieri, Simona Malpezzi, Ylenia Zambito, Basso, Susanna Camusso,
Cristina Tajani, Delrio, Beatrice Lorenzin, Franceschelli, Sandra Zampa,
Losacco, Manca, Tatjana Rojc, Sensi, Vincenza Rando, Cecilia D'Elia, Irto,
Misiani, Valeria Valente, Verini, Parrini, Meloni (PD), Scalfarotto,
Enrico Borghi (IV), De Cristofaro, Ilaria Cucchi (AVS), Patuanelli,
Sabrina Licheri, Concetta Damante, Ettore Licheri, Felicia Gaudiano, Maria
Domenica Castellone, Dolores Bevilacqua, Elisa Pirro (M5S), De Priamo,
Antonella Zedda, Rastrelli (FdI) e Lombardo (Az). PD, AVS, M5S e Az hanno
contestato il carattere ideologico del provvedimento, criticando
preliminarmente l'iter, blindato e privo di un reale confronto
parlamentare, con un Governo chiuso a qualsiasi modifica o dialogo con
l'opposizione: la riforma non affronta i problemi concreti della giustizia
italiana, come la lentezza dei processi, la carenza di risorse e la scarsa
efficienza, preferendo concentrarsi su una separazione delle carriere che
rischia di creare squilibri. In particolare, PD ed M5S hanno insistito sul
rischio di indebolimento dell'indipendenza della magistratura e di poteri
eccessivi attribuiti al pm, con un rafforzamento autoritario
dell'Esecutivo; AVS ha criticato il sorteggio e l'indebolimento della
rappresentanza democratica interna, confidando nella consultazione
referendaria; Az, pur non essendo pregiudizialmente contrario alla
separazione delle carriere, ha difeso la cultura della giurisdizione
unitaria e invocato una politica forte che non tema una magistratura
indipendente. IV ha riconosciuto la separazione delle carriere come un
traguardo storico e coerente col processo accusatorio, pur esprimendo
critiche su aspetti concreti del provvedimento in discussione, come il
sorteggio dei membri laici del CSM e il mancato superamento
dell'obbligatorietà dell'azione penale: così com'è, la riforma è
un'occasione persa e uno specchio del degrado del dibattito politico. FdI
ha definito la riforma come il completamento fondamentale del modello
accusatorio e garanzia di equidistanza tra giudice e parti, respingendo le
accuse di assoggettamento del pm all'Esecutivo, sostenendo che viene
invece garantita l'indipendenza attraverso un organo di autogoverno
costituzionalizzato: la riforma non è contro i magistrati, ma contro la
degenerazione correntizia che ne limita l'autonomia.
Il 25 giugno la discussione generale è proseguita con gli interventi dei senatori Mazzella, Pirondini, Cataldi, Elena Sironi, Gabriella Di Girolamo, Anna Bilotti, Croatti (M5S), Martella, Giacobbe, Anna Rossomando, Fina, Giorgis (PD), Annamaria Furlan, Silvia Fregolent (IV), Pera, Sallemi (FdI), Magni (AVS) e Potenti (LSP). I senatori di maggioranza hanno sostenuto che la separazione delle carriere garantisce un giudice imparziale, rafforza i controlli interni e tutela i cittadini, rispondendo a una domanda popolare di trasparenza e professionalità; la riforma è anche una risposta concreta agli scandali che hanno evidenziato limiti del sistema attuale, si ispira a modelli europei e introduce un organo indipendente per assicurare responsabilità e qualità professionale. L'opposizione ha accusato il Governo di piegare la magistratura al potere politico e minare l'indipendenza dei magistrati; ha denunciato la creazione di due CSM come uno svuotamento delle istituzioni rappresentative e definito il sorteggio un rischio per la democrazia interna: la separazione delle carriere è un falso problema, che rischia di indebolire la lotta a criminalità e corruzione, non porta alcun beneficio concreto e compromette il principio di parità davanti alla legge. IV ha espresso delusione per il mancato confronto, che avrebbe portato a un testo condiviso: la riforma non affronta problemi concreti quali la lentezza della giustizia, la mancanza di personale e di investimenti tecnologici.
Il 26
giugno la discussione generale si è conclusa con gli interventi dei
senatori Raffaella Paita (IV), Paroli (FI-BP), Alessandra Maiorino (M5S) e
Boccia (PD). In replica, il Ministro della giustizia Nordio ha respinto
con decisione le accuse di autoritarismo, negando di aver imposto al
Parlamento una riforma dall'alto e rivendicando la piena coerenza del
provvedimento con il programma elettorale della maggioranza. Ha ricordato
che da trent'anni sostiene pubblicamente queste posizioni, già espresse
nei suoi scritti, sottolineando come la separazione delle carriere sia
perfettamente in linea con il modello accusatorio adottato in Italia dal
1988, analogo a quello di molte democrazie occidentali. Ha difeso
l'introduzione del sorteggio come strumento di trasparenza contro il
correntismo e le degenerazioni del CSM e respinto le insinuazioni secondo
cui la riforma subordinerebbe il PM all'Esecutivo, ribadendo che non è
previsto alcun attacco all'autonomia della magistratura.
Il senatore Giorgis (PD) ha quindi chiesto il non passaggio agli articoli,
accusando il Governo di aver presentato una riforma immodificabile,
ignorando le proposte avanzate in Commissione. Sono intervenuti a favore
della proposta i senatori Dafne Musolino (IV), Patuanelli (M5S), De
Cristofaro (AVS), Spagnolli (Aut) e Valeria Valente (PD). Il senatore
Lombardo (Az) si è astenuto. Messa ai voti, la proposta è stata respinta.
È quindi iniziato l'esame dell'articolato.
Il 1°
luglio l'esame dell'articolato è proseguito con il
respingimento di tutti gli emendamenti votati all'articolo 1.
Sono intervenuti in favore delle proposte emendative presentate
all'articolo 1 (che modifica l'articolo 87 della Costituzione, istituendo
due Consigli superiori della magistratura, giudicante e requirente), i
senatori dei Gruppi M5S (Ada Lopreiato, Cataldi, Alessandra Maiorino,
Elisa Pirro, Patuanelli, Elena Sironi e Dolores Bevilacqua), deprecando,
tra l'altro, l'aumento delle spese dovuto alla separazione degli organi
dedicati ad ogni carriera in un momento in cui il comparto è sotto
organico, da parte di una riforma punitiva nei confronti di una
magistratura di cui si dimostra con questo testo di conoscere solo
superficialmente l'attività; PD (Bazoli e Giorgis), che, nel biasimare
l'insensatezza dei testi derivanti dall'applicazione dell'istituto del
canguro, hanno paventato il rischio di un'eterogenesi dei fini con la
creazione di un quarto potere dello Stato in una magistratura requirente
formata con una cultura poliziesca; IV (Scalfarotto), che ha lamentato
l'occasione mancata costituita da una riforma scritta male, soprattutto
nella previsione dell'istituto del sorteggio; e AVS (Magni), che ha
sottolineato come la figura di un pm accusatore garantisca meno il
cittadino e serva maggiormente al potere politico.
All'articolo 2 (che modifica l'articolo 102 della Costituzione,
introducendo la separazione delle carriere), sono state presentate
proposte emendative (molte delle quali mirano a introdurre nel testo il
rispetto dei concetti di terzietà, autonomia, garanzia e indipendenza o di
documenti fondamentali, dal dettato costituzionale a Carte e Convenzioni
dell'UE). Sono intervenuti per illustrarle i senatori del PD (Bazoli,
Parrini, Irto, Anna Rossomando, Basso, Beatrice Lorenzin, Susanna Camusso,
Martella, Meloni, Valeria Valente, Vincenza Rando, Manca, Tatjana Rojc,
Verducci, Sandra Zampa, Fina, Delrio, Ylenia Zambito), i quali hanno
avvertito maggiori rischi che benefici derivanti da una riforma non
necessaria (una separazione funzionale è già in atto a seguito della
recente riforma Cartabia, tra l'altro introdotta con legge ordinaria), che
è invece coerente con un'idea verticistica che non trova altri esempi
negli Stati democratici e in linea piuttosto con la stessa ideologia
sottesa al premierato; due CSM autogovernati e privi di vincoli gerarchici
potrebbero portare uno squilibrio a svantaggio della terzietà, che è il
fondamento del giusto processo, ma non è certamente garantita da una
separazione formale; spaventano inoltre la mancata concordia su un testo
tanto delicato, ma inemendabile, che svilisce il ruolo del Parlamento e di
una maggioranza afona, nonché la possibilità di trovarsi in prospettiva
nelle pastoie burocratiche di un potere giudiziario a volte incontrollato,
che potrebbe assurgere a una "supercasta", a detrimento di una vera
cultura della giurisdizione esercitata con l'unico obiettivo della ricerca
della verità.
Il 2 luglio è proseguita l'illustrazione degli emendamenti all'articolo 2, con gli interventi di senatori dei Gruppi PD (Franceschelli e Francesca La Marca); M5S (Sabrina Licheri, Mazzella, Gisella Naturale, Nave, Marton, Felicia Gaudiano, Pirondini, Elisa Pirro, Elena Sironi, Ada Lopreiato, Barbara Floridia); AVS (Magni), che hanno espresso perplessità sia nel merito, sulla reale necessità della riforma, a scapito di altre più pressanti emergenze del comparto giustizia (dalla lentezza processuale alla situazione carceraria), e dunque sul suo vero scopo (dividere la magistratura per indebolirla, in guisa di una vendetta personale collettiva di una certa parte politica), sia nel metodo, sul modo di legiferare (tramite legge costituzionale, peraltro arrivata in Aula - caso unico - senza relatore). Previo invito al ritiro del vice ministro della giustizia Sisto, le proposte emendative all'articolo 2, sono state poste in votazione e sono risultate tutte respinte.
Il 3 luglio la discussione è proseguita con l'approvazione dell'articolo 2 e, successivamente, con l'illustrazione degli emendamenti presentati all'articolo 3, che modifica l'articolo 104 della Costituzione, introducendo il sorteggio dei membri dei due Consigli superiori della magistratura requirente e giudicante. I senatori delle opposizioni sono intervenuti rilevando che in tal modo un organo di alto governo è scelto dal caso e non dalla responsabilità: vengono meno i criteri del merito, della rappresentanza e del pluralismo; non si combattono le famigerate degenerazioni correntizie, al contrario si espone la magistratura a un condizionamento politico che, con un costante rumore di fondo, già tenta di delegittimarla quotidianamente, minando i principi di autonomia e indipendenza in maniera prodromica ad attacchi e a pressioni progressivi che assumono a tratti i contorni del bullismo istituzionale; si svilisce infine il ruolo del Parlamento.
L'8 luglio si è conclusa l'illustrazione degli emendamenti all'articolo 3 e sono state avviate le relative votazioni. Tutte le proposte di modifica poste ai voti sono risultate respinte. I senatori dei Gruppi M5S, PD, AVS e IV intervenuti si sono soffermati in particolare sull'introduzione del sorteggio, uno dei punti più contestati della riforma, come metodo per la selezione dei membri del CSM, sia per la componente togata che per quella laica. In particolare i senatori Bazoli, Giorgis, Nicita (PD), Felicia Gaudiano (M5S) e De Cristofaro (AVS) hanno definito il sorteggio uno strumento inadatto e pericoloso per un organo costituzionale così rilevante, ritenendolo una scelta di sfiducia nei confronti della magistratura, che invece di essere riformata attraverso criteri di merito, trasparenza e responsabilità, viene delegittimata con un metodo casuale: anziché contrastare il correntismo e i blocchi di potere interni alla magistratura, il sorteggio potrebbe addirittura cristallizzarli, impedendo ogni forma di controllo democratico e confronto pluralista. Le senatrici Musolino (IV) e Valente (PD) hanno altresì denunciato la totale assenza di misure volte a garantire la parità di genere all'interno degli organi previsti dalla riforma, chiedendo l'introduzione di una norma esplicita per colmare questo divario. In rappresentanza della maggioranza, il senatore Malan (FdI) ha respinto le accuse di sfiducia nella magistratura, sostenendo, al contrario, piena fiducia nella capacità di ogni magistrato di ricoprire ruoli di responsabilità, incluso il CSM. Ha quindi richiamato le gravi criticità denunciate nel libro di Palamara, sottolineando la necessità di superare quel sistema in nome della trasparenza e del merito.
Il 9 luglio è proseguita la votazione degli emendamenti all'articolo 3. Tutte le proposte di modifica poste ai voti sono risultate respinte. I senatori di opposizione intervenuti (PD, M5S, AVS) hanno messo in discussione il vero scopo della riforma, sospettata di finalità punitive o di vendetta politica, sottolineando una volta di più lo scollamento tra la norma e i problemi reali della giustizia (tempi lunghi, carenze di personale, edilizia penitenziaria), invocando un dialogo e un confronto serio e condiviso per una riorganizzazione del sistema giudiziario. In tale ottica, il senatore Magni (AVS) ha rivendicato l'utilizzo dello strumento ostruzionistico di fronte a una maggioranza sorda. Il senatore Pera (FdI) ha difeso la proposta di introdurre un coordinamento nazionale delle procure, contestando l'accusa di voler instaurare un controllo politico sui PM, ma ribadendo la necessità di una responsabilità chiara nella politica criminale. La senatrice Fregolent (IV) ha avvertito sui rischi comunicativi del referendum.
Il 10 luglio si è conclusa la votazione degli emendamenti all'articolo 3 e dei relativi ordini del giorno, che sono risultati tutti respinti. I senatori di opposizione hanno insistito sul carattere ideologico di una riforma che non impatterà positivamente sul sistema giudiziario. In risposta al senatore Bazoli (PD), che ha citato dati comparativi per attribuire i limiti della giustizia italiana al malfunzionamento del sistema, il senatore Zanettin (FI-BP) ha ribadito l'esistenza di un problema di terzietà del giudice, non superabile mediante raffronti statistici tra ordinamenti non omogenei, evidenziando come l'Italia sia l'unico Paese tra quelli citati a prevedere l'obbligatorietà dell'azione penale.
Il 15 luglio l'Assemblea ha approvato l'articolo 3 e ha svolto l'illustrazione degli emendamenti all'articolo 4. Sono quindi iniziate le relative votazioni. Tutte le proposte di modifica poste ai voti sono risultate respinte. I senatori dell'opposizione intervenuti (PD, M5S e AVS) hanno giudicato l'introduzione dell'Alta corte disciplinare un intervento punitivo, che mina l'autonomia e l'autogoverno della magistratura; hanno sollevato preoccupazioni sull'incoerenza istituzionale, denunciando la sovrapposizione di competenze con i CSM, la previsione del sorteggio come criterio di composizione e l'assenza di garanzie di impugnazione dinanzi alla Corte di cassazione: la riforma non risponde a esigenze reali di efficienza o trasparenza, ma ha finalità politiche e di delegittimazione. In particolare, il PD ha richiamato la proposta a prima firma della senatrice Rossomando, che mirava a un organo autorevole, modellato sulla Corte costituzionale, con competenze solo in fase di impugnazione e aperto a tutte le magistrature, senza sorteggio. M5S ha inoltre stigmatizzato l'inutile aggravio di costi a carico dello Stato e l'opacità della riforma, mentre AVS ha evidenziato il rischio di un'ingerenza del potere politico nell'ordinamento giudiziario, sottolineando il prevalere di finalità sanzionatorie rispetto a intenti realmente riformatori.
Il 16 luglio si è conclusa la votazione degli emendamenti all'articolo 4, con la reiezione di tutte le proposte di modifica. Approvato l'articolo 4, previa dichiarazione di voto contrario dei senatori Cataldi (M5S) e Bazoli (PD), l'Assemblea ha respinto tutti gli emendamenti riferiti all'articolo 5, che, previa dichiarazione di voto contrario dei senatori Cataldi (M5S) e Giorgis (PD), è stato approvato. In particolare, il senatore Bazoli (PD) ha deplorato la mancanza di una formazione comune per giudici e pubblici ministeri, temendo che ciò porti alla perdita della cultura giurisdizionale da parte del PM, trasformandolo in un super poliziotto con potere e visibilità mediatica. Il senatore Scalfarotto, sposando la separazione delle carriere come coerente e necessaria in un sistema accusatorio moderno, ha ritenuto giusto distinguere formalmente i ruoli di giudice e pm per garantire un giudice realmente terzo. Sono stati quindi approvati, senza emendamenti, gli articoli 6 e 7 e, previa dichiarazione di voto contrario della senatrice Maiorino (M5S), l'articolo 8.
Il 22 luglio, nelle dichiarazioni finali, hanno annunciato voto favorevole i senatori Calenda (Az), che, sottolineando la necessità di anteporre il merito alla faziosità, pur riconoscendo limiti alla riforma, l'ha definita un passo essenziale per una democrazia liberale fondata sulla separazione dei poteri, lanciando un appello alla maggioranza per abbandonare la logica del muro contro muro e aprirsi all'ascolto; Mariastella Gelmini (Cd'I), secondo la quale, lungi dal costituire un atto rivoluzionario, la riforma della separazione delle carriere è un adeguamento dovuto ai principi costituzionali del giusto processo e al modello accusatorio introdotto nel 1988, richiamando il sostegno trasversale ricevuto nel tempo, anche da sinistra; Zanettin (FI-BP), che ha rivendicato la riforma come coronamento della storica battaglia di Forza Italia per una giustizia giusta e garantista, dedicando il voto alla memoria di Silvio Berlusconi, difendendo la separazione delle carriere come completamento del passaggio al rito accusatorio e il sorteggio come strumento legittimo contro il potere delle correnti; Erika Stefani (LSP), che ha difeso la riforma come una misura a favore della magistratura, la cui autonomia e indipendenza restano garantite dalla Costituzione, richiamando gli scandali recenti che hanno minato la credibilità della magistratura: la politica si è assunta la responsabilità di intervenire per migliorare la giustizia e rafforzare il ruolo dei giudici; Balboni (FdI), che ha definito la separazione tra magistratura giudicante e requirente necessaria per garantire la terzietà e l'imparzialità del giudice, rifiutando le accuse di pulsioni autoritarie in quanto strumentali, e richiamando anche posizioni autorevoli all'interno del PD (come Goffredo Bettini e Maurizio Martina) che avevano riconosciuto la necessità della separazione come passo verso una maggiore imparzialità. Hanno dichiarato voto contrario i senatori Julia Unterberger (Aut), che, pur riconoscendo talune criticità nell'equilibrio tra accusa e difesa, ha sottolineato che la separazione delle carriere è già sostanzialmente operativa dopo la riforma Cartabia, criticando l'approccio ideologico del Governo, accusato di agire per propaganda e senza affrontare le vere urgenze della giustizia, come la lentezza dei processi e il sovraccarico carcerario; Renzi (IV), che, pur sostenendo il principio della separazione delle carriere, ha bocciato la riforma come un'operazione di facciata, scritta da magistrati e imposta al Parlamento senza possibilità di confronto o modifiche, accusando il Governo di alimentare una faida interna alla magistratura e in particolare il Ministro Nordio per la gestione opaca del suo Dicastero; De Cristofaro (AVS), che ha fortemente criticato la riforma come parte di un disegno politico reazionario, volto a concentrare il potere nelle mani dell'Esecutivo, esprimendo forte preoccupazione per i rischi di una giustizia politicizzata, meno autonoma e più iniqua, che colpirebbe i più deboli e tutelerebbe i potenti; Scarpinato (M5S), che ha denunciato la riforma come frutto di un regolamento di conti storico tra i poteri, accusando la maggioranza di voler cancellare il modello costituzionale antifascista in favore di una giustizia piegata al potere politico: la riforma è un attacco frontale all'indipendenza della magistratura, orchestrato da una classe dirigente intenzionata a riprendere il controllo sul potere giudiziario; Franceschini (PD), che ha contestato una gestione "a boomerang" con effetti opposti a quelli promessi: nonostante l'intento dichiarato di limitare il potere dei pubblici ministeri, il risultato rischia di rafforzarlo in modo incontrollato; il referendum sarà una consultazione tutta politica contro il Governo Meloni e l'involuzione democratica che lo caratterizza.