Senato della Repubblica
Mostra · ECCE HOMO ·
Il Senato della Repubblica e il Ministero della Cultura presentano, in anteprima mondiale, l'Ecce Homo di Antonello da Messina, appena acquisito dallo Stato italiano e destinato al Museo Nazionale d'Abruzzo dell'Aquila. Prima di raggiungere la sua sede permanente, il capolavoro è esposto per dieci giorni nella Sala Capitolare di Palazzo della Minerva, sede della Biblioteca del Senato della Repubblica.
La piccola tavola opistografa, cm 20,3 × 14,9 × 1, reca sul recto la prima, intensa interpretazione antonelliana dell'Ecce Homo e sul verso il San Girolamo penitente in un paesaggio di gusto nordeuropeo. Databile intorno al 1465, è l'unico esemplare di questa iconografia rimasto, fino a oggi, in mani private.
L'opera è stata acquistata dal Ministero della Cultura, tramite la Direzione generale Musei, presso la casa d'aste Sotheby's di New York nel febbraio 2026. Riscoperta da Federico Zeri nel 1981, era appartenuta alla collezione newyorkese Wildenstein ed era probabilmente conservata in Spagna agli inizi del Novecento.
Il dipinto è assegnato al Museo Nazionale d'Abruzzo (MUNDA) dell'Aquila, da poco riaperto nel Castello cinquecentesco, dove dialogherà con le opere coeve del territorio abruzzese. Da L'Aquila, Capitale Italiana della Cultura 2026, l'Ecce Homo prenderà avvio per un itinerario espositivo nei principali musei italiani.
Palazzo della Minerva ha ospitato fino a febbraio l'esposizione della Bibbia di Borso d'Este, in occasione della quale il Senato ha ricevuto l'onore della visita di Sua Santità Leone XIV.
Giovedì 26 marzo 2026, alle ore 15, presso la Sala Capitolare di Palazzo della Minerva, alla presenza del Presidente del Senato, on. Ignazio La Russa, e del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, si terrà l’inaugurazione della mostra dedicata all’Ecce Homo di Antonello da Messina. L’esposizione, aperta al pubblico dal 27 marzo al 7 aprile 2026, presenta in prima assoluta il dipinto recentemente acquisito dallo Stato italiano e destinato al Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila.
Palazzo della Minerva
Sala Capitolare · Biblioteca del Senato
Via della Minerva, 38 · Roma
27 marzo – 7 aprile 2026
Ingresso gratuito · Senza prenotazione
| Lun–Ven | 10:00 – 20:00 |
| Sab 28 e dom 29 marzo | 10:00 – 18:00 |
| Sab 4, dom 5 e lun 6 aprile | 10:00 – 18:00 |
Ultimo ingresso 15 minuti prima della chiusura.
Destinazione permanente
Museo Nazionale d'Abruzzo · MUNDA
Castello Cinquecentesco · L'Aquila
L'Ecce Homo entrerà a far parte della collezione permanente del MUNDA a partire da questo 2026, anno in cui L'Aquila è Capitale Italiana della Cultura.
L'ingresso di Antonello da Messina nel panorama artistico italiano rappresenta uno degli snodi più significativi della cultura figurativa del Quattrocento. Nato a Messina tra il 1430 e il 1435, crebbe in una città dinamica attraversata dalle galee veneziane della muda de Fiandra, che favorivano un intenso scambio culturale tra il Mediterraneo e il Nord Europa. La formazione presso il napoletano Colantonio, maestro nell'arte fiamminga, e il successivo soggiorno veneziano tra il 1475 e il 1476 definirono una sintesi stilistica del tutto personale e inconfondibile.
Il tema dell'Ecce Homo occupa un posto di assoluto rilievo nella sua produzione. Almeno sei le versioni note: ciascuna è una variazione sul tema in cui Antonello modifica la distanza dal soggetto, la posizione del busto, la presenza del parapetto o della colonna, variando in modo sottile ma decisivo la relazione tra Cristo e lo spettatore. La piccola tavola qui presentata è la prima e la più intima di questo ciclo.
F. Zalabra, Antonello da Messina. «Una grandezza che spaura», in catalogo, pp. 22–31
Le dimensioni estremamente ridotte, cm 20,3 × 14,9, collocano il dipinto nell'ambito della devozione privata. È plausibile che il proprietario lo portasse con sé in un piccolo contenitore di stoffa o di cuoio per rivolgere le proprie preghiere sia al Cristo sofferente sia all'eremita penitente. La forte usura dell'immagine del verso testimonia una devozione intensa: la figurina di San Girolamo veniva ripetutamente baciata durante gli atti devozionali.
Questa tipologia di opere si inserisce nel clima della devotio moderna, movimento di rinnovamento spirituale nato nei Paesi Bassi nel XIV secolo e diffusosi in tutta Europa. L'Imitatio Christi spingeva il fedele alla meditazione silenziosa e alla preghiera intensa, finalizzate a modellare la propria vita su quella di Cristo e sulle sue sofferenze. In questo contesto l'Ecce Homo di Antonello, con gli occhi lucidi, la bocca socchiusa, il pianto trattenuto, diventa uno strumento meditativo capace di instaurare con l'osservatore un rapporto di immedesimazione emotiva che trascende il semplice atto contemplativo.
F. Zalabra, Scheda dipinto, in catalogo, pp. 32–39
La tavoletta opistografa venne presentata per la prima volta da Federico Zeri nel 1981, in occasione di un convegno dedicato ad Antonello da Messina, e analizzata più approfonditamente nel 1987. All'inizio del Novecento, prima di entrare a far parte della collezione newyorkese Wildenstein, sembra che l'opera fosse conservata in Spagna. Si trattava dell'unico esemplare di questa iconografia rimasto fino a oggi in mani private.
Passata in asta da Sotheby's a New York nel febbraio 2026, è stata acquistata dal Ministero della Cultura per 14.900.000 dollari, a seguito del parere favorevole espresso dai Comitati tecnico-scientifici riuniti il 27 gennaio 2026. L'opera è arrivata in Italia il 25 marzo 2026 ed è stata assegnata al Museo Nazionale d'Abruzzo dell'Aquila – MUNDA, appena riaperto nel Castello cinquecentesco dopo il terremoto del 2009.
R. Vannata, L'acquisizione dell'Ecce Homo di Antonello da Messina, in catalogo, pp. 18–21
Circa la metà delle opere note di Antonello è oggi conservata in musei stranieri. Il rientro dell'Ecce Homo rappresenta dunque non soltanto un evento di grande rilievo culturale, ma una vera e propria festa per il patrimonio nazionale. L'opera si inserisce con coerenza nel contesto del Quattrocento abruzzese, territorio di snodo tra culture figurative diverse e profondamente connesso alle dinamiche artistiche del Regno di Napoli e ai linguaggi di matrice nordica che Antonello seppe magistralmente sintetizzare.
Da L'Aquila, Capitale Italiana della Cultura 2026, prenderà avvio un lungo itinerario espositivo che porterà l'Ecce Homo nei principali musei italiani, rispondendo a una visione del patrimonio come bene condiviso, accessibile e dinamico.
M. Osanna, Prefazione, in catalogo, pp. 10–11 · R. Vannata, L'acquisizione, pp. 20–21
Dichiarazioni e interventi istituzionali relativi alla mostra.
Da tempo la Camera Alta si è fatta promotrice di iniziative culturali di ampio respiro, quale testimonianza tangibile che la cura della res publica non può ritenersi disgiunta dalla tutela degli elementi – materiali e immateriali – che ne compongono la memoria e che ne tracciano un'identità riconoscibile, all'interno e dall'esterno. Ricordo – nella stessa sala – l'esposizione della Bibbia di Borso d'Este, "il più bel libro del mondo", svoltasi tra novembre 2025 e febbraio 2026, in occasione della quale il Senato ha ricevuto l'onore della visita di Sua Santità Leone XIV.
Un onore che si è ripetuto quando il manoscritto, capolavoro assoluto della miniatura rinascimentale, prima di tornare nella Biblioteca Estense di Modena, è stata portata al Papa in Vaticano, facendovi ritorno per la prima volta dopo 555 anni.
Quella Bibbia e la tavola recentemente acquistata negli Stati Uniti hanno molto in comune. Innanzi tutto si tratta di due opere del Rinascimento, il periodo più noto e celebrato della storia dell'arte italiana: gli studiosi datano il dipinto di Antonello tra il 1455 e il 1470, mentre la Bibbia di Borso d'Este è del 1455-1461.
C'è dunque una singolare continuità cronologica tra le due iniziative.
In secondo luogo, si tratta di due casi di restituzione all'Italia di un bene del proprio patrimonio culturale. La Bibbia vi tornò nel 1923, dopo una prolungata assenza e complesse vicende, acquistata grazie al mecenatismo di Giovanni Treccani. Anche l'Ecce Homo di Antonello da Messina rientra stabilmente nel nostro Paese dopo un'assenza forse di secoli, un'assenza così prolungata da aver fatto perdere addirittura le proprie tracce prima della riscoperta per merito di Federico Zeri.
Infine, per entrambi, ci troviamo di fronte a oggetti profondamente radicati nella dimensione cristiana della nostra tradizione ma al contempo portatori di un messaggio universale, che è quello della bellezza, della capacità dell'uomo di creare e, creando, di interrogarsi sulla propria natura più profonda. Tutto questo acquisisce un significato più alto nella coincidenza – non del tutto casuale – tra l'esposizione dell'Ecce Homo in Senato e la Santa Pasqua: in un'epoca attraversata da drammatiche tensioni ci proietta inevitabilmente in una dimensione di rinascita e di pace.
La fattiva collaborazione tra il Senato della Repubblica e il Ministero della cultura, che ringrazio per il suo fondamentale contribuito, si rivela ancora una volta un efficace strumento per valorizzare, nel senso più alto, un patrimonio culturale che ora si accresce a beneficio della Nazione e della Repubblica, proprio nel compimento dei suoi ottanta anni.
Il principale corrispondente ebraico di ecce (latino) e ἰδού (idoù, greco) è la particella dimostrativa הִנֵּה (hinneh), elemento centrale della deissi biblica. Più che segnalare un referente visibile, hinneh introduce un momento rivelativo, orientando l'attenzione verso un'azione imminente o una parola decisiva di Dio (cf. Es 4, 14, dove Dio per spronare Mosè all'azione gli dice: «non è Aronne tuo fratello? ecco che ti viene incontro»). La sua funzione è profondamente teologica: hinneh agisce come marcatore di epifania, capace di esprimere sorpresa, urgenza, solennità e l'irruzione del divino nella storia.
Nel greco biblico, in particolare nei Settanta (LXX), le particelle ἰδού e ἴδε assumono una funzione deittica intensiva, direttamente modellata sulla particella ebraica hinneh. Nei LXX, infatti, si tratta di un elemento testuale usato per attirare l'attenzione dell'ascoltatore o del lettore su ciò che segue: un valore che potremmo rendere con «Ora guardate!», «Prestate attenzione!», «Ecco!». Essa introduce spesso un sostantivo o una frase nominale, come in Is 6,8, dove l'«Eccomi» espresso dal profeta Isaia davanti alla richiesta divina esprime piena disponibilità all'azione e alla missione.
Queste particelle non si limitano a indicare un oggetto o un fatto, ma segnalano un atto rivelativo, un momento decisivo della narrazione salvifica in cui Dio interviene, parla o manifesta la sua volontà. Risuona così l'urgenza del linguaggio semitico, conservata per traduzione, che conferisce al testo un tono epifanico. Nel pensiero patristico, tali particelle assumono un valore esegetico marcato. In ambito greco, per autori come Origene e Crisostomo, tra gli altri, o per Basilio, che riprende svariati passi scritturistici contenenti la particella qui in esame, ogni ἰδού diventa un invito alla contemplazione, una soglia che apre al mistero, indicando la pedagogia divina che interpella e orienta alla conversione.
Nel latino cristiano, ecce conserva la forza rivelativa delle sue matrici ebraica e greca. Non introduce semplicemente un elemento percepibile, ma sottolinea un evento salvifico che irrompe nella storia. Nella Vulgata di Girolamo, ecce mantiene la solennità delle Scritture e diventa un autentico segnale teologico, un appello diretto al credente: contemplare, riconoscere e rispondere alla manifestazione di Dio. D'altra parte, Girolamo, nel suo confronto esegetico con la Bibbia, sceglie spesso un registro colloquiale e valorizza così questa particella, che, pur mantenendo un tono quasi oracolare, esprime al tempo stesso la concretezza dell'oralità e della vita. Così il latino cristiano trasforma un deittico comune in un dispositivo narrativo e spirituale capace di trasmettere la densità drammatica della rivelazione.
Nel Nuovo Testamento ἰδού è impiegato spesso per introdurre una serie di epìnoiai, ossia di denominazioni teologiche e concettuali, le quali, attraverso prospettive diverse, permettono di entrare più profondamente nel mistero di Cristo, qua homo, ma anche qua deus. Seguito da un termine al maschile, esso può indicare realtà rivelative fondamentali: «ecco la stella» (Mt 2,9 – ἀστήρ è maschile in greco), «ecco il mio servo» (Mt 12,18, citazione del primo carme del servo sofferente di Isaia [Is 42,1]), «ecco il re» (Mt 21,5; Gv 12,15, citazione del profeta Zaccaria [Zc 9,9]), «ecco lo sposo» (Mt 25,6), «ecco il giudice» (Gc 5,9), «ecco l'agnello di Dio» (Gv 1, 29. 36), «ecco il vostro re» (Gv 19,14). Al femminile, la rivelazione si esprime in altri momenti decisivi: «ecco la vergine» (Mt 1,23, citazione del famosissimo oracolo di Isaia ad Acaz [Is 7,14]), «ecco la serva del Signore» (Lc 1,38), «ecco la dimora di Dio con gli uomini» (Ap 21,3, con rimando a Levitico [Lv 26,11] e al prologo giovanneo [Gv 1,14]).
Il sintagma stesso ἰδοὺ ὁ ἄνθρωπος messo sulla bocca di Pilato porta con sé un'ambivalenza che affonda le radici nella Scrittura: nei Settanta, infatti, ricorre un'altra volta in 1 Sam 9,17 (quello che per i LXX è il Primo libro dei Re), dove introduce Saul, uomo scelto da Dio ma poi abbandonato per la sua disobbedienza. Anche nel Nuovo Testamento può esprimere uno sguardo umano, non ancora purificato: «ecco colui che mi tradisce» (Mc 14,42), «ecco tuo padre e io – ossia Giuseppe e Maria – ti cercavamo angosciati» (Lc 2,48), «ecco la folla e Giuda» (Lc 22,47) vanno incontro a Gesù per arrestarlo.
Ma la prospettiva evangelica ne moltiplica la profondità: in Mt 12,46-50 e Mc 3,31-35, il maestro corregge lo sguardo secondo la carne – «ecco mia madre e i miei fratelli» – orientandolo verso la volontà del Padre: non chi ha legami di sangue, ma chi compie la volontà di Dio è davvero parte della sua famiglia.
Per questo siamo chiamati a muoverci dal nostro sguardo limitato verso lo sguardo di Cristo: «ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19,27; Mc 10,21; Lc 18,28), dicono i discepoli. Ed è significativo che, dopo l'ecce homo pronunciato da Pilato, gli ultimi ecce (in questo caso ἴδε) del Vangelo di Giovanni appartengano a Gesù stesso: «ecco il tuo figlio… ecco la tua madre» (Gv 19,26–27). È l'ultima rivelazione, la più alta, quella che dischiude la nuova parentela della croce e che invita ogni credente a un atteggiamento di ascolto, di accoglienza e di profonda contemplazione del mistero.
La particella «ecco» precede e segue l'idea di «persona» e «volto», che all'un tempo svela e ri-vela, vela di nuovo la divinità con l'umanità: re-velatio, dall'Offenbarung ottocentesca, alla dialettica del silenzio del Novecento (Bruno Forte).
La particella «ecco», dall'esegesi biblica dove rappresenta l'icona del realismo metafisico, si trasforma nella liturgia in realismo terminale, secondo il lessico di Guido Oldani: nel gregoriano Ecce Lignum è la materia, il legno a diventare metafora capovolta dell'umano e del divino.
L'acquisto da parte dello Stato e la restituzione all'Italia della piccola tavola di legno dipinta da Antonello da Messina, l'unica a trovarsi ancora in mani private, non è solo un'occasione per riflettere sul valore dell'arte e della bellezza, ma anche un momento prezioso per soffermarsi su alcuni princìpî cardine della nostra civiltà giuridica, incarnati da quella stessa immagine. La scelta di esporla nella sede parlamentare del Senato non ha solo un significato istituzionale, diventa inevitabilmente segno di un messaggio che travalica i confini dell'espressione artistica. Si badi, non un messaggio religioso o confessionale, ma un messaggio universale nel solco del «legum servi sumus» di Cicerone.
L'uomo, il potere e la giustizia si affrontano in un'unica scena, nell'immagine del volto di Cristo sofferente.
Lex e Ius, la Legge e il Diritto. Pilato si trova al centro di questa antica e si può dire eterna tensione. «Nos legem habemus, et secundum legem debet mori»: la Legge. Pilato comprende tuttavia – lui, romano – che quella Lex non è conforme al Ius, il Diritto come da lui conosciuto e riconosciuto: «ego enim non invenio in eo causam». Si rivolge allora a Gesù, invocando la potestas, il proprio potere: «potestatem habeo dimittere te et potestatem habeo crucifigere te». Il suo interlocutore, però, gli ricorda che questo potere di applicare la legge non gli deriva né da sé né dalla legge, ma da un Ius superiore: «Non haberes potestatem adversum me ullam, nisi tibi esset datum desuper», «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall'alto». Nonostante ciò, alla fine, Pilato decide – per timore – di invertire l'ordine giuridico e far prevalere la Lex sul Ius, pur adottandone le forme: «et sedit pro tribunali», «e sedette in tribunale». Il diritto della forza, rappresentato dalla folla urlante, prevale sulla forza del diritto, che avrebbe dovuto essere incarnata e difesa dal magistrato romano. Senza entrare nel campo proprio dei biblisti, colpisce come il linguaggio giuridico scelto da San Girolamo – uomo dalla cultura enciclopedica – per la sua traduzione del passo evangelico: lex, causa, potestas, tribunal.
L'ermeneutica giuridica, fin dal diritto romano classico, ha cadenzato il vaglio di conformità alla legge secondo la triplice articolazione: secundum legem, praeter legem, contra legem. L'Ecce Homo è icona della frattura tra legge e diritto, che nel tragico Novecento evolverà nella crisi tra diritto e giustizia, ricevendo nella formula di Radbruch, tradotta da Giuliano Vassalli, il senso profondo dell'intuizione primigenia attribuita a Cicerone: summum ius summa iniuria, l'eccesso legalistico, se estremamente ingiusto, fuoriesce dalla stessa definizione di diritto e anche vox populi vox dei, se tradotto nel crucifige, può acutizzare le incomprensioni dell'umano fino al pregiudizio più tragico.
Che nell'Ecce Homo di Antonello non ci sia solo il momento della presentazione al popolo da parte di Pilato, ma anche tutto il travaglio successivo lo comprendiamo da un dettaglio: la scritta I.N.R.I. che compare sul parapetto dal quale si affaccia il Cristo, il titulum crucis che nel racconto evangelico compare dopo la condanna a morte. Quasi che l'immagine volesse raccogliere tutta la sequenza pur rappresentandone solo il momento iniziale.
Sul recto della piccola tavola troviamo proprio l'autore della Vulgata. Girolamo, in greco, significa «nome sacro»: Ἱερώνυμος (Hieronymos è composto di ἱερός, sacro, e ὄνομα, nome), sacro come il nome di Gesù che compare nel titulum. Il che, inevitabilmente, ci rinvia al concetto latino di sacrosanctum – sacro ed inviolabile – poi mutuato dalla tradizione ecclesiastica e riferito ad esempio, ai concili ecumenici. Girolamo, primo dottore della Chiesa, è anche garante della fedeltà della traduzione in quanto traditio.
Siamo nel pieno dell'Umanesimo e il Cristo di Antonello diviene immagine dell'Uomo. Pochi anni dopo, Giovanni Pico della Mirandola – colui che, con la sua Oratio de hominis dignitate, raggiungerà la vetta più elevata del pensiero rinascimentale (Garin) – scriverà nell'Heptaplus, da lui dedicato a Lorenzo il Magnifico: «omnium hominum absoluta est consummatio Christi», «il Cristo è la sintesi suprema di tutti gli uomini». L'Ecce Homo diviene così immagine privilegiata dell'Uomo, per il quale tutto il diritto è posto: hominum causa omne ius constitutum est, come recita la nota massima latina. La Costituzione repubblicana, secoli dopo, nel riconoscere i «diritti inviolabili dell'uomo», porterà a compimento questa linea di umanesimo giuridico integrale. L'immagine del Cristo coronato di spine, condannato non contra legem, ma contra ius, è l'incarnazione stessa del principio personalistico alla base dell'ordinamento giuridico contemporaneo: per i credenti, il Redentore che si carica su di sé le colpe del mondo; per tutti, l'essere umano sofferente che, sottoposto a ingiusto supplizio, afferma nella stessa sofferenza della iniuria la propria infinita dignità.
Non vi poteva perciò essere figura più efficace dell'Ecce Homo di Antonello da Messina – opera collocata nella storia, che tuttavia si sottrae alla fissità del tempo che Byung-Chul Han riconduce alla tradizione occidentale rispetto a quella orientale, perché in movimento oltre il nostro presente – per meditare sul profondo valore umanistico e spirituale dell'ottantesimo anniversario della Repubblica italiana, da momento fondativo a prospettiva attuale di civile convivenza.
