Legge 30 marzo 2004, n. 92

Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati

Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 13 aprile 2004, n. 86
Nel Giorno del Ricordo «sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. E' altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero».

 

Il Presidente del Senato a Basovizza

Giovedì 9 febbraio, il Presidente La Russa ha deposto una corona e si è inginocchiato davanti al Monumento Nazionale Foiba di Basovizza. Subito dopo, ha incontrato i parenti di Norma Cossetto, studentessa italiana uccisa dai partigiani jugoslavi nei pressi della foiba di Villa Surani nell'ottobre del 1943, ed ha visitato il Centro di documentazione della Foiba. Al termine, il Presidente del Senato si è brevemente intrattenuto con i giornalisti presenti.

 

I giovani devono sapere

In Senato la testimonianza di Giuseppe De Vergottini

SenatoTV ha incontrato a Palazzo Madama Giuseppe De Vergottini, Presidente di FederEsuli, la Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati. De Vergottini è stato ricevuto dal Presidente del Senato, Ignazio La Russa (9 febbraio 2023).

 

Quando eravamo "nemici del popolo"

In Senato la testimonianza di Claudio Smareglia

SenatoTV ha incontrato a Palazzo Madama Claudio Smareglia, profugo Giuliano-Dalmata (9 febbraio 2023).

 

PER APPROFONDIRE - dal catalogo della Biblioteca del Senato
"Foibe" di Raoul Pupo e Roberto Spazzali (Bruno Mondadori editore, 2003)

«Quando si parla di "foibe" ci si riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime».
Le foibe «sono gli inghiottitoi naturali tipici dei territori carsici, che precipitano nel sottosuolo spesso per molte decine di metri, con pozzi verticali e ripetuti salti».
«In realtà, solo una parte degli eccidi venne perpetrata sull'orlo di una foiba o di un pozzo minerario, mentre la maggior parte delle vittime delle due ondate repressive del 1943 e soprattutto del 1945, perì nelle carceri, durante le marce di trasferimento o nei campi di prigionia allestiti in varie località della Jugoslavia»
«Nella memoria collettiva "infoibati" sono stati considerati tutti gli uccisi per mano dei partigiani comunisti sloveni e croati, dei comunisti italiani filojugoslavi e delle autorità jugoslave nelle due crisi dell'autunno del 1943 e della primavera-estate del 1945».
«[...] In molti casi le denunce per i fatti del 1943 e 1945 non varcarono la soglia dell'indagine preliminare per assenza d'elementi sufficientemente probanti all'individuazione certa dei mandanti, ma l'inchiesta condotta dal sostituto procuratore Giuseppe Pititto portò all'incriminazione di tre croati, Ivan Motika, Avijanka Margetić e Oskar Piskulić, ritenuti, a vario titolo, responsabili di sparizioni e omicidi consumati in Istria e a Fiume. Durante l'indagine i primi due decedettero e Pititto venne rimosso dall'incarico per una vertenza collaterale e venne sostituito da Goivanni Malerba. Si giunse al proceso, che si aprì nel febbraio 1999 alla Corte d'Assise di Roma, per conlcudersi nell'ottobre 2001 con una sentenza d'estinzione per amnistia dal reato d'omicidio e di assoluzione per altri due delitti di cui era imputato il sopravvissuto Piskulic, ex ufficiale dell'OZNA di Fiume, mai presente in aule. Il processo aveva visto sfilare diversi testimoni chiamati a deporre dalle parti, e con loro anche il groviglio di memorie contrapposte legato ai drammi di quegli anni»

Testimonianza raccolta nell'estate del 1945 dai servizi di informazione alleati

«Nell'area di Basovizza una cavità, chiamata Pozzo della Miniera, fu usata dai partigiani jugoslavi, in particolare tra il 3 e il 7 maggio 1945, per l'eliminazione di italiani. Tre testimoni oculari hanno dichiarato che gruppi da 100 a 200 persone sono stati precipitati o fatti saltare di sotto. Le vittime dovevano saltare oltre l'apertura della foiba (larga circa 12 piedi) e veniva detto loro che avrebbero avuto salva la vita se ce l'avessero fatta. I testimoni riferiscono che sebbene qualcuno fosse riuscito nel salto, più tardi fu egualmente fucilato e scaraventato di sotto.
Si dice che un commissario jugoslavo abbia dichiarato che più di 500 persone sono state precipitate nel pozzo ancora vive. Successivamente sono stati gettati dentro i corpi di circa 150 tedeschi uccisi in combattimento nei dintorni e così pure circa 15 cavalli morti. Nella cavità furono poi gettati degli esplosivi. La verità di queste affermazioni fu confermata durante una chiacchierata con alcuni bambini del posto».
Dal libro "Foibe" di Raoul Pupo e Roberto Spazzali

"Italiani due volte. Dalle foibe all'esodo: una ferita aperta della storia italiana"
di Dino Messina (Solferino, 2019)

«Tanti prigionieri, soprattutto nella fase finale di questa prima ondata di violenza, furono gettati vivi nelle foibe. I malcapitati venivano portati a gruppi davanti all'apertura della fenditura con i polsi legati con filo di ferro e l'avambraccio attaccato a quello di un altro prigioniero. Bastava un colpo alla nuca del primo della fila per far precipitare l'intero gruppo. Alcune testimonianze riferiscono di urla strazianti provenire dalle cavità. L'agonia poteva proseguire per ore e giorni interi. anche chi era mosso da pietà non interveniva per paura di una ritorsione. Poi c'era il rituale del lancio finale nella foiba di un cane nero sgozzato. In molte venne trovato. Secondo una superstizione delle campagne dell'Istria chi si macchiava di un delitto doveva uccidere un cane nero per spiare ogni colpa. Secondo un'altra versione il cane nero avrebbe impedito alle anime dei condannati di uscire per chidere una sepoltura cristiana. In questa prima ondata dell'autunno 1943 si calcola che le vittime delle foibe furono circa 600. Gli italiani vennero presi di mira con una violenza inaspettata e mai vista che non può essere spiegata come reazione alla politica repressiva e anti-slava del fascismo. Né come gli eccessi di una incontrollata jacquerie popolare».
 

Magazzino 18 e il MUSEO DELLA CIVILTÀ ISTRIANA, FIUMANA E DALMATA

Magazzino 18 è «il padiglione del Porto vecchio di Trieste dove è raccolto quel che rimane delle masserizie degli istriani e giuliano-dalmati in fuga dalle terre passate alla Jugoslavia che nessuno è venuto a reclamare. File di armadi, di letti, di cassapanche, scaffali con gi strumenti dei più disparati lavori, attrezzi agricoli, persino aratri... » (dal libro "Italiani due volte" di Dino Messina).
Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata »
Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata »
Società di Studi fiumani – Archivio Museo storico di Fiume »
Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati »

 

Speciale foibe di Rai Cultura

Da "Correva l'anno"

Puntata speciale del programma Correva l'anno, realizzata nel 2014, in occasione dei dieci anni dall'istituzione del Giorno del ricordo, con la legge del 30 marzo 2004. A partire dalla foiba di Basovizza, rimasta drammaticamenta famosa, si cerca di capire perché migliaia di italiani sono stati gettati in quelle grotte e perché circa 250.000 connazionali sono stati costretti ad un esodo dall'Istria e dalla Dalmazia.

 

"PROFUGHI - Dalle foibe all'esodo: la tragedia degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia"
di Gianni Oliva (Mondadori - 2005)

«Tra l'inverno 1943-44 e la fine degli anni Cinquanta, la comunità italiana dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia si spopola: a partire dall'esodo da Zara, sino a quello dalla Zona B del Territorio libero di Trieste, centinaia di migliaia di cittadini italiani lasciano le loro terre d'origine, passate sotto la sovranità jugoslava, e raggiungono la penisola, spinti alla scelta da un complesso di ragioni psicologiche, politiche, sociali, economiche, culturali. La quantificazione è approssimativa, per mancanza di una contabilità coeva e di dati d'archivio certi, ma si può ragionevolmente calcolare che a partire siano state tra le 250.000 e le 300.000 persone (la grande maggioranza della comunità giuliano-dalmata). [...]
In Italia, i profughi vengono ospitati in 109 centri di raccolta sparpagliati in tutte le regioni: si tratta di caserme dismesse con le camerate tramezzate da legno e cartoni per ricavarne stanze, di scuole e seminari dove pesanti coperte di lana separano lo spazio di una famiglia da quello di un'altra, di baraccopoli costruite nei campi sportivi. Qui, nella provvisorietà e nella promiscuità, i profughi non vivono per l'emergenza di qualche mese, ma per periodi assai più lunghi: prima di ritrovare la normalità di una casa e la prospettiva di un futuro, essi aspettano cinque anni, sei, in molti casi persino dieci. Alcuni, più fortunati, si avvalgono di relazioni familiari o amicali precostituite e riescono a trovare collocazioni lavorative adeguate e sistemazioni decorose; altri, di fronte alle difficoltà di inserimento, scelgono una nuova emigrazione e si trasferiscono in Australia o in America; la maggior parte, invece, si aggiusta come può, tra lavori precari e marginalizzazione, con il marchio del "campo" cucito sulla pelle. Storia di miserie e di abbandoni, di violenza fisica e di violenza politica, di malinconie e di amarezze. Ma anche storia di dignità morale: le comunità istriane e dalmate hanno saputo ancorarsi alla cultura d'origine, custodita come gelosa difesa della propria identità, e hanno così evitato la deriva, riuscendo alla fine a traghettare se stesse verso un nuovo destino».

Questo sito fa uso di cookie di terze parti (YouTube). Continuando la navigazione se ne accetta l'utilizzo. Per maggiori informazioni sulle caratteristiche e sulle modalità di disattivazione dei cookie si veda l'informativa estesa.