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2 giugno 1946: l'Italia al voto

Il 2 giugno 1946 il popolo italiano si reca alle urne per scegliere la forma istituzionale da dare al paese, decidendo tra monarchia e repubblica. La repubblica vince con 12.718.641 voti a favore contro i 10.718.502 voti ottenuti dalla monarchia.

Nello stesso giorno si tengono anche le elezioni per l'Assemblea Costituente, che avrebbe scritto la Carta fondamentale della Repubblica nata dall’esito del voto referendario.

Targa nell'Aula del Senato

L'Assemblea Costituente viene eletta "a suffragio universale con voto diretto, libero e segreto, attribuito a liste di candidati concorrenti", come previsto dall'art. 1 della legge elettorale (Decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946 n. 74).

Il primo articolo stabilisce inoltre che la rappresentanza è proporzionale e che "l'esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese in un momento decisivo della vita nazionale".

Alle elezioni partecipano anche le donne, cui il diritto di voto, attivo e passivo, era stato esteso nel febbraio del 1945, e che si erano già recate alle urne per le elezioni amministrative del 10 marzo 1946.

Le elezioni per l'Assemblea Costituente videro il successo dei tre grandi partiti di massa del tempo, la somma dei cui voti raggiunse circa il 75%. La Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza relativa col 35% dei voti, seguita dal Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e dal Partito Comunista Italiano.

Testo tratto dalla pubblicazione "L'Italia costituzionale. Una storia per immagini dalle raccolte del Senato"

Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il Re

Piero Calamandrei

Decreto Luogotenenziale n. 99 del 16 marzo 1946, "Convocazione dei comizi elettorali per il referendum sulla forma istituzionale dello Stato e l'elezione dei deputati all'Assemblea Costituente" (nel sito di Normattiva)

Prime pagine del 2 giugno 1946

Dalle raccolte della Biblioteca del Senato

La "questione istituzionale"

Nei mesi successivi all'armistizio del settembre 1943, nell'Italia divisa in due dalla guerra e dall'occupazione tedesca, le forze politiche antifasciste, raccolte nel Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.), si trovano ad affrontare la complessa questione dell’assetto istituzionale che il Paese dovrà assumere. Con il Congresso di Bari del 28 e 29 gennaio del 1944, e la disponibilità dichiarata dal PCI di Togliatti a collaborare in questa fase con il governo Badoglio e la monarchia (la cosiddetta "svolta di Salerno" del marzo 1944), i partiti, al fine di preservare l'unità nazionale e del fronte antifascista, concordano nel rinviare la scelta tra monarchia e repubblica a un referendum da tenersi dopo la fine della guerra.

La scheda elettorale per il referendum del 3 giugno

Il 25 giugno del 1944 si tracciava il quadro normativo all'interno del quale si sarebbe dovuta gestire la transizione verso un nuovo assetto istituzionale dello Stato, con il decreto luogotenenziale n. 151, definito per questo "Costituzione provvisoria". In particolare si stabiliva che "Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato" (art. 1).

Per consentire l'attuazione di questo programma vennero istituiti la Consulta nazionale e il Ministero per la Costituente. Il primo era un organo consultivo "sui problemi generali e sui provvedimenti legislativi che le vengono sottoposti dal Governo", il cui parere era obbligatorio in materia di bilancio, rendiconti consuntivi dello Stato, imposte e leggi elettorali; il secondo aveva il compito "di preparare la convocazione dell'Assemblea Costituente" e di "predisporre gli elementi per lo studio della nuova costituzione che dovrà determinare l’aspetto politico dello Stato e le linee direttive della sua azione economica e sociale".

Quasi due anni dopo, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 98 del 16 marzo 1946, si apre quello che è considerato il secondo periodo costituzionale transitorio. Il decreto apporta integrazioni e modifiche al decreto-legge luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944, stabilendo che contemporaneamente alle elezioni per l´Assemblea Costituente il popolo sarà "chiamato a decidere mediante referendum sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia)"". Si sancisce così definitivamente il diritto del popolo italiano a determinare la nuova forma istituzionale dello Stato.

Dalla pubblicazione "L'Italia costituzionale. Una storia per immagini dalle raccolte del Senato"

Votanti: 24.946.878 (89,08%)
Repubblica: 12.718.641 (54,27%)
Monarchia: 10.718.502 (45,73%)
Schede valide: 23.437.143
Schede bianche: 1.146.729
Schede non valide (bianche incluse): 1.509.735

Dati completi nel sito Eligendo del Ministero dell'Interno

In Biblioteca

...e gli Italiani scelsero

Campagna elettorale per il referendum del 2 giugno

Così venne il 2 giugno, e gli Italiani scelsero. Anche il Re votò già rassegnato alla sconfitta. La mattina stessa incaricò infatti il generale Infante di concordare con De Gasperi le modalità della partenza per l'esilio. Gli premeva inoltre sapere se - stando ai precedenti - fosse opportuno o no che si recasse a votare: uno dei più vecchi maggiordomi della Casa reale rammentò d'avere accompagnato al seggio elettorale - almeno un quarto di secolo prima - Vittorio Emanuele III, e il figlio si regolò allo stesso modo. Raggiunse, accompagnato da Infante, la sezione di via Lovanio, non lontana da Villa Savoia. Fu accolto con simpatia.

Non lo lasciarono in coda, in segno di rispetto, e si assicura che abbia deposto, sia per il referendum sia per la Costituente, scheda bianca. Poiché la gente lo applaudiva, il presidente di un seggio vicino si avvicinò ad ammonire che erano proibite le manifestazioni politiche.

Verso sera, nella sezione di largo Brazza votò Maria Josè, che era scortata da Manlio Lupinacci. Si vuole che, infilata una scheda bianca per il referendum, per la Costituente avesse invece scelto il socialismo, e dato la preferenza a Saragat. Ma dai documenti della Presidenza De Gasperi, raccolti dal suo capo di gabinetto Bartolotta, e citati da Antonio Gambino, risulterebbe che Umberto, quando il Presidente del Consiglio gli fece cenno delle voci sul voto di Maria Josè, telefonò alla moglie per sapere cosa ci fosse di vero. Maria Josè rispose che «le notizie pubblicate dai giornali sono inesatte». Tuttavia (è Nenni che lo annota il 4 giugno) «il bel Peppino [Saragat] che non sta nella pelle ha raccontato a Togliatti e a me di aver saputo da Lupinacci che la Regina ha votato per i socialisti, dando la preferenza a lui».

A Nenni che gli chiedeva, il 1 ° giugno, per chi avrebbe votato, De Gasperi aveva risposto: «Il voto è segreto. Ma sono pronto a scommettere con te che il mio Trentino nero darà più voti alla Repubblica della tua rossa Romagna>> (l'azzeccò). La figlia Maria Romana attestò poi che sia il padre, sia lei, avevano votato Repubblica.

Il Paese si mantenne, nella prova, calmo; la partecipazione alle urne fu alta, l'89 per cento.

Nella notte fra il 3 e il 4 giugno, quando i dati elettorali che affluivano al Viminale prendevano già consistenza, Romita temette che la Repubblica fosse stata sconfitta. «Intorno alle ventiquattro sembrava che ogni speranza fosse perduta. Mi chiusi nello studio per scorrere e riscorrere quei dati. No, non era possibile! Tornai a leggerli, prendendo appunti, facendo calcoli. No, non era possibile! Eppure le cifre erano lì, col loro linguaggio inequivocabile!»

Il Ministro dell'Interno esagera alquanto, per rendere la concitazione drammatica del momento, con i punti esclamativi. Ma era un ingegnere, non uno scrittore: e di numeri se n'intendeva. «Il guaio» citiamo ancora Romita «fu che anziché dal Nord i primi dati arrivarono dal Sud. Una vera beffa della sorte. A conoscenza di quanto accadeva, in quelle prime ore, fummo soltanto De Gasperi, Nenni e io».

[...]

Il Ministro dell'Interno Giuseppe Romita legge i risultati del referendum
Il Ministro dell'Interno Giuseppe Romita legge i risultati del referendum

Secondo la versione di Romita, che nella sostanza è stata confermata da testimonianze autorevoli e insospettabili, l'altalena dei risultati dipese unicamente dal modo in cui pervennero al centro. Non appena divenne massiccio il peso del Settentrione, la Repubblica passò in vantaggio, tanto che il computo finale le diede 12.182.000 voti contro i 10.362.000 della Monarchia. Un milione e mezzo, ma lo si seppe dopo, le schede bianche o nulle (che nella successiva contestazione tra il Re e il governo acquisteranno importanza decisiva). «Il milione di voti era arrivato» commentò Romita nelle sue memorie «ma non era uscito dal mio cassetto, sibbene da centinaia, da migliaia di urne».

Il referendum aveva tuttavia dimostrato, caso mai ce ne fosse bisogno, che esistevano due Italie, e che il periodo dopo 1'8 settembre 1943 - con il Regno del Sud e la Repubblica di Salò - aveva accentuato le loro dissimiglianze. In tutte le province a Nord di Roma, tranne due, aveva prevalso la Repubblica, in tutte quelle a Sud di Roma, tranne due, aveva prevalso la Monarchia. Le eccezioni furono Cuneo e Padova a Nord, Latina e Trapani a Sud. All'85 per cento che la Repubblica ebbe a Trento, al 77 per cento che ebbe in Emilia-Romagna, si contrapposero il 77 per cento che la Monarchia ebbe in province come Napoli e Messina (ma la sua punta massima fu a Lecce, 85 per cento).

Da "L'Italia della Repubblica. 2 giugno 1946 - 18 aprile 1948" di Indro Montanelli e Mario Cervi (2018, BUR Rizzoli)

Prime pagine del 2 giugno 1946

Dalle raccolte della Biblioteca del Senato

Il giorno 2 giugno, data di fondazione della Repubblica, è dichiarato festa nazionale.

Art. 1 della legge 27 maggio 1949, n. 260, "Disposizioni in materia di ricorrenze festive"
(testo completo nel sito di Normattiva)

Il 2 giugno diventa Festa Nazionale

Targa nell'Aula del Senato

L'Archivio storico del Senato conserva il fascicolo della presentazione e dell'iter del disegno di legge "Disposizioni in materia di ricorrenze festive" (ddl n. 75), presentato al Senato dal quinto Governo De Gasperi, nella seduta del 17 settembre 1948, durante la Prima Legislatura (1948-1953).

Il fascicolo è disponibile in formato pdf.
Nell'ultima pagina (qui riprodotta in immagine) sono distinguibili le firme autografe del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, del Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi (nella foto in basso), del Ministro del Lavoro e previdenza sociale, Amintore Fanfani, e del Ministro del Bilancio, Giuseppe Pella.

Alcide De Gasperi

In Biblioteca

Gli italiani e la repubblica: un'idea con un lungo passato

L'idea di repubblica aveva in Italia un lungo passato quando nel 1946 si svolse il referendum istituzionale che pose fine alla monarchia sabauda sotto le cui insegne il paese si era unificato nel 1861. Più specificatamente, erano state forti le correnti repubblicane nel movimento - il Risorgimento - che aveva portato all'unificazione, così come già prima era accaduto negli anni in cui si erano avuti i grandi riflessi della Rivoluzione Francese e si ebbe, in Italia come in tutta Europa, un diffuso fenomeno di 'giacobinismo'. Tra repubblicanesimo 'giacobino' e repubblicanesimo risorgimentale vi fu, anzi, un rapporto notevole di continuità, e, in qualche caso, di vera e propria derivazione, che smentisce la tesi corrente di una frattura totale e frontale tra il pensiero del secolo XVIII e quello del XIX, tra pensiero illuministico e pensiero romantico.

La consegna in Cassazione delle schede del referendum del 2 giugno 1946
La consegna in Cassazione delle schede del referendum del 2 giugno

[...] All'indomani della Prima Guerra Mondiale, nella grande ondata di estremismo e di lotte sociali che allora investì l'Europa sia nei paesi vinti che in quelli vincitori, l'idea repubblicana ebbe indubbiamente una reviviscenza. Non che vi fossero svolgimenti nuovi di quanto si era pensato e detto fino alla guerra. Si trattava soprattutto di uno dei molti motivi di radicalismo dettati dalle circostanze. Fu, tuttavia, significativo e importante che la repubblica fosse compresa nel programma del movimento fascista fondato da Mussolini nel marzo 1919. Era anche questo un segno tra i molti del pastiche ideologico nazionalistico e socialisteggiante del fascismo originario, conforme a quella che fino ad allora era stata la biografia di Mussolini.

La prima pagina del quotidiano Il Popolo del 6 giugno 1946
La prima pagina del quotidiano "Il Popolo" del 6 giugno 1946

[...] Sarebbe, tuttavia, un grave errore di prospettiva storiografica il credere che nel 1945 la sorte della monarchia in Italia fosse già segnata. La partita era, invece, ancora largamente aperta. Dal punto di vista internazionale, specialmente da parte inglese si guardava al Re e alla monarchia come punti di appoggio sui quali contare dinanzi alla eventualità che nell'Italia del dopoguerra prendessero troppo spazio i movimenti di sinistra, e in particolare il comunismo, ponendo un'ipoteca ritenuta inaccettabile sul paese nella contrapposizione tra Oriente e Occidente che molti, Churchill in testa, ritenevano fatale dopo la vittoria della grande alleanza antigermanica e antifascista. Paradossalmente, questo elemento di carattere internazionale giocò a favore della monarchia anche dalla parte opposta. Tra la sorpresa generale, ma in coerenza con la realtà della situazione generale, appena tornato in Italia dall'esilio e assunto il ruolo di capo del partito comunista, Palmiro Togliatti proclamò a Salerno nel febbraio 1944 la necessità di rimettere da parte la questione istituzionale e di collaborare col Re, che rappresentava ancora il potere riconosciuto come legittimo dagli Alleati in Italia, per portare il paese a concentrare tutti gli sforzi in vista della guerra che proseguiva e della partecipazione italiana ad essa. Così la monarchia poté continuare a guidare il cambiamento di fronte dell'Italia, che la portò a combattere a fianco degli Alleati, sia pure nella scarsa misura e nei modi consentiti a un paese vinto. E questo elemento, congiunto al fatto che essa controllava sempre l'apparato dello Stato nelle regioni via via restituite all'amministrazione italiana, permise alla stessa monarchia, se non un recupero, certo una possibilità di non perdere altre posizioni. Permise e fece sperare, soprattutto, di guadagnare tempo in attesa di una diversa distribuzione degli equilibri politici, anche a livello internazionale, una volta finita la guerra, per l'emergere, che veniva ritenuto inevitabile, dei contrasti sociali e di potenza sedati dalla guerra, e che avrebbero dato - come non a torto si riteneva - maggiore spazio alle forze tradizionali della società europea.

[...] La gestione luogotenenziale di Umberto di Savoia fu generalmente riconosciuta molto corretta, e certo, se non giovò, neppure in alcun modo nocque alla causa della monarchia, e, anzi, comunque, ne arrestò il deterioramento. Fu, tuttavia, rilevante la modificazione dell'equilibrio politico segnata dalla fine della guerra e dalla costituzione di governi con la partecipazione delle forze politiche del Nord e sulla base dei Cln, con un ormai assai scarso condizionamento della monarchia, come, del resto, era cominciato ad accadere fin dalla liberazione di Roma. La data del convenuto referendum istituzionale fu, infine, fissata al 2 giugno 1946. Poco più di un mese prima Vittorio Emanuele III si era finalmente deciso ad abdicare, ritirandosi ad Alessandria d'Egitto. Il motivo della decisione non è stato chiarito in maniera soddisfacente. Si può anche pensare a motivi fra loro contraddittori, ma cumulabili: e, cioè, da un lato, che il Re si fosse reso conto, nei lunghi mesi della campagna elettorale, di quanto poco il suo persistere sulla scena politica giovasse alla causa monarchica; e, insieme, che l'esercizio della luogotenenza avesse rafforzato ai suoi occhi la posizione del figlio e che questi potesse, quindi, meglio superare la prova, se lasciato a sé stesso nella pienezza della funzione regale.

Umberto II non superò, tuttavia, la prova neppure così. Si dové, però, riconoscere subito non solo che non vi fu in ciò un suo personale demerito, ma che la monarchia era stata votata dagli italiani molto di più di quanto si era previsto. La repubblica vinse con uno scarto di soli due milioni di voti (12.770 circa contro 10.750 circa), ma vi furono oltre un milione e mezzo di schede nulle, sicché l'effettiva maggioranza repubblicana riuscì molto esigua. La Corte di Cassazione, allora suprema istanza giurisdizionale del paese, impiegò inoltre più di dieci giorni per convalidare il risultato, e questa dilazione, insieme al gran numero di voti annullati, fece parlare di manipolazioni che avrebbero privato la monarchia di una vittoria effettivamente conseguita nelle urne: il che nessuna indagine posteriore ha potuto dimostrare. La campagna elettorale, pur vivacissima e non priva di tensioni e di incidenti, fu nel complesso ordinata e tranquilla, quale non era facile aspettarsi in un paese disabituato da oltre un ventennio a simili prove elettorali e per la prima volta consultato a suffragio universale. Umberto II accettò subito il risultato e, come il padre, partì per l'esilio e non diede luogo ad alcuna aperta contestazione.

Oltre a rivelare una esigua maggioranza repubblicana, il referendum del 2 giugno mise in luce anche una grande divisione del paese: netta fu la maggioranza monarchica nelle regioni meridionali e nelle isole. Altrettanto lo fu quella repubblicana nelle regioni settentrionali e soprattutto in quelle centrali.

Da "L'Italia nuova. Per la storia del Risorgimento e dell'Italia unita" di Giuseppe Galasso (vol. VII: "Dalla monarchia alla repubblica") (2015, Edizioni di storia e letteratura)

II paese intiero si destò la mattina del 2 giugno con la sensazione di dover vivere una grande giornata. L'affluenza alle urne fu, sin dalle prime ore, serratissima. Sembrava che la gente temesse di non arrivare in tempo, di giungere troppo tardi per dire sì o no alla Monarchia, sì o no alla Repubblica, e per eleggere i propri rappresentanti all'Assemblea Costituente. Da Milano a Palermo, da Torino a Bari, da Venezia a Firenze, a Roma, a Napoli, a Cagliari, ovunque la stessa impazienza; ovunque lo stesso entusiasmo; ma ovunque anche la stessa calma.

Giuseppe Romita: "Dalla Monarchia alla Repubblica. Taccuino politico del '45", Milano, U. Mursia & C. editore, 1966-1973

Prima e dopo il voto - Corriere della Sera

Due editoriali pubblicati nella prima pagina del Corriere della Sera: il primo, con il titolo "Concludendo", siglato M.B, cioè Mario Borsa, il Direttore del quotidiano; il secondo - titolo: "Miracolo della ragione" - firmato da Piero Calamandrei. Il primo pubblicato il 1° giugno 1946, alla vigilia del referendum e delle elezioni per l'Assemblea Costituente; il secondo il 9 giugno 1946, quando ormai la vittoria della Repubblica appariva incontestabile. Ne pubblichiamo di seguito alcuni brani, come testimonianza dell'atmosfera di quei giorni, dei timori e dell'entusiasmo che caratterizzarono il passaggio dal vecchio regime alla democrazia repubblicana.
1 giugno 1946: Mario Borsa

Libertà è coscienza
e rispetto dei limiti

La prima pagina del Corriere della Sera dell'1 giugno 1946

[...] Concludendo: tutto considerare, tutto valutare, tutto pesare, con calma e con serenità, senza quella paura stupida, inafferrabile, inconfutabile, morbosa, contagiosa che è là, inespressa e insesprimibile, in fondo all'anima di tanta, di troppa gente. Paura di che? Del nuovo perché nuovo? Qualunque cosa ci capiti domani non sarà mai così brutta, così disastrosa, così tragica come ciò che ci è capitato ieri. Paura di che? Della instabilità? Non giuochiamo sulle parole: stabilità non deve significare quietismo, agnosticismo, apoliticità, forzato assenteismo e mutismo fascista, in odio ai partiti, ai naturali ed insopprimibili antagonismi di interessi nelle salutari contese civilmente concepite e civilmente condotte perché le cose si mutino e si rimutino per il meglio. Paura di che? Del famoso salto nel buio? Lo credano i nostri lettori: il buio non è né nella repubblica né nella monarchia. Il buio, purtroppo, è in noi, nella nostra ignoranza, o indifferenza, nelle nostre incertezze, nei nostri egoismi di classe e nelle nostre passioni di parte. Basterebbe avere un po' di fede in noi stessi, nelle cose e nel Paese, per vedere chiaramente la strada da percorrere e come percorrerla. Noi non avremo nulla da temere da questa strada se sapremo tenere le mani sulla libertà che abbiamo riconquistata e se ci persuaderemo di una cosa sola: che libertà è coscienza e rispetto dei limiti.

9 giugno 1946: Piero Calamandrei

Repubblica voluta, meditata, paziente, ragionata

La prima pagina del Corriere della Sera del 9 giugno 1946

La Repubblica italiana: non più un sogno romantico di cospiratori , un'immagine epica di poeti; non più una bandiera di ribellione e d'insurrezione. La Repubblica italiana: una realtà pacifica e giuridica scesa dall'empireo degli ideali nella concreteezza terrena della storia, entrata senza sommossa e senza guerra civile nella pratica ordinaria della costituzione.

[...] Senza stragi, senza turbamenti, senza rancori la Repubblica è nata in Italia da questa amara e snervante prova di due anni, in cui la nostra volontà invece di dissolversi s'è maturata e rafforzata.

Per un istante possiamo fermarci ed essere contenti di noi: non guardare gli infiniti lutti che sono alle nostre spalle, l'infinito lavoro di ricostruzione che è nel nostro avvenire. Guardiamo in alto per un istante: care ombre, che passate, paterne e fraterne, lontane e recenti non vi abbiamo tradito!

Ecco la nostra Repubblica: non improvvisata, non balzata su in un giorno di torbida passione: Repubblica voluta, meditata, paziente, ragionata. Non un impeto di generosa illusione romantica, ma una prolungata prova di coscienza civile e di riacquistata ragione.

Prima e dopo il voto - Il Messaggero

Di seguito brani da due editoriali pubblicati nella prima pagina del quotidiano "Il Messaggero": il primo è del 2 giugno 1946, con il titolo "Civile competizione": non è firmato, quindi si può ipotizzare che sia opera della stessa Direzione del giornale. Il secondo - "Alba repubblicana" - è firmato da Arrigo Jacchia.
2 giugno 1946

La più essenziale delle libertà democratiche è da oggi tangibilmente restaurata

La prima pagina del Messaggero del 2 giugno 1946

La più essenziale delle libertà democratiche è da oggi tangibilmente restaurata. Il popolo accede alle urne e decide della forma di regime da cui la Nazione dovrà ripetere le basi solide e stabili che occorrono per procedere alla sua ricostruzione. Elegge, in pari tempo, l'Assemblea che, nella piena libertà del dibattito parlamentare, dovrà dare allo Stato istituzioni e leggi in armonia con le necessità e le aspirazioni nazionali.

[...] Rendiamo, intanto, omaggio alla compostezza, all'alto senso di civismo e di maturità politica di cui il popolo italiano ha fino a oggi dato prova. In un clima di comprensibile, crescente tensione, in zone particolarmente arroventate dalla passione politica, cui dava esca il ricordo ancora ben vivo d'un nefando periodo di persecuzione civile e nazionale, non si sono verificati attentati rilevanti all'ordine pubblico, non si sono consumate violenze collettive.

Completa è stata per tutti la libertà di propaganda e vasto quanto altri mai il confronto delle idee e dei programmi, in una infinità di comizi, di riunioni pubbliche e private. Di contraddittori improvvisati da cittadino a cittadino, per strade e piazze.

[...] Riaffermiamo comunque la indilazionabile necessità della grande prova odierna. La scheda è la garanzia massima contro la dittatura. E' lo strumento efficiente di un processo di chiarificazione che, nella situazione dell'Italia, appare ormai indeclinabile e di una importanza vitale.

6 giugno 1946

Una sola grande realtà: la Monarchia è decaduta, l'alba dell'Italia repubblicana è sorta

La prima pagina del Messaggero del 6 giugno 1946

Sul gran libro della storia d'Italia è segnato da oggi: chiusura d'un ciclo, avvento di una nuova era. L'immensa emozione popolare è l'unico commento adeguato alla solennità imponente di questo fatto. Esibizioni retoriche, dissertazioni filosofiche, richiami letterari classicizzanti suonerebbero intollerabilmente falso.

Emersa dalla coscienza nazionale, una sola grande realtà campeggia: la Monarchia è decaduta, l'alba dell'Italia repubblicana è sorta.

Chiarificazione urgente e indispensabile. Il libero voto del popolo italiano ha messo termine a una situazione di compromesso e di instabilità che nuoceva sotto ogni aspetto al Paese. L'Italia si è data ora un orientamento deciso e ne ha mostrato al mondo le forme e gli obiettivi.

[...] La Repubblica ha da essere fraternità nuova di tutti gli Italiani: essa ha bisogno per rifare il Paese del concorso volenteroso e leale di tutti i figli d'Italia. Lo intendano i vincitori; accettino d'altra parte, disciplinatamente e con cuore sereno il responso delle urne coloro che tale responso non ebbero favorevole.

[...] C'è tutta una economia a pezzi da ricostruire, c'è una industria da rimettere in piedi, ci sono commerci e traffici paralizzati da rianimare. C'è soprattutto da difendere il diritto dell'Italia a non andare misconosciuta, taglieggiata, mutilata per il mondo. Immane fatica!

Ma noi abbiamo una immensa, incondizionata fiducia nelle risorse spirituali, nella efficienza di lavoro, nella volontà di resurrezione che anima la nostra libera gente.