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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 56 (Nuova Serie), aprile 2020

Spigolature dalla Conferenza nazionale di Public History. Santa Maria Capua Vetere (CE), 24-28 giugno 2019

Si è svolta dal 24 al 28 giugno, presso l'Università degli studi della Campania "Luigi Vanvitelli" nelle sedi di S. Maria Capua Vetere e Caserta, la Conferenza Invito alla Storia, terzo appuntamento annuale dell'AIPH - Associazione Italiana di Public History: cinque giorni di relazioni, poster, tavole rotonde, incontri, eventi paralleli che hanno messo a confronto i professionisti della storia dentro e fuori le istituzioni e le accademie.

Come recita infatti il Manifesto della Public History, approvato nella Conferenza AIPH del 2018 a Pisa, la Public History «è un campo delle scienze storiche a cui aderiscono storici che svolgono attività attinenti alla ricerca e alla comunicazione della storia all'esterno degli ambienti accademici nel settore pubblico come nel privato, con e per diversi pubblici. È anche un'area di ricerca e di insegnamento universitario finalizzata alla formazione dei public historian, i quali operano nelle istituzioni culturali, nei musei, negli archivi, nelle biblioteche, nei media, nell'industria culturale e del turismo, nelle scuole, nel volontariato culturale e di promozione sociale e in tutti gli ambiti nei quali la conoscenza del passato sia richiesta»: una conoscenza però dinamica, concepita come patrimonio comune e dunque costruita con e per il pubblico a cui si rivolge, anche in modo trasversale a varie discipline, ma sempre nel rispetto di ciascuna e del metodo storico (che cerca anzi di diffondere) e sempre - per dirla con le parole di Serge Noiret, Presidente AIPH - «per agire [...] nella società» (si cita da un'intervista del 12 novembre 2017).

Il concetto di storia come bene comune è particolarmente attuale in un'epoca di comunicazione semplificata, in cui i media diffondono informazioni contrastanti spesso non verificate, con esiti talvolta ideologizzanti e col rischio di trasmettere ai posteri contro-storie infondate. Non a caso Andrea Giardina, presidente del Comitato scientifico AIPH, è stato tra i promotori dell'appello - a cui l'AIPH ha naturalmente aderito - «La storia è un bene comune, salviamola», lanciato sulle pagine de "La Repubblica" la scorsa primavera insieme al compianto Andrea Camilleri e alla Senatrice a vita Liliana Segre, per sensibilizzare al valore della storia come coscienza critica del passato e del presente, strumento di democrazia e cittadinanza, e per rilanciarne, rafforzandolo, l'insegnamento nelle scuole e nelle università.

Occasioni come le conferenze di Public History rappresentano dunque una possibilità concreta di diffondere la conoscenza storica contribuendo al dialogo tra professioni e generazioni. Del Comitato scientifico AIPH fanno infatti parte - oltre alle principali società di studi storici italiane - anche le associazioni nazionali dei professionisti dei beni culturali (AIB - Associazione italiana biblioteche, ANAI - Associazione nazionale archivistica italiana, ICOM - International Council of Museums - Italia), nonché singole istituzioni museali e master universitari nel settore disciplinare; e in particolare ai giovani, o comunque a chi si avvia ad intraprendere nuovi percorsi lavorativi, si rivolge anche l'iniziativa dello "SpeedNetworking" ospitata dalla Conferenza: un pomeriggio in cui esperti dei vari mondi professionali si mettono a disposizione per brevi colloqui di orientamento e confronto sulle dinamiche del mondo del lavoro nei rispettivi ambiti.

La Public History [...] tocca molti mezzi di comunicazione, diversi pubblici, e ha la capacità di agire insieme a questi pubblici, sia per parlare di storia che

La Conferenza AIPH ha ogni anno un fitto programma (qui quello dell'edizione 2019) che si articola in più sessioni parallele, in ciascuna delle quali si avvicendano vari panel tematici composti da tre a cinque relazioni. Il pubblico è perciò sollecitato a costruire un percorso personale, in cui gli stessi relatori diventano parte attiva di altri dibattiti.

Dovendo necessariamente scegliere solo poche tra le molte proposte, vogliamo qui segnalare alcuni panel rappresentativi di attività comunicative (anche in modalità digitale) della storia, e del ruolo delle biblioteche in questa complessa sfida.

Il Panel AIPH44 Digital è public? Dinamiche e opportunità dello spazio virtuale attraverso l'analisi di alcune banche dati - coordinato da Igor Pizzirusso, ricercatore e web content manager dell'Istituto nazionale Ferruccio Parri (ex INSMLI - Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia) - è stato impostato attorno ai rischi di una troppo facile equivalenza: ritenere che sia sufficiente, per comunicare al pubblico la storia, metterla in rete. Questo è senz'altro un primo e imprescindibile passo, che può restare tuttavia inefficace se non si prevedono gli strumenti per comprendere, analizzare, contestualizzare i contenuti online, e anche diffondere l'informazione sulla loro presenza in internet. I contenuti in rete sono infatti ormai di tale mole e varietà che, nonostante l'accesso pubblico, alcune risorse sono usate solo dagli 'addetti ai lavori', laddove una strategia di public engagement potrebbe portare anche ad arricchire le raccolte stesse con materiali messi a disposizione da privati, grazie ad iniziative di crowdsourcing (donazioni di documenti, ma anche supporto nel fornire informazioni bioanagrafiche sui personaggi fotografati o altrimenti documentati), particolarmente utili per la storia contemporanea.

Lo stesso Pizzirusso ha presentato alcune banche dati realizzate nell'ambito di progetti di ricerca dell'Istituto Parri: Stampa clandestina 1943-1945, a cui proprio in questo numero MinervaWeb dedica una segnalazione, e Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana, in linea già dal 2007 con l'ambizione di diventare un repertorio il più possibile completo nel suo genere, grazie anche alla collaborazioni di archivi di enti, associazioni, privati. È stato evidenziato come il database cerchi di emendare alcuni interventi editoriali operati nelle prime edizioni a stampa di questo materiale (il noto volume a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, edito da Einaudi a più riprese tra gli anni Cinquanta e Novanta): le lettere sono ora più attentamente considerate quali reperti storici, di cui restituire il testo (nella forma integrale) ma anche il contesto (ad esempio una macchia di sangue sulla carta da lettere, che riprodotta a stampa potrebbe sembrare inchiostro, grazie alla scansione e fruizione digitale aggiunge informazioni sulle circostanze di redazione dello scritto).

Ricordiamo che di un'altra delle banche dati dell'Istituto Parri, Oggi in Spagna, domani in Italia (che vuole restituire le traiettorie biografiche dei singoli combattenti italiani nella guerra di Spagna incrociandole con eventi, luoghi, partiti politici, associazioni, e mappando le fonti) MinervaWeb aveva già dato notizia in occasione della sua presentazione al convegno Strategie digitali per lo studio della Grande Guerra: bilanci e prospettive, organizzato presso il CNR dall'Istituto centrale per il catalogo unico nel novembre 2017 (MinervaWeb n. 42 n.s., dicembre 2017).

Il successivo intervento di Marcella Burderi, collaboratrice della Fondazione "G. P. Grimaldi" di Modica, ha presentato il progetto "Memorie orali degli Iblei": un sito web per la memoria della II Guerra Mondiale nella cuspide sudorientale della Sicilia. A partire da una ricerca di storia orale compiuta nel dottorato in Scienze politiche all'Università di Catania, la studiosa ha realizzato circa 200 interviste con i testimoni sopravvissuti, ne ha archiviato sul sito del progetto le registrazioni corredate di memorie fotografiche con l'intento di allestire una fonte rivolta a studiosi ed esperti ma anche e soprattutto ai giovani, che possono così ascoltare i racconti del passato dalla viva voce di chi lo ha vissuto.

Ha chiuso il panel la relazione di Giorgio Uberti (membro del Consiglio direttivo AIPH e vice presidente dell'associazione di promozione sociale PopHistory), proponendo nei termini di una gustosa 'sfida' la valutazione comparativa tra due banche dati: Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (2014), promossa in collaborazione dall'ex INSMLI e dall'Associazione nazionale partigiani d'Italia (ANPI) con il "Fondo italo-tedesco per il futuro" istituito grazie a una collaborazione governativa internazionale, e Pietre nella rete (2018), un nuovo format di 'memoriale virtuale' per i caduti della I Guerra Mondiale, che realizza un database anagrafico dei soldati emiliano-romagnoli a partire da documenti d'archivio e tracce raccolte sul territorio. Il confronto è stata l'occasione per focalizzare i principali elementi di valutazione di un prodotto multimediale in termini di Public History: uso e accuratezza delle fonti, loro varietà tipologica e interconnessione; capacità di mostrare la complessità del processo storico che è alla base della ricerca; capacità di interrogare le zone d'ombra entrando nelle dinamiche di vicende ancora oscure; decostruzione di narrazioni preconcette della storia; adeguatezza del linguaggio usato e sua comprensibilità da parte di diversi pubblici; capacità del prodotto di radicarsi nelle memorie pubbliche e nel contesto di riferimento; potenzialità di disseminazione; possibilità di uso civico del prodotto, sua penetrazione nel dibattito pubblico ed efficacia di impatto.

Le conclusioni hanno visto tutti concordi nel ritenere che la messa online del lavoro sia solo l'inizio di una sua nuova fase di vita; che proprio da qui prenda le mosse l'attività del public historian; e che i prodotti debbano essere disponibili nel tempo, venendo aggiornati, implementati, mantenuti, anche per garantirne l'accessibilità tecnologica da nuovi dispositivi.

Dagli spunti proposti è comunque nato un interessante e molto partecipato dibattito sui temi della metadatazione, dell'opportunità di realizzare database con dati aperti, riusabili e in formato Linked Open Data, ma anche sulla spendibilità di queste risorse per una nuova didattica e sulle politiche culturali sottostanti alla volontà di comunicare la storia, pure nella prospettiva di un'auspicabile cooperazione interistituzionale.

Proprio sul fronte istituzionale, appare significativa la partecipazione - per la prima volta - alla Conferenza AIPH della CEI - Conferenza Episcopale Italiana, che ha presentato BeWeb: il portale integrato dei beni culturali ecclesiastici a servizio dell'history telling (Panel AIPH34, coordinato da Francesca M. D'Agnelli, Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l'edilizia di culto della CEI).

Attraverso le comunicazioni della stessa coordinatrice (Quale public history per i beni ecclesiastici) e degli altri relatori (Maria Teresa Rizzo, Centro Servizi per i beni culturali, Beweb. Raccontare una "storia altra"; Silvia Gallarato (Ufficio diocesano per i beni culturali della Diocesi di Alba, Roero Coast to Coast. Arte, paesaggi e comunità: un territorio che racconta) si è dipanato il filo che lega il patrimonio culturale della Chiesa a una rinnovata sensibilità comunicativa che è appunto alla base del portale BeWeb - Beni Ecclesiastici in web: una «vetrina che rende visibile il lavoro di censimento sistematico del patrimonio storico e artistico, architettonico, archivistico e librario portato avanti dalle diocesi italiane e dagli istituti culturali ecclesiastici», mettendo in rete percorsi tematici e banche dati di beni storico-artistici, librari, archivistici, architettonici, aprendosi al dialogo con le istituzioni pubbliche italiane e internazionali e con i relativi sistemi informativi.

La CEI ha inoltre recentemente lanciato - anche in collaborazione, tra gli altri, con l'AIPH - l'iniziativa "Aperti al MAB" (che riecheggia nella scelta dell'acronimo il Coordinamento nazionale delle associazioni dei professionisti di Musei, Archivi, Biblioteche): una settimana di eventi in tutta Italia, che ha avuto luogo dal 3 al 9 giugno 2019, che tra convegni, mostre, aperture straordinarie, ha mostrato al grande pubblico il rapporto che lega i beni ecclesiastici al territorio e alla comunità locale.

Dall'insieme delle relazioni emerge un panorama vitale e articolato, in cui le fonti storiche e gli istituti che le raccolgono ribadiscono la propria natura di specchio della società che li ha creati e per la quale vivono: un mondo che offre ampi spazi di attività agli storici e ai public historian che sul rapporto tra storia e pubblico fondano la loro stessa identità. Rinviamo ad uno dei prossimi numeri di MinervaWeb l'approfondimento di alcuni di questi complessi scenari.

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