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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 56 (Nuova Serie), aprile 2020

Per una geografia storico-economica. I paesi nordici (Parte terza: dagli anni venti agli anni sessanta del Novecento)

Abstract

Il cinquantennio successivo alla prima guerra mondiale costituì per i paesi nordici un periodo di sviluppo, che in particolare consentì alla Danimarca, alla Norvegia e alla Svezia di raggiungere un notevole livello di benessere (mentre la Finlandia e l'Islanda - divenute stati indipendenti rispettivamente nel 1917 e nel 1944 - scontarono una peggiore situazione di partenza). Le condizioni della popolazione migliorarono anche grazie alla volontà dei governi di sfruttare lo sviluppo economico per finanziare un esteso programma di protezione sociale. Nel contesto di questo generale sviluppo, permasero comunque delle differenziazioni piuttosto marcate sotto il profilo della specializzazione delle diverse economie, a seconda dei casi rivolta all'industria (Svezia), ai servizi (Norvegia), all'agricoltura (Danimarca e Finlandia) o alla pesca (Islanda).

1. Il periodo fra le due guerre

2. Il secondo conflitto mondiale

3. Dal 1945 agli anni sessanta

4. Conclusioni

5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Il periodo fra le due guerre

· L'evoluzione complessiva

Come anticipato nel precedente articolo, i paesi nordici giunsero ai primi anni venti con delle economie più forti rispetto alla fase antecedente il conflitto mondiale, ma comunque segnate dalle difficoltà che ovunque in Europa s'erano presentate nell'immediato dopoguerra. Dell'evoluzione successiva di tali economie danno ampiamente conto Jorberg e Kranz (1980), rilevando sia i caratteri comuni ai processi di sviluppo delle singole nazioni, sia le peculiarità di ciascuno di essi.

Negli anni venti i governi danese, norvegese e svedese perseguirono l'abbattimento dell'inflazione, nell'intento di stabilizzare il valore delle monete nazionali e poterne così ripristinare la convertibilità in oro. Il contenimento dei salari che tale politica richiese ebbe tuttavia riflessi negativi sulla domanda interna, rendendo in quei tre paesi la ripresa post-bellica più lenta che in Finlandia. La politica antinflazionistica, inoltre, impose di non fare ricorso alla svalutazione, che avrebbe reso le loro produzioni meno care sui mercati esteri (come dimostra proprio il caso della Finlandia, la quale in quel decennio dalla svalutazione trasse beneficio). Ciò comunque non impedì che in quel decennio la crescita delle loro economie fosse trainata proprio dalle esportazioni: infatti Danimarca, Norvegia e Svezia, essendo uscite dalla guerra con un apparato produttivo praticamente intatto, rispetto ad altri paesi europei furono maggiormente in grado di approfittare della ripresa della domanda internazionale. Inoltre esse beneficiarono d'una concentrazione e modernizzazione delle proprie strutture industriali, che anche in assenza di svalutazioni rese le loro produzioni più competitive sui mercati esteri: essa fu perseguita dagli imprenditori in risposta al rialzo dei costi di produzione che all'epoca si verificò, per effetto dell'introduzione della giornata lavorativa di otto ore e degli incrementi salariali che - a dispetto della politica governativa - comunque si determinarono.

Gli anni trenta videro invece un declino delle loro esportazioni, dovuto alla crisi economica e alle chiusure protezionistiche praticate da molti governi. I governi dei tre paesi citati cercarono di contrastare questa tendenza negativa, abbandonando la convertibilità aurea e svalutando le rispettive monete, ma inevitabilmente la reazione alla crisi consistette soprattutto in tentativi di accrescere i consumi interni. In quella fase, e proprio in risposta alla crisi mondiale, si cominciò a rafforzare la presenza dello stato nell'economia, al fine di riassorbire la forte disoccupazione determinatasi.

· Danimarca

Negli anni venti la Danimarca si distinse rispetto agli altri paesi nordici per l'adozione d'una politica doganale nettamente liberista, che consentì di mantenere contenuto il prezzo dei macchinari e delle materie prime estere di cui si servivano la sua agricoltura e la sua industria. La loro importazione incideva però sulla bilancia dei pagamenti, richiedendo pertanto d'essere compensata dall'afflusso di valuta straniera. Questo in passato era stato ampiamente garantito dalle esportazioni di prodotti agricoli (soprattutto verso la Gran Bretagna); ma nel periodo fra le due guerre si ebbe un calo dei loro prezzi, con conseguente diminuzione del valore di tali esportazioni. Ciò determinò il passaggio a un regime doganale protezionista. Inoltre lo stato cercò di arrestare la caduta dei prezzi agricoli, imponendo controlli tesi a contrastare l'incremento della produttività del settore (e quindi la crescita dell'offerta di derrate). Questa politica ebbe esiti doppiamente positivi: infatti non soltanto consentì una risalita dei redditi dei coltivatori, ma in virtù di quest'ultima determinò anche una crescita della domanda di beni di consumo, la quale, avvenendo in un mercato non più aperto alle importazioni di manufatti, favorì l'espansione delle industrie locali. A tale espansione, tuttavia, fece riscontro un rallentamento del processo di modernizzazione delle strutture produttive che s'era avviato nel decennio precedente, poiché lo stesso protezionismo ebbe anche la ricaduta negativa di rendere più onerosi gli acquisti di macchinari prodotti all'estero.

· Finlandia

La Finlandia (che alla fine del 1917 s'era resa indipendente dalla Russia) risentì meno della Danimarca della caduta dei prezzi agricoli, in quanto era soprattutto un'esportatrice di legname, il cui prezzo conobbe un'evoluzione più favorevole. Inoltre la politica finlandese ebbe un orientamento maggiormente protezionista rispetto a quelle degli altri paesi nordici: i produttori nazionali beneficiarono pertanto d'un isolamento dalla concorrenza straniera che consentì loro di praticare sul mercato interno dei prezzi relativamente elevati. Il protezionismo e il ricorso alla svalutazione favorirono anche l'industrializzazione. Poté così svilupparsi la produzione di pasta di legno e di carta.

Pur beneficiando d'una crescita economica più accentuata di quella degli altri paesi nordici, la Finlandia permase comunque in condizioni di arretratezza rispetto a questi ultimi, in quanto questa relativa accelerazione dello sviluppo non bastò a consentirle di recuperare il ritardo accumulatosi nelle epoche precedenti.

· Norvegia

Tra le due guerre l'economia norvegese conobbe delle trasformazioni rilevanti. In ambito agricolo si ebbe lo sviluppo dell'allevamento a scapito delle colture per il diretto consumo umano: ciò causò la crescita delle importazioni di cereali, ma consentì agli agricoltori di focalizzarsi su attività particolarmente redditizie. Si ebbe così un incremento dei redditi della popolazione rurale, che a sua volta procurò dei benefici a vari comparti industriali (alimentare, tessile, siderurgico e metallurgico), i quali videro ampliarsi il proprio mercato interno.

Nel contempo si ebbe un mutamento della composizione delle esportazioni: andò infatti crescendo l'importanza dei noli marittimi, mentre l'incidenza del commercio di pesce, legname, cellulosa e carta diminuì. Si ebbe dunque un rafforzamento della tradizionale specializzazione del paese quale esportatore di servizi, senza però che ciò comportasse un decadimento delle sue attività produttive, data l'espansione che nel contempo conobbero i consumi interni.

· Svezia

In Svezia l'agricoltura fu caratterizzata soprattutto da uno sviluppo quantitativo della produzione, che condusse negli anni trenta alla comparsa di eccedenze, per il cui smaltimento lo stato dovette intervenire, concedendo sussidi all'esportazione. Invece nel settore industriale la crescita fu accompagnata da profonde trasformazioni: difatti si ebbe una ristrutturazione della siderurgia (con processi di concentrazione aziendale e di specializzazione in prodotti di elevata qualità) e la diffusione delle tecnologie del motore a scoppio e della produzione di elettricità. Inoltre si svilupparono ulteriormente diversi settori già affermati, quali quelli della cellulosa, della carta e della meccanica. Di ciò si avvantaggiarono le esportazioni: aumentò infatti il contributo che ad esse proveniva dalle attività industriali (in particolare dalla cellulosa, dalla carta e dai prodotti della meccanica), a scapito di quello proveniente dal legname.

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2. Il secondo conflitto mondiale

I paesi nordici furono coinvolti in misura assai differenziata nel secondo conflitto mondiale. A farne maggiormente le spese fu la Finlandia, la quale, come spiega Puntila (1969), nel 1939-40 subì un'aggressione da parte dell'Unione Sovietica, che determinò la perdita d'una parte cospicua del suo territorio, nel 1941-44 ingaggiò una seconda guerra con la propria vicina, nel vano tentativo di recuperare le terre perdute, e nel 1944-45, in ottemperanza all'armistizio stipulato con l'URSS, dovette combattere le truppe tedesche di cui aveva consentito lo stanziamento entro i propri confini. Le ricadute di questi eventi bellici furono pesantissime, poiché il paese dopo il 1940 fu costretto a provvedere a quasi mezzo milione di profughi (i finlandesi che avevano abbandonato le terre occupate dall'Unione Sovietica), con l'armistizio del 1944 si vide imporre il pagamento d'una forte indennità di guerra e infine, per effetto dell'accanita resistenza dei tedeschi da esso combattuti, si ritrovò con la provincia della Lapponia interamente devastata.

Jorberg e Kranz (1980) danno conto della situazione della Danimarca e della Norvegia, accomunate dall'occupazione tedesca. Questa le isolò dai loro mercati esteri abituali e assoggettò le loro industrie alle direttive tedesche, finalizzate a coinvolgerle nello sforzo bellico del regime nazista. La forzata simbiosi con l'economia tedesca ebbe ricadute sia positive che negative, com'è evidenziato da Borioni e Christiansen (2015) in riferimento al caso danese. La Danimarca subì un dirottamento coatto del proprio commercio d'esportazione, che fece della Germania l'unico sbocco estero per le sue derrate (in precedenza destinate in massima parte alla Gran Bretagna); ciò tuttavia non risultò penalizzante per i suoi agricoltori, in quanto il governo tedesco accettò di acquistare le produzioni locali a prezzi elevati. Al tempo stesso, però, tanto l'agricoltura quanto l'industria danese furono danneggiate dall'impossibilità d'importare materie prime industriali e macchine agricole da paesi diversi dalla Germania, dal momento che questa non era in grado di soddisfare le loro esigenze, dovendo destinare tutte le risorse naturali e tecniche di cui disponeva alla produzione di armamenti: negli anni della guerra in Danimarca si ebbe difatti un calo della produzione sia agricola che industriale.

Anche la Svezia risentì degli eventi bellici, seppure in misura inferiore agli altri paesi, in virtù della propria neutralità. Come spiega Borioni (2005), l'occupazione nazista della Danimarca e della Norvegia rese per tale paese praticamente impossibile commerciare col Regno Unito; anch'esso dovette pertanto dirigere le sue esportazioni verso la Germania, della quale divenne in particolar modo un fornitore di metalli. L'evoluzione del corso della guerra, tuttavia, consentì un progressivo riallacciamento dei rapporti con i paesi alleati, che nell'autunno del 1944 sfociò addirittura nella rottura di quelli sussistenti con la potenza nazista. Un elemento da sottolineare è che la scelta della neutralità non sottrasse il paese all'obbligo di rafforzare la propria difesa (sussistendo comunque il pericolo d'un'invasione tedesca); negli anni della guerra si ebbe così un forte aumento delle spese militari, il quale richiese l'incremento della pressione fiscale.

La guerra determinò un'accentuazione della tendenza dei governi a dirigere l'economia. Essa difatti - sottolineano Jorberg e Kranz (1980) - rese più difficilmente reperibili i generi di prima necessità e le materie prime, facendo così sorgere l'esigenza di razionare i consumi e di regolamentare la produzione. Quest'ultima necessità, peraltro, fu suscitata anche dalla forzata riorganizzazione delle attività industriali a fini bellici.

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3. Dal 1945 agli anni sessanta

· Danimarca

Le ricostruzioni delle vicende danesi effettuate da Borioni e Christiansen (2015), Chiesa Isnardi (2015) e Winding (1997) sono coerenti nel delineare per il dopoguerra una situazione economica non particolarmente difficile (il paese non aveva subito gravi distruzioni belliche), ma comunque compromessa da diversi problemi, quali la crescita della disoccupazione dovuta al ritorno degli operai ch'erano stati occupati in fabbriche tedesche e la debolezza dell'economia britannica (che incideva negativamente sull'entità e sui prezzi delle esportazioni agricole). Inoltre la svalutazione della sterlina del 1949 creò ulteriori difficoltà agli esportatori, imponendo quella della corona danese, che però fece salire il costo delle importazioni. Intorno al 1950 si delineò una ripresa, stimolata dagli aiuti del piano Marshall; ma essa fu presto contrastata dal recupero della capacità produttiva prebellica di cui beneficiarono la Germania e gli altri paesi che più avevano sofferto a causa delle vicende belliche. La debolezza dell'industria locale, a quel punto, fece sì che la crescita economica tendesse a generare quella delle importazioni e quindi il peggioramento della bilancia dei pagamenti; e ciò impose l'adozione di politiche di austerità volte al contenimento della domanda.

La situazione migliorò verso la fine degli anni cinquanta, quando l'afflusso di capitali dall'estero consentì l'espansione degli investimenti industriali. Si ebbe allora l'importazione di nuovi macchinari, che resero il settore manifatturiero più sviluppato e anche più competitivo con quelli degli altri paesi, come dimostra il sorgere d'un flusso di esportazioni industriali. Negli anni sessanta la Danimarca raggiunse la piena occupazione, malgrado l'ingresso massiccio delle donne sul mercato del lavoro e l'afflusso di immigrati stesse facendo crescere la domanda di lavoro.

Allo sviluppo industriale si contrappose una persistente crisi dell'agricoltura, dovuta alla caduta delle esportazioni e alla necessità dei coltivatori di sostenere costi elevati per l'adeguamento delle tecniche in uso. Molti piccoli poderi cessarono l'attività e i loro conduttori trovarono impiego nell'industria; altri furono accorpati in proprietà di dimensioni maggiori, in grado per questo di garantire ai proprietari le risorse utili agli investimenti cui dovevano far fronte. Malgrado questa ristrutturazione, comunque, nel suo insieme l'agricoltura faticò a mantenersi competitiva: dopo il 1960 si trovò così a dipendere in misura crescente da sostegni pubblici.

I decenni in esame videro la costruzione dello stato sociale: mediante un forte inasprimento dell'imposizione fiscale, venne finanziata l'espansione della spesa per la sanità, la previdenza e l'istruzione. La crescita della spesa pubblica funse anche da ulteriore stimolo per l'economia, ma ciò generò pressioni inflazionistiche, che richiesero nel 1963 il blocco dei prezzi e dei salari. Un altro risvolto negativo di questo rapido processo di sviluppo fu, paradossalmente, il riproporsi del problema del disavanzo commerciale. Difatti la crescita industriale faceva aumentare le importazioni di materie prime e di macchinari, mentre quella dei redditi generati dal settore pubblico stimolava l'afflusso dall'estero di beni di consumo, in quanto suscitava una domanda aggiuntiva dei medesimi slegata dalla crescita della loro produzione. Si resero così nuovamente necessarie, a più riprese, politiche fiscali tese a frenare la crescita della domanda, col risultato che l'economia danese andò caratterizzandosi per l'alternanza nel breve periodo di fasi di forte espansione e di stagnazione.

· Finlandia

Jorberg e Kranz (1980) descrivono la situazione della Finlandia all'indomani della seconda guerra mondiale in termini drammatici: oltre un quinto del territorio nazionale era andato perduto, 425.000 finlandesi erano stati rimpatriati da quelle regioni e il Nord del paese era stato devastato dai tedeschi durante la loro ritirata. Per assicurare il sostentamento ai profughi, i quali erano in gran parte dei contadini, per tutti gli anni cinquanta si perseguì l'ampliamento della superficie coltivata. L'agricoltura finlandese rimase povera e poco produttiva, imponendo il ricorso al protezionismo per tutelarla; nel contesto demografico del dopoguerra, tuttavia, quell'incremento meramente estensivo della produzione bastò a generare un eccesso di offerta, rendendo così necessaria anche l'erogazione di sussidi all'esportazione. Malgrado i sostegni pubblici il livello di vita dei contadini rimase comunque decisamente basso; nel tempo sorse pertanto una tendenza all'abbandono delle campagne, la quale, in assenza d'una crescita sufficientemente forte della domanda di manodopera da parte dell'industria, fece sorgere un'imponente emigrazione.

Uno sviluppo dell'industria comunque vi fu. A suscitarlo fu la ripetuta svalutazione del marco finlandese, perseguita dal governo nell'intento di rendere più competitive dal punto di vista del prezzo le produzioni nazionali. All'origine di tale politica vi fu la necessità di ripristinare l'equilibrio della bilancia dei pagamenti: questo difatti era compromesso dalle importazioni cui il paese era costretto a ricorrere per ottemperare alle massicce riparazioni di guerra impostegli dall'Unione Sovietica, le quali prendevano la forma di consegne di generi di consumo. Peraltro tale obiettivo non fu conseguito, in quanto lo sviluppo industriale determinò una crescita del fabbisogno di materie prime di cui il paese non disponeva, riproponendo il problema dell'eccesso d'importazioni.

Puntila (1969) rileva comunque che lo sviluppo industriale fondato sulle esportazioni proseguì anche successivamente agli anni cinquanta, ossia anche dopo la fine della politica d'indebolimento del marco. Secondo Hustich (1969), a beneficiare d'un particolare sviluppo fu l'industria del legno e della carta; ma anche quella metallurgica andò espandendosi, assumendo un'inedita incidenza sulle esportazioni nazionali.

· Norvegia

All'indomani del conflitto mondiale - scrive Chiesa Isnardi (2015) - le forze politiche norvegesi elaborarono un programma comune che dettava le linee per la ricostruzione del paese, prevedendo non soltanto di riparare alle distruzioni della guerra, ma anche di dar vita a una società più egualitaria. Entrambi gli aspetti di tale programma trovarono realizzazione: grazie ai contributi del piano Marshall la ripresa economica fu rapida e le politiche sociali che la accompagnarono permisero di realizzare un esteso sistema di protezione sociale. La crescita economica proseguì negli anni cinquanta e sessanta, con un'intensità che ebbe tuttavia quale risvolto negativo il manifestarsi d'una forte inflazione; per arginarla furono posti in essere controlli su prezzi e salari. Ulteriore aspetto rilevante di quella fase di sviluppo fu l'avvio d'una politica di partecipazioni statali in diversi ambiti economici, la quale condusse anche alla fondazione di istituti di credito pubblici.

Nel dopoguerra proseguì la trasformazione della struttura produttiva del paese, rilevata da Jorberg e Kranz (1980), di cui abbiamo dato conto nel paragrafo iniziale. L'importanza relativa della pesca, del legname e della produzione di cellulosa e carta diminuì; l'estrazione di minerali, la lavorazione dei metalli e le attività chimiche andarono invece sviluppandosi. Sulla scena internazionale, comunque, la Norvegia continuò a operare soprattutto quale fornitrice di noli marittimi. Poiché i proventi di questi ultimi risultarono sempre meno capaci di compensare le crescenti importazioni, negli anni cinquanta si determinò una forte passività della bilancia dei pagamenti; il decennio successivo vide comunque una sua attenuazione, dovuta all'ingresso nel paese di capitali esteri. Una quota notevole del valore delle importazioni derivava dall'acquisto di navi di costruzione straniera: per questa ragione il governo, nel tentativo di ridurre lo squilibrio commerciale, effettuò degli investimenti volti a potenziare la cantieristica navale.

· Svezia

L'evoluzione economica della Svezia dopo il 1945 è ricostruita da Borioni (2005) ponendo l'accento sulla volontà dei governi socialdemocratici (i quali per lungo tempo guidarono il paese) di realizzare un'efficace attività di programmazione. Il primo tentativo effettuato in tal senso, subito dopo il conflitto, ebbe esito fallimentare: per scongiurare il rischio d'una depressione, fu seguita una politica di stimolo della domanda tramite il mantenimento di bassi tassi d'interesse, che determinò una forte inflazione e una forte crescita delle importazioni. Negli anni cinquanta fu invece adottato un modello di sviluppo più sofisticato, che prevedeva ancora una politica monetaria espansiva, ma più moderata, affidando il compito di sostenere la domanda interna soprattutto alla crescita dei salari (peraltro anch'essa tenuta sotto controllo). Quest'ultima, naturalmente, pose l'apparato industriale sotto pressione, facendo uscire dal mercato le imprese meno efficienti e produttive o impegnate in attività a basso valore aggiunto; ma questo processo di selezione non determinò un arresto dello sviluppo, poiché fu compensato dall'espansione di quelle più forti, agevolato da un'accorta incentivazione degli investimenti. Completarono il contesto favorevole allo sviluppo le politiche pubbliche volte ad agevolare il ricollocamento dei lavoratori delle aziende che cessavano l'attività in quelle che andavano espandendosi.

Questa strategia centrò i suoi obiettivi, garantendo sino agli anni sessanta crescita sostenuta e benessere diffuso, in assenza di conflittualità sociale. Il forte sviluppo rese inoltre praticabile una politica fiscale assai gravosa per i ceti abbienti, che servì a finanziare il rafforzamento della sanità, della previdenza e del sistema scolastico, come pure costosi programmi di edilizia pubblica e di infrastrutture.

Stando a quanto riferiscono Jorberg e Kranz (1980), lo sviluppo riguardò soprattutto l'industria (come testimonia l'accrescersi dell'incidenza dei macchinari e dei metalli sul totale delle esportazioni, a scapito di quella delle materie prime e dei semilavorati). L'agricoltura, invece, scontò diffusi fenomeni di abbandono delle campagne; ma la ristrutturazione che ne seguì (con l'accorpamento di molte piccole aziende in unità più grandi ed efficienti) evitò che la forte riduzione della manodopera occupata nel settore determinasse nel lungo periodo un calo della produzione.

· Islanda

Nel 1944 l'Islanda, sino ad allora sottoposta all'autorità della Danimarca, divenne una repubblica indipendente. Come spiega Chiesa Isnardi (2015), il suo governo si adoperò al fine di promuovere lo sviluppo industriale e ridurre la disoccupazione, ottenendo buoni risultati, anche se il progresso economico fu per molti anni accompagnato da una forte inflazione. L'economia nazionale rimase comunque dipendente soprattutto dalla pesca (la stessa industria nazionale era principalmente un'industria di trasformazione del pesce); particolare attenzione venne perciò riservata alla tutela delle risorse ittiche, messe a repentaglio dalla pesca sempre più intensiva condotta da pescherecci stranieri. Al riguardo, l'Islanda scontava l'esistenza d'un accordo, siglato da Danimarca e Gran Bretagna nel 1901, che fissava a sole tre miglia dalla costa il limite delle acque territoriali. Pertanto nel 1952 e poi di nuovo nel 1958 furono emanati decreti che estendevano tale limite. Ciò provocò tensioni con gli inglesi, che dapprima boicottarono i prodotti islandesi e poi tentarono di non rispettare il nuovo limite, sfidando le autorità locali; ma nel 1961 si giunse a un accordo che sancì l'accettazione da parte inglese della nuova regolamentazione.

Malgrado l'attenzione prestata alla sostenibilità della pesca, alla fine degli anni sessanta si verificò tuttavia la scomparsa dei banchi di aringhe, che determinò una grave crisi del settore. Questo fenomeno peggiorò ulteriormente una congiuntura economica che sin dalla metà del decennio era andata evolvendosi in senso negativo. Mentre gli altri paesi nordici stavano ancora vivendo una fase espansiva, l'Islanda dovette così sperimentare un'elevata disoccupazione e un inasprimento del conflitto sociale.

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4. Conclusioni

Una valutazione complessiva delle vicende dei paesi nordici nel cinquantennio successivo alla prima guerra mondiale è data da Jorberg e Kranz (1980), i quali logicamente pongono l'accento sulla forte crescita economica di cui essi beneficiarono. Tale crescita, per la verità, non cancellò le differenze esistenti fra di essi, in quanto la Finlandia, pur progredendo anch'essa in misura notevole, rimase comunque più povera rispetto agli altri, per effetto della sua peggiore condizione di partenza. Le gerarchie interne all'area non rimasero comunque le stesse, poiché la Danimarca, crescendo più lentamente delle altre nazioni, dal punto di vista del PIL pro capite venne sopravanzata dalla Norvegia e dalla Svezia. Un elemento di continuità fu invece rappresentato dalle loro diverse specializzazioni: la Svezia rimase la nazione più industrializzata, mentre la Norvegia mantenne il primato nel settore dei servizi, data l'importanza che continuò ad avere per essa il commercio estero marittimo. Inoltre sino agli anni cinquanta Danimarca e Finlandia mantennero un esteso settore agricolo; nel decennio successivo, però, entrambe videro ridursi l'occupazione al suo interno, la quale pertanto si avvicinò ai livelli dei paesi vicini.

Soprattutto nei tre stati più sviluppati, i governi (costantemente guidati da forze socialdemocratiche) perseguirono la realizzazione d'un esteso sistema di protezione sociale, pervenendo a risultati rimarchevoli sul fronte della sanità, della previdenza e dell'istruzione. Nell'ambito delle politiche industriali, caratteristico di tali governi (rispetto agli esecutivi a guida socialista di altre nazioni europee) fu lo scarso impegno rivolto alla nazionalizzazione d'imprese o settori dell'economia; la parallela espansione dei servizi sociali e dell'industria privata riuscì comunque a garantire, negli anni di più intenso sviluppo, la piena occupazione dei lavoratori, malgrado la crescita demografica e il massiccio ingresso delle donne sul mercato del lavoro avesse reso più difficile il conseguimento d'un simile risultato.

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5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Per una geografia storico-economica. I paesi nordici (terza parte). Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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