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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 62 (Nuova Serie), aprile 2021

A cura della Commissione per la biblioteca e per l'archivio storico

Riflessioni del Presidente Gianni Marilotti sulla presentazione del volume "Aldo Moro, la verità negata"

Pubblichiamo alcune riflessioni del Sen. Gianni Marilotti, Presidente della Commissione per la Biblioteca e l'Archivio storico, che ringraziamo.

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Ricorre quest'anno il quarantaduesimo anniversario dell'omicidio dell'on. Aldo Moro e degli uomini della scorta, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

In ricordo di questo tragico evento, il 16 ottobre, nella Sala Capitolare del convento di Santa Maria sopra Minerva, presso la Biblioteca del Senato, si è svolta la presentazione del volume di Gero Grassi Aldo Moro, la verità negata. Sono intervenuti, insieme all'Autore, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti; ha coordinato l'incontro Anthony Muroni. A causa dei noti problemi legati alla pandemia non è stato possibile svolgere l'evento a marzo o a maggio, nelle due date-simbolo della tragica vicenda (strage di via Fani e rinvenimento del corpo dell'on. Moro in via Caetani). L'evento si è dunque svolto ad ottobre.

In qualità di Presidente della Commissione per la Biblioteca e l'Archivio storico ho aperto il convegno fortemente voluto per ricordare la figura umana e politica di un grande statista e protagonista della storia del dopoguerra.

Durante gli anni di piombo molti sono gli attentati che insanguinano il nostro Paese. Da Piazza Fontana alla strage di Bologna, agli attentati contro singoli individui: magistrati, giornalisti, sindacalisti, professori, politici, agenti di polizia e carabinieri.

Il rapimento e l'uccisione dell'on. Aldo Moro rappresentano il culmine di una drammatica stagione di sangue, le cui vittime sono state ricordate in più occasioni come tragedie non solo di singoli uomini, ma di un intero Paese.

Il Senato della Repubblica, e in particolare la Commissione per la Biblioteca e l'Archivio storico del Senato, che mi onoro di presiedere, stanno portando avanti, con ferma volontà, l'opera di desecretazione di tutti gli atti delle Commissioni di inchiesta che si sono occupate non solo della vicenda Moro, ma di tutta la già ricordata stagione delle stragi, della tensione, del terrorismo rosso e nero.

L'obiettivo è permettere a studiosi, ricercatori e giornalisti di accedere a documenti che possano contribuire a ricostruire quanto avvenuto in quei tragici anni, rispondendo alla domanda di verità più volte espressa dai famigliari delle vittime e dalle loro associazioni.

Questo impegno volto a superare gli ostacoli, come il segreto funzionale, che rendevano non ostensibili molti documenti, custoditi presso l'Archivio Storico del Senato, vuole essere un segno tangibile per rendere giustizia e onorare la memoria dei servitori dello Stato, caduti nell'adempimento del dovere, autentici testimoni e martiri dell'umanità.

Giovane attivista della sinistra extraparlamentare, ero tra quelli che speravano che Moro vivesse, che lo Stato trovasse un modo per salvare la vita e la dignità di uno dei suoi figli migliori conservando al contempo l'integrità della sua democrazia.

Stato, diritto, morale hanno un grande peso nella vita e nella testimonianza di Aldo Moro. Non è certo da una concezione contrattualistica che deriva la visione dello Stato e l'impegno politico affinché i cittadini vi si riconoscano appieno, piuttosto da una concezione umanistica dello Stato innervata da una pedagogia del fare democratico rivolta in particolare alle nuove generazioni.

Una visione dello Stato ed un pensiero sociale che Roberto Ruffilli, anch'egli vittima del terrorismo, ha sintetizzato come «concezione umanistica dello Stato», che assume significato nella realtà degli uomini, sfuggendo da ogni vagheggiamento teorico astratto [cfr. Roberto Ruffilli, Religione, diritto e politica, in Cultura e politica nell'esperienza di Aldo Moro. Milano, Giuffrè, 1982, p. 65].

Il senso dello Stato è rafforzato dal percorso di studi, in cui fortifica la propria cultura giuridica. Moro consegue giovanissimo la laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e la proposta di stampa della tesi dal titolo La capacità giuridica penale, in seguito oggetto di una più ampia opera monografica. Il suo relatore, il prof. Petrocelli, noto penalista, comprende le indubbie qualità di quel giovane laureato, tanto che pochi giorni dopo la discussione della tesi lo nomina assistente volontario alla cattedra di Diritto penale all'Università di Bari. Accanto alla figura del prof. Petrocelli, un altro docente influenza la formazione culturale di Moro: Michele Barillari, che insegna Filosofia del diritto, una materia che lo affascina. Dopodiché ottiene la libera docenza in Filosofia del diritto e infine quella in Diritto penale.

Le riflessioni sullo Stato e sulla società di Moro sono altresì influenzate dai principi del "Codice di Camaldoli", il documento sull'ordinamento sociale cristiano, elaborato al termine della settimana di studio dei laureati cattolici nel luglio 1943, al quale egli contribuisce. Anche per quella esperienza, che condivide con importanti personalità del pensiero cattolico come Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno, La Pira, ed Ezio Vanoni, centrali per lui resteranno sempre i concetti di persona e solidarietà sociale.

Interessante quanto evidenziato in più occasioni da Giuliano Vassalli, rammentando l'apertura di quello che potremmo definire il 'discorso sullo Stato' di Moro, a partire dalle lezioni da lui tenute, la prima delle quali dedicata al Problema della vita [cfr. Lo Stato: corso di lezioni di filosofia del diritto tenuto presso la R. Università di Bari nell'anno accademico 1942-43, raccolte a cura e per uso degli studenti. Padova, CEDAM, 1943].

Scrive allora Moro:

La vita ha come suo compito infinito una ricerca e utilizzazione del proprio valore [...]. L'amore è appunto energia conscia, slancio vitale, ha in sé come implicito il concetto di una legittimazione che non può derivare da altro che dalla intrinseca verità che esso realizza [...]. Può darsi allora che questa che vorremmo chiamare fede nella gioia che traspare in ogni dolore umano nella vita etica, questa credenza, questa attesa ansiosa della verità, della bontà, del valore e perciò della razionalità della vita è la sola e vera molla potente che spinge all'azione, che dà la possibilità di accertare e compiere gioiosamente, in ogni circostanza il dovere di vivere.

Moro è un uomo del dialogo, fin dall'impegno in Assemblea Costituente, dove è protagonista dell'incontro tra forze politiche su più proposte discusse in Aula. Non per raggiungere un mero accordo politico, ma come risultato di una comune consapevolezza sull'importanza del consenso come base della democrazia e della necessità di non prevedere un eccessivo vantaggio per i partiti che detenessero la maggioranza parlamentare e le posizioni istituzionali di vertice. Da questo punto di vista, è illuminante leggere gli interventi di Moro nei dibattiti all'interno della Commissione per la Costituzione e nelle sue Sottocommissioni. In essi si ravvisa come la elaborazione del progetto di Costituzione si sia concretizzato attraverso un lavoro comune, che lascia molto spazio a contributi di singoli, nell'ambito di una disciplina di partito che non penalizza le individualità politiche. Moro introduce in Costituente una fondamentale precisazione, sottolineando che la Costituzione non può essere neutrale, perché deve corrispondere a una visione condivisa. Per usare le sue parole (dal discorso in Assemblea Costituente del 13 marzo 1947, p. 2039):

Divisi - come siamo - da diverse intuizioni politiche, da diversi orientamenti ideologici, tuttavia noi siamo membri di una comunità, la comunità del nostro Stato e vi restiamo uniti sulla base di un'elementare, semplice idea dell'uomo, la quale ci accomuna e determina un rispetto reciproco degli uni verso gli altri.

Sta qui l'indissolubile legame tra le condotte individuali e quelle collettive; il bene e il giusto non nascono da principi cristallizzati in una Carta; le disposizioni generali sono sicuramente coordinate importanti, ma esse, senza una loro traduzione in comportamenti etici consapevolmente virtuosi, rischiano di rimanere infeconde. Vi è in questa visione, pur nelle differenti declinazioni, una 'convergenza democratica' con la proposta togliattiana di una 'democrazia progressiva' capace di tradurre i principi costituzionali, attraverso l'impegno politico nelle istituzioni e nel tessuto sociale, per la piena realizzazione di una società più democratica e giusta.

Moro riveste dal 1946 fino alla morte importanti incarichi politici come membro dell'Assemblea costituente, deputato democristiano dalla I alla VII legislatura, più volte ministro e Capo del governo, ma rimane sempre interiormente un professore vicino ai giovani e sensibile alle loro esigenze. È proprio pensando agli studenti e alla loro formazione che Moro vuole per primo l'educazione civica nelle scuole. Moro insiste sulla necessità di combattere gli estremismi, ogni forma di sopruso e prevaricazione proprio attraverso un richiamo a quei doveri civici fondamentali, che sono l'imprescindibile completamento, l'altra faccia dei diritti garantiti dalla Costituzione, dichiarando che «la stagione dei diritti e delle libertà si sarebbe rivelata effimera, se in Italia non fosse nato un nuovo senso del dovere».

Ama le aule universitarie e quando insegna è lieto di confrontarsi, anche oltre l'orario delle lezioni, con i suoi studenti, tanto da suscitare l'invidia degli stessi familiari. «Dei suoi studenti - dichiarerà nel 1980 in un'intervista Maria Fida - noi figli eravamo gelosi perché dedicava più tempo a loro che a noi».

Durante l'ultimo periodo del sequestro molti degli allievi, che Moro negli anni ha spronato ricordandogli che sono al centro della storia, sottoscrivono un appello per chiedere al governo e a tutte le forze politiche, di riconsiderare la linea della trattativa. Sono in molti a firmarlo. Quell'appello purtroppo cade nel vuoto, come cadrà nel vuoto la richiesta commossa di clemenza di Papa Paolo VI, intimo amico dell'on. Moro.

Il cadavere dello statista viene fatto rinvenire dai sequestratori il 9 maggio 1978 nel portabagagli di un'auto in via Caetani a Roma.

È anche per onorare la memoria dell'on. Moro, che ci stiamo impegnando a ricostruire una più ampia visione storica di quel periodo, attraverso le desecretazioni degli atti delle Commissioni parlamentari d'inchiesta, depositati presso l'Archivio Storico del Senato.

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